Il lunedì del villaggio. Debito e prestiti deteriorati.

Roberto Pecchioli il pensiero forte.it 14.3.18

Ricordate Il sabato del villaggio, la lirica leopardiana dell’attesa gioiosa seguita dalla delusione della realtà? “Questo di sette è il più gradito giorno/ pien di speme e di gioia;/ diman tristezza e noia/ recheran l’ore/ ed al travaglio usato/ ciascuno in suo pensier farà ritorno”. La festa elettorale con le sue promesse è passata. Si torna ai fatti, nessuno ha la forza di voltare pagina.

Rientriamo nei ranghi dei poteri esterni, nel mirino di banche, UE, mercati, speculazione. Il lunedì del villaggio è particolarmente cupo; la voce più sincera è quella di Mario Monti, il Dottor Morte della giunta esecutiva che ha depredato l’Italia in conto terzi dal 2011. E’ favorevole ad un governo di larghe intese con i 5 Stelle per far digerire scelte impopolari. Traduzione: nuove cessioni di sovranità, tasse, privatizzazioni, macelleria sociale, distruzione di ciò che resta del tessuto produttivo della nazione. Il prossimo DEF – documento di economia e finanza – verrà presentato da Paolo Gentiloni a nome di un governo travolto dal voto. Conterrà molte pagine bianche; la misura più prevedibile sarà un aggiustamento da 4/5 miliardi: tagli o tasse.

I veri nodi verranno al pettine tra qualche settimana, finita l’apparente tregua elettorale concessa dai domines europoidi e finanziari. Si chiamano debito e NPL, non performing loans, i prestiti definiti pietosamente non performanti. Il debito non ha smesso di aumentare, passando dal 111 per cento rispetto al Prodotto Interno Lordo del crepuscolo di Berlusconi al 133 odierno, via Monti, Letta, Renzi. Il Tesoro deve piazzare mensilmente titoli per circa 40 miliardi, dei quali il 40 per cento va a compratori internazionali. Con il cosiddetto quantitative easing di Draghi, l’acquisto da parte di BCE ha consentito nel 2017 un interesse dello 0,63 per cento. Quest’anno pagheremo di più, ma che succederà appena il rubinetto di Francoforte si chiuderà al termine dell’era Draghi, fra pochi mesi? Il fabbisogno ci costerà di più, forse molto di più; la previsione di aumento dei tassi potrebbe altresì innescare un effetto gregge che sgonfierà la presente bolla azionaria.

Il vero incubo sono gli effetti della falsa liquidità creata da BCE, uniti all’intenzione dell’Eurotower di mandare in vigore già da aprile le nuove norme sull’ammortamento dei crediti in sofferenza. In Italia il contraccolpo è certo, e non solo per istituti come Montepaschi. I crediti difficili dovranno essere iscritti come perdite entro due anni se non assistiti da garanzie, gli altri entro otto. Diciamola tutta: diversi istituti non hanno i soldi (veri) per coprire le perdite. In più, tutti saranno indotti a restringere ulteriormente il credito, aggravando la crisi delle imprese.

Il governo, con o senza le stelle, non potrà che correre a Bruxelles e Francoforte con il cappello in mano per implorare aiuti e dilazioni. Sono in agguato, oltre alla Troika, il Meccanismo Europeo di Stabilità, i simpatici banchieri cui stiamo conferendo decine di miliardi affinché ce li prestino (!) imponendo svendite, privatizzazioni e politiche recessive, nonché i fondi avvoltoio, intenzionati a comprare al 15-20 per cento gli NPL per aggredire con i loro denti da squalo i malcapitati debitori, destinati a lasciare sul terreno beni immobili, capannoni, macchinari, i risparmi di intere vite. Parliamo di somme ingentissime, il 15 per cento di tutti gli impieghi secondo i dati ufficiali, molti di più nella valutazione corrente, almeno 250 miliardi.

Nessuna obiezione sarà tollerata, a meno di mostrare i denti, ovvero una nazione unita decisa ad accettare un certo grado di sofferenza in cambio del domani. Ipotesi del tutto improbabile. La storia italiana è una lunga vicenda di divisioni intestine, tradimenti tra connazionali, intelligenza con lo straniero nemico. Restano ineludibili alcuni punti: il rigetto del rapporto del 3 per cento tra debito e deficit pubblico; l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione; il controllo statale sulla Banca d’Italia (legge 262/2005), per ristabilire la sovranità monetaria e un rapido ritorno in mani italiane del debito; un regime di doppia moneta, tipo i mini Bot teorizzati dagli economisti Borghi e Bagnai.

Un libro dei sogni, specie dopo il voto che ci ha consegnato una radicale divaricazione di interessi tra il Nord a trazione leghista e il Sud schierato per l’assistenzialismo. Un’osservazione aritmetica: ci ossessionano con il debito che sale, segno del fallimento delle politiche della lesina, ma anche della volontà di ignorare il “moltiplicatore keynesiano”. Se aumentiamo la spesa di 10, persino attraverso lo sgangherato sussidio universale, esso andrà sommato alle altre voci del Pil. Con moltiplicatore 1,5 il PIL salirà di 15. 133 più 10 fa 143, fratto 115. Il rapporto debito/PIL scenderebbe al 124,3 per cento. E’ la prova che si può fare politica a debito, con prudenza, mettendo denaro in mano alla gente, scommettendo sul futuro.

Non accadrà, il lunedì del villaggio si preannuncia tempestoso. L’alternativa sarà la distruzione disordinata del sistema Italia o una pesante moratoria affidata alla curatela della troika. Per un governo che faccia gli interessi nazionali non resta che cambiare Paese.

BORSELLINO / LA PISTA “MAFIA-APPALTI” DENUNCIATA DA GIUFFRE’ 13 ANNI FA

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Giallo Borsellino. La pista “Mafia-Appalti” per individuare il vero movente delle strage di via D’Amelio prende sempre più corpo.

Giorni fa ha puntato i riflettori Fiammetta Borsellino ai microfoni di “Che tempo che fa”. Ferdinando Imposimato la indicò addirittura nel 1995 firmando un vero e proprio j’accuse con la relazione di minoranza alla Commissione parlamentare antimafiapresieduta da Tiziana Parenti. Ricostruzione ancor più dettagliata nel volume “Corruzione ad alta velocità” scritto nel 1998 dallo stesso Imposimato insieme a Sandro Provvisionato.

Ora stanno emergendo altre ricostruzioni fino ad oggi misconosciute.

Eccoci, ad esempio, all’audizione, sempre in Commissione Antimafia, del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci.

Paci fa riferimento all’epoca in cui Borsellino era procuratore capo a Marsala: “Allora – rammenta Paci – di quel rapporto ‘Mafia-Appalti‘ Borsellino chiese copia quando si trova ancora a Marsala. Altro dato che emerge inquietante è che spesso ci siamo soffermati a pensare a quest’aspetto, già nel 1991 Cosa nostra vuole organizzare un attentato a Paolo Borsellino a Marsala. Per quest’attentato che non va in porto muoiono due mafiosi, i fratelli D’Amico, i capi della famiglia di Marsala. Muoiono perchè si oppongono all’eliminazione di Borsellino a Marsala”.

Fiammetta Borsellino. In apertura il pentito Antonino Giuffré

Continua Paci: “Che cosa ha fatto Borsellino nel 1991 di particolare? Questo è un altro rovello che ha spesso accompagnato nei nostri approfondimenti. Paolo Borsellino viene a conoscenza del rapporto Mafia-appalti a Pantelleria. Evidentemente viene a conoscenza di quelle famose notizie che riguardano anche la De Eccher, il rapporto con imprenditori del Nord e, soprattutto, la vicenda che riguarda l’amministratore della società, comunque legato mani e piedi al mondo politico romano”. Quindi il filo rosso mafia-politica nazionale.

Non solo la Rizzani-De Eccher, comunque, fra le società più che border line nel dossier “Mafia-Appalti” finito a febbraio 1991 sulla scrivania di Giovanni Falcone e, scopriamo ora, di Borsellino a Marsala. Ma anche la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi che fa esclamare a Falcone “la mafia è entrata in Borsa”; la FondedileIcla tanto cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino; la Saiseb”. Insomma, la mafia stava penetrando in modo massiccio tra i big del mattone.

Non solo, ma nell’inchiesta di Falcone e Borsellino c’è la chicca dei maxi appalti per la TAV, quell’altra velocità che stava già diventando il colossale business degli anni a venire e su cui hanno acceso i riflettori Falcone e Borsellino. Per questo “Dovevano Morire”.

Non è certo finita, perchè del rapporto “Mafia-Appalti” come movente almeno per la strage di via D’Amelio, ha parlato anche uno dei pentiti ai quali è stata sempre riconosciuta la massima attendibilità, Antonino Giuffrè. Le sue parole pronunciate nel 2006 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catania vengono riportate nella sentenza del Borsellino quater.

Ecco cosa, già 13 anni fa, verbalizzava Giuffrè: “Un motivo è da ricercarsi, per quanto io so, nel discorso degli appalti. Perchè si sono resi conto che il dottor Borsellino era molto addentrato in questa branca, cioè in questo discorso mafia, politica e appalti. E forse alla pari del dottor Falcone”.

E ribadisce: “Il dottor Borsellino stava diventando più pericoloso di quello che addirittura si era pensato, in particolare per quanto riguarda il discorso degli appalti”.

Ricorda il fatto che la pericolosità di Borsellino era ancor più elevata perchè avrebbe potuto diventare procuratore nazionale antimafia. Quindi rammenta l’isolamento totale (anche sul fronte dei colleghi magistrati) sia di Falcone che di Borsellino.

Nella motivazione del Borsellino quater, infatti, si legge: “L’inquietante scenario descritto dal collaboratore (Giuffrè, ndr) trova precisi riscontri negli elementi di prova emersi nell’ambito del presente procedimento, che evidenziano l’isolamento creatosi intorno a Borsellino e la sua convinzione che la sua esecuzione sarebbe stata resa possibile dal comportamento stesso della magistratura”. Parole che pesano come macigni.

E ancora, tanto per chiudere i cerchi, scrivono le toghe: “Falcone e Borsellino erano pericolosi nemici di Cosa Nostra per la loro persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti”.

E poi qualcuno dubita ancora del movente “Mafia-Appalti”?

Crisi, deflazione, stagnazione, recesso? Macché, GSK e Sanofi aumentano le vendite

disinformazione.it 8.2.19


Marcello Pamio

Secondo l’Istat il 2016 è stato un anno deflattivo, cioè vi è stata una diminuzione a livello generale dei prezzi, che ha generato un incremento del potere di acquisto.
Oggi invece, sempre secondo gli esperti, siamo in recessione, che è l’opposto della crescita economica, quindi un periodo caratterizzato da livelli di attività produttiva più bassi (Pil che cala).
Infine c’è lo spread che sale e scende (a comando) più o meno come le montagne russe.
In tutto questo bailamme, estremamente funzionale al Sistema, vi è un settore industriale costante che non viene minimamente scalfito da andamenti macroeconomici.
Le industrie della chimica e farmaceutica continuano a macinare e crescere indifferentemente da tutto…

Report GSK
La GlaxoSmithKline, il gigante globale delle droghe, ha appena pubblicato il report finanziario del 2018.
Gli azionisti della GSK come Vanguard Group, BlackRock, State Street e pochissimi altri stanno certamente brindando con i migliori champagne del globo, perché l’incremento del profitto operativo è stato del 34%.

La vendita dei vaccini è aumentata addirittura del 14%, con incassi pari a 5,9 miliardi di sterline, oltre 6,7 miliardi di euro. Soltanto la vendita del nuovo vaccino contro l’herpes-zoster Shingrix ha fatto incamerare 784 milioni di sterline, quasi circa 900 milioni di euro! Stiamo parlando di un vaccino autorizzato da pochissimo tempo!
Tra un cin-cin e una tartina al caviale, forse la crème de la crème, si sta augurando che aumentino le epidemie di varicella, dato che il virus che causa il Fuoco di Sant’Antonio è lo stesso della normalissima malattia esantematica infantile?
Dico questo perché il vaccino Shingrix costa la modica cifra di 280 dollaroni verdi, per cui se aumentano le fastidiosissime infezioni, crescono anche gli utili miliardari.
Le vendite globali di farmaci sono state per 30,8 miliardi di sterline, con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente.

L’amministratore delegato Emma Walmsley ha dichiarato: «GSK ha migliorato le prestazioni operative nel 2018 con una crescita delle vendite di gruppo».
La signora Emma si è dimenticata di ringraziare pubblicamente la liceale Beatrice Lorenzin che grazie alla sua scellerata legge ha permesso a colossi come Glaxo, Sanofi e combriccola, di incrementare le vendite dei vaccini, e anche il medico Giulia Grillo che sta portando avanti le medesime linee guida.
Forse i dirigenti sono così umili e discreti che i ringraziamenti preferiscono farli privatamente, magari su qualche conto cifrato…

Oltre alla Glaxo anche alla Sanofi, i cui azionisti (gira e rigira gli stessi) stanno festeggiando con trombette, coriandoli e cotillon.
Il gigante francese ha infatti riferito che il reddito netto del quarto trimestre è raddoppiato a 254 milioni di euro rispetto ai 126 milioni di euro dell’anno precedente.

L’utile sempre netto è stato di 1,36 miliardi di euro, rispetto a 1,33 miliardi di euro.
Le vendite sono cresciute del 3,5% portando gli incassi a 9 miliardi di euro.
A trainare la locomotiva come sempre i vaccini, e i dati parlano chiaro: le vendite delle punturine per neonati (ma non solo) sono aumentate del 9,7%!

Questi dati ufficiali, smontano una volta per tutte le idiozie sparate da qualche povero mentecatto che ancora ha il coraggio di dire pubblicamente che i vaccini non rappresentano un settore redditizio!
Che alle industrie questi «farmaci biologici» non sono convenienti…

Ex Veneto Banca : chiesti 41 rinvii a giudizio

vcoazzurratv.it 8.2.19

veneto banca

A processo ex dirigenti e dipendenti dell’Istituto di credito. L’accusa è di truffa aggravata. Avrebbero consigliato l’acquisto di pacchetti finanziari senza informazioni sui profili di rischio

E’ stata fissata per il 15 maggio davanti al Gup di Verbania l’udienza preliminare per 41 imputati, dai vertici agli impiegati allo sportello delle filiali di Veneto Banca. L’accusa nei loro confronti è di truffa aggravata in concorso. Le richieste di rinvio a giudizio firmate dalla pm Sveva De Liguoro sono state accolte dal Gip che ha fissato l’udienza. I casi presi in esame nel fascicolo sono 139, per 44 persone offese, che potranno decidere se costituirsi parti civili al processo. I fatti riguardano il periodo tra il 2011 e il 2016. Secondo l’accusa, i dipendenti della banca in concorso con i vertici dell’istituto di credito avrebbero consigliato ai clienti di acquistare pacchetti finanziari senza informarli adeguatamente sui profili di rischio. Le cifre andate in fumo con la svalutazione delle azioni sono di centinaia di migliaia di euro. Il Movimento Difesa del cittadino annuncia di volersi costituire parte civile al processo, per sé e per conto dei risparmiatori assistiti. “Sempre il Movimento Difesa del Cittadino – comunica il presidente Ettore Francioli, farà partire a breve anche l’azione di risarcimento contro PriceWaterHouse and Coopers, revisori dei conti di Veneto Banca, dopo una minuziosa istruttoria ed un’analisi del materiale probatorio durata quasi tre anni”. Sono stati anche organizzati due incontri, il 12 febbraio dalle 15 alle 17,30 e il 13 dalle 10 alle 12 nella sede del Movimento Difesa del Cittadino in via Simonetta a Intra. 

 

Maria Elisa Gualandris

Posizioni nette corte: scendono gli short su UBI, fuori Atlantia

Simone Borghi finanzaonline.com 8.2.19

Dall’aggiornamento odierno (8 febbraio 2019) di Consob sulle posizioni nette corte (PNC) si apprende che il titolo più shortato a Piazza Affari è Azimutcon 6 posizioni short aperte per una quota pari al 10,34% del capitale sociale (6 PNC pari al 10,16% il 1° febbraio).

Banco BPM si guadagna il secondo gradino più alto del podio con 7 PNC pari al 7,23% del capitale (7 PNC pari all’8,13 il 1° febbraio).

UBI Banca si posiziona al terzo posto con 3 PNC per una quota pari al 5,26% del capitale (5 PNC pari al 6,45% il 1° febbraio).

Tod’s manca il podio con 5 PNC per una quota pari al 4,50% del capitale (5 PNC pari al 4,50% il 1° febbraio).

Per una visione complessiva su tutti i titoli shortati si veda la seguente tabella che mostra, in ordine decrescente, la classifica delle società quotate su Borsa Italiana in base alla quota di capitale su cui sono aperte PNC.

 

Si ricorda che le PNC sono un indicatore sinteticoche riassume le posizioni corte (ossia le vendite allo scoperto sulle azioni e le posizioni corte in strumenti finanziari derivati e altri strumenti simili) al netto delle posizioni lunghe (ossia gli acquisti di azioni e le posizioni lunghe in strumenti finanziari derivati e altri strumenti simili). Confluiscono nel calcolo delle PNC tutte le operazioni effettuate nei sopracitati strumenti finanziari, anche eseguite all’estero e/o fuori mercato. Il sito internet della Consob è pertanto l’unica fonte ufficiale e affidabile dei dati su tali posizioni.

Sono oggetto di pubblicazione le PNC che sono di entità pari o superiore allo 0,5% del capitale sociale della società quotata considerata; oppure hanno raggiunto la soglia dello 0,5% e sono state quindi pubblicate, ma successivamente sono diminuite al di sotto della soglia dello 0,5%. Queste PNC sono pubblicate un’ultima volta con l’indicazione dell’ultimo valore disponibile (sotto lo 0,5%).

 

Si segnala infine che, dall’ultimo aggiornamento del 1° febbraio, è diminuita sotto la soglia dello 0,5% la PNC in Atlantia (0,50% del capitale il 1° febbraio).

Le banche etiche rendono tre volte più di quelle tradizionali

italiachecambia.org 8.2.19

Le banche etiche rendono tre volte più di quelle sistemiche e fanno bene all’economia reale. È quanto emerge dal Rapporto sulla finanza etica e sostenibile in Europa presentato il 6 febbraio a Bruxelles dalla Fondazione Culturale di Banca Etica.


Oggi la Fondazione Culturale di Banca Etica ha presentato a Bruxelles, presso il Parlamento Europeo, uno studio sulla finanza sostenibile in Europa. Il report analizza le performance delle 23 banche etiche e sostenibili presenti in Europa (individuate come quelle aderenti alla Global Alliance for Banking o Values e alla Federazione europea delle Banche Etiche e Alternative) confrontandole con quelle delle 15 banche “sistemiche” europee individuate dall’Autorità Bancaria Europea (EBA).

A differenza di altri studi che si limitano a misurare la crescita – costante e incoraggiante, in effetti – degli asset investiti secondo criteri di sostenibilità nel Vecchio Continente, il lavoro della Fondazione Finanza Etica si distingue perché accanto al lato degli investimenti studia anche il versante del credito, misurando quanto la finanza sostenibile faccia il vero mestiere delle banche dando credito a famiglie e imprese (la cosiddetta economia reale) e sostenendo la creazione di valore e occupazione, nel rispetto dell’ambiente, della legalità e dei diritti umani. Un’analisi rigorosa che viene presentata proprio mentre la Commissione UE sta lavorando all’approvazione di un Action Plan europeo per definire regolamentare e promuovere la finanza sostenibile in Europa.    

EFC-Auswahl-Ethical-Finance-Saat-2016

I risultati
1. I risultati dello studio non lasciano spazio ad alcun dubbio: negli ultimi 10 anni – mentre l’Europa faticava e fatica ancora a riprendersi dagli effetti della crisi finanziaria scoppiata nel 2008 – le banche etiche hanno continuato a fare le banche in modo classico, raccogliendo depositi e concedendo prestiti mentre le banche sistemiche (o too big to fail)  si sono dedicate molto di più ad altre attività (investimenti in titoli, servizi finanziari, ecc.). Nel 2017 la concessione di crediti rappresentava in media quasi il 77% delle attività totali per le banche etiche e sostenibili ma solo il 40,52% per le grandi banche tradizionali.

2. Le banche etiche hanno mostrato performance migliori anche sul piano dei rendimenti: tra il 2007 e il 2017 le banche etiche e sostenibili hanno reso oltre il triplo rispetto alle banche tradizionali, con una redditività media annua (in termini di ROE-Return on Equity) del 3,98% contro l’1,23%. In effetti, fino al 2006/2007 le banche sistemiche hanno potuto godere di profitti drogati dalla speculazione e dall’indebitamento, ma poi quella fase è finita. Così mentre chi aveva contribuito alla crescita esponenziale delle masse investite in strumenti sempre più sofisticati e speculativi si è dovuto dedicare a rimettere ordine ai propri asset per non essere travolto dallo scoppio delle bolle, ritirandosi anche dal credito all’economia reale, le banche etiche hanno potuto invece svolgere al meglio il proprio compito, trovando anzi ancora più spazi di crescita.

3. Con la crisi, la crescita dei colossi bancari europei si è fermata o comunque è molto rallentata, mentre gli attivi, i depositi, i prestiti e il patrimonio netto delle banche etiche e sostenibili aumentano con percentuali intorno al 10% annuo.

Le normative e le proposte
Se le banche etiche sono strutturalmente diverse rispetto alle banche sistemiche e si sono dimostrate anche più resistenti alla crisi, è allora urgente approvare normative, a livello nazionale e in Europa, che riconoscano e premino questa diversità. La terza parte del Rapporto analizza è cambiato il sistema finanziario a dieci anni dallo scoppio della crisi, quanto pesano ancora sulle decisioni politiche le lobby della finanza e quante occasioni di riforma si siano perse per strada negli ultimi anni, con il ritorno di un vento di restaurazione preoccupante su entrambe le sponde dell’Atlantico. In particolare, il movimento della finanza etica auspica maggiore coraggio da parte della Commissione Europea che fin qui sembra volersi  concentrare sui soli aspetti ambientali, mettendo in secondo piano i criteri sociali. Un errore di prospettiva che Banca Etica, insieme a Gabv (Global Alliance for Banking on Values) e Febea (Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative) sta cercando di far modificare, grazie alla presentazione di emendamenti al progetto di riforma.

Il rapporto integrale e la sintesi si possono scaricare qui.

La festa DEGLI INVESTMENT BANKER è finita

 Felix Holtermann handelsblatt.com 8.2.19

Il settore dell’investimento bancario è sotto pressione. Anche le istituzioni francesi di successo devono risparmiare molto. Un cattivo auspicio per il centro finanziario Europa.

BNP e SocGen: il partito dei banchieri di investimenti è finito Fonte: Bertrand Gardel / hemis / laif

Quartiere finanziario La Défense

Gli istituti di Parigi hanno notevolmente ampliato l’investment banking.(Foto: Bertrand Gardel / hemis / laif)

Francoforte pudore sembra essere la forza di banchieri francesi. “Se sei un investment banker, devi capire quanto sia diversa Parigi. Lavoriamo di più. E lavoriamo meglio. Londra è seconda divisione “, dice uno di quei banchieri pieni di fiducia. Tuttavia, preferisce non leggere il suo nome sul giornale. Nel distretto finanziario di La Défense, le cui torri si innalzano verso il cielo nel punto di fuga degli Champs-Élysées, molti pensano in modo simile.

Questo è particolarmente vero per le banche di investimento e i loro commercianti. La gilda potrebbe aver avuto un periodo difficile negli anni successivi alla crisi di Francoforte, Zurigo o Milano – a Parigi, l’attività rischiosa con azioni, obbligazioni e materie prime ha davvero avuto inizio.

Allo stesso tempo, i francesi si rivelarono più intelligenti della concorrenza. Nel solo 2017, il profitto della grande banca BNP Paribas è salito a 11,3 miliardi di euro – l’investment banking ha contribuito quasi ai profitti dell’intera attività al dettaglio.

BNP controllava il 5% del commercio mondiale di obbligazioni, valute e materie prime, superando Barclays, il cane di punta di Londra ; Il trading azionario è cresciuto di 1,2 punti percentuali, più veloce di Goldman Sachs . Gli analisti hanno già definito BNP “JP Morgan of Europe”, la controparte della Wall Street Bank altamente redditizia. Anche Société Générale (SocGen) e Crédit Agricole hanno gareggiato così bene che i francesi sono presto diventati noti come “i non comuni sospetti” che hanno regolarmente superato le aspettative.

Per i “rainmaker” di Parigi, i concessionari delle grandi banche, il partito avrebbe potuto continuare all’infinito. Ma non appena ha iniziato, lei è già finita di nuovo. I nuovi numeri presentati da BNP e SocGen questa settimana stanno chiaramente erodendo la buona immagine, specialmente nell’investment banking. Persino La Défense non sfugge ai bassi tassi di interesse cronici e alla regolamentazione più severa.

Sono state perdite amare, il capo del BNP Jean-Laurent Bonnafé ha annunciato lo scorso mercoledì: nel 2018 ha rotto l’utile ante imposte della banca d’investimento rispetto al 2017 del 21 percento. BNP è lontano dal suo obiettivo precedente di generare un terzo delle sue entrate nel settore dell’investment banking. I ricavi da negoziazione di obbligazioni, valute e materie prime sono diminuiti del 15 percento nel quarto trimestre e fino al 70 percento nel commercio di titoli azionari.

Anche a SocGen è un grande meno da prenotare. L’utile netto della banca d’investimento è in realtà diminuito di un quarto rispetto al 2017. Molte attività semplicemente non ripagano nell’ambiente di mercato volatile. La crescita a medio termine e l’obiettivo di ritorno sarebbero mancati, ha detto SocGen. Anche BNP Paribas ha migliorato i suoi obiettivi a medio termine.

E, anche se le banche altrimenti guardare bene: BNP ricavi pari a 42,5 miliardi di euro e un utile netto di 7,5 miliardi di euro nel 2018 ha registrato, il rendimento del capitale è del 9,6 per cento. SocGen riporta ricavi per 25,2 miliardi di euro, un utile di 3,8 miliardi di euro e un rendimento del 9,7%. Questi sono numeri che Deutsche Bank vorrebbe con un magro profitto di 267 milioni di euro e un mini rendimento dello 0,5 percento.

In che modo le cattive notizie si allineano con gli obiettivi sbagliati delle banche francesi ai profitti ulteriori che sgorgano? La connessione è semplice. In linea di principio, le banche francesi sono solide e dipendono da un forte mercato interno. A differenza della Germania, dove Deutsche Bank e Commerzbank competono con le casse di risparmio e le banche cooperative, cinque grandi case dominano la concorrenza e stabiliscono prezzi elevati. Tuttavia, non sfuggono agli sviluppi globali.

Fare affari a proprio rischio

“Come tutte le istituzioni europee, le banche francesi soffrono del basso contesto dei tassi d’interesse. Ciò rende le operazioni bancarie tradizionali meno redditizie “, spiega Renaud Beaupain, esperto di investment banking e direttore presso la IESEG School of Management di Lille. Inoltre, i parigini, come molte istituzioni, avevano superato il “megatrend del futuro”, il digital banking. Secondo un’indagine condotta dall’agenzia di rating S & P, la Francia ha il maggior numero di filiali bancarie per abitante dopo la Spagna.

Per essere in grado di crescere comunque, le istituzioni finanziarie si sono dedicate agli investimenti bancari negli ultimi anni, in particolare nel commercio. Le banche hanno spinto i loro consulenti e commercianti al massimo delle prestazioni, con l’obiettivo di avvicinarsi ai modelli di riferimento statunitensi.BANCHE D’INVESTIMENTO, BROKER, HEDGE FUNDI vincitori e i perdenti nel mercato dei capitali

Mentre nel 2014 BNP aveva ancora generato il 22% del reddito nell’investment banking, era già oltre il 27% nel 2017. SocGen ha aumentato la sua quota da 19 a oltre il 24 percento, Crédit Agricole dal 13 al 17 percento circa. E i piani di espansione erano ancora più ambiziosi. All’inizio del 2016, il capo del BNP Bonnafé ha dichiarato: “Nel medio termine, vogliamo guadagnare due terzi nel settore bancario al dettaglio e servizi finanziari internazionali e un terzo nel settore dell’investment banking”.

Non solo il business aziendale e di consulenza è stato ampliato. Anche gli scambi di azioni, obbligazioni e materie prime sono cresciuti rapidamente, persino l’area che è stata particolarmente vilipesa dopo la crisi finanziaria: “prop trading”, che negoziava per proprio conto. I francesi hanno spinto in una lacuna qui. Concorrenti europei come Deutsche Bank, UBS e Credit Suisse si sono ritirati dal settore o, come nel caso dei giganti finanziari Unicredit e Santander, non hanno mai fatto grandi progressi.

I requisiti normativi non erano un ostacolo. Sebbene la “Regola Volcker” dal 2015 proibisca a tutte le banche la negoziazione proprietaria delle succursali negli Stati Uniti. Le banche straniere, il cui “commercio di oggetti di scena” non influenza in alcun modo gli Stati Uniti, potrebbero continuare a operare dopo la “Totus Rule” (“Totalmente fuori dagli Stati Uniti”). L’UE non dispone di un quadro giuridico unico dopo che le proposte della Commissione Liikanen sono insabbiate.

In Francia, dal 2013, si applica una legge che richiede la separazione del trading proprietario. Il cosiddetto SRAP ha lo scopo di impedire ai depositi dei clienti di finanziare attività rischiose. BNP e SocGen hanno poi esternalizzato il trading proprietario nelle controllate Opera e Descartes – la festa è proseguita.

Investment Banking

Il crollo della compravendita di azioni di BNP Paribas nel quarto trimestre del 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Fonte: BNP

“Le grandi banche volevano fare semplicemente tutto da attività bancaria tradizionale fino a komplexesten parti di investment banking”, riassume Jean-Edouard Colliard, finanza professore di HEC Montréal (HEC) di Parigi. “Spesso non è chiaro se questa espansione è stata trainata dalle economie reali di scala e di scopo, o il desiderio, come, troppo grandi per fallire ‘a comparire o di costruire un impero.”

L’inizio del 2019 è seguito da un brusco risveglio: i commercianti non consegnano più, il che non solo mette sotto pressione i profitti delle banche di investimento, ma richiede anche una nuova strategia. Il risultato sono tagli sensibili, giri bonus e licenziamenti. BNP vuole risparmiare nella banca d’investimenti entro il 2020 un totale di 1,1 miliardi di euro di costi e ridurre il capitale investito di 12 miliardi di euro.

SocGen prevede tagli per 500 milioni di euro di costi e 8 miliardi di euro di capitale. Il capo dei mercati globali Frank Drouet deve togliersi il cappello. E le sezioni di negoziazione proprietarie Opera (BNP) e Descartes (SocGen) sono state chiuse a quanto riferito. La banca americana Morgan Stanley raccomanda anche tagli più profondi in una nuova relazione. I loro analisti dicono “che gli obiettivi di crescita, redditività e rendimento delle divisioni di investment banking delle istituzioni francesi sono fuori portata, specialmente a BNP e SocGen”.COMMENTODeutsche Bank può imparare molto da BNP

Volker Brühl, professore presso il Center for Financial Studies dell’Università Goethe di Francoforte, non crede che queste cupe prospettive stiano rapidamente riprendendo: “I requisiti patrimoniali più stringenti rendono difficile ottenere ritorni elevati nel commercio. Le banche statunitensi continuano a generare risultati sufficienti nonostante i divieti di negoziazione proprietari a causa della loro presenza globale. Le banche europee, con poche eccezioni, sono più difficili “.

La strategia attuale oscilla da BNP e Co. è corretta. “Le banche tedesche e svizzere hanno tagliato gli investimenti bancari prima dei francesi. Come dimostra lo sviluppo, questa potrebbe essere stata la decisione giusta “, ritiene Bruehl. Forse ciò lascerà gli europei concentrandosi esclusivamente sul mercato interno, sull’attività di finanziamento e sulla consulenza dei clienti aziendali.

E quali sono i commercianti, i “commercianti di eliche” che stanno perdendo il lavoro? Probabilmente saranno ospitati in un’altra area in rapida crescita: banche ombra, gestori patrimoniali e hedge fund. Questi sono, dal momento che non sono ufficialmente importanti dal punto di vista sistemico, esclusi dal regolamento fino ad ora. Alcuni “produttori di pioggia” di La Défense potrebbero essere visti qui.

Chi sono (e cosa vogliono) i gilet gialli italiani

Giulia Giacobini wired.it 8.2.19

Si riuniranno a Roma sabato 9 febbraio per la prima manifestazione nazionali. Chiedono l’uscita dell’Italia dall’euro e vogliono facilitare il “licenziamento” dei ministri

giletgialli
Antonio Del Piano, tra i leader dei gilet gialli italiani. (foto da Facebook)

Sabato 9 febbraio i gilet gialli arrivano in Italia. No, non quelli francesi: stiamo parlando dei loro omologhi italiani. Si incontreranno alle 12 in piazza della Repubblica, a Roma, per la prima manifestazione ufficiale. Lo slogan della protesta è “la rivolta dei popoli contro il mondialismo”. Al momento è difficile capire quanti saranno. A guardare Facebook, si direbbe pochi: l’evento interessa a 480 persone ma mentre scriviamo solo 69, per ora, hanno dato la loro adesione. La pagina del “Coordinamento nazionale gilet gialli Italia” piace però a 12mila persone e ci sono diversi gruppi chiusi di rappresentanze regionali. Una cosa è certa: in prima fila ci sarà Antonio Del Piano, il leader del gruppo. È stato lui a registrare il dominio giletgialli.it lo scorso 24 novembre.

Gli originali francesi
I gilet gialli sono un movimento di piazza nato Oltralpe per protestare contro il rincaro delle accise sul carburante. Si chiamano così perché indossano il giubbotto catarifrangente giallo; molti di loro provengono dalla Francia rurale ma, col tempo, al gruppo si sono uniti anche i disoccupati delle città e, in generale, diverse persone che lamentano condizioni economiche peggiorate negli ultimi anni.

I gilet gialli sono nati ufficialmente il 17 novembre: giorno in cui hanno bloccato diverse strade e manifestato vicino alla stazione della metropolitana di Porte Maillot a Parigi. Da allora in poi sono scesi in piazza ogni weekend, soprattutto di sabato. In un’occasione, alcuni di loro hanno imbrattato l’Arco di Trionfo e dato fuoco a diverse macchine.

Il 5 gennaio un altro gruppetto ha cercato di forzare con il muletto l’ufficio di Benjamin Griveaux, portavoce del presidente francese Emmanuel Macron. Anche i gilet gialli sono stati vittime di violenza: Jerome Rodrigues, uno dei leader, è stato colpito all’occhio con un proiettile di gomma sparato dalla polizia.

Chi sono i gilet gialli italiani
È ancora presto per dirlo, anche se il movimento francese ha avuto da subito diversi simpatizzanti in Italia. Nel sito si legge che i gilet gialli italiani sono “donne, uomini, artigiani, lavoratori, studenti, esclusi e delusi dalla politica e sfruttati da un capitalismo incontrollato e distorto” e ancora, persone “che si vedono ormai rubare il futuro e che non possono formare o sostenere una famiglia”.

I leader, invece, si conoscono già. Uno è il già citato Antonio Del Piano. Giornalista ed ex membro del clubForza Silvio, si è candidato a sindaco di Napoli con la lista Ricomincio da 10. In un’intervista a Linkiesta, ha detto di aver parlato con Eric Drouet (leader dei gilet gialli francesi), ha definito il debito “fasullo” e ha detto che “le banche fingono di prestarci soldi che non esistono”. Del Piano ha creato il sito italiano dei gilet gialli ed è moderatore del gruppo Facebook ufficiale del movimento francese.

Un’altra figura di spicco è Giancarlo Nardozzi, che è il fondatore della pagina Facebook Coordinamento nazionale dei gilet gialli. È un venditore ambulante e in passato ha sostenuto il movimento dei Forconi. C’è, infine, il sindacalista Fabio Frati: secondo quanto riporta Affari italiani, sabato guiderà una carovana di venti persone a Nizza per partecipare al tredicesimo atto della mobilitazione in Francia.

Cosa vogliono
I gilet gialli hanno molte richieste: dal rimpatrio dei migranti irregolari al rifiuto dell’obbligo vaccinale, dall’uscita dell’Italia dall’euro al taglio delle accise su gas, carburanti e luce. Il gruppo vorrebbe inoltre nazionalizzare “tutto”, scrive in uno dei suoi confusi documenti programmatici, chiudere le agenzie interinali, evitare che la prima casa diventi pignorabile, far sì che l’università sia gratis per tutti e praticare la “sovranità diretta”. Un sistema che permetterebbe ai cittadini di costringere un ministro o un governo alle dimissioni se non rispetta le promesse fatte in campagna elettorale.

NIDO VERTICALE: partiti i lavori per la nuova Torre di Porta Nuova

Cesare Longo milanoevents.it
6.2.19
nido verticale milano

NIDO VERTICALE: partiti i lavori per la Torre UnipolSai, la più spettacolare di Porta Nuova

Il quartiere milanese di Porta Nuova ospiterà il Nido verticale, la nuova torredella compagnia assicurativa UnipolSai realizzata da Mario Cucinella.
Dopo il Bosco verticale, il complesso ideato dall’architetto Stefano Boeri che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, anche il Nido verticale, la torre che sta per diventare la sede del gruppo di assicurazioni UnipolSai a Milano, è sulla strada giusta per ottenere riconoscimenti per sostenibilità e bellezza.

Ad aggiudicarsi l’appalto di questo progetto maestoso è stato lo studio Mario Cucinella Architects.

nido verticale torre unipolsaiLe caratteristiche del Nido verticale
Il grattacielo raggiunge un’altezza di 125 metri secondo il progetto e occupa un’area di 3.300 metri quadrati. I materiali usati sono legno, metallo e vetro. A essere di legno sono i pilastri curvilinei che, secondo il progetto, si incontrano a un certo punto formando un nido verticale dalla struttura romboidale sulle pareti, che dà il nome all’intero complesso.

L’ingresso del palazzo dà sulla piazza pedonale e sotto la notevole vela rivestita di vetro si trova l’atrio. Lo spazio interno ospita terrazzamenti di forma ellittica di dimensioni diverse che si affacciano su un lato del grattacielo. Questi ospiteranno uffici, ma anche aree comuni e piccoli giardini d’inverno. Dal basso sembrerà di ammirare una foresta bianca per via dei pilastri di legno curvilinei che circondano la struttura. Varcata la soglia d’ingresso si può accedere a un auditorium e a un bar. A partire dal primo piano sono previsti gli uffici che possono ospitare circa duemila persone, sale riunioni a disposizione dei vertici italiani delle assicurazioni.

Tav, ultimatum dell’Europa: poche settimane per decidere

lospiffero.com 8.2.19

Tempo scaduto. In caso di rinuncia i fondi verranno destinati altrove e l’Italia dovrà restituire i finanziamenti ricevuti. La Francia non riconosce l’analisi: fatta secondo standard non riconosciuti. Ecco le anticipazioni dello studio di Ponti

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L’Italia deve fare chiarezza entro poche prossime settimane sulla Tav, altrimenti l’accordo di finanziamento (“grant agreement”) con l’UnioneEuropea rischia di saltare. Lo hanno detto fonti europee, dopo che la Commissione ha ricevuto l’analisi costi-benefici del governo italiano. Secondo le fonti, già oggi il grant agreement traballa, a causa della decisione dell’Italia di sospendere una serie di gare di appalto della Tav provocando problemi sul rispetto dei tempi concordati per l’avanzamento dell’opera.

Se il grant agreement dovesse saltare, l’Italia rischierebbe di perdere gli 813,6 milioni previsti nel periodo di bilancio 2014-2020, di cui circa 120 milioni da restituire perché già versati. A questo si aggiungerebbero altri 380 milioni stanziati nel periodo 2007-2013 che l’Italia dovrebbe riconsegnare.

Un’altra ipotesi è una modifica dell’accordo, ma che potrebbe comunque comportare la perdita di una parte degli 813,6 milioni. A giugno l’Ue procederà a una revisione dei fondi della “Connecting Europe Facility”, con una possibile ridistribuzione delle risorse non utilizzati dagli Stati membri per i progetti approvati secondo il principio “use it or lose it” (usalo o perdilo, ndr), magari per i collegamenti marittimi con l’Irlanda con i porti francesi, belgi e olandesi, necessari dopo la Brexit. Ma – secondo le fonti – la decisione sulla Tav deve essere presa ben prima della data di giugno.

Anche la Francia batte il tempo all’Italia. Il governo francese non entrerà nel merito dell’analisi costi e benefici, ricevuta pochi giorni fa dall’ambasciatore, alla vigilia dello scoppio della crisi diplomatica con l’Italia. Il documento sarà esaminato ma non sarà né condiviso e nemmeno contestato perché, come spiegano fonti d’Oltralpe vicino al dossier, per la Francia la nuova Torino-Lione si deve fare e non c’è alcuna intenzione di ridiscutere l’accordo internazionale e nemmeno il tunnel di base.

Inoltre quell’analisi, firmato dalla commissione coordinata da Marco Ponti, è stata voluta dal governo italiano, basata con una metodologia che non troverebbe riscontro nelle regole francesi e nemmeno in quelle dell’Ue. In più, al governo francese non sarebbe stato inviata quella parte del documento in cui non si analizzano i costi della rinuncia all’opera.

Insomma, sia Parigi e sia Bruxelles non cambiano idea sulla Tav e sollecitano la  decisione del governo Conte. È chiaro che, in caso di rottura, sarà l’Italia a prendersi le responsabilità e a pagarne le conseguenze, anche economiche. Del resto ieri la commissaria Ue ai Trasporti, Violeta Bulc, durante un incontro col sindaco di Milano sulla riapertura dei Navigli “è stata molto chiara – ha spiegato Giuseppe Sala – l’Italia farà quel che vorrà, ma nel momento in cui formalmente rinuncia alla Tav i fondi verranno immediatamente redistribuiti”. Subito. E senza condividere l’esito dell’analisi costi e benefici.

ANALISI DI PONTI – La Torino-Lione bocciata senza appello: questo l’esito dell’analisi costi-benefici sul Tav, stando a quanto emerge dalla bozza visionata da Tgcom24. I numeri che emergono nell’analisi condotta da un pool guidato dal professor Ponti, e già presentata in bozza in Francia, dicono che la linea ad alta velocità non sarà in grado di decongestionare il movimento merci su gomma che gravita intorno a Torino. Il traffico che ogni giorno passa sulla tangenziale di Torino, si legge nel documento, ammonta complessivamente a 400 mila veicoli, di cui 80 mila mezzi pesanti. Di questi soltanto una minima parte (stando al dato ufficiale medio del 2018 riportato dalla società Sitaf) imbocca oggi il tragitto stradale che di fatto verrebbe soppiantato dalla Tav: sono infatti 2.150 i Tir che quotidianamente attraversano il traforo del Frejus (e oltre 3 mila automobili) e circa 3.300 gli autoarticolati che percorrono nei due sensi la A32 Torino-Bardonecchia. Ecco perché, secondo il gruppo di studio, il problema del traffico intorno a Torino rischierebbe di essere addirittura aggravato dalla nuova linea ferroviaria. Dal momento che ormai quasi nessuna industria del territorio ha più un raccordo ferroviario, di fatto tutte le merci provenienti dal Piemonte dovrebbero essere convogliate sull’Interporto di Orbassano, con conseguente aumento della congestione di mezzi pesanti a sudovest di Torino. Il beneficio, in termini di riduzione del trasporto su gomma, si avrebbe “soltanto” per i carichi in arrivo dalla linea Milano-Verona-Trieste (quella del Corridoio), tratta però sulla quale presumibilmente non si è fatto abbastanza negli anni per favorire il trasporto su rotaia, considerato che tuttora sulla A4 tra Torino e Milano corrono ogni giorno 13.500 mezzi pesanti pur in presenza di un tracciato ferroviario alternativo e rinnovato. L’analisi costi-benefici, inoltre, non prevede un aumento del flusso di merci sulla tratta, nemmeno con l’apertura della nuova linea ferroviaria, perché l’effetto moltiplicatore che si registrò in pochi anni con l’apertura dello stesso traforo stradale del Frejus fu in larga parte dovuto al cadere delle barriere doganali all’interno della Comunità europea. Oggi, insomma, la capacità di interscambio sulle rotte Italia-Francia – a prescindere dalle infrastrutture – sarebbe secondo lo studio sostanzialmente arrivata al livello di saturazione

Segni rivelatori di recessione

zerohedge.com 8.2.19

Scritto da Charles Hugh Smith tramite il blog di OfTwoMinds,

Vedo stili di vita esauriti e non più disponibili, anche in Cina.

Sebbene ogni recessione sia unica, tutte le recessioni si manifestano in modo simile nell’economia reale.  Per  economia reale intendo l’economia sul terreno che osserviamo con i nostri stessi occhi, al contrario del modello statistico astratto riflesso nelle dichiarazioni ufficiali di quando le recessioni iniziano e finiscono.

Una caratteristica che non entra mai nella rappresentazione statistica astratta della recessione è il fenomeno dell’interruttoredella  luce : gli affari improvvisamente si asciugano, come se qualcuno spegnesse una luce. Questo è particolarmente visibile negli acquisti discrezionali, che includono tutto, dagli smartphone ai veicoli al mangiare fuori.

Altri segni rivelatori di recessione includono:

Dead giveaway # 1: le  aziende che sembravano stabilite e che stavano bene si chiudevano all’improvviso. I clienti sono sorpresi, i dipendenti no; sapevano che le vendite stavano erodendo mentre i costi aumentavano e la situazione finanziaria stava diventando sempre più precaria.

Dead Giveaway # 2:  nuove attività che avrebbero prosperato qualche anno fa si chiudono in pochi mesi. Forse era la moltitudine di concorrenti o gli alti fitti; ma per qualsiasi combinazione di fattori a cui si attribuisca la fine, un’impresa che sembrava avere tutti gli ingredienti per il successo fallisce rapidamente.

Omissione nascosta n. 3:  pubblicità e marketing / promozione non spostano più l’ago. Le campagne che hanno aumentato in modo affidabile le vendite non funzionano più.

Omicidio morto n. 4:  Matriarche e patriarchi delle imprese stabilite vanno in pensione. Di solito offrono spiegazioni spontanee per il loro ritiro improvviso – per trascorrere del tempo con la famiglia, per godersi il tempo libero che non hanno mai lavorato 12 ore al giorno, e così via – ma la ragione inespressa è che i loro decenni di esperienza hanno sintonizzato con precisione la loro recessione rilevatori. Sanno quando sta per diventare impossibile aumentare i ricavi e non hanno più il bisogno o l’energia per crollare e sopravvivere alla fase di declino della S-Curve dell’azienda.

Dead  Giveaway # 5: un cliffdive in nuovi affari e nuovi clienti / clienti. Se 3 o 4 nuovi clienti si iscrivessero ogni giorno nei bei vecchi tempi, improvvisamente nessuno si registra, indipendentemente dalle promozioni offerte. Poi i clienti esistenti iniziano ad andare alla deriva. Se chiedi perché, ottieni risposte di routine: tagli al bilancio familiare, vincoli temporali, ecc. È interessante notare che questi non hanno avuto alcun impatto in tempi buoni, eppure improvvisamente sono come un virus virulento: tutti hanno tagli al budget e vincoli di tempo .

Morte morta # 6: le  promozioni emanano sempre il pungente profumo della disperazione. Quella carta di credito aerea che una volta offriva 25.000 miglia gratis una volta spesi $ 1.000 ora offre 50.000 miglia al primo utilizzo della carta, anche se è per una tazza di caffè a Starbucks. Quindi l’offerta limita fino a 60.000 miglia per i clienti sui voli della compagnia aerea, e così via.

I nuovi affittuari che in precedenza offrivano promozioni promozionali (una volta al mese “gratuitamente” l’iscrizione alla palestra, ecc.), All’improvviso viene offerto un affitto mensile gratuito per firmare il contratto di locazione.

Offerta nascosta n. 7:  le offerte multiple per le case svaniscono come nebbia nella Death Valley a luglio. Rimodellamenti e aggiunte immobiliari e domestici sono i canarini più sensibili nella miniera di carbone; si lamentano alla prima ondata di valutazioni degli asset in declino e il primo accenno che l’avidità ha trasformato la polarità in paura.

Dead 8:  i terzi veicoli “divertenti” e le auto sportive ereditate iniziano a comparire sui lotti di CraigsList e “in vendita dal proprietario”. Uno dei miei ricordi preferiti del crollo / recessione del 2008-09 riportava tutte le Porsche usate che avevo visto sul lotto locale “vendere dal proprietario”. Uno dei miei corrispondenti di vecchia data ha detto che se mi avesse visto andare in giro in una 911, stava cancellando il suo sostegno finanziario al mio lavoro. (Arrendi il mio Civic del 1998 per un’auto sportiva? Perire il pensiero – anche se era una fantasia allettante …).

Inutile dire che non ho acquistato una Porsche d’epoca recente molto scontata, anche se i prezzi erano incredibilmente attraenti. (Ricorda la mia innata parsimonia).

The Only Leverage We Have Is Extreme Frugality  (27 dicembre 2013)

Bonus dead giveaway # 9:  l’IPO dell’unicorno tecnologico che è stato sicuramente un successo strepitoso viene improvvisamente cancellato.

Hai indubbiamente i tuoi omaggi morti che il ciclo è passato dall’espansione e dall’avidità alla contrazione e alla paura.  Sto vedendo molti omaggi morti l’economia è già in recessione – cosa stai vedendo?

Vedo stili di vita esauriti e non più disponibili, anche in Cina:

Nagel: Mediobanca, ecco i sentieri per la crescita

Alessandro Piu finanzaonline.com 8.2.19

Mediobanca archivia il miglior semestre della sua storia. L’amministratore delegato Alberto Nagel esprime soddisfazione e disegna gli spazi per la crescita futura di Piazzetta Cuccia

Mediobanca si è presentata in piena forma all’appuntamento con i conti semestrali, battendo le stime degli analisti. I ricavi in particolare sono cresciuti del 9% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente a 1,277 miliardi di euro mentre gli utili si sono attestati a 450,5 milioni di euro contro attese a 428 milioni. In crescita il margine di interesse (+4,2%) e le commissioni nette (+7,5%) con un forte contributo proveniente dall’area wealth management.

Risultati che l’amministratore delegato Alberto Nagel (nella foto) ha sottolineato nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente Bloomberg.

“Sono i risultati migliori di sempre. Abbiamo battuto il nostro record di ricavi e registrato un aumento della profittabilità ricorrente del 16%. Tutto questo è stato possibile grazie ai nostri sforzi per lo sviluppo sul fonte commerciale”

ha detto Nagel che ha poi proseguito disegnando un futuro positivo per Piazzetta Cuccia:

“Ci aspettiamo di crescere anche nei prossimi trimestri grazie al nostro business model decorrelato dall’andamento delle variabili macroeconomiche. Noi siamo una banca d’investimento specializzata. Non seguiamo il modello di banca universale e questo ci permette di risentire meno dello scenario macroeconomico”.

Uno scenario che peraltro, secondo l’a.d. di Mediobanca non è così negativo, neanche per l’Italia. Il suo riferimento è in particolare al comparto dei prestiti, uno dei punti di forza dell’Istituto:

“C’è ancora una domanda molto forte di credito al consumo e in generale c’è fiducia nel settore della finanza personale. Non dobbiamo dimenticarci che le famiglie italiane hanno tradizionalmente un’alta capacità di risparmio. Il loro livello di indebitamento è inferiore rispetto a quello che si riscontra in tutti gli altri Paesi europei”.

Sempre con uno sguardo rivolto al futuro Nagel ha indicato la strada della crescita per Mediobanca. Sarà uno sviluppo organico in primis ma senza escludere possibili acquisizioni, se interessanti, come già avvenuto nel recente passato:

“Abbiamo una strada tracciata per la crescita organica che ritengo molto positiva e che ci deriva dalla solidità del nostro business e dalla reputazione del brand. Inoltre, considerando quello che sta succedendo ad altre banche alle prese con il rispetto dei requisiti di capitale, abbiamo maggiori possibilità di crescita in termini relativi (Mediobanca ha un Cet1 ratio al 13,9% ben al di sotto di quello richiesto dalla normativa Srep n.d.r.). Continueremo a reclutare banker di qualità e a sviluppare la nostra quota di mercato. La nostra politica di base è la crescita organica – ha ribadito – ma stiamo investendo nella distribuzione e nel comparto degli investimenti alternativi in Italia e nei Paesi vicini. Se ci dovessero essere asset di qualità in vendita siamo interessati. Guardiamo a operazioni di piccola-media dimensione mentre non ci interessa fare accordi di grandi dimensioni”.

D’altronde nel comparto finanziario è in atto una fase di consolidamento che Nagel vede però più a livello locale che cross-border.

“Bisognerebbe favorire l’unione tra le banche europee ma le regolamentazioni varate negli ultimi anni le rendono difficili per i requisiti di capitale e gli accantonamenti che impongono. Normative che nel complesso sono positive perché aumentano la trasparenza del settore ma che mettono pressione sul capitale e sugli utili e non aiutano sul fronte M&A. Secondo me – conclude – il consolidamento sarà per i prossimi mesi soprattutto una questione locale, anche perché le sinergie sono più facili da individuare”.

4 storie di startup italiane che hanno cercato fortuna a Londra

Caterina Maconi Wired.it 8.2.19

Dalla piattaforma per selezionare lavoratori alla società che purifica l’aria, ecco perché 4 startup italiane hanno deciso di partire da Londra per lanciare la propria idea di business 

Il Tower Bridge a Londra (Pixabay)
Il Tower Bridge a Londra (Pixabay)

Le difficoltà dell’ecosistema italiano, la presenza di minori opportunità di investimento, un mercato non ancora pronto, leggi inesistenti o superate, hanno spinto alcuni connazionali ad aprire direttamente le loro startup all’estero. In Gran Bretagna la situazione è particolarmente interessante per certi tipi di business. Che trovano un ambiente ricettivo e fondi interessati a supportare lo sviluppo di idee in settori ancora poco conosciuti nel nostro Paese.

È il caso di quattro realtà intervistate da Wired: hanno tutte sede a Londra e sono riuscite in pochi anni a diventare scaleup. Si sono conosciute all’evento di iStarter dove hanno incontrato 50 fondi di investimento.

U-Earth
U-Earth è una startup biotech che risolve problemi legati alla purificazione dell’aria, sia in ambienti di lavoro che domestici, indoor e outdoor.

La tecnologia sviluppata permette di riprodurre i processi che il pianeta terra utilizza da sempre per pulire l’ambiente. Nata nel 2009, è operativa dal 2012. Ha mosso i suoi primi passi in Italia, ma poi si è trasferita a Londra. “In Italia stavamo per chiudere, vista la scarsa propensione all’adozione delle innovazioni”, racconta l’amministratore delegato, Betta Maggio.

Manca la cultura all’investimento. Le condizioni proposte sono proibitive e le valutazioni molto basse. Non è per niente un mercato facile se paragonato agli standard di Uk e Us. Soprattutto per una biotech ambientale come la nostra, che non ha molti benchmark di riferimento su cui basarsi. Abbiamo trovato anche titubanza e tempi decisionali lunghi”, prosegue.

E quindi ha preso la direzione della Gran Bretagna. “Siamo arrivati a Londra grazie all’invito dello Uk Department of international trade, l’ufficio del sindaco di Londra, su segnalazione del consolato inglese di Milano a seguito della presentazione di U-Earth a Unbound London 2018. Lì abbiamo conosciuto iStarter, che tempo dopo ci ha proposto di partecipare all’evento Made in Italy 2020”. Un appuntamento interessante, per una scaleup che ha avuto un fatturato cumulativo di circa 2,5 milioni solo durante la fase di ricerca e sviluppo. “Ora iniziamo la fase di commercializzazione. Ci siamo autofinanziati fino ad oggi. Stiamo raccogliendo da 1 a 3 milioni e siamo ancora in fase di negoziazione”, precisa Maggio.

Your.Md
Your.Md è un servizio gratuito che utilizzal’intelligenza artificiale per aiutare le persone a trovare informazioni sanitarie sicure in modo da poter fare le scelte migliori per la propria salute. Ha sede a Londra. “Quando ho iniziato a sviluppare l’idea ho deciso di basarmi nella capitale inglese perché sapevo di aver bisogno sia di capitali abbastanza ingenti, che di personale altamente specializzato nel settore digitale e di data science”, spiega l’ad Matteo Berlucchi.

Il nostro obiettivo è di colmare l’immenso gap che c’è tra la necessità che abbiamo tutti di avere informazioni mediche, rilevanti e sicure, senza dover sempre passare dal medico. È un problema mondiale complesso, ma con l’intelligenza artificiale è possibile risolverlo”. Berlucchi  definisce il suo un “progetto complesso ed ambizioso, che necessita di molte risorse per riuscire. Abbiamo raccolto 20 milioni fino ad ora, ma ce ne serviranno parecchi di più”, specifica.

Nata all’inizio del 2015, oggi conta quasi 50 persone. Il servizio è live su Android, Apple, web, Skype e altri messengers. “Il modello di business è semplice: creare un marketplace di prodotti e servizi per la salute che i nostri utenti possono scoprire grazie ai consigli dell’intelligenza artificiale”.

Perché non cercare i fondi in Italia? “Per due motivi. Il tipo di servizio che stiamo sviluppando ha un po’ meno utilità in Italia in quanto la rete delle farmacie gioca un ruolo importante nell’aiutare ad avere le informazioni mediche di base. Questo manca completamente in quasi tutto il resto del mondo. Il secondo motivo è la ‘size’ degli investimenti che ci servono. Nonostante il settore venture capital e angels in Italia stia crescendo in modo rapido, sono ancora pochi i ‘players’ che hanno la capacita’ di finanziare progetti con decine di milioni di dollari. A Londra è più facile trovare investitori con questo tipo di capacità finanziarie”. Your.Md sta cercando fondi per 25 milioni di dollari. Servono per potenziare il team e per il marketing del servizio.

Bidoo
Bidoo è una piattaforma di ecommerce. Ospita ogni giorno centinaia di aste a cui gli utenti possono partecipare accaparrandosi i prodotti a prezzi competitivi. La startup è nata nel 2012, ha 1,5 milioni di utenti registrati e 2,5 milioni di visite mensili con 220mila utenti attivi al mese. Le aste che ospita sono circa 100mila al mese. Vengono venduti prodotti di elettronica, per la casa, carte regalo cards, viaggi. “La nostra sede è a Londra. Non abbiamo mai fatto fundraising prima d’ora. Adesso stiamo cercando 2,5 milioni di sterline e abbiamo già ricevuto l’interesse di 7 fondi di venture capital e venture debt”, precisa l’ad Federico Solinas.

Stiamo contattando sia i fondi inglesi che quelli italiani. Ma avendo base in Uk, per noi è molto più facile prima andare a bussare alle porte dei fondi Inglesi e poi dopo quelli italiani”. Nota che “i tempi per chiudere la transazione dei fondi Uk è molto più veloce rispetto a quelli italiani”. Finora “siamo andati avanti facendo bootstrapping. Quindi stando attenti ai costi e al cash flow e reinvestendo tutto il profitto per poter crescere anno dopo anno”. E i numeri sono dalla loro. “Lo scorso hanno abbiamo fatturato 5 milioni di euro e il prossimo vogliamo fatturare 10 milioni di euro”.

SonicJobs
SonicJobs è una startup che è stata lanciata due anni fa a Londra. Si occupa di virtual recruitmentdi lavoratori. Opera attraverso un sito che grazie a un chatbot che unisce competenze di psicologia del lavoro con l’intelligenza artificiale, aiuta le aziende a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno. Tutto in real time. Sono 100mila i candidati attivi sulla piattaforma. In due anni oltre 3mila tra ristoranti e bar londinesi si sono appoggiati a SonicJobs per trovare personale.

Finora SonicJobs ha chiuso 2 round di finanziamento per un totale di 1,5 milioni di sterline. “Nei nostri piani di espansione futuri c’è l’Italia, per questo ho partecipato all’evento di iStarter”, spiega la co-founder Francesca Boccolini. “L’evento è stato di grande interesse visto il numero e la qualità degli investitori internazionali e italiani che hanno partecipato. Per noi è particolarmente strategico aprire la conversazione con i principali investitori del nostro Paese, istituzionali e non, anche se il processo sarà piuttosto lungo”.

Non abbiamo mai fatto fundraising in Italia perché il nostro mercato di riferimento era il Regno Unito, ma sono molte le startup italiane che ho avuto modo di conoscere. Founder talentuosi con idee brillanti di fronte a grandi opportunità di mercato, spesso bloccati in un ecosistema ancora lento e con scarso accesso a capitali, soprattutto se confrontati al resto d’Europa. Abbiamo bisogno di più startup di successo per dare fiducia agli investitori e spingerli ad investire di più in capitali di rischio invece che in asset tradizionali”, prosegue. “Ci sono alcuni casi, ma sono ancora troppo pochi”. E poi “servirebbe un intervento politico con incentivi e misure mirate”.

Uno, nessuno, centomila Pessoa

 Gabriele Sabetta – 8 Febbraio 2019  lintellettualedissidente.it

Un individualista assoluto al confronto con la crisi della Modernità.

Non si arriva mai in fondo ad un autore come Fernando Pessoa. Dopo averlo cercato nelle poesie, lo inseguiamo nella prosa, ma non lo troviamo da nessuna parte. La verità è che lo incontriamo ovunque e in nessun luogo, allo stesso tempo. Per alcuni, la funzione dello scrivere consiste in un’appassionata discesa nel sé; Pessoa si avventurò nella direzione opposta, usando i suoi eteronimi – galassia di autori fittizi o pseudonimi i quali, nonostante la dimensione immaginaria, possiedono una propria personalità – come mezzo di fuga, sostenendo che in quel gruppo di personaggi era proprio lui il meno reale e comprensibile.

Questo il Pessoa noto al pubblico. Ma ve n’è un altro, calato nel contesto politico e sociale della sua epoca, frammentario, mordace e sarcastico, brillante analista, che l’editore Bietti ci ripresenta nella seconda edizione italiana della raccolta “Politica e Profezie – Appunti e Frammenti (1910-1935)”, in cui è contenuta una parte dell’immensa mole di scritti, per lo più non ancora dati alle stampe, che l’autore lusitano produsse nell’ultimo trentennio della sua vita.

Nato a Lisbona il 13 giugno 1888, aveva cinque anni quando suo padre, il critico musicale Joaquim de Seabra Pessoa, morì di tubercolosi. Sei mesi dopo, perse il fratellino Jorge. La nonna paterna soffriva di attacchi di follia ed era entrata e uscita da ospedali psichiatrici negli ultimi dodici anni della sua vita. Sua madre si risposò e la famiglia si trasferì in Sud Africa, dove il patrigno era il console portoghese di Durban, una città governata dagli inglesi. Questo il tribolato quadro familiare al tempo dell’infanzia.

Era uno studente brillante, mite, inoffensivo, incline a evitare l’amicizia con i compagni di scuola. Leggeva e amava William Shakespeare, John Milton, John Keats, Mary Shelley, Charles Dickens, Edgar Allan Poe, Lord Byron. I suoi primi pseudonimi furono Charles Robert Anon e Alexander Search; poi c’era Jean Seul, che scriveva solo in francese. Niente gli importava davvero a parte la sua scrittura. La vita reale si collocava per lui al di qua del punto.

Nel 1905 rientrò a Lisbona per frequentare l’università e non lascerà mai più la città. Sebbene in seguito abbandonerà gli studi, riuscì a costruirsi una buona cultura rinchiudendosi intere giornate nella Biblioteca Nazionale a leggere di letteratura, storia, religione, filosofia. Le frequenti e intense letture gli causarono, tuttavia, un pesante abbassamento della vistaViveva con i parenti o da solo in stanze prese in affitto; guadagnava un modesto stipendio come traduttore per aziende che conducevano affari con l’estero ovvero lavorando come contabile.

Aveva pochi amici. Si diceva che avesse una postura terribile e che non fosse mai arrivato in tempo ad un appuntamento, presentandosi sempre troppo presto o troppo tardi. Vestiva formalmente, con un papillon e un cappello Homburg. Era molto interessato all’occulto; ossessionato dagli oroscopi, pensò di guadagnarsi da vivere come astrologo. Produsse oroscopi per sé, per i suoi conoscenti e persino per i suoi eteronimi.

Era un uomo pudico e goffo, ma la sua visione come scrittore era sorprendentemente coraggiosa.

Nel 1915 divenne protagonista della nascente avanguardia portoghese, un gruppo di intellettuali di Lisbona che fondò la rivista Orpheu, che introdusse la letteratura modernista nel Paese. Ridicolizzata in principio, fu ben presto apprezzata e la pubblicazione ottenne un tale rispetto che le critiche che vi apparvero divennero assai influenti.

Gli scritti contenuti nel volume sopra citato, tratti da una miniera di manoscritti pubblicati postumi o ancora inediti, mostrano un Pessoa non indifferente alla battaglia di idee che animò l’Europa nei primi decenni del XX secolo, che egli tentò di rielaborare e adattare alla luce delle travagliate vicende del suo Paese. Nonostante l’incedere discontinuo e lacunoso, nel suo modo di pensare e di scrivere è indubbiamente possibile rintracciare una visione politica caratterizzata da una coerenza implicita. Se il nostro autore non è giunto ad esporre la sua concezione in termini dottrinali e sistematici, nondimeno ci ha lasciato un’ingente quantità di testi ove i suoi princìpi di riferimento appaiono più o meno sviluppati.

Ritenne che il sistema monarchico sarebbe stato il più appropriato per una nazione organicamente imperiale come il Portogallo, ma considerò la monarchia, allo stesso tempo, completamente irrealizzabile nel suo Paese in quel momento storico. Conservatore di stile inglese, liberale e nazionalista “mistico” – si mosse all’interno di un conservatorismo assolutamente anti-reazionario; si dichiarò ostile ad ogni forma di integralismo religioso, all’internazionalismo, allo statalismo totalitario, al comunismo, al bigottismo, all’intolleranza. Sebbene questi elementi di affermazione e rifiuto di solito non si coniughino coerentemente nei sistemi di ideologie o pensiero più noti, Fernando Pessoa riuscì a caratterizzarli senza cadere in contraddizione nei suoi scritti politici.


La grande crisi della modernità, a suo avviso, era da rintracciarsi nel declino dell’idea di patria, abusivamente sostituita dall’eccessiva valorizzazione dello Stato, inteso come complesso impersonale di strutture burocratiche. Considerare la patria portoghese come la cosa più importante, unico e vero fattore produttivo di civiltà – fare tutto, quindi, per la Patria e non chiedere nulla allo Stato… queste le sue parole d’ordine.

La nazione è un’entità naturale, biologica, radicata nel passato e nel futuro. Lo Stato è un’istituzione legata al presente, precario nella sua costituzione e nelle funzioni, tanto da identificarsi, al vertice, nella compagine di governo che in un certo istante ne manovra gli oscuri meccanismi. Niente e nessuno può immaginare di “possedere” la nazione, dato che non esistono reti – burocratiche o di altro tipo – con cui è possibile intrappolare l’impalpabile. Il potenziamento dello Stato-apparato, lungi dal riflettersi nell’individuo o nella nazione per innalzarli, li colpisce esclusivamente al fine di sminuirli.

Sarebbe opportuno considerare lo Stato, semplicemente, come il modo in cui la Nazione può scegliere di amministrarsi in un dato periodo storico: rigorosamente, le due cose non si identificano, restando l’uno coscienza dell’altro – potenza ed atto.


I portoghesi non hanno ancora finito di scoprire Pessoa – una figura intellettuale senz’altro rispettata, se non addirittura considerata come celebrità, ma il suo genio letterario non fu ampiamente riconosciuto fin quando non sopraggiunse la morte.

Il 29 novembre 1935, quarantasettenne, soffrendo di dolori addominali e febbre alta, fu portato all’ospedale di São Luís, dove scrisse, in inglese, le sue ultime parole: 

Non so cosa mi porterà il domani. 

Il giorno seguente, si spense a causa della cirrosi epatica. Nei pressi di una delle caffetterie che abitualmente frequentava, a Lisbona, ora si erge una sua statua. Al momento del trapasso, coloro che conoscevano il suo lavoro compresero che il Paese aveva perso un uomo incredibile:

Sono il sobborgo di una città inesistente, il commento prolisso su un libro mai scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono il personaggio di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, tra i sogni di una creatura che non sapeva come finirmi.

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