I giovani in gabbia, tra falso reddito di cittadinanza e il restare “bamboccioni” a vita

DARIO FALCINI rollingstone.it 6.2.19

La misura dei 5 Stelle dà risorse alla “classe disagiata” con una mano ma le toglie con l’altra. Intanto le opposizioni si guardano bene dall’affrontare il problema, e sfottono

Come reagireste se un vostro amico passasse dieci anni della sua vita a dirvi che un giorno si sarebbe comprato una Porsche, poi si presenta con il pandino verde acqua del nonno – lunga vita a entrambi –, vi guarda negli occhi e vi dice “allora, ti piace la Porsche”? È più o meno quello che il Movimento 5 Stelle fa quotidianamente: promettere il mondo, rimangiarsi le parole date e poi darci sopra una bella spolverata di retorica per fare diventare le alleanze “governo del cambiamento”, gli accrocchi contabili “manovra del popolo” e i condoni “pace fiscale”.

Peggio ci si sente quando il fumo avvolge gli occhi che cercano di capire cos’è e cosa cambierà con il tanto sbandierato reddito di cittadinanza. Beppe Grillo ne parla dagli albori, ed è uno dei motivi che hanno fondato il grande equivoco per cui il movimento avrebbe un’anima di sinistra: il reddito di cittadinanza – almeno altrove – presuppone una visione della società come comunità, e si fonda sulla convinzione che il mercato del lavoro stia profondamente cambiando e per questo sia necessario pensare a un nuovo tipo di “retribuzione”. Un’idea alta della politica, proprio come quella che molti avevano attribuito alla fase “sansepolcrista” del Movimento.

Peccato che per come è diventato oggi – dopo la presentazione show modello Telemarket da parte del ministro del Lavoro – il reddito di cittadinanza non assomigli nemmeno lontanamente a quelle belle cose. «Anzitutto non è universale, un tuo diritto in quanto cittadino. Inoltre è vincolato al modo in cui decidi di consumare la cifra che ti viene assegnata e all’accettazione di proposte di lavoro calate dall’alto, secondo modalità che sono ancora tutte da capire. E poi per ora i soldi stanziati sono pochi», commenta Raffaele Alberto Ventura.

Il suo ultimo libro, Teoria della classe disagiata, è stato un caso letterario, l’illuminante racconto di una generazione “troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle” in cui molti hanno potuto riconoscersi. Di quella generazione – chi è entrato nel mercato del lavoro negli ultimi anni – ogni politico giura di occuparsi, a cominciare dal M5S con il loro reddito di cittadinanza.

«Il problema è che questa misura rischia di dare ai giovani i soldi con una mano e toglierglieli con l’altra, sotto varie forme», dice Ventura. «Perché prima o dopo la questione del debito pubblico si porrà, quando i soldi stanziati dovranno essere restituiti con gli interessi. Il tutto, è facile prevedere, a scapito della spesa pubblica: arriveranno i tagli al welfare, alla sanità e all’istruzione. Servizi che appartengono a tutti, anche alle nuove generazioni». Secondo Ventura, paradossalmente, finirà per rivelarsi una misura fortemente neoliberista. «Se smantelli il sociale e dai i soldi direttamente alle persone, invitandoli a spenderli, io non ci vedo grandi benefici per il sistema».

Ma c’è persino di peggio. Perché il reddito di cittadinanza in salsa gialloverde è riuscito nell’impresa di abbassare ulteriormente il livello del dibattito attorno alla questione dell’occupazione giovanile, alla massa enorme di ragazzi che in Italia non ha un lavoro o le condizioni che si meriterebbe, che deve scappare all’estero o rimanere chiusa in casa da mammà.

E così una volta di più, dopo essersi presi per anni dei “bamboccioni” o dei “ragazzotti choosy”, i giovani sono bersaglio di prese in giro più o meno velate. Da giorni si sente ai Tg o si legge sui social che il reddito di cittadinanza sarà un grande incentivo per un esercito di giovani fancazzisti per non alzarsi più dal divano, e passare poi all’incasso a fine mese. La “classe disagiata” subisce ancora, e rimane cinta d’assedio «tra chi dice di fare un provvedimento a suo favore che tale non sarà, e chi ripropone il solito ritornello dei fannulloni».