Cronologia della dittatura finanziaria

telegra.ph 2.1.19

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Andreatta e Ciampi

Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno

Jean-Claude Juncker Presidente della Commissione Europea

Nel 1981 è avvenuto “il divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro: la Banca d’Italia è stata sollevata dall’obbligo di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. Lo Stato veniva a trovarsi in balìa dei mercati finanziari e delle banche che lo costringeranno a pagare loro interessi sempre maggiori per collocare il proprio debito. La sciagurata decisione del 1981 insieme a quella di aderire allo SME di due anni prima sono senza ombra di dubbio le principali responsabili della crescita esponenziale del debito pubblico in Italia – addirittura raddoppiato nel giro di dieci anni come dimostrano tutti i relativi grafici macroeconomici – ed il primo passo verso la completa perdita della sovranità monetaria affidata ad una entità esterna e indipendente (indipendente dallo Stato italiano ma totalmente dipendente dai mercati). Infatti, come ricordava lo stesso artefice del “divorzio” Beniamino Andreatta: “da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Da lì in poi, in pratica, sarebbero stati i mercati, depositari del potere monetario, a dettare l’agenda economica al governo e al parlamento di Roma. Utilizzando la scusa di combattere il malgoverno, in pratica, eliminarono il governo. Non si trattò di una cessione avvenuta in modo democratico. Tutt’altro: non ci fu alcun decreto del governo, nessun voto parlamentare il tutto avvenne tramite una comunicazione scritta che Andreatta, in qualità di Ministro del Tesoro e a quei tempi membro del Bilderberg (in futuro parteciperà alla riunione sul Britannia), consegnò a Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia e membro del Bilderberg.

1992: In sette giorni cambia il sistema monetario.

Negli anni ’90 in soli 7 giorni venne cambiato il sistema monetario italiano che venne tolto dal controllo del Governo e messo nelle mani della finanza e delle banche private. I firmatari di tali provvedimenti, guarda caso, erano tutti membri del Bilderberg e delle altre organizzazioni ad esso collegate.

Il 29 Gennaio 1992 la legge 35/92 Amato-Carli (Aspen-Bilderberg) venne emanata per la privatizzazione degli Istituti di Credito e degli enti pubblici. In pratica divennero private le banche che possedevano le azioni della Banca d’Italia.

Il 7 Febbraio del 1992 vi furono due avvenimenti paralleli e contemporanei. La legge numero 82 varata da Guido Carli (Bilderberg) attribuisce alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto (costo del denaro alla sua emissione) senza che venisse concordato preventivamente con il Ministero del Tesoro con ulteriore privazione di sovranità in ambito monetario: “Art. 1. Le variazioni alla ragione normale dello sconto e alla misura dell’interesse sulle anticipazioni in conto corrente e a scadenza fissa presso la Banca d’Italia sono disposte, in relazione alle esigenze di controllo della liquidità del mercato, dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento, da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana”. Il Governo italiano è divenuto così completamente estraneo alla politica monetaria della Banca d’Italia che è stata di fatto affidata a dei privati.

In quello stesso giorno del 1992 venne firmato il Trattato di Maastricht voluto fortemente da Romano Prodi (Bilderberg; Commissione Trilaterale; Goldman Sachs). Vennero poste le basi per la definitiva cessione della sovranità monetaria nazionale e la consegna della stessa alla Bce e quindi ai mercati che avevano ormai allungato le loro mani sul debito pubblico italiano fin dall’anno 1981: “La BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità”.

La creazione della moneta veniva strappata dal controllo democratico ed attribuita in via esclusiva ad un organo di proprietà privata che così avrebbe acquisito un controllo totale delle politiche economiche nazionali e ciò senza alcun rischio d’impresa.

Il Trattato di Maastricht, costituendo il SEBC, ovvero il sistema europeo delle banche centrali, viola palesemente alcuni principi sanciti dalla nostra Costituzione e può essere considerato un duplice attacco alla sovranità ed all’indipendenza nazionale. 

Da un lato il Trattato fornisce base giuridica al fine di consentire che sia l’Europa a dettare le politiche economiche delle nazioni, dall’altro priva le nazioni stesse di una Banca Centrale con cui finanziare in autonomia dette politiche. “L’Italia, con una moneta così concepita, perdeva, sia il controllo diretto dei tassi d’interesse che vengono oggi decisi dal mercato e che ovviamente può facilmente influenzarli con le speculazioni (come accaduto con la crisi dello Spread del 2011), sia la possibilità di svalutare la moneta stessa. Possibilità che si era resa necessaria in alcune circostanze a causa di shock esterni”: da Maastricht in poi non sarà più la moneta ad adeguarsi all’economia ma l’economia a doversi adeguare alla moneta (svalutando i salari!).

Il denaro, quindi, da strumento alternativo al baratto per consentire lo scambio di beni e servizi di cui costituiva unicamente l’unità di misura, diventa esso stesso prodotto e strumento di predazione.

Questo trattato ha quindi istituito la BCE, Banca Centrale Europea di proprietà di azionisti privati a cui ha conferito l’assoluta indipendenza di gestione delle politiche monetarie.

BCE diviene l’unico organo autorizzato ad emettere moneta nella comunità Europea ex art. 106 Trattato UE.

Ai sensi dell’art. 108 del TUE, BCE era ed è un organo che non risponde ad alcun criterio democratico: “Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo statuto SEBC, né la BCE né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli stati membri si impegnano a rispettare questo principio e non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti” (Detta norma è stata confermata nella sostanza anche dal successivo Trattato di Lisbona).

Marco Mori: “Appare ovvio che questa indipendenza è priva di senso logico posto che la BCE è di proprietà delle banche centrali europee che a loro volta sono in massima parte di proprietà dei principali gruppi bancari internazionali i quali rispondono ad interessi propri e non certo al benessere collettivo. Alla BCE, altresì, è stato posto il divieto di svolgere attività di prestatore di ultima istanza potendo prestare unicamente al tasso ufficiale di sconto, unilateralmente determinato, alle banche commerciali le quali poi speculano sui debiti delle nazioni acquistati nel mercato secondario causando un’imposizione fiscale semplicemente folle”.

In pratica se la banca centrale prestasse direttamente agli stati senza l’inutile intermediazione delle banche private, lo Stato risparmierebbe decine e decine di miliardi di euro ogni anno da utilizzare per risolvere gran parte dei problemi legati alla spesa pubblica. A tal proposito vale la pena ricordare che, ad esempio, nel 2011 le banche ricevevano il denaro allo 0,25% di interesse dalla Bce e poi con questo denaro compravano i titoli di debito che fruttavano percentuali superiori al 6%. Provate ad immaginare quanti miliardi di euro avrebbe risparmiato lo Stato se avesse ricevuto direttamente il denaro allo 0,25% invece di prenderlo in prestito ad una percentuale 6 volte superiore.

L’art. 101 TUE dispone: “E’ vietata la concessione di scoperti di conto o di qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle banche centrali agli Stati Membri, a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali”. (Il testo è stato riconfermato dal Trattato di Lisbona).

Ovviamente la disciplina del Trattato che ha istituito il SEBC va in palese conflitto con la costituzione anche con riferimento all’art. 47 che merita di essere rammentato: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

L’indipendenza della Banca Centrale è dunque pacificamente incostituzionale in quanto non consente alla mano pubblica il controllo diretto del credito.

L’Art. 104 del TUE ha altresì attribuito tutti i poteri di raccomandazione e di imposizione di politiche fiscali d’austerità alla BCE, di fatto sottraendo definitivamente la sovranità alle nazioni dell’Europa che da tale momento venivano ufficialmente consegnate ai mercati.

La politica economica è così divenuta di competenza di soggetti che sfuggono a qualsivoglia controllo democratico.

Dunque è circostanza dimostrata e dimostrabile che negli ultimi anni circa un quarto della pressione fiscale complessiva veniva utilizzata (e viene utilizzata tutt’oggi) unicamente per pagare interessi (dunque parliamo dei soli interessi e non già del capitale!) sul debito in favore dei mercati e dunque anche di quelle banche che, essendo azioniste di BCE, hanno unilateralmente deciso la politica monetaria dell’Unione Europea con l’assoluta indipendenza di cui all’art. 108 del TUE (oggi capo II art. 130 del Trattato di Lisbona) e che poi acquistano sul mercato secondario le obbligazioni nazionali determinandone il relativo interesse secondo le leggi della domanda e dell’offerta che dunque finiscono per governare con il solo spostamento dei propri ingenti capitali”.

Le Banche sono dunque autorizzate a comprare denaro creato dal nulla a costi bassissimi per poi acquistare il debito pubblico con margini di guadagno enormi.

I firmatari italiani di tale Trattato sono stati: Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio, Gianni De Michelis come Ministro degli Esteri (Bilderberg/Aspen), Guido Carli come Ministro del Tesoro (Bilderberg).

Il 12 dicembre 2006 venne modificato l’articolo 3 dello Statuto della Banca d’Italia che prevedeva la partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici. Il decreto venne firmato dal presidente del Consiglio Romano Prodi (Bilderberg, Trilaterale, Goldman Sachs) dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Aspen) e dal Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (Bilderberg, Aspen, Commissione Trilaterale, Gruppo dei 30) sanando il contrasto dello Statuto con l’avvenuta privatizzazione della banca (non più nazionale) con la cancellazione della dicitura, che nel vecchio articolo 3, prevedeva che la maggioranza delle azioni rimanesse in mano a “Enti pubblici o società a partecipazione statale con maggioranza pubblica”.

Nello stesso periodo è divenuto Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (Goldman Sachs, Bilderberg, Commissione Trilaterale e Gruppo dei 30, proprio come Padoa Schioppa che aveva modificato lo statuto della Banca).

Il 2 Giugno del 1992 a pochi giorni dall’assassinio del giudice Giovanni Falcone, ci fu la riunione sulla nave Britannia, che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Lo yacht della Corona inglese, gettava l’ancora a Civitavecchia con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario speculativo anglo/americano che sarebbero venuti per ricevere alcuni esponenti delle imprese statali e delle banche italiane, tra cui proprio Mario Draghi in qualità di Direttore generale del Tesoro, Beniamino Andreatta – che da li in poi divenne ministro al Bilancio con Amato agli esteri con Ciampi e alla difesa con Prodi – ed altri esponenti di spicco dell’Iri, dell’Eni, dell’Agip della Comit di Assicurazioni Generali, per preparare la cessione di alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro Paese a multinazionali e in particolare alla Goldman Sachs come denunciato da Benito Livigni, ex dirigente ENI, alla Tv tedesca(2), dove – in qualità di testimone oculare – ha raccontato come, successivamente a quella riunione, le proprietà immobiliari dell’azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Fu poi affidato ai mass media, che censurarono totalmente la riunione in questione, ed al nuovo governo Amato il compito di trovare gli argomenti per giustificare la folle e urgente ondata di privatizzazioni che investì il paese da quel momento in poi. Lo fecero addossando la colpa all’esigenza di ridurre il debito pubblico (oggi stanno facendo la stessa cosa). In realtà c’era semplicemente la volontà dei grandi potentati bancari inglesi ed americani di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, inefficienza.

(2) http://www.movisol.org/12news238.htm

Gli accordi presi durante quel meeting avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende private italiane; su quelle considerate “gioielli” di Stato e sulla Banca d’Italia, come denunciato in quegli anni in un documento dell’EIR intitolato: “la strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale”. Da quel documento, che inquadrava l’episodio del Britannia in uno scenario più ampio di vera e propria destabilizzazione politico-economica del paese, nacquero diverse interrogazioni parlamentari la prima ad opera di un parlamentare missino Antonio Parlato che provò più di una volta a fare emergere la verità.

Nello stesso mese del 1992 in cui si svolse il meeting, si insediò il governo Amato, si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia, infatti, Amato per dare inizio alle privatizzazioni, si rivolse proprio alle banche di Wall Street che erano state rappresentate sul Britannia e appena salito al potere trasformò gli enti statali in società per azioni valendosi del decreto legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare ed in seguito acquistare. Lo stesso Amato che a Luglio di quell’anno, mise in essere una ingente manovra correttiva che prevedeva il tristemente noto prelievo forzoso dai conti correnti nelle banche italiane ratificato ex post con decreto legge (fatto privo di legittimità giuridica). Il peggio, però, doveva ancora venire. Per permettere, infatti, ai rappresentanti delle élite anglo americane di fare acquisti a buon mercato, a settembre del ’92 ci fu il più tremendo attacco speculativo contro la lira con George Soros, che opera attraverso il Quantum Fund collegato ai Rotschild, che portò ad una immediata svalutazione del 30% che permise agli speculatori della grande finanza internazionale di privatizzare a prezzi stracciati a discapito degli interessi dello stato italiano dell’economia nazionale e dell’occupazione.

Negli anni a seguire la Sip diventò Telecom Italia, le Ferrovie dello Stato diventarono Trenitalia, le Poste Italiane divennero una Spa, le reti della banca Rotschild misero le mani sull’Eni che venne svenduta e così via mentre Prodi quell’anno stesso suggerì pubblicamente di privatizzare, vendendo tutte e tre le banche d’interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma) più il San Paolo di Torino ed il Monte dei Paschi di Siena. Dai resoconti di una intervista che in quei mesi Prodi rilasciò al Wall Street Journal si evince che la volontà era prima quella di risanare e poi di vendere le aziende. Ma non dimentichiamo che si trattava di aziende che venivano risanate con i soldi dei contribuenti italiani e poi vendute invece ad investitori stranieri. I gioielli dello Stato, quelli attivi e quelli in passivo, vengono venduti, o svenduti secondo i punti di vista, con una facilità ed una leggerezza incredibili; chi li vende ha una grandissima possibilità: ridisegnare, ai danni dello Stato, il capitalismo italiano.

Il ’92 è l’anno della svolta, ma è nel 1993-94, con Prodi nuovamente all’IRI, che vengono vendute ben due banche, il Credito Italiano (Credit), un vero e proprio gioiello, e la Banca Commerciale Italiana (Comit), oltre all’IMI (tutto tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, con una velocità straordinaria). Nello stesso periodo di fuoco vengono vendute le finanziarie Italgel e Cirio-Bertolli-De Rica; per quanto riguarda il settore agroalimentare, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, Mauro Bottareli ricorda che dopo il ’92 lo Stato vendette agli stranieri, specie inglesi e americani: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e tante altre. Tra il ’93 e il ’94 viene venduta la SME, le vetrerie Siv dell’Efim, il Nuovo Pignone dell’Eni… Nel 1994 vengono venduti Acciai Speciali Terni; nel 1995 Ilva Laminati Piani e Italimpianti e così via.

Nel 2007 è stato firmato il Trattato di Lisbona da Romano Prodi (Bilderberg, Trilaterale, Goldman Sachs, Aspen) e Massimo D’Alema (Aspen). L’Italia ha ceduto definitivamente sovranità all’Unione Europea; ha rinunciato al potere di veto su tantissime questioni importanti. Come spiega Paolo Barnard, è “un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, scritto in modo da essere illeggibile dai nostri governi, completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto.” Ricordiamo, infatti, che il testo è praticamente identico a quello della Costituzione Europea bocciata nei Paesi dov’era stata proposta con referendum (Francia e Olanda) perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby europee. ll loro progetto prevede di lasciare la Costituzione Europea immutata e, di chiamarla Trattato per evitare il referendum. Poi, per non far capire al cittadino che nulla è cambiato di sostanziale in quel testo, lo rendono illeggibile inserendo migliaia di rinvii ad altre leggi e note a piè pagina, come hanno confessato: l’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”; il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde: “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”; il nostro Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibileFosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.

Nel 2007 tutto è pronto e il 13 dicembre i capi di governo si riuniscono a Lisbona per firmare il Trattato, ovvero la Costituzione Europea bocciata nel 2005 e resa illeggibile.

Il parlamento italiano ratifica il trattato di Lisbona l’8 agosto del 2008, approfittando della distrazione dei cittadini in piena settimana di ferragosto. Nessuno spiega adeguatamente cosa comporti la ratifica del Trattato, ed i media, ancora una volta, tacciono.

In realtà con quella ratifica abbiamo ceduto la nostra sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi ( Commissione e Consiglio dei Ministri) che non verranno eletti dai cittadini. Il solo organo eletto dai cittadini, il Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere.

Dal 2011 in poi avviene quello che è stato ampiamente illustrato nei capitoli precedenti per dare continuità al piano di conquista e alla dittatura finanziaria sempre ad opera di uomini imposti dalle stesse organizzazioni.

I tanti modi per ridurre il rapporto debito/PIL

di Alessandro Bonetti – 7 Febbraio 2019 lintellettualedissidente.it

Christine Lagarde attacca l'Italia ma il suo passato non glielo permette

Come rispondere, con poche nozioni di politica economica, ai tanti profeti dell’austerità.

Nel dibattito corrente siamo ormai assuefatti all’idea che il debito pubblico sia la causa principale dei problemi del nostro Paese. Tale affermazione, che ormai si sente ripetere come un dogma in ogni talk show, è manifestamente semplicistica e ignora che l’elevato debito pubblico è solo un sintomo della situazione economica negativa in cui versa l’Italia. Ricordiamo a beneficio dei lettori che storicamente la crisi che abbiamo attraversato è stata originata dal debito privato: solo successivamente si è trasformata in una crisi di debito pubblico.

Un’altra affermazione erronea ma ricorrente è che per ridurre il rapporto debito/Pil è necessaria l’austerità. Certi commentatori ed economisti presentano questa soluzione come l’unica via percorribile e alcuni addirittura si spingono ad affermare che l’austerità, oltre a ridurre il peso del debito, stimolerebbe la crescita: altra ipotesi smentita dai dati. Ma davvero l’austerità è l’unico modo per diminuire il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo? Basta qualche nozione di politica economica per sapere che non è così.

Il nostro intento non è quello di discutere se l’austerità sia il modo corretto di intraprendere un percorso di riduzione del debito pubblico (o meglio, del debito/Pil), bensì quello di dimostrare che essa non è l’unico strumento disponibile ai governi.

Va fatta innanzitutto una premessa. Il rapporto debito/Pil è appunto un rapporto: vi è un numeratore (il debito del Paese) e un denominatore (il prodotto interno lordo). Per ridurre questo rapporto, e quindi facilitare la sostenibilità del debito, si può agire sul numeratore, riducendolo, o sul denominatore, aumentandolo.

Nel corso della storia sono stati usati vari mezzi per ridurre il rapporto debito/Pil, raggruppabili in 5 classi:

1) Consolidamento fiscale (o austerità). Si agisce sul numeratore, tentando di ridurre il valore nominale del debito attraverso maggiori avanzi di bilancio. Tuttavia, queste misure potrebbero diminuire anche il denominatore, ossia il Pil, soprattutto in tempi di recessione;

2) Default o ristrutturazione del debito. Anche in tal caso si lavora sul numeratore. Possibili inconvenienti: in caso di default dichiarato dallo Stato, si perderebbe quasi certamente la fiducia degli investitori per un periodo più o meno prolungato, a seconda dell’efficacia della politica economica attuata nella fase post-default. Le operazioni di ristrutturazione invece sono spesso dolorose e possono comprendere dure riforme strutturali (vedasi Grecia);

3) Politiche che stimolano la crescita. In questo caso si agisce sul denominatore: lo Stato interviene con iniziative di sostegno alla produzione. Un esempio è una maggiore spesa pubblica in investimenti che stimolino la crescita del Pil in misura tale da controbilanciare l’aumento del debito;

4) Politica monetaria. In tal caso si agisce sia sul numeratore sia sul denominatore. In pratica si inietta una maggiore quantità di moneta nell’economia, cercando di perseguire i seguenti effetti: 

• una maggiore crescita del Pil nel breve periodo (aumento del denominatore);

• inflazione a sorpresa che riduce i tassi di interesse reali sul debito;

• maggiori ricavi da signoraggio (cioè si finanzia il debito non con avanzi di bilancio, ma con l’emissione di moneta, riducendone così il valore nominale);

5) Repressione finanziaria. Analizziamo più a fondo questo ultimo strumento. La frase incute timore, ma il concetto non è terribile come potrebbe apparire. In sostanza esso consiste nello spingere i tassi di interesse verso livelli artificialmente bassi, in modo da ridurre il costo di finanziamento del debito: l’obiettivo è aumentare il differenziale fra tassi di interesse e tassi di crescita e provocare così una riduzione del rapporto debito/Pil. Questa politica coinvolge diversi strumenti. I principali sono:

• tetti espliciti o impliciti sui tassi di interesse, per esempio attraverso l’acquisto da parte della Banca Centrale di titoli di Stato (ogni riferimento al quantitative easing è puramente voluto);

• creazione di una captive audience a livello nazionale, un “pubblico costretto” di investitori che assicura una domanda di debito pubblico stabile e costante nel tempo, facilitandone così le condizioni di finanziamento. Tale finalità può essere perseguita anche attraverso restrizioni ai movimenti di capitali e controlli sui cambi.

La repressione finanziaria è stata usata per ridurre il debito in molti Paesi dalla II guerra mondiale all’inizio degli anni ’80, quando furono liberalizzati i movimenti di capitali. Ma non è una semplice curiosità storica. Anche oggi qualcosa di simile sta avvenendo con il quantitative easing e con gli incentivi dati dalla BCE alle banche domestiche per detenere titoli. 

E nel 2016 Blanchard, ex capo economista del FMI, ebbe ad affermare: 

Restrizioni sui flussi di capitale sono stati e sono uno strumento più naturale per fare avanzare gli obiettivi della stabilità macroeconomica e finanziaria.

Osserviamo questo grafico, tratto da un paper del Fondo Monetario Internazionale intitolato “Reducing debt short of default” e pubblicato nel 2018. Il grafico mostra gli episodi di riduzione del debito non dovuti a default e i fattori che vi hanno contribuito.

Si osserva come nel corso dei decenni il differenziale fra tasso di interesse e tasso di crescita (indicato in blu) abbia contribuito alla riduzione del debito in misura ben maggiore dei surplus primari (ossia, volgarmente, dell’austerità, indicata in rosso). Fra il 1945 e il 1970 nelle economie avanzate (advanced economies o AEs)questo risultato fu ottenuto in larga parte grazie a repressione finanziaria, elevata crescita e inflazione persistenteDagli anni ’70, invece, nei Paesi avanzati vi sono stati pochi episodi di sostanziose riduzioni del debito. Essi si sono basati soprattutto su misure di austerità. In queste occasioni l’inflazione era bassa e il differenziale fra tassi di crescita e di interesse era vicino allo zero.

Le altre due sezioni del grafico si riferiscono a mercati emergenti (EMs) e Paesi a basso reddito (LICs). Qui non ci interessa analizzarli in dettaglio, anche se si osserva che pure in questi casi un ruolo decisivo è stato giocato dal differenziale “interessi-crescita”, più che dal consolidamento fiscale.

Non esiste solo l’austerità, dunque. La vera alternativa è ampliare e sfruttare il differenziale fra tasso di crescita e tasso di interesse (interest-growth differential) e vi sono vari modi per farlo, come abbiamo visto. Vi è un’ampia gamma di strumenti che i decisori politici possono utilizzare per ridurre il rapporto debito/Pil. Quali vengano scelti dipende anche dai rapporti di forza e dagli obiettivi che le classi dirigenti intendono perseguire. Senz’altro l’austerità è compatibile con una riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia. Ma oggi, forse, serve qualcosa di diverso.

Banche: Moody’s, recessione prolungata può pesare su capitale

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Un rallentamento dell’economia italiana, in particolare se la contrazione del Pil dovesse durare per più trimestri, avrebbe conseguenze negative per le banche della Penisola compresi impatti sulle performance, afflussi più elevati di prestiti in sofferenza e, in ultima analisi, impatti sul capitale. 

Le banche italiane, spiega un report di Moody’s, hanno bisogno di un ambiente economico favorevole per perseguire con successo il loro de-risking, ridurre gli sforzi e mantenere l’afflusso di Npl a livelli ragionevoli. 

Le condizioni del contesto sono anche fondamentali per garantire una sostenuta propensione degli investitori verso gli Npl italiani, per cui 

una grave recessione economica rappresenterebbe una minaccia. 

La crisi economica dell’Italia del 2008 ha provocato un aumento dei prestiti non performing (Npl) che ha raggiunto un picco di oltre 340 miliardi di euro nel 2015, ha colpito materialmente tutte le banche e ha portato a qualche fallimento bancario. L’afflusso di nuovi Npl ha iniziato a diminuire e l’economia si è ripresa a partire dal 2013, tornando ai livelli pre-crisi lo scorso anno. Anche se il flusso di Npl è tornato ai livelli pre-crisi, lo stock di Npl rimane elevato a poco meno di 200 miliardi di euro, contro circa gli 80 miliardi di euro del 2008. 

red/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 07, 2019 11:11 ET (16:11 GMT)

Guido Roberto Vitale e le battaglie per un’Italia migliore

di firstonline.info 7.2.19

Finanziere, innovatore, convinto liberal-democratico, Guido Roberto Vitale ci mancherà molto in questa fase politica ed economica di estremo pericolo. C’è da augurarsi che molti seguano la sua scia per tenere alta la modernizzazione del Paese

Guido Roberto Vitale e le battaglie per un’Italia migliore

Con Guido Roberto Vitale eravamo amici. Non una semplice conoscenza di lavoro tra un giornalista economico ed un finanziere. Negli anni settanta a Milano eravamo entrambi giovani e cercavamo di innovare il modo di fare giornalismo e la foresta pietrificata della finanza. Una delle prime importanti operazioni che lui ha seguito è stata la conquista da parte di Carlo De Benedetti della Olivetti. Come giornalista avevo in lui una preziosa fonte di informazioni. Io non tradivo la sua fiducia, ma in cambio lui non mi rifilava “polpette avvelenate”, cioè notizie false o distorte.
  Da allora ci siamo sempre frequentati con maggiore o minore intensità , e gli argomenti dei nostri incontri si sono via via ampliati dalla finanza, agli assetti economici complessivi dell’Italia e alle questioni più squisitamente politiche specie negli ultimi tempi quando era necessario interrogarsi sulle ragioni profonde che avevano condotto il paese nelle mani di un governo populista e sovranista, quanto di più lontano si possa immaginare dalla nostra cultura e dalle nostre convinzioni liberal-democratiche.
   Guido Roberto aveva individuato già da molti anni nella debolezza della borghesia italiana, oggi si direbbe dell’élite, una delle cause principali del mancato consolidamento del grande balzo in avanti fatto dal nostro paese nel secondo dopoguerra. Una borghesia debole non tanto economicamente quanto sotto il profilo culturale e politico. Non è questione di capitalisti senza capitali, ma al contrario di capitali senza imprenditori. L’ultimo libro edito dalla Vitale&Co, presentato appena due settimane fa nella milanesissima Società del Giardino in una affollatissima sala composta anche da molti giovani, individua  tra i mali dell’ Italia proprio la ritrosia degli imprenditori verso l’innovazione non solo delle tecnologie di fabbrica, quanto dei rapporti con la finanza e con la politica.
  Insomma troppi imprenditori italiani hanno cercato rifugio presso una finanza protettiva, come era quella della Mediobanca di Cuccia o verso un mondo politico disposto a dare sostegni, in cambio di non essere disturbato nei propri giochi per il potere e nella coltivazione delle proprie clientele. Ma è stata una pratica miope che ha portato alla scomparsa delle grandi aziende, per fortuna sostituite da una serie di medie imprese che hanno saputo conquistare i mercati internazionali e che da sole consentono un forte attivo della nostra bilancia commerciale.
  L’economia di mercato ed il capitalismo sono l’unico sistema capace di fare uscire dalla povertà milioni di persone, come ha scritto nella prefazione dell’ultimo libro da lui edito. Ma deve essere un mercato ben regolato dalla autorità pubbliche, ed un capitalismo basato su persone consapevoli di avere doveri nei confronti non solo delle loro aziende, ma anche della società nel suo complesso. Ed invece troppi guardano al beneficio immediato e trascurano le conseguenze delle loro azioni sul complesso del sistema. Troppi imprenditori che hanno raggiunto fama e ricchezza approfittano deipiccoli e grandi regali dello stato assistenziale. In troppi cercano di allontanarsi dal fisco  o dalla Giustizia italiane. Pochi ritengono loro dovere fare una battaglia per cambiare le cose, per avere delle istituzioni ben funzionanti e più trasparenti. e ciò anche se la trasparenza a volte può danneggiare i loro interessi immediati.
   Ma le ragioni del declino italiano sono molte e complesse. Purtroppo molti innovatori, come era certamente Vitale, non hanno trovato una sponda politica capace di sfidare i troppi conservatorismi, a cominciare da quelli della pubblica amministrazione e dei sindacati, e quindi le loro giuste intuizioni sono state vanificate dalle spinte corporative, quelle sì di casta, che puntavano a difendere la loro nicchia di privilegio senza accorgersi che prima o poi il declino avrebbe travolto tutti. Ogni tanto si accendeva una fiammella di speranza: compariva sulla scena un leader che sembrava adatto a fare quel rinnovamento tanto atteso. Ma poi per una ragione o l’altra questa illusione svaniva e ci si ritrovava sempre un pò più indietro. Guido Roberto Vitale ci mancherà molto, specie in una fase politica ed economica di estremo pericolo. C’è da augurasi che molti altri avranno voglia di mettersi sulla sua scia e tenere alta la bandiera della modernizzazione del paese.

CHRISTINE LAGARDE- FMI : “PEGGIO VA, MEGLIO E’”

politicamentescorretto.info 6.2.19

Quando il mondo che gira intorno al FMI va male, a noi va molto bene. E’ proprio allora che noi cominciamo a diventare estremamente attivi perché prestiamo soldi e ci guadagnamo con gli interessi e con tutte le altre voci, quindi la nostra istituzione prospera, va bene.”   “Invece quando le cose vanno bene, e ci sono anni di sviluppo come – ad esempio – fu nel periodo 2006-2007, per il FMI le cose non vanno bene, non solo finanziariamente”.  

Quando in passato abbiamo scritto che sulla base di una trascrizione di Wikileaks, il governo greco aveva capito che “c’era stato un sintomatico tentativo  del FMI di ricattare Atene – minacciando un possibile blocco del credito – per costringerlo a cedere sui tagli alle pensioni, che non voleva approvare” l’articolo ha subito fatto il giro del mondo. Anche se non è ancora stato chiarito se il FMI abbia davvero fatto questa implicita minaccia, ci troviamo a riflettere sul motivo per cui ci sia stato tanto interesse e tanta sorpresa da parte del pubblico in generale sul fatto che il FMI avrebbe potuto abbassarsi a tal punto, anche per i suoi normali standard: usare una nazione di 11 milioni di persone come cavie da laboratorio su cui fare esperimenti politici.

Ma perché tutta questa sorpresa?

Ecco  la trascrizione di una intervista di Aprile 2012 rilasciata dalla Lagarde alla Wharton school della U di Penn , nientemeno lo stesso Presidente del FMI, Lagarde,ammise che per il Fondo Monetario Internazionale “prospera” nei momenti in cui il mondo “va male” e che per considerare l’azione del FMI “sostenibile ” lo stesso fondo deve essere “molto vicino alla base della sua clientela “.

Ha aggiunto che “quando il mondo va bene e ci sono anni di crescita” come avvene nel 2006 e nel 2007, per il FMI gli anni non sono buoni finanziariamente e non solo”.

Va da sé che l’unica prerogativa della Laguarde, come il Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale è quello di assicurarsi che ” il FMI vada bene”.

L’intervista si conclude dicendo “dobbiamo essere in grado di inventare e di reinventarci in tanti modi.” E’ successo che uno di questi tanti modi di reinventarsi di fronte a “un cliente”  sia stato registrato da un nastro.

Ecco la parte interessata:

Knowledge@WhartonTra le tante cose che fate, cosa la appassiona di più? Cosa le piacerebbe veramento far succedere? Può parlare anche di una piccola cosa, non deve essere necessariamente qualcosa di importante. Cosa anima veramente il suo cuore?

Lagarde:  E’ piuttosto complicato. Credo che questa sia una cosa importante … che questa sia la mia vera preoccupazione. Vedete, questa è una istituzione molto affascinante perché è completamente controcorrente: “Quando il mondo che gira intorno al FMI va male, a noi va molto bene. E’ proprio allora che noi cominciamo a diventare estremamente attivi perché prestiamo soldi e ci guadagnamo con gli interessi e con tutte le altre voci, quindi la nostra istituzione prospera, va bene.” 

” Invece quando le cose vanno bene, e ci sono anni di sviluppo come – ad esempio – fu nel periodo 2006-2007, per il FMI le cose non vanno bene, non solo finanziariamente”.  

Questa istituzione è un affascinante mix di quasi tutti i paesi del mondo che – per essere sostenibile – deve avere come obiettivo, trascendere tutte le rispettive politiche e strategie nazionali ed essere molto agile, sempre in contatto con i paesi aderenti, con la base della clientela, se vogliamo chiamarla così. Dobbiamo saperci inventare e reinventare in molti modi. Così, come stavo spiegando come stia cambiando il sistema di sorveglianza da bilaterale a multilaterale, se mettiamo a fuoco qualcosa più da vicino, vediamo che tutto è olistico – tutto è correlato – e questo è esattamente quello di cui stiamo parlando.

da news-info alternativa

FALLISCE IL GIANDUIOTTO DEI SAVOIA.

andreagiacobino.com 7.2.19

Fine amarissima per il più noto cioccolato torinese. Vittoria Nosengo, giudice delegato del tribunale del capoluogo piemontese, ha infatti dichiarato il fallimento della Jacopey Cioccolato Peyrano srl, nominando curatore Edith Lo Mungo commissario. Il magistrato è lo stesso che pure qualche mese fa aveva concesso all’azienda il concordato con riserva accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati Andrea Bettini e Filippo Pastorini. La società, sita in Corso Moncalieri a Torino, era stata ripresa in mano da Bruna e Giorgio Peyrano tra il 2010 e il 2011, dopo il fallimento della società legata al gruppo napoletano Maione (che nel 2002 aveva rilevato marchio, negozi e laboratorio) con l’obiettivo di riportare il cioccolato di Peyrano, il laboratorio fondato nel cuore di Torino da Antonio Peyrano nel 1915 da cui uscivano anche i Gianduiotti per Casa Savoia, tra i brand del made in Italy che conta. Nell’ultimo triennio il fatturato è calato sensibilmente dagli 1,1 milioni di euro del 2015 ai 724 mila euro del 2017, ma la società è stata messa in ginocchio dalla mole dei debiti pari a 4,9 milioni di cui 2 milioni verso banche e 1,6 verso Inps ed erario. L’ultima situazione patrimoniale al 30 novembre scorso presentava un patrimonio netto negativo di oltre 3 milioni e non sono andati a buon fine i tentativi di vendita del ramo d’azienda.

 

Unicredit: rimpasto al vertice (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Alla vigilia dei conti 2018 Unicredit rivisita profondamente la prima linea. Ieri la banca di piazza Gae Aulenti ha annunciato il nuovo assetto di vertice, disegnato direttamente dall’amministratore delegato Jean Pierre Mustier. Il banchiere ha semplificato l’organigramma, eliminando alcune funzioni e cambiando destinazione alla maggior parte dei top manager per tenere più saldamente le redini nel delicato periodo di gestazione del piano industriale. La strategia 2020-23 sarà infatti presentata il prossimo 3 dicembre a Londra e il lavoro entrerà nel vivo già nelle prossime settimane. Il nuovo organigramma è stato concepito proprio in vista di queste scadenze e potrebbe ricevere qualche ulteriore messa a punto nelle prossime settimane per diventare effettivo entro la fine di marzo. 

Scompare la figura del direttore generale, carica ricoperta finora da Gianni Franco Papa, scrive MF. Il banchiere, in Unicredit da 39 anni, sarà uno degli ultimi manager della vecchia guardia a lasciare l’istituto dove finora è stato l’alfiere dell’amministratore delegato e il supervisore di tutte le aree di business. Papa si dimetterà con efficacia dal 1° giugno e lascerà anche la presidenza del consiglio di sorveglianza di Unicredit Bank, mentre continuerà a mantenere la stessa posizione in Unicredit Bank Austria. Con la sua uscita Mustier avrà a riporto diretto tutte le funzioni principali, dal commerciale all’operations. Nel dettaglio il commercial banking sarà sdoppiato in area Western Europe e area Central Eastern Europe: la prima sarà guidata dall’attuale co-chief operating officer Francesco Giordano e da Olivier Khayat, ex collega di Mustier nell’area capital markets di Societé Generale e in Unicredit e oggi al vertice del Cib con Gianfranco Bisagni. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 07, 2019 02:10 ET (07:10 GMT)

SPILLO/ Euro e Tabellini, gli autogol di Draghi e Cottarelli

Alcune recenti dichiarazioni di Mario Draghi e Carlo Cottarelli sembrano scontrarsi con la realtà o con il rivelarsi un autogol

07.02.2019 – Giovanni Passali il sussidiario.net

mario_draghi_bce_lapresse_2016
Mario Draghi (Lapresse)

E ci risiamo. Draghi parla e ribadisce i termini di un tema che gli è molto caro: gli stati che hanno un debito troppo alto perdono sovranità. Il problema è che questa descrizione della realtà cozza contro i dati della stessa realtà. Basti pensare a situazioni recenti e consolidate. Il debito pubblico su Pil del Venezuela è circa il 23%, quello del Giappone è dieci volte tanto, circa 230%. Chi dei due ha la sovranità a rischio? E gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Ma ormai, visto che siamo all’ennesima dichiarazione, occorre essere coscienti che quello che si vuole instillare nella mente della popolazione è un riflesso inconscio, un’informazione consolidata che viene affermata istintivamente, non per vera conoscenza della realtà. Come per esempio quando nel passato per anni ci hanno detto e ridetto che “l’inflazione è cattiva”, “l’inflazione è una tassa nascosta” (così nascosta male che la sanno tutti), “l’inflazione impoverisce la povera gente” (mentre colpisce chi ha denaro e invece non riguarda chi ha una casa).

E così ora il nuovo mantra (o la nuova serie, da quando c’è l’euro) è qualcosa del tipo “non possiamo tornare indietro, non possiamo tornare alle monete nazionali, non possiamo affrontare da soli le sfide della globalizzazione” e però i paesi europei che non hanno l’euro da 20 anni crescono meglio e sono usciti prima dalla crisi; “se stampi moneta crei inflazione”, poi però tre economisti italiani nel 2007 hanno scritto un paper (pubblicato da Bankitalia) nel quale rispondono alla domanda “come mai, visto che la Bce stampa moneta in eccesso, non abbiamo inflazione?” (e la risposta è stata; perché la moneta in eccesso stampata dalla Bce non è finita a famiglie e imprese ma sui mercati finanziari); “occorre rispettare le regole”, ma poi nessuno spiega perché la stessa Bce (seguita dalla banca centrale tedesca) queste regole non le rispetta, stampando moneta in eccesso (aggregato monetario M3, da regola al 4,5% annuo, ma che la Bce ha portato fino al folle +12% nel 2007; poi è scoppiata la crisi e si sono dovuti calmare).

Per la precisione Draghi, in un’audizione al Parlamento europeo, ha affermato che “un debito pubblico elevato riduce la sovranità nazionale di un Paese perché l’ultima parola nel giudicare i conti pubblici è affidata ai mercati, istituzioni non elette, fuori dal quadro democratico”. La realtà è che l’attuale architettura europea è colpevole di aver creato queste condizioni, cioè colpevole di aver creato la situazione per cui il debito è un problema, lo spread è un problema e il problema è il “gradimento” (cioè gli interessi) della speculazione finanziaria. È colpevole di far dipendere la sorte di uno Stato da “istituzioni non elette, fuori dal quadro democratico”.

Al contrario, un Paese che ha la sovranità (soprattutto quella monetaria) e ha un’economia sostanzialmente sana può fronteggiare benissimo problemi come il debito e l’eventuale spread. Ripeto l’esempio del Giappone, non perché quel Paese sia il paradiso terrestre, ma perché è l’esempio lampante di un Paese che, con tutti i suoi limiti (e le sue virtù), non ha certamente il problema del debito eccessivo (ha un grossissimo debito, ma non è un problema) e non ha certamente il problema della disoccupazione. E lo Stato non ha alcun problema a finanziarsi sul mercato.

Ma ora sono passati venti anni. Abbiamo venti anni di esperienza “sul campo” di moneta unica e quello che prima poteva essere una rispettabile opinione sbagliata ora è diventata una palese negazione della realtà. E così tocca sentire Draghi affermare: “La moneta unica ha rafforzato l’occupazione e diminuito la disoccupazione…”. Roba da matti! E un personaggio del genere guida la Bce, sostenuto da tutti i poteri che contano in Europa. Visto il tasso di disoccupazione dei diversi paesi europei che hanno l’euro e confrontandoli con quelli che non hanno l’euro, è chiaro che ci troviamo di fronte a un caso evidente di malafede. Malafede che mi è stata confermata da un “litigio” che recentemente ho avuto via email con un economista.

Infatti, chi sostiene la necessità della moneta unica è anche sostenitore dell’idea (o meglio della ideologia) secondo la quale lo strumento monetario è in qualche modo solo uno strumento al servizio dell’economia; quindi se l’economia ha dei problemi questi sono da ricercare in altri fattori, come la mancanza di riforme (ma ‘ste riforme mancano sempre?), la corruzione, la burocrazia, ecc. Questo è lo stesso tipo di risposta che ha tentato di provare l’ignoranza dei politici grillini sulla questione del Franco Cfa, citando i dati di crescita (del Pil) e affermando che in fondo sono omogenei con altri paesi africani (ma senza tenere conto e paragonare altro come il Pil pro capite, la speranza di vita alla nascita o il numero dei colpi di stato: brillante esempio di limitazione di sovranità applicata).

Ebbene, ora abbiamo la prova evidente della malafede perché la menzogna è una tripla menzogna. Prima mentono affermando che la moneta è solo uno strumento tecnico e che la situazione dell’economia reale, come la disoccupazione, dipende da altri fattori. Poi mentono quando compiono le operazioni più illegittime con la scusa che la Bce deve rispettare l’obiettivo di un’inflazione prossima e inferiore al 2% (ma non era cattiva l’inflazione? Ora che è inferiore, perché bisognerebbe alzarla a tutti i costi?) e si sono messi a stampare fiumi di denaro, però dicendo che gli Stati non possono farlo perché altrimenti si metterebbero a stampare fiumi di denaro.

Quindi, dopo aver distrutto i bilanci degli Stati (e nello stesso periodo, che strano, si gonfiano i bilanci delle banche centrali) e aver provocato di riflesso milioni di disoccupati, ora arrivano alla faccia tosta (e alla menzogna) di affermare che la crescita dell’occupazione è merito loro. La cosa triste è dover ascoltare o leggere queste dichiarazioni senza che vi sia il minimo contraddittorio e senza che nessuno (in Italia o all’estero) senta la necessità di obiettare a un simile cumulo di menzogne e antiverità economiche.

Come accennato sopra, ho avuto un “bisticcio” via email con un economista perché in un suo articolo se l’è presa con i Comuni di Torino e Roma (l’ho detto, il tiro al bersaglio del politico grillino è uno sport diffuso, per il quale però i grillini offrono generosamente numerosi bersagli…) perché starebbero per implementare una moneta locale. E in questo caso la menzogna è diffusa come idea che “una moneta priva di qualsiasi requisito economico-finanziario, come quella ideata per i Comuni di Roma e Torino, rappresenta la negazione del principio economico-finanziario che sottende la valutazione stessa delle valute”.

In questo caso la menzogna è su cosa sia una moneta e su quella che è la sua natura intrinseca. La moneta (l’ho già detto un milione di volte nei miei articoli) è fiducia sociale che si “materializza” in uno strumento utile per l’economia reale. Poi si possono dire mille altre cose sulla moneta, ma questo è il dato fondamentale, non un qualche astratto “principio economico finanziario che sottende la valutazione stessa…”. Tutti i sistemi di Moneta complementare nascono per la fiducia di chi li adotta (e spesso come reazione di sfiducia nei sistemi monetari ufficiali, che non risolvono o non risolvono più i problemi reali). La cancellazione delle monete nazionali ha lasciato uno spazio vuoto, che ora tende a essere riempito da iniziative di questo tipo, che effettivamente si stanno moltiplicando in tutta Europa, dalla ricca Germania alla povera Grecia. Addirittura in alcuni articoli si è parlato di boom delle Monete complementari in Europa.

In questi tempi siamo in guerra (anche questo l’ho detto un milione di volte), una guerra scatenata dai poteri finanziari contro i popoli nella quale le istituzioni finanziarie fanno le belle statuine (nella migliore delle ipotesi) o collaborano attivamente alla sottomissione dei popoli. In questo quadro i politici e gli economisti sono destinati a ruoli marginali, dai quali talvolta qualcuno tenta di emergere con soluzioni solo di facciata. Che sappia quello che dice o non lo sappia, a questo punto, è solo una cosa marginale. Diciamo che se una menzogna la dice un politico, probabilmente è uno che non capisce di economia. Se invece la dice uno che dovrebbe essere esperto di economia, probabilmente è in completa malafede.

E come si fa a non pensare alla malafede quando si legge di Cottarelli che se la prende con l’informazione sul signoraggio fatta da Raidue? E come si fa a non pensare alla malafede quando lo stesso, per sostenere le solite bizzarre idee (che alla fine conducono all’austerità e alla rovina economica) e contro ogni idea di sovranità monetaria, vorrebbe che si facesse informazione economica portando in studio Tabellini, per esempio?

Guido Tabellini è un economista serio, uno che non parla a seconda del vento politico; ex rettore della Bocconi, ha pure una caratura scientifica non discutibile. E da par suo non ha avuto problemi nel 2014 ad affermare che “se dovessimo tornare in una grave situazione di crisi finanziaria, cosa possibile, io credo che l’alternativa preferibile sia l’uscita dall’euro e non la ristrutturazione del debito”. E lo stesso Tabellini a suo tempo scrisse un articoloconsiderando la necessità di tornare ad una piena proprietà dello Stato riguardo Bankitalia. E concludeva affermando: “In queste settimane, alcuni banchieri hanno sdegnosamente smentito l’esistenza di intrecci tra banche e politica. Ecco un’occasione per verificare se davvero la politica ha la forza per imporsi sugli interessi delle banche e risolvere una volta per tutte la questione”.

Evidentemente quell’occasione (Tabellini scriveva nel 2007) è stata persa dalla politica. Ma è una soluzione sempre possibile. Da questo si capisce l’affanno, come quello di Cottarelli, di difendere quello che per loro è un dogma (potremmo chiamarlo “il dogma dell’indipendenza della banca centrale”). E si capisce la malafede di chi, dopo venti anni di euro e oltre dieci anni di crisi, ancora difende questa architettura monetaria basata su qualche astratto e indimostrato “principio economico finanziario”. O invocando Tabellini, tanto per sciacquarsi la bocca.

E ci risiamo. Draghi parla e ribadisce i termini di un tema che gli è molto caro: gli stati che hanno un debito troppo alto perdono sovranità. Il problema è che questa descrizione della realtà cozza contro i dati della stessa realtà. Basti pensare a situazioni recenti e consolidate. Il debito pubblico su Pil del Venezuela è circa il 23%, quello del Giappone è dieci volte tanto, circa 230%. Chi dei due ha la sovranità a rischio? E gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Ma ormai, visto che siamo all’ennesima dichiarazione, occorre essere coscienti che quello che si vuole instillare nella mente della popolazione è un riflesso inconscio, un’informazione consolidata che viene affermata istintivamente, non per vera conoscenza della realtà. Come per esempio quando nel passato per anni ci hanno detto e ridetto che “l’inflazione è cattiva”, “l’inflazione è una tassa nascosta” (così nascosta male che la sanno tutti), “l’inflazione impoverisce la povera gente” (mentre colpisce chi ha denaro e invece non riguarda chi ha una casa).

E così ora il nuovo mantra (o la nuova serie, da quando c’è l’euro) è qualcosa del tipo “non possiamo tornare indietro, non possiamo tornare alle monete nazionali, non possiamo affrontare da soli le sfide della globalizzazione” e però i paesi europei che non hanno l’euro da 20 anni crescono meglio e sono usciti prima dalla crisi; “se stampi moneta crei inflazione”, poi però tre economisti italiani nel 2007 hanno scritto un paper (pubblicato da Bankitalia) nel quale rispondono alla domanda “come mai, visto che la Bce stampa moneta in eccesso, non abbiamo inflazione?” (e la risposta è stata; perché la moneta in eccesso stampata dalla Bce non è finita a famiglie e imprese ma sui mercati finanziari); “occorre rispettare le regole”, ma poi nessuno spiega perché la stessa Bce (seguita dalla banca centrale tedesca) queste regole non le rispetta, stampando moneta in eccesso (aggregato monetario M3, da regola al 4,5% annuo, ma che la Bce ha portato fino al folle +12% nel 2007; poi è scoppiata la crisi e si sono dovuti calmare).

Per la precisione Draghi, in un’audizione al Parlamento europeo, ha affermato che “un debito pubblico elevato riduce la sovranità nazionale di un Paese perché l’ultima parola nel giudicare i conti pubblici è affidata ai mercati, istituzioni non elette, fuori dal quadro democratico”. La realtà è che l’attuale architettura europea è colpevole di aver creato queste condizioni, cioè colpevole di aver creato la situazione per cui il debito è un problema, lo spread è un problema e il problema è il “gradimento” (cioè gli interessi) della speculazione finanziaria. È colpevole di far dipendere la sorte di uno Stato da “istituzioni non elette, fuori dal quadro democratico”.

Al contrario, un Paese che ha la sovranità (soprattutto quella monetaria) e ha un’economia sostanzialmente sana può fronteggiare benissimo problemi come il debito e l’eventuale spread. Ripeto l’esempio del Giappone, non perché quel Paese sia il paradiso terrestre, ma perché è l’esempio lampante di un Paese che, con tutti i suoi limiti (e le sue virtù), non ha certamente il problema del debito eccessivo (ha un grossissimo debito, ma non è un problema) e non ha certamente il problema della disoccupazione. E lo Stato non ha alcun problema a finanziarsi sul mercato.

Ma ora sono passati venti anni. Abbiamo venti anni di esperienza “sul campo” di moneta unica e quello che prima poteva essere una rispettabile opinione sbagliata ora è diventata una palese negazione della realtà. E così tocca sentire Draghi affermare: “La moneta unica ha rafforzato l’occupazione e diminuito la disoccupazione…”. Roba da matti! E un personaggio del genere guida la Bce, sostenuto da tutti i poteri che contano in Europa. Visto il tasso di disoccupazione dei diversi paesi europei che hanno l’euro e confrontandoli con quelli che non hanno l’euro, è chiaro che ci troviamo di fronte a un caso evidente di malafede. Malafede che mi è stata confermata da un “litigio” che recentemente ho avuto via email con un economista.

Infatti, chi sostiene la necessità della moneta unica è anche sostenitore dell’idea (o meglio della ideologia) secondo la quale lo strumento monetario è in qualche modo solo uno strumento al servizio dell’economia; quindi se l’economia ha dei problemi questi sono da ricercare in altri fattori, come la mancanza di riforme (ma ‘ste riforme mancano sempre?), la corruzione, la burocrazia, ecc. Questo è lo stesso tipo di risposta che ha tentato di provare l’ignoranza dei politici grillini sulla questione del Franco Cfa, citando i dati di crescita (del Pil) e affermando che in fondo sono omogenei con altri paesi africani (ma senza tenere conto e paragonare altro come il Pil pro capite, la speranza di vita alla nascita o il numero dei colpi di stato: brillante esempio di limitazione di sovranità applicata).

Ebbene, ora abbiamo la prova evidente della malafede perché la menzogna è una tripla menzogna. Prima mentono affermando che la moneta è solo uno strumento tecnico e che la situazione dell’economia reale, come la disoccupazione, dipende da altri fattori. Poi mentono quando compiono le operazioni più illegittime con la scusa che la Bce deve rispettare l’obiettivo di un’inflazione prossima e inferiore al 2% (ma non era cattiva l’inflazione? Ora che è inferiore, perché bisognerebbe alzarla a tutti i costi?) e si sono messi a stampare fiumi di denaro, però dicendo che gli Stati non possono farlo perché altrimenti si metterebbero a stampare fiumi di denaro.

Quindi, dopo aver distrutto i bilanci degli Stati (e nello stesso periodo, che strano, si gonfiano i bilanci delle banche centrali) e aver provocato di riflesso milioni di disoccupati, ora arrivano alla faccia tosta (e alla menzogna) di affermare che la crescita dell’occupazione è merito loro. La cosa triste è dover ascoltare o leggere queste dichiarazioni senza che vi sia il minimo contraddittorio e senza che nessuno (in Italia o all’estero) senta la necessità di obiettare a un simile cumulo di menzogne e antiverità economiche.

Come accennato sopra, ho avuto un “bisticcio” via email con un economista perché in un suo articolo se l’è presa con i Comuni di Torino e Roma (l’ho detto, il tiro al bersaglio del politico grillino è uno sport diffuso, per il quale però i grillini offrono generosamente numerosi bersagli…) perché starebbero per implementare una moneta locale. E in questo caso la menzogna è diffusa come idea che “una moneta priva di qualsiasi requisito economico-finanziario, come quella ideata per i Comuni di Roma e Torino, rappresenta la negazione del principio economico-finanziario che sottende la valutazione stessa delle valute”.

In questo caso la menzogna è su cosa sia una moneta e su quella che è la sua natura intrinseca. La moneta (l’ho già detto un milione di volte nei miei articoli) è fiducia sociale che si “materializza” in uno strumento utile per l’economia reale. Poi si possono dire mille altre cose sulla moneta, ma questo è il dato fondamentale, non un qualche astratto “principio economico finanziario che sottende la valutazione stessa…”. Tutti i sistemi di Moneta complementare nascono per la fiducia di chi li adotta (e spesso come reazione di sfiducia nei sistemi monetari ufficiali, che non risolvono o non risolvono più i problemi reali). La cancellazione delle monete nazionali ha lasciato uno spazio vuoto, che ora tende a essere riempito da iniziative di questo tipo, che effettivamente si stanno moltiplicando in tutta Europa, dalla ricca Germania alla povera Grecia. Addirittura in alcuni articoli si è parlato di boom delle Monete complementari in Europa.

In questi tempi siamo in guerra (anche questo l’ho detto un milione di volte), una guerra scatenata dai poteri finanziari contro i popoli nella quale le istituzioni finanziarie fanno le belle statuine (nella migliore delle ipotesi) o collaborano attivamente alla sottomissione dei popoli. In questo quadro i politici e gli economisti sono destinati a ruoli marginali, dai quali talvolta qualcuno tenta di emergere con soluzioni solo di facciata. Che sappia quello che dice o non lo sappia, a questo punto, è solo una cosa marginale. Diciamo che se una menzogna la dice un politico, probabilmente è uno che non capisce di economia. Se invece la dice uno che dovrebbe essere esperto di economia, probabilmente è in completa malafede.

E come si fa a non pensare alla malafede quando si legge di Cottarelli che se la prende con l’informazione sul signoraggio fatta da Raidue? E come si fa a non pensare alla malafede quando lo stesso, per sostenere le solite bizzarre idee (che alla fine conducono all’austerità e alla rovina economica) e contro ogni idea di sovranità monetaria, vorrebbe che si facesse informazione economica portando in studio Tabellini, per esempio?

Guido Tabellini è un economista serio, uno che non parla a seconda del vento politico; ex rettore della Bocconi, ha pure una caratura scientifica non discutibile. E da par suo non ha avuto problemi nel 2014 ad affermare che “se dovessimo tornare in una grave situazione di crisi finanziaria, cosa possibile, io credo che l’alternativa preferibile sia l’uscita dall’euro e non la ristrutturazione del debito”. E lo stesso Tabellini a suo tempo scrisse un articoloconsiderando la necessità di tornare ad una piena proprietà dello Stato riguardo Bankitalia. E concludeva affermando: “In queste settimane, alcuni banchieri hanno sdegnosamente smentito l’esistenza di intrecci tra banche e politica. Ecco un’occasione per verificare se davvero la politica ha la forza per imporsi sugli interessi delle banche e risolvere una volta per tutte la questione”.

Evidentemente quell’occasione (Tabellini scriveva nel 2007) è stata persa dalla politica. Ma è una soluzione sempre possibile. Da questo si capisce l’affanno, come quello di Cottarelli, di difendere quello che per loro è un dogma (potremmo chiamarlo “il dogma dell’indipendenza della banca centrale”). E si capisce la malafede di chi, dopo venti anni di euro e oltre dieci anni di crisi, ancora difende questa architettura monetaria basata su qualche astratto e indimostrato “principio economico finanziario”. O invocando Tabellini, tanto per sciacquarsi la bocca. 

Nomura e Deutsche Bank chiamate in causa per MPS, Calvetti: dopo Ubi per Etruria toccherà a… Intesa?

Di Giovanni Coviello -6 Febbraio 2019 vicenzapiu.com

Proprio pochi giorni fa l’avv. Sergio Calvetti annunciava che il tribunale di Frosinone ha ammesso la chiamata in causa di Ubi Banca, che ha acquistato per il solito euro oltre a Carife e Carichieti anche la Nuova Banca Etruria, per i danni ai soci arrecati dalla vecchia Etruria.

E ora ne dobbiamo celebrare un altro passo positivo noi che pure in passato lo avevamo criticato per certe scelte sulle costituzioni di parte civile per BPVi e Veneto Banca, che, magari, di questo passo e con gli incespicamenti di Di Maio e Salvini sulla legge per gli indennizzi ai risparmiatori azzerati delle banche venete e delle quattro del centro Italia oltre che di altri piccoli Istituti, scopriremo come fondamentali.

il battagliero titolare dello studio Tlc Lawyers Calvetti & partners di Treviso ci, e vi, racconta, infatti, come anche il tribunale di Milano, in cui si sta celebrando un processo con 16 imputati per i danni arrecati ai clienti Mps e in cui il “nostro” tutela, al solito, molti azionisti, abbia accolto la chiamata in causa di responsabili apparentemente “terzi”, come Banca Nomura e Deutsche Bank, per operazioni in danno do chi aveva affidato i suo denari a Montepaschi di Siena.

Nella speranza che, come preannunciato da Sergio Calvetti, venga seriamente chiamata in causa Banca Intesa Sanpaolo perché, grazie anche agli utili miliardari correlati, (qui l’intervento del deputato vicentino Pierantonio Zanettin, ndr) intervenga a sostegno degli azionisti rimasti con un pugno di mosche, per giunta morte, in mano dopo che per un euro l’Istituto di Carlo Messina ha acquistato (ricevuto in omaggio?) la parte buona delle due venete, ascoltate cosa dice Calvetti.

Sulla chiamata in causa di Banca Nomura e Deutsche Bank per rispondere dei danni arrecati in MPS parla chiaro l’avv. Sergio Calvetti ma il legale si esprime con durezza anche in merito al mancato recepimento in Italia e da anni (prima col bistrattato Padoan ma ora anche col “cambiatore” Tria) della direttiva europea che esclude dai vertici bancari coloro che stiano incorrendo o siano incorsi in azioni giudiziarie da cui non sia usciti o non escano “illibati”…