Poteri oscuri, anche Salvini obbedisce al Tav Torino-Lione

libreidee.org 2.2.19

Non basterebbe neppure Dan Brown. Ci vorrebbe almeno Tolkien, per svelare – attraverso una fiaba – il mistero del Tav Torino-Lione, cioè il sortilegio nero che vuole che si spendano 20-30 miliardi per costruire quella linea ferroviaria “maledetta”. Si tratta dell’inutile e faraonico doppione della ferrovia che esiste già, e che da 150 anni collega Torino a Lione attraverso la valle di Susa e il Traforo del Fréjus, riammodernato qualche anno fa (costo, 400 milioni di euro) per consentire il transito dei treni con a bordo i Tir e anche i grandi container “navali”, della massima pezzatura. L’unico problema è che non ci sono più merci da trasportare: l’asse strategico del terzo millennio è quello che unisce Genova e Rotterdam, mentre la direttrice Torino-Lione è ormai un binario morto, dal destino segnato. Secondo la Svizzera, incaricata dall’Ue di monitorare il traffico alpino, l’attuale Torino-Modane, semideserta, potrebbe incrementare addirittura del 900% il suo volume di trasporti. E allora che bisogno c’è di scavare – da zero – un nuovo traforo, lungo 57 chilometri, di cui non esiste ancora neppure un metro?

L’unico mini-tunnel realizzato, quello di Chiomonte, è solo una galleria esplorativa accessoria, geognostica: non potrebbe mai passarci nessun treno, anche se Matteo Salvini arriva a sostenere – davanti alle telecamere, proprio a Chiomonte – che Salvini a Chiomontecosterebbe meno “finire il lavoro” piuttosto che “tappare il buco”. Dichiarazione ingannevole: Salvini sa benissimo che il “lavoro” per il tunnel destinato al treno non è mai neppure cominciato. Pur di premere sui 5 Stelle, il leader leghista – come già Renzi – arriva a ipotizzare un progetto “low cost”, parlando di appena 4 miliardi (cioè il costo della parte italiana dell’ipotetico futuro traforo, non quello della linea ferroviaria fino a Torino). Di più: il ministro dell’interno aggiunge che, “risparmiando” (ad esempio, rinunciando alla surreale “stazione internazionale” di Susa), si potrebbero costruire finalmente anche opere utili, come la metropolitana di Torino. Su questo ha ragione: il capoluogo piemontese, a lungo amministrato dalla dinastia Castellani-Chiamparino-Fassino, dispone solo di un’unica, patetica linea.

Torino, la metropoli più inquinata della penisola, è anche la grande città italiana peggio servita dai mezzi pubblici veloci: è l’unica a non disporre di una vera rete metropolitana. In compenso, i suoi ex sindaci sono tra i più fanatici sostenitori dell’inutile Tav Torino-Lione. Chiamparino, in particolare, è il capo degli hooligan pro-Tav. Un caso esemplare di mistero italico: dopo aver fatto il sindaco è passato senza colpo ferire alla guida di una potentissima centrale finanziaria come la Compagnia di San Paolo, per poi tornare tranquillamente alla politica. L’uomo di fiducia dei grandi banchieri è oggi presidente della Regione Piemonte, poltronissima da cui martella il governo gialloverde per ottenere a tutti i costi la grande opera Chiamparino“maledetta”. Ci sta riuscendo? Stando a Salvini, parrebbe di sì. Sulla maxi-torta dell’appalto alpino, il capo della Lega è perfettamente allineato al fantasma del Pd.

A questo punto, la ragione vacilla. Per chi ha seguito i vent’anni di protesta popolare in opposizione alla Torino-Lione, i conti non tornano. Il movimento NoTav – ormai appoggiato da vasti strati dell’opinione pubblica nazionale – è stato il primo vero esempio, in Italia e non solo, di denuncia politica “glocal”. Dal particulare all’universale, dicevano gli umanisti rinascimentali. Agire localmente e pensare globalmente, ripetevano negli anni ‘80 i primi Verdi ispirati da Alex Langer. I valsusini – popolo sulle barricate, che nel 2005 riuscì a fermare il progetto con una spettacolare protesta nonviolenta guidata dai sindaci in fascia tricolore – per molti aspetti hanno come anticipato gli americani di Occupy Wall Street, adottando un metodo di lotta, dal sit-in fino al blocco stradale, che oggi i Gilet Gialli si limitano a replicare. L’intuizione: se il potere “bara” a casa nostra, sulla base di dati falsificati, è lecito sospettare che “imbrogli” ovunque. E’ lecito supporre che si limiti a eseguire gli ordini di un’oligarchia del denaro mossa da interessi inconfessabili.

Sta barando da vent’anni, il potere che insiste – come un disco rotto – nel voler imporre quella super-linea inutile in valle di Susa, facendola pagare carissima all’Italia? Vedete voi, ma sappiate che la Torino-Lione non serve: lo dicono tutti i maggiori esperti di trasporti, tra cui il professor Marco Ponti del Politecnico di Milano, ora collocato dal ministro Toninelli nella scomodissima posizione di presidente della commissione incaricata di formulare un giudizio decisivo sul rapporto costi-benefici della grande opera. La Torino-Lione non serve: lo ribadirono ben 360 professori e tecnici dell’università italiana, in accorati e inutili appelli rivolti al Quirinale e a Palazzo Chigi. Costi immensi, e nessun risultato: perché le merci devono Il professor Marco Ponticomunque viaggiare a bassa velocità, per motivi di sicurezza. Quanto alla Francia, spesso usata in Italia come alibi “europeo” per costruire a tutti i costi l’infrastruttura, ha deciso ufficialmente che di Torino-Lione, a Parigi, si riparlerà eventualmente solo dopo il 2030.

Il progetto Torino-Lione è un relitto ormai obsoleto degli anni ‘80: era nato come sogno di collegamento veloce per passeggeri, ed è stato archiviato dall’avvento dei voli low-cost. Al che, è stato trasformato in Tac, treno ad alta capacità per le merci, fingendo di non sapere che i convogli commerciali devono viaggiare lentamente, e che la chiave del trasporto merci non è la velocità, ma la puntualità della logistica: il sistema più efficiente al mondo è quello degli Usa, fatto da treni che viaggiano a 60 miglia utilizzando tunnel dell’800 che valicano le Montagne Rocciose. I costi territoriali della Torino-Lione sarebbero folli: le montagne della valle di Susa sono piene di amianto e tuttora traforate dalle gallerie scavate dall’Agip negli anni ‘70, ai tempi del nucleare italiano, perché il Massiccio dell’Ambin è un immenso giacimento di uranio. Senza contare la devastazione ambientale e urbanistica (vent’anni di cantieri), l’incognita maggiore è quella idrogeologica: quei monti fra Italia e Francia, dicono i geologi, ospitano un enorme bacino sommerso. Bucarlo potrebbe comportare conseguenze impensabili, con ripercussioni sui fiumi fino alla Valle d’Aosta.

Il compianto Luca Rastello, giornalista di “Repubblica”, in un saggio sul tema spiega che poi, una volta alle porte di Torino, la nuova linea potrebbe congiungersi alla Torino-Milano solo sbancando interi quartieri o procedendo per via sotterranea, e quindi perforando la falda idropotabile che alimenta l’area metropolitana torinese. Non se ne rendono conto, gli abitanti di Torino, perché nessun politico – prima di Chiara Appendino – si è mai premurato di spiegarlo chiaramente. Né si interrogano, i torinesi, sul motivo di tanta ostinazione, da parte dei valsusini, nell’opporsi al progetto. Non sospettano, i torinesi, che la criminalizzazione a reti unificate del movimento NoTav è servita a nascondere due verità imbarazzanti. La prima: in vent’anni, Sole e Balenola politicanon ha mai voluto o saputo dimostrare l’utilità della grande opera, neppure a fronte di una protesta così rumorosa. La seconda: il progetto Torino-Lione è nato sotto una cattiva stella, la peggiore di tutte: la strategia della tensione.

Negli anni ‘90, appena si cominciò a insistere sull’opera come “inevitabile” prospettiva strategica, la valle di Susa fu terrorizzata da 12 attentati dinamitardi. Alcuni furono rivendicati in modo delirante: volantini firmati “Valsusa Libera” e “Lupi Grigi” contenevano farneticazioni “guerriere” contro l’alta velocità. I giornali, all’unisono, puntarono il dito contro gli “ecoterroristi” e gli “anarco-insurrezionalisti”. Poco dopo vennero arrestati tre giovani anarchici, di cui due – Edoardo Massari e Maria Soladed Rosas, “Sole e Baleno” – trovati morti (impiccati) mentre erano in stato di detenzione. Contro di loro, l’accusa aveva vantato “prove granitiche”, che poi al processo evaporarono: non erano stati loro a mettere quelle bombe. Chi, allora? Non s’è mai saputo: caso chiuso. I valsusini però non dimenticano. Sanno che quello di Bardonecchia, santuario del turismo bianco, vicino a Sestriere, è stato il primo Consiglio Comunale italiano – a nord del Po – a essere disciolto per mafia. E sanno che, sempre negli anni ‘90, la procura di Torino intercettò un traffico di armi che collegava l’armeria di Susa a una cosca calabrese, con il placet di settori del Sismi e del Sisde. Erano gli anni della “trattativa”, in cui Falcone e Borsellino saltavano per aria, in Sicilia.

Si può immaginare lo stato d’animo dei valsusini, quando – dopo tutto questo – si sono visti arrivare, nel cortile di casa, anche lo spettro della maxi-opera più controversa della storia, al pari del Ponte sullo Stretto. A parlare è il buon senso della geografia: Moncenisio, Fréjus e Monginevro. Ovvero: statali, autostrada, ferrovia, trafori. Nessun’altra valle alpina è altrettanto collegata al resto d’Europa, attraverso valichi internazionali. Perché aggiungere anche l’assurda Torino-Lione? Quale mistero indicibile trasforma la valle di Susa in un oscuro crocevia di mafie e affari, bombe e appalti? E soprattutto: com’è possibile che, in vent’anni, la politica non si sia mai degnata di dare una risposta chiara? E’ evidente che, se l’utilità della Torino-Lione venisse finalmente dimostrata, le bandiere della protesta finirebbero per venir ammainate. Basterebbe spiegare Il Signore degli Anelliper quale motivo l’opera è ritenuta indispensabile. La valle di Susa lo chiede da vent’anni. E la risposta non è mai arrivata. Perché?

Visto che la politica tace, tanto varrebbe chiedere lumi ai romanzieri come Dan Brown o all’autrice di Harry Potter, non essendo più possibile interpellare il Signore degli Anelli. Magia? Se una verità viene palesemente taciuta da decenni, il minimo che possa accadere è che si scatenino anche i complottismi più fantasiosi. Ha suscitato sconcerto, nel 2016, l’inaugurazione teatrale del traforo del Gottardo, con l’inquietante coreografia dedicata a un Dio Caprone. Fausto Carotenuto, già analista strategico dell’intelligence ora passato al network “Coscienze in Rete”, sostiene che la Torino-Lione sarebbe una sorta di “attentato energetico” per violare la Linea di Michele, notissima ley-line che unisce Israele all’Irlanda attraverso i santuari dedicati all’arcangelo Michele, con epicentro proprio la Sacra di San Michele in valle di Susa. Paolo Rumor, nipote del più volte premier Mariano Rumor, nel libro “L’altra Europa” racconta una storia sconvolgente, rivelata a suo padre dall’europeista francese Maurice Schuman: il medesimo potere, di natura dinastica (denominato “La Struttura”) governerebbe il pianeta da 12.000 anni, e la stessa Unione Europea sarebbe opera sua.

Non potendo interpellare Tolkien o scomodare la Rowling, non resta che tralasciare le suggestioni e attenersi ai fatti: sarebbe capace, Matteo Salvini, di spiegare il motivo per cui l’Italia, insieme alla Francia, dovrebbe scavare – da zero – un tunnel di 57 chilometri per costruire il doppione della ferrovia Torino-Lione che esiste già? Se la risposta la conosce, perché non la svela? Perché anche lui si limita, come tutti gli altri, a dire stupidaggini, sapendo che i media mainstream le ripeteranno con successo, confidando nell’ignoranza del grande pubblico? C’è davvero un grande potere-ombra che – per motivi ignoti e imperscrutabili – ha lanciato un’Opa misteriosa sulla stramaledetta Torino-Lione? Un grande affare finanziario, d’accordo, ma Conte al bar con la Merkelper pochi intimi (pochissimi i lavoratori coinvolti). E, secondo il giallista Massimo Carlotto, anche una virtuale “lavanderia” di denaro: un magistrato come Ferdinando Imposimato ha dimostrato che vasti tratti della rete Tav italiana sono stati costruiti proprio da aziende mafiose.

Poi ci sarebbe il triste indotto politico della filiera, affidato ai soliti yesman che in realtà lavorano da sempre per le consorterie affaristiche che hanno costruito le loro carriere istituzionali. Ma non può essere tutto qui, il problema. Cos’altro può muovere i fili di una follia pubblica così estrema, e così potente da piegare persino i bulletti del “governo del cambiamento”? Lo spettacolo non è edificante: Salvini con l’elmetto a Chiomonte, ormai arruolato alla causa, mentre Di Maio e Toninelli non osano neppure lontanamente minacciare le dimissioni, nel caso dovessero perdere il braccio di ferro (e quindi la faccia). Li si può capire: dal canto suo, il primo ministro Conte cazzeggia beatamente al bar con Angela Merkel, l’amicona di Macron e dell’Italia, ridacchiando alle spalle di quei fessi dei 5 Stelle (e degli italiani che li hanno votati). Nel frattempo, l’inesorabile ecomostro finanziario e ferroviario avanza, passo dopo passo. E l’umorista Salvini pensa di cavarsela con le battute sui mitici “risparmi”: come se davvero si trattasse di tre o quattro miliardi, e non invece di un grottesco attentato alla sovranità democratica del paese, evidentemente organizzato – con tenacia impressionante – da poteri che possono mettersi in tasca qualsiasi politico, anche se indossa la maschera di cartone del sovranismo.

(Giorgio Cattaneo, “Quale oscuro potere ha piegato anche l’ex sovranista Salvini alla teologia dell’inutile Tav Torino-Lione?”, dal blog del Movimento Roosevelt del 2 febbraio 2019).

Lettera Ue al Mef su VicenzaPiù, l’on. vicentino Zanettin: per Di Maio e Salvini sabato 9 a Vicenza farà “caldo”

 Giovanni Coviello vicenzapiu.com 2.2.19

Onorevole Pierantonio Zanettin, lei che da vicentino e veneto sta seguendo con particolare attenzione la vicenda che tocca in particolare i risparmiatori di delle due ex banche venete, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, è in grado di dirci quando il Governo risponderà alla interrogazione che ha presentato insieme alla capogruppo di Forza Italia Maria Stella Gelmini e all’onorevole veneziano Renato Brunetta sulla lettera inviata dall’Unione Europea con richieste di chiarimenti sul Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR) delle banche azzerate, anticipata da VicenzaPiu.com e chissà mai perché non ripresa dalla stampa mainstream e locale?

Speriamo, ma non ho ancora certezza in proposito, che la settimana prossima si possa fare in aula a Montecitorio un question time con il ministro Giovanni Tria che, pure, il 17 gennaio aveva escluso problemi con la Commissione europea.

Non trova strano che, stampa insonnolita a parte, il Governo non abbia resi noti i contenuti di quella lettera?

Non mi sorprendo. Se i contenuti saranno quelli che VicenzaPiu.com ha anticipato, e che nessuno ha finora smentito, credo che il Governo si troverà in grave imbarazzo. Sarà la prova che il Governo sapeva da tempo che il fondo previsto dalla legge di bilancio contrasta con la normativa europea sugli aiuti di stato e rischia pertanto di essere congelato.

Insisto on. Zanettin, perché tanta reticenza secondo lei?

Direttore, le faccio notare una cosa. Il Movimento 5 Stelle è entrato in parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, all’insegna delle dirette streaming e della trasparenza ma, arrivato al governo, tende invece ora a nascondere i documenti più imbarazzanti. Accade per l’analisi  costi benefici della Tav Tac, così come per la lettera dell’Unione Europea sul fondo per i risparmiatori.

Eppure, solo martedì scorso,  presso la sede del Mef , il sottosegretario Alessio Villarosa dichiarava il 29 gennaio alla cabina di regia del risparmiatori e confermava il 30 a VicenzaPiu.com (che all’incontro del giorno prima aveva presenziato) che l’8 febbraio sarebbe stato pronto il decreto attuativo?

Chi si sta occupando al ministero della questione evidentemente non è sincero. Sono convinto che hanno creato scientemente un incidente per agitare un argomento populista nella prossima campagna elettorale all’insegna del “dateci tanti voti, per cambiare questa Europa cattiva”. Stanno speculando cinicamente sul dramma umano di tante famiglie per biechi calcoli elettorali.

Secondo lei, avv. Zanettin, cosa verranno a dire a Vicenza il prossimo 9 febbraio Salvini e Di Maio ai comitati dei risparmiatori?

Immagino che il  clima sarà caldo e molto diverso da quello che si ipotizzava quando l’incontro è stato programmato. L’uscita di Di Maio giovedì ha spiazzato gli organizzatori. I vicentini per carattere non si lasciano prendere in giro facilmente. Sono anche io curioso di vedere come andrà a finire.

Guai ai poveri

Giovanni Iozzoli Carmilla.it 2.2.19

Recentemente mi è capitato di attraversare i gironi grotteschi della sanità campana, un continente perduto e selvaggio dal quale tanti non sono tornati.

Quando si parla di “malasanità”, il senso comune non rappresenta adeguatamente la realtà: le formiche in bocca e le garze nello stomaco sono solo le vette sublimi, il guizzo poetico, si può dire, di un sistema che è nella sua quotidianità, nella sua ordinarietà, che riesce a dare veramente il peggio di sé. E’ una sanità di classe, i cui dispositivi di esclusione incidono ormai in misura notevole sulla distribuzione generale del reddito: sulle famiglie, in Campania e in tutto il martoriato mezzogiorno, sono stati scaricati i costi sociali, occulti e diretti, della massiccia ritirata del welfare sanitario; e il risultato, in termini di impoverimento assoluto e relativo, è tragicamente evidente. Migliaia di nuclei familiari tracollano o si indebitano o si costringono a dolorosissimi viaggi della speranza, per affrontare eventi che dovrebbero essere normalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale sui territori. La continua evocazione della biopolitica, come categoria omnibus dell’analisi, trova proprio su questo terreno una sua evidente giustificazione: una brutta diagnosi diventa immediatamente lotta per la sopravvivenza fisica ed economica – i tempi della vita biologica e le forme della riproduzione sociale, si rivelano nel loro nudo intreccio. Pochi altri terreni sono più immediatamente politici di questo. Eppure la sinistra di classe, i movimenti, lo hanno spesso snobbato pur essendo chiaro, fin dagli anni 70, che la figura del salario, nella sua nuova dimensione sociale, vedeva le prestazioni del welfare assumere un ruolo via via più centrale in una configurazione moderna dell’idea di reddito.

Ma che succede quando si entra nel tunnel della malattia? La via crucis, di solito, comincia con la diagnostica a pagamento. Esperienza comune, quella del medesimo esame che il pubblico offre in 8/12 mesi e il privato il giorno dopo a pagamento, magari nella stessa struttura. Là, immediatamente il destino del malato biforca le sue direttrici: sommersi e salvati si definiscono sulla base di una Tac e di una carta di credito. In alternativa il “viaggio al termine della notte” può iniziare con l’ingresso al Pronto Soccorso, un locale generalmente scassato e insalubre, che ti accoglie senza troppi infingimenti, rivelandosi subito per ciò che è. Il Pronto Soccorso della Campania non è più un mero presidio sanitario – è piuttosto un luogo dell’anima e del destino, anzi, un “non luogo” che ha perso le caratteristiche di pronto intervento ed è diventato tante altre cose: dispositivo di selezione, appendice senza letti che allarga abusivamente la capacità di ricovero, parcheggio per utenti su cui pendono decisioni irrevocabili. Pudicamente etichettato OBI (osservazione breve intensiva), con il retrogusto ironico di una “osservazione” che non sarà “breve” e meno che mai “intensiva”. Per il sociologo può rappresentare una specie di cartina di tornasole attraverso cui leggere la disgregazione della società meridionale. Per il filosofo, un occasione di meditazione sulla caducità dell’esistenza umana. Perchè al Pronto Soccorso si accede liberamente, ma un volta dentro, l’evoluzione di quella destinazione è totalmente ignota, dipendente da un intreccio di cause e condizioni assolutamente non governabile: saloni, corridoi, sedie e lettighe possono rimanere occupati per giorni, dentro un clima caotico, isterico, tra personale cronicamente sottodimensionato (150 milioni di ore di straordinario richieste solo quest’anno!), medici, infermieri e Oss che danzano come formiche impazzite in mezzo a un’umanità derelitta di malati e parenti che stazionano in questo girone, supplicando e minacciando. I morituri vanno sbattuti a casa il prima possibile, per non compromettere le statistiche; gli altri sono in gioco, nella grande lotteria quotidiana di questo o quel letto che può liberarsi, anche a 20 km di distanza.

La noncuranza con in cui trattiamo le questioni malattia/salute, il modo in cui stiamo affrontando l’invecchiamento galoppante della popolazione, è assolutamente incomprensibile, oltre che irresponsabile.

Le dinamiche demografiche del paese e il grande tema delle non autosufficienza, dovrebbero essere al centro di ogni programma e intervento di governo: per semplice calcolo statistico nessuna famiglia sarà esclusa, nel corso dei prossimi anni, dall’attraversamento di questi terreni minati. Il problema è che le classi dirigenti nostrane – la pseudo borghesia italiana senza storia e senza ruolo – sono abituate a trovare ogni risposta nel privato. E’ per quello che c’è così scarsa preoccupazione per il “regionalismo differenziato” che le regioni del nord stanno contrattando in queste settimane, e che tutti sanno rappresenterà la tomba finale dei sistemi sanitari delle regioni del sud.

Ma come siamo arrivati a questo degrado?

E’ necessario interrogarsi bene su cosa è successo negli ultimi 20 anni, in questo paese, perchè questa è una nazione senza memoria collettiva, un grande malato d’Alzheimer facile da interdire. E allora ricordiamoci che l’Italia è da molti lunghi anni in avanzo primario. Avanzo primario. Non è un dettaglio macroeconomico. Vuol dire concretamente che la società ha prodotto più ricchezza, fiscalmente prelevata, delle equivalenti prestazioni sociali di cui ha goduto. E questo anno dopo anno. Poi il debito cresceva lo stesso, perchè sfortunatamente le leggi reali dell’economia sono testardamente irriducibili alla teologia dogmatica impartita alla Luiss o alla Bocconi. Ma di fatto, la società italiana, virtuosamente, dava più di quello che prendeva. A questa materialissima realtà fatta di numeri e segni meno, corrispondeva una pesante operazione ideologica mirante a farci sentire parassiti e cicale. Troppo welfare, troppi sprechi, troppa generosità – e anche se la spesa sociale procapite era in calo costante, tra le più basse dell’area Ocse, le siringhe costavano sempre troppo, con la diagnostica si esagerava, per non parlare poi dei baby pensionati, delle assunzioni abusive, dei furbetti del cartellino… Insomma: un popolo di formiche abbacchiate, veniva descritto come dedito a pantagrueliche crapule collettive, beoni e mangiatori folli, dissipatori dei beni comuni. La costruzione dell’ethos dell’”uomo indebitato” è stata necessaria a tenere in piedi questa colossale bugia sociale e di classe. La creazione della colpa – anonima, collettiva, come una mannaia (poveri neonati, che nascono con 30.000 euro di debiti!) – doveva servire a tenerci bassi, morigerati e disciplinati. Tra parentesi, è più o meno il medesimo approccio che stanno usando sul tema del reddito: la povertà è una colpa, devi emendarti con un adeguato stile di vita, il reddito garantito sarà una provvisoria e parzialissima sospensione della pena a patto che il Tribunale di Sorveglianza (i centri per l’Impiego) certifichi la tua disponibilità a redimerti dalla colpa originaria.

Ideologie colpevolizzanti, aziendalizzazione e tagli selvaggi

Ecco perchè i pronto soccorso sono strapieni di lettighe cariche di vecchi abbandonati. E’ perchè abbiamo creduto alle loro ignobili bugie, alle loro statistiche farlocche, abbiamo creduto alle favole sulla scarsità delle risorse pubbliche nell’epoca di massima esplosione della ricchezza privata. Abbiamo creduto alla leggenda di un popolo di dissipatori non meritevoli neanche di morire in un letto di ospedale.

Bisognerebbe prendere la signora Lagarde o il sig. Moscovici o la cara Emma Bonino (che immaginiamo non abbia affrontato i suoi guai oncologici passando per le forche caudine della sanità dei poveri) e costringerli a trascorrere una bella giornata in un pronto soccorso di Napoli, Avellino, Aversa o Torre del Greco. Obbligarli a parlare con la gente. Presentare la realtà così com’è: eccole qui, le cicale dell’indebitamento italiano, ecco le Caterine, le Carmele e le Marie, con le calze nere e le gambe storte, con al braccio un sacchetto della spesa e una bottiglietta d’acqua, e a fianco una barella con un marito ultraottantenne che piange, cateterizzato, con l’ossigeno e qualche piaga sporca; eccole lì che cercano con lo sguardo implorante un sanitario e pregano Padre Pio che si liberi un posto, un posto qualsiasi che le tolga da quel camerone di pronto soccorso – un cesso per 50 malati -, cercando mentalmente di enumerare amici e conoscenti, per ricordare se hanno un qualche santo in paradiso che può agevolare l’uscita dal purgatorio. E dopo qualche giorno così odi tutti – odi gli stranieri, odi gli irraggiungibili ricchi, odi quelli più poveri di te che sono tuoi competitori – e tutto questo odio non trova sbocco, diventa livore sordo, invettiva contro il destino umano, e invece è solo il risultato di una colossale ritirata degli investimenti pubblici in questo paese, iniziata quando gli illuminati gestori della transizione post-prima repubblica, ci consegnarono tutti, noi, le nostre vite e il bilancio dello Stato, alle delizie del mercato globale.

Abbiate il coraggio di guardare, quei pronto soccorso strapieni di un’umanità sconfitta. Tra i lamenti dei malati, e oltre, nelle periferie gomorizzate, nelle campagne della malamodernizzazione del nostro sud, nei “paesi dell’osso” dell’appennino svuotato e senza anima, lungo l’asse di un paio di generazioni senza reddito e senza futuro, si avverte in sottofondo, minaccioso, l’urlo belluino della modernità: Guai ai poveri! Guai a voi.

E non c’è posto per arcaici razzismi, in questa maledizione sociale : stranieri e italianissimi, guai a voi tutti indistintamente, popolazione eccedente e improduttiva, zavorra umana, non abbiamo posti letto per le vostre vecchiaie luride, non abbiamo soldi neanche per i vostri pannoloni. Possiamo solo trasformare quei Pronto Soccorso eternamente intasati, nei nuovi lazzaretti in cui la società stocca i suoi esuberi in attesa dello smaltimento.

Uno sceneggiatore dell’assurdo, ci vorrebbe. Uno bravo. E anche un regista visionario. Dovrebbero inventare una trama per un film apocalittico-metaforico. All’improvviso – colpa di un esperimento dall’esito incontrollato – i malati, soprattutto i più vecchi, soprattutto i moribondi, si alzano tutti dalle loro lettighe, caracollanti, insensibili, zombi della vendetta sociale. Nonostante le pistolettate delle guardie giurate, arrivano negli uffici dei direttori sanitari, li uccidono e ne dilaniano i cadaveri. E poi imperversano nelle aree ospedaliere, e poi fuori nei quartieri, finalmente liberi dai bomboloni di ossigeno e dalle inutili flebo; e arrivano fino agli assessorati regionali alla sanità, agli uffici pomposi dei “governatori”, dove esercitano una giustizia cieca e sommaria. E poi si mettono in marcia in autostrada, lenti e inesauribili, verso i palazzi romani, con un vago istinto di vendetta, mormorando minacciosi tra le labbra, le parole segrete della loro furia: Fiscal Compact, Maastricht, Patto di stabilità…

I nostri vecchi. Le nostre vecchie storie. Da Napoli a Potenza a Reggio Calabria, giù fino ad Atene, in nome di Dio: ma come abbiamo potuto permettere tanto abbandono? Come abbiamo potuto consentirlo?

Sette intuizioni dai dati di Deutsche Bank

 Michael Mash Yasmin Osman handelsblatt.com 1.1.19

Restano vecchi bambini preoccupati, sorprendono i nuovi addetti alla gestione del contante e gli scandali dovrebbero finire. Cosa rivela ancora il risultato annuale sullo stato di Deutsche Bank.

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Francoforte Raggiunti tutti gli obiettivi e investitori e analisti hanno tuttavia deluso: questa è la conclusione mista del grande giorno di paga di Deutsche Bank . Questo venerdì alle sette, la più grande banca nazionale ha pubblicato i dati per l’anno 2018. Alle otto in punto, l’amministratore delegato Christian Sewing e il CFO James von Moltke hanno parlato con gli analisti. Alle dieci in punto, il team di gestione della banca ha risposto alle domande dei giornalisti.

È stato uno dei giorni più importanti di Sewing da quando è passato alla testa della Deutsche Bank all’inizio di aprile . Per la prima volta ha presentato il risultato di esercizio e ha dovuto convincerli che il suo corso di riabilitazione che conduce alla meta, e la banca non è in una fusione con gli investitori, i clienti e il pubblico Commerzbank deve fuggire.

Dopotutto, come promesso, la banca ha realizzato un profitto dopo tre anni consecutivi , anche se i 267 milioni di euro solo per un rendimento minimo del capitale netto dello 0,5%. È stato inoltre rispettato l’impegno di Sewing a tagliare i costi inferiori ai 23 miliardi di euro.

Dai numeri e da quello che hanno detto i migliori banchieri o da quello che non hanno detto, si possono ottenere alcune intuizioni. Questi sono i sette più importanti:

1. Le speculazioni sulla fusione sono lontane dal tavolo

Deutsche Bank ha una sua domanda: si fonde o non si fonde? Per tutto il giorno, il CEO non ha preso né la parola acquisizione, né la fusione, Commerzbank in bocca. Invece, ha sottolineato che si stava attenendo al suo piano di ripristinare la banca da solo. “Abbiamo il nostro piano e lo lavoriamo, non mi preoccupo di nient’altro”, ha detto Sewing. Per la prima volta nel 2018, dopo tre anni di perdite consecutive, c’era almeno un ritorno sui guadagni.COMMENTOIl capo della banca tedesca Sewing sta esaurendo il tempo

Cucire vede questo come conferma che l’istituto è sulla “strada giusta”. Tuttavia, l’amministratore delegato non ha voluto ripetere la formulazione dello scorso autunno che la banca farà i compiti entro i prossimi 18 mesi e che non ci saranno grandi cambiamenti strategici.

L’agenzia di rating Scope giunge alla seguente conclusione: i numeri della Deutsche Bank “non erano rassicuranti, una fusione significherebbe alcune difficoltà intrinseche, ma non insormontabili, e sarebbe gravata da incertezze. Ma con un po ‘di controllo intelligente e paziente, una fusione avrebbe una ragionevole possibilità di successo. L’economia più forte d’Europa ha diritto ad almeno una banca con solidi dati economici e finanziari “.

2. La banca difende ironicamente i suoi obiettivi di rendimento

Anche se quasi nessun analista ritiene che ciò possa avere successo: il Board of Management si attiene al suo obiettivo di rendimento del 4% quest’anno. Per fare un confronto: nel 2018, il rendimento del capitale tangibile era dello 0,5%. Cucire ammette che il salto al quattro percento “a prima vista sembra grandioso e non fattibile”.

Spiega anche perché ci crede ancora: circa 2,5 punti percentuali in più dovrebbero contribuire al successo del risparmio. Inoltre, l’aliquota d’imposta era anormalmente elevata lo scorso anno e dovrebbe normalizzarsi.

Inoltre, la Banca intende ridistribuire parte dei suoi fondi parcheggiati con la BCE a bassi tassi di interesse in titoli sicuri e liquidi. Allora saresti a tre punti percentuali e quindi già al 2,5 percento, che detiene gli analisti per la credibilità.

Il resto del resto è il ricavato di Sewing, in particolare dalla banca di investimento. “Ma è anche chiaro che se tornassimo nel clima di mercato estremamente ostile del quarto trimestre, ciò sicuramente metterebbe in discussione la nostra pianificazione”, ha concluso. Se il vento contrario dei mercati fallisce, deve essere salvato ancora più difficile, chiarito da von Moltke nella chiamata dell’analista.

3. Deutsche Bank può salvare

Per il 2018, Sewing non solo aveva promesso agli investitori un profitto, ma voleva anche abbassare i costi rettificati a 23 miliardi di euro. Migliaia di posti di lavoro dovrebbero essere eliminati e il numero di dipendenti inferiore a 93.000. Entrambi gli obiettivi che il CEO ha superato. Il costo era di 22,8 miliardi di euro e la forza lavoro è scesa di 6000 dipendenti a tempo pieno a poco più di 91.700.DATI AZIENDALILa Deutsche Bank rimane solo un mini-profitto: l’analisi

Entro la fine del 2019 dovrebbe essere “ben al di sotto di 90.000”. Gli obiettivi di risparmio hanno rafforzato la cucitura ancora una volta. I costi rettificati ora dovrebbero scendere a 21,8 miliardi di euro, rispetto ai 22 miliardi di euro precedentemente. Certo, il sovraffollamento degli obiettivi non lo è. La Deutsche Bank ha promesso forti risparmi molte volte in passato, ma in passato le sue esigenze venivano ripetutamente perse.

4. Con un business stabile puoi guadagnare denaro

Non deve sempre essere il commercio di titoli. Un’altra sorpresa positiva nel quarto trimestre, altrimenti triste, è stata la banca delle operazioni, in cui Deutsche Bank raggruppa transazioni quali operazioni di pagamento, finanza commerciale o custodia e custodia.

Ha anche guadagnato più degli analisti con quasi un miliardo di euro. Non c’è da meravigliarsi se la banca intende concentrare i propri investimenti in nuove tecnologie sulla banca delle operazioni e sull’attività valutaria all’interno della divisione corporate e investment bank. “In questi campi, le piattaforme potenti saranno cruciali per il successo a lungo termine”, afferma Sewing. E ovviamente non vuole essere battuto da nessun concorrente.

5. La banca d’investimento continua a preoccuparsi

Sebbene il successo della banca delle operazioni sia registrato nell’area delle operazioni bancarie aziendali e di investimento, il settore rimane comunque un problema per gli investitori. Soprattutto, il commercio di titoli a reddito fisso – una volta che la disciplina principale di Francoforte – si sta indebolendo. Lì, i ricavi sono diminuiti del 23 percento a 786 milioni di euro. Il settore dell’investment banking nel suo complesso, che comprende non solo il trading ma anche l’attività di consulenza nelle fusioni e acquisizioni e il supporto dei clienti, ad esempio nelle offerte pubbliche iniziali, ha subito perdite significative per l’intero anno.

I guadagni sono diminuiti di oltre un miliardo a circa 13 miliardi di euro. Prima delle imposte, erano rimasti solo 530 milioni di euro, la metà di un anno fa. Alexandra Annecke, fund manager di Union Investment, considera la Deutsche Bank di conseguenza critica: “La debolezza dell’investment banking è sfacciata. Qui deve finalmente essere in grado di fermare le perdite della quota di mercato. Gli investitori hanno bisogno di un respiro lungo. Il turnaround sta ancora arrivando. “

6. Progressi nei rischi legali

Gli scandali fanno male agli affari e gli affari del passato sono costati alla banca molti miliardi. Questo dovrebbe essere finito. Dalla presentazione del vicepresidente Karl von Rohr si può leggere che attualmente la finanziaria non prevede ammende drammatiche. Dei 20 casi legali più pericolosi, che rappresentavano il 90 per cento delle disposizioni lucrative, la banca ne ha completati 19 in tutto o in parte.

Recentemente, il rapporto commerciale di Deutsche Bank con Danske Bank , coinvolto in un enorme scandalo di riciclaggio di denaro, ha fatto notizia. Inoltre, il procuratore di Francoforte ha effettuato un raid media-efficace sulle accuse di riciclaggio di denaro in relazione ai “Panama Papers” a fine novembre.Iclienti delleFILIALI DI DEUTSCHE BANKritirano denaro da DWS – i profitti scivolano via

La banca è convinta in entrambi i casi di non aver nulla da incolpare, il che potrebbe costare un sacco di soldi. “A tale riguardo, non abbiamo formato alcuna disposizione per Panama Papers né Danske BankEstonia o passività potenziali. E anche dopo il raid del riciclaggio di denaro del procuratore di Francoforte, la banca “dopo circa due mesi di ricerca, nessuna prova di condotta scorretta della banca o dei nostri dipendenti”, ha detto von Rohr.

7. Ci sono ancora dei bonus per i membri del consiglio di amministrazione

Nell’ultimo anno, i pagamenti dei bonus per dipendenti e dirigenti sono stati ancora più eccitanti. Dopo una serie di aspri commenti da parte dei politici, il consiglio di amministrazione ha deciso di non pagare alcuna remunerazione variabile in vista della terza perdita consecutiva.

“Non era una questione per il consiglio di accettare i bonus in caso di perdita”, ha detto Sewing in retrospettiva questo venerdì. Questo ha qualcosa a che fare con l’atteggiamento e la decenza, ha detto il manager. “La situazione è diversa a causa del profitto di quest’anno”, ha aggiunto. Alla fine, ovviamente, decidere i bonus per il top management del consiglio di vigilanza.

A rigor di termini, la giornata contiene anche un’altra ottava intuizione pronta: ma ciò non viene dalla metropoli finanziaria di Francoforte, ma da Berlino. Nello specifico, dal ministro federale dell’Economia Peter Altmaier (CDU). Elenca nella sua “Strategia industriale nazionale 2030” quelle società il cui successo permanente secondo il suo ministero è di importanza nazionale per la Germania . Siemens è uno di loro e Thyssen Krupp, ma anche Deutsche Bank.

La Commerzbank, in cui il governo federale detiene almeno il 15 percento, manca. Ma forse Altmaier ha anticipato solo la fusione che era così ironicamente silenziosa nelle torri gemelle della Deutsche Bank questo venerdì.


Gianluigi Paragone: ‘Le banche calpestano le persone e Libero le ha sputtanate’

silenziefalsita.it 2.2.19

Paragone-Libero

“C’è un potere bancario, anzi un’arroganza bancaria che distrugge la dignità delle persone. Persone come Roberta, malata di SLA che sta per essere sfrattata. Ma quasi nessuno ne parla”.

Lo ha affermato Gianluigi Paragone in un post pubblicato sulla propria pagina Facebook.

“Tante volte ci siamo arrabbiati con il quotidiano Libero, però oggi voglio dire complimenti perché ha raccontato la storia di Roberta, una delle tante storie presenti in questo paese. Storie di gente che è sloggiata dalle proprie abitazioni, magari con anziani, minori, bambini, con gente malata” ha proseguito Paragone.

“C’è un potere invisibile, che è il potere bancario, e mi verrebbe da dire arroganza bancaria che cancella la dignità delle persone. Avrebbe potuto raccontare che stiamo facendo molto per queste persone, perché il 560 cioè la causa di questi sloggi, la stiamo cancellando nel decreto semplificazione, ma non voglio fare propaganda” ha spiegato.

“Tutti gli altri giornali non hanno il coraggio di sputtanare le banche perché sono le protagoniste di questa storia, hanno piena responsabilità e mettendo in prima pagina questa storia le banche devono un po’ vergognarsi. Leggendo questo articolo, si trovano le responsabilità di una banca, l’arroganza di un dirigente che rifiuta alla povera Roberta malata di SLA, di rientrare nel debito” ha ribadito il giornalista.

La donna infatti, prima di ammalarsi, aveva contratto un mutuo con Unicredit “al fine di aprire un bar-tabaccheria ipotecando il suo appartamento” ma Unicredit “ha rigettato qualsiasi proposta transattiva presentata da Roberta”, ha raccontato l’esponente pentastellato sottolineando che “ci vuole coraggio per raccontare queste storie”.

Gli altri giornali non raccontano queste storie perché “hanno il potere finanziario, il potere delle banche nella propria pancia, e ci vuole coraggio per sfidare le banche, come lo abbiamo avuto noi, e dire che il 560 lo cambiamo” e “se c’è ancora un po’ di dignità nel mondo bancario, si prendano in carico queste e tante altre storie” ha concluso.


Ecco verità e bufale sul signoraggio. Parola di ex Bankitalia

startmag.it 2.2.19

L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia, per 40 anni in Bankitalia dove è stato anche segretario particolare del governatore Antonio Fazio

 

Nel contesto della crescita di informazioni tipiche dello sviluppo di «post-verità», è tornato in discussione, dopo una trasmissione televisiva su Rai 2 e a motivo di una scheda presentata in tale trasmissione, il tema del cosiddetto «signoraggio», come se non bastassero le gravissime approssimazioni di carattere complottistico sul franco Cfa, pronunciate dal vicepremier Luigi Di Maio. Come si può leggere nel sito della Banca d’Italia il «signoraggio» consiste nel flusso degli interessi che è generato dalle attività possedute in contropartita della messa in circolazione delle banconote e, più in generale, della base monetaria che comprende altre forme di emissione di moneta. Esercitando le funzioni di politica monetaria, le Banche centrali conseguono un reddito detto, appunto, monetario.

Originariamente, il «signoraggio» era dato dalla remunerazione del servizio che lo Stato prestava a chi portava dell’oro alla Zecca, per esempio, per far coniare una moneta. Con l’affermazione della carta-moneta e dell’attribuzione alle Banche centrali delle attribuzioni in materia di emissione, circolazione e distruzione delle banconote, il «signoraggio», nei termini anzidetti che vedono, da un lato, il costo di produzione delle banconote e, dall’altro, gli interessi come sopra generati, è di spettanza delle stesse Banche centrali.

La funzione di emissione è stata conferita a esse, proprio perché non può stare nelle mani del «principe» la decisione sulla spesa, sull’entrata e sulla creazione di banconote: deve sussistere, come la storia ha insegnato, un rapporto istituzionale di dialettica tra i suddetti soggetti. Nei bilanci, le Banche centrali hanno al passivo il valore delle banconote e all’attivo le attività che fruttano interessi (per esempio, per i prestiti erogati alle banche ordinarie, per l’acquisto di attività finanziarie, titoli e valute estere, etc.). Nel nostro caso, il reddito monetario, in base al Trattato Ue, viene conferito al Sistema europeo di banche centrali, con alla testa la Bce la quale, a sua volta, lo ridistribuisce alle Banche centrali nazionali secondo la percentuale della loro partecipazione alla stessa Bce.

Il reddito in questione è fondamentale per l’autonomia e indipendenza di questi Istituti e per l’attività svolta per la tutela del valore della moneta, nonché, più in generale, per la stabilità monetaria. Ma relativamente a tale introito, come agli altri redditi derivanti da investimenti non connessi alle funzioni di politica monetaria, la Banca (nel nostro caso Bankitalia) è soggetta al pagamento di imposte sulla base del bilancio annuale. Più in particolare, per quel che riguarda gli utili annuali, detratti, al massimo, il 20% per la riserva ordinaria, nonché una quota fino alla misura massima del 6% per i partecipanti al capitale e, fino al massimo del 20%, per la riserva straordinaria ed eventuali altri fondi speciali, l’ammontare restante è devoluto alla Stato (in generale, a seconda degli esercizi, l’introito complessivo del Tesoro può variare, come fin qui si è verificato, tra i 3 e i 4 miliardi).

Ciò rappresenta il bilanciamento di un reddito (monetario) che mira a soddisfare una pluralità di esigenze, tutte rispondenti a un interesse pubblico, da ultimo sulla base anche dell’accennata disciplina europea, come riconosciuto dalla Cassazione, sulla quale lo Stato è impegnato. Non è negativo, dunque, parlare di «signoraggio», né si può pretendere che le Banche centrali non siano criticabili: tutt’altro. Un’interlocuzione dialettica può essere anche utile. Bisogna, però, farlo, se si ritiene di svolgere questa funzione critica, con argomentazioni serie, avendo approfondito la materia. Naturalmente, il tema del ruolo delle Banche centrali è molto più ampio. Si tornerà, a breve, sul divorzio consensuale Tesoro-Banca d’Italia, che pure viene richiamato, impropriamente, nel dibattito confuso sul «signoraggio».

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

12 persone più o meno note che hanno fatto cose belle per Milano

Da Andrea Zoppolato -20/02/2018 milanocittastato.it

A Milano non ci si può sentire realmente realizzati senza apportare qualcosa di positivo alla città. Ci sono tanti milanesi che alla luce del sole o sottotraccia fanno cose belle per Milano. Tra i molti ho scelto di parlare di questi dodici. Unico punto in comune: aver fatto qualcosa di buono per Milano. Li presento in rigoroso ordine alfabetico.

12 persone più o meno note che hanno fatto cose belle per Milano

#1 Paola Bacchiddu 

Giornalista sarda appassionata di politica e di polemiche. Ma soprattutto innamorata persa di Milano: durante il suo soggiorno forzato a Roma non perde occasione per ricordare la superiorità di Milano sulla capitale in ogni campo (esclusi i monumenti, ci tiene a precisare).
Giornalista precaria, e si vanta di questo, è apparsa praticamente su tutte le testate in circolazione e non esiste politico a cui non abbia fatto tremare la mascella con i suoi pezzi dissacranti.
A Milano è stata tra i fondatori de Linkiesta, una delle iniziative editoriali più stimolanti dell’ultimo decennio.

Paola Bacchiddu

Paola Bacchiddu Io sono innamorata di Milano. E sono fedele! 

#2 Stefano Boeri

Il presidente della Triennale non perde occasione di magnificare Milano con i suoi progetti apprezzati in tutto il mondo. Su tutti svetta il Bosco Verticale che ha dato un tocco di geniale originalità al nuovo skyline milanese ed è diventato fonte di ispirazione per architetti e urbanisti internazionali. Tra i suoi altri progetti per rinnovare Milano ci sono i raggi verdi e il bosco metropolitano. Appena nominato in Triennale ha proclamato subito di voler trasformare il Sempione in un parco delle culture. 

Stefano Boeri ha condiviso il post di La Triennale di Milano.
🙂

)) grazie di cuore, ce la metterò tutta 

#3 Gilda Bojardi

Una delle domande più gettonate a Milano è: ma chi ha inventato il Fuorisalone? La risposta è una avvocatessa straripante di idee, storica direttrice della rivista Interni, che per aver creato il Fuorisalone nel 1990 ha ricevuto l’Ambrogino d’oro nel 2007.

#4 Marco Cappato

E’ stato definito l’unico consigliere comunale di Milano che si occupa di problemi universali. L’erede naturale di Pannella grazie alla sua lotta per l’eutanasia di DJ Fabo, che sta pagando con un procedimento penale, è riuscito dopo secoli di chiacchiere a fare approvare dal Parlamento italiano una legge sul biotestamento. Alfiere della libertà individuale, tra i suoi desideri c’è quello di introdurre a Milano principi di democrazia diretta, tra cui la possibilità di poter fare votare al popolo anche referendum su tematiche fiscali.

Marco Cappato

“quando si ritiene che la legge non sia all’altezza della morale, non si scende in piazza mascherati sfasciando vetrine e bancomat, si fa molto di più: si mette sul piatto la propria libertà per ottenere la libertà di tutti”

#5 Lorenzo Castellini/Beniamino Saibene (Esterni)

Da più di vent’anni l’impresa culturale Esterni fa rima con creatività interamente made in Milan. Tra le loro iniziative più note ci sono Cascina Cuccagna, il Public Design Festivale il Milano Film Festival, festival diffuso unico nel panorama non solo italiano.

#6 Manfredi Catella

Ha un’aura quasi mitologica. Difficilissimo incontrarlo di persona, su di lui circolano leggende di ogni tipo. Si dice sia l’incarnazione meneghina di Gordon Gekko, così come non si è ancora capito quale lato della forza abbia abbracciato.
Porta Nuova ha rivoluzionato in modo geniale l’urbanistica della città. La sensazione è che in futuro sarà sempre più protagonista nella società milanese.

#7 Daniela Cattaneo

Una autentica imprenditrice culturale, tra le più innovative non solo di Milano, capo della sua società di produzione quasi tutta al femminile: h Films. C’è la sua mano dietro a iniziative che fanno lustro a Milano, tra cui Book CityPiano City o Base Milano. Ultimamente si sta estendendo al resto d’Italia, molto attiva in particolare a portare più Milano in terra di Sicilia. 

#8 Giuseppe Guzzetti

Uno di quegli uomini in grado di forgiare la storia senza apparire sulla scena. Dal 1997 è il superpresidente di Cariplo, una delle fondazioni più potenti d’Europa ed è considerato il “Padre” delle fondazioni bancarie italiane. L’organo centrale della Fondazione prende il nome di Commissione Centrale di Beneficenza e ogni anno finanzia mediamente più di 1000 progetti per un valore di circa 150 milioni di euro a stagione.

#9 Maria Grazia Mattei

Chi non ha mai partecipato a uno degli incontri di Meet the Media Guru? Da oltre dieci anni l’effervescente pisana porta a Milano esponenti internazionali della cultura digitale. Commissario della commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo sta lavorando su un progetto destinato a diventare un punto di riferimento per il futuro digitale di Milano. 

#10 Alessandro Morelli

Salviniano di ferro, eppure quello che ha fatto più di valore a Milano è all’insegna della collaborazione al di là degli steccati. Da assessore della giunta Moratti ha coinvolto associazioni di ogni parte politica. Da consigliere si è battuto per iniziative multipartisan, tra cui quella per salvare il Vivaio Riva, per la riapertura dei Navigli e l’istanza fatta approvare in Giunta per Milano Città Stato: primo passo del Consiglio Comunale per Milano Città Stato.

#11 Giangiacomo Schiavi

Sul Corriere della Sera gli articoli più ottimisti su Milano sono spesso i suoi. L’ex vicedirettore di Via Solferino è da sempre in prima linea quando si tratta di valorizzare quanto di buono emerge nella cronaca cittadina. Tra i suoi ultimi articoli c’è quello che riprende il gesto eroico di Lorenzo Pianazza, il diciottenne che ha salvato un bambino caduto sui binari della metropolitana. Nel 2007 a bordo di un camper, è andato tra i quartieri di Milano per raccontare come vivono i cittadini, nello stesso anno ha vinto l’Ambrogino d’Oro ed è un grande supporter di una Milano amministrativamente autonoma.

#12 Andree Ruth Shammah

bagnimisteriosi - Teatro Parenti
bagnimisteriosi – Teatro Parenti

Ha in pugno lo scettro di Strehler. Personaggio dall’esuberanza dannunziana, completamente affrancata da stereotipi e ideologie, spadroneggia sulla scena culturale milanese riuscendo a unire mondi lontanissimi. Impossibile non amarla nella sua tracimante generosità, specie per i più giovani, e nella sua verve creativa. Grazie a lei il Teatro Franco Parenti è diventato uno dei punti di riferimento della vita culturale e sociale della città e non esiste per lei alcun freno quando si tratta di fare qualcosa di valore per Milano.

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Articolo in memoria di Claudio De Albertis

Milano – la capitale migliore

Oliver Meiler tagesanzeiger.ch 12.1.19

Spesso ridicolizzato come brutto e nebbioso, Milano è ora considerata la città più vivibile in Italia. Il duello con Roma li vince con superiorità.

Vista libera sulle Alpi - e grattacieli: vista dalla guglia del Duomo di Milano.  Foto: Marco Brivio (Getty Images)

Vista libera sulle Alpi – e grattacieli: vista dalla guglia del Duomo di Milano. Foto: Marco Brivio (Getty Images)

Quando la nebbia si assesta su Milano, fredda e umida, e l’ovatta di tutti i sensi, il sud è già molto lontano. In inverno ci sono giorni in cui difficilmente si può vedere l’altro lato dell’unica sponda del Naviglio Grande, il grande canale, anche se a pochi metri di distanza. Per non parlare delle Alpi, che sono facilmente raggiungibili con tempo soleggiato. Gli approcci a Milano Linate, l’aeroporto della città, sono come tocchi di grigio. Anche la “Madonnina”, la città santa sulla cattedrale, che è altrimenti splendida sopra ogni cosa, scompare metà dell’anno nella nebbia. Milano è quindi completamente sola, lassù nel nord Italia, raggiunta nel suo mondo.

Ci sono italiani che affermano che Milano non è affatto l’Italia. L’Italia, che ama il barocco e il caotico ridicolo, inizia solo dopo il Po. Altri dicono che Milano sia un mix di nord e sud, mostrando agli italiani quello che potrebbero fare se lo volessero. Sempre un passo avanti, sempre all’avanguardia, in tutto. “La locomotiva” la locomotiva del Paese: dinamico, rigoroso, severi con se stessi, quasi protestante – ignorare l’eresia della Madonnina può. Solo Milano usa il grandioso potenziale creativo che si trova in Italia, questo senso di tutto ciò che è bello e delizioso, sistematicamente e anche arricchito con esso.

là dietro la svizzera (foto Andrea Cherchi (c) )

là dietro la svizzera (foto Andrea Cherchi (c) )

Una piccola consolazione

Nella parte meridionale del paese, le persone si sono consolate con il clima migliore, con il sole, qua e là con il mare. Negli stadi di calcio italiani da Firenze sud, le due squadre di Milano e che li accompagnano seguaci riceveranno ciascuno con il coro: “Solo la nebbia, da solo Avete La Nebbia” Solo la nebbia, avete solo la nebbia. È uno dei pochi bei cori che riecheggiano nelle cattive arene del Calcio. A sud è anche detto di essere appassionato di Milano non è bello, non nel senso classico, come le città d’arte erano belle: Venezia, Firenze, Roma. E la città non era così appassionata e vivace come Napoli e Palermo.

“Solo nebbia, hai solo la nebbia”, cantano negli stadi di calcio di Firenze sud.

Tutto vero, eppure questa è solo una piccola consolazione. Ora Milano ha preso un altro primato impossibile da lungo tempo considerato. Il quotidiano «Il Sole 24 Ore» lo ha scelto come città italiana con la più alta qualità della vita, e per la prima volta da quando ha creato questa classifica per 29 anni. Prima di Bolzano e Aosta. È noto che il valore di tali classifiche può sempre essere discusso. Naturalmente, la qualità della vita delle persone dipende non da ultimo dal fatto che abbiano abbastanza soldi per partecipare a tutte le grandi cose che la loro città offre.

Ma “Il Sole 24 Ore”, un serio business paper, entra nel dettaglio dei suoi studi. Analizza 42 indicatori, suddivisi in 6 temi principali: ricchezza e consumo, affari e lavoro, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, demografia e società, cultura e tempo libero. Milano non vince in tutte le discipline per l’ambiente, per esempio, non si sarà mai prima: se la nebbia e fumi mescolano smog spessore, il traffico deve sempre volte giorni di riposo di nuovo, poi segue male, i valori d’aria. Ma altrimenti?

Alto unitalienisch

Milano si è reinventata negli ultimi decenni, la si può vedere da lontano. Ha un nuovo skyline, massiccio e alto, molto unitalienisch, un nuovo volto. Le torri di vetro e acciaio nei quartieri City Life e Porta Nuova stanno urlando per la modernità, sono solo all’inizio. Gli architetti stellati sono stati attratti e investitori dall’Oriente: nella lunga crisi economica, non c’era abbastanza capitale italiano per i grandi lanci. Bosco Verticale, il grattacielo totalmente verde dell’architetto italiano Stefano Boeri presso la stazione di Porta Garibaldi, è diventato un simbolo di partenza.

Centro del futuro

Mentre le città classicamente belle d’Italia si stanno rannicchiate nel loro antico splendore e ammirate dalle folle di turisti, Milano sta costruendo nuovi quartieri, nuove linee della metropolitana, trasformando le fabbriche abbandonate in centri culturali e ristoranti, ristrutturando anche il vecchio sistema dei canali Navigli era pronta per guidare di nuovo.

Roma e Milano, “le due capitali d’Italia”, come vengono anche chiamate, le capitali politiche ed economiche del Paese, si stanno allontanando sempre più. Tutto ciò che Roma può fare, il rivale al nord può fare di meglio. Tranne naturalmente: antico. Milano era una volta una città industriale, ora è il centro della moda italiana, delle banche, dei media, del design, delle start-up. Il futuro Nelle università di Milano, molti studenti sono iscritti da tutto il mondo insieme con i giovani italiani, mentre il resto del paese ha un problema con la “fuga dei cervelli”, come viene chiamato l’esodo di talenti qui – la fuga di cervelli.

Quasi il venti percento degli stranieri vive a Milano, il doppio rispetto alla media nazionale. Ma la città apparentemente li integra facilmente. In nessun altro posto in Italia è più facile per gli stranieri costruire mezzi di sostentamento e avere successo che a Milano. E quelli che non possono farlo preoccupano decine di migliaia di volontari.

Il Milan ha vinto la scommessa

Dopotutto, la metropoli in Lombardia non è solo ricca e snob, è anche la capitale del “volontariato”, l’aiutante. Milano è governata da un ex manager. Il sindaco Giuseppe Sala aveva già eseguito Expo 15, l’esposizione mondiale. Era una scommessa, Milano l’ha vinta. Il socialdemocratico Sala è ora il sindaco più popolare in Italia, un amministratore competente e sobrio.

Il quotidiano romano La Repubblica ha scritto di recente: “Milano non è un paradiso, è finalmente parte dell’Italia. Ma se vogliamo ricominciare da capo, dobbiamo cominciare da qualche parte, e Milano è un buon posto per questo “. Più lode non lo è, da Roma a quel tempo. Solo la nebbia?


Il mistero della banca svizzera emersa in via Spadari: la storia e le immagini

In via Spadari angolo via Armorari è sparita l’insegna dell’Unicredit e, al suo posto, è emersa una vecchia e misteriosa dicitura:

vonwiller milano instragram zanattitudine

“ivanzenattitude#cordusio #milano #BancaVonwiller in via Cordusio angolo Armorari #banca #urban #urbanshot #milanodavedere #milanonascosta”

Non proprio questa: questa è la testimonianza instagrammata da Ivan Ortenzi, che ha voluto condividere con noi la storia delbanchiere Von Willer e di quello che ha fatto per Milano.

Qualche informazione per partire gliel’ha restituita l’articolo “Quegli svizzeri che contribuirono a costruire l’Italia” diDaniele Mariani, pubblicato nel 2011 sulle pagine digitali di Swissinfo.ch.

“[…] Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, nei primi decenni del XIX secolo la presenza svizzera era più forte nel Mezzogiorno […]” spiega Mariani, che prosegue: “Molti industriali elveticiseguirono le orme di Egg (Jean-Jacques Egg, giunto a Napoli nel 1812 con 100 famiglie zurighesi per creare a Piedimone d’Alife un cotonificio dotato dei primi telai meccanici; N.d.r), in particolare nel Salernitano, dove erano attive le famiglie Wenner, Züblin, Vonwiller, Meyer… Le loro manifattureerano tutt’altro che aneddotiche (il cotonificio Züblin e Vonwiller impiegava ad esempio ben 1500 operai) nel contesto economico non solo meridionale, ma anche mondiale. Tanto che Salerno era a volte soprannominata la «Manchester delle Due Sicilie»”.

Ed eccoci al nostro Vonwiller, fondatore dell’omonima banca i cui resti sono scarsamente visibili a meno che non ci si affacci dal primo piano del palazzo prospicente (all’angolo con via Armorari – la Piazza della Pinacoteca Ambrosiana, per intenderci), oppure si abbia un occhio particolarmente attente o, ancora, capiti tra le mani una cartolina del 1930, come questa  [continua dopo il salto]:

banca milano cartolina inizio 900
banca milano cartolina inizio 900

(Fonte: Flickr)

“[…] Nei capitali del Credito italiano figurano anche istituti di origine svizzera, come la Banca Vonwiller di Milano, la Kuster di Torino e la Banca commerciale di Basilea […]”, spiega il giornalista.

Chi era Vonwiller?

Il nome di un Vonwiller nelle nostre ricerche compare due volte.

La prima parla di un Davide Vonwiller legato alle figure di Federico Zueblin e di Alberto Escher per lo sviluppo delle filande del Ponte della Fratta, nel salernitano, a partire dal 27 marzo del 1829.

In quel giorno “i tre svizzeri incontrarono i tre fratelli Lanzara, noti costruttori locali, con i quali si parlò di un ambizioso progetto. I sei si recarono sulle sponde del fiume Irno, all’altezza di Pellezzano, per visionare i terreni del principe Doria di Angri e della Mensa arcivescovile di Salerno che, che nell’idea di Davide Vonwiller sarebbero confacenti al loro progetto. Il sopralluogo convinse tutti e una volta acquistati i terreni, Wonwiller si procurò velocemente tutti i permessi in modo che già ai primi di giugno i Lanzara poterono iniziare a costruire uno stabilimento di quattro piani da cui, in ottobre, uscirono i primi filati. La direzione generale della neonata filanda fu affidata a Federico Zueblin, quella tecnica al fratello Corrado mentre il terzo fratello, il giovane Gasper, si stabilì a Castellammare per coordinare sul posto la raccolta del cotone. A Vonwiller fu affidata la direzione della sede commerciale di Napoli e Eischel fornì tutte le macchine e le attrezzature per la produzione. Alle spalle di tutti vegliava Augusto Gruber, tedesco risiedente a Genova e da tempo finanziatore delle imprese del Vonwiller.”

Nel 1833 l’opificio svizzero contava già duecento dipendenti, produceva più di duemila quintali di filato. A 23 anni entra di scena, e pure in società, Corrado Vonwiller e il 7 aprile del 1835 fondò la “Schaepler Wenner & Co.”, “che raggiunse in breve tempo ottimi livelli di produzione, impegnando, tra Angri e Salerno, circa 1200 lavoratori […]
(Fonte: I briganti salernitani – Il Mattino via Facebook)”.

E Milano?

Googolando in rete, tra le immagini, non si può non rimanere affascinati dalle cartoline postali di inizio ‘900 che recano l’immagine del castelletto svettante accanto ai resti del maniero meneghino, in piena Piazza Castello. Souvenir di un tempo in cui i Vonwiller erano i nuovi signori di Milano.

Tuttavia, quella da sapere sui Vonwiller è una storia di banchieri e abili commercianticominciata nel 1819 con Nicolas Vonwiller, mercante di Burgdorf (Svizzera) che a Milano crea una banca commerciale che porta il suo nome.

Nel 1954, la famiglia Zanon di Valgiurata diventa azionista e, tredici anni più tardi, Morgan Guaranty Trust entra nel capitale: la banca diventa Banca Morgan Vonwiller. Dopo la fondazione della Morval, società di gestione patrimoniale in Svizzera (1974), nel 1989 la società di gestione patrimoniale diventa Banque Morval, dopo aver ottenuto una licenza bancaria (Fonte. Morval.ch).

Si svela così il nome del vero Vonwiller e di cosa svela il fascino di quella insegna emersa dopo decenni in via Spadari. Per chi volesse approfondire e fosse particolarmente fortunato, nel 2009 De Vecchi Editore ha pubblicato, di Vieri Poggiali, “Storia della Banca Morgan Vonwiller”; chi ne sapesse di più, può scriverci (info@milanocittastato.it) per proseguire questa storia di Milano ancora sconosciuta.

 

Siamo in Recessione Tecnica. La spiegazione dei liberali

Massimo Bordin micidial.it 1.1.19

Report1

Le analisi dei liberisti rivolte ad individuare le cause delle crisi economica o a proporre soluzioni, sono sempre state ridicolizzate su questo sito. Oggi però faremo un’eccezione, puntando i riflettori su un aspetto che alcuni della scuola liberal hanno indicato e che deve essere tenuto in seria considerazione.

L’economia italiana naviga a vista almeno dal 2008 ed è a rischio recessione in modo costante. Quando cresce, la crescita non sfonda mai veramente “con le vesti del boom”, ed i trimestri di calo – per quanto risicato esso sia – superano quelli con il segno più

La sensibilità della nostra economia ad eventi esterni è eccessiva e basta un rallentamento mondiale che esso si ripercuote sull’industria manifatturiera italiana mettendo in affanno il fatidico pil, cioè l’indice che misura la produttività di beni e servizi.

Chi difende il nostro sistema pone l’accento sulla capacità produttiva degli italiani a realizzare manufatti, ma in verità la manifattura italiana, che è la seconda d’Europa, da molto tempo non è più la base della produttività di un paese occidentale. Anche se amiamo pensarci come ad una fabbrica che fa tante belle cose, la nostra economia è soprattutto un’economia di servizi, come in tutti i paesi avanzati.

Secondo l’economista di Harvard Dani Rodrik, il picco è stato raggiunto nel 1980. L’industria “valeva” il 30,6% del Pil nel 1992 e il 21,8% nel 2016. Alla fine del XX secolo, l’industria occupava il 32% della forza lavoro, ma solo più il 26,6% nel 2015.

Per quanto riguarda in particolare il manifatturiero, il suo peso sul Pil è passato dal 23,9% al 16,3%, recuperando in parte il tracollo della Grande Recessione

Dunque, se la manifattura in Italia non pesa più del 20%, tutto il resto cos’è?

Si tratta sempre di aziende e società, ma non principalmente rivolte alla produzione industriale, bensì ai servizi all’impresa. Chi produce un frigorifero appartiene al mondo manifatturiero, chi lavora per il controllo di qualità o si occupa degli aspetti finanziari e fiscali o della logistica, no. Ed è proprio in questi settori che gli italiani sono rimasti al palo.

Le società che caratterizzano l’80% dell’economia italiana non sono innovative, spesso – come scrive sovente Michele Boldrin– sono troppo piccole e con produttività marginale bassissima. Le startup italiane, aggiungiamo noi, non raggiungono mai le dimensioni di Airbnb o di Uber. Come mai?  Eppure, le idee non mancano affatto, ma la mentalità “nanista” non viene facilmente superata. C’è stato un momento, negli anni Novanta soprattutto, che chiunque avesse un furgone di sua proprietà si considerava un imprenditore. Questa mentalità da “padroncino” è rimasta, ma se non fa danni quando ad averla è l’imbianchino  o il calzolaio, essa rischia di diventare un boomerang quando contamina anche l’agenzia di ingegneria informatica.

Il valore dei servizi professionali e scientifici chiamati high skilled in Italia è quasi inesistente ed i servizi finanziari non hanno ancora recuperato lo shock del 2008.

Il gruppo di liberali molto attivo online guidato da Michele Boldrin e Alberto Forchielli che sostiene la bontà di questa analisi non è comunque particolarmente apprezzato tra le fila dei liberali stesssi, come dimostra un editoriale della rivista RivoluzioneLiberale (qui). 

Il nanismo dell’impresa italiana, la mancanza di startup e lo scarso sviluppo dei servizi alle imprese sono senza dubbio  motivi di stagnazione dell’economia italiana. 

Nei prossimi report indagheremo le ben più importanti cause strutturali della recessione che i liberal, al solito, fingono di non vedere.

Minali (Cattolica Assicurazioni): “L’arrivo di Buffett ci inorgoglisce”

Franco Locatelli firstonline.info 2.2.19

INTERVISTA AD ALBERTO MINALI, Ad di Cattolica Assicurazioni – “L’investimento di Buffett in Cattolica va letto in un’ottica di lungo periodo ed è un segno di apprezzamento per una società cooperativa dinamica che ha saputo aprirsi al mercato senza rinunciare al voto capitario” – “Il suo ingresso ha innalzato l’attenzione verso di noi e se altri vorranno entrare nel nostro capitale saremo felici di accoglierli”

Minali (Cattolica Assicurazioni): “L’arrivo di Buffett ci inorgoglisce”

Veronese doc, poco più che cinquantenne, laurea in Bocconi, Alberto Minali ha passato tutta la sua vita nelle assicurazioni. Prima nelle Generali, dove è stato Direttore Generale, e in Allianz Ras e ora in Cattolica Assicurazioni, dove da meno di due anni è l’amministratore delegato. Il suo arrivo alla guida della compagnia veronese ha segnato l’avvio del grande cambiamento e dell’apertura al mercato della Cattolica. Ma all’inizio forse nemmeno Minali pensava che la sua compagnia avrebbe attirato l’attenzione di Warren Buffett, del mago della finanza mondiale che ha investito e chiesto di diventare socio della Cattolica.  “La scelta di Buffett – commenta Minali in questa intervista a FIRSTonline – è sicuramente un segno di apprezzamento per il lavoro fatto in questi mesi dalla Compagnia” che è finora l’unica società di assicurazioni in Italia nella quale la Berkshire Hathaway di Buffett abbia investito. Ma sentiamo da Minali come sono andate le cose e che prospettive apre per la Cattolica l’ingresso di un personaggio del calibro di Buffett che della Compagnia veronese è diventato il maggiore investitore.

Qualche settimana fa la General Reinsurance AG, società del gruppo Berkshire Hathaway di Warren Buffett, ha chiesto l’iscrizione al libro-socidi Cattolica Assicurazioni: ve l’aspettavate dopo l’acquisto di azioni che dall’anno scorso ne hanno fatto il primo azionista, o è stata una sorpresa anche per voi? 

“La scelta di Buffett è un sicuramente un segno di apprezzamento per il lavoro fatto in questi mesi dalla Compagnia. Siamo una società cooperativa dinamica, che ha saputo aprirsi al mercato pur senza rinunciare al voto capitario. È motivo di orgoglio per noi e per tutti i Soci che un investitore importante e di lungo periodo come Berkshire Hathaway voglia avvicinarsi stabilmente alla Compagnia e partecipare alla sua governance”. 

Perchè Buffett è tanto interessato alla Cattolica Assicurazioni? Ve lo ha spiegato? 

“L’investimento di Buffett va letto in un’ottica di lungo periodo: Cattolica è una società solida che si sta trasformando in una cooperativa ancora più innovativa, agile e reattiva ed è normale che i grandi operatori del mercato guardino a questa evoluzione. Mi piace sempre ricordare che il vero valore di un’assicurazione è dato dalle competenze e dall’esperienza delle sue persone: è un valore intangibile che però fa la differenza, come sanno bene in Berkshire Hathaway. Con loro abbiamo anche dei rapporti di natura tecnica e riassicurativa, a dimostrazione che il modello di business e il lavoro di Cattolica sono apprezzati da un grande player come Berskshire Hathaway. A ulteriore conferma di questo, ricordo che siamo l’unica assicurazione italiana nella quale hanno investito”.

Se al termine della prossima Assemblea un rappresentante della lista di Buffett entrerà nel CdA, quali saranno gli effetti sulla Compagnia? 

“L’introduzione della lista “di capitale” è parte delle modifiche di governance che hanno aggiornato il modello cooperativo di Cattolica alle esigenze del mercato, temperandolo e dando valore anche al capitale, perché senza capitale non si cresce. Come stabilito dall’ultima Assemblea, nel caso in cui un gruppo di investitori presenti una lista e questa sia votata dal 10% o dal 15% del capitale sociale, saranno eletti rispettivamente uno o due Consiglieri che potranno, dunque, partecipare alla governance della Compagnia. Al momento è ancora prematuro parlarne perché le liste devono ancora formarsi e al momento non è stata ancora espressa alcuna intenzione. In linea generale, avere dei consiglieri capaci e competenti è sempre di valore per ogni azienda”. 

L’arrivo di Buffett può fare da apripista verso altri investitori internazionali in Cattolica Assicurazioni? 

“L’attenzione verso Cattolica è alta, come dimostrano i riscontri che abbiamo nei roadshow internazionali con la comunità finanziaria e questo ci inorgoglisce perché significa che stiamo lavorando bene. Se altri vorranno entrare nel nostro capitale saremo felici di accoglierli. Certamente l’ingresso di Buffett nell’ottobre 2017 ha innalzato l’attenzione verso la nostra Compagnia. Questo ci dà ulteriori opportunità e ci spinge a fare sempre meglio”. 

Oltre all’arrivo di Buffett, il 2018 è stato un anno pieno di novità per la Cattolica con il nuovo piano industriale e la nuova governance, pur nella conferma del voto capitario e del regime di società cooperativa: per quest’anno quali saranno le maggiori novità in programma? 

“Come ricorda giustamente lei, abbiamo appena traguardato il primo anno di Piano Industriale. Siamo quindi fortemente impegnati a raggiungere i target al 2020, ambiziosi ma realistici, che abbiamo presentato a soci e azionisti. In primavera l’Assemblea dei soci avrà all’ordine del giorno il rinnovo dell’intero organo di governo societario: sarà compito del nuovo CdA raccogliere il testimone del CdA uscente, facendo tesoro della solidità di Cattolica per imprimere il proprio orientamento sulla vita sociale della nostra Compagnia e proiettarla verso le nuove sfide del mercato”. 

In Venezuela c’è in gioco il destino dell’impero americano

Emanuel Pietrobon – 2 Febbraio 2019 lintellettualedissidente.it

Prossima ascesa di un ordine multipolare? Stati Uniti in declino e pronti a collaborare con le grandi potenze emergenti? Ipotesi confutate dalla realtà dei fatti:Donald Trump sta mostrando al mondo intero che Washington è ancora capace di esercitare pressione e produrre destabilizzazione ovunque posi lo sguardoL’era Obama continua ad essere ricordata con nostalgia dall’opinione pubblica americana, ma non dal Pentagono e dai nuovi inquilini della Casa Bianca, che adesso stanno lottando contro il tempo per impedire l’ascesa del tanto discusso ordine multipolare e per eliminare le ultime sacche di resistenza anti-americana ancora esistenti nel mondo, rimasugli di una guerra fredda tanto lontana quanto vicina. L’agenda estera dell’amministrazione Trump è molto esplicita e non lascia spazio ad interpretazioni arbitrarie: l’obiettivo fino al 2020 (e oltre) sarà l’indebolimento della dotazione di potere e ricchezza di tutte le grandi potenze mondiali, nel tentativo di realizzare il sogno dei neoconservatori di dar vita al nuovo secolo americano.

Una lettura approfondita della recente storia statunitense sembra insegnare una cosa: i Dem esistono soltanto per perpetuare l’agenda dei Repubblicani. I fallimenti di Jimmy Carter in Medio Oriente, in particolar modo in Iran e in Afghanistan, hanno reso possibile la vittoria di Ronald Reagan, fautore del crollo del blocco sovietico grazie alla geopolitica della fede e alla corsa agli armamenti. I fallimenti di Bill Clinton, in particolar modo in Somalia e nell’emergente lotta al terrorismo, hanno reso possibile la vittoria di George Bush Jr., il regista della guerra al terroreAllo stesso modo, Barack Obama ha commesso una serie di errori che i neoconservatori non gli hanno perdonato e che hanno utilizzato per scrivere l’ambiziosa agenda del “Make America Great Again” che ha permesso a Trump di conquistare la presidenza.

Donald Trump

Come i suoi predecessori, Trump è chiamato a svolgere una missione molto ardua, simile per ambizione e rischiosità soltanto a quella di Reagan, ossia procedere ad una ritirata strategica laddove si prospetta una guerra infinita (Afghanistan) o eccessivamente costosa e comunque conducibile altrimenti (Siria), per concentrare gli sforzi sui teatri che realmente contano: Cina, Unione Europea, Russia, Iran

Sono queste le quattro potenze che maggiormente preoccupano gli eccezionalisti americani: la Cina perché è l’unico candidato realmente capace di sfidare (e magari vincere) l’impero americano, l’Unione Europea per via delle ambizioni universalistiche della Francia e del potere economico della Germania, la Russia perché sotto Vladimir Putin sta perseguendo un disegno di rinascita neoimperiale mirante a riportare sotto la propria influenza l’ex area sovietica, e l’Iran perché rappresenta una minaccia esistenziale per gli unici alleati i cui interessi contano davvero, ossia Israele e Arabia Saudita.

Non sarà né facile né rapido cancellare l’ottennato di Obama, che ha permesso a ciascuno degli attori suscritti di estendere la propria influenza nel mondo. Trump sa di avere poco tempo a disposizione, perché i sogni eurasiatisti di Putin lentamente si concretizzano, la nuova via della seta è un lavoro in corso, l’asse della resistenza di Teheran è più che forte che mai, e l’Unione Europea è un gigante economico che risponde agli ordini di Washington a fase alterne.

È in questo contesto di caotico disordine globale che si inquadrano le numerose iniziative diplomatico-strategiche di Trump: il supporto al populismo euroscetticonell’Unione Europea per rovesciare il blocco liberale a guida francotedesca, la guerra commerciale contro la Cina per indebolirne le capacità di dar vita alla nuova via della seta, la corsa al riarmo per spingere la Russia a ripetere gli stessi errori che causarono il collasso dell’Unione Sovietica, e una meticolosa e articolata strategia per il Medio Oriente mirante a far capitolare il regime rivoluzionario iraniano.

Osservando ciascuno di questi teatri e la strategia perseguita risalta una cosa: Trump sta avendo successo e chi sostiene il contrario ignora, o conosce poco, la realtà dei fatti oppure è semplicemente in malafede. Anche le pressioni per un cambio di regime in Venezuela, che non sono recenti bensì molto datate, si inquadrano nel contesto della lotta al nascente ordine multipolare. È proprio in questo paese, l’ultimo rappresentante della sinistra rivoluzionaria ed antiamericana insieme a Cuba e Nicaragua, che infatti si mescolano ed incrociano gli interessi di Cina, Russia, Iraned anche Turchia.

Nicolas Maduro

Porre fine al chavismo significa colpire ognuno dei paesi summenzionati, oltre che accelerare la caduta dei regimi sandinista (alle prese con una quasi-guerra civile) e castrista (soffocato da nuove sanzioni). Non sorprende quindi che tra i sostenitori di Maduro figurino proprio questi paesi, ognuno legato all’erede di Hugo Chavez per ragioni diverse, ma con un unico filo conduttore: avere una rosa avvelenata nel cortile di casa degli Stati Uniti.

La Russia e la Cina hanno infatti all’attivo numerosi accordi di cooperazione energetica ed economica con il Venezuela, il paese con le più ingenti riserve di petrolio del mondo, mentre per l’Iran è vitale una Caracas antiamericana in quanto testa di ponte per la penetrazione del subcontinente con uomini di Hezbollah sin dall’epoca ChavezFrancia e Germania hanno immediatamente seguito il volere di Washington, nel timore di una nuova stagione di faide commerciali e nella speranza che Trump cambi idea su di loro, spingendo per far riconoscere agli altri paesi dell’Ue Juan Guaidó come legittimo presidente.

Juan Guaidó

Ma in questo scontro periferico per l’egemonia globale è coinvolta anche un’altra potenza, sebbene se ne parli poco: il VaticanoL’attuale pontefice è stato eletto essenzialmente per un motivo: arrestare il processo di de-cattolicizzazione dell’America Latina eterodiretto da Washington. E nessuno, meglio di Francesco I, un nativo del posto e quindi profondo conoscitore delle dinamiche interne, sarebbe in grado di compiere tale missione. I posteri giudicheranno il successo del papa argentino nella lotta alla proliferazione delle sette evangeliche, ma nel frattempo è doveroso comprendere che la guerra d’informazione contro il Vaticano e gli scandali ad orologeria che stanno minando la credibilità di questo pontificato sono legati alla guerra di Trump al multipolarismo.

È infatti Francesco I ad aver spinto il Vaticano a lavorare seriamente per la costruzione di un ordine multipolare approfondendo le relazioni con l’Iran, sostenendo l’accordo sul nucleare ebenedicendo l’operato del presidente Hassan Rouhanicon la Russia, siglando uno storico accordo multitematico con il patriarca della chiesa ortodossa russa Cirillo I a Cuba; e con la Cina, siglando l’intesa per la nomina sui vescovi e pianificando la prima visita di sempre di un pontefice in Corea del NordTutto questo è avvenuto sullo sfondo degli attacchi costanti al populismo sovranista di destra, che curiosamente e ugualmente all’evangelicalismo atlantico difende l’identità giudeocristiana della civiltà occidentale ma critica duramente il Vaticano, e dell’appoggio alla morente sinistra antiimperialista latinoamericana.

Papa Francesco

Il Vaticano ha già messo in moto l’apparato ecclesiale venezuelano per provare a costruire un canale di dialogo tra esecutivo ed opposizione nella speranza di sortire lo stesso effetto della Colombia, dove il ruolo pontificio è stato essenziale nel raggiungimento degli accordi di pace del 2016 tra governo e FarcAllo stesso modo, anche Russia e Cina, affiancate da Messico e Uruguay, stanno adoperandosi per evitare un cambio di regime violento, scongiurare una guerra civile, proteggere Maduro e convincere l’opposizione a dialogare.

Il Venezuela è importante, certo, ma non solo per via delle sue preziose riserve di petrolio. In gioco non c’è soltanto la libertà del popolo venezuelano, ma il destino delle relazioni internazionali e dell’egemonia americana.

Goldman Sachs: 23 milioni a Solomon con ‘incognita’

tio.ch 2.2.19

Keystone

Il compenso in azioni potrebbe essere recuperato dalla banca in seguito all’esito delle indagini sullo scandalo relativo all’1MBD

NEW YORK – L’amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, riceve 23 milioni di dollari di compenso per il 2018. Un assegno che include però la clausola 1MBD, il fondo malese travolto dallo scandalo di corruzione e riciclaggio: il compenso in azioni di Solomon potrebbe essere recuperato dalla banca in seguito all’esito delle indagini sullo scandalo, al momento in corso.

Ai risultati delle indagini sono anche legati i bonus differiti dell’ex amministratore delegato Lloyd Blankfein e di altri due top manager: al momento il consiglio di amministrazione delegato non pagherà i bonus. Goldman attenderà l’esito delle indagini.

10 tipi di narcisismo: I diversi volti delle persone narcisiste

angolopsicologia.com 28.1.19

tipi di narcisismo

La parola narcisismo si è insinuata nella cultura popolare per riferirsi a persone che amano troppo se stesse e cercano costantemente l’attenzione e i complimenti degli altri. Sono persone eccessivamente concentrate su di sé, con poca empatia.

In realtà, una buona quantità di amor proprio è essenziale. Dobbiamo darci il giusto valore e amarci. Una solida autostima è la base per mantenere l’equilibrio emotivo e avere successo. Tuttavia, ci sono momenti in cui tale autostima è artificialmente alta e la persona ha bisogno di ammirazione costante. Quindi si fa riferimento al narcisismo, che può diventare un disturbo della personalità, accompagnato da comportamenti disadattivi che finiscono per causare danni nelle relazioni interpersonali.

Le persone che soffrono di un disturbo narcisistico di personalità sviluppano un atteggiamento profondamente egocentrico, credendo di essere di vitale importanza per tutti quanti. Non hanno abbastanza flessibilità mentale per rendersi conto che siamo tutti importanti per alcuni e insignificanti per altri.

Caratteristiche delle persone narcisiste

La personalità narcisistica è caratterizzata da:

– Sentimenti di grandezza e arroganza. La persona narcisista spesso esagera i suoi successi e talenti, di solito con l’obiettivo che gli altri la riconoscano e la lodino, anche se in realtà non ha successo.

– Soffre fantasie di successo, potere, brillantezza o bellezza che non hanno alcun riscontro nella realtà, che la porta a vivere in una sorta di “mondo alternativo” dove tutto è perfetto.

– Crede di essere “speciale” e unica, il che la porta a disprezzare gli altri e volore relazionarsi solo con quelle persone che hanno uno status elevato e sono “alla sua altezza”.

– Prova un bisogno eccessivo di ammirazione, senza la quale si sente inutile e/o incompreso.

– Mostra aspettative irragionevoli, si aspetta di ricevere un trattamento speciale senza aver fatto nulla per meritarlo, il che si traduce in un atteggiamento arrogante e superiore.

– Sfrutta le relazioni interpersonali, si avvale degli altri per raggiungere i propri scopi o soddisfare i propri bisogni.

– Manca di empatia, non è disposta a riconoscere o identificarsi con i sentimenti e i bisogni degli altri.

– Crede che gli altri la invidino per i suoi presunti successi o talenti.

Tipi di narcisismo

In generale, si può fare riferimento a tre principali tipi di narcisismo in base al modo in cui si cerca ammirazione e attenzione:

– Narcisista esibizionista, che ha bisogno dell’ammirazione degli altri e, per questo, non esita a esagerare o inventare i suoi successi e/o talenti.

– Narcisista introverso, che cerca l’attenzione degli altri assumendo il ruolo della vittima, attraverso sottili strategie di manipolazione.

– Narcisista tossico, che soddisfa i suoi bisogni di ammirazione attraverso il controllo, il potere e le molestie, facendo sentire gli altri inferiori.

Questi tipi di narcisismo si sviluppano in profili personologici più specifici:

  1. Narcisista dipendente emotivo

Questo tipo di narcisismo è caratterizzato da un’estrema “vulnerabilità”. Questa persona narcisista sperimenta un enorme bisogno di amore, che nulla può soddisfare. È come un pozzo senza fondo che non si riempie mai. Crede semplicemente di non avere abbastanza amore, si sente leggermente soddisfatto dall’attenzione degli altri, ma sperimenta di nuovo quel vuoto di approvazione e affetto. Alla base di questo comportamento c’è una profonda paura del rifiuto e dell’abbandono, quindi il narcisista si aggrappa alla dipendenza. Per soddisfare tali esigenze, non ha remore a manipolare gli altri. Le sue richieste emotive sono in aumento, così il suo partner e le persone vicine a lui vengono prosciugate emotivamente per cercare di nutrire, confortare e sostenere quel “io” così bisognoso di affetto.

  1. Narcisista tiranno

Questo tipo di narcisismo si collega al potere perché ha un’insaziabile necessità di dominio e autorità. Questa persona si comporta in modo arrogante, crede di essere superiore, spesso disprezza gli altri e li tratta come se fossero “inferiori”. Pensa di avere sempre ragione e di avere il controllo della situazione, quindi la sua semplice presenza è spesso opprimente. Quando un tale narcisista prende il controllo, rende la vita impossibile ai suoi subordinati. Quando ha una relazione, la usa come trofeo. Generalmente reifica le persone, che sono semplicemente un mezzo per dimostrare il loro potere e soddisfare il suo bisogno di autorità. Questa persona narcisista è molto possessiva, al punto di cadere nell’abuso. E non esita a usare il disprezzo in modo che gli altri si sentano dei perdenti, dimostrando così di essere un vincitore.

  1. Narcisista elitario

Questo tipo di narcisismo è caratterizzato da una percezione esagerata dell ‘”io”. Nella sua mente, egli è la persona più potente, influente e importante nel mondo. Per fare in modo che gli altri lo sappiano e gli rendano omaggio, non si stanca di proclamare i suoi presunti successi e risultati. Di solito esagera la sua importanza perché vuole suscitare invidia o ammirazione. Questa persona narcisista offre sempre la sua opinione, anche quando non è chiesta, e pensa di sapere più di chiunque altro, a prescindere dal soggetto in questione. Spesso pensa di essere destinato a fare grandi cose e meritare grandi cose, ma non fa nulla per realizzarle. Spesso è una persona carismatica, in modo tale che riesce ad attirare molti seguaci nella sua “orbita”, i quali alla fine si rendono conto che “è tuto fumo ma niente arrosto”.

  1. Narcisista fantasioso

Questa persona narcisista sviluppa fantasie molto elaborate, al punto che quasi tutta la sua vita trascorre nel suo mondo interiore. Egli ritiene che il mondo reale si intrometta nel suo mondo perfetto, il che gli genera frustrazione e risentimento. Percepisce che la realtà è fredda e dura, quindi tende ad evitarla e trova solo gratificazione nel suo mondo ideale, dove è una persona perfetta, ha un lavoro perfetto e relazioni perfette. Quando questa persona si relaziona agli altri, racconta il suo mondo interiore come se fosse reale, così mente ripetutamente. Di solito si inventa una vita fittizia per suscitare l’invidia e l’ammirazione degli altri. E non riconosce le sue bugie, anche quando viene messo faccia a faccia con la realtà, è sempre alla ricerca di una scusa per tenere in piedi le sue fantasie.

  1. Narcisista somatico

Sentirsi bene ed essere in forma è importante per la salute, ma questo tipo di narcisismo fa un passo avanti, perché è un’ossessione per il corpo e la bellezza. La scala di valori di questa persona si riduce all’immagine, la moda, la bellezza, la giovinezza e il glamour. Hai bisogno di essere ammirata per le sue caratteristiche fisiche e la sua autostima è indissolubilmente legata all’immagine del suo corpo. Questa persona narcisista di solito è un perfezionista e impiega molto tempo per i suoi rituali di cura del corpo e della bellezza. Il problema è che applica questo schema anche agli altri e li giudica per il loro aspetto fisico. Pensa anche di meritare tutto per la sua bellezza e forma fisica.

  1. Narcisista antagonista

Si tratta di un tipo di narcisismo abbastanza comune, in cui la rabbia ribolle sotto la superficie. L’infelicità si manifesta con una crescente ostilità verso tutti. Per questa persona narcisista, c’è sempre un nemico disposto a fargli del male. Spesso sperimenta episodi di rabbia esplosiva con cause “irrazionali”, sconcertanti o inspiegabili Di solito ricorre alla violenza verbale, “affligge” con le sue parole le persone vicine causandogli molti danni. Dietro questo comportamento si nasconde l’ipersensibilità, così quando questa persona non riceve le lodi e l’ammirazione che si aspettava, in può arrivare a interpretare qualsiasi parola come un insulto o mancanza di rispetto. Assume tutto come si trattasse di un attacco personale, e ciò provoca la sua rabbia. Il coinvolgimento dell’”io” si chiama lesione narcisistica.

  1. Narcisista imbroglione

Questo tipo di narcisismo mostra il suo lato migliore. La persona è affascinante, attraente e amichevole. Almeno all’inizio. Purtroppo, questa attrazione è solo una patina che nasconde una personalità molto più torbida. Dietro ai messaggi “fidati di me” nasconde intenzioni malevoli. In realtà, il narcisista vuole ottenere la fiducia degli altri per utilizzarla a suo favore. Pratica una sorta di “vandalismo emotivo” il cui danno è così terribile che le vittime spesso necessitano di anni per recuperarsi e tornare a fidarsi di qualcun altro. Questo narcisistica usa il suo fascino per incantare gli altri e drebare la loro energia.

  1. Narcisista martire

In questo tipo di narcisismo, la sofferenza è tutto. L’identità personale di questo narcisista è costruita intorno al dolore, essere una vittima o addirittura un sopravvissuto. La sofferenza giustifica il suo bisogno di attenzione e le richieste parassitarie che danno luogo a relazioni squilibrate determinate dallo sfruttamento. Ovviamente, questa persona porta con sé un enorme bagaglio emotivo. Il dolore del passato non passa mai. Inquina il presente con questa sofferenza che, nella sua mente, lo rende una persona eccezionale. Interagire con questo tipo di narcisista può diventare molto complicato perché non soddisfa mai le esigenze di sostegno di cui tutti abbiamo bisogno, ma reclama costantemente per sé appoggio e attenzione, perché nessuno ha sofferto più di lui. Quando gli si nega tale attenzione, egli non esiterà a scagliare accuse per generare un senso di colpa che gli permette di rimanere un martire.

  1. Narcisista messianico

Questo tipo di narcisismo si basa su di un “alto livello morale.” Sono persone narcisiste che si considerano più utili, buone e gentili degli altri, quindi spesso guardano gli altri dall’alto e li criticano. Credono di essere una specie di Messia. Non esitano a raccontare tutte le loro “gesta” morali per ricevere lodi dagli altri. Si presenterà come un salvatore, ma in realtà il suo aiuto apparentemente disinteressato include molte condizioni implicite. Questa persona non esiterà a reclamare favori ea chiedere elogi costanti per il suo presunto “sacrificio”, quindi la relazione si trasforma in un debito permanente. 

  1. Narcisista vendicativo

È uno dei tipi di narcisismo più pericolosi. Generalmente questa persona agisce nell’ombra, usando la manipolazione per distruggere gli altri. Per sentirsi superiore, questa persona ha bisogno di schiacciare gli altri. Questo è il motivo per cui non ha remore a creare conflitti sul suo cammino o inventare menzogne che riguardano i suoi competitori. Può arrivaare a fare qualsiasi cosa per far cadere i suoi “nemici”. Invece di cercare di crescere e migliorare, questo narcisista soffre di Sindrome di Procuste e disprezza tutti quelli che eccellono, quindi cerca di incastrarli e diffamarli per danneggiare la loro reputazione. In questo modo potrà tornare al centro dell’attenzione e dell’ammirazione.

La persona narcisista ha bisogno di aiuto psicologico perché il profondo egocentrismo nuoce a chi gli sta vicino e genera infelicità. Questi sono solo alcuni consigli su come affrontare un narcisista senza perdere l’equilibrio psicologico.

Gianluigi Paragone: “Abbiamo cancellato la persona per mettere al centro le banche”

di Martin Miraglia estense.com 2.2.19

L’ex conduttore della ‘Gabbia’ su La7 presenta a San Crispino il suo ‘Noi no, viaggio nell’Italia ribelle’

Gira attorno alla notizia di uno sfratto di una donna malata di Sla pubblicata sulla prima pagina di Libero la presentazione (con un anno di ritardo rispetto alla pubblicazione) di Gianluigi Paragone, ex conduttore della ‘Gabbia’ su La7, del suo ‘Noi no, viaggio nell’Italia ribelle’, che a palazzo San Crispino raduna venerdì sera una settantina di persone (compresi gli esponenti dei Salvabanche, con Giovanna Mazzoni che si presenta con un salvadanio con la scritta in inglese ‘non toccare i miei soldi’) per un colloquio con Riccardo Forni di Assostampa e Claudio Pisapia del Gruppo Economia Ferrara. La notizia è quella di Roberta, 48 anni e malata di Sla “che sta per essere sloggiata nonostante la grave malattia e una vita difficile, separandosi dal figlio di 14 anni, perché aveva contratto un mutuo per il suo bar-tabacchi che poi è andato male ipotecando la prima casa. Non può muoversi e non può parlare ma deve essere sloggiata perché Unicredit ha rifiutato altre proposte transative per finire i suoi giorni nella casa dove ha sempre vissuto”.

“Queste cose mi danno fastidio”, continua Paragone, “e per quanto non mi piaccia Feltri (vedasi la questione titoli, ndr) almeno ha avuto il coraggio di mettere il nome della banca e questa storia in prima pagina, e non è facile che succeda”. Non è facile che succeda perché, secondo Paragone, “le banche sono i veri editori della stampa italiana, perché la stampa italiana è nelle mani delle banche”, tanto che “quando mi hanno chiuso la trasmissione non è stato durante un periodo normale della vita dell’editore, ma quando è diventato l’editore anche del Corriere della Sera e quindi chi sputtanava le arroganze e le angherie del mondo bancario doveva chiudere. Possiamo parlare di migranti tutti i giorni, ma per chi è in difficoltà per via di soprusi come questi gli appelli dell’elite culturale di questo Paese non ci sono”. “Io non faccio il martire”, puntualizza l’ex conduttore, “quella dell’editore è una libera scelta, ma non starò zitto. Qualcuno mi ha dato la possibilità di parlare in parlamento e io parlo in parlamento”.

E “se in questo Paese il clima si sta esasperando è perché si sta esasperando il racconto: un tipo di racconto sarà sempre visibile (quello favorevole alle banche, ndr), l’altro deve rimanere invisibile”. Sul caso specifico tira fuori le sofferenze bancarie: “Da quanto tempo ne sentite parlare? Ormai è parte del linguaggio comune, anche mia nonna sa cosa sono i non-performing loans. Ma perché non si sa nulla dei sofferenti? Perché abbiamo cancellato la persona per mettere al centro del dibattito un tema che non ha nulla a che fare con l’uomo, i suoi diritti e le sue dignità. Viene prima l’esigenza del sistema bancario di dismettere nel più breve tempo possibile le sofferenze bancarie, e se anche stanno causando uno scollamento del tessuto sociale chissenefrega. Ma questa signora a quale porta andrà a bussare quando sarà fuori di casa? A quella del sindaco, ai servizi sociali che il neoliberismo sta tagliando”. Quando questo succede poi, “si genera insofferenza. Quando sei escluso, invisibile e fuori da ogni possibiliità di riscatto diventi insofferente e non te ne frega nulla degli appelli di Saviano e Fazio. Questo è quello che sta accadendo in questo Paese: a furia di mettere in risalto i mercati diventa un ricatto, che sta alla base della forza del neoliberismo. Stiamo attenti alla vita a rate che ci stanno costringendo a vivere, perché quando sei un uomo indebitato hai perso la libertà e accetterai qualsiasi tipo di lavoro che in realtà è un lavoretto, e avendo delle rate da pagare non te ne frega nulla della condizione sociale del lavoratore”.

Inoltre, secondo il parlamentare Cinque Stelle, “nessuno ha scritto una riga sul fatto che in Senato stiamo cambiando in modo radicale il 560 (l’articolo del codice di procedura civile, nda) che avevano scritto Marattin e i suoi amici. Secondo voi un’editoria come questa può permettersi di scrivere questa cosa? No. Il mondo della finanza che fa i fondi avvoltoi non può permettersi questa verità, è molto scomoda”. Però “con la modifica non si svuota il valore dell’ipoteca, solo si dice che lo sloggio avvenga dopo la vendita all’asta dell’immobile. Per gli italiani la casa è la vita, la ratio del legislatore era che se ipotecavi la casa questa veniva venduta e con il ricavato della vendita estinguevi i debiti e ti rimaneva tanto così per ripartire. Ma se mi sbatti fuori di casa prima della vendita dove li trovo i soldi per affittare anche solo un monolocale? Si va alla Caritas, ma il compito dello Stato non è dimenticarsi di quello che accade dopo, quindi dico: torniamo alla situazione precedente. C’è bisogno di spostare il baricentro sociale dalla parte opposta rispetto ai cittadini? Secondo me no. Questa è la lettura che tiene insieme questo governo”.

Questo libro Paragone l’ha scritto prima del risultato elettorale “e ci ho azzeccato su tutto. Perdiamo questa cosa che dobbiamo dire sì perché ce lo dice l’Europa, ce lo dice il governo, ce lo dicono i mercati o ce lo dice la scienza. Non possiamo dire sì e basta”.

“Oggi”, conclude Paragone, “ci tiene a galla una ricchezza privata importante, ma se pensiamo di eroderla continuamente, be’ io ci andrei cauto. Non dico di fare la rivoluzione, nemmeno la ribellione, però forse serve un po’ più di attenzione nel modificare gli squilibri è fondamentale. Ci sono troppe asimmetrie. Quando non ti fermi nemmeno davanti a una storia del genere vuol dire che la persona non conta più niente. Una volta la banca era dentro il territorio, nelle sue dinamiche di crescita. Ecco dov’è l’importanza della banca. Se avessi voluto stimolare l’economia con un impresa mettevo qualcosa del mio e poi chiedevo alla banca, ed entrambi scommettevamo sul mio progetto. La banca scommetteva col risparmiatore, non lo fregava. Quando sono cambiate le regole e la banca è diventata un’azienda allora si è sballato tutto, perché non devo più badare al territorio ma solo al mio bilancio, al mio incasso, e se lo faccio fregando il risparmiatore va bene lo stesso, ed è quello che è accaduto. Prima c’erano sportelli dappertutto, poi si sono inventati l’home-banking. Non gliene fregava nulla dell’home-banking, gli interessava solo chiudere filiali e liberarsi del personale”.