Il gioco dei bugiardi, gli anni Ottanta del trading

18 Gennaio 2019Stefano Olivari indiscreto.info


Esistono libri che avrebbero potuto evitare catastrofi, se soltanto fossero stati letti per tempo dai politici e dai loro elettori. Un posto d’onore in questo girone lo merita Il gioco dei bugiardi, l’opera che nel 1989 ha permesso a Michael Lewis di abbandonare la finanza e diventare uno scrittore di successo. Che anche quando ha abbandonato temi economici, come nel celeberrimo Moneyball o in The Blind Side, ha mantenuto la forma mentale di chi sa quantificare i pro e i contro di qualsiasi situazione. Saggi senza la prolissità dei saggi e con la passione messa di solito nei romanzi, questo il segreto di Lewis. Pubblicato in Italia l’anno scorso da Luiss University Press, Il gioco dei bugiardi – Come sopravvivere a Wall Street è nella sostanza la storia di Lewis stesso come giovane dipendente di Salomon Brothers nella Wall Street degli anni Ottanta, che molti identificano con il mercato azionario ma che dal punto di vista quantitativo era basata molto anche sulle obbligazioni e sul loro trading. Erano gli anni di Michael Milken (che era però di Drexel Burnham Lambert) e dei junk bond, dove la spazzatura risiedeva nella scarsa solidità degli emittenti, ma anche quelli dei primi impacchettamenti di mutui e altri crediti in nuovi prodotti. Temi che Lewis avrebbe ripreso in The Big Short, al cinema da noi conosciuto come La Grande Scommessa (regista lo stesso Adam McKay di Vice, sempre schierando Christian Bale e Steve Carell).

Liar’s poker (titolo originale, da quel poker dei bugiardi che era all’epoca un gioco in voga a Wall Street) non è onestamente un libro per tutti, anche se spiega con chiarezza che cosa muova il mercato delle obbligazioni. Il suo cuore non è comunque nelle sue capacità anticipatorie, ma nel descrivere una importantissima fase di passaggio, quella cioè in cui i migliori laureati delle università più prestigiose iniziavano a snobbare le offerte dell’economia per così dire reale per buttarsi in una finanza che fino agli anni Settanta era invece una sorta di serie B, dal punto di vista sociale. Redditizia ma pur sempre serie B. In questo senso Salomon Brothers era un punto di osservazione privilegiato, parte di quella genericamente considerata finanza ebraica, che in pochi anni si ritrovò ad essere una delle locomotive di Wall Street grazie a fattori storici favorevoli, con una data di svolta: il 6 ottobre 1979, quando il presidente della FED Paul Volcker annunciò che l’offerta di moneta sarebbe diventata prestabilita, smettendo di fluttuare in base all’andamento e alle necessità di breve periodo dell’economia. Conseguenza immediata fu che a variare sarebbero stati i tassi di interesse, dando una frustata al sonnacchioso mercato delle obbligazioni. Per dirla in maniera grezza: i prezzi delle obbligazioni sono correlati in maniera inversa ai tassi di interesse, quindi violente variazioni dei tassi di interesse (in su o in giù non importa) generarono immense opportunità di trading, a maggior ragione per chi operava in un regime di semi-monopolio come Salomon Brothers.

Ma più che nella descrizione dei meccanismi del trading il libro è eccezionale nel racconto della sottocultura aziendale-aziendalistica e della vita quotidiana in un ambiente ipercompetitivo, dove quasi tutti possono essere cacciati senza paracadute o essere elevati a vette inimmaginabili per un’intuizione fortunata. Divertenti le pagine sull’ossessione per i bonus, sugli scherzi da caserma, sulla mentalità necessaria per generare profitti, ma anche quelle che smontano la retorica cazzuta su Wall Street, che a parte qualche trader geniale è formata da gente che tira a campare e scarica senza scrupoli i costi della sua incapacità sul cliente. Non è un luogo comune, visto che Lewis descrive molto bene questo complicato rapporto: il cliente ti sceglie perché gli ispiri fiducia o il nome della banca gli ispira fiducia, ma è anche la fonte primaria dei guadagni attraverso commissioni o lo scarico di scommesse sbagliate. Nel boom della prima metà degli anni Ottanta le obbligazioni più adatte al trading non furono quelle governative o quelle corporate, cioè delle aziende, ma quelle ipotecarie, cioè basate sui mutui. Con la solvibilità dei debitori sempre più separata, anche geograficamente, dallo strumento finanziario che la rappresentava. Il gioco dei bugiardi non ha certo un finale a sorpresa, ma è lo stesso appassionante per come racconta lo scollamento della finanza dalla vita, con la fattiva collaborazione di autorità che spesso non comprendono neppure i loro stessi provvedimenti. Pur essendone uscito, il tono di Lewis nei confronti della vita da trading floor non è però moraleggiante, altro punto a favore del libro. Meno centrato sullo stile di vita rispetto al Falò delle vanità di Tom Wolfe, confronto che viene immediato, è però anche molto meno datato. Appassionante e istruttivo, per noi una pura scoperta da libreria con soltanto trent’anni di ritardo.