ILARIA ALPI / LA GIORNALISTA CHE VENNE UCCISA DUE VOLTE. NEL PIU’ TOTALE SILENZIO

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Uno dei più colossali depistaggi di Stato trova oggi la sua ennesima archiviazione. Per il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, infatti, il gip del tribunale di Roma, Andrea Fanelli, dopo la richiesta avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, ha messo la pietra tombale su quell’omicidio e su quel depistaggio.

Non bastavano le ultime news su un altro omicidio e un altro clamoroso depistaggio, quello di Paolo Borsellino: ora la giustizia (sic) di casa nostra concede il bis.

Un’altra vergogna che suona come un ceffone in faccia a tutti gli italiani che ormai vedono la Giustizia quotidianamente calpestata, senza che nessuno ad alcun livello, tantomeno politico, si alzi per dire qualcosa.

Totali muri di gomma, emblematizzati dagli omertosi e complici silenzi dei media.

Avete letto un rigo su Repubblica o il Corriere della Sera per Alpi e Borsellino?

IL BUIO DOPO PERUGIA

Sintetizzamo le ultime vicende del giallo Alpi. Partiamo dalla clamorosa sentenza di Perugia, che due anni fa ha permesso di riaprire il caso. Una sentenza che ha scagionato Hashi Omar Assan, il giovane somalo che aveva scontato 16 anni di galera ingiustamente: il mostro sbattuto in prima pagina dai media e soprattutto dagli inquirenti.

Omar Hassan Hashi. In apertura Ilaria Alpi

Proprio come nel caso Borsellino, anche questa volta la condanna di un innocente e la non-caccia ai veri esecutori e mandanti, è stata prodotta da un teste taroccato, Ali Rage, alias Gelle, preparato di tutto punto della polizia per fornire una versione fasulla, inventata da cima a fondo.

Gelle, infatti, verbalizzò davanti a un pm ma non fu mai presente al processo: nonostante ciò Hashi Assan venne condannato, basandosi solo su quel teste, senza alcun altro riscontro. Ai confini della realtà.

Quel teste, che era stato preparato dalla polizia a fornire quella versione accusatoria contro Hashi Assan – proprio come Vincenzo Scarantino per i primi processi Borsellino – dopo ebbe paura, trascorse un paio di mesi a Roma sotto protezione della polizia, dai cui agenti veniva accompagnato in un’officina auto e la sera riportato nel suo rifugio. Poi Gelle partì in tutta tranquilltà per la Germania, quindi traslocò in Inghilterra.

Nel frattempo le forze dell’ordine neanche lo hanno cercato, pur dovendo testimoniare al processo, che comunque è andato incredilmente in porto, con la condanna di Hashi Assan.

Chi invece riesce a trovare Gelle con facilità e senza ovviamente poter contare sui mezzi di cui dispongono gli investigatori, è l’inviata di “Chi l’ha visto” Chiara Cazzaniga. Si informa presso la comunità somala di Roma, ottiene alcuni recapiti londinesi, vola lì e dopo alcune perlustrazioni trova senza tanti problemi Gelle. Il quale le rilascia una lunga intervista, in cui tira fuori la verità: certo non quella che fu costretto a raccontare al pm romano che la bevve d’un fiato, ma tutta un’altra storia. Dove Hashi Assan non c’entra assolutamente niente.

Racconta il suo “taroccamento”, la versione che venne obbligato a recitare, e il dopo, con la protezione della polizia, il lavoro presso l’officina della quale fornisce tutti i dettagli, la comoda fuga e il quieto soggiorno londinese.

L’avvocato Douglas Duale

L’intervista consente all’avvocato del giovane somalo, Douglas Duale, di far riaprire il caso, competente per territorio Perugia, visto che vi sono implicati magistrati romani.

Una sentenza che fa storia, quella perugina, perchè si parla a chiare lettere di depistaggio di Stato. Nella sentenza viene ricostruito tutto il depistaggio mossa per mossa, azione per azione. Vengono fatti i nomi dei poliziotti – anche eccellenti – coinvolti, vengono forniti fortissimi elementi probatori, tracciate alcune solide piste.

A questo punto è un gioco da ragazzi, per la Procura di Roma, proseguire su quel solco tracciato da Perugia. I legali della famiglia Alpi (Antonio D’Amati, Giovanni D’Amati e Carlo Palermo) e soprattutto la madre di Ilaria, Luciana Riccardi, vedono finalmente uno squarcio nel buio e ovviamente chiedono la riapertura delle indagini.

Ma nonostante quella stradocumentata sentenza alla quale basterebbe dare un seguito, il pm Elisabetta Ceniccola della procura romana incredibilmente chiede l’archiviazione del caso, perchè a suo parere non vi sono elementi tali da proseguire nelle indagini, anche perchè sarebbe ormai trascorso troppo tempo. A controfirmare, quindi avallare in toto, quella richiesta di archiviazione è il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Siamo sempre più ai confini della realtà.

Eccoci agli ultimi mesi. Ad un certo punto sembra aprirsi un altro spiraglio, perchè dalla procura di Firenze arrivano dei materiali. Nel corso di un’indagine su altri fatti, i procuratori gigliati si imbattono in alcune intercettazioni telefoniche tra somali del 2011. In esse si parla anche dell’omicio di Ilaria e Miran.

La Procura di Roma

A Roma quindi si riapre il caso: o almeno sembra. Ma trascorono solo pochi mesi e di nuovo il pm Ceniccola chiede l’archiviazione, nonostante i legali di Ilaria abbiano nel frattempo prodotto altre memorie e presentato altri elementi. Niente, la procura capitolina ormai sembra tornata quel porto delle nebbie di tanti anni fa.

La richesta del pm Ceniccola a questo punto passa al vaglio definitivo del gip, Andrea Fanelli. Che inizia ad esaminare carte e documenti, poi chiede altro tempo prima di pronunciarsi.

La sua decisione, per l’archiviazione finale, arriva il 6 febbraio, e nei prossimi giorni verrà notificata alle parti, le quali potranno capire le motivazioni di tale scelta.

LA MAGISTRATURA GUARDA

Recapitolando. E’ noto e stranoto che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio all’epoca stavano indagando sui traffici di armi e rifiuti super tossici.

Che avevano scoperto i fili di quei traffici, i quali vedevano come protagonisti faccendieri italiani in combutta con i Servizi segreti sia somali che, soprattutto, italiani.

Che la Somalia era diventata un’ottima discarica per interrare enormi quantità di rifiuti in cambio di armi.

Che la rotta principale per l’interramento era la superstrada Mogadiscio-Bosaso, dove venivano ammassati e poi nascosti centinaia e centinaia di bidoni tossici.

Che quei traffici venivano addirittura agevolati dai soldi della cooperazione internazionale e del Fai (fondo aiuti internazionali)

Che vi erano impegnate imprese anche “eccellenti” le quali non verranno mai toccate e anzi negli anni vedranno aumentare i loro fatturati. La circostanza è tra l’altro documentata in altri procedimenti giudiziari in cui vengono tirate in ballo.

Giuseppe Pititto

Che l’ambasciatore italiano dell’epoca sapeva – anche delle inchieste di Ilaria – ed è stato a guardare. Nè ha collaborato con le autorità italiane che dal canto loro facevano finta di indagare.

Che 7 magistrati si sono alternati nelle inchieste senza mai cavare un ragno dal buco.

Che solo il primo magistrato impegnato, Giuseppe Pititto, aveva imboccato la pista giusta. Per questo l’indagine gli è stata sottratta senza alcun motivo, la rituale “incompatibilità ambientale”. Dopo alcuni anni Pititto, nauseato, ha lasciato la magistratura, è passato a fare il dirigente alla Provincia di Roma e ha scritto un thriller che ricalca in modo perfetto il caso-Alpi: “Il grande corruttore”, dove viene descritto il delitto di una giornalista, un omicidio di Stato in piena regola (il mandante è addirittura un ministro che diventerà presidente della repubblica…).

Che all’epoca la Digos di Udine aveva raccolto molto materiale che già indicava la pista giusta (rifiuti-armi-cooperazione).

Che il Consiglio superiore della magistratura non ha mia detto una parola su quei magistrati.

E’ altrettanto noto che la famiglia Alpi non ha mai smesso di denunciare l’inerzia dei magistrati e la totale assenza della politica nel chiedere verità. Hanno rinunciato a portare avanti il “Premio Alpi” che ogni anno si teneva a Rimini, delusi dai colpevoli silenzi dei media. La madre di Ilaria ha sempre detto: “Lotterò fino alla fine dei miei giorni perchè sia fatta giustizia per mia figlia”. Non ce l’ha fatta, è morta un anno fa.

Ed è soprattutto evidente che la giustizia italiana ormai è morta e sepolta. Le ultime due picconate sono state inferte per il caso Borsellino e per quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Uccisi due volte.