Intrum Italy: l’esordio non è dei migliori

fisac-cgil.it 5.2.19

Ad ormai due mesi dalla nascita di Intrum Italy, riteniamo siano ancora presenti delle difficoltà organizzative che vanno oltre quelle iniziali, più che comprensibili.

In particolare la lentezza delle procedure, la carenza di un preciso assetto organizzativo del lavoro, come l’assenza di chiare e tempestive disposizioni operative da parte dell’Azienda, hanno generato consistenti arretrati sull’attività lavorativa a cui si deve aggiungere il nuovo lavoro in ingresso.

I colleghi sono in grande difficoltà e non riescono a gestire proficuamente tali considerevoli carichi di lavoro.

Anche per quanto riguarda l’applicazione delle normative contrattuali dobbiamo segnalare alcuni fatti preoccupanti.

  • in Basilicata l’azienda ha revocato d’ufficio la riduzione della pausa pranzo di 30 minuti a tutti i colleghi, e ha invitato unicamente i pendolari a presentare nuova domanda, al fine di procedere alla valutazione della richiesta caso per caso;
  • a Bologna, Firenze e Milano è stato revocato l’utilizzo dello Smart Working ai colleghi ex Provis. L’azienda ha gestito tali problematiche in maniera inadeguata perché in entrambi i casi non vi è stato rispetto della normativa aziendale.

Le regole sull’orario di lavoro sono chiare: tutti i lavoratori (anche i non pendolari) possono effettuare la richiesta di riduzione dell’intervallo, sarà poi cura dell’azienda valutare la ricevibilità delle istanze, definendo un criterio che tuteli sia i lavoratori che le esigenze organizzative aziendali.

Inoltre la revoca della riduzione dell’intervallo deve avvenire a mezzo di un preavviso scritto di 10 giorni. Nel caso specifico l’azienda ha fornito incerte comunicazioni verbali.
Ne è conseguito che i Responsabili delle due Strutture della Basilicata hanno impartito direttive diverse ai lavoratori.

La Fisac concorda col fatto che, in caso l’azienda riceva un numero eccessivo di richieste di riduzione dell’intervallo, possa individuare un criterio di scelta. Questo criterio deve essere trasparente (l’azienda ha espresso l’intenzione di voler dare priorità ai pendolari) senza però escludere a priori le altre richieste, in questo caso da parte dei lavoratori residenti.

A Bologna, Firenze e Milano la revoca dello Smart Working ai colleghi che ne usufruivano, è avvenuta in nome di una ipotetica integrazione con altre società del Gruppo Intrum, e senza formale comunicazione, come imposto dall’accordo di Intesa Sanpaolo sullo Smart Working. La motivazione, come detto, sarebbe una ipotetica integrazione con altre società di Intrum, che rammentiamo può avvenire unicamente dopo una operazione societaria ed una contrattazione sindacale, visti i diversi contratti applicati. Quindi una situazione che si potrà realizzare solo fra qualche tempo ed in relazione alla quale ad oggi l’azienda non hacomunicato i previsti tempi di attuazione.

Quanto accaduto in Basilicata, Emilia Romagna, Toscana e Lombardia è emblematico di un modus operandi inaccettabile che deve essere corretto sul nascere affinché non diventi una “prassi aziendale” osservata sututto il territorio nazionale.

Pertanto richiamiamo l’azienda a sanare quanto prima tali situazioni anche da un punto di vista formale nel rispetto delle regole vigenti.

Per il futuro è indispensabile affermare un modello organizzativo e di relazioni improntato sul rispetto delle norme e della dignità dei lavoratori.

Segreteria Di Coordinamento Intrum Italy

Intesa Sanpaolo Private Bank Suisse pronta all’apertura in Bahrain

 26 Ottobre 2018  ticinofinanza.ch

La banca centrale dell’Emirato ha concesso la licenza bancaria alla banca privata svizzera, controllata al 100% dall’italiana Intesa Sanpaolo, per operare sul territorio

La banca centrale del Bahrain ha concesso a Intesa Sanpaolo Private Bank la licenza bancaria per operare sul territorio.

Intesa Sanpaolo Private Bank (Suisse) è nata nel 2001 a Lugano come controllata al 100% dall’italiana Intesa Sanpaolo.

Ahmed Abdulaziz Al-Bassam, responsabile licenze, ha dichiarato che la Banca Centrale del Bahrain è felice della scelta di Intesa Sanpaolo Private Bank (Suisse) di aprire un ufficio sul territorio.

Il Bahrain ospita già diversi istituti elvetici che forniscono servizi di private banking  nella regione. Tra queste c’è Julius Baer che opera, tra l’altro, anche a  Beirut, Abu Dhabi e El Cairo

Il petrolio e le rose

Massimo Bordin micidial.it 5.2.19

Qualsiasi tentativo di semplificare la questione Venezuela è foriero di errori talmente grandi che meglio sarebbe astenersi dalle analisi. Eppure la cronaca di queste ore galoppa verso una condanna del Presidente Maduro e della classe dirigente venezuelana e nessuno può esimersi dal tentativo di capirici qualcosa. Lo so: era molto più facile fare previsioni sull’Ucriana o la Corea del Nord, o la Siria. Col Venezuela tutto si complica molto. Troppo.

Per fornire un quadro di riferimento, è utile distinguere nettamente, e sottolineo nettamente, la crisi del Venezuela sotto il profilo geopolitico e dell’equilibrio tra gli Stati, dalle sue vicessitudini di politica interna.

Se guardiamo al Venezuela come un Paese che riposa sopra un mare di petrolio, che è alleato della Russia e che gestisce una raffineria in Texas le cui quote sono per la metà in mano ai russi, tutto diventa più semplice. Gli americani e le loro colonie (noi) stanno attaccando il Venezuela per strappare ai russi un’importante partnership economica e per gestire in maniera indiretta le ricchezze del sottosuolo venezuelano. E’ un copione che abbiamo visto tante volte, e solo gli stupidi, gli ottusi ed i tifosi ci possono cascare. Lo abbiamo visto con l’Eni di Mattei, con la Libia di Gheddafi, con i terroristi dell’Isis a bordo dei pickup toyota forniti da Washington, con la Siria, e ora con Maduro. Il copione prevede un tentativo di golpe orchestrato facendo leva sull’opposizione minoritaria interna, poi si invocano i brogli elettorali, le dittature, i diritti umani e la solita sceneggiata nel tentativo di stravolgere la politica interna di un paese sovrano. 

Visto e rivisto. 

Non viene neanche più voglia di commentarlo. Purtroppo il web non è ancora così diffuso in Occidente da consentire alla maggior parte dell’opinione pubblica occidentale di diffidare e smascherare il trucchetto. Solo un ipotetico manifestante in gilet giallo dotato della tecnologia del teletrasporto potrebbe testimoniare che la Parigi di queste settimane è molto più stravolta dalle proteste antigovenative di Caracas. E tant’è, non siamo a bordo dell’Enterprise, il signor Guaidò non è il dottor Spock (anche se gli somiglia) e il teletrasporto per farci un giretto in contemporanea ancora non ce l’abbiamo. Occorre dunque accontentarsi dei cronisti, di qualche video sui social e incrociare i dati confidando di non incappare in una bufala. La storia ha ampiamente dimostrato che chiunque dopo gli accordi di Bretton Woods abbia tentato di superare il pagamento in dollari del petrolio ha fatto una brutta fine. Ma non occorre stupirsene perchè gli Imperi durano decenni, ed in fondo quello americano ha “solo” 70 anni di vita. Dunque niente di nuovo e siamo alle solite. Anzi, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, diremo che gli americani stavolta ci stanno mettendo un po’ troppo. I bei tempi del Nicaragua o di Pinochet sono un ricordo.

Però, se guardiamo al Venezuela dal suo interno, al netto delle ingerenze straniere che scavalcano il principio di sovranità, lo scnario appena tracciato cambia.

I social stanno facendo venire allo scoperto molti antiglobalisti che non hanno mai nascosto la loro simpatia per Putin e Orban e che ora, di fronte alla crisi Venezuelana, tifano spudoratamente per Trump e sposano la linea di aggressione al Venezuela. Il loro bersaglio polemico è il socialismo, il comunismo, la rivoluzione bolivariana, lo chavismo e, dunque, Maduro. Come se fossero la stessa cosa…

La malafede, o il malinteso, che sta alla base di questa polemica riposa su vecchi pregiudizi verso il socialismo come modello di superamento del capitalismo. Mentre, però, molti che vengono da sinistra hanno fatto i conti con i pregiudizi e guardano a fenomeni come il liberalismo, la finanza ebraica, il fascismo ed il nazismo, contenstualizzandoli, tanti altri sovranisti no-global riamangono fedeli alle vecchie etichette, e dopo essersi vergognati per aver votato Berlusconi per anni, ora si consolano col vecchio refrain dell’incubo comunista.

Allora val la pena dirlo con le parole del vernacoliere:

il gruppo di Maduro nun c’entra na sega col socialismo

Maduro ed il suo sistema economico sono assistenzialisti di stampo pauperista. In pratica manovrano a livello statale le società petrolifere confidando nei prezzi alti dell’oro nero. Il socialismo, contrariamente al liberismo – che è unico ed ha un’unica ricetta – è invece molto composito. Molto più complesso e vario. Generalizzando al massimo, il socialismo è un fenomeno che si propone di superare il capitalismo e dunque propone ricette diversissime (mentre nel liberismo, sempre quella è). La più elaborata di queste ricette è quella del socialismo lavorista, che parte dal LAVORO come valore, ed è l’altra faccia dell’industrializzazione. In altre parole, è una reazione all’industrializzazione, ma senza negare la produzione e la tecnologia, anzi. Per fare un esempio storico, questo tipo di socialismo ha portato l’Unione sovietica da paese rurale del terzo mondo a mandare Yuri Gagarin fuori dall’atomosfera terrestre, battendo gli americani in tecnologia. E tutto questo in meno di 50 anni! Quell’esperienza finì tragicamente anche perchè perse del tutto questa linea socialsita, per sposarne un’altra, che non esiterei a definire “madurista”.

Maduro non è un lavorista, ma un assistenzialista: Infatti, non si produce un cazzo in Venezuela!!! E’ una società che vive sugli allori di avere una materia prima. Quando il petrolio sale di prezzo distribuiscono assistenza, quando cala non ci riescono (ovviamente). Come fanno molti paesi in Africa, ad esempio. ma anche in certe zone d’italia, come dove vivo io: c’è la monocoltura (prosecco) ed ora va molto bene, ma 50 anni fa erano con le pezze al culo e migravano. Non c’entrano destra e sinistra in questi casi; quella della monocoltura è proprio una scelta sconsiderata a prescindere. Il Venezuela sfrutta una sorta di monocoltura: il petrolio…Questa è una cosa comune anche a moltissimi paesi a libero mercato, come il Congo (che è il paese più povero del mondo) dove hanno le miniere di diamanti e sono liberisti. Dunque, ora Maduro rischia davvero perchè se hai iperinflazione e non cambi politiche economiche non puoi reggere a lungo, golpe o no.

Il Venezuela è solo assistenzialista, non socialista. L’operazione di Chavez, i primi anni, aveva un senso, perchè dava dignità agli indios. Cioè andava nella direzione di una minima ridistribuzione in un paese nella merda, con un sacco di abitanti senza nemmeno la possibilità di avere la carta d’identità e quindi soggetti ad abusi di ogni tipo. Ora, però, e da diversi anni, quelle politiche si basano solo sugli introiti di una materia prima che non richiede nessun sforzo dell’ingegno, e quindi è un sistema destinato al fallimento, ma non va confuso col socialismo che è applicato con profitto in molti paesi con diverse varianti.

Se guardiamo solo al pil, un paese socialista, la Cina, è il paese più forte del mondo. Se guardiamo agli stipendi, Svezia e Norvegia, socialisti, sono i migliori al mondo con la Svizzera, cha ha anch’essa uno stampo socialista di pianificazione statale (anche se non lo ammetteranno mai). Poi ci sono paesi fannulloni, come il Venezuela, o l’Argentina o Haiti, dove si fa la fame a prescindere dai cambiamenti di bandiera politica.

Maduro per questioni geopolitiche è un simbolo di indipendenza antimperialista che va difeso, ma non certo per il suo anacronistico assistenzialismo. Qualora dovesse sopravvivere a questa tempesta, il Venezuela dovrà comunque cambiare la sua classe dirigente, incapace di ragionare in modo dinamico. L’intuizione sul petrocoin era brillante perchè si basava sulla tecnologia blockchain, ma forse è arrivata troppo tardi.

Tutti i falsi siti per il reddito di cittadinanza

Gianluca Dotti wired.it 5.2.19

L’unico indirizzo vero del Ministero è redditodicittadinanza.gov.it, ma ci sono molti altre pagine web che possono trarre in inganno, tra truffe, satira e clickbaiting. Ecco la lista completa dei siti ingannevoli

reddito_cittadinanza
(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Dal 4 febbraio 2019 è online la versione (che dovrebbe essere) definitiva del portalededicato alle informazioni e alle iscrizioniper il reddito di cittadinanza, a cui ci si potrà registrare a partire dal 6 marzo. L’unico indirizzo web corretto per accedere al sito è redditodicittadinanza.gov.it, sotto la gestione del ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

Se già negli scorsi mesi avevano fatto la loro comparsa online alcuni siti – con intento satirico o truffaldino – che simulavano un accesso alla procedura di registrazione, solo ora la questione dei finti siti è diventata davvero rilevante, poiché una parte dei milioni di persone potenzialmente interessate potrebbe essere tratta in ingannoe finire sulle pagine web sbagliate.

Ecco allora qui di seguito una rassegna dei principali siti falsi, organizzati per tipologia.

I domini che potrebbero essere autentici, ma non lo sono
Una prima questione riguarda tutti quegli indirizzi che, se digitati a intuito, potrebbero in linea teorica puntare verso il portale del governo, mentre invece non hanno nulla a che fare con il vero reddito di cittadinanza. Tra questi ci sono, per esempio, redditodicittadinanza.it (tutti i link sono volutamente alterati per evitare che Google li premi e circolino ancora di più), reddito.itredditocittadinanza.it, che in questo momento appaiono in costruzione e il cui dominio è stato prenotato da qualcuno che evidentemente non ha a che fare con le istituzioni. C’è poi rdc.it, che reindirizza a un’azienda italiana, e rdc2019.it, che pare essere un quiz sul reddito di cittadinanza ancora in costruzione.

Altri indirizzi risultano al momento liberi e quindi acquistabili, come redditodicittadinanza2019.it, reddito2019.it, a cui si aggiungono quelli con informazioni false e obsolete, fra cui ad esempio redditocittadinanza.com. Quest’ultimo, in particolare, non è stato più aggiornato perlomeno da quando il Movimento 5 stelle è al governo, e contiene indicazioni sbagliate che rischiano di intasare centri di assistenza fiscale (i caf) e patronati senza motivo. Tutte queste url elencate potrebbero essere usate, in senso positivo, per reindirizzare gli utenti distratti verso il vero portale governativo, ma il timore è che qualcuno ne possa approfittare per mettere in pratica qualche azione malevola.

I casi di satira
Tra le finte pagine del reddito di cittadinanza create con intento ironico, la più chiacchierata è senz’altro redditodicittadinanza2018.it, nata l’anno scorso da un’idea di un’agenzia di comunicazione per canzonare le procedure di accesso al reddito, ma che poi rischia di diventare – ancora una volta – fonte di disinformazione. A dire il vero all’interno nella pagina pare abbastanza palese si tratti di uno scherzo (si parla di celiachia come requisito di accesso, di Imps come Istituto Mondiale Previdenza Solare, e soprattutto nelle note a piè di pagina è dichiarato l’intento ludico), ma non è escluso che qualche utente distratto possa essere tratto in inganno, dato che si parla già di un totale di oltre 700mila visualizzazioni.

I siti di semi-informazione e i calcolatori
In questa categoria merita senz’altro una menzione redditodicittadinanza.com che, pur con un aggiornamento non molto frequente, affronta temi legati al reddito di cittadinanza dal punto di vista ideologico e politico, mescolandoli con altri temi e contenuti pubblicitari. Sul sito non ci sono, tuttavia, informazioni sulle procedure di accesso e sui dettagli della misura voluta dal governo, quindi non rappresenta certo una fonte consigliabile per chi desidera comprendere le nuove misure.

Qualcosa di simile vale per la pagina di calcolo del reddito di cittadinanza fornita da economia-italia.com, che è un mix di informazioni obsolete e ironia, in cui (ammesso che prima o poi il sistema di calcolo diventi funzionante) non è una buona idea inserire le proprie informazioni personali. Lo stesso vale per il calcolatore di muuzplay.com, già da mesi noto per essere una truffa che porta all’attivazione di abbonamenti a pagamento. In entrambi i casi, le pagine web hanno racimolato abbastanza visualizzazioni da aver risalito le graduatorie dei motori di ricerca, quindi può capitare di imbattersi in questi siti con una banale ricerca su Google.

Quali sono gli obiettivi dei siti falsi
Non è facile definire per ciascun sito finto quale sia il movente della sua realizzazione, ma le ipotesi più verosimili riguardano il clickbaiting e il furto di dati, oltre alle sottrazioni dirette di denaro. Costruire un sito di (dis)informazione o ironico sul reddito di cittadinanza vuol dire raccogliere potenzialmente decine o centinaia di migliaia ci accessi, da monetizzare con banner e contenuti sponsorizzati oppure da trasformare in visibilità commerciale.

Il rischio più grande, però, per ora parrebbe essere solo potenziale. In teoria, infatti, qualcuno potrebbe sfruttare un indirizzo web apparentemente autentico (come redditodicittadinanza.it) per costruire un finto modulo di registrazione, approfittandone per salvare informazioni sugli utenti, da riutilizzare per azioni criminali di varia natura. Per il momento, questa minaccia non sembra essersi concretizzata.

I problemini del sito vero

portale_reddito
Il sito autentico: redditodicittadinanza.gov.it

Senza entrare nel merito della completezza e dell’efficacia comunicativa del portale, dopo la pubblicazione della versione definitiva sono emerse criticità tecniche e legali. Come ha scritto l’esperto di sicurezza informatica Matteo Flora, che abbiamo intervistato qui, l’informativa sulla privacy conterrebbe alcune imprecisioni con la potenziale violazione delle norme Gdpr, fra cui l’indicazione del dominio lavoro.gov.it al posto di redditodicittadinanza.gov.it. L’altra questione riguarda il trattamento dei dati, poiché parrebbe che le informazioni vengano impropriamente e tacitamente condivise con due enti terzi: Google (tramite Webfonts) e Microsoft (con Azure). Questi sono richiamati nel codice sorgente del sito, ma non compaiono nell’informativa per gli utenti.

BORSELLINO / IL MOVENTE “MAFIA-APPALTI” & TAV INSABBIATO E LO SPATUZZA DIMENTICATO PER 21 ANNI

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Botti da novanta sulla strage di via D’Amelio. Ai microfoni di “Che tempo che fa”, Fiammetta Borsellino denuncia con forza straziante tutti i buchi nell’inchiesta, punta l’indice contro gli inquirenti che non hanno voluto vedere e soprattutto indica nel dossier “Mafia appalti” il nodo insabbiato e invece movente principale di quella strage, ancora oggi senza colpevoli.

Gaspare Spatuzza

Secondo botto. A Roma una verbalizzazione esplosiva, quella del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale racconta come addirittura 21 anni fa, nel carcere dell’Aquila, aveva già svelato il taroccamento del falso pentito Vincenzo Scarantino e la pista fasulla seguita dai magistrati, a due big delle istituzioni: l’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e il suo vice, Piero Grasso, che ne prenderà il posto per poi tuffarsi in politica. Per la serie: sapevano e non hanno mosso un dito.

Partiamo da quest’ultima, incredibile vicenda, che la dice lunga sullo stato comatoso – e già da decenni – della giustizia di casa nostra.

Si trattò di un cosiddetto “colloquio investigativo”,  quello tra gli “interroganti” Grasso e Vigna e il picciotto Spatuzza, soprattutto per sondare la possibilità di arruolarlo tra i collaboratori di giustizia.  Colloqui non possono essere utilizzati a fini processuali, ma risultare molto utili per trovare nuovi elementi e aprire nuove piste investigative. Il colloquio clou si svolse nel carcere dell’Aquila il 26 giugno 1998, ma si desume dal contesto che non si trattava certo del primo.

A Spatuzza venne chiesto di Scarantino. Dalla lettura del verbale risulta in modo chiarissimo che Spatuzza scagionò totalmente sia Scarantino che gli altri indagati e poi ingiustamente condannati (scontando 16 anni).

Piero Grasso

Chiese esplicitamente Grasso: “Scarantino che c’entra?”.

E rispose Spatuzza: “Non esiste completamente”.

Ecco un commento espresso dall’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari: “Certo, leggendo ora quel verbale qualche rammarico viene. Forse se si fosse battuta quella pista qualcosa sarebbe venuta fuori prima e quegli innocenti non sarebbero andati in galera”. Solo qualche rammarico…

Va ricordato per sommi capi come nacque il “caso Scarantino”. Tutta la colpa, oggi, viene scaricata sull’ex capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, incaricato delle prime indagini. Di tutta evidenza, comunque, pur sempre alle “dipendenze” della magistratura inquirente.

Il primo fascicolo venne assegnato a due toghe, Anna Maria Palma (all’epoca considerata una ‘toga rossa’, dopo molti anni passata come gapo di gabinetto nel Senato retto da Renato Schifani) e Carmine Petralia; pochi mesi dopo affiancati dall’oggi mitico Nino De Matteo, allora pm di primo pelo, del quale oggi dice Fiammetta: “perchè affidargli un caso del genere se non era esperto di mafia?”.

E nessuno tra gli inquirenti ha mai tenuto in considerazione le parole di Ilda Boccassini, che aveva messo in guardia a chiare lettere sulla totale non attendibilità né credibilità del pentito Scarantino.

Il processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio vede oggi alla sbarra solo  tre poliziotti del team di La Barbera.

Perchè nessun altro, fino ad oggi, è stato chiamato a risponderne? Mistero.

QUEL DOSSIER BOLLENTE “MAFIA-APPALTI”

Nino Di Matteo

alla seconda storia bollente, certo non meno clamorosa.

A “Che tempo che fa” Fiammetta Borsellino rammenta: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”.

Parole, oltre che amarissime, anche durissime, soprattutto nei confronti di quei magistrati che “archiviarono” quella pista bollente a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio.

Attenzione alle date. Il 13 luglio 1992 la procura di Palermo chiede l’archiviazione dell’inchiesta sul dossier Mafia-appalti. La richiesta arriva dai pm Guido Lo Forte eRoberto Scarpinato, altra icona antimafia oggi. La firma del procuratore capo Pietro Giammanco viene apposta quando Borsellino è stato ucciso da appena tre giorni. Mentre l’archiviazione finale è sottoscritta dal gip di Palermo, Sergio La Commare, il 14 agosto. Vale a dire: quando tutti sono sotto l’ombrellone di ferragosto, alla procura si pensa bene d’insabbiare – è il caso di dirlo vista la temperatura delle spiagge palermitane – il super giallo che era alla base dell’ultima maxi inchiesta di Falcone e Borsellino.

Anche l’iter di quell’inchiesta è tutto avvolto nel mistero. Il materiale base era costituto dalle indagini effettuate dal Ros di Palermo, la bellezza di 890 pagine finite a febbraio 1991 sulla scrivania di Falcone e Borsellino che drizzarono subito le antenne e cominciarono ad approfondire quelle indagini.

Guido Lo Forte

Nel dossier venivano indicati appalti, imprese colluse o in fase collusiva, importi, piste da seguire. Di tutto e di più, compresi gli interecci tra mafia e aziende non solo siciliane ma anche del nord. E big come ad esempio la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi. Fu proprio allora che Falcone sbottò: “La mafia è entrata in Borsa!”, riferendesi allo stesso gruppo Ferruzzi, con la sua propaggine siciliana, la Calcestruzzi, sulla quale le cosche avevano allungato i tentacoli.

Impegnati nelle indagini ben otto magistrati, alle prese con il parto del topolino, l’inspiegabile archiviazione. Ma l’inchiesta, ormai, era “bruciata”: per il semplice motivo che da Palazzo di Giustizia erano “uscite” notizie sui personaggi e le imprese coinvolte.

Nella stessa ordinanza di archiviazione, paradossalmente, viene ammesso: “Non può affatto escludersi, in via d’ipotesi, che nella illecita divulgazione delle notizie e dei documenti riservati oggetto del presente procedimento, possano essere stati coinvolti, o per denaro o in ragione degli asseriti rapporti di amicizia con svariate personalità politiche, i magistrati odierni indagati”.

E invece di continuare ad indagare archiviate tutto? Altra vicenda ai confini della realtà.

IL J’ACCUSE DI IMPOSIMATO E LA PISTATAV

Roberto Scarpinato

Come assolutamente paradossale è la finta ignoranza di inquirenti e non solo su tutta la “Mafia-appalti” story. Per il semplice motivo che era stranota. A denunciarla con gran forza, infatti, era stato già nel 1995 Ferdinando Imposimato, che nella relazione di minoranza firmata per la Commissione Antimafia all’epoca presieduta da Tiziana Parenti, individuò proprio nel dossier Mafia-Appalti il vero movente per la strage di via D’Amelio.

Ma con un altro elemento bomba da nessuno mai neanche lontanamente sospettato: i grandi affari in vista del Treno ad Alta Velocità, quel TAV che sta mandando in tilt il governo gialloverde.

Nelle loro primissime indagini, infatti, Falcone e Borsellino puntarono i riflettori proprio su quella quarantina di imprese impegnate sul fronte dei lavori pubblici. E molte di quelle erano già pronte a tuffarsi nel grande business del decennio (anni ’90) e non solo, come si vede oggi, quello griffato TAV.

Tra le società finite nel mirino non c’era solo la Calcestruzzi. Ma ad esempio la trentina Rizzani De Eccher e la napoletana Fondedile-Icla, la sigla del cuore di ‘O ministro Paolo Cirino Pomicino.

Il libro di Imposimato e Provvisionato

Non solo. Perchè Ferdinando Imposimato, insieme a Sandro Provvisionato, nel 1999 scrissero un j’accuse in piena regola, “Corruzione ad Alta Velocità”, in cui veniva dettagliato per filo e per segno quell’affaire, partito da 27 mila miliardi di lire e già all’epoca lievitato a 150 mila. Imposimato e Provvisionato, in particolare, accendevano i riflettori proprio sul dossier Mafia-appalti da un lato, e sugli insabbiamenti delle prime inchieste sull’Alta velocità dall’altro (a livello milanese il pm Antonio Di Pietro alle prese con “l’Uomo a un passo da Dio”, Chicci Pacini Battaglia).

Ma leggiamo qualche passaggio-base del volume, da tutti ignorato “politicamente” perchè l’alta velocità era la più colossale occasione per imprese, mafia e politica di intrecciare connection & affari arci miliardari.

Da pagina 62: “La Fondedile nel 1992 era stata incorporata dall‘Icla. Ma proprio la Fondedilelo stesso anno era stata oggetto di un’indagine condotta sia dalla squadra mobile di Caltanissetta, sia dal Ros dei carabinieri di Palermo, a proposito di alcuni appalti irregolari acquisiti da mafiosi, imprenditori e politici. Il contenuto di quelle due indagini era finito sul tavolo dell’allora procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. In quei rapporti spiccavano nomi di mafiosi del calibro di Angelo Siino, indicato come il ‘proconsole di Totò Riina‘, l’uomo di Cosa nostra nel settore degli appalti, nonché quelli di aziende di importanza nazionale, come laRizzani De Eccher, la Saiseb e, appunto, la Fondedile. Capo zona per la Rizzani De Eccherera quel geometra Giuseppe Li Pera che diventerà un collaboratore di giustizia in grado di mettere in serie difficoltà la procura di Palermo. Capo zona in Sicilia per la Fondedile era invece Gaspare Di Caro Scorsone, già denunciato per associazione a delinquere di stampo mafioso per gli appalti della superstrada Mussomeli-Caltanissetta”.

Continua la già allora esplosiva ricostruzione (siamo nel 1999!): “Le confessioni di Li Pera sono esplosive, anche se tutte da verificare: il geometra ricostruisce il funzionamento del sistema degli appalti in Sicilia, rivolge accuse ai magistrati, chiamati in causa con nomi e cognomi. Essi sono: il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco (oggi Fiammetta Borsellino si chiede: “perchè non fu mai interrogato?”, ndr), oltre a quattro suoi sostituti: Guido Lo Forte, considerato vicinissimo al procuratore; Roberto Scarpinato, considerato un magistrato al di sopra di ogni sospetto e molto amico di Giovanni Falcone; Giuseppe Pignatone (oggi procuratore capo a Roma, ndr) e Ignazio De Francisci, entrambi da anni alla procura di Palermo”.

Ferdinando Imposimato

E poi – in modo che più chiaro non si può – Imposimato e Provvisionato denunciano il “sistema degli appalti nel quale sarebbe maturata almeno una delle stragi che insanguinarono il 1992: quella in cui morì, 57 giorni dopo Giovanni Falcone, Paolo Borsellino – assassinato insieme a cinque uomini della scorta – quasi ossessionato, nei giorni immediatamente precedenti la sua tragica fine, proprio da quel dossier, il dossier ‘Mafia-appalti‘”.

Così scrissero 20 anni fa esatti Imposimato e Provvisionato. Perchè nessuna toga mai ha pensato di seguire quella pista chiara e non visibile solo per chi non voleva e non vuole vedere?

P.S. La Voce ha costantemente seguito la pista “Mafia-appalti” come documentano le nostre raccolte. Fin dal 1993, quando ‘lievitava’ l’affare Tav. E abbiamo incalzato soprattutto dopo la illuminante relazione di Ferdinando Imposimato alla commissione antimafia, mentre gli altri membri dormivano e troppi tacevano. Ancor più dopo l’uscita di “Corruzione ad Alta Velocità” che già nel 1999 forniva riscontri arcidocumentati. Nel totale silenzio dei media di regime: quei media omertosi e complici – ricordava sempre Imposimato – finanziati proprio dai signori della Tav.

Sovranismi

Federico Lordi – 5 Febbraio 2019  lintellettualedissidente.it

L’attuale scontro tra sovranisti e globalisti è solo fumo negli occhi, una mistificazione nata per occultare il conflitto tra due diverse interpretazioni del neoliberismo. Come venirne fuori? Ne abbiamo parlato con Alessandro Somma.

Già ricercatore del Max Planck Institut für Europaische Rechtsgeschichte di Francoforte sul Meno, Alessandro Somma è professore ordinario di diritto comparato presso l’Università di Ferrara. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche nonché di una copiosa saggistica divulgativa per la casa editrice DeriveApprodi: tra i titoli più rinomati ricordiamo “La Dittatura dello spread” (2014), “L’altra faccia della Germania” (2015) e ultimo, in ordine di tempo, “Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale” (2018). Abbiamo contattato il Professore per un’intervista sul concetto di sovranità all’interno dell’Unione Europea.

Nel suo ultimo lavoro, Sovranismi (DeriveApprodi, 2018), Lei afferma che il ripristino della democrazia deve necessariamente passare dal recupero della dimensione nazionale” nella necessità di ripristinare quegli spazi giuridici, configurabili esclusivamente nell’ambito dello Stato nazionale, in grado di “redistribuire le armi del conflitto sociale”. Gli ultimi due anni di dibattito politico-economico nel bel paese hanno visto irrompere con forza sulla scena il termine “sovranismo”: alla luce della più recente narrazione mediatica e dello spin conferitogli, Lei ritiene questo concetto nocivo per coloro che, rimanendo nei ranghi della democrazia costituzionale, vorrebbero ripristinare quel sano conflitto sociale ormai sopito da decenni?

Sovranismo non è certo un termine felice, anche se molto in voga nello scontro politico più urlato. Lo si utilizza per lo più come sinonimo di chiusura identitaria incentrata su valori premoderni, come il sangue o la terra, invocati a presidio di un solco incolmabile tra un noi e un loro. Pochi notano però che quei valori sono in realtà buoni solo a sterilizzare i conflitti prodotti dalla modernità capitalista, a produrre pacificazione nel nome di visioni interclassiste dello stare insieme come società.

Da questo punto di vista, tentare una lettura alternativa, che muova dall’idea di sovranità popolare, e a monte di libertà e solidarietà come valori che presuppongono il suo esercizio e che lo Stato deve assicurare, può sembrare velleitario, se non un errore di comunicazione. Tuttavia oramai tutti parlano di sovranismo, sicché questa è l’espressione con cui ci confrontiamo nel dibattito pubblico, e che occorre riempire di altri significati. Penso allora sia utile mostrare che ci sono più sovranismi e adoperarsi per riconoscere le ragioni di un sovranismo in linea con i valori costituzionali (al netto delle riforme neoliberali come l’introduzione dell’equilibrio di bilancio o l’accentuazione dell’autonomia regionale): che non punta alla pacificazione interclassista ma che al contrario alimenta il conflitto sociale in quanto catalizzatore di partecipazione democratica. Non saprei quale altra espressione utilizzare. Almeno fino a quando non se ne troveranno altre capaci di attirare l’attenzione e stimolare il dibattito sulla necessità di tornare alla dimensione nazionale come precondizione per difendere quei valori.

Il termine “sovranismo” sembrerebbe aver circoscritto lo scontro politico tra due sole fazioni, quella dei globalisti e quella appunto dei sovranisti. È una distinzione che rischia di banalizzare un panorama più vasto e ricco di insidie? E soprattutto: c’è il rischio che un sovranismo apparentemente nato in funzione di una contrapposizione tra popolo ed élite si riveli un mero mezzo di sostituzione dell’attuale sistema ordoliberale con un nuovo assetto neoliberale che, seppur all’interno dei confini nazionali, mirerebbe a tutelare un differente nucleo di interessi ben lontani dal perseguimento dell’uguaglianza sostanziale come configurata dai nostri padri costituenti?

Più che un rischio è una certezza, sostenuta da un susseguirsi di fatti politici capaci oramai di comporre un quadro sufficientemente nitido. La banalizzazione dello scontro come conflitto tra sovranisti e globalisti è divenuta la cortina fumogena utilizzata ad arte per occultare che esso si gioca tutto nel campo neoliberale. I sovranisti riscoprono i confini per alimentare una lotta tra Stati volta alla conquista dei mercati internazionali. Si potrebbe dire che sono fautori di un neoliberalismo nazionale, diverso dal neoliberalismo globalista semplicemente perché quest’ultimo affida allo Stato compiti di altro tipo (anche la libera circolazione dei fattori produttivi o la concorrenza hanno bisogno dei pubblici poteri per potersi affermare). In entrambi i casi lo Stato è indispensabile a rendere il capitalismo storicamente possibile, e questo mette in ombra le ragioni di chi vuole un ritorno agli Stati per utilizzarli in una lotta contro i mercati. È però questo lo spazio di quanto ho indicato come sovranismo democratico, funzionale alla difesa dei valori costituzionali.

Nell’ultimo capitolo di “Sovranismi” c’è un passaggio in cui afferma che L’Europa unita in quanto dispositivo neoliberale è irriformabile e che “il recupero della sovranità popolare ben potrebbe consentire di riavvolgere il nastro di questa storia e alimentare «un europeismo costituzionale». In cosa consisterebbe quest’ultimo e per quali tratti si distinguerebbe dall’assetto europeo visto dal post-Maastricht in poi? 

Maastricht, inteso come il percorso che porta alla moneta unica e che inizia con l’Atto unico europeo del 1986, è stato uno spartiacque nella storia dell’integrazione europea. Fin dall’inizio i Trattati europei menzionano la stabilità dei prezzi, ovvero la lotta all’inflazione, come finalità delle politiche economiche europee, ma includono tra queste anche la promozione della piena occupazione. È evidente che si tratta di finalità in contrasto tra loro, dal momento che il controllo dell’inflazione richiede una contrazione della spesa pubblica e la moderazione salariale: comportamenti incompatibili con la promozione della piena occupazione, che richiede sostegno della domanda, e con ciò spesa pubblica, e che inoltre aumenta il potere contrattuale dei lavoratori, e con ciò il loro salario.

Per molti anni in Europa si è pensato di giungere a una politica di bilancio e fiscale comune, ovvero incentrata su una gerarchia condivisa tra le finalità che ho appena richiamato (si trattava insomma di capire se essere o meno keynesiani), da utilizzare poi come fondamento per una politica monetaria comune ed eventualmente anche per una moneta comune. Poi è arrivato Jacques Delors, Presidente della Commissione europea tra il 1985 e il 1995, che ha imposto un rovesciamento dell’agenda politica. Con l’Atto unico europeo ha voluto incentivare la libera circolazione dei capitali, che pure veniva menzionata dai Trattati, ma che non era stata attuata (in omaggio al compromesso di Bretton Woods, per cui le merci circolano liberamente ma questo non deve valere per i capitali). In questo modo si è imposto ai governi di ingaggiare un’aspra competizione per attirare capitali, ovvero per beneficiare il mitico investitore internazionale: vera e propria figura quasi antropologica di riferimento per la politica economica, costretta ad abbattere i salari e la pressione fiscale sulle imprese come condizione per non uscire perdenti dalla competizione in atto.

Poi, con Maastricht, si è deciso di rendere la politica monetaria di competenza esclusiva del livello europeo, e ovviamente di incentrarla sul controllo dell’inflazione, con ciò imponendo una linea ben precisa di politica di bilancio e politica fiscale. Queste potevano anche rimanere di competenza degli Stati nazionali, come è a tutt’oggi, tanto i loro spazi di manovra sono annullati: se devono controllare l’inflazione devono tenere debito e deficit sotto controllo, non potendo quindi fare politiche di piena occupazione (nel nostro caso violando un precetto costituzionale).

Jacques Delors nel 2009

Nei suoi scritti ricorre spesso l’affermazione che “al principio dell’avventura europeista si parlava non solo di stabilità dei prezzi ma anche di piena occupazione” e che solo a partire dagli anni ‘80 la prima prevalse sulla seconda. Larghissima parte dei padri del federalismo europeo, tra i quali ricordiamo Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli, Walter Lippmann e addirittura Friedrich Von Hayek si scaglio con veemenza contro ogni tipo di politica economica che osasse allontanarsi dal disegno neoliberale: nel riferirsi all’economia di piano i suddetti non presero a riferimento esclusivamente il bolscevismo ma, in particolare arrivarono a puntare il dito contro il laburismo britannico. Da cosa dobbiamo desumere un’iniziale “purezza” del progetto federalista europeo circa una presunta compatibilità dei modelli economici neoliberali con paradigmi keynesiani, se gli stessi padri del federalismo europeo hanno osteggiato ogni forma di potere nelle mani dei lavoratori?

Diciamo intanto che l’Europa unita nasce nel pieno dei cosiddetti Trenta gloriosi: l’epoca in cui prevaleva il modo keynesiano di concepire la politica economica. Questo clima non poteva non influenzare anche un progetto concepito, come lei giustamente ricorda, per essere un dispositivo neoliberale, tanto più che ci troviamo all’epoca della contrapposizione tra blocchi (epoca in cui il capitalismo doveva mostrarsi con il volto umano per gareggiare al meglio, in termini di attrattiva, con il socialismo, cui molti guardavano con interesse). Occorre tenere conto di tutto questo per comprendere i Trenta gloriosi e la spirale virtuosa che essi hanno generato: un sostegno della domanda capace di incrementare i consumi, alla base della piena occupazione e con ciò di una domanda in costante crescita. Il tutto sostenuto da un welfare corposo, concepito, oltre che come strumento di pacificazione sociale, anche come forma di salario indiretto, a completare quanto è stato definito come compromesso keynesiano.

Certo, questo modello era condannato a non funzionare per l’eternità, se non altro perché non teneva conto delle compatibilità ambientali. Non è però un caso se il suo rovesciamento segue a ruota il crollo del blocco socialista e dunque la sparizione dalla scena dell’unico vero competitore del capitalismo. Di qui la volontà di mettere fine a un effetto indesiderato della spirale virtuosa di cui ho appena parlato: aver attribuito al lavoro salariato un notevole potere contrattuale. E proprio questo doveva essere combattuto con il percorso che ha condotto a Maastricht, che è iniziato con il rovesciamento del compromesso di Bretton Woods e si è concluso con il rovesciamento del compromesso keynesiano.

Dal voto del 4 marzo in poi le opposizioni hanno eretto a baluardo anti-sovranista il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: gesti come quello del famoso “no” a Savona dello scorso maggio minano il ruolo di neutralità e garanzia che il Capo dello Stato dovrebbe mantenere? In virtù dell’interferenza di Mattarella nel dibattito politico degli ultimi mesi, ritiene corretto pensare che una riforma della Costituzione in senso “presidenzialista”, tesa a configurare una forma di responsabilità politica del Presidente della Repubblica nei confronti degli elettori, favorirebbe la strada verso un progressivo avvicinamento a quell’“arena democratica entro cui il conflitto redistributivo si sviluppa in modo equilibrato”?

Per la Costituzione italiana il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. Questo meccanismo non attribuisce un potere illimitato al Capo dello Stato, che può rifiutare la nomina dei ministri solo in mancanza di requisiti giuridici, ovvero, in massima parte, per questioni attinenti le incompatibilità con la carica. Se così non fosse, il Presidente della Repubblica concorrerebbe a formare l’indirizzo politico generale, e questo contrasterebbe con la massima per cui egli è politicamente irresponsabile, tanto che i suoi atti devono sempre essere controfirmati dai ministri e dal Premier.

Detto questo sono stati numerosi i casi in cui il Presidente della Repubblica ha tentato di influenzare la composizione del governo: a partire da quanto fece Gronchi con la nascita del governo Zoli, sino al rifiuto di Napolitano di nominare Gratteri Ministro della giustizia del governo Renzi. Qui il Capo dello Stato non si è però limitato alla mera moral suasion, per quanto penetrante essa possa essere: qui siamo arrivati allo scontro. Mattarella che blocca la nomina di Savona a Ministro dell’economia è un atto chiaramente fuori dalle sue prerogative. Soprattutto se motivato con le parole che ha scelto, con le quali ha voluto ergersi a Presidente degli investitori stranieri e dei risparmiatori italiani danneggiati da una linea che, sostenne, poteva provocare l’uscita dell’Italia dall’Euro.

Detto questo, con il senno di poi, si sarà accorto che i suoi timori erano infondati: Savona Ministro per gli affari europei si comporta come un pompiere rispetto ai proclami dei Ministri più critici con l’Europa (anche se si tratta di proclami non seguiti da fatti). Quanto al presidenzialismo, a me pare un errore. Il sovranismo che ho in mente è funzionale a ripristinare la sovranità popolare, quindi ad allargare gli spazi della decisione democratica: richiede di favorire e non di penalizzare il parlamento nei rapporti con l’esecutivo.

Sergio Mattarella

Torniamo sul “no” a Savona da parte di Mattarella: è evidente che tale “ingerenza” nella formazione del Governo a trazione lega-cinque stelle mirasse a tutelare il cosiddetto rigore di bilancio utile a mantenere in piedi l’eurozona per come congegnata: com’è possibile che la democrazia economica designata dai Costituenti al fine di promuovere e garantire “oltre la rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona , anche l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” attraverso l’intervento attivo dello Stato nell’economiasia arrivata a un simile grado di subordinazione nei confronti delle politiche pro-cicliche dettate dall’UE? Possiamo affermare che quelle forze regressive alle quali faceva riferimento Gustavo Ghidini nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’8 marzo 1947 abbiano avuto la prevalenza? 

Sì, lo possiamo dire, così come possiamo dire che in fin dei conti la fine dei Trenta gloriosi, da cui tutto ebbe inizio, rappresentano una sorta di ritorno alla normalità capitalista. Dico questo per mettere in luce come il capitalismo dal volto umano sia una costruzione estremamente instabile: sottoposta alle opposte sollecitazioni di chi vuole il superamento del capitalismo e di chi invece invoca l’ortodossia neoliberale. Da questo punto di vista hanno ragione i fautori di quest’ultima a vedere nei modelli keynesiani l’anticamera dell’economia pianificata, e infatti adottano con cura ogni espediente per precarizzare e svalutare il lavoro e a monte per spoliticizzare il mercato.

Approvazione della Costituzione Italiana

Lelio Basso fu tra i primi intellettuali italiani a sollevare dubbi di costituzionalità circa l’adesione dell’Italia alla Comunità Economica Europea. Tramite le colonne del Corriere della Sera, correva l’anno 1973, criticò il fatto che attraverso regolamenti e direttive il Consiglio d’Europa e la Commissione spogliassero “il popolo dell’esercizio della sovranità in materia di estrema importanza” sfuggendo a “qualsiasi decisione preventiva o controllo successivo di organi elettivi. Basso affermò inoltre che accettare tali cessioni di sovranità sarebbe equivalso a “sovvertire l’ordine costituzionale italiano”, affermazione non troppo distante da quella resa dal Calamandrei durante i lavori della Costituente in relazione alle “oscure previsioni” di Ghidini. È un’interpretazione tutt’oggi condivisibile, alla luce della più recente evoluzione del diritto dell’Unione Europea?

Basso contestò l’adesione dell’Italia al Consiglio d’Europa anche durante il dibattito parlamentare sulla relativa legge, e con l’occasione pronunciò parole che suonano attualissime. Stigmatizzò il comportamento della borghesia, storicamente espressiva di una coscienza nazionale, che aveva abbandonato il vecchio nazionalismo e assunto come sua bandiera il cosmopolitismo solo per resistere alla pressione delle classi popolari in lotta per i loro diritti. Di qui la conclusione che l’emancipazione delle classi subalterne passa dalla loro capacità di togliere alla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominate, ma non anche di abbandonarla come terreno di lotta politica. Giacché il riscatto delle classi subalterne passa dall’internazionalismo e non dal cosmopolitismo, dalla nascita di una federazione di popoli liberi. Tutto il contrario della federazione interstatuale promossa da von Hayek per imporre agli Stati il vincolo esterno con cui presidiare l’ortodossia neoliberale: per trasformarli in contenitori di fattori produttivi liberamente saccheggiabili.

Peraltro il cosmopolitismo non era inviso solo alla sinistra di allora, se è vero che la Costituzione ammette le limitazioni della sovranità nazionale solo per promuovere la pace e la giustizia tra le nazioni, e solo in condizioni di reciprocità. Il tutto per legittimare l’adesione alle Nazioni unite, ma non certo all’Europa unita: che è un’organizzazione sovranazionale e non semplicemente internazionale (nei cui confronti si è ceduta e non semplicemente limitata la sovranità), nata per promuovere il mercato unico e all’interno della quale non vi sono certo rapporti equilibrati tra Stati.

La grande corsa verso le elezioni europee di maggio parrebbe essersi aperta sull’idea base di “cambiare l’Europa da dentro”: slogan elettorale che tradotto in termini giuridici significherebbe modificare i trattati. In “Sovranismi” Lei ricorda opportunatamente che per modificare questi ultimi non occorra solo l’unanimità degli Stati ai sensi dell’art. 48 TUE, ma anche un’eventuale modifica alla Legge fondamentale tedesca, qualora la riforma dei trattati arrivi a configurare un’incompatibilità con la stessa Grundgesetz. Alla luce di tutto ciò come valuta la costruzione di una campagna elettorale sull’abbattimento dei costi del Parlamento Europeo o sulla stessa modifica dei trattati? Il “momento Polanyi” da lei richiamato nel primo capitolo di “sovranismi” rischia di mutare bruscamente in un “momento Tsipras”?

Ha ragione: l’idea di cambiare l’Europa da dentro è oramai un mantra trasversale rispetto agli schieramenti. Lo dicono gli europeisti di lungo corso, che comunque non perdono occasione di precisare che la loro Europa è diversa da quella che abbiamo: che per ottenerla occorre intensificare il vincolo esterno, estenderlo alle politiche economiche e sociali. Lo dicono anche i neo-europeisti, ad esempio quelli che fanno capo alla cosiddetta sinistra radicale, convinti che il conflitto sociale e la disobbedienza istituzionale possa restituirci un’Europa dei diritti. È peraltro evidente che più Europa non può che significare più ortodossia neoliberale, e che il conflitto sociale può svilupparsi solo in un contesto democratico, e non certo in un ambiente spoliticizzato come quello presidiato dalla costruzione europea.

Persino i gialloverdi sono diventati europeisti: i verdi perché pensano di diventare l’ago della bilancia e di piegare ai loro programmi il partito popolare europeo, i gialli non si capisce perché. Sicché ha purtroppo ragione il cinico Monti a dire che stiamo vivendo un momento Tsipras: il momento in cui i critici della costruzione europea fanno finalmente i conti con la realtà e abbandonano le posizioni intransigenti degli anni in cui erano all’opposizione. Penso però che non si tratti qui di realismo, ma di un cambiamento di pelle che significa tradimento delle promesse elettorali destinato a non passere inosservato. E che magari ci regalerà ulteriori conferme di quanto abbiano ragione chi considera gli italiani sempre disposti ad acclamare qualcuno dal balcone, salvo poi fargli fare una brutta fine se non mantiene le promesse.

Lelio Basso

La principale critica che viene mossa ai cosiddetti sovranisticonsiste nel fatto che l’Italia sarebbe un Paese eccessivamente piccolo (l’aspetto industriale e infrastrutturale costituiscono sovente lo spunto di critica principale) per poter competere con potenze mondiali “emergenti” come la Cina. È una ragione valida per accettare il vincolo esterno di organizzazioni sovranazionali quali l’Unione Europea, il cui assetto giuridico sarebbe a detta di molti incompatibile con la nostra Costituzione e quindi con il compito inderogabile della Repubblica di perseguire l’uguaglianza in senso sostanziale?

Il sovranismo non è il rifiuto della relazione tra Paesi, incluse quelle pensate per posizionarsi nella competizione internazionale nel rispetto dei valori costituzionali. Detto questo l’Unione europea combatte le potenze emergenti come la Cina con le armi sbagliate: sul fronte dell’abbattimento dei salari e della precarizzazione del lavoro. Non sta invece facendo nulla per prepararsi alla crisi che molti economisti reputano imminente, della quale si iniziano del resto a vedere i primi segnali. In particolare non si sta attrezzando per sostenere la domanda (come sta invece facendo la Cina), e del resto non può farlo: questa soluzione viene impedita dall’architettura neoliberale che tiene prigionieri i popoli europei.

C’è un passaggio nel testo in cui paventa, a mero titolo di esempio, le turbolenze nel settore bancario come potenziale ragione di una più o meno prossima fine della moneta unica. Alla luce dei recenti sviluppi legati a Banca Carige e alle voci che in questo momento si stanno rincorrendo su un possibile dissesto della popolare di Bari, lei ritiene che il nostro sistema creditizio sia oggi sufficientemente al sicuro, anche in virtù di quella che secondo la Costituzione dovrebbe essere la sua funzione sociale (penso al primo capoverso dell’art. 47)? Perché altri Paesi dell’Eurozona hanno beneficiato degli interventi statali di salvataggio che l’Italia oggi non può permettersi a causa della direttiva BRDD? La sovranità passa anche da qui?

In materia di banche si trovano numerosi riscontri di quanto vi siano forti disparità di trattamento tra i Paesi europei. I tedeschi, ad esempio, hanno speso montagne di soldi nel salvataggio delle loro banche, avendo a tal fine predisposto un fondo dotato di ben 480 miliardi di Euro. Solo dopo hanno imposto la direttiva sulla gestione delle crisi: un meccanismo destinato a evitare i salvataggi pubblici in caso di dissesto (il cosiddetto bail in), con ciò rendendo all’Italia più difficile risolvere le recenti crisi bancarie.

Detto questo, il bail in è solo uno dei tre pilastri che compongono l’unione bancaria europea. Un altro è il sistema di vigilanza unica, che però non coinvolge tutte le banche: ad esempio lascia fuori le casse di risparmio tedesche, un insieme di oltre quattrocento istituti di credito in molti casi pieni di titoli inesigibili. Il terzo pilastro è la garanzia europea dei depositi, che non è stato ancora realizzato, manco a dirlo per l’opposizione tedesca. Berlino vuole che prima le banche diminuiscano i rischi, magari valutando come non sicuri i titoli del debito di Paesi in difficoltà (il che rappresenterebbe una sciagura per l’Italia).

Ecco altri esempi di come l’Europa sia una Unione tra Stati a cui si riservano trattamenti diversi, una unione verso la quale si è ceduta sovranità in assenza di reciprocità.

Per concludere: la bibliografia di “Sovranismi” è veramente ricca di spunti e letture utili ad approfondire i molteplici temi affrontati all’interno del suo saggio; oltre alla lettura (vivacemente consigliata dalla redazione) dei suoi saggi richiamati nell’introduzione di questa intervista, c’è qualche titolo in particolare che consiglierebbe ai lettori de L’Intellettuale Dissidente per approfondire il tema dei contrasti tra la Costituzione del 1948 e l’Unione Europea?

È importante la lettura di Vladimiro Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (Imprimatur 2015), davvero interessante perché approfondisce anche le implicazioni di ordine economico del contrasto tra i due ordinamenti. Lo stesso vale per Aldo Barbae Massimo Pivetti, La scomparsa della Sinistra in Europa (Imprimatur 2016), molto utile anche per la ricostruzione storica di lungo periodo delle ragioni dell’incompatibilità tra livello nazionale e livello europeo. Mi permetto di ricordare anche il mio Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione europea (Imprimatur 2017) per approfondimenti dal punto di vista della politica del diritto.

“Cara Crema Barilla, ho una Nutella a casa che mi aspetta”: per il celebre vasetto un’onda social da 10 milioni di utenti

targatocn.it4.2.19

Domani l’appuntamento mondiale dedicato al prodotto di casa Ferrero, intanto protagonista dell’ennesimo fenomeno virale registrato sulla rete

L'immagine che illustra il virale post pubblicato da Enrico Gobbi

L’immagine che illustra il virale post pubblicato da Enrico Gobbi

Amanti della Nutella a raccolta in vista della giornata mondiale che proprio domani, martedì 5 febbraio, celebrerà la crema spalmabile più famosa al mondo. 

La data è quella che gli amanti della mitico barattolo made in Alba hanno ormai imparato a collegare con il “World Nutella Day“, giornata lanciata nel 2007 dalla blogger statunitense Sara Rosso e affermatasi negli anni come un appuntamento social di livello planetario, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di consumatori che da tutto il mondo condividono tramite l’hashtag #WorldNutellaDay la propria passione per un marchio che in 70 anni di storia si è guadagnato la dimensione di vera e propria icona pop.

A testimoniare ogni anno l’amore per la crema alle nocciole ideata dal compianto cavalier Michele Ferrero sono così foto, ricette, poesie, messaggi, istantanee da momenti di festa, che affollano la rete dai cinque continenti anche attraverso i canali ufficiali dell’evento: le pagine Facebook del World Nutella Day, il profilo Twitter @Nutelladay e il sito web www.nutelladay.com

L’anno scorso, nel giorno della festa, la parola Nutella è stata menzionata su social una volta ogni 0,5 secondi. Un record che quest’anno potrebbe anche venire facilmente superato considerata la frequenza con la quale questa particolare protagonista del nostro presente è ormai entrata di prepotenza persino nel dibattito politico, grazie soprattutto al particolare “engagement” alimentare messo in atto dal vicepremier Matteo Salvini.

Sempre a proposito del florido rapporto tra questa eccellenza albese e il mondo dei social vale la pena di spendere qualche riga per dare conto del vero e proprio caso mediatico nato attorno al post pubblicato su Facebook da Enrico Gobbi, 27enne che di lavoro fa il “big data & business analyst” presso XChannel, società milanese specializzata in strategie di marketing e comunicazione.

Pubblicato sul suo profilo personale, in un spazio seguito da appena 800 persone, il post col quale questo giovane esperto di comunicazione digitale ha tracciato un divertente confronto tra la Nutella e la sua nuova concorrente di casa Barilla, la Crema Pan di Stelle, in pochi giorni ha fatto registrare un audience incredibile, con una potenziale “reach” di 10 milioni di persone, 67mila “mi piace”, oltre 20mila commenti e 36mila condivisioni.

Alla base di un simile successo, sicuramente, la conoscenza delle migliori tecniche social di questo giovane esperto media applicate a un marchio di per sé di grande successo. Ma certamente anche il tono azzeccato e divertente della comparazione, giocata sul parallello “moglie-amante”.

La Nutella è una moglie perfetta: ti coccola, ti vizia, ti ama incondizionatamente. Nei momenti di difficoltà c’è sempre stata, solo lei sa come tirarti su. Non ha mai sbagliato niente!” attacca Gobbi nel posto, per poi spiegare, diverse righe dopo, che la Crema di Pan di Stelle è invece “una figa ventenne sbucata dal nulla: ti distrae, ti provoca, ti tenta. Sai bene che non potrà mai darti ciò che ti dà tua moglie, eppure quel desiderio di avere una scappatella con lei ti tormenta“.

Un inno al romanticismo gastronomico la conclusione: La figa ventenne, o la Crema di Pan di Stelle, ti aiutano a capire che la donna che ami davvero e senza la quale non potresti vivere è una sola: tua moglie, o la Nutella. Crema di Pan di Stelle sei bona e mi hai fatto stare bene, ma ora devo andare: ho una Nutella a casa che mi aspetta e che non tradirò mai più“.

 Ezio Massucco

Cassino – Oggi 65° compleanno della Banca Popolare del Cassinate. Rifiutata un’offerta di accorpamento tra varie banche popolari del centro sud Italia

radiocassianostereo.com 5.2.19

Oggi, 5 febbraio 2019 ricorre il 65° anniversario della fondazione della Banca Popolare del Cassinate che continua a crescere da sola guardando al futuro, rifiutando offerte di accorpamento.

Nella rubrica Diritto di Parola di questa mattina, il vice presidente della Banca Popolare del Cassinate, Vincenzo Formisano, ha tracciato un bilancio della Banca Popolare del Cassinate illustrando l’attuale situazione organizzativa, gli sviluppi previsti a breve e medio termine, gli investimenti tecnologici programmatici e gli obiettivi per il futuro.

Con l’occasione, Formisano ha pure spiegato l’offerta di accorpamento proposta dalla Banca Popolare di Bari e le motivazioni del rifiuto.

QUI L’INTERVISTA

Intesa Sanpaolo, conti in chiaroscuro. Cedola a 0,197 euro

RM finanzareport.it 5.2.19

La banca guidata da Carlo Messina chiude il 4* trimestre con utili poco sopra le attese ma ricavi deludenti. Aumenta il monte-dividendi, da 3,149 a 3,449 miliardi, ma la cedola scende rispetto ai 0,203 euro dell’anno scorso per effetto della conversione delle risparmio

intesa-sanpaolo

Intesa Sanpaolo ha chiuso il quarto trimestre dell’anno scorso con risultati contrastanti rispetto alle previsioni del consenso degli analisti.

In particolare la banca lombardo-piemontese ha registrato un utile netto di 1,038 miliardi di euro, in crescita rispetto agli 833 milioni del terzo trimestre ma in calo dagli 1,428 miliardi del pari periodo del 2017, che, però, beneficiava della plusvalenza da 811 milioni generata dalla vendita delle quota in Allfunds. Il consenso degli analisti prevedeva invece profitti per 1 miliardo.

I proventi operativi sono invece scesi dell’11,2% a 4,19 miliardi, al di sotto dei 4,24 miliardi del consenso, e i costi del 4,7% e pertanto il risultato della gestione operativa è peggiorato del 19,8% arrivando a 1,636 miliardi. Inoltre le rettifiche di valore nette su crediti sono pari a 698 milioni, rispetto ai 519 milioni del terzo trimestre 2018 e ai 1.229 milioni del quarto trimestre 2017. 

Quanto all’intero 2018, il conto economico mostra proventi operativi netti per 17,875 miliardi di euro, in aumento dello 0,2% rispetto ai 17,84 miliardi del 2017, al di sotto dei 17,95 miliardi del consenso. Il risultato della gestione operativa ammonta, invece, a 8,405 miliardi di euro, in aumento del 4,8% rispetto al 2017, mentre il cost/income ratio è calato dal 55,1% al 53%. L’utile netto si è quindi attestato a 4,050 miliardi, sostanzialmente in linea con le attese. 

Sul fronte della qualità delle erogazioni, lo stock di crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e prestiti scaduti/sconfinanti) ammonta, al netto delle rettifiche di valore, a 16,591 miliardi, in calo del 26,4% rispetto a fine 2017. Le sofferenze scendono da 10,562 miliardi a 7,138 miliardi, con un’incidenza sui crediti complessivi dell’1,8% (2,6% nel 2017), e un grado di copertura al 67,2% (69,1%). Le inadempienze probabili calano da 11,592 miliardi a 9,101. Nel complesso lo stock di crediti deteriorati scende a dicembre 2018 del 29,9% al lordo delle rettifiche di valore rispetto a dicembre 2017, arrivando al 61% dell’obiettivo di riduzione previsto nel Piano di Impresa per il 2018-2021. L’incidenza dei crediti deteriorati sui crediti complessivi a dicembre 2018 è pari all’8,8% al lordo delle rettifiche di valore e al 4,2% al netto.

Alla fine dell’anno scorso i coefficienti patrimoniali, calcolati applicando i criteri transitori in vigore per il 2018 e tenendo conto dei dividendi proposti per l’esercizio 2018, risultano pari al 13,5% per il Core Tier 1 (13% a fine 2017), al 15,2% per il Tier 1 (14,9%) e al 17,7% per il coefficiente patrimoniale totale (17,7%). 

Sulla base di tali risultati la banca ha proposto di distribuire dividendi per 3,449 miliardi, a fronte dei 3,419 miliardi del 2017, con un pay-out all’85% come indicato nel Piano di Impresa per il 2018. Nello specifico sarà proposta all’assemblea dei soci la distribuzione di 0,197 euro per azione, poco meno degli 0,203 euro pagati l’anno scorso a valere sul bilancio 2017 anche se va detto che nel corso dell’anno l’ammontare dei titoli in circolazione è aumentata per effetto della conversione delle risparmio.

“Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti nel 2018: nel primo anno del Piano d’Impresa, pur in un contesto più complesso del previsto, Intesa Sanpaolo ha confermato la capacità di raggiungere tutti gli obiettivi”, ha commentato l’ad Carlo Messina. Per il 2019 la banca anticipa “un aumento del risultato netto rispetto al 2018, conseguente a una crescita dei ricavi, una continua riduzione dei costi operativi e un calo del costo del rischio”. 

Il titolo Intesa Sanpaolo segna, alle 14,22, un rialzo dell’1,01% a 1,9814 euro, a fronte dei 2,025 euro del massimo intrady raggiunto poco prima della pubblicazione dei risultati.

Soros vive in una fortezza super sorvegliata circondata da muro di 2,5 metri

politicamentescorrtto.info 5.2.19

Il sicario economico George Soros, il furbo (finto) immigrofilo che si prende gioco dei suoi babbioni predicando di “aprire i confini”, di abbattere i muri, e che lancia la società aperta, vive in una fortezza super sorvegliata, circondata da un muro che sarebbe il sogno di Trump.

Qui video:

Sinistra, magistrati e stampa: ci indicano sempre chi odiare

libreidee.org5.2.19

Sms è il nome in codice di Sinistra Magistrati Stampa, il serpentone trasversale che ci dice cosa dobbiamo pensare, chi dobbiamo condannare e come dobbiamo indignarci. L’Sms ci dice ogni giorno che stiamo vivendo sotto il peggiore dei regimi possibili, nel peggiore dei tempi possibili, sotto il tallone di un criminale in divisa di nome Matteo Salvini che va subito processato. Ma questo film horror mi pare di averlo già visto. E così sono tornato con la memoria all’inizio del presente decennio. La scena era totalmente diversa, i protagonisti pure. Il peggiore dei regimi possibili in quel tempo pessimo era il centro-destra e il tallone del criminale, con alzatacco, era quello di Silvio Berlusconi. Non era diverso l’allarme, l’accanimento, l’odio per un’altra emergenza democratica, un’altra situazione “senza precedenti”. Vivevamo anche allora in “una dittatura sudamericana”, populista e malandrina, eravamo anche allora fuori dall’Europa, dalla Modernità e dalla Democrazia, e naturalmente fuori dalla legalità. Ma non solo. A chi dice oggi che viviamo in un tempo allucinante, in cui tutti i problemi vengono ridotti a uno, gli sbarchi dei migranti, vorrei ricordare qual era il menu di quei giorni.

Non si parlava dei problemi reali del paese, di crisieconomica ormai scoppiata negli Stati Uniti e destinata a contagiare l’Europa, non si parlava di lavoro, opere pubbliche e sanità, o di mille altre emergenze. No, gli occhi dei media, dei magistrati Salviniinquirenti e della sinistra erano interamente riservati alle gesta erotiche del premier in carica nel regno delle Mignotte. Eccolo, è lui, Priapo, re di Troia. Il tema che divideva l’opinione pubblica non era quota 100, i porti chiusi o il reddito di cittadinanza ma se il Cavaliere sapeva che Ruby era minorenne, se c’è stato o no sesso tra i due o con Noemi Letizia, se i festini ad Arcore erano orge oppure no, se pagava o no le case alle olgettine e come si sdebitava con le damine di corte che popolavano Zoccolandia. I temi di politica estera erano sfiorati solo attraverso l’accenno al lettone di Putin, dove si sarebbe consumato il misfatto con la d’Addario, o alla nipote di Mubarak, come fu sontuosamente presentata la giovane marocchina per dissimulare la libidine nella ragion di Stato. L’intrigo nazionale che assorbiva il dibattito pubblico e le conversazioni private era come funzionava la meccanica sessuale del Cavaliere, se si trattava di un sistema a pompa, a gettoni o a pulsante.

La narrazione dominante era una favola capovolta, il Nano e le sette Biancaneve. Un paese intero veniva istigato a dimenticare la realtà e i suoi problemi per curarsi d’interessi privati in atti d’ufficio, molto privati, e a dedicarsi esclusivamente al gossip erotico-giudiziario sul premier, per esprimere condanna morale e penale. La politica spariva, tutto veniva ridotto a intercettazioni, toccatine e fotoshop. Moralismo & Puttanate. Con questi precedenti vi chiedete a che punto siamo arrivati? Facendo questi paragoni ritenete che oggi abbiamo toccato il fondo? E quello cos’era, il fondoschiena? Volete dire che occuparsi di migranti, spacciatori o quota 100 sia più infame che occuparsi di tette, culi e bunga bunga? Quanto al leader delinquente, Salvini è solo l’ultimo arrivato per il quale si invocano i giudici e la galera. Chissà per quale maledizione, ma chi si oppone alla sinistra in Italia è per definizione criminale: lo fu Almirante ma anche i partigiani Pacciardi e Sogno, lo fu Craxi Berlusconima anche Fanfani, i presidenti Cossiga e prima di lui Leone, lo fu Berlusconi, naturalmente. Smise di esserlo Fini appena si prestò al gioco della sinistra. Ma che sfiga, questa sinistra non ha mai avversari decenti, sono sempre tutti criminali, o meglio lo diventano appena si oppongono alla sinistra medesima.

Oggi i grillini offrono generosi motivi di satira, sconcerto e derisione; ma vogliamo dire come ci eravamo ridotti dieci anni fa, a seguire col vivavoce i sospiri nella camera da letto di Berlusconi o a seguire sul maxischermo dal buco della serratura, le imprese erotiche vere o presunte del satiro regnante? Testimonianze, dossier, pacchi di documenti, fiumi di intercettazioni, centinaia di persone assorbite da questo minuzioso lavoro, tutto per sapere se la gnocca c’era stata, se aveva preso e quanto aveva preso. Ecco cos’era l’emergenza democratica, il senso dello Stato (o meglio lo stato dei sensi), insomma il tema politico di quei giorni. Avendo una memoria corta, vivendo ormai totalmente persi nel presente, tendiamo a dimenticare il passato prossimo, non siamo in grado di fare paragoni e ci pare di vivere in chissà quale incubo senza precedenti. Ma se fate un piccolo sforzo, ricordatevi come eravamo combinati, non un secolo fa, ma agli inizi di questo decennio. Non stavamo messi meglio di oggi, credetemi. E per l’Sms eravamo anche allora nel peggiore dei mondi possibili.

(Marcello Veneziani, “Un film già visto”, da “La Verità” del 2 febbraio 2019; articolo ripreso sul blog di Veneziani).

Condotte: commissari chiedono 1 mese in più (Messaggero)

Condotte: commissari chiedono 1 mese in più (Messaggero)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si allungano i tempi per il piano di risanamento di Condotte d’Acqua, il gruppo di costruzioni romano in amministrazione straordinaria dal 7 agosto 2018. Sabato 2, secondo quanto ricostruito dal “Messaggero” presso fonti bancarie, i commissari Giovanni Bruno, Alberto Dello Strogolo, Matteo Ugetti hanno depositato al Mise la richiesta di una proroga di circa un mese per la stesura del programma di prosecuzione aziendale. 

Gli istituti sono esposti per 830 mln circa nei confronti del gruppo facente capo alla Ferfina di Isabella Bruno Tolomei Frigerio: in testa Unicredit con 280 mln, che durante il periodo in bonis aveva assunto una posizione molto rigida; seguono Intesa Sanpaolo con 190 mln, Sace e Banco Bpm (160 mln a testa). La legge 347 (nota come Marzano) sulle grandi aziende in crisi, applicata in precedenza su Parmalat e Alitalia, assegna ai commissari la facoltà di chiedere fino a 90 giorni per un primo slittamento dei termini. 

Alle banche i commissari hanno spiegato che serve più tempo per decidere il percorso, dovendo avere visibilità sulla politica del Governo sulle costruzioni e grandi opere. Poi sono intervenute modifiche, nella legge di stabilità, sui fondi agevolativi delle grandi imprese in crisi che contribuiscono a rendere annebbiato il quadro complessivo. In questa nebulosa, i commissari attendono che il Mise faccia chiarezza sulla copertura dei fondi del prestito-ponte chiesto alle banche. 

gug

 

(END) Dow Jones Newswires

February 05, 2019 02:35 ET (07:35 GMT)


 

Astaldi: altra fumata nera, Salini e Ihi rinviano offerte (Sole 24 Ore)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il salvataggio di Astaldi arriva in zona Cesarini. La prossima settimana il big italiano delle grandi opere finito in concordato, sotto il peso di 2 mld di euro di debiti, dovrà presentare un piano di risanamento ed ha evidentemente bisogno di un sì, ma intanto i tempi sembrano allungarsi. Erano in molti a credere che ieri sarebbe stata la giornata chiave per la svolta con l’arrivo sul tavolo degli advisor delle offerte di Salini Impregilo (potenzialmente in tandem con Cdp, il braccio finanziario del Governo) e della multinazionale giapponese Ihi. Ma i due pretendenti si sono presi del tempo in più. 

Lo scrive il “Sole 24 Ore” precisando che il tanto atteso Consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto esaminare le proposte, previsto per inizio febbraio, si terrà probabilmente nei primi giorni della prossima settimana. Il termine ultimo a disposizione della compagnia per presentare un piano di ristrutturazione credibile al Tribunale di Roma è ll 14 febbraio, altrimenti il gruppo della famiglia Astaldi rischia di finire in amministrazione straordinaria e, come nel caso di Condotte, l’intero dossier nelle mani di un commissario. 

Ipotesi, quest’ultima, che potrebbe non essere del tutto sgradita ai pretendenti. Ieri da Torino, dove al Museo Egizio il gruppo ha celebrato i 50 anni del salvataggio dei templi di Abu Simbel, Pietro Salini, patron di Salini Impregilo, si è soffermato sul salvataggio di Astaldi ribadendo che l’azienda “sta lavorando per presentare un’offerta compatibile con la salvaguardia della solidità patrimoniale” del general contractor ma che “guarda anche al futuro”, con l’obiettivo di “trovare una soluzione in grado di salvaguardare il lavoro e dare continuità a un’impresa straordinaria come Astaldi”. Al momento, però, nulla è stato inviato agli advisor della società di costruzioni. E i tempi stringono. 

gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 05, 2019 02:43 ET (07:43 GMT)