Mody – La Germania è un gigante rimpicciolito, e questo fa presagire guai per l’Europa

Di Henry Tougha – Febbraio 4, 2019 vocidallestero.it

Un articolo di Ashoka Mody su Market Watch attacca il mito della Germania all’avanguardia nell’innovazione e denuncia i limiti di un’economia mercantilista basata sulle esportazioni. Certo, l’alta qualità dei prodotti ingegneristici tedeschi ha permesso alla Germania di sfruttare per anni l’impetuosa crescita del mercato cinese. Gli investimenti pubblici della Cina in infrastrutture, portati avanti nonostante (o meglio, proprio in risposta) alla crisi globale, hanno offerto all’industria tedesca un’ancora di salvezza in tempi difficili. Ma le sfide cambiano, e il tempo dimostra la debolezza di una strategia di lungo termine basata sulle esportazioni anziché sull’ampliamento del mercato interno.

 

 

di Ashoka Mody, 29 gennaio 2019

 

La quasi recessione della Germania nella seconda metà del 2018 è stata una sorpresa per molti, ma non avrebbe dovuto esserlo.

 

La crescita globale ha cominciato a rallentare fin dall’inizio del 2018, proprio mentre l’industria automobilistica tedesca si trovava alle prese con una rovinosa caduta delle vendite nel mercato interno. Questo doppio colpo, che ha rivelato due delle debolezze della Germania – l’eccessiva dipendenza dal commercio con l’estero e la rapida obsolescenza della sua struttura industriale –, sta ora spingendo la sua economia in recessione. In assenza di un eroico sforzo politico, una prolungata recessione della Germania frenerà la crescita europea e potrebbe fomentare un’ulteriore crescita del nazionalismo, che a sua volta sarebbe un duro colpo contro la visione di un’Europa unita.

 

Dall’inizio del millennio la dipendenza dell’economia tedesca dal commercio estero si è tradotta in una preoccupante dipendenza dalla forza dell’economia cinese. Nel momento in cui la Cina ha avuto una crescita esplosiva all’inizio degli anni 2000, gli esportatori tedeschi, ben noti per l’alta qualità dei loro prodotti ingegneristici, hanno trovato un giacimento di guadagni. Il governo cinese investiva quanto mai prima in infrastrutture di ultima generazione, i consumatori avevano un’appetito insaziabile per le Mercedes e le BMW, e le fabbriche richiedevano sempre più macchine utensili di alto livello. Nel periodo tra il 2004 e il 2006, nell’impeto della crescita globale, quasi tutto l’aumento delle esportazioni tedesche era diretto verso la Cina. Alla fine del 2009 le autorità cinesi hanno salvato l’industria manifatturiera tedesca, che rischiava di crollare sotto i colpi della crisi finanziaria globale. Il potente stimolo fiscale e creditizio cinese, volto a dare impulso all’economia interna, ha creato una domanda vorace di prodotti tedeschi.

 

Per questo la Germania – e l’Europa, trascinata sulla sua scia – si sono risollevate nel 2017 quando i leader cinesi, frustrati dall’incapacità di raggiungere obiettivi di crescita del PIL irragionevolmente elevati, hanno nuovamente iniziato a pompare stimolo nella domanda.

 

Tuttavia, timorosi di gonfiare ulteriormente le loro bolle immobiliari e creditizie, le autorità cinesi hanno di nuovo fatto marcia indietro sullo stimolo alla domanda verso la fine del 2017. Il commercio mondiale è rallentato. La produzione industriale tedesca è crollata. Il PIL si è contratto nel terzo trimestre del 2018, ed è rimasto quasi inchiodato nel quarto trimestre. Il più attendibile indice del mercato azionario tedesco, il DAX, è rapidamente crollato. Nonostante i valori di riferimento si siano consolidati a gennaio, un importante indicatore economico tedesco è crollato ai minimi da quattro anni. Il colpo dato dal rallentamento della crescita del commercio mondiale, combinato con una Germania più debole, ha rapidamente decelerato la crescita europea.

 

 

Di pari passo con un commercio più lento, le pressioni di lungo termine sull’industria automobilistica si sono intensificate. I produttori di auto e la loro stratificata rete di fornitori rappresentano e sostengono circa il 14 percento dell’economia tedesca. Particolare importanza hanno i motori delle macchine diesel, un’invenzione tedesca dalla quale l’industria è fortemente dipendente. In Germania e altrove in Europa le vendite di automobili diesel è velocemente crollata dopo la valanga di rivelazioni sul fatto che produttori e fornitori di auto mentivano spudoratamente sugli standard di emissioni inquinanti.

 

Nel febbraio 2018 una corte tedesca ha stabilito che le autorità municipali e cittadine possono limitare l’uso delle macchine diesel anche in assenza di una legislazione federale in questo senso. A maggio la città di Amburgo ha vietato l’uso delle macchine diesel in alcune strade cittadine. Cosa forse più importante, le automobili elettriche stanno progressivamente sostituendo le automobili con motore a combustione ancora largamente in uso oggi. E in termini di tecnologia per le macchine elettriche i produttori tedeschi sono ampiamente indietro rispetto ai leader mondiali nel settore.

 

Il destino è quello di diventare un’economia di secondo ordine?

 

L’industria manifatturiera tedesca, quando era in difficoltà, ha saputo reinventarsi nei decenni passati, sempre nello stesso quadro di ingegneria d’eccellenza, con un invidiabile sistema di apprendistato che ha prodotto generazioni di ottimi lavoratori in campo industriale.

 

Oggi però la corsa tecnologica globale è nell’ambito dell’elettronica e dell’informatica, basate su scienza e matematica, e in questa corsa la Germania sta rimanendo decisamente indietro. Tra i 15 migliori programmi universitari al mondo in scienza e matematica, le economie dell’est asiatico – Cina, Corea, Giappone e Taiwan – prendono i posti migliori, assieme agli Stati Uniti. Nessuna università tedesca – o europea – compare in questa prestigiosa lista. La Germania potrebbe facilmente cadere nella posizione di economia di secondo ordine nel panorama globale, a meno che i suoi leader non agiscano con rinnovato slancio.

 

La Germania è un altro esempio di grande potenza economica che ha paura di abbandonare i fasti del passato e perciò si trova intrappolata nel presente. L’industria tedesca, politicamente potente, sta facendo lobbying per frenare il cambiamento. In suo soccorso è intervenuta la cancelliera Angela Merkel, che ha preso posizione contro il restringimento del limiti delle emissioni. Secondo lei un cambiamento troppo rapido rischierebbe di distruggere la rete di produzione che genera ricchezza.

 

La Merkel sente la collera dei vecchi tedeschi colpiti più severamente dal continuo attrito industriale. Questi vecchi tedeschi sono in prima linea nelle crescenti tensioni sociali e politiche del paese. Come notato da Alexander Roth e Guntram Wollf del think tank “Bruegel”, con sede a Bruxelles, gli elettori di destra e anti-europei di Alternative für Deutschland sono in prevalenza uomini anziani, poco istruiti, che vivono in aree non urbane e i cui posti di lavoro ben pagati nell’industria manifatturiera sono sempre più spesso delocalizzati verso i paesi dell’Europa dell’est, dove i salari sono più bassi, o addirittura eliminati dall’automazione. I nuovi posti di lavoro disponibili sono, sempre più spesso, nel settore dei servizi, con “ansiogeni” contratti precari a termine, salari ridotti e meno tutele.

 

Il trauma sociale di questa transizione economica sta erodendo il consenso dell’opinione pubblica verso i maggiori partiti politici tedeschi. Intanto nuovi partiti si affacciano sulla scena e acquisiscono influenza e il sistema politico si frammenta, minacciando la tanto decantata stabilità politica della Germania.

 

Taluni minimizzato l’attuale contrazione economica ritenendola temporanea, causata dallo sforzo di soddisfare nuovi standard sulle emissioni, e dal declino dei livelli di acqua nei fiumi, che rallenta il traffico fluviale interno.

 

Tuttavia gravano sulla crescita della Germania un’economia cinese inevitabilmente più lenta e la progressiva obsolescenza della vecchia struttura industriale tedesca, deprimendo il potenziale di crescita europea nel lungo periodo. Il continuo aumento dell’entropia politica in Germania a sua volta è destinato a erodere il sostegno finanziario che il paese, già riluttante, offre all’Europa.

Fondo risparmiatori, incontro urgente associazioni. Miatello: “no divisioni come in Rosso Istria”

Edoardo Pepe Vicenzapiu.com 4.2.19

Film Rosso Istria

A seguito delle continue notizie che metterebbero a rischio l’attuazione e ulteriore ritardo del fondo indennizzo risparmiatori, è stato organizzato unincontro urgente con tutte le associazioni per fissare una linea comune che chieda quanto già chiesto al MEF con forza l’attuazione del fondo.
In occasione della proiezione a Cittadella del film Rosso Istria di martedì 5 febbraio ore 21,00  (e in altre 100 sale in tutta Italia e prossimamente anche alla RAI) per ricordare il Giorno del Ricordo dei diritti cancellati, negati e celati da 75 anni a oltre 300.000 italiani vittime dell’Esodo a cui è stato espropriato tutto, l’associazione Ezzelino III da Onara invitia tutta la cabina di regia a un incontro presso la sede in via Don Barison 36, Onara di Tombolo (PD) alle ore 19,00 di martedì 5 febbraio.
“Il film dovrebbe insegnare a tutti a cosa portano le divisioni – spiega Patrizio Miatello – essendo fra i produttori del film Rosso Istria e fra gli ideatori del fondo risparmio tradito riteniamo sia indispensabile che tutta la politica capisca una buona volta che nessuno ha mai risarcito grazie alle verità nascoste ormai da 75 anni, stesse conseguenze che si stanno ripetendo se il fondo non dovesse partire con l’attuazione immediata”.

Ecco i tre punti fondamentali messi sul tavolo da Miatello:

1) insostenibile che i risparmiatori debbano aspettare ancora come dichiarato da Patrizio Miatello e da 18 associazioni su 20 presenti all’incontro al Ministero Economia e Finanze, mettendosi a disposizione h/24 per l’immediata attuazione,  il  Prof. Avv. Rodolfo Bettiol  ha nuovamente ricordato e specificato che non esiste problema con l’Unione Europea, ha ricordato che il modulo della richiesta che deve essere semplice essendo stata esclusa l’assistenza legale, può essere fatto in 30 minuti,  ( vedi esempi fondo vittime già disponibili nel sito CONSAP )
2)  assolutamente grave che la situazione di molti risparmiatori e imprese indebitate a causa dell’esproprio del risparmio di una vita accantonato in quote delle ex banche cooperative, molti dei quali VITTIME portati alla fine, e tanti di loro ormai con i secondi contati, da esecuzioni in atto, ANCORA UNA VOLTA  non venga considerata come una EMERGENZA SOCIALE CHE STA METTENDO A RISCHIO VITE DI PERSONE E TUTTA L’ECONOMIA DEL NORD EST, che deve essere TASSATIVAMENTE ESSERE ATTUATA IMMEDIATAMENTE.
3) assolutamente grave che il fondo istituito e votato alla camera con l’art 38 che prevedeva il Ristoro del Danno con l’iniziale 30% con € 1,575 Miliardi e con un successivo 15% di € 1,00 Miliardo alimentato continuamente dai conti dormienti in prescrizione negl’anni, e che con la procedura dell’arbitro dava la rivalutazione monetaria e interessi per i vecchi soci senza alcun tipo di problema con la EU in quanto già pagati 560 risparmiatori con € 25 milioni del precedente fondo legge 205/17, nonostante il benestare di 13 associazioni su 17 della cabina di regia , che pur lavorando assieme ai vice ministri Bitonci e Villarosa,  sia stato poi modificato per essere teoricamente semplificato al Senato il 16/12/2019 , levando però l’iniziale 30% con il 30% fisso diminuendo quindi la dotazione a € 1,575 Miliardi per i 3 anni, e limitando inoltre il solo indennizzo del 30%  sul prezzo di acquisto senza nessuna RIVALUTAZIONE MONETARIA E SENZA INTERESSI, quindi con una enorme penalizzazione per i risparmiatori rispetto al precedente art 38,   con la scadenza che il fondo venisse attuato entro il 31 gennaio 2019, cosa che nemmeno è stata fatta.

Intellettuali contro il golpe in Venezuela

comedonchisciotte.org 4.2.19

Pubblichiamo un appello firmato da storici, sociologi,  linguisti,  antropologi, filosofi, artisti, accademici, esperti di diritto e di scienze politiche e di educatori che si esprimono contro il colpo di stato in Venezuela. Siamo consapevoli del valore pressoché nullo che può avere, per chi decide le sorti degli uomini e del pianeta, una semplice dichiarazione fatta da intellettuali e umanisti che guardano più all’Uomo e alle più tristi esperienze del passato, che non al Grande Business o ai piccoli interessi di bottega, ma ci sembra comunque opportuno pubblicarlo.  Potrà servirci almeno per sentirci meno solo quando ascolteremo la nostra voce che parla di Buonsenso o di rispetto dei Diritti Umani, quando dai giornali e dalle televisioni continueranno a sparlare di giustizia e di democrazia. (NdR)

Pressenza.com

“Riconoscendo, Juan Guaidó,  il presidente dell’Assemblea nazionale, come nuovo presidente del Venezuela, cosa illegale secondo la Carta OAS, il governo di Donald Trump ha accelerato la crisi politica in Venezuela nella speranza di dividere le forze armate venezuelane e di polarizzare ancora di più la popolazione, costringendola a scegliere e a schierarsi”. E’ questo l’appello di un gruppo di 70 intellettuali, esperti e storici latinoamericani in una lettera aperta in cui si prende posizione sull’attuale situazione venezuelana e chiede energicamente – all’amministrazione di Donald Trump – di non interferire nella politica interna venezuelana e di appoggiare il dialogo tra Chavismo e antichavismo.

Quello che segue è il testo completo:

“Il governo USA deve smettere di interferire nella politica interna del Venezuela e particolarmente nei suoi tentativi di rovesciare il governo di quel paese. È quasi certo che le azioni dell’amministrazione Trump e dei suoi alleati regionali abbiano reso più grave la situazione del Venezuela, cosa che porterà a inutili sofferenze, a  violenza e instabilità nel paese.

La polarizzazione politica del Venezuela non è nuova. Il paese è stato a lungo diviso per problemi razziali e socioeconomici. Ma la polarizzazione si è resa più acuta negli ultimi anni, cosa in parte dovuta all’appoggio degli Stati Uniti ad una strategia di opposizione volta a liquidare il governo di Nicolás Maduro con mezzi extra-elettorali. Benché l’opposizione sia divisa su questo tipo di strategia, gli Stati Uniti hanno dato il loro appoggio al partito dei falchi e della linea dura per rovesciare il governo Maduro alimentando proteste spesso violente, con un colpo di stato militare o con altri mezzi estranei al percorso elettorale.

Sotto l’amministrazione di Trump, la retorica aggressiva contro il governo venezuelano è giunta al livello più estremo e minaccioso, parlando apertamente di “azione militare” e di condanna del Venezuela, insieme a Cuba e Nicaragua, definendo questi paesi come parte di una “troika della tirannia”. I problemi – effetto delle politiche del governo venezuelano – sono stati aggravati dalle sanzioni economiche USA che, secondo i parametri dell’Organizzazione degli Stati Americani e delle Nazioni Unite, sarebbero illegali, come pure secondo le leggi degli Stati Uniti e secondo altri trattati e leggi convenzioni internazionali. Queste sanzioni hanno tagliato le risorse con cui il governo venezuelano avrebbe potuto evitare la recessione economica e, allo stesso tempo, hanno causato un drastico calo della produzione petrolifera e l’aggravarsi della crisi economica, provocando la morte di molte persone che non hanno più avuto accesso alle medicine che avrebbero potuto salvarle. Intanto, i governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati continuano a incolpare esclusivamente il governo venezuelano per il danno economico, compreso quello prodotto dalle sanzioni statunitensi.

Ora gli Stati Uniti e i suoi alleati, compreso il segretario generale dell’OAS,  Luis Almagro, e il presidente di estrema destra del Brasile, Jair Bolsonaro, hanno spinto il Venezuela sull’orlo del precipizio. Riconoscendo  Juan Guaidó, il presidente dell’Assemblea Nazionale, come nuovo presidente del Venezuela – cosa di illegale in base alla Carta dellOAS  –  l’amministrazione Trump ha notevolmente accelerato la crisi politica in Venezuela nella speranza di dividere e polarizzare l’esercito venezuelano ancora più alla popolazione, costringendola a schierarsi. L’ovvio, e a volte esplicito, obiettivo è cacciare Maduro con un colpo di stato.

La realtà è che, nonostante l’iperinflazione, la mancanza (di tutto) e la profonda depressione, il Venezuela rimane un paese politicamente polarizzato. Gli Stati Uniti e i loro alleati devono smettere di foraggiare la violenza nell’attesa di un cambio di regime violento ed extralegale. Se l’amministrazione Trump ed i suoi alleati continuano nel loro comportamento scellerato in Venezuela, il risultato più probabile sarà spargimento di sangue, caos e instabilità. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare qualcosa dalle loro passate iniziative di “cambio di regime” in Iraq, in Siria, in Libia e nella lunga e violenta storia di sponsorizzazione di “cambiamenti di regime” in tutta l’ America Latina.

Oggi nessuna delle due parti in Venezuela può prevalere sull’altra. L’esercito, per esempio, dispone di almeno 235.000 unità di prima linea, più altri  1,6 milioni di uomini nelle milizie. Molte di queste persone combatteranno, non solo per difendere il loro credo nella sovranità nazionale – tema molto forte in America Latina – da quello che sembra essere un intervento guidato dagli Stati Uniti, ma anche per proteggersi dalla possibile repressione nel caso che l’opposizione rovesci il governo con la forza.

In una situazione del genere, l’unica soluzione è un accordo negoziato, come successe in passato nei paesi dell’America Latina in cui società politicamente polarizzate non potevano risolvere le loro divergenze nemmeno andando a votare. Ci sono stati sforzi che avrebbero potuto aver successo, come quello del Vaticano nell’autunno 2016, ma non hanno avuto l’appoggio di Washington e dei suoi alleati, sempre focalizzati sul cambio di regime. Questa strategia deve cambiare per consentire una soluzione praticabile per uscire dall’attuale crisi in Venezuela.

Per il popolo venezuelano, per la regione e per il principio di sovranità nazionale, questi attori internazionali devono sostenere il negoziato tra il governo venezuelano e i suoi oppositori per consentire al paese di uscire definitivamente da questa crisi politica ed economica “.

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Firmato:

Noam Chomsky, Profesor Emérito, MIT y Profesor Laureate, Universidad de Arizona

Laura Carlsen, Directora, Programa de las Américas, Centro de Política Internacional

Greg Grandin, profesor de historia, Universidad de Nueva York

Miguel Tinker Salas, profesor de Historia de América Latina y Estudios Chicano / a Latino / a en Pomona College

Sujatha Fernandes, profesora de economía política y sociología, Universidad de Sydney

Steve Ellner, editor gerente asociado de Perspectivas de América Latina

Alfred de Zayas, ex experto independiente de la ONU sobre la promoción de un orden internacional democrático y equitativo y único relator de la ONU que visitó Venezuela en 21 años

Boots Riley, escritor / director de Sorry to Bother You, músico

John Pilger, periodista y cineasta

Mark Weisbrot, codirector del Centro de Investigación Económica y Política

Jared Abbott, PhD Candidate, Departamento de Gobierno, Universidad de Harvard

Dr. Tim Anderson, Director, Centro de Estudios Contra Hegemónicos

Elisabeth Armstrong, profesora del estudio de mujeres y género, Smith College

Alexander Aviña, PhD, Profesor Asociado de Historia, Universidad Estatal de Arizona

Marc Becker, profesor de historia, universidad estatal de Truman

Medea Benjamin, Cofundadora, CODEPINK

Phyllis Bennis, Directora de Programas, New Internationalism, Institute for Policy Studies

Dr. Robert E. Birt, profesor de filosofía, Bowie State University

Aviva Chomsky, profesor de historia, Universidad Estatal de Salem

James Cohen, Universidad de París 3 Sorbonne Nouvelle

Guadalupe Correa-Cabrera, Profesora Asociada, Universidad George Mason

Benjamin Dangl, PhD, editor de Hacia la libertad

Dr. Francisco Dominguez, Facultad de Ciencias Sociales y Profesionales, Universidad de Middlesex, Reino Unido

Alex Dupuy, John E. Andrus Profesor de Sociología Emérito, Universidad de Wesleyan

Jodie Evans, Cofundadora, CODEPINK

Vanessa Freije, profesora asistente de estudios internacionales, Universidad de Washington

Gavin Fridell, Cátedra de Investigación de Canadá y Profesor Asociado en Estudios de Desarrollo Internacional, St. Mary’s University

Evelyn González, Consejera, Montgomery College

Jeffrey L. Gould, Profesor Rudy de Historia, Universidad de Indiana

Bret Gustafson, profesor asociado de antropología, Universidad de Washington en St. Louis

Peter Hallward, profesor de filosofía, Universidad de Kingston

John L. Hammond, profesor de sociología, CUNY

Mark Healey, Profesor Asociado de Historia, Universidad de Connecticut

Gabriel Hetland, profesor asistente de estudios latinos de América Latina, el Caribe y los Estados Unidos, Universidad de Albany

Forrest Hylton, Profesor Asociado de Historia, Universidad Nacional de Colombia-Medellín

Daniel James, Bernardo Mendel Cátedra de Historia Latinoamericana

Chuck Kaufman, Co-Coordinador Nacional, Alianza por la Justicia Global

Daniel Kovalik, profesor adjunto de derecho, Universidad de Pittsburgh

Winnie Lem, profesora, Estudios de Desarrollo Internacional, Universidad de Trent

Dr. Gilberto López y Rivas, Profesor Investigador, Universidad Nacional de Antropología e Historia, Morelos, México

Mary Ann Mahony, profesora de historia, Universidad Estatal de Connecticut Central

Jorge Mancini, Vicepresidente, Fundación para la Integración Latinoamericana (FILA)

Luís Martin-Cabrera, Profesor Asociado de Literatura y Estudios Latinoamericanos, Universidad de California San Diego

Teresa A. Meade, Florence B. Sherwood Profesora de Historia y Cultura, Union College

Frederick Mills, profesor de filosofía, Bowie State University

Stephen Morris, profesor de ciencias políticas y relaciones internacionales, Middle State State University

Liisa L. North, profesora emérita, Universidad de York

Paul Ortiz, Profesor Asociado de Historia, Universidad de Florida

Christian Parenti, Profesor Asociado, Departamento de Economía, John Jay College CUNY

Nicole Phillips, profesora de derecho en la Universidad de la Fundación, Dra. Aristide Faculté des Sciences Juridiques et Politiques y profesora adjunta de derecho en la Facultad de Derecho de la Universidad de California en Hastings

Beatrice Pita, profesora del Departamento de Literatura de la Universidad de California en San Diego

Margaret Power, profesora de historia, Instituto de Tecnología de Illinois

Vijay Prashad, Editor, El TriContinental

Eleanora Quijada Cervoni FHEA, facilitadora de educación del personal y mentora de EFS, Centro de Educación Superior, Aprendizaje y Enseñanza en la Universidad Nacional de Australia

Walter Riley, abogado y activista

William I. Robinson, profesor de sociología, Universidad de California, Santa Bárbara

Mary Roldan, Dorothy Epstein Profesora de Historia Latinoamericana, Hunter College / CUNY Graduate Center

Karin Rosemblatt, profesora de historia, Universidad de Maryland

Emir Sader, profesor de sociología, Universidad del Estado de Río de Janeiro

Rosaura Sánchez, profesora de literatura latinoamericana y literatura chicana, Universidad de California, San Diego

TM Scruggs Jr., Profesor Emérito, Universidad de Iowa

Victor Silverman, profesor de historia, Pomona College

Brad Simpson, Profesor Asociado de Historia, Universidad de Connecticut

Jeb Sprague, profesor de la Universidad de Virginia

Christy Thornton, profesora asistente de historia, Johns Hopkins University

Sinclair S. Thomson, Profesor Asociado de Historia, Universidad de Nueva York

Steven Topik, profesor de historia, Universidad de California, Irvine

Stephen Volk, profesor de historia emérito, Oberlin College

Kirsten Weld, John. L. Loeb Profesor Asociado de Ciencias Sociales, Departamento de Historia, Universidad de Harvard

Kevin Young, profesor asistente de historia, Universidad de Massachusetts Amherst

Patricio Zamorano, académico de estudios latinoamericanos; Director Ejecutivo, InfoAmericas

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Fonte : https://www.pressenza.com

Link : https://www.pressenza.com/es/2019/01/texto-completo-de-intelectuales-contra-golpe-en-venezuela-estados-unidos-debe-dejar-de-interferir/?fbclid=IwAR06EFWkg_zCuvfSlZE9JuyV5XTft4YY5RPTMc3df6jMSQUHuWZLpN-Qwgg    26 gen. 2019

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte  comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Italiani, fidatevi, la sera sotto a studiare i Token

Massimo Bordin micidial.it 4.2.19

Ogni tanto vengono fuori ste paroline inglesi, tipo spread o bitcoin, di cui tutti parlano senza saperne davvero nulla, ed i cui effetti si vedono sulla pelle viva dei cittadini quando ormai è troppo tardi. Tra le più recenti novità della neolingua c’è Token, che letteralmente significa “simbolo” o “gettone” e che rientra in pieno nel mondo della rivoluzione economica digitale. Si comincia persino a parlare di tokenizzazione della società o di età della tokenizzazione destinata a sostituire quella della globalizzazione.

Di cosa si tratta e sarà veramente rivoluzione economica?

Se qualcuno ha presente i gettoni, o le fiches, che ti danno al Casinò, allora avrà un’idea di cos’è un token fisico. Se ci fate caso sono oggetti fisici fatti coniare dal Casinò per permettervi di giocare: cioè, hanno un valore fisso riferito alla quantità di denaro che avete versato per averli e poter accedere alle attività delle sale. Se questi oggetti potessimo digitalizzarli, cioè trasformarli, ad esempio, in files, ecco allora che avremo un token digitale.

Se ci caliamo nel mondo delle criptovalute, ecco allora che i token non sono altro che il corrispettivo della criptovaluta cui facciamo riferimento: 10 bitcoin corrispondo a 10 token, cioè a 10 gettoni virtuali. Ma la vera novità consiste nel fatto che la tecnologia consente di digitalizzare tutti gli asset, non solo le già di per se digitalizzate criptomonete.

Detto diversamente, oggi è possibile creare “gettoni” virtuali, chiamati token, che identificano un bene reale, cioè fisico, con le garanzie di un registro pubblico e preciso al cento per cento grazie all’algoritmo matematico che ci sta dietro.

Per la verità, i token comunemente detti si appoggiano su altri registri cripto (in particolare Ethereum), ma questi sono dettagli tecnici, poco utili ai fini di una comprensione generale del fenomeno. I token, infatti, possono avere molteplici tipologie, ma saranno dirompenti quando tutti capiranno che

ESSI POSSONO CERTIFICARE CHE IL LORO POSSESSO SI IDENTIFICA CON IL POSSESSO DI UN ASSET

Gli asset token, dunque, sono monete digitali, il cui possesso garantisce il possesso di un bene in modo certo (alla fin fine è un codice), con l’aggiunta di una comodità e velocità di scambio impensabile fino a poco tempo fa.

Facciamo alcuni esempi. Immaginiamo di avere digitalizzato, cioè tokenizzato, un bene reale unico, come un’opera d’arte. Bene, noi potremo scambiare, cioè vendere questo token sulle piattaforme online (come ebay, per dire) e chi compra il token è, ipso facto, proprietario di quel bene reale che è l’asset alla base del token.

Oppure ipotizziamo di comrpare su ebay o su amazon un blocchetto di buoni pasto. Ci arrivano a casa questi foglietti e con questi possiamo andare al ristorante e usufruire di pasti in cambio di questi foglietti che abbiamo acquistato sulla piattaforma. Nel caso dei buoni pasto, com’è noto, possiamo perfino fare la spesa al supermercato. Bene, i token degli asset funzionano in modo simile, sono con garanzie totali e con una velocità di scambio enormemente maggiore.

Ma il vero vantaggio è un altro. Rimaniamo sull’esempio dell’opera d’arte. E’ tecnicamente possibile che il token sull’opera d’arte sia parcellizzato, cioè suddiviso in tantissimi pezzettini. Dunque noi, possiamo realizzare e scambiare token di un’opera d’arte certificandone così il nostro possesso, ma solo di una parte di essa, rendendola così accessibile a molte più tasche. Se l’opera di riferimento vale milardi, ad esempio, i token su quest’opera possono valere anche pochi euro ed averne comunque certificato un “pezzettino” di possesso, anche se quel possesso non è nè sarà mai fisico, com’è facilmente intuibile. Dunque, si potrà in teoria entrare in possesso di un pezzettino di un quadro di Van Gogh, lo si potrà scambiare quel pezzettino, ma non si potrà mai in realtà prelevare quel bene e metterselo in salotto.

Come forse qualche lettore avrà capito, la rivoluzione dei token si avrà con molte probabilità nel campo degli immobili.

In Italia nulla si è mosso in tal senso, perchè l’immobiliare è protetto o, se preferite, burocratizzato dalle leggi (notai e bla bla bla), ma se un giorno fosse tokenizzato si aprirebbero possibilità immense per il settore chiamato real estate. Questo perchè intere infrastrutture ed edifici verrebbero creati senza l’intervento di finanziarie e banche. Un esempio di questa possibilità ci viene da New York, dove la progettazione di un condominio a Manhattan da 30 milioni di dollari porterà alla luce la prima proprietà tokenizzata sulla blockchain di Ethereum, come riportato anche da Forbes.

ps: per la prima volta al mondo, un’opera d’arte del valore di milioni di dollari è stata “tokenizzata” e venduta su blockchain. È successo poco più ad agosto 2018 con “14 Small Electric Chairs”, un dipinto di due metri di altezza di Andy Warhol, venduto attraverso la piattaforma di investimento artistico di blockchain Maecenas Fine Arts. Sono stati raccolti circa 1,7 milioni di dollari nell’asta di criptovaluta, pari a una quota del 31,5% dell’opera d’arte la cui valutazione totale è stata di 5,6 milioni di dollari. Si sono iscritti più di 800 offerenti all’asta, che è stata condotta interamente utilizzando un “contratto intelligente”. 
Chi ha partecipato all’asta ha ricevuto quote digitali dell’opera. Alla fine, gli offerenti non riceveranno ovviamente un pezzo “fisico” del dipinto, né tantomeno entreranno in possesso della tela nella sua interezza. Il proprietario, Eleesa Dadiani, manterrà la maggioranza delle azioni, mentre il restante sarà distribuito tra i vincitori insieme ai certificati di proprietà digitali.

Recessione tecnica? È il momento dello Stato

 Alessandro Bonetti – 4 Febbraio 2019 lintellettualedissidente.it

La recessione tecnica è tornata. E come nelle precedenti occasioni non mancano i rimpalli di responsabilità fra una forza politica e l’altra e i pianti dei soliti cantori dell’austerità. Ma noi andiamo oltre e proponiamo nuove soluzioni: è il momento dello Stato.

L’Italia è tecnicamente in recessione. Si parla di recessione tecnica quando il Pil diminuisce per due trimestri consecutivi. Una situazione del genere non accadeva dal 2013, ma è la terza volta in dieci anni che si ripete (la prima fu nel 2009 e la seconda nel 2012-2013). Non è il caso di disperarsi, perché gli indicatori economici nel loro complesso non segnalano in questo momento un disastro economico. Gli occupati, ad esempio, sono in aumento (anche se in larga misura sono precari). Ma c’è senz’altro di che preoccuparsi, perché la situazione economica del Paese è quantomeno stagnante e la possibilità di una vera e propria recessione esiste.

fonte: dati dell’Istat sulle variazioni % congiunturali del Pil (dati destagionalizzati)

Ma andiamo a guardare più nel dettaglio i dati. Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat il prodotto interno lordo italiano è calato dello 0,1% nel terzo trimestre e dello 0,2% nel quarto. La crescita per il 2018 è invece stimata all’1%.

Ma perché nell’ultimo trimestre il Pil è diminuito? Secondo l’Istat la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e in quello dell’industria e di una sostanziale stabilità dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta”.

Tre sono i fattori da tenere in maggior considerazione: la produzione industriale, la domanda interna e le esportazioni nette.

1. La produzione industriale

La produzione industriale è in calo continuo, come era stato certificato anche a inizio gennaio. Fra novembre 2017 e novembre 2018 l’indice relativo è diminuito del 2,6%: le riduzioni più rilevanti si sono avute per i beni intermedi (-5,3%), per l’energia (-4,2%) e per i beni strumentali (-2,0%). E sull’industria pesa anche il settore automobilistico, zavorrato dai problemi della Germania. Ciò, secondo Bankitalia, avrebbe portato giù il settore industriale dello 0,5% nel quarto trimestre.

2. La domanda interna

La domanda interna è debole ed è ancora inferiore ai livelli pre-crisi. D’altronde, qualche anno fa un Presidente del Consiglio molto importante (Mario Monti) ha ammesso candidamente che attraverso il consolidamento fiscale si stava distruggendo la domanda interna. In quella famosa intervista Monti auspicava un’espansione della domanda “attraverso l’Europa”: espansione che però non c’è stata.

Nel terzo trimestre del 2018 la spesa pubblica è rimasta invariata. Consumi e investimenti invece sono entrambi calati (-0,1% e -1,1%), in coincidenza con lo scontro tra governo e Commissione europea sulla manovra. Alcuni osservatori suggeriscono che le turbolenze della politica e dei mercati abbiano avuto effetti negativi sulla domanda. In parte ciò può essere vero, ma è esagerato ricondurre la debolezza della domanda al conflitto fra esecutivo ed Unione europea.

Guardiamo ora agli indicatori di fiducia. La fiducia dei consumatori è tutto sommato stabile, anzi, a gennaio è addirittura cresciuta. L’indice relativo alle imprese è invece in calo. E non da ora, ma dalla fine del 2017. Ciò si ripercuote necessariamente sulle decisioni di investimento delle aziende e quindi sul Pil.

fonte: Istat

3. Le esportazioni nette

Nonostante tutto, l’export continua a tenere. Se osserviamo il grafico seguente, notiamo come le esportazioni abbiano contribuito ben più della domanda interna alla crescita del Pil italiano negli ultimi anni. L’avanzo delle partite correnti resta elevato, ma anche in questo caso vi sono segnali di debolezza. Pesano le incertezze legate al commercio internazionale e alla crescita globale: il Fondo Monetario internazionale ha appena rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’economia mondiale per il 2019 e il 2020. Inoltre, si è avuto un forte rallentamento delle vendite destinate alla Germania e un peggioramento dei giudizi delle imprese manifatturiere sugli ordini esteri.

Quali sono in conclusione le cause macroeconomiche della recessione tecnica? Le possiamo individuare sinteticamente così:

1) In generale il ciclo economico europeo è sfavorevole, e questo si ripercuote anche sull’Italia;

2) Ddomanda interna e industria sono deboli (da sottolineare la sfiducia da parte delle imprese);

3) L’export tiene ma è incapace di controbilanciare questi fattori di fragilità, anche a causa di una fase di rallentamento del commercio internazionale e della produzione industriale tedesca.

Ha tenuto banco in questi giorni la polemica sull’origine della recessione: fattori interni? Fattori esterni? Dalla nostra analisi osserviamo che vi è un mix di cause scatenanti e dibattere sulle colpe di questo governo o dei precedenti non ha molto senso. Nella crisi italiana giocano due componenti essenziali: una internazionale (il commercio e la crescita globali in diminuzione) e una nazionale (consumi e investimenti interni in calo).

La vera conclusione che si può trarre è che il modello di crescita export-basednon funziona più. E non siamo solo noi a dirlo, ma anche il Sole 24 Ore. In un recente articolo, Alessandro Penati ha scritto sulle colonne del famoso quotidiano:

Puntare sulla domanda esterna per uscire da una recessione è ragionevole in un mondo di economie aperte, ma fondare sull’export il modello di sviluppo è controproducente.

Secondo Penati, sono tre le cause alla base del fallimento di questo sistema:

1) Un avanzo delle partite correnti implica un deficit di domanda interna, che alla lunga porta tensioni sociali.

2) Se alcuni Paesi sono per anni e anni esportatori netti, qualcun altro dovrà pur importare. Ma come insegna Trump, l’importatore di ultima istanza prima o poi si può stufare di questo ruolo.

3) Infine, più si dipende dalla domanda estera, più si è vulnerabili agli shock esterni (per esempio la Brexit).

Inoltre, lo stesso funzionamento dell’export come motore della crescita è in discussione. È vero che le esportazioni hanno trainato la ripresa fra 2015 e 2017 (+4,2% medio). Ma nei primi tre trimestri del 2018 sono aumentate solo dell’1% rispetto al corrispondente periodo del 2017 (come riporta Francesco Daveri su Lavoce.info).

Che fare, allora? Come agire per evitare che il Paese continui nella recessione?

È il momento dello Stato. È ora che lo Stato si assuma le sue responsabilità e con coraggio affronti la situazione. Come avrebbe detto Federico Caffè, è il momento della politica contro l’inerzia della crisi.

Federico Caffè

In linea di principio ha ragione il ministro Tria quando afferma che la soluzione è accelerare sugli investimenti pubblici. Ma queste parole non possono restare sospese nell’aria. Nella manovra queste intenzioni non hanno trovato concreta realizzazione e sono state sopraffatte dall’esigenza di soddisfare le promesse elettorali. Certo, reddito di cittadinanza e quota 100potranno avere qualche effetto positivo sulla domanda interna, ma il quantum è altamente incerto. Alla spesa corrente sarebbe stato meglio preferire spesa per investimenti, con progetti volti a massimizzare il moltiplicatore fiscale.

E adesso cosa pensa di fare il governo? Il premier Conte spera di sbloccare 27 miliardi di investimenti pubblici, paralizzati dalla burocrazia, con due provvedimenti. Il primo è un decreto per costituire la cabina di regia dei cantieri pubblici, chiamata “Strategia Italia”, composta da una trentina di persone e coordinata con il ministero delle Infrastrutture. Il secondo dovrebbe essere un altro decreto che realizzi la revisione del codice degli appalti, per velocizzare le gare.

Ma questo non basta. Per attuare una reale recovery, nello spirito del New Deal richiamato dal ministro Savona, non basta una cabina di regia, non è sufficiente un semplice ufficio di monitoraggio. Innanzitutto, serve un vero brain trust, un gruppo di cervelli al servizio del Paese, come quello che creò Roosevelt per risollevare gli Stati Uniti dalla Grande Depressione. E poi serve avere il coraggio di destinare maggiori risorse agli investimenti, di sfatare il tabù dello Stato interventista: quel coraggio che è mancato nella trattativa con la Commissione europea sulla legge di bilancio. Non basta sbloccare investimenti invischiati nelle maglie della burocrazia. Servono risorse fresche. Serve ambizione. Il modello deve essere quello della TVA, la Tennessee Valley Authority, ente pubblico istituito nel 1933 negli Stati Uniti per coordinare e sviluppare l’economia dell’area depressa della valle del fiume Tennessee. Quanto avrebbe bisogno il nostro Mezzogiorno di un progetto simile?

Insomma, lo Stato deve agire veramente in funzione anticiclica e dare una forte spinta alla domanda interna, cosa che non è stata fatta in questi anni.

Spesso si parla, inoltre, dell’incertezza delle imprese. E vi è chi sostiene che attuare misure di consolidamento dei conti pubblici (in poche parole fare austerità) migliorerebbe il clima di fiducia, perché alleggerirebbe le tensioni sui mercati finanziari.

Ma se osserviamo i dati dal 2010 a oggi notiamo che è proprio durante il governo Monti che l’indice di fiducia delle imprese è stato più basso. E il recente calo dell’indice rientra in una fase di declino che è iniziata già a fine 2017, e non con lo scontro tra governo ed Ue sulla legge di bilancio. Per creare un’atmosfera che stimoli gli spiriti animali delle aziende, è necessario l’intervento stabilizzatore dello Stato. Una critica che spesso viene fatta agli investimenti pubblici è che essi produrrebbero un crowding out (ossia una riduzione) degli investimenti privati, poiché Stato e imprese si contendono uno stesso ammontare limitato di risparmi. Ma in fasi di depressione, gli investimenti pubblici producono invece un crowding in degli investimenti privati, agendo attraverso l’effetto moltiplicatore.

E non solo. Lo Stato può fare qualcosa in più, perché “anche nelle fasi di espansione (…) di fatto esistono molti segmenti del panorama del rischio dove le imprese private hanno paura ad avventurarsi e dov’è lo Stato a fare da apripista” (Mazzucato). Pensiamo a internet o alle nanotecnologie. È necessario ripensare la funzione dello Stato e il ruolo che può svolgere nell’economia.

Come nel New Deal, non basta occuparsi della recovery, ma è necessario anche impegnarsi nella riforma (reform) del sistema, in un’ottica di medio-lungo periodo. Le linee da seguire sono due. 

1) La prima è tornare a pensare al ruolo guida dello Stato e agli investimenti strategici in innovazione e istruzione. Come sostiene correttamente Mariana Mazzucato ne “Lo Stato innovatore”, “immaginando nuovi spazi, creando nuove missioni, lo Stato non si limita a incentivare o stabilizzare il processo di crescita, lo guida (…) non si limita a eliminare il rischio a vantaggio di qualcun altro che ne raccoglie i benefici: lo Stato si assume il rischio con coraggio e capacità di visione”.

2) In secondo luogo, per ristabilire pace sociale, è necessario rivolgere gli sforzi verso una maggiore equità del sistema nel solco del dettato costituzionale. Non basta produrre e “non esiste un problema del produrre diverso da quello del distribuire”, come affermava Federico Caffè già nel 1945. E si pone con urgenza anche la questione salariale. Come osserviamo dai dati, il salario medio in Italia è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi. Questa è una variabile da tenere in considerazione nelle scelte di politica economica.

fonte: OCSE

Belle parole, certo, ma come realizzare tutto ciò? I vincoli sono molti e stringenti. Sappiamo che il vincolo esterno (fiscale e politico) pesa come un giogo sulle scelte che il governo italiano può compiere. Se il governo sfidasse l’Europa con una manovra correttiva espansiva, che succederebbe? Tornerebbero ad agitarsi le nubi minacciose dello spread e della procedura d’infrazione. Ciò avverrebbe innanzitutto per la stolida intransigenza dell’élite europea, e poi perché il debito pubblico italiano non è garantito né dalla possibilità di emettere moneta sovrana (potere ceduto a livello sovranazionale) né dalla BCE, che non ha nel suo mandato il ruolo di prestatore di ultima istanza.

E c’è anche il vincolo elettorale, che obbliga a non deludere le promesse fatte in campagna. Ma se davvero la nuova classe politica italiana ha a cuore il futuro e il benessere dei cittadini, dovrebbe sviluppare una strategia di ampio respiro, non limitarsi a mancette elettorali.

Vi sarebbe, però, una seconda soluzione. Una soluzione europea, compatibile anche con la soluzione nazionale prima delineata. La Germania dovrebbe rinunciare all’avanzo di bilancio ed espandere la domanda interna, in modo da correggere gli squilibri nell’Eurozona e iniziare a svolgere realmente il ruolo di locomotiva dell’economia continentale. Potrebbe apparire assurdo che i tedeschi accettino una proposta di questo genere. Ma la Germania stessa si trova in serie difficoltà, sia politiche sia economiche, dato il suo modello di crescita export-based. E, con la crisi che incombe, questa potrebbe essere l’occasione per cambiare realmente la politica economica.


Ikea cambia pelle: mobili in leasing, riciclo e ricambi

tio.ch 4.2.19

Keystone

L’esperimento partirà in Svizzera, forse già da questo mese, per poi essere allargato ad altri mercati

BERNA – Ikea cambia pelle ed esplora la via del leasing del mobile. Il colosso svedese dell’arredamento a basso costo inizia a offrire mobili a noleggio aprendo la strada a un nuovo modello di affari che, oltre a sviluppare il fatturato, è pensato con un occhio alla difesa dell’ambiente.

L’esperimento partirà in Svizzera, forse già da questo mese, per poi essere allargato ad altri mercati. L’idea del noleggio segna un cambiamento radicale di strategia che scommette su nuove vie per intercettare la clientela, ma soprattutto, per fidelizzare ancora di più quei quei clienti che già possiedono ‘pezzi’ Ikea a partire da sedie per ufficio, fino ai mobili da cucina o agli armadi. Ma non solo, questa riconversione consente anche di aprire nuovi canali di business: con il sistema del leasing Ikea conta di rimettere a nuovo gli articoli dati in leasing per rimetterli in vendita e prolungarne così il ciclo di vita.

«Lavoreremo con i nostri partner in modo da facilitare il noleggio», spiega Torbjorn Loof, l’amministratore delegato di Inter Ikea, la società a cui fa capo il marchio Ikea, in un’intervista al Financial Times. «Una volta terminato il periodo di noleggio, i mobili vengono restituiti e se ne possono affittare degli altri. Invece di buttarli via noi li rimettiamo a nuovo e potremmo venderli, allungando così il ciclo di vita dei prodotti».

Nei piani di Ikea c’è anche l’idea della vendita dei ‘pezzi di ricambio’, consentendo ai clienti di acquistare componenti per mobili che non sono più disponibili negli store e si pensa di poter arrivare a un modello di abbonamenti per diversi tipi di arredamento. «È interessante che tu, come consumatore – ha spiegato Loof – dica posso cambiare, e modernizzare la mia cucina, se è un modello in abbonamento».

La sperimentazione è la prima di una serie di test che il gruppo svedese spera possa portare a «servizi di abbonamento scalabili» per diversi tipi di mobili. Negli ultimi tempi, Ikea aveva già cambiato filosofia decidendo di aprire negozi più piccoli in centro città e ha migliorato molti dei suoi altri servizi come le vendite online, la consegna a domicilio e il montaggio. Il processo di leasing, ha detto Loof, rientra nel progetto di Ikea di sviluppare un modello di business circolare anche per ridurre l’impatto sul clima del 15% in termini assoluti, arrivando a una riduzione del 70% per prodotto entro il 2030 per via della crescita.

Carlo Freccero: “La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites”

infosannio.wordpress.com 3.2.19 di Carlo Freccero

(di Carlo Freccero) – La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio.

Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso?

In ogni caso riflettere su cosa sia stata la sinistra alle sue origini, contiene già la risposta al problema del populismo oggi.

Prima il populismo di destra non c’era perché molte delle istanze del populismo di oggi erano a sinistra. E la crescita dei diritti del popolo non era considerata reazionaria, ma progressista.

La grande frattura a sinistra inizia con la cosiddetta terza via e la resa completa dei progressisti nei confronti del neoliberismo. Da allora siamo immersi nel pensiero unico tanto da aver perso la memoria di noi stessi.

Nel 1968 avevo vent’anni ed ero di sinistra. Cosa significava allora essere di sinistra? Credere nella lotta di classe e nella coscienza di classe. Nessuno pensava allora che nel popolo ci fosse qualcosa di sbagliato che le élites dovevano “raddrizzare” per il bene del popolo stesso. Era il popolo che, assumendo coscienza, poteva e doveva guidare la società. E questo concetto, prima che di sinistra, è democratico.

Cos’è oggi essere di sinistra?

Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione.

È vero, questo popolo, il popolo che si raccoglie sotto l’etichetta di “populismo”, non ha nulla a che fare con il concetto di “coscienza di classe” sulla base della quale invece il proletariato marxista era considerato in grado di fare le scelte migliori per la società tutta. Ma è comunque un popolo che esprime un malessere, che coglie delle contraddizioni che sono reali e drammatiche, nella narrazione idilliaca del pensiero unico che vede nel neoliberismo e nei suoi diktat “il migliore dei mondi possibili”.

In quanto poi all’educazione al “politicamente corretto” che distingue le élites del popolo e che dovrebbe costituire la ragione della loro superiorità rispetto al popolo, siamo sicuri che sia “vera” e non sia piuttosto frutto di propaganda?

Da quando studio la propaganda non credo più al politicamente corretto. I diritti umani a cui abbiamo sacrificato i diritti sociali mi sembrano usciti direttamente dalla Finestra di Overton, una metodologia per condizionare l’opinione pubblica con un graduale e progressivo lavaggio del cervello.

Cosa resta di sinistra a sinistra?

L’apparente solidarietà per gli ultimi. Oggi l’attenzione che ieri si tributava al proletariato viene tributata ai migranti. È evidente che usare un linguaggio come quello della Lega e negare ogni forma di solidarietà è disturbante, scandaloso.

Ma almeno attrae l’attenzione su un fenomeno su cui, come altri considerati “naturali” dal pensiero unico, non ci poniamo alcun interrogativo. Per le élites i migranti non costituiscono problema perché risiedono in altri quartieri e insidiano posti di lavoro e salari che sono appannaggio delle classi più impreparate alla competizione neoliberista. Ma proprio ponendoci dal lato dei migranti e dei loro diritti, quale maggior diritto dovremmo riconoscere loro se non il diritto a non emigrare, a non rischiare la vita su barconi improvvisati, a non subire violenze ed abusi, a non conoscere il disprezzo e il razzismo delle società che non vorrebbero accoglierli?

Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato sono oggi profughi in terra straniera? Non sono forse vittime di quel “politicamente corretto” che ci obbliga, come occidentali, a continue missioni di pace e di solidarietà per restituire la democrazia ai paesi ancora al di fuori delle regole del neoliberismo?

Non si tratta di “aiutarli a casa loro” ma di lasciarli in pace a casa loro.

L’ottusa opposizione populista all’immigrazione segnala comunque un problema che alle sinistre tradizionali sfugge perché, nell’ordine del discorso del pensiero unico dove tutto è “naturale” e tutto è “irriformabile”, l’unica risposta possibile non è la coscienza ma la carità.

Ma essere di sinistra non può ridursi ad un atteggiamento caritatevole, richiede piuttosto una visione diversa della società rispetto all’ordine vigente.

ESCLUSIVO / LA DIAGNOSI DI GIULIO TARRO SUI RISCHI DA VACCINO, PER UNA VERA FARMACOVIGILANZA

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

La necessità di una rigorosa farmacovigilanza sul fronte dei vaccini. Tutti i limiti dell’obbligo imposto dalla legge varata dall’ex ministro Beatrice Lorenzin. I vantaggi che ovviamente possono portare ma anche i rischi connessi. L’ulteriore necessità di evitare alcune inoculazione in bimbi sotto i sei anni. L’obbligo, invece, di una visione globale per affrontare un tema tanto delicato, da esaminare caso per caso, bimbo per bimbo, evitando generalizzazioni. E anche allarmismi ingiustificati. Per una piena consapevolezza nell’utilizzo dei vaccini.

E’ la sostanza base dell’intervento – una vera e propria “Lettura Magistrale” – tenuto da Giulio Tarro nel corso del convegno indetto a Roma dall’Ordine Nazionale dei Biologi sul bollente tema della “Sicurezza nei vaccini”, a pochi giorni dalle ultime, roventi polemiche divampate sul tema.

Vincenzo D’Anna. In apertura il professor Giulio Tarro.

Polemiche che si sono scatenate come uno tsunami all’indomani dell’intervista concessa dal presidente dello stessoOrdine, Vincenzo D’Anna, al direttore del Tempo, Franco Bechis, sugli esiti di una ricerca choc promossa dal Corvelva – un’associazione veneta da oltre vent’anni in prima linea sul fronte dei vaccini – e cofinanziata dall’Ordine.

Dalle analisi effettuate su due lotti, infatti, sono scaturiti esiti a dir poco allarmanti: sono stati trovati, in quei lotti, vaccini contenenti di tutto e di più (meno gli stessi, fondamentali, principi attivi): per fare un solo esempio i glifosati.

Un anno fa esatto, sempre all’Ordine Nazionale dei Biologi per celebrarne i quarant’anni, oltre a Tarro e ad altri scienziati, intervenne Luc Montagnier, che criticò aspramente l’obbligo vaccinale, illustrò tutti i rischi connessi alla somministrazione di vaccini e sottolineò il ruolo strategico svolto da Big Pharma e i suoi interessi arcimilionari nel settore. In quell’occasione scoppiò – anche a botte di querele – la polemica tra l‘Ordine e il Mago dei Vaccini che ormai imperversa via internet, Roberto Burioni, il massone secondo cui chi non la pensa come lui (compresi Montagnier e Tarro) non sono altro che dei “Somari”.

Meno di due mesi fa Tarro è stato insignito di un prestigioso premio a New York come “miglior virologo a livello mondiale”. Attualmente è Chairman della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera per Wabt-Unesco, sede a Parigi. Due volte è entrato nella cinquina per il Nobel di Medicina.

Di seguito pubblichiamo la sua Lettura Magistrale appena tenuta all’Ordine dei Biologi, titolata “L’importanza della farmacovigilanza attiva e dell’anagrafe vaccinale”, in cui minuziosamente dettaglia la situazione vaccino per vaccino, in modo rigorosamente scientifico e soprattutto chiaro per tutti i cittadini-lettori.

 

 

La storia della Medicina è costellata di geniali ricercatori diventati martiri

di Giulio Tarro

Ad esempio, Ignác Semmelweis. Medico ungherese, nel 1847 lavorava nella clinica ostetrica all’Ospedale generale di Vienna dove la cosiddetta “febbre puerperale” si portava via una paziente su otto. Perché quell’elevato tasso di mortalità? E perché non si verificava nell’adiacente reparto dove ad assistere le partorienti erano non già medici ma ostetriche? Ebbe una intuizione che a tutti noi oggi appare ovvia: la “febbre puerperale” dipendeva dai medici che visitavano le partorienti dopo aver effettuato autopsie, senza essersi prima lavate le mani. Semmelweis dispose, quindi, per tutto il personale medico del suo reparto l’obbligo di lavarsi le mani con una soluzione di cloruro di calce. Il tasso di mortalità per “febbre puerperale” scese all’1%. Sarebbe stato lecito aspettarsi un generale encomio per Semmelweis. Non fu così. Il suo direttore, il famoso cattedratico Johann Klein, lo fece licenziare accusandolo di presentare i medici “come untori”. Nessun medico prese le difese di Semmelweis che per una forte depressione finì per essere ricoverato in manicomio.

Giulio Tarro in laboratorio con Albert Sabin

Oggi Semmelweis è riconosciuto come il “salvatore delle madri” e, dal 1969, l’università di Budapest si chiama Università Semmelweis; ma si direbbe che nessuno abbia riflettuto sulla viltà di una classe medica – quella di Vienna che all’epoca era riconosciuta come una delle più avanzate d’ Europa – che non spese una parola in difesa di Semmelweis.

L’anno scorso, 2018, fui preso dalla tempesta scatenata dalla sbalorditiva campagna vaccinale imposta dal ministro della Sanità Beatrice Lorenzin. Su questa ho pubblicato un libro “Dieci cose da sapere sui vaccini” (edito dalla Newton&Compton) che voleva essere “al di sopra delle parti” (1): non già un libello “pro o contro”, ma una panoramica a 360 gradi sulla questione vaccini indirizzata anche ai miei colleghi medici che, spesso, soprattutto quando rivestono una qualche carica accademica, finiscono per aggrapparsi pervicacemente alle proprie “convinzioni”. Due parole sul mio libro il cui “nocciolo” consisteva in una tabella che, schematicamente, sintetizzava i “pro e i contro” di ognuno dei vaccini resi obbligatori dalla legge 119 del 28 luglio 2017. La riporto qui in forma ridotta e priva delle note esplicative.

 

Vaccinazione antidifterica 

Beatrice Lorenzin

Nel nostro Paese – secondo l’Istituto superiore di sanità – dal 2015 al 2017 sono stati registrati 8 casi di difterite tra i quali solo 1, segnalato nel 2016 nel Nord Italia, dovuto a Corynebacterium diphtheriae (produttore di tossina responsabile di difterite cutanea) gli altri casi dovuti a ceppi di Corynebacterium diphtheriae non produttori di tossina difterica. L’ultimo caso mortale di difterite in Italia si sarebbe verificato nel 1991. In Europa sono stati registrati alcuni casi di difterite sia in Belgio (2016: un morto) che in Spagna (2015: un morto). La difterite rimane tuttavia endemica in paesi come Brasile, Nigeria, India ed Indonesia mentre nel 1995 si sono verificati 50.000 casi nell’ex Unione Sovietica. Sulla vaccinazione antidifterica, resa obbligatoria in Italia nel 1939, sono state avanzate alcune critiche: tra le principali c’è che la minaccia di difterite, che si sarebbe diradata non per il vaccino ma per le migliorate condizioni igieniche, non rappresenta oggi un rischio significativo, potendo essere affrontata con antitossina e antibiotici che garantiscono un soddisfacente esito. Senza contare che il vaccino antidifterico contiene, tra l’altro, contestati adiuvanti.

 

Vaccinazione anti Epatite B

Causata dal virus HBV, l’epatite B è una malattia infettiva che si trasmette esclusivamente attraverso inoculazione di sangue infetto – attraverso aghi, siringhe o strumenti chirurgici contaminati – oppure un trapianto di organi infetti, o anche rapporti sessuali non protetti e da madre infetta al figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno. Il virus, replicandosi nelle sue cellule, attacca principalmente il fegato e le conseguenze possono essere molteplici tra cui ittero, cirrosi epatica, cancro al fegato e altro.

L’epatite B, presente soprattutto nei tossicodipendenti che facciano uso di aghi, è causa di epidemie in alcune parti dell’Asia e Africa ed è endemica in Cina. L’Organizzazione mondiale della sanità calcola che circa un quarto della popolazione mondiale, sia stato contagiato dal virus dell’epatite B e che circa 350 milioni di persone siano portatori del virus. Tra questi la prevalenza di malati varia dal 10% in Asia allo 0,5% negli Stati Uniti e in Europa settentrionale.

Il SEIEVA (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta) dell’Istituto superiore di sanità addebita una diminuzione dei casi di infezione (passati da 1 caso per 100.000 abitanti nel 2009 a 0,6 casi per 100.000 del 2015) all’introduzione dell’obbligatorietà della vaccinazione avvenuta nel 1991. Ma se si analizzano i grafici pubblicati dal Saieva si noterà che i casi di epatite b (soprattutto quelli della fascia di età 1-14) siano diminuiti a partire dal 1985 e cioè sei anni prima dell’introduzione dell’obbligatorietà’ del vaccino antiepatite B.

L’opportunità della vaccinazione antiepatite B è forse l’argomento più discusso oggi e innumerevoli sono gli studi che attestano o smentiscono la correlazione tra questo vaccino e l’insorgere di gravi malattie; nella relazione riportata nella quarta parte di questo libro una ampia documentazione e bibliografia in merito. Una questione, comunque merita di essere qui evidenziata: l’obbligo, previsto dalla legge 119/2017 e che non trova riscontro in altri paesi, di vaccinare (tre dosi nel primo anno di vita) contro l‘epatite B i lattanti. Una norma che ha suscitato condivisibili perplessità in molti che fanno notare la remota possibilità per un bambino così piccolo di ferirsi con aghi, siringhe o strumenti chirurgici infetti.

 

Vaccinazione anti Influenza da Haemophilus influenzae tipo B (meningite)

Il batterio Haemophilus influenzae tipo B (HiB o Emofilo) è causa di molte infezioni come la meningite batterica nei bambini nei primi 5 anni di vita e si trova normalmente nella gola o nel naso degli individui sani – il 3-5% dei bambini sani presenta costantemente questo germe a livello nasofaringeo – dove non causa alcun problema. Il batterio si trasmette per via aerea e se raggiunge un soggetto immunodepresso può diventare patogeno raggiungendo dalla gola altri organi dove causa malattie molto gravi; tra queste, la più perniciosa è la meningite.

È da evidenziare che la meningite e cioè l’infiammazione delle membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale, oltre che dall’ Haemophilus influenzae tipo B, può essere causata anche da numerosi agenti – altri batteri, virus, funghi, protozoi – per i quali non è prevista la vaccinazione obbligatoria.

La meningite causata dall’Haemophilus influenzae tipo B ha una incubazione dai 2 ai 5 giorni e in genere colpisce i bambini nei primi 5 anni di vita, viene curata con antibiotici che generalmente danno una buona risposta. In caso di esito nefasto possono manifestarsi gravi conseguenze anche permanenti come sordità, epilessia, idrocefalia e deficit cognitivi. Fino alla morte.

Secondo l’Istituto superiore di sanità, il numero dei casi di infezioni invasive, come meningiti e sepsi da Haemophilus influenzae rimane limitato. Sebbene si confermi un incremento dell’incidenza nel corso degli ultimi anni che va da 0,08 casi ogni 100.000 persone nel 2011, a 0,23 ogni 100.000 nel 2016, non è ancora chiaro se si tratta di variazioni dovute a normali fluttuazioni di frequenza di sierotipi H. influenzae non da vaccinazione, o a un uso maggiore della diagnostica molecolare che ha una sensibilità più alta della coltura. I casi dovuti al sierotipo B, gli unici prevenibili mediante vaccinazione, restano relativamente rari, infatti possiamo registrare nessun caso nel 2011, 6 casi nel 2012, 5 casi nel 2013, 7 casi nel 2014, 4 casi nel 2015 e 12 nel 2016. Complessivamente 10 di questi casi riguardano bambini vaccinati contro H. influenzae soddisfacendo i criteri per la definizione di fallimento vaccinale. Si considera fallimento una malattia invasiva da Hib insorta 2 settimane dopo la somministrazione di una singola dose in un bambino maggiore di 1 anno o alternativamente 1 settimana dopo 2 dosi in un bambino che ha meno di 1 anno.

Coloro che hanno criticato la vaccinazione contro il batterio Haemophilus influenzae tipo B fanno notare che il vaccino induce protezione contro 7 sierotipi mentre sono più di 25 i tipi più frequentemente rappresentati. Nel 2004, su 34 casi totali di infezione da Haemophilus solo otto di questi erano dovuti al tipo per il quale esiste il vaccino.

Inoltre hanno evidenziato che introdurre massicciamente un vaccino contro un sierotipo, può indurre la proliferazione e la maggiore aggressività degli altri sierotipi contro i quali non c’è vaccino. Un’evoluzione inattesa della vaccinazione di massa contro il meningococco di tipo C si sarebbe avuta in Spagna, dove, dopo un’estesa campagna vaccinale, è stata riscontrata la presenza di un tipo B molto virulento e si ipotizza possa essere derivato da una mutazione genetica del tipo C “vaccinabile”.

 

Vaccinazione contro il Morbillo       

Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, nel periodo tra il 1° gennaio 2017 e il 26 novembre 2017 sono stati registrati in Italia 4854 casi di morbillo. Tra questi casi l’88% degli ammalati non risultava vaccinato, il 6% aveva ricevuto una sola dose di vaccino e quattro furono i decessi. Purtroppo non sono noti o – detto più diplomaticamente non sono facilmente reperibili – i dati come l’età dei deceduti, se fossero stati vaccinati contro il morbillo, il loro stato di salute generale e altre informazioni che permetterebbero di valutare l’effettiva minaccia del morbillo in Italia. A tal riguardo, va detto che i media, nel silenzio delle autorità sanitarie, non hanno fatto un buon lavoro pubblicando, nel giugno 2017, articoli sensazionalistici su un bambino di sei anni morto per morbillo che, in realtà, era affetto da leucemia e quindi nella condizione di contrarre qualunque infezione.

Queste inaccorte campagne mediatiche spesso condite di allarmismi rischiano di avere un effetto controproducente, dando spazio a irrazionali prese di posizione contro ogni tipo di vaccinazione e mettendo in secondo piano riflessioni e proposte che ritengo, invece, degne di considerazione. Tra queste, (per quanto riguarda la vaccinazione contro il morbillo, divenuta obbligatoria, per i minori da zero a 16 anni, con la legge n. 119/2017 e somministrata in forma quadrivalente MPRV, (insieme ai vaccini antirosolia, antiparotite e antivaricella):

  • L’effetto della vaccinazione antimorbillo è di più breve durata rispetto all’immunità conferita dalla malattia naturale e pertanto i casi di morbillo (anche tra coloro che, pur vaccinati, hanno perso l’immunità) tendono a spostarsi verso un’età più avanzata. È da evidenziare a tal riguardo che, rispetto al morbillo infantile, il morbillo dell’adulto è molto più pericoloso e spesso necessita di ricovero ospedaliero.
  • Per quanto riguarda la sperata immunità di gregge che dovrebbe essere garantita dall’estendersi della copertura vaccinale antimorbillo, questa resta – appunto – una mera speranza. La risposta al vaccino contro il morbillo, infatti, varia da persona a persona in rapporto ai differenti genotipi dell’HLA, ai polimorfismi dei recettori delle citochine e alle molecole CD46 di membrana.

 

Vaccinazione contro la Parotite

Nel 2015 sono stati accertati in Italia 621 casi accertati di Parotite (infezione conosciuta anche con il nome di “orecchioni”). Secondo l’Istituto superiore di Sanità il vaccino antiparotite, comunemente disponibile in forma trivalente, associata ai vaccini antimorbillo e antirosolia, induce la comparsa di anticorpi specifici in più del 95% dei vaccinati – conferendo una immunità duratura nel tempo – e può provocare rari e lievi effetti collaterali quali infiammazioni nel punto dell’iniezione, modeste eruzioni cutanee e, raramente, convulsioni febbrili, trombocitopenia, reazioni allergiche di tipo anafilattico.

Alcuni studiosi, comunque, fanno notare che vi sia una sottostima dei danni collaterali del vaccino antiparotite che, tra l’altro, non garantisce una soddisfacente immunità. A tal riguardo è stato evidenziato come la parotite – un tempo confinata tra i bambini – ha conosciuto una crescente diffusione tra le persone adulte, anche vaccinate, dove i suoi effetti possono essere più gravi. E’ stata prospettata, a tal riguardo, la possibilità che alla base di epidemie di parotite in soggetti adulti vaccinati, vi possano essere particolari caratteristiche antigeniche del virus.

 

Vaccinazione contro la Pertosse

La pertosse (normalmente curata con antibiotici) non determina una immunità duratura; sembrerebbe comunque che l’individuo che ha avuto la malattia possa raggiungere una soddisfacente immunità da occasionali, e asintomatici, periodici contatti con la Bordetella Pertussis. I titoli anticorpali stimolati dalla vaccinazione scendono, invece, rapidamente. Questa inefficacia della vaccinazione potrebbe spiegarsi considerando che la via iniettiva della vaccinazione è diversa da quella naturale, che avvenendo attraverso le vie respiratorie, richiede anche la difesa delle immunoglobuline A.

A tal proposito il Center Control Disease – evidenziava come oggi il rischio pertosse, per tutte le fasce di età, potrebbe essere aumentato proprio a seguito della diminuita immunità tra i bambini e gli adolescenti che hanno ricevuto il vaccino; una tendenza segnalata qualche anno fa sulla rivista Pediatrics e, per quanto riguarda l’Italia da una pubblicazione dell’Azienda sanitaria di Firenze diffusa dal sito dell’Istituto superiore di sanità.

La vaccinazione antipertosse è molto diffusa ma la malattia non solo non è stata eradicata ma attualmente è in aumento. Lungi dal dipendere da una scarsa copertura vaccinale, ciò potrebbe essere attribuibile all’emergere di ceppi di Bordetella Pertussis sempre più resistenti al vaccino.

Vaccinazione contro la Poliomielite

Per la poliomielite non esistono cure ma solo trattamenti che, in parte, possono lenire gli effetti della malattia. L’ultimo caso di poliomielite in Europa si è verificato in Olanda nel 1992 in una comunità religiosa che rifiutava ogni tipo di vaccinazione e che risultò essere anche in condizioni di assoluto degrado igienico e sanitario. La malattia è endemica in alcuni paesi tra cui l’Afghanistan e il Pakistan, ed è apparsa recentemente in Siria dove ha reso paralitici almeno 17 bambini. Qui, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il virus responsabile dell’epidemia proviene da vaccini antipolio OPV che si somministrano per via orale, i quali contengono virus indeboliti che, moltiplicandosi per un breve periodo nell’intestino, determinano la crescita di anticorpi, e quindi l’immunizzazione. Laddove le condizioni igieniche sono carenti, e cioè dove c’è una guerra, i cVDPV, e cioè i virus trasmessi attraverso le feci di persone vaccinate, possono diffondersi spesso vaccinando passivamente la popolazione. In qualche caso se la catena oro-fecale si protrae nel tempo possono verificarsi nei virus trasformazioni genetiche che li rendono agenti di poliomielite paralitica.

In Italia, tra il 1939 e il 1962, venivano segnalati in media circa 3.000 casi di poliomielite paralitica all’anno, con un picco di 8.300 casi nel 1958. Le prime vaccinazioni contro la poliomielite risalgono alla fine degli anni ’50. Il 4 febbraio 1966 la Legge n. 51 rese obbligatoria la vaccinazione per i bambini entro il primo anno di età, mente altre disposizioni, come quelle del 4 febbraio 1967 e 25 maggio 1967, resero obbligatoria la vaccinazione nel primo anno di vita e la rivaccinazione nel terzo anno.

I risultati non si sono fatti attendere: gli ultimi due casi di bambini italiani colpiti da poliomielite risalgono al 1982; nel 1984 e nel 1988 due casi furono importati rispettivamente dall’Iran e dall’India. Negli anni 90, dopo aver constatato che 9 casi su 10 di paralisi conseguenti alla somministrazione di vaccino orale antipoliomielitico (OPV) si erano verificati dopo la prima somministrazione, si modificò il protocollo vaccinale introducendo per le prime due dosi il vaccino da virus intramuscolare antipoliomielite ucciso tipo Salk (IPV), lasciando l’OPV per le ultime due dosi. Nel 2002 l’Italia è stata dichiarata Polio-Free dall’OMS, insieme al resto dell’Europa Occidentale e ha abbandonato completamente il vaccino OPV per adottare l’immunizzazione di base con quattro somministrazioni di IPV. Solo in caso di accensione di un focolaio epidemico, laddove ora viene usato il vaccino IPV, si imporrebbe nuovamente l’uso dell’OPV, del quale viene comunque conservata una scorta per le emergenze.

In Italia la copertura vaccinale contro la poliomielite, che avviene entro i primi 24 mesi di età, si mantiene elevata, ed è attualmente del 93,4%.

Vaccinazione contro la Rosolia

Causata da un virus del genere Rubivirus, che si trasmette prevalentemente per via aerea, la rosolia non è una malattia grave manifestandosi con febbre ed eruzioni cutanee come piccole macchie rosa prima dietro le orecchie, poi sulla fronte e su tutto il corpo. Normalmente queste si risolvono nel giro di 2-3 giorni senza necessità di alcun trattamento. Tuttavia, se la malattia colpisce donne incinte non immunizzate dalla vaccinazione o da una precedente infezione, può mettere a repentaglio la vita del feto o determinarne menomazioni (sindrome da rosolia congenita o CRS) quali difetti della vista, sordità, malformazioni cardiache o anche ritardi mentali. Il neonato nato infetto dovrà essere messo in isolamento potendo propagare, per quasi un anno, il virus della rosolia.

Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel periodo che va da gennaio del 2005 all’agosto del 2017 sono state segnalate 87 infezioni di rosolia congenita. Tre di queste venivano da madri che avevano dichiarato di essere state vaccinate contro la rosolia. Questa circostanza e i sempre più diffusi dubbi sulla capacità del vaccino antirosolia di garantire una immunità di lunga durata hanno spinto numerose associazioni, sbrigativamente etichettate come No-Vax, a proporre di non vaccinare indiscriminatamente tutti i neonati, inclusi i maschi, per i quali la rosolia non pone problemi. Le stesse associazioni chiedono che le ragazze che, con l’attuale strategia vaccinale rischiano di perdere l’immunità proprio in età fertile, siano sottoposte a un dosaggio specifico degli anticorpi di tipo IgG, vaccinando solo quelle che non risultano essersi ancora naturalmente immunizzate. In questo modo si ridurrebbero le vaccinazioni e quindi anche i rischi da vaccino, e si sarebbe certi di proteggere tutte le donne dal rischio di mettere al mondo figli con sindrome da rosolia congenita.

 

Vaccinazione anti tetanica 

In Italia, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, tra il 2001 e il 2010 sono stati notificati 594 casi di tetano, di cui soltanto 22 quelli ad aver ricevuto una conferma di laboratorio e 34 che riguardavano persone già vaccinate, anche se alcune solo parzialmente, contro il tetano. Durante questi dieci anni i decessi sono stati 169.

Il vaccino antitetanico, anche se si arrivasse al 100% di copertura vaccinale, non produce alcun effetto gregge e garantisce una immunità per un periodo generalmente non superiore ai dieci anni, che però deve essere rafforzata in seguito da continui richiami. La fallace convinzione dell’immunità di lunga durata rischia di generare pericolose illusioni in persone che ritenendosi protette dal vaccino, in caso di ferite profonde non ricorrono al siero antitetanico, tra l’altro oggi quasi introvabile, o ad adeguati trattamenti della ferita.

Queste considerazioni hanno portato alcune associazioni a proporre alcune misure al posto della vaccinazione antitetanica, oggi indiscriminatamente obbligatoria a neonati per i quali il rischio tetano appare davvero improbabile. Queste proposte possono essere così sintetizzate.

  • Aggiornamento delle normative contemplate nella legge 292/1963, che prevedeva l’obbligatorietà della vaccinazione e dei periodici richiami per categorie a rischio, quali lavoratori agricoli, allevatori di bestiame, addetti alla nettezza urbana e altri, con verifica ogni 5 anni dei tassi plasmatici per accertarsi che la copertura anticorpale sia rimasta adeguata.
  • Presenza nelle farmacie e in tutti i pronto soccorso di siero antitetanico.
  • Capillare campagna di informazione rivolta principalmente alle persone anziane (471 dei 594 casi di tetano notificati si sono verificati tra ultra 64enni) sulla probabile insussistenza in essi di uno stato immunitario al tetano.
  • La disponibilità del singolo vaccino antitetanico oggi disponibile solo in modalità trivalente o esavalente.

 

Vaccinazione contro la Varicella

La varicella è una malattia molto contagiosa, causata dal Virus varicella-zoster. L’infezione si trasmette per via aerea e si manifesta con mal di testa e malessere generale, seguiti dalla comparsa, prima sul volto e poi sul resto del corpo di pustole coperte da vescichette contenenti un siero giallo. L’infezione determina una perenne immunità. In alcuni casi, tuttavia, il virus è rimasto latente nell’organismo e in situazione di calo delle difese immunitarie si riattiva dando origine all’ Herpes Zoster anche detto fuoco di Sant’Antonio.

Solitamente la varicella viene affrontata con antifebbrili, antistaminici e farmaci antivirali basati su Aciclovir.

La varicella è la malattia infettiva più frequente in Italia. I principali picchi di incidenza si osservano in primavera e a dicembre. La fascia di età più colpita è quella dei bambini tra 1 e 4 anni. Tranne eventuali infezioni prodotte dal grattarsi del bambino con le mani sporche, la varicella non comporta conseguenze. Se contratta all’inizio di una gravidanza, invece, può causare malformazioni fetali come lesioni oculari, alterazioni degli arti e ritardo mentale, mentre se contratta negli ultimi giorni della gravidanza può provocare nel 30% dei casi la morte del bambino.

La Legge 119/2017 ha reso obbligatorio per tutti i nati dal 2017 il vaccino contro la varicella, anche se questo non garantisce una immunità definitiva.

Ciò ha spinto non poche associazioni a proporre, così come per la rosolia, di non vaccinare indiscriminatamente tutti i neonati, inclusi i maschi, per i quali la varicella non pone problemi, e a sottoporre le ragazze che (anche per la varicella come per la rosolia con l’attuale strategia vaccinale rischiano di perdere l’immunità proprio in età fertile) a un dosaggio specifico degli anticorpi anti-VZV, vaccinando solo quelle che non risultano essersi ancora spontaneamente immunizzate. In questo modo si ridurrebbero le vaccinazioni e i rischi da vaccino e si sarebbe certi di proteggere tutte le donne dal pericolo di mettere al mondo figli con sindrome da varicella congenita.

Pneumococco

Gli adulti immunocompromessi e coloro che hanno più di 65 anni di età presentano un rischio aumentato di sviluppare malattia pneumococcica invasiva.

Tutti gli adulti di età ≥ 65 anni dovrebbero ricevere una dose unica di PCV13 e una dose di PPSV23. Chi in precedenza non ha ricevuto nessuno dei due vaccini dovrebbe vaccinarsi prima con PCV13 e, dopo almeno un anno, con PPSV23.

Epatite A 

Il vaccino HepA è raccomandato per gli adulti con un rischio medico, occupazionale e comportamentale di infezione o senza fattori di rischio, ma che desiderano protezione. Le indicazioni mediche sono i distrurbi della coagulazione e la malattia epatica cronica. Le indicazioni occupazionali sono lavoro con l’HAV in laboratorio o con primati con infezione da HAV. Gli adulti con rischi comportamentali sono coloro che assumono sostanze illecite (per via iniettiva e non iniettiva) e gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini.

Vaccini per il Meningococco

La vaccinazione di routine MenACWY è raccomandata per gli adolescenti tra gli 11 e i 18 anni. Due dosi somministrate a distanza di almeno 8 settimane e una dose di richiamo ogni 5 anni sono raccomandate per gli adulti con infezioni da HIV.

Negli Stati Uniti, il sierogruppo B causa circa il 60% di tutti i casi di malattia meningococcica nei bambini di età < 5 anni e circa il 50% dei casi nei giovani adulti di 17-22 anni.

Il vaccino MenB è raccomandato per gli adulti con asplenia anatomica o funzionale, per le persone con deficit persistente di componenti del complemento.

Papillomavirus

Molto rilevante è poi il ruolo degli Human Papilloma viruses (HPV); questi sono agenti virali che sono messi in correlazione con il carcinoma del collo dell’utero, in particolare i tipi 16 e 18 sono considerati senz’altro carcinogenici per la specie umana. La prevalenza di questa infezione é molto alta negli adulti sessualmente attivi ed aumenta con il numero di partners sessuali.

L’ HPV è responsabile dell’80% dei carcinomi del collo dell’utero che si verificano nei paesi industrializzati e nel 90% in quelli in via di sviluppo (3). Questo vuol dire che sono attribuibili 70.000 nuovi casi di carcinomi del collo dell’utero all’HPV nei paesi industrializzati e 260.000 casi nei paesi in via di sviluppo. E’ quindi un tumore che “si trasmette” per via sessuale. Gli HPV possono anche causare carcinomi squamosi della vulva, del pene e dell’ano (4).

Il fattori di rischio epidemiologico per il papilloma virus sono ormai ben stabiliti dalla letteratura.’ Ci interessano in particolare le proteine E6 e E7 perché sono quelle in grado, durante il processo di trasformazione maligna, di bloccare gli oncosoppressori. Allora nella interpretazione dei vari stadi della cancerogenesi cervicale è importante stabilire che esistono almeno due modalità: la prima legata all’ effetto di papilloma virus normali, agenti di malattie sessualmente trasmissibili, e invece quella legata a papilloma virus che hanno il DNA responsabile di dettare un codice di malignità, come il tipo 16, il 18, il 31 ed altri (5) e come passaggi da uno stadio all’ altro della trasformazione, possono essere catalizzati, attivati, da altri fattori, come 1′ herpes simplex virus, cioè HSV-2, il fumo, gli ormoni, i contraccettivi ecc….

Oggi è possibile immunizzarsi contro il cancro del collo dell’utero, un vaccino preparato contro il virus del papilloma tipi 16 e 18 mostra di funzionare ed è in commercio in USA dal 2006. Lo hanno sperimentato su 12 mila donne tra i 16 e i 26 anni di 13 paesi. Lo studio è durato quasi due anni: nel gruppo di donne che non hanno ricevuto vaccino, ma un placebo, le lesioni precancerose sono state 21, nell’ altro sono state zero. La possibilità del vaccino apre nuove prospettive nella prevenzione del cancro della cervice uterina, specie nelle zone più povere del mondo, dove programmi di diagnosi precoce con il Pap test sono difficili.

I virus dell’epidemia influenzale e le vaccinazioni

Per l’emergenza creata dall’epidemia di “influenza dei maiali” in Messico è stato corretto non creare allarmismi essendo vittime di cattive informazioni (2009). La possibilità che il virus arrivi in altre parti del mondo è reale come per tutti i tipi di virus influenzali. Affinché un ceppo abbia un’ampia distribuzione, le sue caratteristiche antigeniche devono garantire che sfugga alla neutralizzazione degli anticorpi dell’ospite e della popolazione circostante. Quindi lo scoppio di una epidemia accadrà con quei ceppi che hanno antigeni dominanti che si adattano alla carenza, o meglio, alle assenze degli anticorpi nella popolazione (8). Sembra, in conclusione, che il virus dell’influenza mostri un’abilità e un’attitudine alla sopravvivenza basate sulla possibilità di emergere di nuovi modelli che permettano di confondere il virus facilmente attraverso popolazioni ancora parzialmente immuni a precedenti forme antigeniche. Secondo questa visione, i cambiamenti nell’influenza A possono essere progettati in un unico significato, nel contesto di un principio e di un progresso evolutivo, da Burnet detto deriva o corrente immunologica (9). I farmaci antivirali (inibitori della neuraminidasi, recettore della superficie virale) dovrebbero essere assunti entro 48 ore dalla comparsa dei sintomi dell’influenza e per i soggetti che hanno avuto uno stretto contatto con le persone infette dal virus dell’influenza. La vaccinazione contro l’influenza è il metodo più efficace per prevenire la malattia. Dal momento in cui troviamo l’isolamento di un nuovo virus influenzale, dobbiamo attendere la preparazione di un nuovo vaccino specifico che sarà pronto per la prossima stagione influenzale (7). 

Potenziale nuovo virus dell’influenza epidemica

In tutta la Cina, il virus che potrebbe scatenare la prossima pandemia è già in circolazione. È un’influenza aviaria chiamata H7N9 e, fedele al suo nome, infetta soprattutto pollame. Ultimamente, tuttavia, è iniziato a passare più facilmente dai polli all’uomo – cattive notizie, perché il virus è un killer. Durante un picco recente, l’88% delle persone infettate ha avuto la polmonite, tre quarti sono finite in terapia intensiva con gravi problemi respiratori e il 41% è morto.

 Chi deve essere vaccinato

Il vaccino antinfluenzale è raccomandato nei bambini di età superiore ai 6 mesi e negli anziani, sopra i 65 anni. Anche le persone a maggior rischio di sviluppare complicanze dovrebbero essere sottoposte al vaccino, comprese le persone alloggiate in case di cura, donne incinte, persone con asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie cardiache, epatiche e renali.

Conclusioni

La scoperta di gravi malattie respiratorie con la circolazione del virus dell’influenza H1N1 rappresenta il potenziale impatto pandemico e quindi l’importanza di ridurre la diffusione dell’infezione tramite vaccinazione. Dall’anno scorso c’è stata una sorprendente virulenza dell’influenza dell’anno, pertanto è cruciale indirizzare gli sforzi per un vaccino universale contro l’influenza dopo un secolo dell’influenza pandemica letale del 1918.

Sulla TAV il M5S ha ragione: non c’è senso economico nel completarla! E Salvini purtroppo dice inesattezze, il tunnel NON è ancora stato scavato. Perchè il “capitano” fa così?

mittdolcino.com 4.2.19

Stiamo sempre ai fatti per favore, altrimenti non si capisce più nulla. Premetto che ho votato convintamente Lega alle ultime elezioni ed anche prima. Ma, a casa mia, si usa il cervello e si cerca di ragionare sugli interessi di quello che resta del Paese oggi in pesantissima e forse terminale crisi (fin quando si è cittadini di un paese bisogna pensare al bene dello Stato di appartenenza).

Dunque, primo fatto: il tunnel del traforo ferroviario della TAV NON è ancora stato scavato, nemmeno un centimetro; quello che è stato scavato è il piccolo tunnel di prospezione e di servizio. Dunque, chi dice (Salvini?) che il tunnel ferroviario della TAV è già stato scavato/iniziato dice una sonora bugia.

Secondo fatto: interrompere lo scavo adesso che di fatto non è ancora iniziato farebbe risparmiare un bel po’ di soldi, che potrebbero essere utilizzati per altri progetti di cui il Paese ha bisogno. Confermo, questo è vero, si risparmierebbe probabilmente 0.8-1 miliardi di euro.

Terzo fatto: la TAV serve per il traffico merci. NON è invece vero che la TAV  sia necessaria, nel senso che con la TAV si faciliterebbe il trasporto di merci ad esempio potendo caricare camion sul treno facendoli poi transitare nel tunnel. Ma questo avverrebbe con un costo esorbitante, un po’ come volere l’ascensore che arriva fino dentro in casa: appunto, dipende da quanto costa! Nel caso di una persona in bolletta ci sono tante cose da fare prima di potersi permettere l’ascensore in casa. Nel caso della TAV, basterebbe ad es. modificare il percorso attuale del treno rinnovando le infrastrutture ed evitando il tunnel: si raggiungerebbero circa gli stessi obiettivi di trasporto merci senza forare un secondo Frejus, ovvero risparmiando letteralmente una montagna di soldi. Si attendono VALUTAZIONI PUBBLICHE IN RIGUARDO (notasi anche che come indicato espressamente dal Fatto Quotidiano: “…un tunnel, infine, che non riuscirà da solo a risolvere nessuno dei problemi di cui si chiacchiera, come il presunto isolamento di Torino, visto che le linee di adduzione al tunnel rimangono quelle attuali e che in Francia si deciderà se costruirne di nuove nel 2038! …“)

Quarto fatto: l’interno della montagna del Frejius è saturo di uranio, torio e quindi di radon, con problemi per la salute sia nello scavo che per lo smaltimento della roccia scavata. Fatto, verissimo: il Politecnico di Torino, mia alma mater, lo conferma con studi ufficiali; nel caso di completamento dell’opera nascerebbe il problema di dover smaltire le migliaia se non milioni di tonnellate di roccia uranifera estratta dal centro della montagna. A dir la verità lo studio del Politecnico è ridonante: già negli anni ’70 e ’80 scorsi l’Agip aveva fatto scavi con possibilità di ottenere concessioni per l’estrazione di uranio e torio, poi non se ne fece nulla anche a causa dell’abbandono del nucleare da parte dell’Italia dopo Chernobyl(diciamo le cose come stanno per favore, …).

Quinto fatto: proprio la presenza di provate grandi vene di uranio e torio fanno pensare che sia proprio la Francia ad essere interessata all’estrazione del minerale radioattivo, da utilizzare nelle sue centrali, grazie alla roccia estratta dalla galleria. Ciò è probabile. Ricordate che oggi l’uranio la Francia lo ottiene in larga parte dal Niger, paese sempre più ambito da altri paesi (…) oltre ad essere stato messo sotto la lente di ingrandimento da parte del governo gialloverde per il cripto-colonialismo francese. Ricordiamo che proprio in Niger i francesi sono presenti con la Legion Straniera fin dai tempi – e prima – della deposizione di Gheddafi, operazione Barkhane su tutte (che si dice sia molto attiva a far giungere immigrati dall’Africa profonda verso le coste libiche, per mandarli finalmente in Italia ma tenendo le frontiere francesi chiuse; ossia per destabilizzare l’Italia – magari a Parigi pensano, una volta destabilizzata la Penisola, facendo leva sui cooptati italiani a libro paga di Parigi [non ho detto Enrico Letta, no!] di poterla conquistare come ai tempi di Napoleone , …).

Sesto fatto: il contratto gialloverde prevede al punto 27, pagina 49-50, Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia.. Questo ci si aspetta che venga fatto! Forse è che sono abituato a lavorare coi gli stranieri ma, come dire, se uno avesse un genitore tedesco capirebbe che le promesse formalmente si mantengono (messaggio diretto a Matteo Salvini). Ed in ogni caso bisognerebbe tirare fuori i numeri per dimostrare le proprie ragioni e pubblicarli in rete.

Settimo fatto: negli ambienti scientifici circola da tempo la voce – ed anche molto di più – che la Francia abbia già iniziato la costruzione del laboratorio nucleare francese sotto il Frejus, già pianificato da tempo; infatti il tunnel di servizio servirebbe proprio a questo. A quando una richiesta di chiarimenti in aula del Parlamento sulla presenza di un laboratorio nucleare francese sotto il Frejus, con scavo pagato dagli italiani? Perchè tutto tace? Perchè nessuno fa domande ufficiali in riguardo? Della serie, se la Francia pretende che l’Italia paghi per permettere a Parigi di fare un laboratorio nucleare sotto una grande montagna italiana evidentemente non è stato chiarito che, nel caso, dovranno contribuire in modo molto più sostanzioso di quanto previsto (tranquilli, è solo una questione di soldi; ad esempio vengano concessi dall’EU 80 miliardi all’Italia per fare infrastrutture nei prossimi 5 anni e se ne può tranquillamente riparlare, capito Salvini?)

Ottavo ed ultimo fatto: il major contractordegli scavi lato italiano della TAV è la Rocksoli, azienda di Petro Lunardi, ex ministro in quota centro destra ed amico di Salvini, che ha ricoperto la carica di Ministro delle infrastrutture e dei trasporti (formato dalla fusione dei Ministeri dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, della Marina Mercantile e delle Aree Urbane) nei Governi Berlusconi II e III (2001-06). Tra i suoi risultati da ministro citiamo:

– Il “master plan della Unione Europea”; con tale strumento, a differenza del passato in cui l’Italia era interessata da soli due segmenti (il Monaco – Verona e il Trieste – Kiev), l’Italia ottiene 6 interventi strategici: il Corridoio 5 (Lisbona – Lione – Torino – Trieste – Kief), il Corridoio 1 (Berlino – Palermo), il Corridoio 24 (Rotterdam – Genova), il Ponte sullo Stretto, il Corridoio Bari – Durazzo – Varna, le “Autostrade del Mare”. [ossia, è Lunardi il cd. “padre” della TAV]

–  La difesa della laguna di Venezia (Mo.SE). [progetto per cui la procura ha poi  arrestato numerosi politici, soprattutto di centro destra]

Dunque la reiterazione salviniana e della Lega nel voler continuare a tutti i costi (questa è l’impressione) con il progetto TAV purtroppo potrebbe fare nascere dei dubbi  che dietro a tale interesse per il completamento a tutti i costi del progetto TAV ci sia il business dell’amico Lunardi (…), a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva un saggio. Senza avallare alcuna tesi in tal senso, in ogni caso per evitare che la gente pensi male – soprattutto in un momento di grave crisi economica per il Paese – sarebbe auspicabile che venissero elaborate valutazioni pubbliche di tipo economico sulla TAV a dimostrazione della validità del completamento progetto, onde – ripeto – sgombrare il campo da dubbi.


In effetti le pressioni di Berlusconi su Salvini anche e soprattutto sulla TAV le hanno notate tutti. Deve essere chiaro che, nelle condizioni in cui è l’Italia oggi, NON è più possibile sprecare risorse per progetti senza che ci sia un conclamato interesse nazionale. Appunto, bisogna saper trattare con l’Europa; Trump – che non pensa a se stesso – potrebbe fare molte lezioni ai romani su come gestire le trattative con i francesi. Dunque, a Parigi vogliono la TAV? Bene, che paghino. Ovvero, facciano in modo che vengano concessi all’Italia ‘sti benedetti 80 miliardi di infrastrutture di cui si ha assoluto bisogno per risorgere. Così si fanno le trattative, così si lavora per il Paese  (le partecipazioni alle feste romane vengono dopo…).

Ormai in Italia non interessa più a nessuno difendere il patrimonio del Cavaliere, che ormai ha dimostrato di essere vecchio nei suoi ragionamenti – ed anche un po’ egoista –  (si faccia da parte, “largo ai giovani”, mia opinione; si sappia che pubblicamente lo scrivente lo ha difeso e lo ha rispettato come nessuno durante il 2011 ed oltre; oggi penso invece che sarebbe bene si ritirasse a fare il nonno, potrebbe anche diventare commissario dell’Unesco).

In ultimo, un appunto importante: nel caso puramente ipotetico (si fa per dire, naturalmente, come sempre in questi casi) che qualcuno a Roma fosse per caso ricattato (magari da soggetti legati al vincolo esterno, …) sarebbe bene si facesse da parte il prima possibile; infatti sarebbe solo questione di tempo prima che l’oggetto del ricatto venga comunque fuori (ma prima avranno rovinato la reputazione – questo è certo – di politici suppostamente rispettabili che si fossero piegati ai ricatti di chi invece NON pensa al bene del Paese…)

Tanto vi dovevo.

Mitt Dolcino

INTESA POUR HOMME – CHI LA SPUNTERÀ TRA MESSINA E GUZZETTI PER LA NOMINA DEL NUOVO PRESIDENTE DELL’ISTITUTO BANCARIO? LA CONFERMA DELL’AD È SCONTATA, MESSINA VUOLE MANTENERE ALLA PRESIDENZA GROS-PIETRO (CON BUONA PACE DELL’”ARZILLO VECCHIETTO” CHE PUNTA SU GRILLI) – LE RACCOMANDAZIONI DELLA BCE SULLA COMPOSIZIONE DEL CONSIGLIO…

dagospia.com 4.2.19

1 – MESSINA E GUZZETTI NON SONO D’ACCORDO SUL NUOVO PRESIDENTE DI BANCA INTESA (ECCO PERCHÉ). E IL CASO BLACKSTONE-CAIRO È UN GRATTACAPO DA RECORD

Estratto di “Duomo-Politik” del 12 dicembre 2018

carlo messina

CARLO MESSINA

GUZZETTI

GUZZETTI

(…) Dicono che l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, si trovi per la prima volta in disaccordo con il grande vecchio Guzzetti. Il motivo? Messina vuole la riconferma di Gros-Pietro alla presidenza della Banca. Il presidente uscente di Fondazione Cariplo invece preferisce Costamagna, un profilo più internazionale visti i suoi trascorsi nelle banche d’affari americane. Ma Costamagna è un personaggio ingombrante, che ovviamente vorrebbe un ruolo più attivo rispetto al 76enne Gros-Pietro. I più sgamati però sussurrano che c’è già pronto un nome terzo per mettere tutti d’accordo. Per ora resta coperto, però. (…)

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoli

GIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

2 – INTESA SP AL RINNOVO, QUATTRO I POSTI LIBERI MESSINA E GROS-PIETRO VERSO LA CONFERMA

Rosario Di Mito per “il Messaggero”

Il ricambio del cda di Intesa Sanpaolo ci sarà, al di là delle raccomandazioni della Bce, recepite dal presidente Gian Maria Gros-Pietro che le ha trasferite alle fondazioni azioniste e che saranno contenute nelle autovalutazioni quali-quantitative del board uscente: martedì 12 il comitato nomine varerà il documento finale. Quattro consiglieri dell’ attuale cda in scadenza ad aprile, si faranno da parte e i consigli della Vigilanza europea fanno capire che solo un terzo (quindi cinque) sono i componenti indipendenti da sostituire.

carlo messina

CARLO MESSINA

Quanto al vertice, scontata la riconferma del ceo Carlo Messina, secondo quanto ricostruito da Il Messaggero a margine del congresso Assiom Forex, tra le fondazioni si sarebbe consolidata l’ indicazione di confermare il presidente Gian Maria Gros-Pietro, per le sue qualità e competenze e perché gode del forte appoggio dello stesso Messina il cui giudizio è ineludibile.

Il nodo è come ripartirsi i 14 posti spettanti alla lista di maggioranza: nei primissimi giorni della prossima settimana è fissata una consultazione a Milano per iniziare a parlarne concretamente, facendo partire le grandi manovre. Le fondazioni con il 18% stanno sottoscrivendo un patto di consultazione: un accordo light, inedito rispetto al passato, suggerito da Piergaetano Marchetti al quale si sono rivolti gli enti e la Cassa Firenze da sola, per essere garantiti sull’ osservanza delle norme del tuf.

giuseppe guzzetti

GIUSEPPE GUZZETTI

gian maria gros pietro

GIAN MARIA GROS PIETRO

Questo accordo di consultazione si trasformerà poi in un accordo di voto sulla lista, valido solo per l’ assemblea del 30 aprile. Firenze ad aprile 2016 non aderì al patto di voto perchè temeva l’ accusa di controllo congiunto vietato dalla legge Ciampi e non ebbe alcun rappresentante. Adesso è riuscita a far passare il patto di consultazione e ha fatto sapere di volere due posti. Una proposta dirompente. La lista va presentata entro il 5 aprile ma dieci giorni prima i nomi devono essere definiti.

CARLO MESSINA

CARLO MESSINA

Questo per consentire di raccogliere anche il consenso dei fondi, come è accaduto nella primavera 2016. Con il 18% delle azioni, su una prevedibile presenza di circa il 65% del capitale totale, gli enti per essere sicuri di conquistare la maggioranza del cda, devono poter catturare un altro 18-20%.

Favorisce il ricambio l’ impossibilità di riconferma di Marco Mangiagalli, presidente del comitato controllo, scelto da Assogestioni: completa i tre mandati perdendo lo status di indipendente.

VITTORIO GRILLI

VITTORIO GRILLI

Una bella grana per Assogestioni trovare un degno sostituto. Poi c’ è Francesca Cornelli (Assogestioni) che dovendosi trasferire a Chicago, ha fatto sapere di voler uscire. Gli altri due in uscita sono Giovanni Costa, consigliere esecutivo per i troppi impegni a Padova e Edoardo Gaffeo, docente ordinario a Trento non se la sente più di assicurare l’ impegno.

Nelle osservazioni al cda, Francoforte ha lamentato l’ assenza di una norma che vieta un ricambio cospicuo di consiglieri, come avvenuto nel 2016 quando ne furono sostituti dieci. Adesso Bce suggerisce di nominare un esperto di digitale e uno dei mercati dove Intesa ha interesse: Europa orientale (Balcani) e Cina.

Soros, i rischi del social credit system cinese e l’analogia con Black Mirror

comedonChisciotte.org 4.3.19

DI VITTORIO PELLIGRA

ilsole24ore.com

La notizia circola ormai dal 2014, ma si è riproposta agli osservatori dopo che George Soros ne ha fatto il centro di un suo discorso al World Economic Forum di Davos, la settimana scorsa. “Voglio portare la vostra attenzione – dice Soros durante una cena privata – sul pericolo mortale che le società aperte si trovano a fronteggiare a causa degli strumenti di controllo che il machine learning e l’intelligenza artificiale possono mettere nelle mani dei regimi repressivi. Il social credit system non è ancora pienamente operativo ma è già chiaro verso cosa ci stiamo dirigendo. Il destino individuale verrà subordinato agli interessi dello Stato-partito in modi che la storia non ha ancora conosciuto”. Queste le allarmate parole di Soros a proposito del “social credit system”, il meccanismo che il Governo cinese sta sperimentando da tempo per valutare, attraverso un complicato sistema di feedback e ratings, l’”affidabilità” dei propri cittadini.

Il meccanismo è semplice e si fonda su un’idea vecchia quanto il mondo, quella di “reputazione”. Dalle società primordiali, alle prime esperienze di interazioni economiche a lunga distanza, fino alle moderne piattaforme di e-commerce, il capitale reputazionale è ciò che ha reso possibile l’esplosione degli scambi commerciali minimizzandone il rischio e moltiplicando le opportunità di guadagno. La stessa logica che ci fa ritornare dal meccanico o dal parrucchiere “di fiducia”, favorisce i miliardi di transazioni che avvengono su Amazon o Aliexpress. Affinché quel meccanico diventi il nostro meccanico “di fiducia” dobbiamo giocare con lui un gioco ripetuto, giorno dopo giorno valutiamo la sua affidabilità con il sottointeso condiviso che alla prima fregatura il rapporto si interromperà. In questo modo il meccanico, nonostante l’asimmetria informativa che lo mette in netto vantaggio sul cliente, dovrà scegliere tra un forte, ma singolo, guadagno, o minori profitti, ma ripetuti nel tempo. La teoria dei giochi, il folk theorem in particolare, mostra che sotto certe condizioni il meccanico avrà un forte incentivo a investire in reputazione. A rinunciare, cioè, al guadagno immediato e preferirne uno maggiore, ma diluito nel tempo.

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Intesa Sanpaolo: analisti vedono utile trimestrale da 1 miliardo

Stefano Neri finanzareport.it 4.2.19

Azioni Intesa Sanpaolo deboli oggi in Borsa alla vigilia della trimestrale 

intesa-sanpaolo

Azioni Intesa Sanpaolo deboli oggi in Borsa alla vigilia della trimestrale. Nel solo quarto trimestre le previsioni del consensus degli analisti (Bloomberg) indicano un utile appena sopra 1 miliardo. La conference in cui saranno illustrati i risultati finanziari del 2018 è attesa appunto per domani 5 febbraio alle ore 15.

Nei giorni scorsi il ceo Carlo Messina ha promesso risultati che “dimostreranno la forza della nostra banca”. nel quarto trimestre 2017 l’utile fu di 1,428 miliardi o 1,34 miliardi al netto del contributo pubblico (3,81 miliardi nell’intero 2017).

Occhi puntati in particolare sul dividendo, mentre Messina ha parlato anche di una possibile accelerazione sul fronte dei crediti deteriorati. Secondo recenti indiscrezioni Intesa Sanpaolo avrebbe in rampa di lancio una cessione di inadempienze probabili (Utp) per 2 miliardi. 

In Borsa alle ore 13 le azioni Intesa Sanpaolo segnano -0,60% a 1,9508 euro.

Prelios: presentato Piano riqualificazione ex Manifattura Tabacchi a Pc

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

È stato presentato oggi presso la sede del Comune di Piacenza il progetto di rigenerazione urbana e welfare cittadino relativo alla trasformazione dell’ex Manifattura Tabacchi. Il complesso – delimitato dalle vie Montebello e Raffalda – è situato nel quartiere Infrangibile a ridosso dell’antica cinta muraria che delimita il centro di Piacenza, e rappresenta un’area che si estende per oltre 58 mila metri quadrati, di cui 30 mila mq attualmente occupati da capannoni in disuso. 

Il progetto di recupero, denominato “Le Case nel Parco”, è stato illustrato oggi da Patrizia Barbieri, Sindaco di Piacenza, Erika Opizzi, Assessore all’Urbanistica, Demanio e Patrimonio del Comune di Piacenza, Paola Delmonte di Cdp Investimenti Sgr, Massimo Dominici di Prelios Sgr. 

Il piano si pone il duplice obiettivo di riqualificare un ampio comparto, prestando particolare attenzione ai temi dell’ambiente e dell’efficientamento energetico, e di contribuire al welfare cittadino rispondendo al fabbisogno abitativo esistente con l’offerta di housing sociale. 

L’intervento, per un ammontare complessivo di oltre 45 milioni di euro, sarà realizzato dal Fondo Estia Social Housing, istituito e gestito da Prelios Sgr e partecipato all’80% da Cassa depositi e prestiti (attraverso il Fia – Fondo Investimenti per l’Abitare, gestito da Cdp Investimenti Sgr), con Credit Agricole Cariparma nel ruolo di banca finanziatrice. 

Il Fondo si è avvalso della consulenza legale dello studio legale Freshfields Bruckhaus Deringer LLP per il perfezionamento dell’operazione complessiva. 

La fase di strutturazione dell’operazione ha visto il coinvolgimento di un ampio partenariato pubblico-privato, così articolato: i proprietari delle aree, tra cui Cdp Immobiliare, ai quali è subentrato il Fondo Estia Social Housing per la parte prevalentemente residenziale e Conad per la parte commerciale; gli investitori: il Fondo Investimenti per l’Abitare – Fia (gestito da Cdp Investimenti Sgr), Prelios Sgr, Con.Cop.Ar. Scrl che, per il tramite di un’Associazione Temporanea di Imprese del tessuto piacentino, si occuperà inoltre della progettazione, realizzazione e gestione sociale dell’intervento di proprietà del Fondo Estia Social Housing, con la costante e proficua partecipazione e collaborazione della Pubblica Amministrazione locale. 

Il Fondo si avvale inoltre di Fondazione Housing Sociale quale advisory tecnico sociale dell’iniziativa. Come previsto dalla governance di Cassa depositi e prestiti, l’iter di approvazione dell’investimento del fondo Fia (che coinvolge indirettamente due società del Gruppo) è avvenuto nel rispetto dei presidi previsti a tutela dell’investitore per simili operazioni. 

“Dopo un lungo e complesso iter – commenta il sindaco Patrizia Barbieri – si è arrivati a concretizzare un intervento che permetterà di riqualificare da un punto di vista ambientale e rigenerare da un punto di vista funzionale una zona nevralgica della città. L’opera di bonifica dell’area e la realizzazione di un vero e proprio parco, garantiranno a tutti i cittadini di fruire di un nuovo polmone verde ai margini del centro storico, mentre l’intervento edilizio introdurrà una quota significativa di alloggi sociali che impatteranno positivamente sul welfare cittadino. Senza dimenticare tutti i servizi che saranno messi a disposizione e che avranno ricadute certamente positive anche in ottica di sicurezza e decoro urbano. Sono tutti elementi che rispondono a impegni assunti in primis con gli abitanti dell’Infrangibile, ma in generale con tutta la città e che trovano finalmente risposte concrete”. 

“Oltre al valore di questo importante piano di riqualificazione, che restituisce alla città un’area da troppo tempo abbandonata – aggiunge l’assessore all’Urbanistica Erika Opizzi – siamo particolarmente soddisfatti anche per alcuni interventi che l’Infrangibile attendeva da tempo e che l’Amministrazione comunale ha ottenuto fossero inseriti nella convenzione legata al progetto di recupero. Verrà così realizzata la recinzione del giardino “Vigili del Fuoco” di via Broni-via Serravalle Libarna, dove purtroppo sono stati registrati negli ultimi mesi episodi di vandalismo nelle ore notturne. Inoltre, la pista ciclabile prevista, sfruttando il percorso dei binari dismessi, collegherà Via XXIV Maggio con Via Stradella, così da creare una interconnessione rapida e sicura tra il quartiere e il centro storico, a disposizione della mobilità sostenibile”. 

“Quello presentato oggi è un importante esempio di partenariato tra Enti locali e investitori privati – ha commentato Paola Delmonte, Responsabile Business Development della SGR di CDP – reso possibile dalla volontà del nostro Gruppo di valorizzare l’area ex Manifattura Tabacchi restituendola alla città con un impatto economico e sociale positivo”. 

“Siamo molto soddisfatti della finalizzazione della prima parte dell’operazione – ha commentato Massimo Dominici, Head of Fund Management Public Sector & Social Housing di Prelios SGR – in cui crediamo molto, al fine di riqualificare una parte importante della città con positive ricadute sia sociali sia economiche per tutta la comunità piacentina. Determinante è stata la comunione di intenti tra tutti i soggetti coinvolti, sia privati sia pubblici”. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 04, 2019 08:32 ET (13:32 GMT)

UNA MONTAGNA DI SOLDI IN LUSSEMBURGO E ISRAELE: ECCO IL “TESORO” DI MATTEO RENZI, REGALATO IN QUESTI ANNI DAI SUOI “PADRONI”

politicamentescorretto.info 4.2.19

La partita delle nomine è fondamentale, per sbloccare la casella a cui tiene di più, quella dell’intelligence informatica, di Marco Carrai. Ma chi c’è dietro Carrai? Quali sono i suoi soci? E soprattutto: perché Renzi non può rinunciare alla sua nomina? La risposta è proprio nella rete di rapporti, soldi e uomini, legati a doppio filo con Carrai. Una rete che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare. Grandi imprenditori delle infrastrutture pubbliche, consiglieri di Finmeccanica, capi di importanti gruppi bancari, ex agenti dei servizi segreti israeliani, uomini legati ai colossi del tabacco. Oltre al solito fedelissimo renziano Davide Serra, finanziere trapiantato a Londra e creatore del fondo Algebris. Persino un commercialista accusato di riciclaggio.
Una rete che si snoda intorno a Carrai proprio dal 2012: negli stessi giorni in cui Renzi avvia la scalata al Pd e poi al governo. Una rete che arriva sino a oggi, alla Cys4, la società di Carrai per la cybersicurezza. La stessa società a cui il governo si è aggrappato per giustificare le competenze di “Marchino”, come lo chiamano gli amici, per guidare il comparto dell’intelligence. Persino il ministroMaria Elena Boschi ne ha dovuto rispondere in aula. Eppure, è proprio la presenza sul mercato della Cys4 a rendere Carrai un uomo in pieno conflitto di interessi.

Quell’estate calda in Lussemburgo. Torniamo quindi al giugno 2012. Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie contro Pier Luigi Bersani. Due mesi dopo Carrai vola in Lussemburgo. È il primo agosto. Il Richelieu del premier crea una società, la Wadi Ventures management capital sarl, con poche migliaia di euro e un pugno di soci. C’è la Jonathan Pacifici & Partners Ltd, società israeliana del lobbista Jonathan Pacifici, magnate delle start up che dalla “silicon valley” di Tel Aviv stanno conquistando il mondo.
A Carrai e Pacifici si uniscono la società Sdb Srl di e i manager e . I cinque della Wadi Sarl sono gli stessi che oggi controllano il 33 per cento della Cys4, la società di intelligence di Carrai. Un dato che in questa storia non bisogna mai dimenticare. Ma perché Carrai crea in Lussemburgo la Wadi sarl? La risposta arriva dalle visure camerali lussemburghesi. Fine principale: sottoscrivere e acquisire le , omonima e sempre lussemburghese, che in quel momento ancora non esiste: . Nasce nel novembre 2012. Renzi è in piena campagna elettorale. Il 27 novembre l’amico Serra, già finanziatore della Fondazione Big Bang di Renzi, versa i primi 50 mila euro nella Wadi Sca. E nelle stesse settimane Carrai, in Italia, pone le basi della futura Cys4.
A Carrai e Pacifici si uniscono la società Sdb Srl di Vittorio Giaroli e i manager Renato Attanasio Sica eGianpaolo Moscati. I cinque della Wadi Sarl sono gli stessi che oggi controllano il 33 per cento della Cys4, la società di intelligence di Carrai. Un dato che in questa storia non bisogna mai dimenticare. Ma perché Carrai crea in Lussemburgo la Wadi sarl? La risposta arriva dalle visure camerali lussemburghesi. Fine principale: sottoscrivere e acquisire le partecipazioni di un’altra società, omonima e sempre lussemburghese, che in quel momento ancora non esiste: Wadi Ventures Sca. Nasce nel novembre 2012. Renzi è in piena campagna elettorale. Il 27 novembre l’amico Serra, già finanziatore della Fondazione Big Bang di Renzi, versa i primi 50 mila euro nella Wadi Sca. E nelle stesse settimane Carrai, in Italia, pone le basi della futura Cys4.
Il 26 ottobre “Marchino” crea l’embrione della sua futura creatura, quella dedita alla cybersecurity, e che vede Renzi, proprio oggi, impegnato ad affidargli il settore informatico della nostra intelligence.
La ramificazione israeliana. L’embrione della Cys4 si chiama Cambridge management consulting labs. È una società di consulenza aziendale, iscritta alla Camera di commercio il 6 novembre, un mese prima delle primarie. I soci della Cambridge? Gli stessi della Wadi Sarl lussemburghese. Che così controllano anche la cassaforte Wadi Sca. Nella quale, dopo Serra, entra la Fb group Srl, di Marco Bernabé, già socio della Cambridge.
Stessi uomini, società diverse, che dal Lussemburgo portano anche in Israele. Bernabè è socio di un’altra Wadi Ventures, con sede a Tel Aviv, al 10 di Hanechoshet street. È la stessa sede israeliana dell’italianissima Cambridge. Il 2 dicembre Renzi perde le primarie. Le società lussemburghesi legate a Carrai conquistano invece nuovi soci. Non dimentichiamo la squadra: gli uomini della Cambridge, sono gli stessi della Wadi sarl, che controlla la Wadi Sca. E in pochi mesi arriva un altro milione. Con quali soci?
A marzo 2013, nel capitale sociale, entra la Equity Liner con 100 mila euro, creata nel 2006 da tre società (Global Trust, Finstar Holding srl, Regent Sourcing Ltd) rappresentate da AnnalisaCiampoli. La Finstar Holding, è del commercialista e faccendiere romano Bruno Capone. La signora Ciampoli, pur non essendo indagata, è definita, in alcuni atti d’indagine – quelli su un’associazione per delinquere dedita al riciclaggio transnazionale – la collaboratrice di Capone. Capone, invece, è indagato dalla Procura di Roma per riciclaggio in relazione a ingenti trasferimenti di denaro in Lussemburgo che non riguardano la Wadi.
Nel marzo 2012, dunque, il nuovo socio del gruppo di Carrai è un presunto riciclatore, tuttora indagato. Sei mesi dopo, la Equity Liner riconducibile a Capone, viene venduta a un’altra società, la Facility Partners Sa. E Renzi torna a candidarsi per le primarie.
Signori del tabacco e delle banche. In quei mesi, la lobby del tabacco è impegnata nella battaglia sulle accise. Il collegato alla Legge di stabilità prevede un aumento di 40 centesimi sui pacchetti più economici. L’operazione però salta. Renzi in quel momento non è ancora al governo. Ma è in corsa per le primarie, stavolta può vincere. Il presidente della Manifattura italiana tabacco, in quel momento, si chiama Francesco Valli. È lo stesso Valli che, fino al 2012, è stato a capo della British American Tobacco Italy. Non è di certo un uomo legato al Pd. Anzi. Presiede per tre anni, dal 2009 al 2012, la Fondazione Magna Charta creata dal senatore allora Pdl Gaetano Quagliarello. È lui il prossimo uomo ad aprire il portafogli. È il nuovo socio della Wadi Sca e del gruppo Carrai. Che la lobby della nicotina avesse finanziato Renzi, attraverso la fondazione Open, diventa noto nel luglio 2014, quando la British American Tobacco versa 100mila euro. Il Fatto può rivelare che l’interesse della lobby risale a un anno prima: tra aprile e settembre, Valli versa 150 mila euro alla Wadi Sca, diventando anch’egli socio di Carrai e Serra. Valli, contattato dal Fatto, ha preferito non commentare.

In pochi giorni si aggiunge anche Luigi Maranzana, che acquista azioni per 100 mila euro. È lo stesso Maranzana che oggi riveste la carica di presidente della Intesa San Paolo Vita, ramo assicurativo del gruppo bancario guidato da Giovanni Bazoli. Interpellato, non se n’è accorto: “Socio di Carrai e di Serra? Non ne so niente, Carrai non lo conosco, sono sempre stato lontano dalla politica – risponde al Fatto –. Ho solo fatto un investimento”. Chi gliel’ha suggerito? Clic.
Alla fine del 2013, quando Renzi diventa segretario del Pd e si avvicina a scalzare Enrico Letta, è il caso di fare qualche conto. Nella Wadi Sca, in un solo anno, sono entrati un milione e 50 mila euro e cinque nuovi soci. A controllare il tutto c’è Carrai. Non solo. Gli stessi soci di Carrai in Lussemburgo – Moscati, Bernabé, Pacifici, Sica e Giaroli – sono già attivi da un anno, in Italia, nella Cambridge, che a fine 2013 matura un utile di appena 46 mila euro. È destinato a salire vorticosamente nell’anno successivo. Quando Renzi diventa premier. Ed è proprio il 2014 a segnalare le novità più interessanti sul fronte lussemburghese.
Nominato in Finmeccanica, arriva il nuovo socio. Nella primavera del 2014, dopo aver conquistato la segreteria del Pd e varcato la soglia di Palazzo Chigi, Renzi è già impegnato nella sua prima tornata di nomine per le aziende di Stato. E nel cda di Finmeccanica entra un uomo che l’ha sostenuto sin dall’inizio: Fabrizio Landi, esperto del settore bio-medicale, tra i primi finanziatori della Leopolda con 10 mila euro. “Ma lei pensa che con 10 mila euro ci si compra un posto nella società più tecnologica del Paese?”, dice Landi all’Huffington Post. In effetti, tre mesi dopo la sua nomina in Finmeccanica, Landi versa altri 75 mila euro comprando altrettante azioni della Wadi Sca.
Non è l’unico a incrementare il capitale della Wadi e, soprattutto, a diventare socio del gruppo legato a Carrai. C’è anche un importante imprenditore che, proprio in quelle settimane, fatica a farsi ascoltare dall’ex ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi, nonostante gestisca appalti pubblici per miliardi. Il suo nome è Michele Pizzarotti, costruttore.
“Sostegno all’estero” per l’uomo delle strade. Ad aprile Pizzarotti ha un problema: riuscire a parlare con l’ex ministro Maurizio Lupi. Per riuscirci, deve passare attraverso tale FrancoCavallo, detto “zio Frank”, amico di Lupi, che organizza tavoli con visione del ministro, annesso dialogo e strette di mano, in cene da 10mila euro: “Inizia alle 7? A che ora finirà? Si cena in piedi?”, chiede Pizzarotti a “zio Frank”, il 19 marzo 2014, annunciandogli la sua presenza. Dodici giorni dopo – il primo aprile 2014 – “zio Frank” gli fissa un appuntamento telefonico con Emanuele Forlani, della segreteria di Lupi, ma l’aggancio non funziona. “Mi ha detto ‘devo vedere’…”, spiega Pizzarotti a zio Frank, “per l’amor di Dio sarà impegnatissimo, però, ragazzi, stiamo parlando di un’impresa che ha in ballo 4 miliardi di opere bloccate per motivi burocratici assurdi”. Ecco, nell’aprile 2014, Pizzarotti ha un problema: tenta di parlare con Lupi perché vede le sue “opere bloccate per assurdi motivi burocratici”. Cinque mesi dopo, versa 100 mila euro in Lussemburgo, alla Wadi Sca, diventando socio degli uomini più vicini a Renzi. Eppure il business delle start up non è mai stato il suo core business. Due mesi dopo questo versamento Renzi è a Parma, nell’azienda Pizzarotti, dove lo accolgono il patron Paolo con i figli Michele ed Enrica: “Occorre far ripartire l’edilizia”, dice davanti alle tv, “il governo vuol sostenere le imprese italiane all’estero”.
Di certo, in quel momento, c’è che è proprio Pizzarotti a sostenere un’azienda all’estero, per la precisione la Wadi sca. Contattato dal Fatto, l’imprenditore spiega che i problemi sono rimasti anche con l’arrivo al posto di Lupi di Graziano Delrio che però, a differenza del predecessore, almeno l’ha ricevuto. “Ci ha accolto, sì, ma senza alcun vantaggio per i nostri lavori”. Chi l’ha invitata – chiediamo – a investire nella Wadi? “Pacifici. Non sapevo fosse controllata da Carrai”. E sono due. Poi aggiunge: “L’ho scelta perché investe in start up in Israele, Paese più innovativo assieme alla California, dove peraltro la mia impresa lavora, nella convinzione di fare un affare azzeccato. Pacifici mi invia periodicamente report sull’andamento dei nostri investimenti”. E Israele, in questa storia, è davvero centrale.
Dal Mossad agli affari. Alla Wadi Sarl, nell’estate del 2014, si aggiunge un’altra società, la Leading Edge, riconducibile a Reuven Ulmansky, veterano della unità 8200 dell’esercito israeliano, creata nel 1952, equivalente alla National security agency (Nsa) degli Usa, dedita da sempre alla guerra cibernetica e alla “raccolta dati” per l’intelligence israeliana. Ulmansky è socio di Carrai e degli stessi uomini che, pochi mesi dopo, nel dicembre 2014, partecipano con il 33 per cento alla neonata Cys4 che, guarda caso, vanta tre sedi in Italia e una a Tel Aviv.
Chi sono i soci della Cys4? Per il 33 per cento, appunto, sono Sica, Moscati, la Fb di Bernabè, Pacifici e Carrai. Quali sono i soci della lussemburghese Wadi Sarl? Sica, Moscati, Bernabé, Pacifici, Carrai. E Sica, Moscati e Carrai, amministrano la cassaforte Wadi sca, dove hanno investito i loro soldi Serra, il futuro capo di San Paolo Vita, Maranzana, il futuro consigliere di Finmeccanica Landi, l’uomo della lobby del tabacco Valli, il grande imprenditore Pizzarotti.
Con i nuovi soci si cresce. Il 30 novembre 2014 la società porta il capitale a 1,5 milioni e delibera aumenti fino a 3 milioni. Gestiti dagli stessi uomini che controllano, attraverso la Cambridge, il 33 per cento della Cys4. E sul fronte italiano? La Cambridge, amministrata dallo stesso gruppo, nel 2014 vede esplodere l’utile da 46 mila euro a 1,5 milioni.
Ieri Il Fatto ha contattato Carrai, che ha preferito non rispondere alle nostre domande. È per lui che il premier Renzi sta ridisegnando l’intelligence del Paese, ridistribuendo poteri e rischiando disequilibri e frizioni con il Quirinale. Il tutto solo per creare un ruolo chiave da assegnare a Marco Carrai.

https://www.tg24-ore.com/2019/02/02/una-montagna-di-soldi-in-lussemburgo-e-israele-ecco-il-tesoro-di-matteo-renzi-regalato-in-questi-anni-dai-suoi-padroni-2/amp/

Unicredit: Claudia Vassena alla guida di Buddybank

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Cambio al vertice per Buddybank, dove da venerdì scorso – secondo quanto risulta a MF DowJones – la guida operativa della struttura è stata assunta da Claudia Vassena. 

La manager arriva al vertice della ‘banca conversazionale’ di Unicredit dopo oltre un decennio trascorso nel gruppo. Dopo una gavetta di circa tre anni in forza ad Accenture, la manager era infatti entrata nel giugno del 2008 nella banca allora guidata da Alessandro Profumo – fresca di fusione con Capitalia – e aveva via via assunto ruoli di responsabilità crescente in ambito risk management e marketing, dove per la banca retail ha seguito lo sviluppo dei modelli di servizio, iniziative commerciali e comunicazione di prodotto. L’ultima carica ricoperta in ordine di tempo è quella di responsabile Retail Digital Channel, che lascerà ora per concentrarsi proprio sullo sviluppo ulteriore di Buddybank. 

L’approdo di Vassena alla guida della struttura creata appositamente per operare attraverso iPhone avviene a seguito dell’uscita di Angelo D’Alessandro, che lascia Unicredit dopo oltre dieci anni di militanza. Trascorsi quattro anni come Chief Innovation Officer dell’istituto, nel 2015 era stato proprio D’Alessandro a convincere il Group Ceo Federico Ghizzoni a progettare un nuovo modello di banca digitale focalizzata su un servizio di concierge messaggestica, accessibile 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Un progetto che infine – complice anche il cambio al vertice del gruppo con l’arrivo di Jean Pierre Mustier – aveva ufficialmente visto la luce il 29 gennaio dello scorso anno. 

Al momento, Buddybank è attiva esclusivamente in Italia, ma nei piani del gruppo c’è anche la possibile espansione in altri Paesi, a partire proprio dal 2019. Potrebbe essere proprio questo uno dei punti chiave su cui si concentrerà l’azione della nuova capo struttura, che riporterà direttamente al co-Head Commercial Banking Italy, Andrea Casini. 

Tornando a D’Alessandro, il manager è stato visto più volte nelle stanze di Banca Progetto, l’istituto che vede come azionista il fondo Oaktree Capital e guidato dall’a.d. Paolo Fiorentino, nominato di recente in questo ruolo. Fiorentino a sua volta è un ex manager di Unicredit, banca in cui ha militato, come ricordato, lo stesso D’Alessandro. Quest’ultimo potrebbe andare a dirigere la parte relativa all’IT, ruolo per il quale si sarebbero intensificati i contatti anche se non avrebbe ancora assunto ufficialmente alcuna carica. 

Banca Progetto è la ex Popolare Lecchese (B.Etruria), che fu rilevata dal fondo di investimento e che il 20 ottobre 2016 approvò il nuovo piano industriale per il periodo 2017-2021. Il business plan prevedeva il passaggio dall’attività attuale di banca generalista a quella di banca specializzata a servizio prevalente delle medie imprese italiane e, in modo selettivo, della clientela privata, con un’offerta di prodotti specialistica. 

Parallelamente, il Cda deliberava un aumento di capitale per un importo massimo pari a 56 milioni circa. L’operazione fece notizia: un fondo di private equity, tra i maggiori investitori istituzionali al mondo con oltre 100 miliardi di dollari in gestione (dati al 30 settembre 2016), aveva scelto di investire in Italia e di rilanciare una banca. Oggi la nuova realtà si chiama – appunto – B. Progetto ed è specializzata in 

finanziamenti alle Pmi, factoring dei crediti alle Pa e cessione del 

quinto dello stipendio. Già a pochi mesi dalla nascita la creatura aveva 

assunto sempre più le sembianze di una piattaforma fintech con nuovi 

servizi in fase di lancio sia per i risparmiatori sia per le pmi. L’istituto ha chiuso il 2017 (ultimo bilancio disponibile) con un rosso di 11,6 milioni di euro e ha visto di recente l’avvicendamento di ben tre 

amministratori delegati. 

ofb/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 04, 2019 06:25 ET (11:25 GMT)

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