SANREMO 2019/ Rinunciare alla realtà per sentirci bene, davvero siamo come Arisa?

Arisa partecipa al Sanremo 2019 con “Mi sento bene”. Un vero segno dei nostri tempi, dove la vita è un assurdo controsenso ed è meglio “non pensarci”

10.02.2019 – Gianluca Zappa ilsussidiario.net

Arisa a Sanremo 2019

Sgombriamo il campo subito da una facile critica: tanta passione e tanto impegno per commentare una canzone di Arisa a Sanremo (perché di questo parlerò): ma ne vale la pena? Di solito chi fa questa obiezione parla e straparla di cose anche meno importanti. Ma tant’è. Rispondo che una canzone, se non cambia la storia degli uomini, può cambiare facilmente la loro testa (gli ultimi settant’anni lo hanno dimostrato), specie poi se lanciata da un palcoscenico prestigiosamente nazional-popolare e successivamente rilanciata in modo ossessivo dai media. Non si capisce questo schizzinoso modo di accostarsi alla canzone contemporanea. Facciamo studiare e imparare a memoria ai nostri studenti tanta letteratura che in fondo ha avuto la stessa funzione delle canzonette di oggi e la presentiamo con l’aura del capolavoro. Sono solo canzonette? Sì, ma dicono quello che siamo oggi, quello che pensiamo, come ci consideriamo, la nostra cultura, o meglio, la cultura che è stata indotta.

E poi vanno prese sul serio quelle canzonette che hanno perfino la pretesa di dire qualcosa di serio, o di porre un problema serio. Quella degli autori di Arisa è tra queste. Non amo il personaggio Arisa, ma questo non è importante: la canzone non è parto del personaggio, ma di chi l’ha scritta e gliel’ha imposta. Al primo ascolto sono inorridito. Poi ho letto più volte il testo (quanto impegno per una canzonetta, eh?) e mi sono reso conto che è uno specchio perfetto di come vive la gente oggi, devastata da un carpe diem gaio che impone di parcheggiare la ragione, il pensiero (“se non ci penso più mi sento bene”). Il ritornello è devastante, imbarazzante: mi metto le fette di prosciutto agli occhi e sopravvivo, vado avanti così come viene, senza farmi troppi problemi, senza cercare un senso. Senza farmi più domande che tanto non hanno risposta. E’ precisamente quello che pensano oggi almeno otto persone su dieci.

Ma a cosa non bisogna pensare? Elenco dal testo: che è troppo difficile credere all’eternità; che non si può cercare un senso per la vita; che “un giorno tutto questo finirà” e che insomma la vita è un “assurdo controsenso”; che non si sa cosa può restare dei “giuramenti degli amanti”, ma neanche dei rimpianti e dell’amore e della crudeltà. I sogni nei cassetti? Boh. Gli amori persi? Mah. Cosa ne sarà “dei pomeriggi al fiume da bambina”? Il tempo scorre e porta tutto via, come quel fiume. Cosa ne sarà degli “occhi di mia madre”? Se ne vanno via anche le persone più care! Panta rei: non lo si può gridare gaiamente, a meno di essere deficienti. E poi c’è sempre quella “paura di invecchiare” in agguato, perché la sorte tocca a tutti noi, il panta rei riguarda anche la mia vita.

Insomma, questa canzone ti butta addosso la verità, nient’altro che la verità, la tragedia, il problema e il quadro che traccia è piuttosto desolante: gettata alle ortiche in premessa l’eternità, tutto il resto va a finire in una insensata discarica.

Ma cosa ci viene proposto in cambio, quali soddisfazioni, quale filosofia della vita? “Se non ci penso più mi sento bene”. E poi un elenco di cose “carine”, come in un moderno plazer: “leggo un giornale, mi sdraio al mare” (però, bel risarcimento!) e poi quella frase che è una vera e propria impostura: “prendo la vita come viene” (non è vero, perché non pensare alla vita con tutte le sue questioni più importanti non vuol dire prendere la vita, ma in qualche modo rigettare la vita). Continuiamo col plazer: “mi sveglio presto il lunedì e mi sento bene” (pensavo fosse durissimo ricominciare la settimana! Voi vi sentite bene il lunedì mattina?); “le strade piene quando è Natale” (guai a frequentare un centro storico poco affollato!); “sto al telefono con te” (bello, finché dura e non si litiga); “i baci in corsa, le calze a rete, gli inviti a cena per fare l’amore, sentirmi bella…” (è sottinteso che per “sentirsi bene” bisogna avere tutto questo. Fortunato chi ce l’ha e comunque non ce l’ha per sempre). 

E poi la ricetta finale: “se faccio quello che mi va mi sento bene”. Se non lo faccio (il che spessissimo accade)? Mi sento male, suppongo. Ma non basta, perché bisogna “farlo strano”: “balliamo un tango sotto la neve”. Bellissimo! Che carini! Sotto la neve! “Sentirmi libera come i bambini” (già, quel bambino che si è perso e non tornerà più), “restare nudi, lasciarsi andare, accarezzare tutto…”. Manca solo il peluche da portarsi a letto.

Rileggete l’elenco di quello che si è perso, di quello che manca, e mettetegli a confronto questa listarella di palliativi o, se preferite una citazione dotta, delle “mille inefficaci medicine” di cui parlava Giacomo Leopardi nella sua epistola poetica al Conte Carlo Pepoli.

Insomma, questa canzone è davvero disarmante, ma, ripeto, è il ritratto fedele della filosofia di vita della gente di oggi e, purtroppo, anche di moltissimi giovani, che giungono troppo presto alla massima cinica “la vita fa schifo, per cui goditela finché puoi”. Impariamo presto l’arte del vivere, quella che ci fa dire “tutto a posto”, “mi sento bene” “vado alla grande”, quando invece non va bene un cavolo. E, soprattutto, quando devo rinunciare a quei “desideri veementi” (cito ancora Leopardi) che sono la stoffa di un uomo grande e consapevole.

Mi sento bene, a patto di ridurmi alla mediocrità. Mi sento bene, a patto di non prendere in considerazione the dark side of the moon (o l’ombra montaliana stampata su un muro scalcinato, se preferite). Mi sento bene, a patto di autoingannarmi. Dobbiamo imparare, diceva Camus, a “credere Sisifo felice”. Dobbiamo far nostro un nichilismo gaio e senza ragioni. Staccare la spina per “sentirsi bene”. Ma è davvero così bello e felice? 

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