Italiani, un popolo da sempre in fuga

Niccolò Inturrisi – 11 Febbraio 2019 lintellettualedissidente.it

I dati forniti dal ministero degli Esteri, riguardanti l’emigrazione dei cittadini italiani all’estero nell’ultimo quinquennio, sottoscrivono una situazione sociale all’apogeo della sua progressione, figlia di quella instabilità tanto economica quanto psicologica che sta caratterizzando il nostro bel Paese.

Gli italiani scappano, ancora. Sono infatti 5,1 milioni gli italiani residenti all’estero registrati nel 2018, 2 milioni in più del 2006, ed in costante e progressivo aumento. Il lento e perpetuo logoramento dei legami sociali, corroborato da un’atarassia schematica della proposta politica odierna, hanno confermato quella tendenza tutta italiana nel voler cercare una risposta nel fuori, nel lontano e nel nuovo. Il 56% di quel ritrovato popolo della globalizzazione si colloca in un’età compresa tra i 18 e 44 anni: studenti, laureati, ma anche professori, dottori, meccanici, lavapiatti e magazzinieri. L’esercito dei nuovi sfruttati, che si convince a deambulare in mezzo al mondo, con la consapevolezza che non ha più senso sacrificarsi per un Paese che sembra non averli mai voluti accettare. Ma anche intere famiglie, genitori e figli che abbandonano il proprio paesino a ridosso delle montagne per divenire strumento interscambiabile della grande catena staccata e mobile del capitale umano. La certezza della sua sopravvivenza risiede nella proliferazione incontrollata, che non deve saper più distinguere le identità per farne risaltare la loro coesa e spontanea grandeur, bensì con l’unico obiettivo di alimentarne il conflitto, la competizione, il fratricidio dell’assenza.

In quel miscuglio di volti e di occhi, l’anzianità si fa forza con la gioventù della disperazione, della rassegnazione.  E tuttavia, pensare che la trita polemica sulla povertà della domanda economica e lavorativa in Italia da sola possa spiegare l’emigrazione di queste persone, è non soltanto mera semplificazione, ma allo stesso tempo dimostra scarsità o assenza totale di comprensione del fenomeno sociale che si porta in grembo la svalutazione dei valori culturali e sociali di un Paese, qualsiasi esso sia. Quando la deriva sulle tematiche della lotta politica rappresentano le fondamenta della maggioranza, del pensiero comune e democraticamente accettato, la risultante non può che essere un impoverimento strutturale ed iperestensivo, coinvolgente ed allo stesso tempo corpuscolare. Le varie tendenze del malcontento, generato dal fenomeno della non-rappresentanza politica e del naturale rifiuto degli stereotipi di governance – non ancora compreso dalle sinistre europee – impongono una scelta univoca alla massa: cambiare o soccombere, scappare e sopravvivere invece che restare e sperare di poter avere anche domani il proprio posto di lavoro.

E’ una ricerca di dignità e identità quella che porta milioni di italiani ogni anno ad andarsene dal nostro Paese, a decidere di rinunciare alla costruzione collettiva della propria comunità per imbracciare il destino solenne del migrante economico, maschera e vestito che, ci piaccia o meno nel suo paradosso odierno, abbiamo sempre portato, in fuga continua da noi stessi.

MESSINA, SALVACI TU! – L’AD DI INTESA SANPAOLO METTE IL DITO NELLA PIAGA: ‘’CERTO L’ITALIA POTEVA GESTIRE MEGLIO NEI CONFRONTI DEI MERCATI LE TRATTATIVE CON L’EUROPA SULLA LEGGE DI STABILITÀ. PRIMA ABBIAMO FATTO SAPERE CHE PUNTAVAMO AD UN RAPPORTO DEFICIT/PIL DELL’1,6%, POI ANNUNCIATO CHE L’OBIETTIVO ERA IL 2,4%, INFINE CHIUSO AL 2,04%. C’ È UNA REGOLA D’ORO DA RISPETTARE SEMPRE: QUELLA DELLA CREDIBILITÀ’’

dagospia.com 11.2.19

carlo messinaCARLO MESSINA

Nicola Saldutti per il ”Corriere della Sera”

 

Ma l’Italia che Paese è? Sembriamo sempre in bilico tra l’ essere un disastro o conservare una grande capacità di recupero. E di conquistare posizioni di leadership assolute, nonostante tutto.

 

Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, di ritorno da Londra dove ha incontrato i principali investitori internazionali per presentare il bilancio della banca, dice una cosa: «Se nel 2019 l’ economia italiana sta rallentando è il momento di mettere in campo nuove misure per tornare a crescere nel 2020. Partendo dai nostri punti di forza: l’ eccellenza della nostra manifattura, la solidità del risparmio degli italiani.

 

carlo messinaCARLO MESSINA 

Ed è assolutamente indispensabile affrontare la riduzione del debito pubblico: ci sono attività per circa mille miliardi che per una parte possono essere collocate sul mercato. Mentre per rilanciare la crescita occorre puntare su infrastrutture e costruzioni, avviando tutti i cantieri possibili: porti, ospedali, scuole, strade. Le risorse già stanziate per le opere pubbliche ammontano a 150 miliardi, se anche fossero 50 l’ effetto sulla crescita sarebbe notevole. E noi, come banca, faremo la nostra parte».

Salvini Di MaioSALVINI DI MAIO

 

Ma voi banche non siete piene di sofferenze, di crediti a rischio?

«I nostri conti sono i più solidi da quando è stata costituita la banca. Nell’ ultimo trimestre abbiamo avuto il miglior flusso di crediti da non performing a performing e il più basso stock di crediti deteriorati dal 2009. Dimostrazione che le imprese sono ad un picco positivo. Per analizzare la situazione del Paese cominciamo dai punti di forza, per una volta».

 

crisi economicaCRISI ECONOMICA

Cominciamo 

«Le imprese che esportano sono tra le migliori a livello globale: siamo tra i primi cinque Paesi al mondo per saldo commerciale. L’ Italia è paragonabile alla Corea del Sud. Subito dopo colossi come Stati Uniti e Cina. In più siamo primi come diversificazione di prodotti. Il 50% dell’ export è merito di piccole e medie imprese, la linfa della nostra industria».

 

Banca IntesaBANCA INTESA

Nonostante la crisi del 2008 e del 2011

 «Molte aziende hanno saputo reagire bene alla crisi sviluppando capacità innovative, specie in campo tecnologico. Nel 2017 le aziende italiane hanno depositato più brevetti all’ European Patent Office di quelle tedesche e francesi. E, negli ultimi anni, hanno aumentato il patrimonio netto del 10% e allungato la vita media del loro debito. Sono meno esposte al rallentamento dell’ economia. Anche il sistema bancario si è rafforzato. E Intesa Sanpaolo si colloca ai vertici del settore in Europa».

 

Lei lo chiama rallentamento, Bankitalia e Istat dicono recessione tecnica

CARLO MESSINA A DAVOSCARLO MESSINA A DAVOS

 «Certo, c’ è un rallentamento, due trimestri negativi di seguito tecnicamente significano recessione. Stiamo parlando di un arretramento dello 0,2%-0,3%. E le prospettive per il 2019 ovviamente ne risentiranno. Ma le previsioni per il 2020 sono di un miglioramento. Per questo è ora di accelerare i motori della crescita e ridurre il debito pubblico».

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

Non è che lei è troppo ottimista?

«Oggi l’ Italia, in termini relativi, si trova meglio di altri grandi Paesi europei. Come abbiamo detto molte imprese sono riuscite, durante la crisi, a diventare campioni nel loro settore. Ma abbiamo un altro punto di forza: il risparmio degli italiani, tra i piu’ elevati al mondo. Si tratta di 10,5 trilioni, circa 4 sono in depositi e risparmio gestito, il resto è patrimonio immobiliare, che non ha subito bolle speculative. Da qui bisogna partire se si considera che il patrimonio pubblico ha attivi per un valore di 1.000 miliardi che in parte possono essere collocati sul mercato».

crisi economicaCRISI ECONOMICA 

 

Il governo ha previsto privatizzazioni per 18 miliardi.

«È possibile creare fondi immobiliari locali, con un incentivo fiscale simile a quello dei Pir, da far sottoscrivere a famiglie e piccoli risparmiatori, oltre che a Cdp, banche, fondazioni e assicurazioni. Si potrebbe ridurre il debito pubblico in maniera graduale e costante, con risultati importanti».

 

Basterà per far fronte a un debito record che continua a crescere. 

CARLO MESSINACARLO MESSINA

«Spendiamo per interessi circa 60-70 miliardi all’ anno. La stessa cifra destinata al sistema scolastico e universitario. Un’ assurdità, un elemento patologico. Abbiamo una percentuale di laureati tra le più basse dei Paesi Occidentali. Per questo va ridotto il debito pubblico. Per liberare risorse da investire nell’ educazione e nella ricerca. Per aumentare la nostra competitività».

 

Sul fronte dell’ economia mondiale le tensioni Usa-Cina sul commercio fanno paura 

«Il commercio mondiale è in rallentamento, a ciò si aggiunge la frenata del settore automobilistico, in particolare in Germania. Sono fattori che incidono sull’ attività delle nostre imprese. La fiducia diminuisce e assistiamo a un rinvio dei piani di investimento. Ma si tratta di un fenomeno molto diverso dalla crisi del 2011. Le imprese sono più forti. E devono essere la base del rilancio della nostra economia, per creare nuova occupazione».

 

i bamboccioni e la crisi sto cercando alterna L CKAcmK jpegI BAMBOCCIONI E LA CRISI STO CERCANDO ALTERNA L CKACMK JPEG

Ha ragione Conte allora a dire che sarà un anno bellissimo 

«Se USA e Cina si accordassero la domanda globale potrebbe riprendersi. Gli effetti su un sistema produttivo come il nostro sarebbero positivi. Ma, se teniamo conto dell’ interconnessione commerciale delle nostre aziende e a dove collochiamo il nostri titoli pubblici, i legami con il resto d’ Europa devono essere rafforzati. Per avere un’ Europa più unita, in grado di giocare il suo ruolo nello scacchiere globale».

 

Intanto lo spread sale.

CRISI CROLLO CONSUMI jpegCRISI CROLLO CONSUMI JPEG

«Certo l’ Italia poteva gestire meglio nei confronti dei mercati le trattative con l’ Europa sulla legge di stabilità. Prima abbiamo fatto sapere che puntavamo ad un rapporto deficit/Pil dell’ 1,6%, poi annunciato che l’ obiettivo era il 2,4%, infine chiuso al 2,04%. C’ è una regola d’ oro da rispettare sempre: quella della credibilità. Se consideriamo che 600 miliardi del nostro debito pubblico sono in mano a investitori internazionali ci rendiamo conto delle ragioni che hanno fatto salire lo spread a valori che incorporano un calo di fiducia. Resto convinto che lo spread coerente con i fondamentali dell’ economia italiana è 150».

 

Ma da dove si deve cominciare per creare di nuovo fiducia?

«Ci sono tre priorità: contrasto a povertà e disuguaglianze, crescita con il rilancio dell’ occupazione e riduzione del debito pubblico».

 

Un banchiere che parla di povertà, non sembra proprio il caso 

carlo MESSINA E LADYCARLO MESSINA E LADY 

«In Italia, con la crisi, la povertà ha subito un forte aumento. Come Intesa Sanpaolo nel 2018 abbiamo assicurato 3,5 milioni di interventi per distribuire pasti, farmaci, posti letto e indumenti. La più grande iniziativa del Paese a sostegno di chi si trova in difficoltà. In Italia ci sono 5 milioni di poveri e una fascia sempre più ampia di lavoratori con redditi molto bassi: è un problema enorme. Un’ emergenza che va affrontata. Restituire risorse alle comunità nelle quali operiamo e’ anche l’ auspicio di grandi investitori internazionali».

 

Con il reddito di cittadinanza, come fa il governo?

«Come strumento di sostegno a chi si trova in difficoltà non considero questa misura negativa. Si tratta di vedere come funzionerà. Potrà accelerare la domanda interna quando chi lo riceve inizierà a spenderlo. Ripeto vanno poste ora le basi per rilanciare la ripresa nella seconda metà dell’ anno e puntare a una maggiore crescita nel 2020».

 

Da dove si dovrebbe partire?

CRISI AZIENDE CHIUDONOCRISI AZIENDE CHIUDONO

«Un volano della crescita è rappresentato dal settore delle costruzioni. Serve un grande progetto che coinvolga diversi operatori, per far ripartire i cantieri fermi e avviarne di nuovi, mettendoci tutte le energie del Paese. Scuole, strade, ospedali. E servono nuove infrastrutture, in particolare al Sud. Pensi ai porti, quale crede che possa essere lo sbocco naturale delle merci in arrivo dalla Cina attraverso la via della Seta? Le risorse già stanziate per le opere pubbliche ammontano a 150 miliardi, se anche fossero 50 l’ effetto sulla crescita, grazie anche ai fondi europei, sarebbe notevole. Noi, come banca, faremo la nostra parte».

CRISICRISI

 

Il governo parla di una cabina di regia.

«Il codice degli appalti deve essere semplificato. Si può immaginare un ampio progetto di housing sociale per venire incontro alle esigenze di potenziali nuovi lavoratori che non si spostano perché non possono permettersi il costo di un affitto».

 

Ma questo potrebbe aumentare il debito

«Il debito è già ora a livelli troppo elevati. Se variamo nuove misure per la crescita e iniziamo a ridurre il debito gradualmente tornerà la fiducia, lo spread potrà nuovamente scendere. Questo Paese non merita di trascorrere un’ altra brutta estate».

 

Ha già perso il suo ottimismo?

«Credo sia bene essere realisti senza sottovalutare un quadro che si fa piu’ complesso. A settembre dovremo affrontare scadenze impegnative.

CARLO MESSINA E FRANCESCO MICHELI ALLA PRIMA DELLA SCALA 2013CARLO MESSINA E FRANCESCO MICHELI ALLA PRIMA DELLA SCALA 2013

Le clausole di stabilità al 2020 ammontano a 23 miliardi. Iniziamo a prepararci da ora, senza attendere. Si può mettere mano a un piano straordinario per un maggior raccordo tra offerta e domanda di lavoro. Le condizioni per rilanciare l’ economia e creare occupazione ci sono. L’ Italia grazie ai suoi fondamentali ha tutto quanto serve per ripartire».

 

Eppure l’ economia rallenta. 

italia crisiITALIA CRISI 

«Intesa Sanpaolo nel 2018 ha erogato nuovo credito a medio e lungo termine per 50 miliardi. Siamo pronti a mettere a disposizione ulteriori 150 miliardi nei prossimi tre anni. Abbiamo lanciato un fondo d’ impatto per 1,2 miliardi, la cui prima iniziativa sarà quella di offrire un prestito senza garanzie agli oltre 1,6 milioni di studenti universitari in Italia. Promuoviamo inoltre un grande piano di formazione per inserire 5.000 giovani nel mondo del lavoro. Per le aziende attive nell’ economia circolare è stato creato un fondo da 5 miliardi. Tutto ciò non basta. Serve un progetto più ampio. E in questo il ruolo della Politica è decisivo».

 

Due Scenari

comedonchisciotte.org 11.2.19

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Le elezioni in Abruzzo non hanno raccontato molto sulla politica nazionale, perché ci sono di mezzo antiche questioni clientelari, molte legate al terremoto dell’Aquila del 2009. Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2014, il M5S ha preso circa la stessa percentuale, intorno al 20%: la differenza è che il centro-destra, mediante il “traino” di Salvini, ha spodestato il precedente presidente di centro-sinistra. Capisco che, per chi segue ancora queste vittorie/sconfitte sempre nell’ambito della dicotomia destra/sinistra, possa interessare. Personalmente, non lo ritengo così importante, però un’analisi più approfondita è necessaria.

La vicenda elettorale toccherà probabilmente gli equilibri nella gestione degli appalti, che “vireranno” verso il centro destra. Il tandem Giorgetti-Berlusconi gioisce, anche se il Cavaliere non tocca nemmeno quota 10%, perché l’obiettivo dei due è far saltare l’alleanza “impuria” con i 5S e restaurare un bel governo di destra a livello nazionale. Per Salvini la questione è più seria poiché, senza quel 10% di Berlusconi, il governo di destra non si farà mai e, dunque, si ripiomberebbe in un dejà vu che vedrebbe la Lega appoggiare sì i grandi appalti – come una parte del suo elettorato desidera (tutti quelli di Berlusconi) – mentre sul fronte europeo l’Italia finirebbe sotto il tallone di Bruxelles. Il cavaliere, oggi, per Bruxelles è una garanzia. E Salvini, unito a Berlusconi, perderebbe senz’altro molti voti da parte delle persone che oggi lo voterebbero, ma senza l’ingombrante Cavaliere.

Facciamo notare che quel 10% che conta oggi Forza Italia corrisponde in pieno alla ripartizione della ricchezza – ossia il 10% che possiede il 50% della ricchezza nazionale – ed il Cavaliere è persona attenta a non deludere il suo elettorato: la flat tax, con quell’aliquota unica per tutti, è una bestemmia per qualsiasi governo che desideri spostare l’ago della bilancia verso i ceti meno abbienti.

E, qui, entra in gioco il M5S.

Quando vi furono le trattative per il contratto di governo, più volte si giunse quasi alla rottura definitiva: era normale che le cose stessero così, poiché erano troppi i punti di totale disaccordo: il M5S ha ceduto parecchio, sul fronte dell’immigrazione, sul decreto sicurezza ed altre leggi che interessavano il centro-destra. Ne è valsa la pena?

Il principale provvedimento economico – battezzato pomposamente “Reddito di Cittadinanza” – si è mostrato ben poca cosa: grazie ai mille “paletti” per concederlo – utilizzando furbescamente il tandem reddito/immobili – è stato ridicolamente depotenziato, al punto che Boeri ha chiarito che non saranno più di 2-3 milioni i beneficiati.

Ora vengono i nodi “pesanti”, in primis la TAV. Qui si gioca la partita definitiva, ogni compromesso sarà letto dal suo elettorato come una sconfitta: il M5S deve scegliere.

Messe come sono messe adesso le cose, il M5S sta lentamente dissanguandosi: il Paese aspettava un colpo di reni per sfuggire al ricatto dei Boiardi di Stato/Europa ed invece s’è visto presentare una melassa vischiosa, dove ad ogni decisione proposta viene presentata una pletora di “sì, però, ma, forse, dopo, si farà, non si può, siamo contrari, dopo le elezioni europee, ecc. ecc.” da parte della Lega.

Però, il M5S ha compiuto – nella (quasi) disperazione – una mossa giusta a metà: ha richiamato prepotentemente Alessandro di Battista dal suo esilio sudamericano. Forse, all’inizio, doveva essere un “tandem” con Di Maio per scansare i due mandati consecutivi, come fanno Putin e Medvevev. Ma le cose sono precipitate.

A metà perché la figura del battitore libero poteva starci prima, non oggi: per completare l’opera, il M5S deve nominarlo a capo (segretario, responsabile, come credono) del partito, separando le cariche di governo da quelle di partito, e riportando così il partito ad avere voce nelle scelte di governo.

Il M5S può giocare un paio di carte che, oggi, contano: da un lato i suoi voti reggono i 2/3 della coalizione, contro un solo terzo della Lega e, inoltre, la boria di Salvini terminerà nel momento stesso nel quale l’alleanza salterà, e si ritroverà magari ad essere primo ministro, ma sempre con il guinzaglio di Berlusconi al collo. In altre parole, i 5S stanno fornendo proprio loro la “benzina” per far correre la Lega: nel momento stesso che Salvini sarà alla mercé di Berlusconi il prezzo da pagare salirà, e questo Salvini lo sa benissimo.

La TAV, come sapete benissimo ed è chiarito nello studio di Toninelli, non serve a nulla: non ci sono i traffici e, volendo, potrebbero essere meglio utilizzata la ferrovia costiera, raddoppiando (finalmente!) il binario tra Finale Ligure e Ventimiglia. Lo scavo della TAV prevede una spesa (iniziale?) di 5 miliardi di euro da parte italiana, contro 800 milioni (?) da pagare per chiudere una questione inutile, che doveva servire solo ad acchiappare soldi dalle casse dello Stato e finanziamenti europei.

Il M5S non deve fare altro che presentare una legge in Parlamento con la chiusura totale della TAV e metterla ai voti: se passerà s’andrà avanti, se la Lega voterà (tutta, o in parte) contro salterà il governo. E sarà responsabilità della Lega, non del M5S. Ci saranno nuove elezioni? Benissimo. Un governo “tecnico” di transizione? Benissimo. Sono tutte alternative che, oggi, convengono al M5S nella sua prospettiva d’essere una forza di cambiamento profondo all’interno della società italiana. Perché, con la volatilità degli elettorati moderni, con l’astensione che la fa da padrone, anche i risultati inimmaginabili possono essere raggiunti.

Quali sono le due ipotesi?

1) L’attuale è un lento dissanguamento, che sta disperdendo la sua grande novità verso la Lega ed anche il PD. In buona sostanza, se le cose continuano così, il M5S è condannato, alle prossime elezioni, a diventare una forza secondaria, fatta da quelli che “avrebbero tanto voluto”, ma che non ci sono riusciti. Una condanna definitiva da parte dell’elettorato italiano. Dovuta anche, purtroppo, alla poca attenzione posta nella compilazione delle liste elettorali…ma si sa, l’inesperienza combina dei guai. Chi ha messo De Falco in lista?

2) Il governo cade, ed il M5S non è più disponibile ad appoggiare governi che abbiano nel loro “DNA” TAV e trivelle. Qualcuno lo farà, e sarà il solito disastro – che ovviamente si appellerà ai “disastri” fatti dai 5S in sei mesi di governo – e che, dopo le prime (tiepide) accoglienze iniziali, inizierà a perdere consensi mese dopo mese. Loro sono tanti e non avranno difficoltà a comprare qui e là chi gli serve: non penso che ne pescheranno molti nelle file del M5S. Ma le aree “di centro” sono un crocevia, dove un ex PD passa di là o di qua, secondo le esigenze. Come un Leghista od +Europeo. Ed il M5S si troverà nella comodissima posizione d’evidenziare tutte le magagne, riconquistando ed ampliando la sua platea di riferimento. Senza contare che Conte ha mostrato d’essere un politico di prim’ordine, e tanti oggi lo stimano.

Non sono sicuro che Salvini si sia prestato, cosciente, per un simile gioco: non ne ho le prove e, dunque, non lo sostengo. Però, le cose non cambiano: o il M5S dimostra che non è al governo per reggere gli interessi dei soliti ladroni di Stato, oppure perderà definitivamente le penne e la coda. Tertium non datur.

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/02/due-scenari.html

11.02.2019

Crisi banche e “show” di Salvini e Di Maio a Vicenza, il discorso di Zanettin in parlamento citando VicenzaPiù: “governo ha mentito?”

Di Redazione Economica VicenzaPiu -11 Febbraio 2019

Alla Camera dei Deputati oggi 11 febbraio è stato il giorno della discussione in aula sulle linee generali del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 8 gennaio 2019, n. 1, misure urgenti a sostegno della Banca Carige S.p.a. – Cassa di risparmio di Genova e Imperia. Anche il deputato vicentino Pierantonio Zanettin di Forza Italia è intervenuto nella discussione (qui il video integrale, sopra solo l’intervento di Zanettin).

Ecco il testo integrale del suo discorso applaudito dai colleghi presenti:

La ringrazio, Presidente, per la parola. Onorevole sottosegretario Villarosa, onorevoli colleghi, onorevoli colleghe, questo provvedimento certifica, come dire, la fine dell’era dell’innocenza per la maggioranza giallo-verde e, soprattutto, per il MoVimento 5 Stelle. Dopo un’intera legislatura sulle barricate, ad urlare e protestare contro i soldi pubblici regalati a banche e banchieri, siamo arrivati al paradosso di un decreto-legge che riproduce passo per passo, paragrafo per paragrafo, comma per comma, il decreto “Monte Paschi”, tanto contestato a suo tempo. Forse, colleghi della maggioranza, vi state finalmente rendendo conto che le banche sono linfa vitale e motore dell’economia, un ecosistema tanto delicato, quanto essenziale per gli equilibri strategici del Paese. Peccato che questa maggioranza non sia in grado di esprimere una linea politica su un tema così essenziale e proceda solo per spot e slogan, impegnata com’è nella sua eterna campagna elettorale.

Il Vice Premier Di Maio esalta la nazionalizzazione di Carige e parla di popolo sovrano che si riappropria delle banche, sostenendo che questo è il primo caso in Europa. Dimentica evidentemente il Vice Premier Di Maio che durante i Governi Renzi e Gentiloni il MEF ha assunto il controllo proprio di Monte Paschi, salendo a 68,247 per cento del suo capitale. Il Governo giallo-verde, quindi, oggi nazionalizza una banca, esattamente come aveva fatto negli anni scorsi il centrosinistra, in assoluta continuità. E così come mancava al centrosinistra una precisa strategia industriale per il settore creditizio, altrettanto sta accadendo per il Governo giallo-verde. Il delicatissimo dossier Monte Paschi, ereditato dal Governo Gentiloni è da mesi sul tavolo del Governo Conte, senza apparenti soluzioni. Nel frattempo le azioni sono crollate ai minimi storici. Solo a gennaio 2018 l’azione MPS quotava 3 euro e mezzo; oggi, a distanza di un anno, viene scambiata a un euro e 26 centesimi. Il Tesoro era entrato in Monte Paschi, pagando le azioni 6,9 euro, per la tranche principale, e 8,5 euro, per la parte relativa allo swap bond-azioni. L’esborso per il MEF era stato complessivamente di 6,9 miliardi. Agli odierni corsi di Borsa, la partecipazione MPS vale meno di un miliardo, i conti sono presto fatti. Ora si è aggiunto il dossier Carige, con garanzie statali che potranno arrivare fino a 3 miliardi, in un quadro economico complessivo in grave deterioramento, che non lascia presagire nulla di buono.

Siamo in piena recessione tecnica, la produzione industriale è crollata, lo spread è ricominciato a salire e il Fondo monetario internazionale parla addirittura di rischi globali per effetto del contagio italiano. E sul fronte creditizio all’orizzonte si intravedono ulteriori situazioni critiche, pensiamo alla Banca Popolare di Bari e alla Banca Popolare di Sondrio, che continuano a prorogare la trasformazione in S.p.A. imposta per legge. È particolarmente delicata la condizione della Popolare di Bari, con le azioni da anni ormai illiquide e con le obbligazioni subordinate, che nell’ottobre scorso sono scese fino a quota 60 euro. Si aggiunge, poi, la Popolare di Ragusa, in cui i soci lamentano di essere da anni nell’impossibilità di vendere azioni. Ricordo l’allarme lanciato il 20 novembre dello scorso anno, di fronte alla Commissione affari economici e finanziari del Parlamento europeo, dai responsabili della vigilanza BCE, Danièle Nouy e Andrea Enria. Se si continua con uno spread così alto, si prospetta uno scenario greco per le banche italiane. Le conclusioni riferite al quadro italiano, se possibile, sono ancora più inquietanti – cito testualmente – incrociamo le dita.

In un quadro così fosco quali sono le linee strategiche del Governo? Azzerare i vertici di Bankitalia e Consob e fare partire presto la Commissione parlamentare di inchiesta per far cantare i banchieri, in un 2019 che sarà bellissimo, oppure l’idea di vendere le riserve auree di Banca d’Italia, che sono un presidio per la stabilità finanziaria del nostro Paese, per pagare reddito di cittadinanza e quota 100, spesa corrente del tutto improduttiva. Le chiedo, onorevole sottosegretario, se questa possa costituire una strategia. Il Governo appare in balia degli eventi, privo di qualsiasi piano a medio e lungo termine, senza una qualche idea sul riassetto del settore creditizio, impegnato in assurde battaglie contro gli altri Governi europei e le istituzioni economiche internazionali. Intanto lo spread aumenta e le banche rischiano il default.

Invece di preoccuparsi di tessere alleanze politiche per individuare il sostituto di Mario Draghi alla guida della BCE nell’autunno prossimo, che prosegua quella politica di allentamento monetario che tanto ha giovato al nostro Paese, il MoVimento 5 Stelle preferisce flirtare con Gilets jaunes e casseurs. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: se non si inverte subito la rotta finiremo inevitabilmente sugli scogli.

Sabato ha avuto luogo l’assemblea di una delle associazioni degli ex azionisti delle banche Popolari venete finite in dissesto, con la partecipazione del Vicepremier Salvini e del Vicepremier Di Maio, lo ricordava prima l’onorevole Raduzzi. Ho seguito da vicino, essendone stato socio storico, le vicende delle due Popolari venete e mi sono convinto che il crac sia stato determinato certamente da mala gestio degli amministratori e da carenze delle autorità di controllo e vigilanza, ma ancor di più da un quadro normativo del tutto inadeguato, rimasto cristallizzato nel tempo, per istituti che, nel frattempo, erano cresciuti troppo. Mi riferisco alla non quotazione dei titoli, che la legge consentiva a quegli istituti, ed al voto capitario. Considero quest’ultimo un residuato storico di un’epoca che non esiste più, che legittima classi dirigenti locali del tutto autoreferenziali e selezionate tramite cooptazione, che negli anni hanno dato cattiva prova: pensiamo, appunto, agli esempi di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Tali amministratori controllavano giganti della finanza, che capitalizzavano miliardi di euro e poi, quando il castello di carta è crollato e i veli si sono squarciati, si è verificato che erano titolari di azioni della Banca che gestivano solo per qualche decina o, al massimo, centinaia di migliaia di euro. Credo che questo non debba succedere più e che l’istituto del voto capitario vada abolito quanto meno per le società quotate o ad azionariato diffuso. Potrà essere conservato tutt’al più nelle BCC.

Parliamo, quindi, del Fondo per il ristoro dei risparmiatori, introdotto con la recente legge di bilancio e che è stato l’oggetto degli interventi dei Vicepremier a Vicenza, lo ricordava prima l’onorevole Raduzzi. L’onorevole Renato Brunetta, già nel corso della discussione della legge di bilancio e con l’interrogazione del 28 dicembre 2018, aveva avvertito il Governo del rischio di una procedura di infrazione UE per aiuti di Stato; aveva anche suggerito che la misura fosse oggetto di preventiva autorizzazione della Commissione europea, ai sensi dell’articolo 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione. All’epoca, il Governo aveva smentito ogni problema, negando l’esistenza di un carteggio scambiato con gli uffici dell’Unione europea.

Solo pochi giorni fa, e precisamente il 17 gennaio scorso, in Commissione, proprio nel corso della discussione di questo provvedimento, il Ministro Tria, a precisa domanda del nostro collega, onorevole Sestino Giacomoni, aveva testualmente dichiarato: voglio sgombrare il campo e finora, fino a poche ore fa, non c’è assolutamente nessuna lettera o azione, neppure informalmente, di critica della Commissione europea. Ora, invece, il Vicepremier Salvini e il Vicepremier Di Maio ammettono che è arrivata una lettera dell’UE, che dice che non possiamo usare la misura per risarcire i truffati delle banche.

Sulla questione parecchi conti non tornano: perché non è stato reso pubblico il contenuto di questa lettera indirizzata al dottor Alessandro Rivera, direttore generale del Ministero del Dipartimento del Tesoro? Solo un sito di informazione locale, che risponde al nome di VicenzaPiù, ne ha pubblicato degli stralci. Secondo tali indiscrezioni, che peraltro nessuno ha finora smentito, la lettera inviata al Governo invitava lo stesso Governo a rispondere ai rilievi entro il 31 gennaio scorso, il che lascia supporre che sia pervenuta nella prima decade di gennaio. Come gruppo di Forza Italia, abbiamo presentato una interrogazione per capire il giorno esatto in cui tale lettera è pervenuta al MEF e se ad essa è stato dato riscontro. Ovviamente fino ad oggi non ci è stata data risposta ed appare chiaro l’imbarazzo del Governo: se quanto pubblicato da VicenzaPiù trovasse conferma, sarebbe evidente che il Governo ha mentito al Parlamento. Le sarei davvero grato, onorevole sottosegretario Villarosa, se a questa domanda potesse dare risposta oggi nella replica che seguirà questo dibattito, sarebbe un atto di onestà e trasparenza, che certamente le farebbe onore.

Veniamo ad un secondo aspetto della questione: il Premier Conte, alla vigilia dell’approvazione della legge di bilancio, si era vantato di averla negoziata con Moscovicì. Perché il fondo con i truffati delle banche non è stato inserito in questa trattativa? Che cosa costava fare uno sforzo in più? Come è stato possibile per la Ragioneria dello Stato bollinare una iniziativa illegittima e contraria alla normativa europea?

Terzo punto: a Vicenza i due Vicepremier hanno detto che, a prescindere dai rilievi dell’Europa, si procederà con i rimborsi, come previsto dalla legge di bilancio. E se è così, perché continuano a slittare i decreti di attuazione? Sottosegretario Villarosa, lei si era pubblicamente impegnato a presentare questi decreti di attuazione entro l’8 febbraio, ma anche questo termine è spirato invano. Il Vicepremier Di Maio, a Vicenza, ha detto che questa settimana saranno scritti i decreti attuativi. Perché allora questi decreti non escono e nessuno conosce, neppure a grandi linee, il loro contenuto? Uno dei punti critici della normativa che avete varato rimane il vaglio delle domande da parte non di un arbitro terzo, ma di una Commissione ministeriale di nomina politica. Siete sicuri che una Commissione di questa natura, e come tale esposta a rischi di responsabilità contabile, sia idonea ad erogare in forma massiva i rimborsi ai truffati come hanno promesso sabato a Vicenza i due Vicepremier?

Reticenza, opacità, bugie, ambiguità accompagnano, quindi, il varo di questo fondo, che peraltro è atteso come manna dal cielo da tante famiglie.

Restiamo convinti che sia in atto una spregiudicata speculazione politica sul dramma di tanti truffati. Guarda caso l’incidente viene creato alla vigilia delle elezioni europee per essere usato come argomento di propaganda da agitare contro l’Europa cattiva che non vuole rimborsare i risparmiatori. Dio non voglia che i truffati delle banche finiscano ora truffati anche dalla politica.

I veneti sono pazienti, ma hanno anche buona memoria e lo show di sabato scorso, onorevole sottosegretario e onorevole Raduzzi, a Vicenza, potrebbe rivelarsi un boomerang per la maggioranza giallo-verde.

Bankitalia: Conte cauto; Signorini resta, difesa di Bruxelles

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo la Consob il Governo vorrebbe dire la sua anche su Bankitalia, ma per il momento il vice direttore Luigi Federico Signorini resta al suo posto. “Stiamo approfondendo la questione”, ribadisce cauto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a chi gli chiede dela mancata conferma del funzionario nel corso dell’ultimo Consiglio dei ministri. Intanto, da Bruxelles arriva la difesa a spada tratta di via Nazionale. 

“E’ fondamentale preservare l’indipendenza di una banca centrale”, ha detto senza mezzi termini Valdis Dombrovskis, vice-presidente della Commissione Ue, a margine dell’Eurogruppo, interpellato sulle continue critiche avanzate dai vicepremier italiani all’attivitá di Bankitalia. 

Il fatto che il Governo voglia dire la sua, però, è confermato dalle parole del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Non entro nel merito di chi è piú bravo o meno – ha dichiarato -. Quello che è certo è che se c’è un Istituto che ha come ragione sociale quella di vigilare, dopo i disastri che abbiamo visto, evidentemente qualcuno non ha vigilato come doveva”. “I nomi non mi interessano, ma è chiaro che qualcosa va cambiato”, ha aggiunto Salvini, salvo precisare: “mi affido al premier e al ministro dell’Economia”. 

“È chiaro che se non vigili qualcuno deve rispondere, ma non è il primo dossier sulla mia scrivania”, ha aggiunto il vicepremier interpellato su una possibile revisione delle procedure di nomina dei vertici di Palazzo Koch. 

Nel merito è entrato anche il presidente di Confindustria. “Stanno in continua campagna elettorale”, ha affermato Vincenzo Boccia, ma “l’indipendenza e l’autonomia di Banca d’Italia e Consob sono a garanzia 

del sistema democratico di pesi e contrappesi”. “La gestione della Banca d’Italia, in questi anni, ha avuto alcuni pregi e molte ombre ma i partiti non devono scambiarla come ente da lottizzare”, ha avvertito il segretario generale della Uilca, Massimo Masi. 

gug 

guglielmo.valia@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 11, 2019 12:25 ET (17:25 GMT)

Astaldi: oggi Cda, in attesa mossa Salini Impregilo (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Rush finale per il salvataggio di Astaldi: il gruppo delle costruzioni ha tempo fino a giovedì per presentare al Tribunale di Roma il piano concordatario. 

Secondo quanto apprende Mf-DowJones, oggi si tiene una riunione informale del Consiglio di Amministrazione per aggiornamenti sullo stato dell’arte della situazione dopo l’ufficializzazione della ‘ritirata’ dei giapponesi di Ihi che non presenteranno alcuna offerta definitiva per il gruppo romano. “Ihi non investirà né parteciperà al salvataggio di Astaldi” ha detto venerdì un portavoce dell’azienda, spiegando che la decisione di non investire e’ legata al fatto che Astaldi non soddisfa le condizioni poste da Ihi per un accordo. 

In attesa di sapere se Salini Impregilo avanzerà un’offerta definitiva entro il termine del 14 febbraio, – non è escluso che la mossa di Salini arrivi alla vigilia del termine se non addirittura la mattina stessa del 14 febbraio – Astaldi intanto oggi dovrebbe formalizzare l’accordo con Fortress per un prestito ponte da 75 milioni di euro la cui erogazione e’ prevista per domani. 

Da mesi gli advisor dei due gruppi sono in contatto per trovare una soluzione, ma ancora non si è trovata una quadra per salvare il gruppo romano in concordato preventivo che ha un indebitamento di circa 4,5 miliardi. 

Gli advisor Vitale & co e Merrill Lynch con Rothschild per Salini e Enrico Laghi, Gop e Francesco Di Giovanni per Astaldi, stanno lavorando intensamente anche in queste ore, con diverse opzioni al vaglio e Cdp che sta valutando se, ma soprattutto come, intervenire, dato che per statuto non può investire in aziende in difficolta’. 

La situazione è molto complessa e la posta in gioco è alta: il gruppo è infatti impegnato su più fronti nei cantieri italiani, dalla Metro C di Roma alla Metro 4 di Milano, dalla statale Jonica all’alta velocità ferroviaria Brescia-Padova. Ma Salini non può e non vuole accollarsi nuovi debiti. 

fch 

francesca.chiarano@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 11, 2019 11:27 ET (16:27 GMT)

Pavia: scandalo diamanti l’ultimo escamotage delle banche. Ora invitano i clienti ad insinuarsi al passivo di IDB

vigevano24.it 11.2.19

Codacons: “Attenzione è solo un disperato tentativo delle banche di salvarsi dalle cause a loro carico, sono loro a dover rispondere”

Pavia: scandalo diamanti l’ultimo escamotage delle banche. Ora invitano i clienti ad insinuarsi al passivo di IDB

Il Tribunale di Milano ha avviato la procedura fallimentare di IDB, Intermarket Diamond Business, la società che vendeva diamanti presso gli sportelli bancari. Le Banche non attendevano altro! Ora chiamano i clienti presso le filiali e li invitano ad insinuarsi nel passivo della società per ottenere (a loro dire) ristoro delle perdite subite a seguito dell’investimento in diamanti. Si tratta solo di un tentativo di sviare l’attenzione dei consumatori dalle responsabilità delle Banche!.

Codacons: “Sono le Banche a dover rispondere dinanzi ai risparmiatori delle perdite subite da questi ultimi, il tentativo di sviare l’attenzione sulla IDB è goffo e maldestro. L’insinuazione al passivo, vista l’enorme esposizione debitoria di IDB anche a seguito delle enormi multe comminate dall’Antitrust difficilmente potrà portare a recuperare alcunchè. Anzi il rischio è che all’esito le posizione dei consumatori risultino prescritte. Si tratta di un disperato tentativo di liberarsi da ogni responsabilità nei confronti dei clienti – consumatori traditi proprio dalle Banche. La strada da perseguire è quella di un’azione risarcitoria nei confronti della Banca”. Il Codacons  è disponibile a fornire consulenza in merito. Indirizzo mail codacons.pavia@gmail.com”.   

Truffa con le azioni di Veneto Banca: l’indagine potrebbe allargarsi

CRISTINA PASTORE lastampa.it 11.2.19

La procura ha richiesto il rinvio a giudizio per 41 dirigenti, funzionari e impiegati

Il Movimento a difesa del cittadino di Verbania chiederà di costituirsi parte civile, per sé e per conto di numerosi risparmiatori traditi che ha assistito in questi anni, nei processi che scaturiranno dalla richiesta di rinvio a giudizio per 41 dirigenti, funzionari e impiegati di Veneto Banca.

Si tratta di manager che rivestivano funzioni al vertice della banca messa in liquidazione nel giugno 2017 e di direttori e addetti di filiali di Verbania, Domodossola, Cannobio, Cannero, Gravellona, Villadossola, Druogno, Pieve Vergonte e Dormelletto. I fatti al centro dell’indagine svolta dal sostituto procuratore Sveva De Liguoro con la guardia di finanza riguardano 139 episodi di presunta truffa aggravata, compiuti nel periodo 2012-2016. Vittime sarebbero stati correntisti, tra loro anche alcuni ultranovantenni, a cui venivano fatti firmare acquisti di azioni della banca già in difficoltà e con elevata probabilità di fallimento, senza avvisarli minimamente del rischio che quell’investimento comportava.

Il procedimento penale avviato – l’udienza preliminare è fissata per il 15 maggio davanti al giudice Beatrice Alesci – è il primo del genere in una zona, il Vco, pesantemente colpita dalla corsa alla vendita dei titoli della banca subentrata alla Popolare di Intra. Si stimano in almeno 100 milioni i risparmi di clienti locali andati in fumo col tracollo dell’istituto di Montebelluna. Secondo le associazioni di consumatori nel Vco i «bidonati» da Veneto Banca sono stati più di 6.600. Un numero che dà l’idea di come il lavoro della magistratura territoriale potrebbe estendersi ad altri casi in cui a risparmiatori inconsapevoli sono state rifilate azioni che da lì a poco sarebbero diventate carta straccia.

Le disposizioni erano di contattare e convincere all’investimento tutti i correntisti con disponibilità dai 10 mila euro in su. Il presidente del Mdc-Verbania Ettore Francioli ha annunciato che farà partire anche l’azione di risarcimento contro i revisori dei conti di Veneto Banca, alla luce delle molteplici irregolarità riscontrate nei bilanci da perizie contabili. Possibilità e modalità di adesione a questa azione risarcitoria verranno illustrate nell’incontro che si terra alla sede dell’associazione in via Simonetta 24 a Intra martedì dalle 15 alle 17,30 e mercoledì dalle 10 alle 12,30.

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Veneto Banca, l’indagine di Verbania apre la strada all’inchiesta di Treviso

F. D. W. geolocal.it 11.2.19

Chiesti 41 rinvii a giudizio: «Forzature e omissioni nella vendita di azioni seguendo direttive dei vertici»

TREVISO. Elusione delle direttive europee sulla tutela degli investitori. Ma anche l’omissione di atti e documenti atti ad informare gli investitori della natura rischiosa delle operazioni che stavano sottoscrivendo, operazioni che in molto casi «non erano adeguate al profilo», ma per le quali il cliente di Veneto Banca veniva «falsamente indicato» aver agito da solo, «di propria iniziativa, non avvalendosi del servizio di consulenza».

Queste le ragioni che hanno portato la procura di Verbania a chiedere il rinvio a giudizio per truffa aggravata per 41 persone, tra cui l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli. Una richiesta che apre la strada anche alla maxi inchiesta gestita oggi dagli uffici della procura di Treviso.

Consoli. Tutte le 41 richieste di rinvio a giudizio si basano sulla ricostruzione di forzature ed omissioni nel piazzamento di azioni Veneto Banca. Operazioni effettuate dai dipendenti a seguito di scelte piramidali che sarebbero state indirizzate dall’allora numero uno dell’istituto: Consoli.

Da lui partiva la richiesta di vendere azioni, richiesta che veniva corredata da «obiettivi numerici» che venivano monitorati settimanalmente «rassicurando direzioni territoriali, gestori delle reti private, direttori di filiale e impiegati in merito alla bontà dei titoli emessi», nonché del fatto che il passaggio da un regime di «adeguatezza» a quello di «appropriatezza rappresentasse una mera formalità e che eventuali modifiche unilaterali dei profili nei questionari (quelli imposti dalla normativa sulla trasparenza), ndr) fossero accettabili» di fatto «promuovendo la materiale commissione di artifizi e raggiri» scrive il pubblico ministero nella richiesta di rinvio a giudizio per Consoli e i diretti sottoposti.



Le prime 45 vittime. Parti offese nel procedimento aperto a Verbania sono 45 tra persone fisiche e società. Piccoli correntisti diventati obbligazionisti senza sapere, come avrebbero dovuto, che quello che stavano sottoscrivendo era operazione a rischio per il loro profilo, che «l’operazione fosse di fatto sconsigliata». E invece a loro tutto veniva dipinto come regolare, vantaggioso, utile, piazzando così pacchi da migliaia di obbligazioni, incassando liquidità per centinaia di migliaia di euro, diventate milioni.

Azione sui revisori anche dal 2012. «Abbiamo fatto partire l’azione risarcitoria nei confronti di PriceWaterHouse, revisori dei conti di Veneto Banca» sottolinea l’avvocato dei risparmiatori Matteo Moschini, con una importante novità, «potranno aderire gli ex azionisti che sottoscrissero acquistarono azioni e obbligazioni convertibili o obbligazioni subordinate emesse da Veneto Banca a partire dal 2012 nonché coloro che hanno aderito agli aumenti di capitale lanciati da Veneto Banca nel 2013 e/o nel 2014». –

F. D. W.

La signora in giallo

Alessandra Daniele carmillaonline.it 11.2.19


Luigi Di Maio l’ha presentata in una teca come una Madonnina piangente: la prima tessera del mitico Reddito di Cittadinanza. Che in realtà non è un reddito, e non è di cittadinanza, ma sarà (se e quando partirà davvero) un sussidio di disoccupazione, vincolato a un milione di regole burocratiche che trasformeranno in un sorvegliato speciale chi cercherà di ottenerlo.
Inoltre, la gialla master card destinata secondo Di Maio ad “abolire la povertà” sarà comunque negata proprio ai più poveri.
Non la riceveranno gli sfrattati e i senzatetto.
Non la riceveranno italiani e stranieri in povertà assoluta che risiedono in Italia da meno di dieci anni.
Non la riceveranno i giovani disoccupati che devono abitare ancora coi genitori.
Se la riceverà, la perderà l’imbianchino disoccupato di Catania che si rifiuta di andare ad allevare anguille a Comacchio, e viceversa.
Non riuscirà mai ad ottenerla chi non sa o non può procurarsi tutta la documentazione necessaria per dimostrare a Nostra Signora del Sussidio che non è un truffatore fancazzista, né un immigrato a torso nudo con lo smartphone.
Ma basta con queste lamentele, guardiamo il bicchiere mezzo pieno: se tutto va bene, da maggio circa un milione di famiglie riceveranno una nuova social card con circa 100 euro a settimana per fare la spesa (l’eventuale resto sarà rigorosamente destinato all’eventuale affitto).
È il momento di recuperare lo scontrino col quale Pina Picierno voleva dimostrarci come 80 euro bastassero a una famiglia di tre persone per una spesa settimanale.
Lo scopo primario del Reddito di Cittadinanza però non è lo stesso degli 80 euro renziani, cioè pagare gli italiani per votare un branco di cazzari. Quello lo fanno anche gratis.
Il Reddito di Cittadinanza è innanzitutto uno strumento di controllo sociale, come ha esplicitato il sociologo ex-grillino Domenico De Masi: “Elargire questo sussidio serve ai ricchi, per evitare che i poveri s’incazzino e gli taglino la testa”.
Il compito dichiarato del Movimento 5 Stelle è sempre stato fin dall’inizio quello di assorbire la rabbia popolare, per impedire che producesse qualcosa di realmente rivoluzionario.
Beppe Grillo l’ha rivendicato più volte: “Se non ci fossimo noi a tenerla buona, la gente scenderebbe in piazza”. E Di Maio s’è vantato di recente: “Senza di noi, anche in Italia ci sarebbero i gilet gialli”.
Il RDC è un sedativo di massa. 
E non è certo concepito per evitare la recessione (generale e prevista) né la conseguente prossima Quaresima di tasse e tagli, ma per renderle più sopportabili per le masse, con un centinaio di euro in più a settimana a quelli che potrebbero diventare realmente pericolosi per il sistema.
Per tenerli tranquilli. E sorvegliati.
Perché restino buoni cittadini.
E consumatori.
Non ai senzatetto quindi, né ai migranti, che invece vengono spinti sempre più verso l’emarginazione totale – anche col decreto Salvini – per essere usati come spauracchio e capro espiatorio.
Questo disegno non è occulto, è esplicito, come le dichiarazioni che ho citato confermano, ma funziona lo stesso, come ogni manipolazione che faccia leva sugli istinti e sui bisogni primari.
L’utilità del governo Grilloverde per le élite che dice di combattere però difficilmente lo salverà dal suo destino ultimo: diventare a sua volta il capro espiatorio, quando la Crisi affonderà le zanne, e i sedativi di massa non basteranno a tenere buone le prede

Azzerare vertici Bankitalia? Rumor su piano Salvini e Di Maio per prendersi l’oro

11/02/2019  di Laura Naka Antonelli finanzaonline.com

Azzerare i vertici di Bankitalia per riprendersi l’oro blindato nei forzieri di Palazzo Koch. Sarebbe questo, secondo La Stampa, l’obiettivo del governo M5S-Lega. In particolare, dei due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che sono finiti stavolta nelle prime pagine dei giornali del fine settimana per le dichiarazioni infuocate lanciate contro Bankitalia e la Consob.

Il palconoscenico da cui sono stati lanciati i nuovi affondi contro le istituzioni non poteva essere il più adatto: i due, che si sono lasciati andare anche ad abbracci calorosi in stile migliori amici – evidentemente per mettere a tacere le voci di una crisi alimentata dalle posizioni diametralmente opposte sulla TAV – hanno tuonato contro il mondo dei banchieri e dell’alta finanza, in occasione dell’assemblea degli ex soci di Popolare di Vicenza di venerdì scorso:

Così il vicepremier e il leader della Lega, Matteo Salvini:

La Banca d’Italia e la Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una o due persone: azzerati. Venendo qua, leggevo che c’è il governo che sta mettendo le mani su chi governa le banche. Stiamo facendo l’esatto contrario. Se noi siamo qua, se voi siete qua col conto corrente in rosso, è perchè chi doveva controllare non ha controllato”.

Idem il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio:

“Per Bankitalia serve discontinuità. Non possiamo pensare di confermare le stesse persone che sono state nel direttorio di Bankitalia, se pensiamo a tutto quel che è accaduto in questi anni. Queste persone – ha continuato, riferendosi agli ex soci Popolare di Vicenza – sono state prese in giro dalla politica che non ha controllato, così come pure dalle istituzioni di controllo e dalle stesse banche”.

I due hanno ricordato il decreto attuativo del fondo risparmiatori, che hanno varato per risarcire i risparmiatori truffati, mettendo a bilancio una somma di 1,5 miliardi di euro.

Così Salvini: “Mi sembrava giusto essere qui: abbiamo messo in bilancio 1,5 miliardi e adesso si tratta di fare in modo che i risparmiatori li abbiano rapidamente, sperando che da Bruxelles non arrivino rotture di scatole”.

Si attende infatti il via libera Ue e, proprio in questa chiave, deve essere inteso l’ennesimo pellegrinaggio del ministro dell’economia Giovanni Tria, previsto oggi in occasione dell’Eurogruppo. Obiettivo del ministro è convincere l’Ue a riconoscere la legittimità del decreto.

In ogni caso la coppia Di Maio-Salvini andrà diritta per la sua strada. Di Maio ha rassicurato:

“Noi abbiamo messo in legge di bilancio a dicembre i soldi, siamo al 9 febbraio e questa è la settimana in cui escono i decreti e si erogano i soldi”.

Ancora: “questo mese faremo partire la commissione di inchiesta sulle banche, Gianluigi Paragone sarà il presidente. Li convochiamo tutti e iniziamo a farli cantare perchè i conflitti di interesse nelle banche hanno spolpato i risparmiatori”.

E se l’Europa dovesse mettersi di traverso e non dare il suo benestare al fondo per gli indennizzi a favore dei risparmiatori truffati?

Peggio per lei, fa notare il vicepremier pentastellato:

“All’Europa stiamo scrivendo una lettera cordialissima in cui diciamo che vengono prima i risparmiatori e i loro problemi, e poi tutti quelli che sono i tecnicismi europei”. “Tanto questa Europa a maggio è finita. Per quel che mi riguarda, dopo le elezioni europee non avremo più il problema nemmeno di questi commissari, che si mettono contro i risarcimenti ai truffati delle banche”.

Ma cosa c’è davvero dietro questo attacco dei due a Bankitalia e Consob? C’è di mezzo, almeno nel caso di Bankitalia, l’oro depositato a Palazzo Koch.

Di questo scrivono sia La Stampa che il Corriere della Sera.

Così La Stampa:

“L’idea dei gialloverdi sarebbe quella di usare una parte delle riserve auree per dirottarle sulla spesa, evitando così una manovra correttiva e l’aumento dell’Iva nella legge di Bilancio del prossimo anno, esito che nell’esecutivo cominciano a considerare scontato se la crescita continuerà a essere così rallentata”.

Viene citato l’articolo pubblicato lo scorso 9 settembre del 2018 sul blog personale di Giuseppe Grillo, firmato da Gabriele Gattozzi, che dal sito personale risulta essere docente all’Università della Terza età di Trento.

Con tanto di tabelle, ricorda La Stampa, Gattozzi “spiega che la Banca d’Italia è la terza detentrice di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve statunitense e la Bundesbank tedesca (quarta, se si considera anche il Fondo monetario internazionale). Al netto del trasferimento di 141 tonnellate alla Banca centrale europea, è pari a 2.452 tonnellate (metriche). Prevalentemente sono lingotti (95 mila), il resto monete. Gli altri Paesi europei, dice il post di Grillo, hanno venduto dal 20% al 60% del loro oro. E l’Italia? «Non ha venduto nemmeno un grammo di metallo prezioso. Perché?».

Potrebbe farlo – continua l’articolo –nel corso di un eventuale CBGA giunto alla quinta edizione (è il Central Bank Gold Agreement, che disciplina la vendita dell’oro delle banche centrali, di durata quinquennale, ndr) che potrebbe partire già dal quarto trimestre del 2019 sulla base del prezzo di mercato odierno di 33,34 Euro/grammo“.

Che l’idea sia condivisa tra i due partiti di maggioranza – scrive La Stampa – lo prova che due mesi dopo il post di Grillo, il leghista Borghi ha depositato una proposta di legge sull’oro posto a garanzia dalla Banca quando l’Italia aveva una sua moneta sovrana che lo porrebbe sotto la diretta proprietà dello Stato”

Vale la pena di ricordare come la questione dell’oro nei forzieri di Bankitalia sia tornata sotto i riflettori durante il periodo di Natale quando proprio il direttore generale Salvatori Rossi ha fatto infuriare l’economista e presidente della Commissione bilancio della Camera, Claudio Borghi.

Intervenendo a una trasmissione su La7, Rossi ha detto infatti che “sull’aspetto giuridico di chi sia la proprietà legale dell’oro si pronuncerà la Bce a cui abbiamo ceduto la sovranità quando è stato creato euro”.

Immediata la reazione di Borghi, che aveva replicato con un post su Twitter dicendosi “ALLUCINATO”.

“Stiamo a parlare delle virgole e il DIRETTORE DI BANKITALIA dice che la BCE (!!!) dovrà dire di chi è il NOSTRO oro? E meno male che la mia proposta di legge era superflua!!#giùlemanidalloro“, si legge nel tweet di Borghi.

Così il Corriere:

“La Banca d’Italia non ha smesso di essere nei pensieri di parte della maggioranza. È dell’autunno per esempio una proposta di legge del presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (Lega): lasciare le riserve auree in gestione alla Banca d’Italia, ma decretare che la proprietà è «dello Stato» e quindi la disponibilità appartiene al governo. Non è chiaro quanto sostegno abbia questa proposta, ma essa richiama un sottinteso delle polemiche di questi giorni: la Banca d’Italia possiedelingotti e monete d’oro che valuta a 84,8 miliardi di euro e nel complesso ha attivi per 963 miliardi — oltre metà del reddito nazionale — inclusi 40 miliardi in valuta estera e 18 di crediti «verso le pubbliche amministrazioni”.

“Peraltro almeno il valore di mercato delle riserve auree di Banca d’Italia – continua Il Corriere – è senz’altro superiore alle poste segnate in bilancio. Un’operazione con pochi scrupoli potrebbe far emergere plusvalenze improvvise. Non sono dettagli destinati a passare inosservati. Neanche per un governo che nella prossima legge di bilancio deve trovare almeno 25 miliardi di tagli o nuove tasse solo per stabilizzare il deficit, mentre l’economia resta ferma o in caduta. Naturalmente provare a toccare i forzieri della Banca d’Italia nell’illusione di far tornare i conti non sarebbe solo illegale; darebbe anche un segnale di confusione e perdita di controllo al quale gli investitori reagirebbero come hanno fatto già alla prima bozza di bilancio in autunno: uscendo dall’Italia e lasciando che le fiamme divampino sul mercato del debito”.


Che cosa ha detto e fatto Bankitalia su Popolare Vicenza, Veneto Banca, Mps, Carige e sofferenze?

Giuseppe Liturri startmag.it 11.2.19

Ecco parole e azioni della Banca d’Italia sulle principali crisi bancarie come Popolare Vicenza, Veneto Banca, Mps e Carige. Nei giorni in cui si dibatte dei vertici della Banca d’Italia, un recente approfondimento di Giuseppe Liturri può essere utile alla discussione; qui la versione integrale

Sabato 26 gennaio, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, è intervenuto a un convegno a Bologna per parlare di credito e sviluppo. Sarebbe stato un convegno come un altro, se non fosse stato per le eclatanti parole sull’Unione Bancaria e sulla stabilità delle nostre banche, seppur avvolte nell’abituale linguaggio felpato di via Nazionale.

In sintesi, Panetta ha detto che le regole europee rendono il nostro sistema bancario instabile. Panetta parla di “aspetti critici” che renderebbero “problematica” l’applicazione delle nuove regole. Due in particolare.

l’esperienza mostra che l’applicazione del bail-in rischia di minare la fiducia nelle banche e generare instabilità; non è un caso che le autorità in più paesi tendano a evitare di applicare tale strumento, sinora utilizzato sporadicamente. Avendo presente che le norme europee riducono drasticamente i margini per l’azione pubblica e che nella lunga fase di transizione le passività bancarie previste dalla BRRD per far fronte al bail-in non saranno pienamente disponibili, è auspicabile che un tale rischio sia tenuto in conto dal legislatore e dalle autorità responsabili degli interventi”

Quindi apprendiamo dalla viva voce di un regolatore che:

  • la fiducia, il bene più prezioso per una banca, è messo a rischio dal bail-in che genera inoltre instabilità.
  • Si tende ad evitare l’applicazione della norma, tanto sono dannose le sue conseguenze.
  • Non essendoci ancora passività bancarie specificamente emesse per assorbire le perdite, è meglio andarci piano con questo bail-in.

Tutto ciò è davvero stupefacente. Dopo oltre 3 anni da quel novembre 2015, quando furono mandate in risoluzione 4 banche medio-piccole e fu impedito al Fondo Interbancario di intervenire perché avrebbe costituito un illegittimo aiuto di Stato, dopo il 60% di capitalizzazione bruciato in Borsa nel primo semestre 2016, dopo centinaia di miliardi di crediti deteriorati svalutati o ceduti forzatamente, dopo le vicende di Popolare Vicenza e Veneto Banca, dopo Monte dei Paschi di Siena, dopo Carige, dopo… (mettere una banca a piacere), bene, dopo tutto questo tsunami siamo a ancora a parlare di rischio? Ma davvero?

Panetta certamente sa che un elemento comune alle banche citate, al di là delle singole vicende di malversazione e mala gestio, è la crisi di fiducia che le ha messe in ginocchio.

Carige, da ultima, ha visto raccolta ed impieghi calare del 20/25%, così come Mps, e le due venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca). È la mancanza di fiducia che ha aggravato irrimediabilmente la situazione di tutte le banche finite finora in dissesto.

Nessuna banca può reggere ad una consistente perdita di volume di attività ed i conti si deteriorano rapidamente nella più classica della profezia autoavverante. Quali rischi? È (quasi) tutto già accaduto!

Ma il bello deve ancora venire.

l’orientamento che si va affermando a livello europeo secondo cui la procedura di risoluzione va applicata a poche decine di grandi intermediari dell’eurozona mentre gli altri – quasi 3.000 – andrebbero sottoposti a liquidazione ordinaria può avere conseguenze negative. La liquidazione disordinata – in gergo, “atomistica” – di una banca distrugge valore, infligge costi altrimenti evitabili ai clienti degli intermediari coinvolti, lacera la fiducia del pubblico nel sistema bancario, generando rischi di contagio. Anche su questo sono auspicabili interventi che prevedano meccanismi – quali l’intervento dei fondi di garanzia dei depositi – in grado di assicurare l’uscita ordinata dal mercato delle banche in crisi. Altri paesi dispongono di un assetto che ha consentito di gestire un numero elevato di crisi di banche – oltre 500 negli Stati Uniti nell’ultimo decennio – con ripercussioni trascurabili sull’economia e sui risparmiatori”

Qui Panetta si sofferma sul fatto che la risoluzione consente alla banca di continuare ad operare, previo bail-indi azioni, obbligazioni e depositi maggiori di €100 mila, fino all’8% delle passività, solo nel caso in cui sia necessario salvaguardare la stabilità sistemica, cioè se la banca sia sufficientemente grande. Negli altri casi (la gran parte) la banca va liquidata con gli strumenti ordinari. Così come è successo con le due Venete. Anche su questo tema, le parole sono di fuoco. Si spazia da fiducia lacerata a rischi di contagio. E qui Panetta fa l’esempio degli Usa, dimenticando (perché lo sa benissimo) che strumenti di quel tipo, perdipiù di natura privata come il Fondo Interbancario, sono stati esplicitamente vietati dalla Ue. Sembra davvero che Panetta sia appena sbarcato da un’altra galassia.

Ma l’acuto finale è da standing ovation (o da lancio di ortaggi assortiti, dipende dai punti di vista).

Affinché il nuovo assetto normativo conferisca stabilità al sistema creditizio europeo e nazionale occorre completare l’Unione bancaria, attivando con rapidità un solido sostegno (backstop) per il fondo di risoluzione unico e una assicurazione comune dei depositi. Sono iniziative che, nel condividere i rischi nell’area dell’euro, ne faciliterebbero la riduzione. Ma la condivisione è auspicabile se si riducono tutti i rischi – non solo alcuni – ai quali le banche europee sono esposte. I rischi creditizi, tipici delle nostre banche, sono da tempo al centro dell’attenzione delle autorità e degli analisti e sono in forte calo… Al contrario, il contenimento dei rischi di mercato derivanti dal possesso di strumenti finanziari opachi e illiquidi registra progressi insufficienti: l’esposizione delle maggiori banche dell’area dell’euro agli strumenti cosiddetti “di secondo e terzo livello” – che includono strumenti derivati – è ancora dell’ordine di 6.000 miliardi di euro, un multiplo elevato sia del capitale delle banche che li detengono, sia dei crediti deteriorati netti di tutte le banche dell’eurozona. Nell’ambito del SSM abbiamo recentemente avviato una ricognizione approfondita su questa tipologia di rischi.”

Panetta è convinto che la stabilità potrebbe arrivare dal completamento dell’Unione Bancaria. In particolare, dotando il fondo di risoluzione di risorse sufficienti (il backstop) per affrontare crisi bancarie ed attivando l’assicurazione comune sui depositi. Anche in questo caso, finge di non sapere che sono entrambe misure finite da tempo su un binario morto.

E là rischiano di rimanerci, ma non per le perplessità dei tedeschi sui rischi delle nostre banche, ma per le nostre perplessità sui rischi, enormi e difficilmente valutabili, delle loro banche. Qualche progresso si è fatto per il fondo di risoluzione, ma l’assicurazione dei depositi è sepolta. Quindi, di quale stabilità sta parlando, se è noto che gli strumenti per ottenerla non ci sono e non ci saranno mai?

Infine per salutare degnamente il pubblico con il bis, Panetta denuncia che la condivisione dei rischi è finora avvenuta soltanto riducendo quelli delle nostre banche, via bombardamento a tappeto dei loro conti. Una lieve pagliuzza, in confronto alla trave degli strumenti ‘opachi ed illiquidi’ per ben €6.000 miliardi detenuti soprattutto da banche tedesche e francesi. Su cui hanno appena avviato una ‘ricognizione approfondita’. C’è da capirli quelli della Vigilanza della BCE. Sono così impegnati con le nostre banche, che trovano appena il tempo per una “ricognizione”, anziché rivoltargli i libri contabili come un calzino…

A via Nazionale sanno tutto da tempo, ma continuano a recitare la parte di chi appare appena giunto sulla scena. Volete una delle tante conferme?

Ecco alcuni stralci dell’audizione del Capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Barbagallo, resa davanti alla Commissione Finanze della Camera il lontano 9 dicembre 2015, appena dopo la risoluzione delle 4 banche ed a pochi giorni dall’entrata in vigore del bail-in.

QUI I PASSAGGI SALIENTI

Non aggiungerò alcun commento, se non che sono passati oltre 3 anni da queste parole e c’è una certa stanchezza dello stupore e dell’aurorale meraviglia del ‘Fanciullino’ che alberga a via Nazionale.

Se, dopo 3 anni, a via Nazionale ripetono ancora le stesse parole sui rischi di instabilità, devo arguire che siano ancora alla ricerca di “altre strade”. Nel frattempo, la casa brucia.

Bankitalia: Borghi, riserve auree siano di proprietà Stato (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Nessuno vuole toccare le riserve auree, però è aberrante che non abbiamo ancora un’interpretazione autentica. Cosa ci vuole a fare una legge per mettere nero su bianco che la proprietà dell’oro è dello Stato? Ciò non significa che il Governo possa venderlo, però questa lacuna va colmata. L’oro appartiene agli italiani, eppure non esiste legge che lo dichiari esplicitamente”. 

Lo dice alla Stampa Claudio Borghi, presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera, che a novembre ha presentato una proposta di legge a Montecitorio sulla questione. 

Borghi aggiunge che “ovunque le riserve auree sono formalmente detenute dallo Stato. La situazione anomala di Banca d’Italia deriva dalla sua storia. Da noi lo Stato aveva banche d’interesse nazionale con quote di Bankitalia. Quando sono state privatizzate, non è stata adeguata la legislazione”. Borghi spiega che “in teoria” le banche private potrebbero rivendicarne la priorità, perchè “dal punto di vista formale gli azionisti di Bankitalia sono soggetti privati e anche se non nominano il governatore decidono loro chi entra nel consiglio superiore dell’istituto. Banca d’Italia è soggetto pubblico ma non è scritto da nessuna parte che la proprietà dell’oro è dello Stato e non degli azionisti privati”. 

Borghi assicura che non si tratta “assolutamente” di un tentativo di fare cassa, “anzi noi le riserve auree le vogliamo tutelare e un pensierino andrebbe anche fatto al luogo dove tutto questo oro è depositato, perchè metà risulta conservato all’estero”. 

rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 11, 2019 02:33 ET (07:33 GMT)

DIRETTA LIVE: speciale elezioni regionali, tutti i dati e i numeri dell’Abruzzo al voto

abruzzolive.it 11.2.19

L’Aquila. L’Abruzzo al voto  per il rinnovo del Consiglio regionale e l’elezione del nuovo presidente ha visto al voto 1.211.204 persone in 305 comuni.  Alle 12 ha votato il 13,42% degli aventi diritto, nelle precedenti elezioni regionali del 2014 alla stessa ora aveva votato il 15,92%. Questi i dati delle province: Chieti 13,17% (15,48% nel 2014), L’Aquila 13,01% (13,14%), Pescara 14,13% (17,57%) e Teramo 13,45% (17,64%). Alle 19, ha votato il 43% degli aventi diritto, cinque anni fa aveva votato il 45,11%. Questa la percentuale di affluenza al voto provincia per provincia: Chieti 40,46% (42,77% nel 2014), L’Aquila 44,56% (40.69%), Pescara 43,98% (47,55%), Teramo 43,96% (50,33

%). Alle 23 la percentuale di affluenza nella provincia di Chieti è stata del 48,25% (56,59% nel 2014), all’Aquila il 54,70% (57,10%), a Pescara del 53,89% (62,62%) e a Teramo del 52,83% (65,09%

ORE 01.45. Centrodestra Marco Marsilio: 47,6%
Liste centrodestra. Lega 26,2%
Forza Italia 9,5%
Fratelli d’Italia 6,2%
Dc Udc Idea Nci 3,4%
Azione Politica 3,0%

Centrosinistra Giovanni Legnini: 30,6%
Partito Democratico 10%
Legnini Presidente 8,6%
Abruzzo in Comune 3,6%
Progressisti- Sin. – Leu 2,5%
Abruzzo Insieme 2,4%
Avanti Abruzzo 1,4%
Centro democratico 1,4%
Solidali e pop. – centristi 1,3%

Movimento 5 Stelle Sara Marcozzi: 21,2%
M5S 19.8%
Casapound Stefano Flajani: 0,6%

ORE 01.17. “I miei complimenti e i miei auguri a Marco Marsilio e a tutti i militanti e gli eletti abruzzesi di FI. Il loro è un grande successo che apre una pagina nuova per l’Abruzzo ed è un momento importante per il futuro del centro-destra e della politica italiana. L’Abruzzo lo ha confermato ancora una volta, il centro-destra è la maggioranza naturale fra gli elettori”. Lo afferma il presidente di FI Silvio Berlusconi.  “Lo avevo percepito, in queste settimane, stando fra la gente abruzzese. Ovunque ho trovato entusiasmo, affetto, voglia di cambiamento nella serietà e nella concretezza. Questo risultato mi stava particolarmente a cuore anche per il profondo legame affettivo che ho verso questa regione dall’epoca del terremoto del 2009. Da oggi comincia la sfida di Forza Italia e del centro-destra per la Sardegna, per la Basilicata, per il Piemonte e infine per le elezioni europee di maggio decisive per il futuro dell’Europa e dell’Italia. Sono sicuro che il centro-destra unito avrà successo in tutte queste importanti elezioni”, spiega il leader FI.

ORE 01.11.  “Tutto ciò è segno di progresso”, questo il primo commento del candidato presidente Marco Marsilio. “Abbiamo lavorato insieme”, ha continuato, “il centro destra è unito e ha dimostrato la sua forza. Abbiamo vinto e questo mette fine a ogni discussione”.

ORE 00.50. “Mi pare che l’andamento sia sintomatico secondo la proiezione, ovviamente bisogna mantenere la prudenza, però il dato dimostra che c’è una vittoria del centrodestra e un profondissimo arretramento del Movimento cinque stelle”. Così il presidente vicario della Regione Abruzzo, Giovanni Lolli, presente a palazzo Silone all’Aquila per assistere allo spoglio per le regionali, sui primi dati che stanno affluendo. “Per quanto riguarda noi del centrosinistra, siamo passanti dal 17 al 28 per cento, il che indica una chiara crescita ed anche il fatto che questa è la strada giusta e bisogna insistere e continuare sapendo che in Abruzzo, come in Italia, ci aspetta un periodo all’opposizione”, conclude Lolli.

ORE 00.40. La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è arrivata a Pescara nel comitato elettorale di Marco Marsilio Al momento è chiusa in una stanza del comitato. Meloni si è affacciata un attimo, ma non ha voluto rilasciare dichiarazioni: “dopo, commentiamo dopo”, ha detto. A breve dovrebbe incontrare la stampa. Non è chiaro al momento per quando è previsto l’arrivo di Marsilio.

ORE 00.10. Marco Marsilio, candidato del centrodestra per le elezioni d’Abruzzo, è in testa allo scrutinio secondo le prime proiezioni Swg con il 48,9%.

ORE 00.02. Nel comitato di Giovanni Legnini, candidato presidente in quota centrosinistra, i primi dati hanno provocato un clima di amarezza generale, nonostante secondo l’instant poll sarebbe in vantaggio rispetto alla candidata del M5S Sara Marcozzi.

ORE 23.50. Al comitato del Movimenti 5 Stelle sono già arrivati alcuni parlamentari. Si attende invece l’arrivo del senatore Di Nicola e quello della candidata pentastellata Sara Marcozzi. Nessun commento da parte dello staff del Movimento sugli exit poll.

ORE 23.40. C’è entusiasmo nella sede elettorale del candidato di centrodestra Marco Marsilio: dopo le prime proiezioni non si sono spenti gli animi di coloro che sono in attesa del verdetto che decreterà il nuovo presidente della Regione Abruzzo.

ORE 23. Nel 2014 votarono 745.865 elettori pari al 61,56%. Le schede bianche e nulle furono 54.373. Luciano D’Alfonso venne eletto con 319.887 voti pari al 46,26%, secondo con 202.346 voti Giovanni Chiodi, pari al 29,26%, terza Sara Marcozzi con 148.035 voti pari al 21,41% e quarto Maurizio Acerbo con 21.224 voti pari 3.07%.

ORE 22.50. E’ netta la forbice tra il centrodestra e il centrosinistra stando ai primi sondaggi diffusi nelle ultime ore L’Opinio Rai dà Marsilio al 44 per cento, secondo Legnini al 30, Marcozzi al 24 e Flajani al 2. Diversi, invece, i dati di Swg che dà il centrodestra al 34 – 40 per cento, centrosinistra a 31 – 37 e Movimento 5 stelle 24 – 30 per cento. Difficoltà sono state riscontrate nella decodificazione dei dati per la presenza di numerose liste civiche.