DIETRO LE QUINTE/ Tav e Diciotti, il doppio “no” che serve al governo per sopravvivere

Per la prima volta Salvini si trova sotto schiaffo da parte di M5s su Tav e Diciotti. Ma ha un’arma atomica con cui può far saltare tutto

04.02.2019 – Anselmo Del Duca il sussidiario.net

Matteo Salvini, vicepremier, in visita ai cantieri del Tav (LaPresse)

Il fatto nuovo è che per la prima volta in otto mesi Matteo Salvini si trova in una posizione di svantaggio. Sotto schiaffo da parte del Movimento 5 Stelle. E mai come nelle ultime 72 ore la maggioranza gialloverde è sembrata sull’orlo di una crisi di nervi. Ce n’è a sufficienza perché al Quirinale il livello di attenzione sia salito alle stelle, alla vigilia di un importante viaggio del Capo dello Stato, che per tre giorni questa settimana sarà in visita in Angola.

Perché le ricorrenti schermaglie polemiche fra leghisti e grillini stavolta dovrebbero essere più serie rispetto al passato? Perché i due eterni contendenti si sono bruciati in questa occasione tutti i ponti alle spalle. E quando manca un margine di manovra le retromarce possono rivelarsi impossibili. Ma di gestire una crisi al buio Sergio Mattarella farebbe volentieri a meno.

L’incendio politico è divampato all’improvviso intorno alla Tav Torino-Lione. Salvini in versione operaia che si schiera con toni ultimativi a favore del completamento dell’opera non poteva che provocare una reazione dura da parte di Di Maio e soci. Il leader leghista è troppo avvezzo all’arte della provocazione per non averlo messo in conto. La virulenza della reazione pentastellata ha però sorpreso. E dopo aver escluso categoricamente che con il Movimento al potere la Tav possa essere conclusa, ora Di Maio non può arretrare, o perderebbe la faccia. La via di un’intesa per il ridimensionamento dell’opera, lasciata intravedere proprio da Salvini, sembra preclusa. Quindi, qualcuno su questa storia è destinato a farsi male.

A parole tutti escludono un rapporto fra la Tav e l’autorizzazione a procedere contro il leader leghista per il caso Diciotti. Ma il legame fra le due questioni è nei fatti. Solo con un doppio no il governo ha qualche margine per sopravvivere. Un Salvini senza Tav e rinviato a giudizio non avrebbe, invece, altra scelta che far crollare tutto e puntare al voto. 

Al Quirinale questo scenario appare chiaro, come è chiaro il timing, secondo cui ci sono una cinquantina di giorni davanti (sino a fine marzo) entro cui, almeno in linea teorica, sciogliere le Camere in tempo per l’abbinamento fra elezioni politiche ed europee.

Ai vari contendenti politici, d’altra parte, è altrettanto chiaro come Mattarella non smania all’ipotesi di essere il primo Capo dello Stato a dichiarare conclusa una legislatura dopo solo un anno. Logico immaginare che verrebbe esperita ogni formula alternativa al governo gialloverde in carica. In linea puramente teorica tre sono le ipotesi plausibili: una convergenza fra 5 Stelle e Pd (cui serve la compattezza dei due partiti, essendo risicata nei numeri anche sulla carta); un rassemblement fra l’intero centrodestra e un pattuglione di transfughi a 5 Stelle; e un ancora più arduo sommarsi di Pd, Forza Italia e (molti) grillini pentiti. 

Salvini sarebbe l’unico ad aver fretta, per incassare il consenso fotografato dai sondaggi prima di una eventuale condanna in primo grado per il caso Diciotti, che potrebbe farlo decadere da ministro e parlamentare. Per sabotare governi alternativi all’attuale avrebbe sempre tra le mani l’arma finale: aprire le porte della Lega a quanti da Forza Italia o dalle fila grilline volessero passare sotto le sue bandiere. Sono decine, assicurano da mesi i fedelissimi del capitano leghista, tanto alla Camera, quanto al Senato, e sono stati fermati sinora da una precisa scelta di Salvini, che ha tenuto sigillate le porte della sua Lega. Aprirle sarebbe una sorta di bomba atomica sulla politica italiana.

Sergio Mattarella sembra rassegnato alla necessità di tornare ad allacciarsi le cinture di sicurezza di fronte alle turbolenze all’orizzonte. Non sembra però disponibile a concedere sconti, come si è visto sull’iter del decreto semplificazioni, su cui la sua moral suasion è stata molto dura e assai poco discreta: ha imposto di sfrondare moltissime norme che in Parlamento si stavano inserendo e che nulla avevano a che fare con il testo originariamente firmato dal Quirinale. Le prossime settimane potrebbero essere ancora più difficili e densi di incognite.