Italiani, un popolo da sempre in fuga

Niccolò Inturrisi – 11 Febbraio 2019 lintellettualedissidente.it

I dati forniti dal ministero degli Esteri, riguardanti l’emigrazione dei cittadini italiani all’estero nell’ultimo quinquennio, sottoscrivono una situazione sociale all’apogeo della sua progressione, figlia di quella instabilità tanto economica quanto psicologica che sta caratterizzando il nostro bel Paese.

Gli italiani scappano, ancora. Sono infatti 5,1 milioni gli italiani residenti all’estero registrati nel 2018, 2 milioni in più del 2006, ed in costante e progressivo aumento. Il lento e perpetuo logoramento dei legami sociali, corroborato da un’atarassia schematica della proposta politica odierna, hanno confermato quella tendenza tutta italiana nel voler cercare una risposta nel fuori, nel lontano e nel nuovo. Il 56% di quel ritrovato popolo della globalizzazione si colloca in un’età compresa tra i 18 e 44 anni: studenti, laureati, ma anche professori, dottori, meccanici, lavapiatti e magazzinieri. L’esercito dei nuovi sfruttati, che si convince a deambulare in mezzo al mondo, con la consapevolezza che non ha più senso sacrificarsi per un Paese che sembra non averli mai voluti accettare. Ma anche intere famiglie, genitori e figli che abbandonano il proprio paesino a ridosso delle montagne per divenire strumento interscambiabile della grande catena staccata e mobile del capitale umano. La certezza della sua sopravvivenza risiede nella proliferazione incontrollata, che non deve saper più distinguere le identità per farne risaltare la loro coesa e spontanea grandeur, bensì con l’unico obiettivo di alimentarne il conflitto, la competizione, il fratricidio dell’assenza.

In quel miscuglio di volti e di occhi, l’anzianità si fa forza con la gioventù della disperazione, della rassegnazione.  E tuttavia, pensare che la trita polemica sulla povertà della domanda economica e lavorativa in Italia da sola possa spiegare l’emigrazione di queste persone, è non soltanto mera semplificazione, ma allo stesso tempo dimostra scarsità o assenza totale di comprensione del fenomeno sociale che si porta in grembo la svalutazione dei valori culturali e sociali di un Paese, qualsiasi esso sia. Quando la deriva sulle tematiche della lotta politica rappresentano le fondamenta della maggioranza, del pensiero comune e democraticamente accettato, la risultante non può che essere un impoverimento strutturale ed iperestensivo, coinvolgente ed allo stesso tempo corpuscolare. Le varie tendenze del malcontento, generato dal fenomeno della non-rappresentanza politica e del naturale rifiuto degli stereotipi di governance – non ancora compreso dalle sinistre europee – impongono una scelta univoca alla massa: cambiare o soccombere, scappare e sopravvivere invece che restare e sperare di poter avere anche domani il proprio posto di lavoro.

E’ una ricerca di dignità e identità quella che porta milioni di italiani ogni anno ad andarsene dal nostro Paese, a decidere di rinunciare alla costruzione collettiva della propria comunità per imbracciare il destino solenne del migrante economico, maschera e vestito che, ci piaccia o meno nel suo paradosso odierno, abbiamo sempre portato, in fuga continua da noi stessi.