Mario Draghi il 22 febbraio riceverà la laurea ad honorem dell’Università di Bologna

Da Roberto Di Biase -10 Febbraio 2019 emiliaromagnanews24.it

Il Presidente della Banca Centrale Europea riceverà la Laurea ad Honorem in Giurisprudenza per il ruolo svolto nella difesa dei principi e dei valori dei Trattati dell’Unione Europea

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BOLOGNA – Venerdì 22 febbraio, alle 16.30, nell’Aula Magna di Santa Lucia (Via Castiglione, 36 – Bologna), il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi riceverà la Laurea ad Honorem in Giurisprudenza dell’Università di Bologna. Alla cerimonia saranno presenti il Rettore Francesco Ubertini, il Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Michele Caianiello e il professor Giovanni Luchetti che pronuncerà la laudatio.

La partecipazione all’evento è riservata alla comunità universitaria: a breve saranno comunicate le modalità di accesso.

Per la stampa, nei prossimi giorni saranno rese note le modalità di accredito.

La proposta di conferire a Mario Draghi una Laurea ad Honorem in Giurisprudenza si fonda sul riconoscimento del ruolo svolto da un lato nella difesa dei principi e dei valori dei Trattati dell’Unione Europea e dall’altro nella promozione della disciplina giuridica di un’Unione bancaria europea attenta alla protezione dell’interesse pubblico e dei risparmiatori.

Economista, accademico, banchiere e dirigente pubblico, Mario Draghi – nato a Roma nel 1947 – si è formato in Italia, con una laurea in economia all’Università Sapienza di Roma, e si è poi specializzato al Massachussetts Institute of Technology di Boston, negli Stati Uniti. Dal 1975 è stato professore universitario negli atenei di Trento, di Padova, di Venezia e di Firenze. Nel 1991 è nominato Direttore Generale del Ministero del Tesoro; il 29 dicembre 2005 diventa il nono Governatore della Banca d’Italia, e nel 2006 è Presidente del Financial Stability Board fino al 2011. Nel 2011 succede a Jean-Claude Trichet nella carica di Presidente della Banca Centrale Europea e dal giugno 2013 è Presidente del Gruppo dei governatori e dei capi della vigilanza (GHOS) presso la Banca dei regolamenti internazionali.

«Omeopatia atto magico», parola di rabbi Bubù

marceellopamioPubblicato9 Febbraio 2019 disinformazione.it

Marcello Pamio

Quando uno è disperato e non sa più che pesci pigliare, le minchiate sgorgano dalla bocca come l’acqua da una fonte di montagna…
Le ultime sparate del «diversamente umile» sono memorabili.
Voli pindarici – senza portare nulla di scientifico come sempre – che però precipitano in un vero e proprio negazionismo, che non ha nulla a che vedere con gli ebrei, anche se è riuscito a tirare in ballo il rabbino capo di Roma…
Mi riferisco ovviamente all’immarcescibile Roberto Burioni e al suo ultimo articolo intitolato: «L’ultima scemenza dei no-vax: i vaccini sono contro la religione».
«Gli antivaccinisti non sanno più cosa inventarsi, pur di sostenere le loro teorie indifendibili e così tirano in ballo anche la spiritualità. A rispondergli per le rime ci pensa Riccardo Di Segni, medico e Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma».
Innanzitutto diciamo al genialoide che ha trovato una cattedra come docente SOLO al San Raffaele (il che è tutto dire), che il tema vaccinale non è teorico e indifendibile, ma un argomento serissimo che merita ogni dibattito anche aspro, visto che tali farmaci vengono inoculati in neonati sani e indifesi. Ma d’altronde avere il rispetto per la salute e per la Vita da chi è abituato ad offendere tutto e tutti, è impensabile.

Comitato di Bioetica
Di errori il nostro virolprodigo ne compie a iosa, ma quello di tirare in ballo il rabbino Riccardo Di Segni solo per esacerbare l’annoso problema dei vaccini e i feti abortiti, non ha eguali.
Nell’intervista (da lui stesso citata) del 31 gennaio scorso dal titolo: «Bioetica. Supersoldati, umani e robot: forzare i limiti della natura si può? Fino a dove?» pubblicata dal Bet Magazine Mosaico, il sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano, il rabbino NON parla minimamente di vaccini, ma del suo lavoro nel Comitato di Bioetica.
Dal 2006 infatti egli fa parte del «Comitato Nazionale di Bioetica», un organo del governo italiano che fa consulenze. Il CNB ha negli anni affrontato numerosi argomenti, dalle questioni legate all’inizio e fine vita ai problemi connessi a emergenze sociali, come le vaccinazioni, tematiche inerenti la farmacologia ecc.
Per esempio, quando è stato chiesto loro un parere sul rinnovo dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti omeopatici, il CNB stesso ha espresso l’indicazione che il termine “medicinale” fosse sostituito da “preparato” e che le etichette indicassero: «Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate».
Il dottor Di Segni ha espresso la sua convinta contrarietà non solo dal punto di vista scientifico, ma affermando che chi assumesse questi preparati trasgredirebbe il divieto della Torah di compiere atti magici. Avete purtroppo letto bene: «i preparati omeopatici infatti si basano su sostanze che, diluite, dovrebbero continuare ad assicurare risultati benefici. Tali sostanze sono però così estremamente diluite da risultare di fatto inesistenti configurando quindi la loro assunzione come ricorso a un atto magico».


Quindi un ebreo che usasse un omeopatico sarebbero eretico, in piena violazione delle sacre scritture!
Cosa direbbero oggi i revisori della Torah se sapessero che la Food and Drug Administration sostiene l’utilizzo del placebo per testare l’efficacia delle terapie farmacologiche?
Il dottor Di Segni sa che il placebo è lo standard di riferimento negli studi di nuovi farmaci, basati sulla prova di efficacia («Evidence-based Medicine»)?
Quindi l’autorizzazione dei farmaci chimici che tutti gli ebrei del mondo usano, è concessa solo in funzione di un atto magico (placebo). Come infatti i rabbini possono spiegare l’effetto placebo?
Ma torniamo al discorso vaccini e religioni, usato indiscriminatamente da Burioni per poi partire con la ridicola filippica sull’omeo-magia.

Feti e linee cellulari
L’anti-somaro per eccellenza, dovrebbe girare le sue offese ai dirigenti e ai ricercatori delle industrie chimiche, perché sono loro stessi che confermano l’esistenza delle linee cellulari derivate da feti abortiti. Sono le lobbies che producono i vaccini che lo scrivono nel veritino (detto anche bugiardino).
Il dottor Stanley Plotkin, chiamato «godfather of vaccines» cioè il «padrino dei vaccini» è la massima autorità mondiale in questo campo ed è stato consulente per molti anni alla Sanofi.
In una dichiarazione giurata il medico ha spiegato che sono 76 i feti abortiti che utilizzati nelle sperimentazioni che hanno dato origine alle cosiddette «linee cellulari» usate per coltivare successivamente i virus vaccinali.
Da questi feti, tutti abortiti al terzo mese o più di gravidanza le industrie hanno prelevato campioni di tessuto, come per esempio ghiandola pituitaria, polmoni, pelle, milza, cuore, ecc.

Terreni di coltura
I terreni di coltura cellulari umani e animali più utilizzati sono: WI-38, MRC-5 e VERO.
WI-38 (Winstar Institute 38) indica cellule fibroblasti di polmone umano espiantate nel 1964 da un feto femmina svedese abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli. Questa linea cellulare viene utilizzata per far crescere i virus di morbillo, parotite, rosolia, varicella ed herpes zoster.
MRC-5 (Medical Research Council 5) indica cellule polmonari umane provenienti da un feto maschio di 14 settimane abortito nel 1966 perché la mamma ventisettenne inglese era internata per “motivi psichiatrici”. Questa linea viene usata per epatite A, epatite B, tifo, polio, difterite-tetano-pertosse, vaiolo, rabbia ed herpes zoster, morbillo, parotite, rosolia, varicella.
VERO è l’unica linea non umana ma animale, le cellule infatti derivano dai reni di una scimmia verde africana.
Oltre alle cellule di feti umani, i vaccini presentano moltissime sostanze di origine animale.
Per esempio la gelatina derivata dalla pelle di maiale in alcuni vaccini a virus vivi serve da stabilizzatore per proteggere i virus contro gli effetti della temperatura (troppo freddo o troppo caldo).
L’albumina umana sierica è la proteina del sangue utilizzata come stabilizzatore in uno dei vaccini per la varicella (Varilrix).
I vaccini inoltre possono contenere tracce di proteine d’uovo, e questo perché il virus dell’influenza viene coltivato su uova di galline.
Va ricordato infine che ai microrganismi usati poi per la produzione di vaccini è necessario fornire loro sostanze nutritive alla crescita: derivati da prodotti ovini e bovini (aminoacidi, glicerolo, gelatina, enzimi, siero del sangue, latte, ecc.)

Conclusione
Ringrazio il dottor Burioni di esserci, perché la sua esistenza bipolare è importantissima: da una parte egli è funzionale al Sistema, e dall’altra alimenta la crescita del contro-Sistema. Ogni volta che parla e/o scrive, cresce il numero delle persone che capiscono e discernono la Verità dalle minchiate.
Al capo rabbino di Roma, nonché medico allopata, auguriamo di continuare a occuparsi di bioetica, di «atti magici» come per esempio l’omeopatia, perché così facendo quei 10-13 milioni di blasfemi eretici italiani potranno diventare 15-20 a breve.
Eticamente parlando, farebbe invece una migliore figura se avvertisse gli ebrei della presenza nei vaccini di terreni di coltura cellulari da feti umani abortiti e pezzi di animali come suino, bovino, scimmia e ovino.
I cattolici sono già stati rassicurati dalle parole dei santissimi intermediari tra loro e Dio: non serve infatti darsi pena se si inocula nel corpo del figlio dei virus coltivati su cellule di feti abortiti, perché non sono stati mica loro a costringere ad abortire quelle donne, quindi il male è stato commesso da qualcun altro…
Anche gli ebrei e i musulmani non devono darsi pena se dentro i vaccini vi sono, oltre ai feti abortiti pure i derivati di animali come suini, bovini e pollame, perché i vaccini mica si mangiano, vengono solo iniettati nel sangue dei loro figli…

La casa della tachipirina

Michele Masneri ilfoglio.it 10.2.19

Costruire a Roma: il nuovo quartier generale della Angelini farmaceutici, tra la Tuscolana e la Casilina, e le nuove architetture della capitale

La casa della tachipirina

Studio Transit, quartier generale Angelini, Roma

Non c’è solo Milano con le sue varie fondazioni e rigenerazioni: anche a Roma, incredibilmente, si costruisce; addirittura con committenze e architetture di qualità. Nel non-glamour quartiere della Tuscolana (però anche la milanese Ripamonti non è che sia questa summa di eleganze) è nato il nuovo quartier generale della Angelini farmaceutici (quella della Tachipirina, le siamo un po’ tutti debitori, non solo Calcutta).

Lo studio romano Transit, uno dei più longevi della città, con l’architetto Enzo Pinci, hanno disegnato un complesso che sorge su un’area di quindicimila metri quadri, con diverse funzioni: uffici e sale riunioni, mensa, palestra, auditorium, una sala dedicata alla formazione. “Un volume dalla forma dinamica e articolata” – racconta al Foglio Gianni Ascarellifondatore dello studio, che ci porta a visitare la struttura, vagamente californiana, con pavimenti di resina bianca al piano terra, molte piante, e pareti di rovere grezzo, e altre tipo bosco verticale. Micropiscine e specchi d’acqua si riflettono nelle facciate trasparenti che lasciano indistinguibili il “dentro” e il “fuori”.

Studio Transit, quartier generale Angelini, Roma


“Prima dell’intervento – spiega Ascarelli – c’era un edificio costruito negli anni ’40, successivamente riadattato ad ufficio. Su richiesta del committente, abbiamo lavorato affinché fosse evidente il legame con il volume preesistente e, mediando anche con gli indirizzi della Soprintendenza, abbiamo trovato una forma assolutamente contemporanea”.

Vicende autorizzative defatiganti – siam pur sempre a Roma – e contesto tuscolano-casilino, di anonimi palazzoni anni Cinquanta: il complesso è già funzionante ma verrà completato nei prossimi anni con alcuni nuovi cantieri. E chissà se i residenti tuscolani si renderanno conto della fortuna di aver lì, sotto casa, l’astronave candida della Angelini: autobiografia romana, peraltro, produttrice non solo della Tachipirina ma anche del Moment, della Amuchina, del Tantum Verde, oltre a essere una specie di Bilderberg del pannolino, producendo sia Pampers che Lines in partnership con P&G. 1,7 miliardi annui di fatturato, seimila dipendenti, quella farmaceutica pare una delle poche realtà industriali non in fuga dalla capitale. Non lontano infatti, verso il Pigneto, c’è anche la romana-tedesca Merck-Serono.

Il comune adesso ci punta molto sul quartier generale della Tachipirina (e non solo), per ridare un po’ di fiato all’edilizia di qualità romana. “Con i privati stiamo accompagnando in porto una serie di operazioni”, ha detto l’assessore all’Urbanistica del Comune di Roma, Luca Montuori, che ha ricordato altre operazioni come l’area di Tiburtina, dove dovrebbe sorgere un hotel sul lato opposto della nuova sede di Bnl (progetto 5+1AA), e poi ancora la riqualificazione dell’area ex dogana a San Lorenzo, il piano della Muratella promosso da Cdp Investimenti Sgr con 4mila alloggi integrati con scuole e centri sportivi. Il progetto Angelini è stato vinto da Transit (architetti Ascarelli, De Micheli e Pistolesi insieme a Enzo Pinci), in un concorso di progettazione a inviti lanciato nel 2005. Alla gara parteciparono anche Nicholas Grimshaw, Wiel Arets, Mario Bellini, Benedetto Camerana, Studio Seste e Ian+.

Salvini chiede l’eliminazione della Banca centrale italiana, “Prison Time For Fraudsters”

zerohedge.com 10.2.19

Venerdì, in un momento di intuizione predittiva, Bank of America ha correttamente ammonito che la maggiore minaccia per l’EPS – cioè i mercati – nei prossimi 3 anni ” è un’accelerazione del populismo globale attraverso la tassazione, la regolamentazione e l’intervento del governo “. Solo un giorno dopo, questo avvertimento all’istituzione finanziaria si è manifestamente manifestato in quel punto zero per la rivolta populista d’Europa, l’Italia, dove il governo di coalizione del paese ha suggerito dove l’ondata populista globale è diretta dopo quando ha sbattuto la leadership e il capitale della banca centrale del paese regolatore del mercato, intensificando i suoi attacchi contro le cifre degli stabilimenti in vista del voto parlamentare europeo di maggio.

Matteo Salvini, l’esplicito capo del partito della Lega anti-immigrati, ha detto che la Banca d’Italia e la Consob, l’autorità di regolamentazione del mercato azionario, dovrebbero essere ” ridotti a zero, più che cambiare una o due persone, ridotti a zero”, o in altre parole eliminate, e che i “truffatori” che hanno inflitto perdite ai risparmiatori italiani dovrebbero “finire in prigione per molto tempo”.

Come nota il FT , questa ultima bordata contro l’establishment finanziario italiano arriva come le due parti che sono sempre più in disaccordo tra le speculazioni Salvini potrebbe tenere elezioni per diventare l’unico leader in Italia, prepararsi a correre l’uno contro l’altro nelle elezioni parlamentari europee a maggio, un concorso ampiamente visto come un proxy per i sondaggi nazionali. Nel frattempo, entrambi i leader hanno anche aumentato i loro attacchi contro obiettivi tra cui l’UE e il presidente francese Emmanuel Macron.

Confermando la crescente animosità tra i due partner della coalizione, la Lega e la Five Star hanno apertamente litigato sul futuro di una linea ferroviaria alpina e di migrazione, mentre i due leader hanno ripetuto attacchi contro la Francia che culminarono con Di Maio incontrando i leader dell’anti- Il momento di Macron Yellow Vest, ha scatenato una crisi diplomatica che la scorsa settimana ha visto Parigi richiamare l’ambasciatore da Roma.

L’ultima battuta di arresto verbale di sabato della Banca d’Italia arriva dopo che le banche centrali hanno emesso previsioni di crescita economica più pessimistiche per quest’anno rispetto ai numeri a sostegno del bilancio del governo. Come riportato lo scorso mese, l’Italia è entrata in una recessione tecnica nella seconda metà del 2018, con la Banca d’Italia che ha tagliato le previsioni del PIL per il 2019 allo 0,6% rispetto a una previsione dell’1% fatta dal governo. Allo stesso tempo, la Commissione europea ha tagliato le previsioni del PIL dell’Italia dall’1,2% a uno 0,2% di recessione borderline per l’intero anno, suggerendo che le previsioni sul deficit di bilancio dell’Italia non solo mancheranno, ma potrebbero riemergere come punto focale di rinnovate tensioni tra Roma e Bruxelles nei prossimi mesi.

Nel frattempo, il capo della BCE Mario Draghi, un ex governatore italiano ed ex Banca d’Italia, l’anno scorso aveva avvertito che l’indipendenza della banca centrale era minacciata dai governi populisti, pur non facendo un riferimento diretto all’Italia. Se Salvini cementasse la sua leadership de facto italiana nelle prossime elezioni, renderebbe la vita particolarmente complicata per la banca centrale locale.

Separatamente, Di Maio e altri ministri delle Cinque Stelle hanno dichiarato di voler bloccare Luigi Federico Signorini, il vicedirettore generale della Banca d’Italia, dal rinnovo del suo mandato, secondo La Repubblica. Il quotidiano ha riferito che il governo italiano era diviso sulla questione.

Come riportato in precedenza, nell’ultimo anti-establishment girato a prua, alcuni giorni fa il governo ha nominato Paolo Savona, un economista veterano e eminentemente euroscettico che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di ministro per gli affari europei, come nuovo presidente della Consob. Lo scorso anno Savona è stata bloccata come prima scelta della coalizione come ministro dell’economia dal presidente italiano Sergio Mattarella, a seguito di forti pressioni da parte di Bruxelles e di una rivolta nel mercato obbligazionario italiano.

La truffa dei diamanti, avv. Sergio Calvetti: cosa fare dopo fallimento IDB

Di Giovanni Coviello -10 Febbraio 2019 vicenzapiu.com

Torniamo sull’argomento della truffa dei diamanti a danno dei risparmiatori da parte, soprattutto, di 4 banche ben note (Intesa SanpaoloUnicreditMps e Banco BPM) dopo il nostro articolo dal titolo «Diamanti, Borzi su FQ e Sandonà a Thiene: un’altra “fregatura bancaria”. L’avv. Calvetti: ecco come recuperare i soldi».

Nel frattempo a complicare il quadro della truffa dei diamanti si è verificato il paventato fallimento di IDB, una delle due società di vendita “consigliate” (l’altra è DPI) dalle suddette banche, che, a parte ancora Banco BPM, hanno deciso di rimborsare sia pure con diverse modalità il danno patito.

E allora “interroghiamo” di nuovo l’avv. Sergio Calvetti che nel video spiega cosa fare per non perdere la possibilità di recuperare quanto improvvidamente affidato ai soliti noti… consiglieri.

Francia: qualcuno si ricorda di Gavroche?

Giacomo Marchetti carmillaonline.it 10.2.19

Con lo sciopero generale del 5 febbraio il movimento in Francia è entrato in una nuova fase.
L’arresto dal lavoro di 24 ore è stato organizzato dalla CGT e da Solidaires (a cui si aggregate alcune federazioni di FO), ed ha visto manifestazioni partecipate da 300.000 persone in circa duecento città, secondo la principale centrale sindacale francese.
Queste mobilitazioni hanno visto sfilare insieme giacche rosse del sindacato e GJ che hanno partecipato in massa per la prima volta ad una iniziativa sindacale, a cui si sono uniti sia gli studenti delle medie superiori, talvolta in testa al corteo, che e quelli universitari autori di blocchi delle proprie università e dei campus.

I media italiani hanno di fatto censurato la giornata francese, continuando quella sorta di “congiura del silenzio” su ciò che avviene Oltralpe da più di due mesi. Quando non si sceglie l’omertà tout court non si forniscono gli elementi minimi di comprensione, ci si concentra su figure del tutto secondarie e marginalizzate delle mobilitazioni tanto più rappresentati mediaticamente quando privi di seguito (soprattutto se di estrema destra o creatori di fantomatiche liste elettorali Gilets Jaunes), si fanno circolare notizie in chiave spettacolare-sensazionalistica concentrandosi sugli scontri nella capitale parigina, quando non si creano vere e proprie fake news (i servizi segreti francesi che avvertono Macron di un possibile colpo di stato alla vigilia di un importante anno di protesta!).

Così come lo sciopero generale non è stato minimamente menzionato, lo stesso trattamento è stato riservato alla prima “assemblea delle assemblee” nei pressi di Commercy tenutasi il 26-27 gennaio, in cui più di settanta realtà di gilets jaunes, con 200 partecipanti, hanno dato vita – su proposta dell’Assemblea Generale di Commercy – a due giorni di intenso dibattito.
I mezzi di comunicazione in Francia hanno dato ampio risalto all’avvenimento e fornito cronache puntuali della discussione – trasmessa integralmente in streaming – con ottimi reportage da parte di “Reporterre”, “Mediapart” e “Libération”. Anche “Le Monde” ha dedicato spazio al resoconto dei due giorni, ma in Italia non se ne trova praticamente traccia anche tra gli apologeti della democrazia diretta.

Una delle ragioni di questa doppia omissione, verrebbe da pensare, è che questi due avvenimenti (la loro partecipazione e i contenuti emersi) distruggono alla radice la rappresentazione mediatica che anche il ceto intellettuale residuale della sinistra radicale ha voluto dare di questo inedito movimento transalpino, incapace di capire come materialmente si manifesta la lotta di classe nel XXI secolo.
Eppure un arco di forze politiche ampie (FI e NPA, “ecologisti radicali”, movimenti dei quartieri popolari, ecc.) ha colto l’importanza sia del primo momento di confronto diretto tra delegati dei GJ, sia del primo sciopero generale che ha visto una prima convergenza effettiva del “blocco sociale della crisi” espressosi dal 17 novembre.

Mentre con l’assemblea di Commercy il movimento cerca di darsi una organizzazione diretta ed indipendente basata sulle assemblee locali, e non sulle decisioni delle figure di spicco emerse nel corso di questi due mesi, comunque importanti e determinatissime – Eric Drouet, Maxime Nicolle (alias “Fly Rider”), Priscilla Ludosky, Jerôme Rodrigues – con lo sciopero i GJ recuperano quel margine di fiducia necessaria verso quei corpi intermedi che anche se dissanguati e marginalizzati possono concorrere a mobilitare e ad impattare maggiormente sull’economia, oltre a fornire una struttura organizzata fatta di sedi fisiche, e connessioni territoriali e di categoria, rispolverando uno storico strumento del conflitto capitale/lavoro: lo sciopero generale.
Due dei momenti più alti di mobilitazione popolare francese hanno avuto proprio nello sciopero generale il loro culmine: le mobilitazioni durante il Fronte Popolare e il Maggio 1968.

Un aspetto importante è il fatto che stia sempre più emergendo la critica “spietata” al sistema mediatico, con una maturazione della coscienza critica che comprende il valore inestimabile dell’informazione fatta attraverso gli strumenti che “la società dello spettacolo” ha democratizzato con la digitalizzazione e le fonti d’informazione alternativa che erano in precedenza patrimonio di una cerchia ristretta di attivisti e tendenzialmente appannaggio delle classi urbane istruite.

Come dimostra la recente ricerca pubblicata su “Le Monde” – divisa in tre parti – che setaccia i “topoi” dei GJ nella sfera della comunicazione digitale, la questione della violenza dello stato è diventata una delle principali questioni, a cui tra l’altro l’Atto XII è stato interamente dedicato. Un movimento di massa ha conosciuto quella guerra civile a bassa intensità prima riservata da parte dello Stato e dei suoi apparati solo a contesti di lotta localizzati – la ZAD di Notre-Dames-Des-Landes per esempio -, vertenze sindacali di una certa intensità – la lotta degli cheminotscontro le privatizzazioni -, i Territori D’Oltre Mare (all’isola della Reunion Macron ha inviato ben presto l’esercito dopo il 17 novembre), o i quartieri popolari.

Il tema della violenza poliziesca fino ad ora patrimonio di una rete di attivisti agguerriti – Il Comité Adama o Desarmons-les! Per non citare che i più conosciuti – è diventato un portato della coscienza politica diffusa, di cui anche i media mainstream sono costretti a parlare, alimentando involontariamente questo processo di crescita.

Forse la sinistra “nostrana” deve ancora maturare ciò che Victor Hugo maturò nel 1841 quando si rese conto della stigmatizzazione negativa che si dava, usando i termini populace e misérable, agli ultimi, che saranno poi i protagonisti di uno dei migliori affreschi del riscatto sociale dell’Ottocento…

Se Gavroche vivesse oggi in Francia, probabilmente porterebbe un gilet giallo e sarebbe considerato un “casseur”.

Popolare Vicenza, Veneto Banca e non solo. Che cosa (non) hanno fatto le authority sui bond smerciati ai risparmiatori?

  startmag.it 10.2.19

Bankitalia e Consob nel mirino dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini per le risoluzioni della Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ma qual è stato il vero operato della Banca d’Italia e della Commissione che vigila sulle società quotate e sugli strumenti finanziari sui casi Popolare Vicenza, Veneto Banca e non solo? Ecco un estratto dell’analisi di Giuseppe Liturri pubblicata agli inizi di gennaio; qui la versione integrale dell’analisi.

Il misselling è la chiave di tutto, aspetto dirimente di fronte al quale anche la Ue ritiene accettabile un indennizzo del risparmiatore. Per l’accertamento di tale fenomeno, oltre alla ordinaria sede giudiziaria, dal gennaio 2017 è operativo l’Arbitro per le Controversie Finanziarie (Acf), organismo istituito presso la Consob per la risoluzione stragiudiziale dei contenziosi tra risparmiatori ed intermediari ed i risultati della sua attività sono essenziali per farci comprendere le dimensioni di quanto accaduto.

(POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA, ECCO I SUBBUGLI ITALIA-BRUXELLES SUI RIMBORSI AI TRUFFATI)

I risultati sono relativamente sorprendenti. I casi di misselling accertati da tale organismo, che ha quindi accolto i ricorsi dei risparmiatori, hanno sfiorato il 90%, come riportato nel supplemento “Plus” del Sole 24 Ore del 29 dicembre. Le decisioni dell’Acf offrono uno spaccato impressionante di quanto è avvenuto ai danni dei risparmiatori soprattutto tra il 2011 ed il 2015.

(POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA, CHE COSA PREVEDE LA NORMA IN FIERI SUI RIMBORSI DEGLI OBBLIGAZIONISTI)

Emerge un quadro in cui alcune banche, costrette a precipitosi aumenti di capitale o raccolta tramite obbligazioni subordinate per puntellarne la stabilità, esercitavano pressioni commerciali sui risparmiatori per indurli a sottoscrivere tali titoli. Ciò accadeva spesso ‘forzando’ il profilo di rischio del risparmiatore (il famigerato profilo Mifid), in modo da farlo corrispondere a quello del titolo.

Pensionati, casalinghe, braccianti agricoli, tutti abituati ad avere fiducia del ‘direttore amico’ che invece aveva un solo scopo: difendere il suo posto di lavoro, messo a rischio dal mancato conseguimento degli obiettivi commerciali assegnatigli dalla sua direzione.

(POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA, ECCO I SUBBUGLI ITALIA-BRUXELLES SUI RIMBORSI AI TRUFFATI)

Persone chiamate insistentemente a casa ed invitate in banca per sottoscrivere “titoli sicuri che stavano andando a ruba” senza avere riguardo al fatto che in essi veniva investito a volte anche il 100% del modesto patrimonio del malcapitato. Titoli non quotati venduti come più sicuri rispetto a quelli quotati, evidenziando il fatto che non erano soggetti alle oscillazioni di mercato e tacendo invece il fatto che l’assenza di un mercato li rendeva illiquidi e quindi difficilmente vendibili in caso di necessità.

(POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA, CHE COSA PREVEDE LA NORMA IN FIERI SUI RIMBORSI DEGLI OBBLIGAZIONISTI)

Banche che, al momento di un deliberare un fido verso un’impresa, lo aumentavano sotto la condizione che una quota rilevante di quel fido venisse impiegato in acquisto di titoli della stessa banca. Le cosiddette operazioni ‘baciate’. Per finire con la beffa finale degli ‘scavalcati’, cioè quei soggetti che chiedevano alla banca la vendita delle azioni e si sentivano rispondere che non c’erano compratori. Salvo poi apprendere che qualcuno più importante per la banca era comunque riuscito a vendere quei titoli. Questa vera e propria galleria degli orrori è recentemente finita nel mirino della Consob che ha sanzionato pesantemente i vertici di una banca su cui anche la magistratura ha puntato la sua attenzione.

L’aspetto paradossale delle centinaia di decisioni emesse dall’Acf in questi primi due anni di attività è costituito dalle numerose decisioni per l’esecuzione delle quali gli intermediari si sono resi inadempienti. Un elenco lunghissimo di decisioni non eseguite, quasi sempre ad opera di pochi intermediari. Come si vede, per i risparmiatori, al danno ha fatto seguito anche la beffa.

(POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA, ECCO I SUBBUGLI ITALIA-BRUXELLES SUI RIMBORSI AI TRUFFATI)

Ma un fenomeno di tali proporzioni non poteva comunque sfuggire ai regolatori (Consob e Banca d’Italia) che nella Commissione d’inchiesta parlamentare conclusasi nella scorsa legislatura, sono uscite piuttosto malconce dalle audizioni che le hanno riguardate. Scambio di accuse e palesi contraddizioni non sono mancate.

(POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA, CHE COSA PREVEDE LA NORMA IN FIERI SUI RIMBORSI DEGLI OBBLIGAZIONISTI)

Ma esse non potevano non sapere. L’Autorità Bancaria Europea, rivolgendosi ai regolatori nazionali, aveva segnalato il pericolo che si stava correndo e, già con un documento del luglio 2014, descriveva dettagliatamente tale rischio. Ma vi è di più: nel 2011/2012 il tasso di crescita della raccolta bancaria tramite obbligazioni era stato sempre positivo e spesso a doppia cifra. Per poi crollare drasticamente negli anni successivi, in seguito all’entrata in vigore del bail-in. Tutti sapevano. Allora perché hanno sostanzialmente taciuto o avallato emissioni azionarie e obbligazionarie da cui i piccoli risparmiatori avrebbero dovuto restare lontani mille miglia?

È possibile solo formulare congetture. Tra le quali, una appare forse meritevole di menzione: dal 2012, la valanga di crediti inesigibili aveva davvero reso precaria la situazione di liquidità e, in alcuni casi, anche di solvibilità di numerose banche. Se non fosse stato possibile attingere al ‘parco buoi’ dei piccoli risparmiatori, mentre gli investitori istituzionali si tenevano lontani da certi pericoli, chi mai avrebbe potuto fornire liquidità alle banche?

(POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA, ECCO I SUBBUGLI ITALIA-BRUXELLES SUI RIMBORSI AI TRUFFATI)

(POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA, CHE COSA PREVEDE LA NORMA IN FIERI SUI RIMBORSI DEGLI OBBLIGAZIONISTI)

Il nervosismo di Macron? La più grande Banca francese è andata…

Massimo Bordin micidial.it 10.2.19

Se andate a Parigi, non scordatevi di fare un giro anche alla Défense, il quartiere coi grattacieli che sembra Manhattan. Vi sembrerà di stare in Europa, ma al contempo anche in America e potrete ammirare i manager in completo Armani che fanno su e giù con le loro valigette 24ore. Lì ha anche sede Société Générale, il gruppo francese che sta crollando mentre tutti in Europa parlano di Maduro e dei gilet gialli (quando va bene) e di egiziani canterini (quando va male).

Che gli sciagurati dell’austerity abbiano mandato tutta l’Europa a gambe all’aria oramai è agli atti. Ma ora si esagera, i francesi con Société Générale rischiano davvero grosso e fanno correre gravi pericoli anche a noi italiani tramite la Banca Nazionale del Lavoro, che ormai è BNP Paribas, controllata dall’istituto francese.

Ma andiamo con ordine.

BREVE PREMESSA. Secondo Reuters, per fronteggiare la crisi del 2008 la Société générale ha ricevuto un prestito dallo Stato di 1,7 miliardi di euro. Ha successivamente ricevuto nel 2009 un altro finanziamento di simile importo. Alla fine dello stesso anno, peraltro, la Société générale ha rimborsato l’intero montante di questi prestiti, ovvero 3,4 miliardi di euro più interessi

Già indebolita dalla crisi dei subprimes, la Société générale nel 2008 ha annunciato di essere rimasta vittima di una frode sul mercato dei contratti a termine messa in atto da uno dei suoi operatori sul mercato, Jérôme Kerviel. La liquidazione delle posizioni gestite da Kerviel ha generato 4,9 miliardi di perdite. Se si imputa a Jérôme Kerviel la responsabilità di tale perdita, si tratterebbe della più grossa truffa di tutti i tempi che sia stata messa in atto da un rogue trader, dipendente di un’istituzione finanziaria .

Al termine dei vari gradi di giudizio, nel 2016, Jérôme Kerviel è stato riconosciuto unico colpevole dei fatti ed è stato condannato a cinque anni di carcere nonché al risarcimento dei danni alla Banca, quantificati in un “solo” milione di euro. (fonte)

Venendo ai giorni nostri, Société Générale è crollata del 12 per cento in borsa in un solo mese, mentre il resto del mercato ha tenuto. Anzi, il Cac 40, cioè l’indice borsistico francese, è cresciuto bene, ma la loro banca principale crolla vistosamente. Tutti lo vedono, tranne ovviamente i tifosi proUe e i declinisti italiani del gruppo +Europa, che continuano a criticare il governo e l’euroscetticismo fingendo di non vedere le vere cause del declino.

TREND MENSILE CAC40

TREND MENSILE SOC.GENERALE

L’amministratore delegato di DoubleLine Capital, Jeffrey Gundlach, ha usato parole molto dure per il capo della Société Générale di Parigi dopo che le sue azioni sono scese giovedì al minimo da cinque anni.

La banca francese ha detto che sta riducendo le sue attività di mercato e tagliando ulteriori 500 milioni di euro di costi per combattere una rotta che ha fatto crollare le entrate commerciali.

Oudea (ceo di SocGen) continua a non avere idea di cosa sta facendo tranne che affossare la banca.

Con queste inequivocabili parole su twitter, riprese anche da Bloomberg, il guru finanziario Gundlach mette il dito nella piaga della Francia. Il richio di un crollo serio è imminente e tutte le azioni di Macron sono tentativi di distrarre l’opinione pubblica, non ultima la bagatella con l’Italia. E’ una strategia che sembra funzionare. Il ragionamento di alcuni francesi è questo: “Macron non sarà un granchè, ed i gilet lo stanno contenstando, ma è pur sempre il nostro Capo e gli italiani lo stanno attaccando, dunque sosteniamolo”

Poveretti, non hanno idea di quanti soldi dovranno sborsare per salvare la loro decrepita banca principale. Nostro dovere urlarlo, prima che finiscano per travolgere anche noi.

Proprio quando pensavi fosse sicuro guardare il tuo schermo … Un grande squalo bianco sembra balzare verso di te in un’immagine terrificante

Di DIANNE APEN-SADLER PER MAILONLINE

PUBBLICATA: 10:00 GMT, 8 febbraio 2019 | AGGIORNATO: 11:54 GMT, 8 febbraio 2019

  • Scott Davis, di Monterey, in California, catturato al largo della costa del Sud Africa
  • Il biologo marino è diventato fotoreporter, 50 anni, precedentemente studiato come squalo negli Stati Uniti
  • Tra 300 e 500 grandi squali bianchi vivono ora al largo della costa del Sud Africa 

Un fotografo è riuscito a catturare questo incredibile scatto di un grande squalo bianco a pochi centimetri dalla sua macchina fotografica mentre era in vacanza in Sud Africa . 

Scott Davis, di Monterey, in California , stava conducendo un viaggio fotografico quando ha scattato le terrificanti foto.

Il cinquantenne ha detto: “Stavo conducendo un viaggio fotografico in Sudafrica quando ho scattato la foto.

Scott Davis, di Monterey, in California, ha catturato questo incredibile colpo di un grande squalo bianco a pochi centimetri dalla sua macchina fotografica al largo della costa del Sud Africa

Scott Davis, di Monterey, in California, ha catturato questo incredibile colpo di un grande squalo bianco a pochi centimetri dalla sua macchina fotografica al largo della costa del Sud Africa

L'ex biologo marino diventato fotoreporter, 50 anni, ha detto che il predatore del mare profondo stava facendo capolino fuori dall'acqua per dare un'occhiata più da vicino

L’ex biologo marino diventato fotoreporter, 50 anni, ha detto che il predatore del mare profondo stava facendo capolino fuori dall’acqua per dare un’occhiata più da vicino

“Il grande squalo bianco ha spiccato la testa fuori dall’acqua per dare un’occhiata più da vicino a quello che stava succedendo ed era a pochi centimetri dalla mia macchina fotografica – i suoi denti erano davvero impressionanti.”

Mr Davis è un ex biologo marino diventato fotogiornalista, e in precedenza ha studiato il predatore del mare profondo al largo della costa occidentale degli Stati Uniti.

Ha aggiunto: “Per me, gli squali bianchi sono sempre stati fonte di fascino infinito e passare del tempo con loro è sempre speciale.”

Uno studio recente nella zona ha rilevato che ci sono solo circa 300-500 squali bianchi rimasti al largo delle coste del Sud Africa.

I grandi squali bianchi sono classificati come specie vulnerabile. 

Uno studio recente nella zona ha rilevato che ci sono solo circa 300-500 squali bianchi rimasti al largo delle coste del Sud Africa

Uno studio recente nella zona ha rilevato che ci sono solo circa 300-500 squali bianchi rimasti al largo delle coste del Sud Africa

Così mangiavamo: le canzoni, i surrogati e le ricette dei nonni in tempo di guerra

Michela Becchi gamberorosso.it 9.2.19

FRA I PRIMI PRODOTTI A SPARIRE DALL’ALIMENTAZIONE QUOTIDIANA FU IL CAFFÈ, SOSTITUITO DALLA BEVANDA DI CICORIA O DI GHIANDE. E POI LE UOVA, LA CARNE, L’OLIO D’OLIVA. ECCO COM’ERA LA DIETA AL TEMPO DI GUERRA.

“Non ti potrò scordare

o bella pagnottella,

tu sei la viva stella

che brillerà per me.

Ricordi le patate

piantate al Valentino?

Ci manca pure il vino,

di fame ci fan morir!

La gioventù non sta più su.

Si sente un certo languor,

in Italia si vive d’amore!”

Le canzoni contro la fame

Hanno sofferto la fame, ma non hanno mai perso lo spirito e il senso dell’umorismo. Per sdrammatizzare le sofferenze, durante la Seconda Guerra Mondiale gli italiani iniziano a far circolare canzoncine ad hoc, con versi cuciti sulle musiche di regime. Come questa canzonetta sul pane e le pietanze ormai dimenticate creata sulle note della popolare “Piemontesina bella”. Perché se fra restrizioni e morsi allo stomaco la vita si faceva sempre più dura, altrettanto forte diventava la resistenza e la tenacia delle famiglie più povere. Non c’era tempo per lamenti e proteste: era l’epoca della pragmatismo, del senso del dovere, le responsabilità. Ma anche dello stimolo creativo e la ricerca delle soluzioni alternative.

I surrogati

Dobbiamo considerarci soldati anche nel rancio” era uno dei più noti slogan fascisti incentrati sulla tavola. E così, uno dopo l’altro, iniziarono a sparire – o quantomeno a ridursi al minimo – tutti i generi alimentari. Che vennero, però, prontamente sostituiti da una serie di surrogati, meno gustosi, certo, più pratici ed economici, ma che per tempo hanno rappresentato una delle maggiori forme di sostentamento di quegli anni.

Caffè di cicoria
Caffè di cicoria

Il provvedimento sul caffè

Primo prodotto a essere tagliato dalla dieta fu il caffè, rimpiazzato dall’orzo o dalla cicoria. Quei pochi che avevano la fortuna di procurarsi dei chicchi veri, ne conservavano i fondi e li riutilizzavano più e più volte per preparare altre bevande. Nel ’39, arriva il provvedimentodella Camera dei fasci e delle corporazioni, emanato dal presidente Costanzo Ciano, che bandisce l’uso dell’espresso al bar della Camera e alla Presidenza del Senato. Un primo passo che dovrà essere presto imitato anche dagli altri circoli privati.

Caffè d'orzo
Caffè d’orzo

Le alternative

Fra i sostituti più comuni, il caffè di cicoria, prodotto nato attorno alla prima metà dell’Ottocento, realizzato con le radici della pianta scaldate fino a caramellizzare dello zucchero. Altre alternative erano l’orzo mondo (o nudo), cereale tipico del territorio marchigiano, oppure il caffè dighiande, ottenuto tramite tostatura del frutto. Certo, risulta difficile immaginare oggi una vita con così tante limitazioni, ma i nostri antenati, di grande forza d’animo e risolutezza, era abituati a problemi più gravi, come scrive Lunella DeSeta nel suo “La cucina del tempo di guerra” del 1942: “Ben altro c’è a cui pensare seriamente all’infuori dell’aroma di una fumante tazza di caffè”.

Ovocrema, foto del libro Donne e Cucina in tempo di guerra di Bruna Bertolo, ed. Susalibri
Ovocrema, foto del libro “Donne e Cucina in tempo di guerra” di Bruna Bertolo, ed. Susalibri

Le uova, il tè, il dado

Il caffè fu solo il primo di una serie di prodotti che iniziarono a scarseggiare. Se per i contadini la cucina era un affare più semplice, la questione si faceva molto diversa per le famiglie in città che avevano più difficoltà a recuperare uova e burro. Come sostituto delle uova c’era l’Ovocrema, che corrispondeva a 8 rossi d’uovo, mentre come bevanda calda si iniziò a diffondere il karkadè (detto anche tè di ibisco), infusione dei petali secchi del fiore di ibisco, dal colore rosso intenso e il sapore leggermente acidulo, “una bevanda assai gradevole al palato e di ottimi requisiti, poiché contiene una ricchezza di vitamina c”, come afferma la De Seta.

Dado
Dado

Fra i prodotti più rari, poi, la carne (disponibile solo in determinati giorni della settimana), prontamente sostituita dagli estratti. Già presente da fine Ottocento, il dado – venduto inizialmente in vasetti di vetro e poi, in seguito, in cubetti – cominciò a circolare con più frequenza nei periodi di carestia, a partire dal primo dopoguerra, impiegato per la realizzazione di brodi e minestre.

I consigli delle autrici: l’olio d’oliva fatto in casa

Tantissime le donne che scrivevano – solitamente sotto pseudonimi – libri o rubriche sui giornali, dispensando consigli per le massaie, vero motore dell’alimentazione a cui era affidato l’arduo compito di preparare pranzo e cena con quel poco che c’era. Fra i suggerimenti, troviamo un’ulteriore surrogato, stavolta fatto in casa, proposto dalla De Seta. A riportarlo è Roberta Pieraccioli in “La Resistenza in Cucina”: “Per 125 grammi, servono 24 grammi di olio di semi di lino e un litro scarso di acqua; si uniscono a freddo, si mescolano con un cucchiaio di aceto, una presa di sale e una puntina di zafferano, si mette il tutto sul fuoco e si fa tenere il bollore a fuoco lento per una ventina di minuti, poi si cola filtrando con una garza doppia e si imbottiglia. Questo olio è adatto per condire ma non per friggere”.

Di Lunella De Seta, PetronillaLidia Morelli e altre scrittrici che hanno contribuito alla creazione di una cucina economica indimenticabile parleremo la prossima volta. Qui, una ricetta tipica del tempo.

Cipolle
Cipolle

Purè di cipolle, gli ortaggi dei poveri

Ancora oggi un ortaggio molto economico, le cipolle erano spesso l’unico prodotto che le donne riuscivano a procurarsi, oltre a essere uno dei più coltivati negli orti, proprio perché non aveva bisogno di molta cura. Ne parla spesso Petronilla, utilizzandolo come condimento per la pasta oppure gustandolo nella versione stufato, ma anche la Pieraccioli nel suo volume dedicato alle ricette di sua nonna Argia. In questo caso, si tratta di un purè che, “a seconda se si scelgono cipolle rosse o bianche” sarà  “rossastro o bianco e di sapore più o meno forte”. Le dosi, naturalmente, sono piuttosto generiche, ma è parte del fascino delle ricette casalinghe.

La ricetta: purè di cipolle di nonna Argia (da libro La Resistenza in Cucina, Roberta Pieraccioli)

Cipolle in numero adeguato alle persone che si devono mettere a tavola

Un po’ di burro

Sale q.b.

Pepe q.b.

Brodo di carne anche fatto col dado

Un paio di tuorli d’uovo sodo

Si tagliano le cipolle a fettine sottili e si mettono ad appassire in una padella con un po’ di burro, sale e pepe, qualche cucchiaio di brodo e i tuorli sfarinati. Si mescola bene lasciando stemperare, poi si passa tutto al passaverdure e si fa cuocere, sempre mescolando. Se il composto risulta troppo sodo, si aggiunge un po’ di brodo. Se è troppo liquido si può assodare con una patata lessa. Va servito caldo e se avanza può diventare la base per un ottimo sformato.

a cura di Michela Becchi

Così mangiavamo: 3 ricette dei nostri nonni in tempo di guerra

Così mangiavamo: la cucina autarchica, l’ammasso e le ricette dei nonni al tempo di guerra

Come prepararsi al peggio nel modo migliore, secondo Seneca?

angolopsicologia.com 9.2.19

prepararsi al peggio

Prima o poi le avversità busseranno alla nostra porta. Non possiamo sfuggirgli, ma possiamo prepararci ad affrontarle, possiamo rafforzare il nostro “muscolo della resilienza” in modo tale che i problemi della vita non si trasformino in traumi psicologici che ci distruggono.

Seneca, il più alto rappresentante dello stoicismo, una filosofia che sosteneva l’importanza di dominare i fatti e le emozioni che disturbano la nostra vita sbarazzandoci dell’attaccamento innecessario, considerava le avversità come qualcosa di positivo. Diceva che “non c’è nessuno più sfortunato dell’uomo che dimentica le avversità, perché non ha alcuna possibilità di mettersi alla prova”.

La chiave, secondo questo filosofo, sta nel prepararci al peggio nel modo migliore. A priori, le sue idee possono sembrare pessimiste, soprattutto nell’era della positività ad ogni costo, ma una dose di lungimiranza mescolata ad un po’ di sano realismo non fa mai male.

Infatti, Hegel diceva che la negatività mantiene viva l’esistenza e ci salva da ciò che il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han chiama “la stanchezza dell’io che conduce all’infarto dell’anima”. La negatività a cui questi filosofi si riferiscono non è il pessimismo che ci paralizza, ma una forza trainante che ci dà potere perché ci incoraggia a prendere delle decisioni.

Le avversità inattese colpiscono più duramente

“Gli effetti di ciò che non ci si aspetta sono più devastanti perché il peso del disastro si aggiunge all’imprevisto. L’imprevisto ha sempre intensificato il dolore di una persona. Per questo motivo dobbiamo fare in modo che nulla ci colga di sorpresa. Dovremmo proiettare i nostri pensieri verso il futuro in ogni momento per tenere conto di ogni eventualità possibile, invece di pensare che gli eventi seguiranno semplicemente il loro corso.

“Dobbiamo anticipare tutte le possibilità e rafforzare lo spirito per affrontare le cose che potrebbero accadere. Provale nella tua mente […] Se non vogliamo sentirci sopraffatti e confusi dagli eventi, come se fossero accadimenti senza precedenti, dobbiamo ripensare il concetto di fortuna in modo più esaustivo”.

La scienza conferma la proposta di Seneca. Uno studio sviluppato presso l’Università della California ha rivelato che, per raggiungere i nostri obiettivi, il modo migliore non è visualizzare i risultati e immaginare che tutto andrà a buon fine. Al contrario, quelli che raggiunsero veramente i loro obiettivi furono coloro che visualizzarono il cammino e si prepararono ai contrattempi che potevano verificarsi. Anche quel processo di preparazione li aiutava a ridurre l’ansia e l’angoscia.

Un altro esperimento più recente condotto presso l’Università di New York ha rivelato che fantasticare sui risultati positivi che potremmo ottenere in futuro diventa un’arma a doppio taglio. Questi psicologi hanno scoperto che le persone che fantasticavano di più ottenevano risultati peggiori nel lungo termine perché assumevano meno responsabilità nell’assunto.

Questo non significa che dovremmo essere pessimisti, ma che abbiamo bisogno di una dose di realismo che ci mantenga con i piedi per terra e ci permetta di anticipare i problemi. Perché “quelli che non sono preparati saranno terrorizzati dagli eventi più insignificanti”, avvertì Seneca.

Come prepararsi al peggio?

Spesso la realtà supera la fantasia. A volte la vita ci colpisce più duramente di quanto ci aspettiamo. È vero. Non possiamo sempre prevedere le nostre reazioni emotive e quanto sarà duro l’impatto. Tuttavia, Seneca era convinto che “la persona che anticipa l’arrivo di questi problemi toglie loro potere quando essi arrivano”.

Il suo consiglio era: “è nei momenti sicuri che lo spirito deve prepararsi ad affrontare i momenti difficili. Approfitta che la fortuna ti offre i suoi favori, per rafforzarti contro i suoi rifiuti […] riservati di tanto in tanto un paio di giorni durante i quali ti acconternterai di cibo e vestiti più semplici. Allora ti chiederai: ‘È questo ciò che dovrei temere?’

“Un poco d’orzo, o un pezzo di pane e acqua non sono una dieta molto gradevole al palato, ma nulla ci dà più piacere che la capacità di godere anche di questo, e la sensazione di aver raggiunto qualcosa che nessuno ci può togliere”.

Le sue parole ci offrono una lezione fondamentale: dobbiamo abbracciare l’essenziale ed esserne felici. Quando siamo in grado di separare il grano dal loglio, quando ci rendiamo conto che le cose importanti ed essenziali nella vita sono veramente poche, molti colpi di sfortuna cessano di essere tali perché ci tolgono solo cose supeflue di cui possiamo fare a meno.

E quando arrivano le avversità?

Il suo consiglio è tanto semplice quanto prezioso: “nelle avversità è spesso necessario intraprendere un percorso audace”. Invece di essere sopraffatti dal colpo, dobbiamo reagire. Quindi è il momento di rischiare, di provare altre vie e cambiare.

 

Fonti:
Séneca, L. A. (2018) Cartas a Lucilio. Epístolas escogidas. Barcelona: Editorial Ariel. Oettingen, G. & Mayer, D. (2002) The motivating function of thinking about the future: expectations versus fantasies. J Pers Soc Psychol; 83(5): 1198-1212. Pham, L. B. & Taylor, S. E. (1999) From Thought to Action: Effects of Process-Versus Outcome-Based Mental Simulations on Performance. Personality and Social Psychology Bulletin; 25(2): 250-260.

Se l’economia influenza lo stile genitoriale

MONICA COVIELLO vanityfair.it 10.2.19

Se l'economia influenza lo stile genitoriale

Gli studi dell’economista di Yale Fabrizio Zilibotti dimostrano che a svolgere un ruolo importante nell’approccio alla crescita dei bambini sarebbero anche la situazione economica del Paese in cui si vive e le disuguaglianze sociali

I genitori italiani hanno certamente uno stile educativo diverso rispetto a quello delle mamme e dei papà svedesi. Ma anche i valori trasmessi ai bambini svizzeri sono di sicuro differenti rispetto a quelli impressi negli Stati Uniti. Non c’entrano solo le tradizioni e le consuetudini nazionali: a svolgere un ruolo importante nell’approccio alla crescita dei bambini sarebbe anche la situazione economica del Paese in cui si vive. Parola di un economista italiano, Fabrizio Zilibotti, che ha vissuto nel Regno Unito, in Svezia e in Svizzera, prima di approdare all’Università di Yale, dove insegna: ne ha parlato nel libro Love, Money & Parenting: How Economics Explains the Way We Raise Our Kids, scritto insieme a Matthias Doepke, professore di Economia alla Northwestern University.

I genitori svedesi tendono ad essere più rilassati e a concedere ampia libertà ai loro figli, la Svizzera è più orientata alle regole rispetto alla Svezia, mentre i genitori cinesi sono generalmente molto severi. Negli Stati Uniti, i genitori fanno attenzione alla scuola e alle attività dei loro figli, sperando di riuscire a condurli al successo. Secondo Zilibotti, «le condizioni economiche e il modo in cui cambiano nel tempo influenzano gli stili genitoriali e ciò che le persone considerano un buon modo di essere genitori. Le madri e i padri adottano le strategie di educazione che sembrano loro più adatte alle condizioni socio-economiche in cui i loro figli cresceranno. Ad esempio, in ​​una società altamente competitiva, dove il successo futuro dipende o meno dall’ingresso in una buona università, i genitori si sentono incentivati a essere meno permissivi e più autorevoli».

Se si vive in ​​una società essenzialmente egualitaria, dove la distribuzione della ricchezza è equilibrata, può essere una buona idea lasciare che i figli trovino la propria strada, seguano il loro istinto e commettano errori. «Che, alla fine, potrebbero persino aiutarli ad apprezzare meglio la vita o scoprire nuovi talenti. Invece, in una società dove le differenze pesano molto, e in cui il successo futuro può dipendere molto dal frequentare università elitarie, sarà molto importante ottenere buoni voti. I genitori risponderanno a questo incentivo enfatizzando i valori che favoriscono il successo accademico e prestando molta attenzione alle scelte e alle attività dei loro figli».

La disuguaglianza influenza anche l’ambizione delle persone. «I gruppi che si sentono esclusi da una serie di possibilità potrebbero essere meno reattiviagli incentivi», spiega l’economista. «Ciò che abbiamo osservato nel tempo è il fatto che gli approcci alla genitorialità sono sempre più diversificati nelle società in cui regna la disuguaglianza: alcune famiglie della classe media o della classe medio-alta lavoreranno duramente perché i loro figli abbiano successo e entrino nelle migliori università, mentre i genitori con un basso reddito abbandoneranno quegli obiettivi ritenendoli poco pratici o irrealistici».

Nelle società altamente competitive e con più disuguaglianze, i genitori tendono ad essere sistematicamente meno permissivi e più autorevoli. L’esempio estremo è la Cina, dove i genitori persino autoritari. Un altro, anche se meno estremo, sono gli Stati Uniti, dove molti genitori si definiscono autorevoli e sottolineano il valore del duro lavoro. L’enfasi sull’indipendenza e sulla creatività, in America, è minore rispetto, ad esempio, alla Svezia o alla Norvegia, che sono paesi con un livello inferiore di disuguaglianza, e in cui i genitori tendono ad adottare stili di genitorialità più permissivi.

Per arrivare a queste conclusioni, Zilibotti ha esaminato il World Values ​​Survey,che chiede ai genitori di tutto il mondo di scegliere quelli che considerano i cinque valori più importanti da trasmettere ai loro figli. «La genitorialità permissiva enfatizza il valore della creatività e dell’indipendenza. Quella autorevole il duro lavoro. I genitori autoritari invece sottolineano l’importanza dell’obbedienza. Abbiamo utilizzato alcuni dati specifici degli Stati Uniti per corroborare i dati del World Values ​​Survey, tra cui il National Longitudinal Survey of Youth. Siamo arrivati alle stesse conclusioni».

Ma, sorprendentemente, sembra che i fattori economici non siano così decisivi nella scelta di avere solo uno oppure più figli. «Qui prendiamo in prestito alcune idee dal premio Nobel Gary Becker, che ha introdotto la nozione di compromesso qualità-quantità. Quando l’educazione dei figli diventa un compito più intenso, diventa problematico avere molti figli perché ci vorrebbe un’incredibile quantità di tempo per controllarli tutti. Vediamo oggi genitori più stressati che hanno un solo figlio e trascorrono enormi quantità di tempo con quel bambino. In passato, quando i genitori non erano così attenti e ai bambini era permesso di vagare più liberamente, le persone avevano famiglie più numerose».

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I giovani in gabbia, tra falso reddito di cittadinanza e il restare “bamboccioni” a vita

DARIO FALCINI rollingstone.it 6.2.19

La misura dei 5 Stelle dà risorse alla “classe disagiata” con una mano ma le toglie con l’altra. Intanto le opposizioni si guardano bene dall’affrontare il problema, e sfottono

Come reagireste se un vostro amico passasse dieci anni della sua vita a dirvi che un giorno si sarebbe comprato una Porsche, poi si presenta con il pandino verde acqua del nonno – lunga vita a entrambi –, vi guarda negli occhi e vi dice “allora, ti piace la Porsche”? È più o meno quello che il Movimento 5 Stelle fa quotidianamente: promettere il mondo, rimangiarsi le parole date e poi darci sopra una bella spolverata di retorica per fare diventare le alleanze “governo del cambiamento”, gli accrocchi contabili “manovra del popolo” e i condoni “pace fiscale”.

Peggio ci si sente quando il fumo avvolge gli occhi che cercano di capire cos’è e cosa cambierà con il tanto sbandierato reddito di cittadinanza. Beppe Grillo ne parla dagli albori, ed è uno dei motivi che hanno fondato il grande equivoco per cui il movimento avrebbe un’anima di sinistra: il reddito di cittadinanza – almeno altrove – presuppone una visione della società come comunità, e si fonda sulla convinzione che il mercato del lavoro stia profondamente cambiando e per questo sia necessario pensare a un nuovo tipo di “retribuzione”. Un’idea alta della politica, proprio come quella che molti avevano attribuito alla fase “sansepolcrista” del Movimento.

Peccato che per come è diventato oggi – dopo la presentazione show modello Telemarket da parte del ministro del Lavoro – il reddito di cittadinanza non assomigli nemmeno lontanamente a quelle belle cose. «Anzitutto non è universale, un tuo diritto in quanto cittadino. Inoltre è vincolato al modo in cui decidi di consumare la cifra che ti viene assegnata e all’accettazione di proposte di lavoro calate dall’alto, secondo modalità che sono ancora tutte da capire. E poi per ora i soldi stanziati sono pochi», commenta Raffaele Alberto Ventura.

Il suo ultimo libro, Teoria della classe disagiata, è stato un caso letterario, l’illuminante racconto di una generazione “troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle” in cui molti hanno potuto riconoscersi. Di quella generazione – chi è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi anni – ogni politico giura di occuparsi, a cominciare dal M5S con il loro reddito di cittadinanza.

«Il problema è che questa misura rischia di dare ai giovani i soldi con una mano e toglierglieli con l’altra, sotto varie forme», dice Ventura. «Perché prima o dopo la questione del debito pubblico si porrà, quando i soldi stanziati dovranno essere restituiti con gli interessi. Il tutto, è facile prevedere, a scapito della spesa pubblica: arriveranno i tagli al welfare, alla sanità e all’istruzione. Servizi che appartengono a tutti, anche alle nuove generazioni». Secondo Ventura, paradossalmente, finirà per rivelarsi una misura fortemente neoliberista. «Se smantelli il sociale e dai i soldi direttamente alle persone, invitandoli a spenderli, io non ci vedo grandi benefici per il sistema».

Ma c’è persino di peggio. Perché il reddito di cittadinanza in salsa gialloverde è riuscito nell’impresa di abbassare ulteriormente il livello del dibattito attorno alla questione dell’occupazione giovanile, alla massa enorme di ragazzi che in Italia non ha un lavoro o le condizioni che si meriterebbe, che deve scappare all’estero o rimanere chiusa in casa da mammà.

E così una volta di più, dopo essersi presi per anni dei “bamboccioni” o dei “ragazzotti choosy”, i giovani sono bersaglio di prese in giro più o meno velate. Da giorni si sente ai Tg o si legge sui social che il reddito di cittadinanza sarà un grande incentivo per un esercito di giovani fancazzisti per non alzarsi più dal divano, e passare poi all’incasso a fine mese. La “classe disagiata” subisce ancora, e rimane cinta d’assedio «tra chi dice di fare un provvedimento a suo favore che tale non sarà, e chi ripropone il solito ritornello dei fannulloni».

SANREMO 2019/ Rinunciare alla realtà per sentirci bene, davvero siamo come Arisa?

Arisa partecipa al Sanremo 2019 con “Mi sento bene”. Un vero segno dei nostri tempi, dove la vita è un assurdo controsenso ed è meglio “non pensarci”

10.02.2019 – Gianluca Zappa ilsussidiario.net

Arisa a Sanremo 2019

Sgombriamo il campo subito da una facile critica: tanta passione e tanto impegno per commentare una canzone di Arisa a Sanremo (perché di questo parlerò): ma ne vale la pena? Di solito chi fa questa obiezione parla e straparla di cose anche meno importanti. Ma tant’è. Rispondo che una canzone, se non cambia la storia degli uomini, può cambiare facilmente la loro testa (gli ultimi settant’anni lo hanno dimostrato), specie poi se lanciata da un palcoscenico prestigiosamente nazional-popolare e successivamente rilanciata in modo ossessivo dai media. Non si capisce questo schizzinoso modo di accostarsi alla canzone contemporanea. Facciamo studiare e imparare a memoria ai nostri studenti tanta letteratura che in fondo ha avuto la stessa funzione delle canzonette di oggi e la presentiamo con l’aura del capolavoro. Sono solo canzonette? Sì, ma dicono quello che siamo oggi, quello che pensiamo, come ci consideriamo, la nostra cultura, o meglio, la cultura che è stata indotta.

E poi vanno prese sul serio quelle canzonette che hanno perfino la pretesa di dire qualcosa di serio, o di porre un problema serio. Quella degli autori di Arisa è tra queste. Non amo il personaggio Arisa, ma questo non è importante: la canzone non è parto del personaggio, ma di chi l’ha scritta e gliel’ha imposta. Al primo ascolto sono inorridito. Poi ho letto più volte il testo (quanto impegno per una canzonetta, eh?) e mi sono reso conto che è uno specchio perfetto di come vive la gente oggi, devastata da un carpe diem gaio che impone di parcheggiare la ragione, il pensiero (“se non ci penso più mi sento bene”). Il ritornello è devastante, imbarazzante: mi metto le fette di prosciutto agli occhi e sopravvivo, vado avanti così come viene, senza farmi troppi problemi, senza cercare un senso. Senza farmi più domande che tanto non hanno risposta. E’ precisamente quello che pensano oggi almeno otto persone su dieci.

Ma a cosa non bisogna pensare? Elenco dal testo: che è troppo difficile credere all’eternità; che non si può cercare un senso per la vita; che “un giorno tutto questo finirà” e che insomma la vita è un “assurdo controsenso”; che non si sa cosa può restare dei “giuramenti degli amanti”, ma neanche dei rimpianti e dell’amore e della crudeltà. I sogni nei cassetti? Boh. Gli amori persi? Mah. Cosa ne sarà “dei pomeriggi al fiume da bambina”? Il tempo scorre e porta tutto via, come quel fiume. Cosa ne sarà degli “occhi di mia madre”? Se ne vanno via anche le persone più care! Panta rei: non lo si può gridare gaiamente, a meno di essere deficienti. E poi c’è sempre quella “paura di invecchiare” in agguato, perché la sorte tocca a tutti noi, il panta rei riguarda anche la mia vita.

Insomma, questa canzone ti butta addosso la verità, nient’altro che la verità, la tragedia, il problema e il quadro che traccia è piuttosto desolante: gettata alle ortiche in premessa l’eternità, tutto il resto va a finire in una insensata discarica.

Ma cosa ci viene proposto in cambio, quali soddisfazioni, quale filosofia della vita? “Se non ci penso più mi sento bene”. E poi un elenco di cose “carine”, come in un moderno plazer: “leggo un giornale, mi sdraio al mare” (però, bel risarcimento!) e poi quella frase che è una vera e propria impostura: “prendo la vita come viene” (non è vero, perché non pensare alla vita con tutte le sue questioni più importanti non vuol dire prendere la vita, ma in qualche modo rigettare la vita). Continuiamo col plazer: “mi sveglio presto il lunedì e mi sento bene” (pensavo fosse durissimo ricominciare la settimana! Voi vi sentite bene il lunedì mattina?); “le strade piene quando è Natale” (guai a frequentare un centro storico poco affollato!); “sto al telefono con te” (bello, finché dura e non si litiga); “i baci in corsa, le calze a rete, gli inviti a cena per fare l’amore, sentirmi bella…” (è sottinteso che per “sentirsi bene” bisogna avere tutto questo. Fortunato chi ce l’ha e comunque non ce l’ha per sempre). 

E poi la ricetta finale: “se faccio quello che mi va mi sento bene”. Se non lo faccio (il che spessissimo accade)? Mi sento male, suppongo. Ma non basta, perché bisogna “farlo strano”: “balliamo un tango sotto la neve”. Bellissimo! Che carini! Sotto la neve! “Sentirmi libera come i bambini” (già, quel bambino che si è perso e non tornerà più), “restare nudi, lasciarsi andare, accarezzare tutto…”. Manca solo il peluche da portarsi a letto.

Rileggete l’elenco di quello che si è perso, di quello che manca, e mettetegli a confronto questa listarella di palliativi o, se preferite una citazione dotta, delle “mille inefficaci medicine” di cui parlava Giacomo Leopardi nella sua epistola poetica al Conte Carlo Pepoli.

Insomma, questa canzone è davvero disarmante, ma, ripeto, è il ritratto fedele della filosofia di vita della gente di oggi e, purtroppo, anche di moltissimi giovani, che giungono troppo presto alla massima cinica “la vita fa schifo, per cui goditela finché puoi”. Impariamo presto l’arte del vivere, quella che ci fa dire “tutto a posto”, “mi sento bene” “vado alla grande”, quando invece non va bene un cavolo. E, soprattutto, quando devo rinunciare a quei “desideri veementi” (cito ancora Leopardi) che sono la stoffa di un uomo grande e consapevole.

Mi sento bene, a patto di ridurmi alla mediocrità. Mi sento bene, a patto di non prendere in considerazione the dark side of the moon (o l’ombra montaliana stampata su un muro scalcinato, se preferite). Mi sento bene, a patto di autoingannarmi. Dobbiamo imparare, diceva Camus, a “credere Sisifo felice”. Dobbiamo far nostro un nichilismo gaio e senza ragioni. Staccare la spina per “sentirsi bene”. Ma è davvero così bello e felice?