Carige, i consumatori preparano l’offensiva per i risarcimenti

telenord.it 3.2.19

Assoutenti fa appello ai risparmiatori, Adiconsum: “Ma la vigilanza dov’era?”

Per il momento si lavora sottotraccia. Con cautela, per non disperdere le energie. Le associazioni dei consumatori stanno preparando l’attacco ai responsabili del pasticcio Banca Carige. Dopo la ‘sparata’ del vicepremier Di Maio alla Camera e le piccate reazioni di politici e imprenditori finiti nella lista dei cattivi, c’è chi pensa a come tutelare i propri interessi: risparmiatori, obbligazionisti e piccoli azionisti che si sono trovati con un mucchio di carta straccia tra le mani.

“Non escludiamo, di fronte a possibili sviluppi giudiziari al di là di quelli politici, di valutare aspetti relativi a risarcimenti e indennizzi”, dice Furio Truzzi, genovese, presidente nazionale di Assoutenti. Che invoca “molta prudenza e cautela”, ma nel contempo fa appello al “comitato dei risparmiatori, che non abbiamo ancora sentito, perché le nostre strategie vogliono essere unitarie e non certo per fare colpi di scena senza costrutto. Come si può chiedere a chi aveva un’azione che ora vale meno di un centesimo di non procedere per avere un giusto indennizzo?”.

La via maestra sarebbe quella giudiziaria. Al momento però non ci sono fascicoli aperti, ma solo annunci del Governo e una futura commissione d’inchiesta sul passato della banca. E così spunta anche l’ipotesi della class action, “pur sapendo che nell’ordinamento italiano è una strada complicata visto che davanti ai giudici sono arrivati solo una decina di casi. È una materia ostica, non vogliamo far buttare soldi alla gente. Stiamo analizzando la situazione per trovare la risposta migliore”, prosegue Truzzi.

Sul fronte dei correntisti è Adiconsum a rassicurare: “Sotto i 100mila euro sono garantiti dal fondo interbancario”, spiega il presidente ligure Stefano Salvetti. “Il problema è che la banca andrà incontro a un’aggregazione. In Liguria significa un milione di clienti, 55mila obbligazionisti e soprattutto quasi 5mila lavoratori. Sarà loro il problema maggiore”. Nei prossimi giorni dovrebbe arrivare un incontro coi commissari per capire le mosse previste.

E dopo l’attacco frontale del Governo, dai consumatori arriva invece l’accusa a chi doveva controllare: “Noi ci arrabbiamo perché gli organi di vigilanza arrivano sempre in ritardo – accusa Salvetti – mentre avrebbero dovuto già scattare da tempo. Ci sono stati soggetti che hanno beneficiato di diversi milioni con prestiti non garantiti. C’è sempre stato un grande lassismo rispetto al povero disgraziato che per avere un mutuo o un finanziamento trova sempre le forche caudino. Le banche devono tornare a investire e dare fiducia ai giovani. C’è da cambiare molto in quest’ottica”.

LA UE STA CERCANDO DI AVVIARE UNA GUERRA CIVILE IN IRLANDA – MARINE LE PEN

controinformazione.info 3.2.19

Marine Le Pen, leader del partito di unità nazionale di destra francese, ha affermato che l’Unione europea sta cercando di scatenare una guerra civile in Irlanda attraverso il suo accordo sul Brexit.
“L’Unione europea sta effettivamente cercando di scatenare una guerra civile in Irlanda in qualche modo … Rinnovando il conflitto esistente in Irlanda”, ha detto Le Pen durante una discussione sul ritiro del Regno Unito.

Come ha sottolineato Le Pen, l’obiettivo dell’UE è quello di rendere il “divorzio il più doloroso possibile”, mentre, a suo avviso, diventerà più pregiudizievole per la stessa UE che per il Regno Unito.
Come tutti gli analisti economici sanno, la Brexit è un evento che va ad avere conseguenze dure per l’euro, anche se la GB non fa parte del sistema euro ma gli effetti oggi sono globali su tutti i paesi.

Il significato di questo evento, che si è verificato in Gran Bretagna, deve essere considerato come un voto contro il globalismo ed il modello neo liberalita globale, nonostante che sia stata la GB a lanciare il modello originario del tacherismo, seguito poi da Reagan negli USA , le divisioni profonde determinatesi in Gran Bretagna su questo voto e le fratture nella politica interna ci fanno vedere come la Gran Bretagna si vada balcanizzando con forti differenze tra Londra e le regioni interne, la Scozia, l’Irlanda del Nord, ecc..
La Commissione europea fa leva sulle zone più sensibili dell’Unione, quelle dell’Irlanda del Nord e della Scozia per fomentare l’opposizione all’abbandono della UE che rappresenta comunque un precedente pericoloso per la tenuta dell’Unione Europea.

Al livello finanziario si vedono facilmente gli effetti della Brexit nel breve periodo ma è importante esaminare verso dove andrà la GB a livello politico, visto che stiamo parlando di un paese che è una potenza nucleare, la seconda in Europa ed è anche la seconda economia più forte della UE (dopo la Germania), per quanto sia caduto molto il rapporto del PIL della GB rispetto ad altri paesi emergenti, si parla di una economia forte, di una ex potenza coloniale e soprattutto di un paese che dispone della piazza finanziaria più importante d’Europa e la seconda o terza al mondo.
Non si spiegherebbe perchè la Londra finanziaria sia stata contraria al Brexit, considerando i vantaggi che a distanza le potrebbero derivare da uno sganciamento dall’economia della UE.

Belfast (Nord Irlanda) Manifestazione contro Brexit

Il grande vincitore di questo contesto globale si chiama Vladimir Putin con lo sgretolamento progressivo della UE (totalmente subordinata agli USA) che non tarderà a verificarsi: la Francia potrebbe seguire a ruota, l‘Austria, l’Olanda e l’Ungheria potrebbero essere i prossimi paesi ad esprimersi contro la dipendenza da Bruxelles, consideriamo poi che la Grecia è stato un precedente soffocato nella repressione e nella paura.
La vera questione che spiega la resistenza di Bruxelles alla Brexit non si trova nei presunti “ideali europeistici” ma il mero interesse di Bruxelles di non perdere i finanziamenti della Gran Bretagna. Per gli oligarchi della U.E. L’interesse personale viene prima, molto prima che non il voler rispettare le decisioni democratiche.
Il modo di affrontare la questione da parte delle oligarchie di Bruxelles è stato quello di ottenere il risultato a tutti i costi altrimenti, i britannici dovranno votare di nuovo. In caso contrario Bruxelles ignorerà del tutto la volontà dei cittadini del Regno Unito.
L’establishment europeo vuole che la Gran Bretagna riconsideri la Brexit. Gli ideali internazionalisti su “preservare l’unità europea”, non entrano in questo , si tratta di proteggere i flussi di reddito. Il Regno Unito è uno dei dieci paesi che apporta di più nell’Unione europea rispetto a quanto ne ottiene. Nel 2017, il contributo netto del Regno Unito è stato di 9 miliardi di sterline. 
È difficile sfuggire alla conclusione che l’Unione Europea, con il negoziato sulla Brexit, ha offerto alla Gran Bretagna un cattivo affare perché sapeva che non sarebbe stato approvato. Quindi, la massima pressione potrebbe essere esercitata nel Regno Unito per riconsiderare la sua decisione di lasciare, o almeno dare un calcio alla Brexit come opzione , che è quello che avverrebbe con un secondo referendum.

Il dato essenziale è dato dal fatto che il nazionalismo britannico è tornato a risorgere e non sopporta il peso della burocrazia europea dominata da Bruxeles.

(di Luciano Lago )

TAV / QUELLA CUCCAGNA “STORICA” PER FACCENDIERI E MAFIOSI

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Com’è possibile dedicare giorni e giorni di stucchevoli polemiche alla arcinota questione dell’Alta Velocità, quando le cose sono chiare – e da anni – anche per chi non vuol vedere?

Come fanno a dare i numeri il ministro degli Interni Matteo Salvini e al seguito l’intero codazzo delle opposizioni dal Pd a Forza Italia passando per le sparute truppe meloniane?

Come mai per settimane e settimane non si fa altro che parlare di sbarchi & Ong, di trafori & alta velocità?

Quando il paese sta crollando giorno per giorno nel baratro e discutiano per giorni a bordo del Titanic?

Il TAV (Treno ad Alta Velocità) o che dir si voglia l’AV (Alta Velocità): si tratta dell’infrastruttura che nell’ultimo quarto di secolo ha già inghiottito un mare di miliardi di lire prima e di euro poi: una cifra oggi incalcolabile. Partenza nel ’92 a quota 27 mila miliardi di lire, un project financing che avrebbe dovuto vedere i privati in prima linea. Privati mai apparsi sulla scena e invece solo danari pubblici, contrariamente al progetto originariamente sbandierato.

A fine anni ’90 si vola e la cifra aumenta di 6 volte e ormai supera i 150 mila miliardi: tanto calcolano Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato nel loro profetico “Corruzione ad Alta Velocità”. Un libro di vent’anni fa esatti ma che oggi tutti dovrebbero leggere per capire come è nato, in che modo si è sviluppato, chi sono i veri progatonisti di quel colossale affaire in cui si mescolano soldi, politica, finta imprenditoria e, soprattutto, mafie. E’ proprio sul progetto e la messa in cantiere del Tav che puntarono i riflettori, nella loro ultima, fatale inchiesta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali avevano cominciato ad alzare il velo sui rapporti tra mafie e politica proprio in occasione dei lavori del Tav, per spartirsi i bottini negli anni a venire.

Antonio Di Pietro. In apertura Salvini ai cantieri TAV di Chioomonte

Sorge spontanea una prima domanda: come mai tutte le successive inchieste sul Tav sono finite in una bolla di sapone? Come mai pur avendo raccolto una montagna di elementi che documentavano traffici & connection, non è stato partorito neanche un topolino? Forse perchè mancava la ciliegina sulla torta che avrebbe dovuto fornire l’Uomo a un passo da Dio, ossia Chicchi Pacini Battaglia? Come mai il suo “inquisitore” Antonio Di Pietro non ne cavò mai un ragno dal buco, usò con lui un anomalo guanto di velluto e mollò subito la presa? Forse perchè Pacini Battaglia era difeso da un avvocato grande amico di don Tonino, cioè Giuseppe Lucibello? Fatto sta che il super pm molisano quella volta fece un clamoroso flop e uno dei maxi filoni Tav finì in naftalina.

Quindi il mega business, l’opera pubblica “continua”, è tranquillamente proseguita drenando soldi a palate, in parte finiti nelle casse di mafia, camorra e ‘ndrangheta, regine del movimento terra e lungo tutto il fronte dei subbappalti.

S’intende oggi continuare ad alimentare giganteschi sperperi, foraggiare imprese e progettisti amici,    finanziare direttamente le imprese mafiose? Almeno lo dicano a chiare lettere.

C’è un secondo, forte motivo che dice No alla prosecuzione nello scempio economico ed ambientale, collusioni mafiose a parte. Ma non si rendono conto lorsignori dello stato comatoso delle nostre linee ferroviare ormai da quinto mondo? Dei carri bestiame su cui tanti pendolari sono costretti a viaggiare? Della sicurezza che va a farsi fottere come provano tanti incidenti evitabilissimi con un minimo di manutenzione? Del drastico, progressivo taglio di linee e collegamenti? Dei folli ritardi quotidiani? Insomma, si pensa a risparmiare 20 minuti sulla linea per la Francia e sperperare vagonate miliardarie quando tutto va a mare…

Non ci rendiamo conto che le Ferrovie protagoniste nello sfascio ora addirittura dovrebbero soccorrere e salvare la sforacchiata Anas alle prese con i suoi gravissimi problemi? Ma chissenefrega, c’è il Tav.

Sangue sulle linee pugliesi, strage a Viareggio, morte a Pioltello: aspettiamo le prossime tragedie per ricordarci che la situazione dei nostri trasporti ferroviari ormai è quasi senza ritorno? Che gli anni passano e i treni sono sempre gli stessi? Che i cittadini rischiano tutti i giorni di bruciare le loro vite tra le lamiere?

Ma chissenefrega, c’è il Tav. O, se preferite, l’Av.

Non è Brexit, ma “Deutsche-it” di cui ti preoccupi

zerohedge.com 3.2.19

Il blog di Via Golem XIV,

Mentre tutti si raccontano incessantemente dei pericoli della Brexit che finiscono nel mondo, mi chiedo se dovremmo prestare un po ‘più di attenzione a Deutsche-it.  Se il Regno Unito lascia l’UE, l’UE sopravviverà. Ma cosa succede quando – e sicuramente non lo è più – ma quando Deutsche, la banca più grande e solo veramente globale della Germania deve essere salvata? Quale sarà la ricaduta?

Sono certo che le autorità tedesche dichiareranno che non è un salvataggio la sua fusione. Si, come no! È un salvataggio. Le azioni di Deutsche sono diminuite del 48% negli ultimi 12 mesi, nello stesso periodo in cui la direzione ha dichiarato che avrebbe fatto girare la banca. Le azioni della banca ora non valgono più di quanto non fossero quasi 40 anni fa. Quale non è una buona notizia.

Ma c’è di peggio. Mentre, e forse in parte perché (?) Il prezzo delle azioni di Deutsche è stato in caduta libera, Deutsche è stato il riciclaggio di denaro in tutto il mondo. Che la corruzione sta ora cominciando a colmare la linea di fondo su cui ha pompato denaro per così tanto tempo. La Deutsche viene indagata dopo che i giornali di Panama hanno rivelato il suo ruolo nell’elusione fiscale e nel riciclaggio di denaro su scala industriale. Non appena l’inchiostro si asciugò su quel titolo, le rivelazioni sul ruolo centrale di Deutsche nel riciclaggio di denaro attraverso la banca Danske attirarono ancora più investigatori verso il suo quartier generale come mosche verso un nuovo e fumante stronzo.

Ora non fraintendermi, non sto dicendo che questo rende Deutsche speciale tra le grandi banche se non nella categoria di essere catturati. Lì, hanno certamente combattuto la corona di Citi e Wachovia.

Quello che sto dicendo è che questo lavaggio in molte località significherà la solita difesa da parte dei banchieri di “una brutta mela”, “un dipendente corrotto”, “una debolezza delle nostre regole altrimenti impeccabili che vengono ora aggiornate ecc.” non ha intenzione di lavare (mi dispiace non ho potuto resistere) così facilmente.  Deutsche è una banca sporca. Ma questo vuol dire che Deutsche potrebbe essere accusata di accuse di reati societari? Non una possibilità. Per fare ciò potrebbe significare che perderebbe la sua licenza bancaria e che sarebbe Deutsche-it. E Deutche: sarebbe molto più pericoloso per l’UE nel suo complesso rispetto alla Brexit. Deutsche è una banca sporca, sistematicamente sporca, ma una banca che lo stato tedesco sta per salvare. Usando i soldi dei contribuenti. Ma come?

Naturalmente ogni nazione ha una tale banca, noi certamente la facciamo qui nel Regno Unito. Ma è pieno di ironia che l’autoproclamato capitale della prudenza fiscale interverrà per salvare la sua banca portatrice di bandiere e non solo per salvarlo, ma farlo in un modo che faccia beffe di tutte le belle parole sulla riduzione sistemica rischiare e affrontare il problema delle banche troppo grandi per fallire. Sicuramente ora dobbiamo ammettere che tutto quel bel discorso è stato solo tanto fumo politico che ha fatto saltare in aria i nostri retrogetti collettivi?

Unendo Deutsche a Commerzbank, che è a sua volta uno dei Banking-Dead globali, ancora parte di proprietà del contribuente tedesco – molto simile al nostro lamento, strascicamento, dribbling RBS, il “regolatore” tedesco creerà un cadavere ancora più grande .  Ovviamente le vecchie abitudini sono difficili da calciare e la risposta tedesca a tutte le banche che non hanno mai avuto, è stata quella di fonderla con un’altra. Lo hanno fatto negli anni ’90 quando hanno creato HVB da due banche bavaresi in fallimento e ancora con Hypo e Depfa poco prima dello schianto. Non funziona mai per loro ma continuano a provare. Per essere onesti, lo stesso vale per ogni altro regolatore finanziario in ogni altro paese. Forse sono tutti collegati?

Ad ogni modo, accadrà sicuramente e ciò che creerà non ha senso politico se non economico. Al momento Deutsche è un G-SIFI, un ente finanziario globale – sistemicamente importante. Ogni nazione che si rispetti vuole averla. Deutsche è la Germania. L’altro nome non ufficiale per G-SIFI è TBTF. Tranne, e qui c’è lo sfregio, c’è sempre stato un piccolo divario tra questi due concetti, che ha svalutato i banchieri e i loro amici politici in tutti questi lunghi anni della meravigliosa ripresa che abbiamo avuto.

E questo divario è che essendo un G-SIFI, essendo nella lista G-SIFI ufficiale, in realtà, legalmente significa che puoi fallire ma sono così importanti che devi fallire in un modo speciale. Devi avere un ‘Ultima Volontà e Testamento’ speciale in caso di tua prematura scomparsa. Significa che ci sono delle regole speciali per le quali tieni in conto le tue partecipazioni in capitale e come stai presumibilmente – se fallisci – finisci in un modo speciale che protegge il resto di noi dalla tua implosione. Ciò non significa che sei troppo grande per fallire.

L’idea era che i nostri governanti e regolatori meravigliosi e prudenti avrebbero creato nuove regole per prevenire il fallimento delle banche (che suona un po ‘come il TBTF, ma non lo è) perché SE fallivano, sarebbero state liquidate in un modo che proteggeva il resto di noi. Il problema è che non è quello che vogliono i banchieri e certamente non quello che vogliono i paesi che ospitano quelle banche. Quale nazione vuole che la sua più grande banca fallisca, mai? Cosa succederebbe in Italia se UniCredit fosse imploso? Cosa succederebbe in Spagna se Santander morisse? O il Regno Unito HSBC è mai stato davvero catturato come è stato Deutsche?

La risposta è che nessuno lo sa e nessuno è disposto a scoprirlo. Le regole di liquidazione della banca G-SIFI ci sono perché, a causa della crisi politica della crisi bancaria, i nostri governanti dovevano essere visti per fare qualcosa. Ma nessuna banca G-SIFI e nessuna nazione che ospita uno sta davvero permettendo a un G-SIFI di andare giù. ‘G-SIFI’ è ciò che ufficialmente, ma non ufficialmente, è quello che il mondo delle finanze si attiene a TBTF. Giusto, troppo grande per sempre, avere il permesso di fallire … non importa cosa. La domanda è come essere TBTF mentre ufficialmente si tratta semplicemente di G-SIFI? E la risposta, suppongo, è di rendere G-SIFI più grande. Così grande che fallire non è davvero un evento vitale e sostenibile – almeno non politicamente.  Il che significa unire Deutsche a Commerzbank, una delle due potrebbe appena essere liquidata, e creare qualcosa di così immenso che è semplicemente TBTF.

Questo ha senso, vero? La Germania potrebbe mai permettere a Deutsche e Commerzbank di fallire nello stesso momento? No certo che no.

Personalmente non penso che lo stato tedesco abbia mai permesso a Deutsche di andare giù. La banca che porta la bandiera è un animale molto diverso dalla compagnia che trasporta bandiera. Uno può andare l’altro non può. Combinare Deutsche con Commerzbank chiude quel divario rischioso tra l’essere sistematicamente importante e l’essere veramente troppo grandi per fallire.

La Brexit può verosimilmente accadere, anche se in tal caso e dopo che un’elezione generale ha restituito un governo Corbyn, penso che assisteremo a un “cambio di regime” del tipo che siamo abituati a permettere ai nostri governanti di imporre agli ucraini, agli iracheni, ai libici e Siriani, che vengono importati nel cuore del Nord Industriale. Brexit e poi Regime Change nel Regno Unito? Sì.  Ma Deutsche-it? No, non una possibilità.

Se ho ragione, allora mi aspetto che le altre nazioni seguano l’esempio e quando la prossima crisi colpirà vedremo la creazione delle mega banche veramente TBTF.

Landini nomina ambasciatrice CGIL Susanna Camusso: lui non lavora dal 1985, lei mai..

politicamentescorretto.info 3.2.19

Il neosegretario della CGIL ha mandato un messaggio alla segretaria uscente, Susanna Camusso: “Susanna – afferma Landini – non solo è importante che tu rimanga nella Cgil ma lo dico e ti chiedo di rimanere in Cgil e di avere un ruolo preciso. 

Ti chiedo, ti propongo, due deleghe molto precise: continuare la battaglia che a nome della Cgil hai fatto e che ti ha portato vicina al sindacato mondiale, dobbiamo continuare per vincerla
Lo slogan ’proletari di tutto il mondo unitevì non è del secolo scorso ma ciò che dovremmo perseguire
Susanna gira per rappresentare la Cgil e per rappresentare questa battaglia: un’ambasciatrice sindacale che gira per il mondo
 La seconda delega è quella legata al genere e alla cultura del genere”
Il neo-segretario della Cgil ha messo nel mirino il ministro degli Interni: “Noi siamo quelli che vogliono cambiare questo Paese, non Salvini, perchè abbiamo una diversa idea di società e invece Salvini, la Lega, ci sta portando indietro”Poi intervenendo al congresso del sindacato attacca anche Di Maio e lancia la sfida ai due vicepremier: “Parlano di lavoro senza aver mai lavorato o essere stati poveri”Parole pesanti che di certo accenderanno lo scontro tra il sindacato “rosso” e il governo Landini ha poi attaccato ancora il titolare del Viminale: “Visto che Salvini è stato eletto in Calabria, a me è capitato di visitare la baraccopoli di San Ferdinando Vivono in condizioni disumane, a livello dello schiavismo Come si fa ad alzarsi la mattina e mettere la nutella sulle fetta biscottate, dire due cavolate, fare un tweet e non porsi il problema che c’è un sistema fondato sullo sfruttamento?”

Tratto da qui

Non vi lasciano governare? Fate un atto eroico: dimettetevi

libreidee.org 3.2.19

Fate una cosa fantastica, che nessuno ha mai osato fare prima d’ora: andatevene a casa. Sarebbe rivoluzionario, perché aprirebbe gli occhi alla gente. Finalmente, tutti avrebbero accesso alla verità, che è la seguente: qualsiasi governo in carica non è in grado di mantenere le sue promesse, a meno che non siano in linea, già in partenza, con il potere reale di chi comanda davvero. Ve l’immaginate cosa accadrebbe, in Italia, se i 5 Stelle dicessero una cosa simile? Non ci lasciano governare come vorremmo, quindi diciamo addio al governo e ci dimettiamo anche da parlamentari. Torniamo a casa, perché governare l’Italia è impossibile, anche se hai vinto le elezioni. Il giorno dopo, infatti, arriva qualcuno che ti spiega cosa puoi fare e cosa non puoi fare. E’ successo sempre, sta succedendo ancora. Al punto da lasciar sbiadire, fino a ridurre a zero, qualsiasi istanza di cambiamento. Il governo gialloverde è diventato una farsa, e in particolare i 5 Stelle stanno scivolando nel ridicolo. Perché non se ne vanno a casa? Sarebbe un gesto clamoroso, che gli italiani capirebbero. Dopo, allora, il cambiamento potrebbe cominciare davvero.

E’ l’appello che Massimo Mazzucco, elettore deluso dai grillini, torna a rilanciare: se sei costretto a rimangiarti tutte le promesse – dal reddito di cittadinanza al rifiuto della legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale – ti resta un’ultima carta, le Di Maio con Di Battistadimissioni. Sarebbero esplosive e dirompenti, ribadisce Mazzucco, in web-streaming su YouTube. Se Di Maio, Toninelli e compagnia facessero una cosa simile – aggiunge – verrebbe giù il paese. Gli italiani si scuoterebbero. E i grandi media sarebbero costretti a dire finalmente la verità, ad ammettere che l’Italia non ha più sovranità su niente, non può prendere decisioni a tutela dei cittadini perché non piacciono al potere economico, l’unico che conti. L’obbligo vaccinale? Alto tradimento: il “contratto” di governo prevedeva il “superamento” della legge Lorenzin. Emergono notizie sui vaccini “sporchi” e sulle reazioni avverse? La Puglia ha dimostrato che 4 bambini su 10, dopo il vaccino, mostrano problemi anche gravi? Ma il ministro della salute, Giulia Grillo, diffonde uno spot in tv per far dire all’astronauta Samantha Criostoforetti che «i vaccini sono sicuri». Menzogna: lo sanno tutti, che non lo sono. Lo scrive, nero su bianco, la Corte Suprema degli Usa: i danni da vaccino «sono inevitabili». E al governo americano sono finora costati 4 miliardi di dollari in risarcimenti.

Dove siete, cari 5 Stelle? Che ci fate, accanto a Salvini che si schiera per il Tav Torino-Lione, violando slealmente il patto di governo, la cui carta garantiva che quel progetto sarebbe stato sottoposto al severo vaglio dell’analisi costi-benefici? Dove siete, Mazzuccocari pentastellati, quando i poteri oligarchici che dominano l’Unione Europeavi costringono a rinunciare – a colpi di spread e di minacce, come la procedura d’infrazione – a tutte le promesse che avevate fatto agli elettori italiani? Che senso ha, restare al governo in queste condizioni? I militanti più ciecamente fanatici dicono che bisogna comunque resistere, mediare, tener duro? No, protesta Mazzucco. C’è ben altro, che si può fare. Qualcosa di estremo, pulito, trasparente. Dire, alla nazione: noi torniamo a casa, perché i grandi poteri (privati, non democratici) ci impediscono di governare come vorremmo. Se accadesse una cosa simile, lo choc sarebbe così enorme da produrre – allora sì – la rivoluzione di cui si riempivano la bocca, un tempo, i 5 Stelle. A quel punto, tutti gli italiani sarebbero con loro. E le elezioni successive si trasformerebbero in un plebliscito (e in un cataclisma, per tutti i poteri che hanno frenato, intralciato e sabotato il “governo del cambiamento”). Si tratta di compiere un’azione semplice, lineare. Unico requisito: il coraggio. Politici onesti, cioè coraggiosi. Qualcuno ne vede, in giro? Nemmeno col telescopio.

Carige, Preziosi a Telenord: “Di Maio non sa quello che dice, lo denuncio”

telenord.it 3.2.19

https://telenord.it/carige-preziosi-a-telenord-di-maio-non-sa-quello-che-dice-lo-denuncio/#fvp_PREZIOSI-TEL,2m11s

“Il ministro non sa quello che dice, io lo denuncio”. Così il presidente del Genoa e di Fingiochi Enrico Preziosi a Telenord, replica alle affermazioni del vicepremier Luigi Di Maio alla Camera che, parlando della situazione di Banca Carige, ha citato “prestiti o fidi, in parte sanati ma che hanno provocato sofferenze alla banca, sono stati erogati ad alcune società riconducibili al dottor Enrico Preziosi”.

Il vicepresidente Di Maio ha citato anche lei tra le persone che sarebbero responsabili della situazione di Carige, lei come risponde? “Il ministro dimostra la sua incapacità perché parla di cose che non conosce e fa considerazioni su fatti di cui non è al corrente. Io a Carige non devo dare neanche un euro, ho pagato 81 milioni nel mese di novembre. Ho saldato tutto. Se c’è qualcuno che è rimasto truffato dalla Carige è il sottoscritto tramite il dottor Berneschi, il quale mi fece comprare anche 60 milioni di azioni che si sono rivelate carta straccia. Mi spiace che Di Maio dica queste cose perchè io non aspetto altro che venga pubblicato l’elenco dei creditori. Prima di parlare dovrebbe pesare le parole e accertare i fatti. A Di Maio dico di non nominare il sottoscritto perché lo denuncio.”

Lei quindi ha intenzione di intraprendere qualche azione contro il ministro? “Prima accerterò quelle che sono state le dichiarazioni fatte. Lui non si può permettere di parlare del sottoscritto di cui non sa assolutamente niente. Ribadisco, io non devo un centesimo anzi abbiamo fatto una transazione per evitare che io denunciassi la Carige in un’operazione di azioni comprate dal sottoscritto. Ho saldato tutto con 8 anni di anticipo, quindi di cosa stiamo parlando! Di Maio non sa niente di ciò di cui parla.”

Presidente si aspetta di essere convocato, se ci fosse una commissione d’inchiesta andrà a parlare? “Assolutamente sì. Già mi sono ritrovato più volte a essere coinvolto tra gli imprenditori che per qualche motivo devono soldi alla Carige. Io giudico il mio operato e so che non devo un euro. Basta chiamare la Carige e chiedere qual è la posizione di Enrico Preziosi nei confronti della banca: qualcuno le dirà “zero”.

https://telenord.it/carige-preziosi-a-telenord-di-maio-non-sa-quello-che-dice-lo-denuncio/#fvp_010219-DI-MAIO-CARIGE-02_45,6s

Deutsche Bank si è rifiutata di prestare a Trump durante la gara del 2016: NYT

zerohedge.com 2.2.19

“Kerosene Maxine” non piacerà a questo.

Mentre la presidente del comitato dei servizi finanziari della Camera si prepara a citare in giudizio Deutsche Bank, che ha descritto in una recente intervista come “forse le più grandi banche di riciclaggio di denaro del mondo” , il New York Times disabato ha rivelato che Trump stava vincendo le primarie New Hampshire e South Carolina nel marzo 2016, DB ha rifiutato di estendere un prestito alla Trump Organization, che era stata richiesta per pagare i lavori di ristrutturazione a Turnberry, uno dei club di golf di Trump in Scozia. Il denaro doveva essere sostenuto dal golf club di Trump a Doral, in Florida.

All’epoca, la banca aveva già centinaia di milioni di dollari in prestiti alla Trump Organisation, e i banchieri go-track di Trump nell’unità bancaria privata di Deutsche erano propensi ad approvare la sua richiesta. Tuttavia, gli alti dirigenti della banca – incluso ora l’amministratore delegato Christian Sewing – erano scettici a causa dei “rischi reputazionali” relativi alle dichiarazioni divergenti di Trump sulla pista della campagna. Inoltre erano a disagio con i rischi politici, temendo che se Trump avesse vinto e poi fosse stato insolvente sul prestito, Deutsche sarebbe stata lasciata nella scomoda posizione di dover sequestrare beni dal presidente degli Stati Uniti.

briscola

Secondo il NYT, Trump ha chiesto i soldi in un momento in cui stava prestando decine di milioni di dollari alla sua campagna. Ma mentre la richiesta si apriva la strada a un comitato di alti dirigenti a Francoforte, i dirigenti della banca si resero conto per la prima volta della quantità di affari che DB aveva con lo sviluppatore immobiliare di New York che sarebbe presto diventato presidente. 

Da quando la relazione tra Trump e Deutsche è fiorita per la prima volta alla fine degli anni ’90, quando la banca ha accettato di prestargli 125 milioni di dollari per finanziare i lavori di ristrutturazione su un grattacielo di Wall Street, la relazione ha subito i suoi alti e bassi.

A quel tempo, Deutsche stava faticando a penetrare nel mercato statunitense ed era più tollerante nei confronti del rischio rispetto ai suoi colleghi statunitensi, che avevano avuto legami più o meno stretti con Trump dopo una serie di fallimenti nei primi anni ’90.

Sebbene a volte fosse roccioso (Trump aveva citato DB durante l’apice della crisi finanziaria), il suo rapporto con la banca continuò fino all’alba della sua carriera politica.

Il rapporto tra il signor Trump e la Deutsche Bank era sopravvissuto a momenti rocambolici. Nel 2008, in mezzo alla crisi finanziaria, il signor Trump ha smesso di restituire un prestito per finanziare la costruzione di un grattacielo a Chicago – e ha poi citato in giudizio la banca, accusandola di contribuire a causare la crisi. Dopo quella causa, il ramo dell’investment banking di Deutsche Bank ha rotto i legami con il signor Trump.

Ma entro il 2010, era tornato a fare affari con Deutsche Bank attraverso la sua unità di private-banking, che si occupava di alcune delle persone più ricche del mondo. Quell’unità organizzò i prestiti Doral, e un altro nel 2012 legato al grattacielo di Chicago.

Il fatto che Trump andasse nella banca privata era Rosemary Vrablic, un anziano banchiere nel suo ufficio di New York. Nel 2013, è stata oggetto di un lusinghiero profilo in The Mortgage Observer, una rivista immobiliare di proprietà del genero di Trump, Jared Kushner, che era anche tra i suoi clienti. Nel 2015, ha organizzato il prestito che ha finanziato la trasformazione di Mr. Trump del vecchio ufficio postale di Washington nel Trump International Hotel, a pochi isolati in Pennsylvania Avenue dalla Casa Bianca.

In una dichiarazione al Wall Street Journal, un rappresentante dell’organizzazione Trump ha negato di aver cercato denaro per Turnberry nel 2016, e ha denunciato la notizia della NYT come “assolutamente falsa”.

“Questa storia è assolutamente falsa: abbiamo acquistato Trump Turnberry senza alcun finanziamento e abbiamo investito decine di milioni di dollari del nostro denaro nel rinnovamento iniziato nel 2014. In nessun momento sono stati necessari soldi per finanziare l’acquisto o la ristrutturazione di Trump Turnberry ,” lei disse.

In una storia separata ma simile, il Wall Street Journal ha riferito sabato che Deutsche Bank si è affrettata a scaricare un prestito da 600 milioni di dollari al gigante bancario statale russo VTB alla fine del 2016 in quanto il creditore tedesco ha cercato di limitare la sua esposizione alla Russia dopo il famigerato specchio scandalo commerciale.

La banca ha deciso di gettare il prestito tra preoccupazioni per le sue relazioni finanziarie con entità russe. E benché WSJ non riuscisse a capire come VTB abbia usato i soldi che DB gli ha prestato, un portavoce della Deutsche ha insistito sul fatto che il denaro non era destinato a favorire il presidente Trump o le sue imprese come parte di un accordo a porte chiuse.

Il Wall Street Journal non ha potuto determinare dove sono andati i soldi del prestito. Deutsche Bank ha considerato il finanziamento VTB standard da banca a banca, fornito a VTB in dollari USA,secondo le persone che hanno familiarità con il finanziamento. VTB ha dichiarato in un comunicato al Journal che il prestito “era destinato ai fini delle attività commerciali della tesoreria di VTB”, e non era diretto al presidente Trump o ad altre società affiliate con lui.

Un portavoce di Deutsche Bank ha dichiarato: “Qualsiasi affermazione secondo cui il nostro finanziamento a VTB era destinato a beneficio del presidente Trump o di chiunque altro fosse collegato a lui è falso”.

Lo scrutinio di VTB è legato a uno scambio di email tra Michael Cohen e l’ex socio Trump Felix Sater, che ha promesso a Cohen che la banca russa sarebbe stata disposta a finanziare il famigerato progetto Trump Tower di Mosca. Cohen avrebbe anche pianificato di incontrare i dirigenti senior del VTB durante un viaggio a Mosca nel maggio 2016, ma il viaggio non è andato a buon fine.

Un giornalista di golf di primo piano, citato nella storia del NYT su Deutsche che rifiuta un prestito all’organizzazione Trump durante la campagna, ha affermato che Eric Trump una volta gli aveva detto nel 2013 che la Trump Org usava i soldi che aveva ricevuto da fonti russe per finanziare gli acquisti e ristrutturazioni di circa una dozzina di mazze da golf e resort in tutto il mondo. La Trump Org ha insistito sul fatto che si basava sul proprio denaro per finanziare questi progetti.

VTB era tra una manciata di prestatori russi colpiti con sanzioni statunitensi dopo l’annessione della Crimea nel 2014, rendendo il prestito della Deutsche Bank ancora più prezioso per la banca e ancor più difficile da vendere per Deutsche.

Eppure, se non altro, l’accordo mostra quanto fossero strettamente interconnessi Deutsche e VTB. Ma finora, almeno, nessuno ha scoperto alcuna prova che colleghi l’Organizzazione Trump al VTB.

Ma sembra che “Kerosine Maxine” speri di cambiarlo.

L’albero dei desideri: Un racconto ci mostra come sabotiamo la nostra vita

angolopsicologia.com 10.1.19

albero dei desideri

Un uomo camminava in un bosco pensando alle sue preoccupazioni, ai suoi molti problemi. Esausto, si fermò a riposare all’ombra di un albero, ma era un albero magico che concedeva all’istante tutti i desideri di chiunque lo toccasse.

L’uomo aveva sete, quindi pensò che gli sarebbe piaciuto bere dell’acqua fresca. Immediatamente, nella sua mano apparve un bicchiere d’acqua fredda. Sorpreso, guardò l’acqua e bevve. Una volta placata la sete si rese conto di essere affamato e desiderò qualcosa da mangiare. Immediatamente apparve un piatto di buon cibo davanti a lui. 

“I miei desideri si avverano” pensò l’uomo incredulo. 

“Se è davvero così, voglio avere una bella casa”, disse ad alta voce. 

La casa apparve nel prato davanti a lui. Un enorme sorriso gli attraversò il viso mentre desiderava avere dei servi che si occupassero di quella meravigliosa casa. Quando apparvero, si rese conto che in qualche modo era stato benedetto da un incredibile potere e desiderò avere una donna bella, amorevole e intelligente con cui condividere la sua fortuna.

Quando la donna apparve davanti ai suoi occhi, l’uomo disse: “aspetta un attimo, è ridicolo. Non sono mai stato così fortunato nella mia vita. Non può succedermi questo!”

Non aveva finito di dire quelle parole che tutto era già sparito.

Rassegnato, l’uomo disse a se stesso: “lo sapevo, non poteva accadermi qualcosa di così meraviglioso”. E se ne andò via triste e a testa bassa, pensando ai suoi molti problemi.

A molte persone, come all’uomo del racconto, accadono cose meravigliose che poi svaniscono come per magia semplicemente perché pensano di non meritarle. Questa parabola ci invita a riflettere su ciò che ci aspettiamo dalla vita e crediamo di poter ottenere.

Per ottenere ciò che desideri devi prima credere di meritarlo

Tendiamo a pensare che il nostro mondo sia costruito sui fatti. Ma i fatti sono solo una variabile in un’equazione molto più complessa. Interpretiamo costantemente questi fatti, così facendo diamo loro un significato secondo la nostra concezione della vita e l’immagine che abbiamo di noi stessi. Poi entrano in gioco le nostre certezze, che prima erano solo presunzioni.

Una presunzione implica dare per certo qualcosa partendo da alcuni indizi, al punto che più tardi si trasforma in una certezza. Quando la presunzione diventa una certezza, questa finirà per influenzare il nostro modo di interpretare gli eventi che ci accadono. Come l’uomo nella storia, quando siamo certi di non meritare qualcosa, prima o poi lo perderemo.

Quando crediamo di non essere all’altezza di raggiungere determinati obiettivi, si attiverà in noi un meccanismo che andrà a confermare quella presunzione, trasformandola in certezza. Quindi iniziamo a sabotarci, di solito a livello inconscio.

Questo accade perché odiamo la dissonanza cognitiva. Vale a dire, una volta che ci siamo formati un’idea di noi stessi, tutto ciò che la contraddice o la fa vacillare si trasforma in una dissonanza cognitiva. A questo punto, dentro di noi si attiva un allarme allo scopo di garantire che questo nostro “io” rimanga stabile. Il problema è che a volte questo meccanismo di auto protezione ci impedisce di crescere e, come per l’uomo nella storia, ci impedisce di raggiungere gli obiettivi più ambiziosi.

Pertanto, se crediamo di non meritare qualcosa, troveremo sicuramente un modo per impedirci di raggiungerlo. Questo meccanismo può essere riscontrato nella relazione di coppia, quando incontriamo una persona così perfetta da pensare che sia troppo bello per essere vero e finiamo per sabotare la relazione, forse attraverso la gelosia o la sfiducia. Può anche accadere sul lavoro, quando ci viene offerta un’opportunità talmente buona da sembrarci incredibile così, non dandogli credito,la paura di commettere errori e l’insicurezza finiscono per farcela perdere. Così chiudiamo un circolo vizioso nel quale terminiamo ripetendoci: “era troppo bello per essere vero!”

Il punto è che quando accettiamo questi cambiamenti, ci costringiamo anche a cambiare l’immagine che abbiamo di noi stessi. E questo è un processo complicato che non tutti sono disposti ad accettare. Molti preferiscono rimanere nella loro zona di comfort, lamentandosi della loro “sfortuna”, senza rendersi conto che molte volte sono essi stessi che contribuiscono a fare in modo che gli eventi prendano una svolta negativa.

Sentirsi immeritevoli genera una resistenza al cambiamento in positivo. Così condanneremo noi stessi ad una vita mediocre in cui si realizzano solo le nostre profezie negative.

Non diventare il tuo principale limite: Come rompere questo circolo vizioso?

“Ignoriamo la nostra vera altezza finché non ci alziamo”, disse Emily Dickinson. È interessante notare a questo proposito che generalmente l’educazione che riceviamo, la società e le persone più vicine a noi sono proprio coloro che preferiscono che restiamo seduti. Così è più comodo per tutti.

Pertanto, il primo passo per ottenere ciò che desideri consiste in sbarazzarti delle “certezze” che ti limitano. Tutte quelle cose che assumi come verità assolute sono in realtà presunzioni la cui origine può essere fatta risalire al tuo passato. La sensazione di non essere all’altezza o sentirsi indegni, di solito proviene da esperienze vissute durante l’infanzia o l’adolescenza. È anche probabile che queste “certezze” siano parole che ti ripetevano i tuoi genitori, gli insegnanti o altre persone importanti nella tua vita.

Con le loro parole hanno contribuito a plasmare l’immagine che hai di te stesso. Tuttavia, devi capire che un “io” statico è un “io” che non cresce. La dissonanza cognitiva non è una cosa negativa da temere, in realtà è un segno che stai pensando autonomamente, stai cambiando e stai evolvendo.

Mentre stai lavorando per perdonarti questi pensieri profondamente radicati che ti trattengono e ti impediscono di realizzare i tuoi sogni, scoprirai che inizierai a sentirti meglio, più leggero e sollevato. Poco a poco ti preparerai a godere appieno delle buone opportunità che ti si presentano nella vita, invece di sabotarle e restare immobile a piangere sul latte versato.

La mmt è tornata. Ed è più forte di prima

Massimo Bordin micidial.it 2.2.19

Da qualche tempo a questa parte le teorie pos-keynesiane della mmt sembravano relegate alla curiosità accademica, o comunque incapaci di superare la forma associativa dei suoi attivisti. Dopo l’uscita di scena del giornalista Paolo Barnard, la teoria monetaria moderna non aveva più trovato spazio in televisione e dunque sembrava dimenticata. 

Per fortuna non sempre ciò che si percepisce corrisponde alla realtà.

Non solo in Italia gli studiosi che fanno capo alla mmt continuano nella loro opera di divulgazione, ma all’estero si tengono sul tema delle conferenze di respiro internazionale. Venerdi 1 febbraio, a Berlino, il Dottor Sommer della Bundesbank è intervenuto in un convegno mmt parlando di creazione del denaro. In quell’occasione è interventuo anche il “nostro” Giacomo Bracci – addetto alla comunicazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma – ed ha proposto un’analisi sul rapporto tra la creazione di denaro e l’occupazione.

Siccome tanto poco se ne parla oggi, quanto molto se ne parlava fino ad un paio d’anni or sono, vale la pena fornire qualche informazione di massima, sprattutto sul fondatore della mmt, Warren Mosler.

Ci sono uomini in grado di farti sentire uno stupido per quanto sono intelligenti. Uno di questi è Warren Mosler, economista americano vicino alle posizioni di Keynes e Knapp.

Un americano di cultura, bravo sia nelle analisi macroeconomiche che in quelle di brevissimo. Un self made man che ha fatto i “schei” sul serio e che capisce come va il mondo della finanza.

Ci propone anche e soprattutto una exit strategy dalla crisi, essendo egli il principale teorico della mmt, proposta in Italia agli inizi del decennio da Barnard e poi da una serie nutrita di gruppi regionali nati su iniziativa di Barnard stesso e proliferati successivamente in modo autonomo.

Tutto era iniziato però a Rimini all’IT Forum per iniziativa del trader indipendente Giovanni Zibordi, direttore del sito Cobraf e di Monetazione.it.

L’IT Forum è il tempio del trading italiano e non è un caso che tutto sia in fondo partito da li, ben prima del successo mediatico di Barnard sul tema della sovranità monetaria (che poi beffardamente è stato scippato in parte dalla Lega e poi soprattutto da Grillo).

La diffusione della mmt negli anni 2013, 2014 è continuata con altri appuntamenti in tour per tutta la penisola dove Mosler e Barnard hanno riempito letteralmente le sale di ascolto di tutte le grandi città italiane

Eventi unici nel loro genere e del tutto inediti, con un pubblico numeroso intento ad ascoltare per ore dati macro, grafici, teorie monetarie sul debito pubblico, l’uso dei bond, il cartalismo ecc. ecc.

Anche  i trader pertanto dovrebbero prestare attenzione a Mosler, che pure è stimato e apprezzato da diversi economisti nel mondo e che viene ascoltato come consulente da banchieri e dagli specialisti finanziari dentro i ministeri del tesoro. Mosler ha più volte sfidato a discutere altri economisti contrari alla sovranità monetaria e alle teorie keynesiane di piena occupazione, ma nessuno ha mai accettato la sfida perché le competenze tecniche di Mosler sono di massimo livello e difficili da contrastare in un dibattito pubblico. Anche da noi, i vari Michele Boldrin li potete trovare su youtube contro Bagnai, ma mai contro Mosler. E non è affatto un caso.

Gli oppositori delle teorie post – keynesiane, come Giannino per esempio, sono prontissimi a contrastare Alba Parietti da Bruno Vespa su questo tema, ma Mosler no, con lui si guardano bene dal fare figuracce.

Secondo i teorici della mmt, la moneta oggi, senza il sistema aureo, è una “creatura dello stato” e non viene dal privato, bensì appunto dall’ente pubblico. In quanto tale, non esiste alcuna ragione affinché la spesa pubblica debba essere coperta da un corrispettivo prelievo fiscale. Lo stato può spendere senza prima avere incamerato gettito fiscale e può impiegare tutte le risorse necessarie a incrementare l’attività economica e l’occupazione. Ne consegue che secondo gli economisti della teoria monetaria moderna,  l’emissione di moneta veicolata all’aumento della produzione consente allo stato di fare deficit di bilancio senza un apprezzabile pericolo di inflazione, sin quando non si arriva al pieno impiego occupazionale, che era anche uno degli obiettivi preferiti di Keynes e propedeutico al rilancio dell’economia

Warren Mosler, lo studio delle sue teorie, le sue intuizioni e la visione che egli ha del ruolo delle banche Centrali possono consentire un salto di qualità per la percezione della finanza.

Mosler conosce la Fed fino “alla curva del tubo”, come direbbe il mio idraulico, e la Fed è quella da cui tutto dipende, o, meglio, diciamo che le banche centrali in generale stanno al trading come il Sole sta a Niccolò Copernico.

Mosler, e non ultimo, ci offre finalmente una visione non pauperistica dell’uscita dalla crisi, e la sua biografia lo conferma, come lo confermava quella di Keynes. Dunque, esistono e possono essere cosiderate socialiste, anche soluzioni alla crisi che non propongono necessariamente di tornare all’orto e alle galline in cortile.

Val la pena di ricordare, infatti, che l’economista americano ha appena venduto la sua Banca e la sua società automobilistica (si, le Mosler sono automobili sportive che prendono il nome da lui, non è un caso di omonimia) e che dopo aver gestito con successo società di Hedge Fund, vive nel paradiso di St. Croix, nelle isole Vergini (isole che, come potete ben immaginare, sono sempre più rare…).

La guerra tra giganti per la canapa medica

Andrea Stern Caffe.ch 3.2.19

Anche Novartis si è lanciata nella corsa all’oro verde
Immagini articolo

Scordatevi il gruppetto di amici che si ritrova al parco per fumarsi una canna. Ora sono le multinazionali ad aver messo le mani sul prezioso oro verde. Gruppi che valgono miliardi come l’olandese Heineken o le statunitensi Altria (il gruppo che controlla Marlboro) e Ab InBev (leader mondiale della birra). E dallo scorso mese di dicembre anche la svizzera Novartis, la cui filiale Sandoz ha stretto un’alleanza con la società canadese Tilray, specializzata nella produzione di olio e fiori di cannabis. 
“È un’ottima notizia – commenta il dottor Werner Nussbaumer -. Io sono stato un precursore nella somministrazione di marijuana, se ora anche l’industria chimica mi segue vuol dire che avevo ragione. Vuol dire che hanno capito che in molti casi la canapa è molto più efficace dei normali medicinali, oltre a costare molto meno”. Fino a dieci volte meno, sottolinea colui che è stato definito il “dottor canapa” per il suo impegno in questo ambito. “Inoltre l’entrata in campo di un gigante come Novartis – aggiunge Nussbaumer – velocizzerà sicuramente il processo che porterà le casse malati a rimborsare i prodotti a base di canapa. A vantaggio di tutti i cittadini”.
Verosimilmente tra un paio di anni (vedi articolo a fianco) sugli scaffali delle farmacie si troverà quindi cannabis con effetto psicotropo, vale a dire con più dell’1% di tetraidrocannabinolo (Thc). Ma, attenzione, potrà essere usata solo a scopo medico. “Noi stessi siamo contrari alla vendita di canapa a uso ricreativo in farmacia – sostiene Sergio Regazzoni, presidente dell’Associazione cannabis ricreativa Ticino -. In farmacia si acquistano le medicine”. Detto ciò, anche Regazzoni saluta positivamente l’iniziativa di Novartis, la prima multinazionale del settore farmaceutico ad essersi lanciata nel mercato della marijuana. “È un messaggio in controtendenza con l’attuale società basata sulla chimica – afferma -. Poi chiaramente se hanno deciso di iniziare a vendere canapa medica è perché intravvedono un grande potenziale in questo ambito. Non lo fanno per filantropia ma per guadagnarci. Vogliono conquistare la loro fetta in un mercato per il quale tutti gli esperti prevedono una crescita esponenziale nei prossimi anni”.
In altri Paesi questo fenomeno è già in atto. A titolo di esempio Regazzoni cita Israele, il cui ex primo ministro Ehud Barak ha recentemente partecipato al Forum economico di Davos (vedi articolo pagina a fianco) in veste di presidente di Intercure, società quotata in borsa che produce e commercializza canapa medica. “Lì a livello di ricerca e di diffusione della canapa medica sono all’avanguardia – nota Regazzoni -. È un bene che anche in Svizzera, dove esiste un grande know-how , si siano finalmente capite le grandi opportunità di questo settore”.
Novartis non mira comunrque solo al mercato interno, ma a quello internazionale. “L’accordo con Tilray è un accordo vasto – ha spiegato il portavoce della società basilese, Satoshi Sugimoto, al quotidiano La Liberté -. Permette un’eventuale collaborazione in tutti i Paesi”. Attualmente sono circa 35 quelli in qualche modo consentono la vendita di canapa a uso terapeutico. La Svizzera si appresta a seguirne l’esempio. “Bisogna anche dire – aggiunge Nussbaumer – che l’industria farmaceutica teme di perdere miliardi a causa del passaggio di molti pazienti dalle medicine tradizionali alla canapa”. 
Mentre quella del tabacco è confrontata con un calo della popolarità delle sigarette, almeno in Occidente. E quindi per mantenere i propri guadagni la soluzione è solo una, quella indicata da Giulio Cesare: se non puoi sconfiggere il tuo nemico fattelo amico.

Aquisgrana: il vero potere adesso ha paura di noi europei

libreidee.org 3.2.19

Tanto peggio, tanto meglio: vuoi vedere che l’orrendo patto franco-tedesco per fondare la versione 2019 del Sacro Romano Impero finirà con l’aprire gli occhi agli europei? Lo sostiene Enrico Carotenuto in un’analisi su “Coscienze in Rete”, network impegnato a svelare i retroscena della geopolitica sulla base di una tesi di fondo: il vero potere non mostra mai il suo vero volto, preferendo utilizzare comodi burattini (come Macron e la Merkel, in questo caso). E una mossa come il Trattato di Aquisgrana – che affossa virtualmente l’Uesullo scenario mondiale – rivela la fragilità del poterefranco-tedesco, spaventato dalla ribellione in corso in tutta Europa (elettorale in Italia, popolare in Francia, istituzionale nella Gran Bretagna della Brexit). Ma quel potere, più che “franco-tedesco”, è apolide: la Francia di Macron e la Germania della Merkel sono solo i principali strumenti con cui il neoliberismo neo-feudale ha esercitato il suo dominio, imponendo ai popoli europei di sottostare alle rigide norme finanziarie che hanno fatto crescere il Pil europeo impoverendo però la stragrande maggioranza della popolazione, attraverso un immenso trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, grazie a regole truccate dell’austerity.

Tristemente decadente anche l’aspetto simbolico del trattato, firmato non casualmente proprio ad Aquisgrana, la capitale di Carlomagno. Proprio Aachen, ricorda Enrico Carotenuto, è la città dove ben 37 imperatori del Sacro Romano Impero vennero Macron e Papa Francescoincoronati “Re dei Germani” (non dei Franchi). E siamo sicuri, aggiunge, «che anche questa ennesima “incoronazione” abbia il beneplacito del papato». Ve le ricordate, le effusioni del soave Macron in Vaticano con Papa Francesco, dopo che i francesi avevano appena definito “vomitevole” la politica italiana sui migranti? Ora ci risiamo: lo stesso Macron – attaccato da Di Maio per lo sfruttamento coloniale dell’Africa – dice che l’Italia merita governanti migliori, all’altezza della sua storia. Si scivola dal ridicolo al grottesco, visto che Macron – a capo di un paese che rapina nel modo più ignobile 14 paesi africani – parla come una Maria Antonietta qualsiasi, assediato com’è dalla rivolta dei Gilet Gialli, approvata da 8 francesi su 10. Ed è proprio il malconcio Macron – politicamente, un morto che cammina – ad aver firmato il Trattato di Aquisgrana insieme ad Angela Merkel, la cui stella politica è al tramonto.

In altre parole: non sono loro, a decidere. Politici come Merkel e Macron si limitano a eseguire ordini. La notizia? L’élite che li comanda oggi teme il popolo. Ha paura del risveglio in atto, nelle coscienze dei cittadini europei. «Noi – scrive Carotenuto – Enrico Carotenutosiamo del parere che il “peggioramento” (l’accorciamento delle linee di comando) sia una manovra di retroguardia, da parte di certe forze, di fronte a quello che sta succedendo realmente dal punto di vista evolutivo». Sempre “Coscienze in Rete” immagina «che la risposta a questo peggioramento imposto sia un’occasione di miglioramento delle coscienze individuali». E’ evidente, intanto, il rischio che la Ue “si smonti” per via dei risentimenti crescenti che stanno esplodendo ovunque, specie nell’Europa mediterranea. Il Trattato di Aquisgrana sembra fatto apposta per varare l’Europa a due velocità, divisa tra paesi leader e piccoli satelliti. Il vero potere lavora da sempre alla creazione del super-Stato, «ma è un lavoro molto lungo e difficile anche per le grandi piramidi». Chi ha un po’ di potere tende a mantenerlo. E la piramide è antica, come i suoi metodi: carota e bastone, “divide et impera”. Ora, se non altro, il fenomeno è sotto gli occhi di tutti.

SPY FINANZA/ Il caos Consob e le lotte di potere che lasciano scoperta l’Italia

Ancora non è chiaro chi sarà a guidare la Consob. Marcello Minenna è finito sotto attacco e Paolo Savona non sembra poter avere quell’incarico

03.02.2019 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

Marcello Minenna (Lapresse)

Caso Consob, svolta in vista. O forse no. Dopo quasi cinque mesi di presidenza vacante, l’organismo di vigilanza dei mercati potrebbe veder giungere alla sua guida il ministro per i Rapporti co l’Ue, Paolo Savona. L’indiscrezione di stampa, lanciata per primo dal sito Dagospia, è arrivata nel tardo pomeriggio di venerdì, corredata da una dichiarazione sibillina dell’interessato: «Non so cosa stia succedendo dietro alle mie spalle». Quindi, o dissimulazione per paura di una nuova delusione, dopo quella del “no” del Quirinale che gli sbarrò la strada verso il ministero dell’Economia oppure qualcosa di peggio. Un mercanteggiamento, vero e proprio, all’interno del Governo per giungere a un assetto “rivisitato” dell’esecutivo senza passare dal passaggio formale – e pericoloso per gli equilibri, già messi a dura prova dal caso Tav – del rimpasto ufficiale. E, cosa più grave, apparentemente con l’ok del Quirinale all’operazione, la quale – sempre stando alle indiscrezioni di stampa – lascerebbe vuota la casella del ministro Savona: nessun rimpiazzo al ministero dei Rapporti con l’Ue. Interim a Conte? A Tria? A Moavero? Non si sa, opacità assoluta.

Un po’ strano, quando i rapporti con l’Europa paiono la priorità assoluta e lo stesso appuntamento con le elezioni di fine maggio viene dipinto come l’Armaggedon day, un nuovo quesito fra monarchia e Repubblica. Ieri, poi, il tweet del grillino Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia: «Savona: perché perdere un buon ministro ed impantanare #Consob in ipotesi di assai dubbia percorribilità giuridica? Il candidato di un coraggioso #GovernoDelCambiamento è dal 14 novembre uno solo: Minenna». Insomma, caos totale di nuovo. Una cosa è chiara, però. Ovvero, lo sgradevole cotè di deteriore potere romano che sta apparentemente dietro a tutta la vicenda, comiciata di fatto – e nel silenzio generale verso l’opinione pubblica – qualche giorno prima con una strana polemica, apparentemente molto da “addetti ai lavori”. Anzi, ai livori, per meglio dire.

Prima di raccontarvela, meglio ribadire un concetto, però: vi confermo che non ho alcuna simpatia per questo Governo. Anzi. E, soprattutto, non ho interessi personali nascosti o doppi fini. Detto questo, c’è davvero qualcosa di escrementizio nell’odore che si è levato attorno alla vicenda Consob, negli ultimi due giorni. Mi riferisco al caso Minenna, ovvero alla mezza gaffe compiuta dal candidato in pectore di Lega e M5S alla guida dell’organismo di vigilanza dei mercati, un moderno Godot in attesa da settimane della messa all’ordine del giorno della questione da parte di Giuseppe Conte in sede di Consiglio dei ministri e, soprattutto, del via libera – tutt’altro che scontato – della sua nomina da parte del Capo dello Stato.

Nodo del contendere, un logo dell’Esm, più noto come Fondo salva-Stati, che Marcello Minenna e il collega economista di area grillina, Andrea Roventini, hanno piazzato sulla copertina di un paper di lavoro dedicato proprio alla riforma della governance del Fondo e presentato presso il Fmi, istituzione anche il cui logo faceva bella mostra di sé sul documento. Ovviamente allertato da qualche indignato a orologeria (e, forse, per conto terzi) interessato a cospargere di letame e bucce di banana l’ultimo miglio della corsa di Minenna alla presidenza della Consob, l’Esm ha puntualizzato in un tweet di non essere associato alla ricerca o alle conclusioni che essa trae e che nessun suo membro abbia collaborato alla stesura della stessa. Legittimo. Ma, di fatto, una mezza accusetta di utilizzo indebito del logo. Magari non proprio spontanea e caldeggiata dall’Italia. Magari.

Accidenti, quale colpa atroce, quale delitto senza possibilità di assoluzione, addirittura aver usato il logo dell’Esm su delle slides! Calcolando quale nomea insegua il Fondo salva-Stati presso le opinioni pubbliche europee dal 2011 in poi, oltretutto, al limite Minenna può essere accusato di autolesionismo. Ma tant’è, l’Italietta invidiosa dei leccapiedi senza più padrini e dei falliti di successo in cerca di referenti alla riscossa è entrata in azione. Addirittura, pare ottenendo un’ammissione di disagio (non ufficializzato, in questo caso) anche da parte del FmiI per l’utilizzo anche del suo logo: parliamo dello stesso Fmi che, non più tardi di due settimane fa, Jean-Claude Juncker ha accusato di essere il vero carnefice della Grecia con le sue ricette. Praticamente, gente che se la gioca con Jack lo Squartatore e Ted Bundy a livello di popolarità. Dello stesso Fmi le cui previsioni macro sono definite nell’ambiente hockey sticks, mazze da hockey, visto che le continue revisioni in corso d’opera (dovute a marchiani e cronici errori di valutazione) ricordano il profilo di quegli attrezzi sportivi. Dello stesso Fmi, soprattutto, che ha concesso a Minenna la location per la presentazione del suo studio: lamentarsi del fatto che l’ospite metta il logo dell’ospitante sulla prima pagina del documento che viene presentato, suona villano e inelegante. Oltre che palesemente pretestuoso.

Ma immagino che le chiamate dall’Italia, via telefono, mail, Skype e piccione viaggiatore per ottenere quel carico da novanta contro Minenna, dopo il tweet dell’Esm, siano state sfinenti. Quindi, assolviamo i poveri tirapiedi di ultimo livello di Washington per questo boatos informale. La missione, però, è chiara: preservare il fortino dell’autoreferenzialità da relazione dall’assalto dei barbari alle porte, anch’essi in alcuni casi – occorre ammetterlo, basti vedere lo scempio in atto a Rai2 – già proni a questa italica disciplina olimpica di occupazione del potere. Marcello Minenna, poi, ha avuto la pessima idea di giustificarsi, sempre via Twitter: «Il logo Esm è stato usato solo per migliorare la resa grafica». E gli autori, ha aggiunto, «avevano anche pubblicato un apposito disclaimer sulla copertina per precisare che le opinioni espresse erano solo nostre». Insomma, non sarà la giustificazione del secolo, ma certamente se la gioca a livello di credibilità e grado di convinzione con la forzatura dell’Esm e la presunta stizza del Fmi. Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua. Ma sei hai contro la nomenklatura degli ecomomisti da video e da salotto, progenia più indegna dei politici di lotta e di governo, il contenitore in questione si trasforma facilmente in piscina. Anzi, in oceano.

Prima con lo shitstorming classico sui social network, con legioni di frustrati in tweed e velluto a coste che si spacciano per grandi economisti o conoscitori dei mercati, nonostante gridassero al miracolo della ripresa globale fino a tre settimane fa, magnificando i rally azionari statunitensi e ignorando l’esistenza stessa del sostegno “dopato” dei buybacks. Poi, armando la mano dei colleghi retroscenisti, i quali ovviamente hanno fatto ricircolare ad hoc lo scenario in base al quale questa brutta scivolata formale di Minenna vada ad aggiungersi, come limite ostativo nella sua corsa alla guida della Consob, ai ricorsi pendenti contro la sua promozione a capo di un dipartimento dello stesso organismo da parte di suoi ex colleghi. Accuse tutte da provare, ovviamente. Ma si sa, l’importante è l’accusa. La smentita del caso andrà sempre e comunque in basso a destra, a pagina 54, accanto agli annunci delle massaggiatrici. Insomma, usando un francesismo, vogliono fottere Minenna. E, probabilmente, come dimostrano gli sviluppi di queste ore, ce la faranno. Visto anche il poco gradimento – di fatto, vincolante – di cui godrebbe al Colle. Questione che mi tocca a livello personale quanto il destino calcistico del Chievo, sia chiaro, ma che altresì tradisce più di un nervo scoperto nel corpaccione del Deep State nostrano, nel cuore del Leviatano paludato del potere romano.

Che fare, quindi? Il ministro Di Maio starebbe per scaricarlo, dicono i bene informati e lo stesso ministro Salvini, mai particolarmente entusiasta del suo nome, avrebbe sussurrato che un minuto dopo la sua nomina, lo spread andrebbe alle stelle. Il continuo rimando della calendarizzazione della sua nomina in Consiglio dei ministri da parte di Giuseppe Conte, poi, completerebbe il quadro della classica caduta a un centimetro dal traguardo. I sempre bene informati delle cose romane, inoltre, dicono che il no a Minenna alla Consob sarebbe frutto anche di altro, oltre che della poca convinzione politica e dell’invidia di colleghi e detrattori (alcuni dei quali con lauree e master ben più millantati del logo usato da Minenna o con cattedre presso università semi-sconosciute e numero di pubblicazioni accademiche pari alle presenze in campo collezionate quest’anno da Montolivo). Ovvero, far saltare il banco che prevederebbe, nella volontà dei Cinque Stelle, di mettere mano all’intera squadra di commissari dell’organismo di Vigilanza, rimasto senza guida dal 13 settembre scorso, data delle dimissioni forzate di Mario Nava. Da allora, alla guida della Consob c’è il commissario Carmine Di Noia, uno che non mette loghi a vanvera sui report che produce. Una persona a modo, perbene e preparata. E con un background di tutto rispetto, visto che arriva da Assonime, l’associazione delle società per azioni italiane, in passato già presieduto da un uomo per tutte le stagioni come Luigi Abete.

Di Noia ha prestato servizio presso quella che Dagospia definisce “la Confindustria delle spa” fino al 2016, quando ha ricevuto l’incarico per l’autorità di vigilanza. E proprio dalla Consob è arrivato il suo successore in Assonime, l’ex responsabile della Divisione di corporate governance, Marcello Bianchi. Insomma, un bell’esempio all’italiana di porte girevoli tra controllato e controllori. Mica una cosa grave come il logo dell’Esm sul paper di Minenna, accipicchia! Come mai economisti e giornalisti economici, così lesti e operativi nel massacrare Minenna sui social e ovunque possano attivare la macchina del fango, non hanno mai lanciato strali e tweets indignati contro questa stranezza, tutta interna alla Consob? Vi pare normale un passaggio così disinvolto di carriera fra controllati e controllori? Nessuna accusa, per carità. Sono certamente tutte persone di specchiata onestà e professionalità assoluta, ma appare quantomeno strabico l’atteggiamento di chi invoca una Norimberga per Minenna (oltre allo stralcio immediato del suo nome dalla lista per la presidenza Consob, ça va sans dire) e la sua passione per le grafiche dei rendering ben bilanciate (e, magari, anche per un po’ di mitomania), ma non batte ciglio per certe simpatiche abitudini negli avvicendamenti degli organigrammi degli enti statali di controllo e vigilanza. Qualche santuario, insieme a qualche sepolcro imbiancato, teme forse che la nomina di Minenna scoperchi il proverbiale e mitologico vaso di Pandora?

Certamente no, è sicuramente una questione unicamente legata all’amor patrio per la professionalità necessaria a ricoprire un ruolo di quella delicatezza. Infatti, si pensa di spostare il ministro Savona. Il quale, però, essendo pensionato non potrebbe ricoprire quell’incarico, in ossequio alla Legge Madia. Inoltre, la sua incompatibilità trarrebbe forza anche dalla sua presenza negli ultimi due anni in Consiglio dei ministri (ente che conferisce l’incarico di capo della Consob), oltre che dal suo essere stato direttore del Fondo Euklid (soggetto che viene regolato dall’ente che conferisce l’incarico). E, sempre per l’importanza che viene riconosciuta al ruolo in questione, si starebbe quindi pensando a una “soluzione Freccero”, ovvero incarico senza compenso e solo per un anno. Quando il mandato alla guida della Consob ne dura sette. Ecco la serietà con cui sarebbe in corso di valutazione la situazione, chiaro, cari lettori? Meritocrazia prima di tutto.

E, come dimostrano gli esempi del passato recente, dalle montagne russe di Alitalia che restava però in contrattazione a Monte dei Paschi, fino alle dormite colossali mentre mezza Europa vietava le vendite allo scoperto sui titoli bancari e alle allegre quotazioni delle squadre di calcio, grazie a deroghe sui bilanci benedette all’epoca da Mario Draghi, c’è da dire che quella dote è sempre stata il tratto distintivo della Consob dei salotti buoni. Quella che oggi si attacca a un logo – senza che vi sia stato alcun reato, né violazione ma solo imprudente utilizzo – forse per non perdere potere. Tradendo però, anche attraverso l’agitazione epilettica delle dichiarazioni al veleno e l’iperattivismo di sedicenti e compiacenti “esperti”, tutto il non detto che sottende a questa triste, ennesima pagina di potere che logora.

Non conosco personalmente Marcello Minenna, non ci ho mai nemmeno parlato una volta per telefono. Quindi, la mia non è una difesa nei suoi confronti, nemmeno d’ufficio. Tocca ad altri valutare il suo grado di preparazione per quel ruolo. Io so che dal 13 settembre, però, questo Paese non ha una guida riconosciuta dell’organismo di vigilanza dei mercati, un vertice scelto dal governo in carica che ne garantisca così esplicitamente il mandato e l’autorità. E so che odio le conventio ad excludendum che questo Paese scatena con regolarità strutturale e conservativa contro chiunque non faccia parte delle corporazioni amicali e del capitalismo mediatico e di relazione che ne regola gli assetti, dal Dopoguerra in poi, vedi il caso Maria Giovanna Maglie.

Sabato, poi, l’indiscrezione sull’ipotesi Savona, non smentita dall’interessato e dipinta dai media come gradita a tutte le parti in causa: Lega, M5S e Quirinale. Della credibilità e della coerenza del ministro Savona, nemmeno parlo: lo fanno per me le sue patetiche capriole politiche, le stesse che lo hanno tramutato in poche settimane da Che Guevara della politeia per rivoltare come un calzino la governance dell’Ue a democristiano di lungo corso, apologeta della necessità di un dialogo con l’Europa sulla manovra economica, a suo dire divenuta “tutta da cambiare”. E nemmeno mi interessano gli esperimenti col bilancino, degni di un manuale Cencelli in sedicesimi, dei ministri Salvini e Di Maio per zavorrare il Governo ed evitarne il crollo. Se però le ricostruzioni fatte dai quotidiani fossero vere, allora l’atteggiamento della Presidenza della Repubblica sarebbe grave. Molto grave. Perché al netto di un’emergenza politico-mediatica continua rispetto alle performance del nostro mercato azionario, del settore bancario e dello spread come unico indicatore di vita o morte, trattare – o lasciare che si tratti – la presidenza Consob come uno strapuntino per piazzare un mobbizzato sgradito e ingombrante, il classico esempio di promoveatur ut amoveatur, sarebbe gravissimo. Irriguardoso. E pericoloso, soprattutto per un Paese che continua a vedere la sua classe dirigente riempirsi la bocca con la necessità di attrarre investimenti e capitali. Soprattutto ora che la recessione, globale e non solo nostra, è alle porte.

E come lo facciamo, trattando la Consob come un ospizio di lusso presso cui parcheggiare personalità sgradite o divenute ostative a piani inconfessati e inconfessabili? O, peggio, magari come esilio pubblico, una Sant’Elena dorata da offrire sul piatto d’argento alla volontà di vendetta personale (consumata molto fredda) e di invio di messaggi preventivi su chi comanda già ora e comanderà sempre di più, al futuro presidente del Consiglio italiano? Spero che il Quirinale smentisca, come immagino farà, queste ricostruzioni. Resta il fatto che, fra caso Minenna e ipotesi Savona, la presidenza di un’authority di importanza fondamentale in ogni Paese civile e rispettoso del mercato si è tramutata in un immondo mercato delle vacche e in occasione di regolamento di conti nel sottobosco del potere politico-economico, a tutti i livelli: dai massimi a quelli rasoterra dei twittatori mediatici su commissione. Poi ci lamentiamo se scappano gli investitori e lo spread sale. 

La lobby della canapa ora punta all’Europa

Filippo Taddei da Davos Caffe.ch 3.2.19

Un vertice a Davos tra gli imprenditori dell’erba medica
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Per la prima volta, l’industria della cannabis si presenta come uno dei più promettenti settori economici del momento, con prospettive di crescita così grandi che nell’ultimo anno hanno attirato l’attenzione degli investitori internazionali. “La cannabis è parte integrante della prossima ondata di globalizzazione e una discussione seria a Davos non potrebbe essere più adatta”, ha dichiarato Saul Kaye di iCan (compagnia di cannabis medica israeliana).
A Davos, quasi in parallelo con il Forum economico, si è parlato dei nuovi mercati emergenti per la cannabis, di esportazione ed innovazione e delle prossime opportunità di investimento in questa espansione globale. Per gli imprenditori della cannabis il World Economic Forum è diventato così l’occasione per presentarsi e sedurre gli investitori più qualificati.
Tra gli ospiti del “Cannabis Conclave”, evento organizzato dal Consumer choice center (Ccc), l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak nonché presidente della compagnia di cannabis medica InterCure, Anthony Scaramucci, ex direttore delle comunicazioni del presidente Donald Trump e Bruce Linton, fondatore di Canopy growth corporation, una compagnia canadese che nell’esercizio 2017-2018 ha fatturato 77.9 milioni di dollari, in forte aumento rispetto ai 39.89 del 2016-2017.
“È davvero solo una questione di politiche pubbliche – ha detto Linton a Business Insider all’inizio dell’anno – so che può non sembrare interessante o eccitante. Ma in assenza della corretta regolazione pubblica, non c’è neanche la giusta opportunità imprenditoriale”.
Dal 2000 i canadesi hanno avuto  la possibilità di possedere e coltivare piccole quantità di “erba” a scopo medico e nel 2014, il governo ha iniziato ad accordare licenze a compagnie come Canopy Growth per produrre grandi quantità di marijuana per persone affette da gravi malattie. Valutata più di dieci miliardi di dollari, Canopy oggi vale più di Bombardier, produttore canadese e uno dei più grandi produttori al mondo di aerei e treni, offrendo un chiaro esempio della portata di questa nuova “industria della marijuana”.
Secondo gli esperti, l’Europa è destinata a diventare il più grande mercato di cannabis legale – in particolare a scopo terapeutico – al mondo nei prossimi cinque anni. Solo negli ultimi 12 mesi, l’industria europea della cannabis è cresciuta più che negli ultimi sei anni. Sei Paesi hanno annunciato una nuova legislazione e oltre cinquecento milioni sono stati investiti in imprese europee di cannabis. Inoltre, secondo l’European cannabis report il mercato europeo della cannabis acquisterà un valore di 123 miliardi di euro entro il 2028, a patto tuttavia che la politica contribuisca a regolamentarne l’attuale, incerta situazione dal punto di vista normativo. Ed è per questo che a Davos la lobby della cannabis ha lanciato un messaggio alla politica.
Le dimensioni dell’opportunità europea sono però controbilanciate dalla complessità del quadro giuridico unico di ciascun Paese. L’Europa comprende cinquanta Paesi, ventiquattro lingue ufficiali e molte sfumature culturali. Questi fattori contribuiscono a un complesso contesto normativo e commerciale che sarà significativamente diverso dagli altri mercati legali della cannabis in tutto il mondo.
L’evento che si è svolto a Davos, a detta degli organizzatori, è stato tuttavia utilissimo per accelerare il dibattito sulla legalizzazione in Europa e per mostrare quanto sia legittimo e maturo il settore.

“Chiedo giustizia e 2 milioni alla banca”

Andrea BERTAGNI Caffe.ch 3.2.19

Vittima di un raggiro alla Wir Sussino fa causa all’istituto
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Mi rendo conto di scontrarmi con un colosso, ma voglio andare avanti: lo faccio per il mio compagno, che è scomparso, e perché la banca deve assumersi le sue responsabilità”. Maria Grazia Susinno è una donna distrutta.  Racconta come 372mila franchi, sui 462mila che nel 2012 la coppia aveva nel conto dopo aver ottenuto un’ipoteca per ristrutturare casa, siano spariti. Dopo un tira e molla con l’istituto bancario Wir durato due anni, Susinno e il compagno denunciano tutto in Pretura. Nell’ottobre 2015 viene arrestato il direttore della banca, Yves Wellauer. La coppia pensa che sia la conseguenza della denuncia. Invece Wellauer – che respinge le accuse – risulta coinvolto solo nel caso dell’impresa edile Adria. Nel 2016 Wellauer è rinviato a giudizio ma per lo scandalo dell’azienda di costruzioni fallita con un buco di 30 milioni. Le accuse di truffa e appropriazione indebita formulate dalla coppia difesa dall’avvocato Niccolò Giovanettina intanto cadono. Nell’aprile 2017 la banca si aggiudica all’asta la casa.
Ora la donna – che ha raccontato il suo dramma alla trasmissione Patti chiari – torna alla carica. Prima di tutto nei confronti della banca Wir, a cui chiede un risarcimento di 1.9 milioni di franchi. Poi, alla magistratura, opponendosi al decreto d’abbandono dell’ex procuratore generale John Noseda.
Susinno non ha perso solo la casa che stava ristrutturando con un’ipoteca dell’istituto finanziario. Ma anche il compagno Carlo. “Se n’è andato disperato, lo ha detto anche lo psichiatra che lo aveva curato: ha sofferto tanto, troppo”. 
Un doppio lutto. “Non è possibile che non ci siano colpevoli per tutto quello che ho sofferto”, dice la donna. Che non si dà pace. “Faccio un appello a tutte le persone che come me sono state vittime di un sistema omertoso. Non è giusto che accadano queste cose, non è normale e ammissibile che nessuno paghi, voglio i colpevoli”. 
Più che un appello, un grido di dolore. Affinché certe situazioni non si ripetano più. Non soltanto perché il rischio è di finire sul lastrico. “Continuo a pagare le spese per gli avvocati, ho difficoltà finanziarie, è veramente dura”. 
Aggiunge la donna: “Non capisco perché la legge non ci sostenga, ho paura e allo stesso tempo mi sento smarrita di fronte a questo silenzio: a cominciare dalla banca che non si è più fatta viva, neanche con una lettera per dire che il conto è chiuso. Niente”. 
Nonostante tutto, Susinno non retrocede. Non molla. Anche perché da quando è andata in televisione non sono stati pochi quelli che le hanno dato conforto. “Ringrazio di cuore tutte le persone che mi stanno vicino, che mi danno sostegno: chissà mai che un giorno si riuscirà a fare qualcosa insieme, a unirci, per combattere un sistema che non funziona, che permette che accadano questi drammi”. 
La determinazione non le manca. Assistita nella causa civile dall’avvocato Renata Foglia, Sussino vuole andare fino in fondo. Anche se il foro è a Basilea e le difficoltà sono tante. A cominciare dalla stessa pretesa di risarcimento, il cui iter potrebbe durare anni. E avere un esito affatto scontato.