Quando l’élite inventa “il popolo contro l’élite”

Federico Dezzani.altervista.org 11.2.19

Dalla Brexit alla nascita dei gilets jaunes in Francia, passando per l’elezione di Trump e la nascita del governo pentaleghista, il dibattito pubblico è dominato dal tema “il popolo contro l’élite”: gli stessi media avvalorano la tesi di una ribellione “nazional-popolare” contro le élite trans-nazionali ed il loro sistema socio-economico, ormai insostenibile per l’elettore medio Assodato che la storia è scritta delle élite, i leader populisti rappresentano una “nuova élite” contro la precedente? Sono “il meglio” del popolo che sfida il vecchio ordine? No, semplicemente l’élite angloamericana ha “inventato” una ribellione del popolo contro se stessa e ne ha scelto persino i capi: la funzione dei “populisti” è quella di demolire un sistema internazionale che non fa più gli interessi di chi l’ha costruito.

E crearono i populisti a loro immagine

Correva l’ottobre 2016: la Brexit era già cosa fatta e, di lì a poco, Donald Trump avrebbe conquistato la Casa Bianca. Uscimmo allora con un articolo dal sintomatico titolo “Populismo: quando l’oligarchia perde il controllo della democrazia”, dove anticipavamo di circa uno o due anni un tema che avrebbe poi dominato il tema politico successivo : “la rivolta del popolo contro l’élite”. Allora eravamo giovani ed inesperti e commentavamo le ombre sul muro della caverna: ricorrevamo a valide argomentazioni e brillanti spunti, ma commentavamo pur sempre ombre. A distanza di due anni, è tempo di tornare sull’argomento e correggere gli errori, tanto più che il dibattito “popolo contro élite” domina ancora la scena e sembra ingannare la maggior parte dell’opinione pubblica.

Partiamo dai concetti validi del nostro precedente articolo: qualsiasi forma di governo (monarchico, oligarchico, democratico) si basa su un’élite e, di conseguenza, lo scontro tra diversi Stati non è nient’altro che uno scontro tra élite diverse. L’élite esprime una linea politica di medio-lungo termine, sceglie il modello di sviluppo economico, stabilisce persino ciò che è buono e bello. Il popolo si può definire come uno “strumento al servizio dell’élite”, che teoricamente avrebbe interesse al benessere delle masse non soltanto per “usarle” nello scontro contro le altre élite, ma anche per conservare il potere. Nulla vieta, infatti, che in seno al popolo si formi “una nuova élite” che, sfruttando le debolezze della precedente, si lanci alla conquista del potere: illuminanti, a questo proposito sono le “avanguardie del proletariato” di leninista memoria.

Posto che la storia la storia è fatta dall’élite, possiamo quindi smontare (come peraltro avevamo già iniziato a fare nel 2016) la teoria del “popolo contro l’élite”: il popolo segue, l’élite avanza. La domanda successiva è: i populisti rappresentano una nuova élite, in netta opposizione a quella precedente? Si può parlare di uno scontro tra élite? I brexiters, Trump, i pentaleghisti ed i gilets jaunes sono le nuove “avanguardie del popolo”? Beh, se così fosse, se rappresentassero davvero una nuova élite, dovremmo osservare un qualche cambiamento nel loro approccio in politica estera: lungi dal fare l’interesse del popolo, le “nuove élite” sembrerebbero portare avanti la stessa politica di potenza di quelle precedenti: opposizione alla Cina, contenimento della Russia, sfida alla Germania. Tra “l’Occidente” e gli “sfidanti” non si registra nessun cambiamento, lasciando pensare che i rappresentati del popolo siano soltanto un camuffamento della vecchia élite.

È davvero così? E, se la riposta è affermativa, perché l’élite ha dovuto camuffarsi, creando la falsa (poiché priva di qualsiasi fondamento storico) dialettica del “popolo contro l’élite”?

Una risposta avventata ed errata sarebbe quella di affermare che l’élite ha concesso al popolo quel minimo di cambiamento necessario per tenerlo sotto controllo: dopo anni di impoverimento della classe media e di politicamente corretto, era necessario “raddrizzare” un po’ la rotta per evitare di schiantarsi contro gli scogli del malessere popolare. Niente di più errato: purtroppo i mezzi di manipolazione/repressione sono tali che l’élite avrebbe potuto proseguire indisturbata le proprie politiche. E allora perché inventare i populisti e la “guerra all’élite”? La riposta è: perché all’élite serviva distruggere l’attuale ordinamento internazionale, che non rispecchia più i suoi interessi. Ne è derivata la creazione della dialettica “popolo contro élite”, per radere al suolo ciò che la stessa élite aveva edificato negli ultimi settant’anni. I brexiters, Trump, i pentaleghisti ed i gilets jaunes sono strumenti dell’élite per archiviare “il Nuovo Ordine Mondiale” consolidatosi dopo il collasso dell’URSS nel 1991.

Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’oligarchia atlantica instaurò un sistema socio-economico, basato sulla libertà di spostamento di persone, merci e capitali, che, ideato per avvantaggiare in primis Londra e Washington, ha finito col beneficiare soprattutto Cina (tramite l’export di prodotti finiti), Germania (sempre tramite l’export di prodotti finiti) e Russia (tramite l’export di materie prime). L’élite atlantica era, in sostanza, “il garante” di un sistema internazionale dove gli altri prosperavano: il progressivo assottigliamento del vantaggio degli angloamericani sui contendenti, ha indotto l’élite atlantica a staccare la spina all’ordinamento costruito negli ultimi decenni. UE, NATO, libero scambio, organismi sovranazionali: niente si salva dalla furia distruttrice dell’élite atlantica che, per il lavoro di demolizione, si serve dei “populisti”.

La rivolta del “popolo contro l’élite” è così, in Europa, soprattutto anti-tedesca: la Brexit, il governo pentaleghista ed i gilets jaunes mirano alla distruzione dell’Unione Europea, considerata un “moltiplicatore” della potenza tedesca. La rivolta del “popolo contro l’élite” è, negli USA, soprattutto anti-cinese: la guerra dei dazi imposta da Trump punta all’indebolimento dell’economia cinese, nella speranza che il Dragone entri in recessione. In nessun luogo, infine, il “popolo contro l’élite” si è tramutato in apertura alla Russia, prolungando l’accerchiamento economico-militare iniziato durante l’amministrazione Obama. Anzi, sembra che il “populista” Trump abbia deciso di aumentare la pressione sul colosso euroasiatico ritirando gli USA dal trattato sui missili nucleari tattici del 1987.

Se il confronto tra le potenze marittime e quelle continentali dovesse acuirsi, nulla impedisce che l’oligarchia atlantica trasformi gli attuali populismi in fascismi/nazionalismi che, oggi come negli anni ‘30, si definirebbero come antagonisti dell’élite pluto-guidaico-massonica.

Chiudiamo con una breve parentesi sull’Italia, l’unico grande Paese europeo storicamente carente di un’élite degna di questo nome. I piemontesi smisero di costituire l’ossatura dello Stato con la fine del periodo liberale; il fascismo affiancò ai (modesti) capitani d’industria del Nord Italia una struttura amministrativa basata sull’IRI; dal matrimonio partecipate statali-Democrazia Cristiana uscì l’ultima élite italiana, poi spazzata via da Tangentopoli. L’Italia è senza classe dirigente da circa 30 anni, tanto che la FIAT ha potuto trasferire nel 2014 sede fiscale e operativa all’estero senza sollevare nessuna protesta: impensabile per qualsiasi Paese europeo dotato di un’élite nazionale. Fa quindi ridere che in Italia proliferi il dibattito “popolo contro l’élite”: in Italia c’è solo popolo, amministrato a piacimento da un’élite che sta oltre Oceano.

La verità sulle banche. Da Etruria a Lehman al “caso Banca d’Italia”

Alberto Mattiacci leurispes.it 12.2.19

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Banche italiane senza pace. Ora tocca a Banca d’Italia. Pochi giorni fa, da Vicenza, a una riunione dei correntisti e azionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, i due vice-premier hanno nuovamente tuonato contro il sistema bancario italiano. Si è addirittura arrivati ai toni (elettorali?) da film western: «Convocheremo i banchieri e li faremo cantare». Vedremo. E ascolteremo il canto. Al momento, però, è forse più importante dotarsi di ciò che serve a capire. Prendere coscienza di ciò di cui stiamo parlando. Lo facciamo con il professor Giampaolo Gabbi, professore Ordinario di Economia degli Intermediari Creditizi alla facoltà di Economia dell’Università di Siena. Giampaolo Gabbi è un profondo conoscitore dell’economia finanziaria – quella che oggi sembra contare davvero – e possiede il dono della semplificazione, tipica dei professori veri, che sanno fare il loro mestiere.

Il dibattito sulle banche ha messo in luce quanto non sia chiaro alla pubblica opinione il senso di cosa una banca sia; di come funzioni il circuito del credito; dei principi di base sulla gestione del risparmio privato. Insomma, esiste un serio problema di “educazione finanziaria”.

Il problema dell’educazione finanziaria non è un tema sollevato dalla crisi. Dal 2005, periodo in cui l’OCSE ha diffuso le raccomandazioni in materia di educazione finanziaria, numerosi paesi europei hanno investito per migliorare la consapevolezza delle persone in materia economica e finanziaria. Al di là del tema culturale, c’è un motivo economico: alla conoscenza finanziaria corrisponde anche crescita economica superiore, almeno per redditi pro capite superiori a 12mila dollari annui.
Il 6 novembre 2007 (quindi praticamente in coincidenza con l’inizio della crisi finanziaria) il Ministero della Pubblica Istruzione e la Banca d’Italia hanno siglato il Memorandum d’intesa «per l’avvio di un progetto sperimentale di formazione in materia economica e finanziaria in alcune scuole campione».
Nonostante queste iniziative, la situazione in Italia è ancora arretrata rispetto ai paesi simili al nostro. Dall’indagine di Standard & Poor’s condotta a livello globale, meno del 40% degli adulti italiani conoscono concetti basilari quali la diversificazione del rischio, il concetto di inflazione e le logiche di calcolo degli interessi su investimenti finanziari. La percentuale italiana è più o meno quella registrata in Sud Africa e in Russia. Ma, cosa più preoccupante, il livello di conoscenza finanziaria è molto basso anche fra i consulenti finanziari (quelli che prima si chiamavano promotori finanziari). Le autorità di vigilanza europea e italiana hanno imposto corsi obbligatori proprio per garantire una minima professionalità. E la situazione è ancora più allarmante se parliamo di conoscenza della funzione bancaria nel sistema economico.

Senta professore, cosa è una banca oggi? questo termine non è un po’ generico rispetto a quanto esprime?

Il tema non è banale. Se ne discute molto anche a livello manageriale, perché le strategie bancarie dipendono da cosa si vuole (e si può) fare in quel settore. Ad esempio oggi entrano nel mercato bancario anche soggetti che fino a pochi anni fa non esistevano, come PayPal, Amazon e Apple.
Il settore è vario e complesso: “banca” non significa sempre la stessa cosa. Se vogliamo dare una definizione base ci si può concentrare su tre funzioni: quella monetaria, quella creditizia e quella di intermediazione finanziaria. In altri termini, una banca è quell’impresa che emette strumenti che hanno una funzione monetaria (pensiamo agli assegni o alle carte di credito), che fa prestiti utilizzando le risorse che raccoglie dai depositanti e che consente ai risparmiatori di pianificare il futuro trovando le soluzioni finanziarie più adeguate.

Si sente parlare di banche commerciali, di private banking, di banche di investimenti: sono solo dei modi di dire, o rappresentano diverse realtà nel più generale mondo delle banche?

La seconda. Per riconoscere il core business dell’industria bancaria, si sono introdotte definizioni più specialistiche. Così abbiamo banche commerciali (Intesa Sanpaolo) che sono concentrate nell’ambito del credito e della raccolta di depositi (servizi di corporate banking). Abbiamo poi le banche private (UBS Asset Management) che invece offrono servizi a investitori che spesso hanno patrimoni molto elevati (servizi di wealth management). Una terza e distinta categoria, infine, sono le banche di investimento (Goldman Sachs), che offrono servizi molto sofisticati a grandi clienti per operazioni cosiddette “di finanza straordinaria”, come fusioni e acquisizioni, collocamenti in Borsa, emissioni di obbligazioni.

Un primo insegnamento che ne traiamo, quindi, è che quando si discute di una crisi bancaria, occorre capire innanzitutto di che tipologia di banca si tratti, perché alla parola “banca” fanno riferimento situazioni anche molto differenti. 
Andiamo avanti: Etruria e Lehmann sono due banche fallite: cosa significa “fallimento” di una banca?

I casi citati sono molto diversi e non solo per la loro dimensione. Banca Etruria era una banca commerciale, essenzialmente orientata al mercato locale e retail, quindi piccoli risparmiatori e piccole imprese. Lehman era una banca d’investimenti che operava a livello globale. Li accumuna il fallimento; tuttavia, giuridicamente non possiamo definirlo un vero fallimento ma una liquidazione.
In ogni caso, la situazione coincide con la situazione per cui una banca ha totalmente eroso il proprio patrimonio per i rischi assunti. Detto in altri termini, il valore delle attività della banca (cassa, crediti, titoli, immobili) è inferiore al valore delle passività (debiti nei confronti di depositanti e obbligazionisti). Quindi le due banche, e tutte quelle che durante la crisi si sono trovate in questa situazione, non erano più in grado di onorare i debiti. Anche se avessero venduto tutte le loro attività, non ci sarebbero state risorse sufficienti per restituire i capitali dei depositanti e degli investitori. E qui si pone il problema degli eventuali salvataggi bancari, che tanto mal di pancia sollevano.

Appunto di salvataggi bancari volevo parlare. È giusto, o meglio, è nel pubblico interesse che uno Stato investa per salvare una banca?

Il finale della storia di Banca Etruria e di Lehman Brothers aiuta a dare una risposta. Il primo è proprio la loro natura. Se non si interviene per salvare una banca commerciale, si accetta la possibilità che una parte dei depositi in conto corrente possano non venire restituiti. Ma i depositi sono tecnicamente moneta bancaria, cioè noi accettiamo strumenti bancari per regolare gli scambi. E se perdiamo la fiducia che questi strumenti siano davvero liquidi e garantiti da banche solvibili, l’intero impianto del sistema degli scambi economici potrebbe crollare. Non dimentichiamo mai che la nostro Costituzione (art. 47) tutela il risparmio. E per questo motivo lo Stato “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. È così che il sistema bancario italiano nel caso di Etruria è intervenuto, per evitare una liquidazione che potesse intaccare la fiducia dei depositanti. Alcuni investitori in obbligazioni più rischiose e in azioni hanno però perduto parte dei loro capitali. E qui torniamo al primo argomento: la non conoscenza dei rischi anche bancari ha portato molti investitori a scegliere titoli bancari che promettevano rendimenti superiori pensando fossero senza rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile: se un titolo rende di più di un altro deve essere più rischioso, altrimenti non si vede perché il debitore dovrebbe accettare di pagare un rendimento superiore. In inglese si direbbe “there is no free lunch”, non si mangia gratis.

Mi pare chiaro: in Italia la Costituzione impone dei comportamenti a tutela del risparmio. Di contro, mi viene da dire, dovrebbe imporre ai consumatori di essere prudenti, meno avidi e più informati: i soldi facili non esistono. E negli States? Cosa ne pensa del caso Lehman?

Mi chiede perché invece Lehman è finita con la sua chiusura? In primo luogo perché essendo una banca di investimento non si dovevano tutelare i depositanti. Non c’erano filiali di Lehman, non esistevano conti correnti. Quindi i clienti erano essenzialmente obbligazionisti non solo americani. E poi perché gli Stati Uniti dovevano decidere se utilizzare denaro dei contribuenti per salvare una banca che aveva adottato politiche chiaramente speculative. Non bisogna dimenticare che nel settembre 2008, quando fallì Lehman, ci fu un altro importante salvataggio, quello di AIG, una delle più importanti assicurazioni americane su cui poggiavano molti risparmi pensionistici privati degli americani. L’amministrazione Bush decise di salvare AIG per evitare un contagio interno e di lasciar fallire Lehman, di fatto trasferendo il contagio a livello mondiale.

Chiarissimo. Vogliamo provare a sintetizzare?

In primo luogo, non tutte le banche in difficoltà meritano un salvataggio. Direi che il problema si pone quando sono banche commerciali. In secondo luogo, prima di valutare un intervento pubblico si cerca sempre una soluzione privata, cioè un’altra banca in grado di ristabilire l’equilibrio iniziale. Nel caso di Etruria, dopo una prima fase di gestione straordinaria, la banca è stata acquisita da UBI. Il problema è che, in un periodo di crisi finanziaria, non è facile trovare una banca con le spalle sufficientemente robuste per acquisire banche in perdita. Si è trovata una soluzione, il bail-in, che dovrebbe permettere di effettuare il salvataggio coinvolgendo alcuni dei creditori della banca, soprattutto quelli che hanno ottenuto rendimenti maggiori di altri grazie a obbligazioni più rischiose. L’intervento pubblico dovrebbe essere l’extrema ratio. Quindi, penso sia giusto salvaguardare la stabilità del sistema bancario per tutelare il risparmio e il credito alle imprese, ma sarebbe ideale evitare l’intervento pubblico. Anche per evitare che nelle giornate di sole i profitti siano privati e nei giorni di pioggia le perdite siano coperte dai contribuenti.

Duma: l’Italia sarà probabilmente la prima a eliminare le sanzioni contro Mosca

sputniknews.com 12.2.19

State Duma plenary session. (File)

Il deputato della Duma di Stato Dmitry Belik ha detto che il primo paese UE a eliminare le sanzioni contro la Russia, molto probabilmente, sarà l’Italia. Il politico lo ha detto in un’intervista al quotidiano Izvestia.

La sua dichiarazione, il deputato l’ha fatta commentando l’apertura di un secondo ufficio di rappresentanza dell’auto-proclamata Repubblica Popolare di Donetsk, la DNR, in Italia.

“Oggi la protesta per l’apertura di una rappresentanza DNR a Verona svanirà se viene firmato un accordo tra il partito Lega Nord e Russia Unita o una collaborazione tra Sebastopoli e Verona. Ma proprio di queste iniziative abbiamo parlato in un incontro con il deputato del Parlamento italiano Vito Comencini” ha detto Belic.

Egli ha anche sottolineato che, se nel partito Lega Nord tutti i parlamentari sono come Comencini, allora l’Italia sicuramente eliminerà le sanzioni contro Mosca.

Il deputato ha anche osservato che in Europa presto si terranno le elezioni, dopo di che il numero dei politici, consapevoli del danno delle sanzioni aumenterà in modo significativo.

“La nostra posizione generale è che le sanzioni sono un grosso errore. Nel mese di maggio si terranno le elezioni per il Parlamento europeo. Le autorità dell’UE, che si battono per le sanzioni contro la Russia, possono andare via. Ora al potere in Europa dovrebbero esserci partiti e movimenti, coscienti che è ora di farla finita con questo malinteso delle sanzioni”, ha detto Belik, aggiungendo che gravi difficoltà, in particolare, colpiscono l’industria del mobile e il sistema agricolo d’Europa.

In questo stesso contesto Belik ha parlato dell’Ucraina, sottolineando che i politici ucraini sono preoccupati dei risultati delle elezioni per il Parlamento europeo non meno di loro.

“A queste elezioni l’Ucraina sta guardando non meno che alle proprie, il cambiamento di retorica politica occidentale potrebbe cambiare la situazione politica in Ucraina” ha dichiarato il deputato.

Il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha precedentemente sottolineato che il governo lavorerà per rimuovere le sanzioni contro la Russia. Parlando in conferenza stampa al termine del vertice del G7 in Canada, egli ha sottolineato che Mosca svolge un ruolo chiave nella risoluzione di molte crisi internazionali e agisce come giocatore importante nell’attuale contesto geopolitico.

Nel 2014, sullo sfondo del conflitto in Ucraina, l’Unione europea ha imposto sanzioni contro la Russia. Dopo di che, l’Occidente ha preso la decisione di estendere le misure restrittive, e ha imposto la loro rimozione con l’attuazione degli accordi di Minsk. Mosca ha risposto alle sanzioni alimentari con un embargo e ha avviato la sostituzione delle importazioni. La Russia ha ripetutamente sottolineato che non è parte del conflitto ucraino o soggetto del Minsk 2, e ritiene l’introduzione di misure restrittive controproducente.

Il conto per bloccare la Tav: “Pagheremo fino a 4 miliardi”

Lospiffero.com 12.2.19

È quanto previsto dall’analisi tecnico-giuridica commissionata assieme alla costi-benefici. Un rischio non da poco per un governo che si assumerebbe unilateralmente l’onere dello stop. Chiamparino e imprese contro lo studio di Ponti

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L’analisi costi-benefici voluta dal ministro Danilo Toninelli è finalmente pubblica e si conclude con un saldo negativo per una cifra tra i 7 e gli 8 miliardi di euro. La parte più interessante di questo studio, però, è rappresentata da un altro documento pubblicato questa mattina sul portale del Ministero delle Infrastrutture, cioè l’analisi tecnico-giuridica redatta dall’avvocato Pasquale Pucciariello. In caso di scioglimento del progetto della Tav il costo massimo tra penali e rimborsi potrebbe raggiungere, nello scenario peggiore, i 4,2 miliardi. È quanto è possibile determinare sommando i vari importi contenuti nella Relazione tecnico giuridica collegata all’analisi costi benefici della Tav. Molti sono importi massimi “difficilmente raggiungibili”. Tanto che nella relazione si spiega che “i molteplici profili evidenziati non consentono di determinare in maniera netta i costi in caso di scioglimento”, dunque “le voci e gli importi oggetto di discussione possono essere indicati solo in via puramente ipotetica”. La variabile è dovuta a “più soggetti sovrani” che dovrebbero negoziare gli importi.

Quel che emerge, dunque, è che – al di là delle scontate risultanze dell’analisi costi-benefici redatta dal professor Marco Ponti, un eventuale stop unilaterale dell’Italia all’opera rappresenterebbe un salto nel vuoto dal punto di vista finanziario. Motivo per cui più di un esperto è portato a ritenere che proprio i rischi di una revoca del trattato internazionali rappresentino la via d’uscita di un governo che non può permettersi di bloccare l’opera.

Nel dettaglio, l’Italia si ritroverebbe a dover versare “a titolo di risarcimento” fino a un massimo del 30 per cento dell’importo di utile ancora da conseguire al momento dello scioglimento dei contratti (circa 2,9 miliardi, giacché il costo complessivo dell’opera viene indicato in 9,93 miliardi); “a titolo di penalità esplicitamente previste dal Grant Agreement” la somma da versare, in aggiunta, sarebbe tra i 16 e gli 81 milioni. Inoltre, nell’eventualità, considerata nello scenario peggiore, della rivalsa relativa alla parte di costi sostenuti dalla Francia per la parte delle indagini, la somma ammonta a circa 400 milioni. Non è finita: “i fondi già versati dall’Unione europea che potrebbero essere richiesti in restituzione – si legge ancora nella relazione del legale incaricato dal Mit – ammontano alla data odierna a 535 milioni di euro”. Infine, per ciò che riguarda le somme non ancora ricevute in base al Grant Agreement, 297 milioni costituiscono la quota spettante alla Francia non ancora erogata; in relazione alla sua mancata percezione potrebbero essere avanzate pretese risarcitorie.

Per quanto riguarda l’analisi costi-benefici sono poche le sorprese. Nello scenario ‘realistico’ il valore attuale netto economico (Vane), ovvero il saldo tra i costi e i benefici, risulta pari rispettivamente a -6.995 milioni considerando i costi “a finire” (escludendo i soldi già spesi) e a -7.949 milioni qualora si faccia riferimento al costo intero. Lo si legge nel dossier pubblicato dal Ministero dei trasporti e infrastrutture. Esultano i Cinquestelle, protestano tutti gli altri, a partire dal Commissario di governo Paolo Foietta che parla di “analisi truffa” mentre secondo Sergio Chiamparino lo studio “non è in grado di definire i benefici, ma solo i costi, per giunta aumentati dalle mancate accise sul carburante e dal calo dei pedaggi autostradali che si avrebbero con lo spostamento del trasporto merci dalla strada alla ferrovia. Alla faccia dell’ambiente! Si delinea uno scenario che rischia di penalizzare pesantemente l’economia, lo sviluppo e la condizione ambientale delle nostre regioni”. “Detto questo – conclude Chiamparino –ora che l’analisi c’è, il governo ConteSalviniDi Maio si assuma la responsabilità di decidere. Anche se temo di non sbagliare dicendo che, arrivata la costi-benefici, il governo farà ancora melina e anche sulla Tav, su opposte sponde, faranno solo campagna elettorale, a costo di perdere i finanziamenti europei, per arrivare alle elezioni senza pagare il dazio di una decisione. Ora è chiaro chi vuole mettere il Piemonte in un angolo”.

Durissimo anche Corrado Alberto, presidente di Api Torino e tra gli animatori del sistema delle imprese e del lavoro del Piemonte rappresentato da 33 sigle associative: “Mi pare che si possa tranquillamente parlare di numeri risultato di un lancio di dadi. Soprattutto, quanto stabilito dal documento, che il ministro Toninelli ha reso noto solo oggi, rappresenta una risposta ideologica a una promessa elettorale che una parte del Governo sta cercando di mantenere. Insomma, siamo di fronte ad una foglia di fico ad uso e consumo del M5s”. 

La lettera prima del suicidio. Michele, 30 anni: “Questa generazione si vendica del furto della felicità”

comedonChisciotte.org 12.2.19

FONTE: ILFATTOQUOTIDIANO.IT

“Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo”: è uno dei passaggi della missiva con cui un ragazzo di Udine ha motivato la scelta di farla finita. Ecco il testo integrale.

Si è tolto la vita perché “stufo” di una esistenza di precariato, schiacciato da una realtà che “non premia i talenti“e “sbeffeggia le ambizioni“, “tradito” da un’epoca “che lo ha tradito “invece di accogliermicome sarebbe suo dovere fare”. Michele, 30enne di Udine, ha motivato così la decisione di farla finita, con una lettera pubblicata dal Messaggero Veneto con il consenso dei genitori. Dalle parole del ragazzo, tuttavia, quello della sfiducia verso la società non è l’unico tema che emerge: molto forte, infatti, anche la voglia e il diritto di poter decidere sulla propria vita e, in questo caso, sulla propria morte. Ecco di seguito iltesto integrale della lettera.

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/07/la-lettera-prima-del-suicidio-michele-30-anni-questa-generazione-si-vendica-del-furto-della-felicita/3374604/?fbclid=IwAR0-5sNcNMS74vo-vdyFl7ARPjHRn30hBvQOls5fu1uJjN2X4Pp10X4LrLQ

7.02.119

“Fondo indennizzi show”, l’on. Zanettin accusa: il governo cerca solo un incidente elettorale con la UE

Giovanni Coviello vicenzapiu.com 12.2.19

Pierantonio Zanettin e il fondo indennizzo

Pierantonio Zanettin e il fondo indennizzo

On. Pierantonio Zanettin, lei è intervenuto oggi pomeriggio a Montecitorio nella discussione sul decreto Carige; perché ha voluto soffermarsi, oltre che sulle problematiche relative ai diversi dossier aperti sul fronte creditizio, anche sul Fondo Indennizzo Risparmiatori introdotto dalla legge di bilancio?

Dopo la kermesse di sabato scorso con la presenza a Vicenza dei due vice premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ho ritenuto mio dovere, anche da rappresentante dei tanti vicentini coinvolti nel crac della Banca Popolare di Vicenza, di cui anche io sono stato socio fin da giovane, incalzare il Governo per chiarire i tanti non detto, relativi a questa delicata partita, seguita, con speranza, ed al contempo apprensione, da tante famiglie venete.

Lei ha parlato di reticenza, opacità, ambiguità

Credo di essere stato anche generoso  nel giudizio verso il Governo. Molti conti non tornano: perché non è stato reso noto il testo della lettera inviata dalla Commissione Europea al Mef? Se il testo è quello pubblicato da VicenzaPiù, che nessuno finora ha smentito, il Governo si troverebbe in grande imbarazzo, perché risulterebbe che il ministro Giovanni Tria il 17 gennaio, smentendo l’esistenza di rilievi, formali e informali, da parte dell’Europa, ha mentito al Parlamento nel caso in cui la lettera e i rilievi non fossero solo successivi.

Lei ha chiesto al sottosegretario Alessio Villarosa (M5S), che in aula seguiva il provvedimento, quando usciranno i decreti attuativi.

È anche questo uno dei misteri che accompagnano il fondo. Prima il Governo aveva confermato che i decreti attuativi, a termini di legge approvata, sarebbero stati emessi entro il 31 gennaio, poi lo stesso Alessio Villarosaaveva indicato l’8 febbraio (guarda caso vigilia della kermesse), a Vicenza Di Maio ha promesso invece che saranno scritti questa settimana. Ma al Mef non circola neppure una bozza di decreto.

Il sottosegretario Villarosa le ha dato qualche risposta?

Poco dopo il mio intervento il sottosegretario Villarosa si è allontanato dall’aula di Montecitorio e si è fatto sostituire dal vice ministro Massimo Garavaglia (Lega)

Lei continua a sostenere che il Governo cerca un “incidente” con l’Europa per avere un argomento da spendere nella prossima campagna elettorale.

Ormai ne sono certo.
Il premier Giuseppe Conte alla vigilia dell’approvazione della legge di bilancio si era vantato di averla negoziata con Moscovici. Perché, allora, il fondo per i risparmiatori truffati, che fa parte della manovra, non è stato inserito in questa trattativa? Cosa costava fare uno sforzo in più? Quello era il momento per alzare la voce e battere i pugni con l’Unione Europea.

Quale è il suo giudizio sulla manifestazione di sabato scorso?

I veneti sono pazienti, ma hanno anche buona memoria. Dio non voglia che i truffati dalle banche  finiscano truffati anche dai politici. Lo show di Vicenza potrebbe rivelarsi un boomerang per i vice premier che vi hanno presenziato

ORO DI BANKITALIA/ La beffa da evitare dopo il caos

Dall’accentramento dell’oro proveniente dagli istituti, specie dell’ex Regno borbonico, nel tempo si è creata una commistione, su cui oggi sarebbe doveroso intervenire

12.02.2019 – Paolo Tanga il sussidiario.net

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È salita alla ribalta la polemica sull’oro depositato presso la Banca d’Italia. Cerco di fare chiarezza, richiamando il mio articolo dal titolo “L’euro e la spiegazione dell’impoverimento di Sud e Nord Italia”, dove tra l’altro narravo l’episodio dell’accentramento dell’oro dal Banco di Napoli alla Banca Nazionale del Regno.

Questo richiamo serve a far capire che il nobile metallo è affluito attraverso l’accentramento dell’oro dai diversi istituti di emissione alla Banca d’Italia e che gli istituti di emissione lo detenevano in deposito avendolo ricevuto dai propri clienti. In particolare, negli ex territori del Regno borbonico le monete d’oro affluivano presso i banchi meridionali, che in cambio non rilasciavano banconote, ma fedi di deposito e che a queste venivano preferite dagli stessi clienti le fedi di credito per beneficiare del servizio apodissario, rinunciando persino a farsi remunerare il deposito medesimo.

Se ragioniamo, perciò, in termini di fedi di deposito o di credito, comprendiamo benissimo che l’oro depositato non può che essere di proprietà dei depositanti. Tuttavia, l’eccessiva emissione di banconote causò il corso forzoso, impedendo ai depositanti di ritornare in possesso dei valori depositati.

Dal punto di vista giuridico, si potrebbe dire che il corso forzoso avrebbe lasciato in mano ai depositanti, in cambio dell’oro, dei foglietti colorati chiamati banconote. Ciò non toglie, però, che il corso forzoso preferì mantenere presso la Banca d’Italia il vero valore, sostituendolo con i foglietti colorati al fine precipuo di impedire che la tesaurizzazione del metallo prezioso causasse un danno all’economia, facendo cessare l’attività di scambio.

Del resto, anche se di obbligatoria accettazione, questi foglietti colorati avevano valore proprio in base al fatto che essi venivano accettati in cambio del lavoro prestato e della possibilità di scambiarli con gli altri beni. Quindi erano coloro che accettavano le banconote che conferivano alle stesse il valore rappresentato nel deposito presso la Banca d’Italia.

A riprova di quanto affermo basta rifarsi al riordino della legge bancaria dell’epoca, la quale affidava sì la custodia dell’oro alla Banca d’Italia – istituto di diritto pubblico, le cui quote di partecipazione potevano appartenere a organismi di diritto pubblico o a società per azioni di proprietà pubblica – ma la gestione dell’oro e delle altre valute convertibili in oro era affidata a un altro ente pubblico, l’Ufficio Italiano dei Cambi, che quindi gestiva per conto dei veri proprietari, cioè dei depositanti, quei valori.

Se l’oro fosse stato di proprietà della Banca d’Italia, sulla base di quale titolo doveva essere un’altra istituzione, anch’essa pubblica, a gestirne gli acquisti e le vendite?

Ricordo ancora alcuni fatti intervenuti che fortificano questa tesi. Innanzitutto, dopo la criminalizzazione del governatore Paolo Baffi, che fu costretto alle dimissioni, fu avviata in Banca d’Italia una politica tendente alla progressiva neutralizzazione della regolamentazione bancaria introdotta dalla legge bancaria del 1936. L’oro che riveniva dai depositanti non aveva alcuna evidenziazione nelle poste dello Stato patrimoniale sopra la linea, cioè nell’attivo patrimoniale dell’Istituto di emissione. Ne fu fatta progressiva evidenza con gli acquisti operati nel tempo, in cui fu avviata la dismissione delle banche di proprietà pubblica e la creazione dei gruppi bancari. Le conseguenze di tale svendita le stiamo subendo ora che ci troviamo con un sistema bancario privato di proprietà estera che ci costringe a pagare, per l’uso dei fogli colorati sopra accennati, imposte al di sopra di ogni limite di sopportazione.

Successivamente si procedette a rivalutare l’oro nel suo complesso, facendo apparire nel bilancio quello che prima era evidenziato solo sotto la linea, cioè nei conti di memoria.

Infine, fu operata la fusione tra Banca d’Italia e Ufficio Italiano dei Cambi, non consentendo più di distinguere il gestore dal depositario.

In questa commistione ritengo doveroso un intervento di riordino sulla proprietà dell’oro guidato da un senso di giustizia; doveroso sarebbe, altresì, il ripristino delle prerogative della legge bancaria, che hanno sempre consentito di salvaguardare il risparmio e il corretto esercizio del credito nella nostra bistrattata Italia, fra le quali annovero anche la salvaguardia delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, distrutte da una certa faciloneria nella concessione di autorizzazioni al credito che hanno arricchito di organismi fragili le uniche forme bancarie private mosse da princìpi solidaristici. 

Magaldi: niente è come sembra, e in troppi stanno barando

Libreidee.org 12.2.29

Viviamo strani giorni, cantava Battiato. Prendi l’Italia: in soli cinque anni ha voltato le spalle al conducator Renzi, trionfatore alle europee con il 40%, per dare una chance all’alieno governo gialloverde. Ma non doveva regnare in eterno, il Fanfarone di Rignano? Com’è possibile che si sia letteralmente estinto, consegnando il paese (provvisoriamente) agli apprendisti stregoni grillini e ai vetero-leghisti già forcaioli, abilmente riciclati da Salvini? Esecutivo bifronte, in tutti i sensi: diviso ormai sul 90% del programma, e incagliato su troppi nodi difficili da sbrogliare. Tanto peggio per i 5 Stelle, i più esposti al vento contrario: facile alzare la voce coi migranti, grazie a una politica low-cost, tutta immagine e quasi senza stanziamenti. Più complicato esaudire il sogno costoso del reddito di cittadinanza sbandierato da Di Maio. Tutti colpevoli, in ogni caso. Il loro peccato? Uno: non aver osato assolvere al compito ricevuto dagli elettori, e cioè riscattare l’Italia liberandola dalla tagliola di un’Ue finita in mano a un potentissimo clan di oligopolisti prezzolati. Lo afferma Gioele Magaldi, il primo a cantare fuori dal coro neo-sovranista di fronte al cedimento del governo Conte sul deficit 2019. Il presidente del Movimento Roosevelt è stato anche il primo (oltre che l’unico) a smascherare il teatrino dell’austerity: dietro il rigore – ha spiegato nel saggio “Massoni” – c’è essenzialmente un club di supermassoni reazionari. Ecco perché, anziché sparare a casaccio contro “l’Europa”, sarebbe più utile fare nomi e cognomi.

Lo stesso dicasi per l’altro tasto dolente, assai caro a tanta parte del popolo del web: l’odiato imperialismo yankee, il Deep State che trasforma la superpotenza egemone in uno strumento di violenza e guerra, sfruttamento e oppressione (tema in auge Luigi Di Maiopraticamente sempre, ora rinverdito dalle vistose pressioni Usa sul Venezuela di Maduro). A costo di ripetersi, Magaldi insiste: sono stato proprio io – dice, in web streaming su YouTube – a spiegare, più precisamente di altri, quale America ha fatto del male agli americani e al resto del mondo. Brutto spettacolo: le trame golpiste della superloggia “Three Eyes”, il neoliberismo a mano armata, i neocon. Ma erano americani anche i Roosevelt e i Kennedy, così come Martin Luther King. E se tutte le potenze mondiali hanno sempre e solo perseguito la logica mercantile del dominio, almeno – dice Magaldi, convinto atlantista – gli Stati Uniti restano la prima democrazia del mondo e la prima repubblica a essersi dotata di un governo parlamentare elettivo, sulla scorta di una Costituzione che proclamò l’estrema eresia del “diritto alla felicità”, per tutti, in un mondo allora retto soltanto da imperi e monarchie, senza diritti e senza suffragio universale. Questo ovviamente non assolve l’America dai suoi peccati, ma almeno – sottolinea Magaldi – dovrebbe imporre il sano esercizio dei distinguo: buoni e cattivi non sono mai la stessa cosa, anche se coabitano sotto la stessa bandiera.

Viviamo strani giorni, inutile negarlo: i 5 Stelle sprofondano alle regionali in Abruzzo facendo impallidire il 40% incassato un anno fa dagli abruzzesi alle politiche, ma lo stesso Salvini – pensando a Renzi – farebbe meglio a non dormire sugli allori. E se il voto è diventato così volatile, ragiona Magaldi, è perché gli italiani sono veramente stufi di essere presi in giro: l’allora padrone del Pd aveva solo finto di sfidare Bruxelles, e i gialloverdi sembrano scivolare lungo la stessa china. Non avendo osato tener duro sul deficit per alimentare la crescita, saranno costretti – vista l’inevitabile flessione del Pil – a procedere con sanguinosi tagli lineari. Strani giorni, appunto: mentre diventano sempre più evanescenti le categorie del Novecento, destra e sinistra, visti soprattutto gli imbarazzanti portavoce del centrodestra e del centrosinistra, stenta ancora ad affermarsi una visione del presente più realistica, capace cioè di fotografare il vero scontro: da una parte l’apolide oligarchia del denaro, dall’altra i difensori della sovranità democratica (che non è né di destra né di sinistra, ma è stata confiscata dai poteri Salviniprivatizzatori col servile contributo di entrambi gli schieramenti, che per tutta la Seconda Repubblica hanno solo e sempre fatto finta di combattersi, per poi eseguire i dettami neoliberali della medesima élite transnazionale).

Strani giorni, questi, in cui Di Maio – in preda al panico pre-elettorale da sondaggi – organizza fuori tempo massimo uno sgangherato gemellaggio con frange dei Gilet Gialli, ottenendo uno scontro diplomatico con la Francia, in rivolta contro il supermassone Macron. Più che azzoppato, il ducetto dell’Eliseo: praticamente impresentabile, eppure capace di siglare il tragicomico Trattato di Aquisgrana con Angela Merkel, con la quale poi Giuseppe Conte si intrattiene amabilmente al bar, sparlando dei suoi “azionisti” politici, i 5 Stelle. Tanto teatro, e pochissima sostanza commestibile. Non è sul tavolo – su nessun tavolo – il cambio di paradigma, keynesiano, per il quale Gioele Magaldi si batte. In queste sabbie mobili, il Movimento Roosevelt annuncia iniziative di sapore strategico nei prossimi mesi. A Londra il primo appuntamento, il 30 marzo: un’agenda da aggiornare con Nino Galloni, Guido Grossi, Ilaria Bifarini, Antonio Maria Rinaldi e altri cervelli dell’economia democratica, per chiarire che – obbedendo a questa Ue – non si va da nessuna parte.

Poi in Sicilia è in arrivo un forum sui migranti, per ribadire che il Mediterraneo e l’Africa si possono (e si devono) abbracciare, con una visione strategica di partnership, nel segno del rispetto per la sovranità del terzo mondo. Una battaglia costata la vita a Thomas Sankara, cui il Movimento Roosevelt dedicherà un convegno a Milano, il 3 maggio. L’evento milanese vuol recuperare la memoria di Sankara ma anche di Carlo Rosselli, alfiere italiano del socialismo liberale «assassinato dai fascisti ma detestato anche dai comunisti». Due icone, per il fronte progressista universale che si richiama ai diritti dell’uomo, Sankara con Fidel Castroesattamente come lo svedese Olof Palme, altro massone progressista, ucciso a Stoccolma dai sicari dell’oligarchia euro-atlantica che progettava questa globalizzazione e questa Unione Europea. Globalizzazione che poi ha realizzato, sottolinea Magaldi, con il pieno contributo di supermassoni neo-aristocratici mediorientali, asiatici, cinesi e russi.

Ecco perché è così difficile, oggi, “nazionalizzare” una geopolitica ormai interamente “privatizzata” da opachi comitati d’affari, che – all’occorrenza – si dedicano anche al terrorismo, alle “rivoluzioni colorate”, ai maxi-attentati come quello dell’11 Settembre per poi incassare i dividendi della “guerrainfinita” (Iraq e Afghanistan, Libia e Siria), fino all’estrema propaggine dell’orrore, incarnata dall’Isis del supermassone Al-Baghdadi. Ci stanno sanguinosamente prendendo in giro? Esatto, ribadisce Magaldi. E la via d’uscita, insiste, è una sola: si chiama democrazia. Un’Ue non-democratica non può continuare a tiranneggiare il governo italiano, che sarà pieno di difetti ma è stato votato dai cittadini. E se Lega e 5 Stelle fingono di dormire, Magaldi scommette sul cantiere del “Partito che serve all’Italia”: un modo per dire che, prima o poi, il velo dovrà cadere. Obiettivo: smascherare il vero avversario e consentire allo Stato di tornare a spendere per i cittadini, mettendo fine allo scandalo silenzioso dell’avanzo primario, con gli italiani che – da troppi anni – versano allo Stato più denaro, sotto forma di tasse, di quanto il governo non ne spenda per loro.