FINANZA E POLITICA/ La terza crisi in 10 anni pronta ad abbattere l’Italia

Le prospettive per l’Italia non sono rosee, a causa anche della situazione delle sue banche. Occorre liberarsi da un perverso circolo vizioso

02.02.2019 – Paolo Annoni il sussidiario.net

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Lapresse

Dopo il -0,2% del quarto trimestre, la domanda inevitabile è quale possa essere lo sviluppo dell’economia italiana.Purtroppo non ci sono molti elementi per sperare in un’inversione di tendenza a breve e anzitutto fa pensare che il calo del Pil possa diventare più marcato. La ragione per cui facciamo questa “previsione” è l’andamento dei crediti alle imprese delle banche italiane che al momento potrebbero portare a un calo del Pil forse più vicino al 2% che all’1%. Le banche italiane oggi si stanno preparando alla crisi, a dover assorbire il costo delle perdite su crediti e il debito statale italiano; comprando e vendendo Btp nei momenti giusti e in accordo con la Bce si assicurano i guadagni con cui salvano i bilanci. Questa dinamica aiuta il Governo italiano a tenere sotto controllo lo “spread”, aiuta la sopravvivenza delle banche e del sistema euro, ma siccome siamo in fase emergenziale, con risorse della Bce limitate e in ottica di pura sopravvivenza, le banche continuano ad asciugare gli attivi riducendo i crediti.

In un sistema come quello italiano con pochissime grandi imprese, che possono finanziarsi sui mercati, e tantissime imprese medio o piccole avere un sistema bancario in queste condizioni implica immediatamente un rallentamento economico. Siccome le esportazioni non vanno e i consumatori si spaventano, l’economia si avvita.

È chiaro che servirebbe uno shock esterno che non può arrivare dal settore privato, né dalle banche che fanno quello che devono, né dalle imprese che leggono le prospettive economiche e smettono di assumere o investire. In un’ottica di austerity perpetua e di salvaguardia di un sistema, quello europeo, che non può permettersi una rivalutazione del cambio, l’Italia sembra condannata al declino. Se mettiamo su un grafico l’andamento del Pil nell’eurozona dal 2007 notiamo come l’economia italiana si divarichi nei momenti di crisi.

Oggi l’Italia ha un debito al 130% del Pil e banche moribonde. La Germania ha banche moribonde, patisce il calo delle esportazioni, ma non ha il problema del debito. Se l’idea è che quanto successo fino a oggi impedisce misure economiche straordinarie di stimolo all’economia, allora significa che l’Italia in questa crisi avrà non solo un’altra recessione, la terza in dieci anni, ma una performance ancora una volta peggiore delle altre economie europee; e questo semplicemente perché con il suo debito e le sue banche mai salvate da un intervento sistemico patisce più degli altri il restringimento del credito e il calo della spesa pubblica. Il risultato ovviamente è non solo un’economia in recessione, ma più debito su Pil via decremento del denominatore.

La questione che dovremmo davvero porci è se l’Italia abbia modo di spezzare questo circolo vizioso e l’inesorabile declino all’interno dell’area euro e delle attuali regole europee. Perché l’Italia oggi, che viene da due crisi, con le sue banche e il suo debito, avrebbe bisogno di uno stimolo maggiore delle altre aree d’Europa; mentre ora lo stimolo è inferiore perché deve stringere ancora di più sulla spesa pubblica e subire il restringimento del credito. Le regioni più deboli economicamente in qualsiasi Stato o unione monetaria sono sempre quelle che hanno più bisogno delle altre di “interventi pubblici” in fasi di declino. Ci sarebbe bisogno di investire e di immettere liquidità e moneta nel sistema economico, ma questo non avviene. Al di fuori dell’euro e con la lira l’Italia potrebbe farlo, ma sconterebbe una svalutazione e una perdita di valore dei beni finanziari e all’inizio un rapido aumento dei tassi, però forse potrebbe salvare il suo sistema industriale e porre le basi per una ripartenza. Oggi invece l’Italia si trova in una posizione difficilissima e poco cambierebbe anche con il migliore dei governi possibili.

Oggi noi non vediamo, all’interno di questo schema, un modo per spezzare il circolo vizioso, soprattutto se continuano a essere diffuse certe idee veramente assurde sulla “austerità espansiva” o peggio ancora di chi ritiene che a questa crisi si deve rispondere aumentando le tasse. O l’Europa cambia o l’Italia diventa una colonia o a un certo punto verrà espulsa dall’area euro quando diventerà troppo oneroso un salvataggio. Il problema è che più si dilaziona la risoluzione di questo schema, più il sistema industriale italiano declina, più drammatica sarà la situazione fuori dall’euro.

Oggi tutto è congelato da due spinte. La prima è quella delle “elezioni europee” che incentiva il sistema a evitare picchi di volatilità che avrebbero esiti difficilmente controllabili; il secondo è lo scontro in atto tra America ed Europa in cui si cerca di “obbligare” l’Europa a ridurre un surplus commerciale che è un problema per il resto del mondo; un surplus talmente enorme e talmente vecchio da essere diventato un problema globale. La Germania fa “free riding”, viaggia gratis, sull’economia globale senza dover contribuire con investimenti e senza dover rivalutare il cambio; lo squilibrio ha raggiunto tali proporzioni da aver messo d’accordo tutti.

L’Italia oggi è in qualche modo usata e protetta dai suoi alleati in ottica anti-tedesca, ma una volta chiuso l’accordo con l’Europa la sua utilità calerà paurosamente. Una crisi economica globale poi consiglierebbe a tutti di salvare innanzitutto se stessi. L’Italia oggi deve fare tutto quello che è possibile all’interno delle regole europee e poi porsi senza alcuna ideologia la questione della sua appartenenza all’area euro e, in alternativa, delle condizioni in cui avviene.

La domanda potrebbe essere questa: possiamo ancora permetterci l’euro? Con che costi? Possiamo sopravvivere avendo in ogni crisi un giro di “austerity”? La Grecia, per esempio, l’euro non se lo può permettere. Se queste contraddizioni non si risolvono e per la gravità della situazione in cui l’Italia si trova dopo due recessioni e tra un anno dopo una terza in dieci anni alla fine sarà l’Italia in quanto costruzione a saltare.