Banca d’Italia, controllori o controllati?

BRUNO PERINI informazionesenzafiltro.it 15.2.19

Le insegne di Consob e Banca d'Italia, le autorità di controllo degli istituti di credito italiani

La questione della Banca d’Italia nella nuova uscita della rubrica Controluce: commentiamo vicende passate e attualità con un professionista del settore.

Era il 1982 quando il Ministro delle Finanze Nino Andreatta, democristiano, ricevette una lettera dell’allora presidente della Consob Guido Rossi. Nella riservatissima missiva il presidente della Commissione per il controllo delle Società e della Borsa rassegnava le dimissioni in modo irrevocabile. Oggetto del contendere: una dura polemica con il governatore di BankitaliaCarlo Azeglio Ciampi, a proposito del più grave crack finanziario del dopoguerra.

Si trattava del fallimento del Banco Ambrosiano, guidato da Roberto Calvi, invischiato con la loggia massonica P2 fondata da Licio Gelli. Il presidente della Consob, Guido Rossi, rimproverava a Bankitalia di non aver controllato a sufficienza lo stato di salute del Banco Ambrosiano, divenuto un crocevia di malaffare politico e istituzionale che aveva coinvolto anche lo Iorla banca vaticana. Prima di lasciare la Consob il professor Guido Rossi quotò d’ufficio il Banco Ambrosiano, in modo da far emergere tutti i trucchi che si celavano nelle pieghe dei bilanci della banca, ma dopo quell’atto del presidente della Consob quell’episodio è finito nel dimenticatoio della storia.

Banca d’Italia, chi controlla il controllore?

Noi lo abbiamo ricordato; ma non per fare paragoni improponibili tra quanto avvenne allora e quello che sta accadendo in questi giorni a proposito delle polemiche scatenate da Matteo Salvini e Luigi di Maio sui mancati controlli di Bankitalia nei crack delle banche venete, ma per ricordare che non siamo di fronte a un inedito.

Banca d’Italia è stata spesso al centro di bufere economiche e politiche che talvolta celavano il desiderio di togliere all’Istituto di via Nazionale l’autonomia – come avvenne nel lontano 1979 con l’attacco di ambienti finanziari vicini a Giulio Andreotti alla Banca d’Italia guidata da Paolo Baffi e Mario Sarcinelli – ma altre volte portarono l’Istituto sul banco degli imputati. Come nel caso del governatore Antonio Fazio, che nel 2005 fu accusato dalla magistratura di aver favorito la Popolare di Lodi e per questo fu costretto a dimettersi.

Dunque il tema del controllo di Bankitalia sulle banche riemerge come un fantasma ogni volta che in Italia si verifica uno scandalo finanziario o societario. E dato che la storia economica e finanziaria del nostro Paese è piena di scandali, vale la pena fare una riflessione su quanto sta avvenendo. Senza pregiudizi.

“Bankitalia? Meritoria, imperfetta, necessaria”

In questa uscita di Controluce ne parliamo con un banchiere che preferisce l’anonimato, ma che conosce bene il sistema Italia, anche perché ha finanziato importanti operazioni industriali quando era ai vertici di un grosso Istituto bancario. “A onor del vero devo dire una prima cosa a proposito di Bankitalia: i disastri di sistema che si sono verificati nel corso della crisi finanziaria iniziata nel 2008 in Paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e la Francia, da noi hanno avuto un argine proprio grazie ai controlli di Bankitalia. Questo va detto senza remore. L’ubriacatura finanziaria che ha devastato altri Paesi con i subprime, i derivati e altri strumenti finanziari ad alto rischio, noi l’abbiamo evitata grazie alla politica di vigilanza della banca centrale. Certo: il nostro sistema bancario, che ha come missione principale il finanziamento delle imprese, a un certo punto è entrato in difficoltà a causa della crisi economica che ha fatto crescere le sofferenze bancarie, ma io ritengo anche in questo caso che sia difficile imputare questa situazione a Banca d’Italia”.

Non mi vorrà dire che non esiste il tema nei controlli di Bankitalia sulle altre banche? I risparmiatori italiani ne sanno qualcosa, di queste omissioni. “Certo che il problema esiste. Nel caso, assai clamoroso, delle banche venete, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, è evidente che è venuto meno il controllo su episodi che io definirei delinquenziali. Reati che non si sono visti o che non si sono voluti vedere. Io spero che non li abbiano visti, ma se si è arrivati a fallimenti così clamorosi, con bilanci truccati e altri reati societari, io penso che i controlli siano mancati. E chi era addetto ai controlli non può sottrarsi alle sue responsabilità. È difficile sostenere che Banca d’Italia non fosse in grado di prevenire quello che è successo in quelle banche”.

Torniamo alla politica. Lei cosa ne pensa dei recenti interventi del governo a proposito di Bankitalia? I vicepresidenti del consiglio Matteo Salvini e Luigi di Maio hanno parlato di azzeramento dei vertici di Bankitalia, accusando l’Istituto di via Nazionale di aver omesso i controlli necessari. “Io farei una distinzione netta. Lo ripeto: se sono stati commessi dei reati, come nel caso delle banche venete, è bene che quei casi vengano puniti come tali, anche mettendo sotto accusa i mancati controlli. Altra cosa è il tema dell’indipendenza dei cosiddetti contropoteri. I signori che ci governano, così come alcuni esponenti di governi precedenti, sono convinti che sia necessario un potere assoluto della politica e che le autorità indipendenti come Banca d’Italia, Consob, Inps, sindacati, associazioni di categoria, giornali, Agicom, diano soltanto fastidio. C’è la recessione? Loro vorrebbero che si dicesse agli italiani che c’è il boom economico. Questa visione è molto pericolosa per la tenuta della democrazia. Ho sentito a questo proposito battute incresciose; a chi denunciava l’avanzata della crisi e della recessione un esponente del governo replicava: ‘Si faccia eleggere’. È assurdo, un’autorità indipendente ha il dovere di dire come stanno le cose, anche se disturba i governi”.

Photo credits by venetoeconomia.it

Milano, dalla città “provinciale” alla città europea

Sophy Caulier thegoodlife.thegoodhub.com 28.12.18

In meno di trent’anni, Milano divenne una città aperta. Nuovi quartieri, dinamismo economico, afflusso di studenti contribuiscono a fare del capoluogo lombardo una città dove è bello vivere e lavorare. Resta da trovare gli ingredienti che prolungheranno questo stato di grazia.

Il tassista non torna indietro. ” Prima ,” spiega, ” ad agosto, la città si è svuotata dei suoi abitanti, abbiamo vissuto a un ritmo più lento. L’estate scorsa, non ci siamo fermati! E non solo per i turisti … “Milano attira studenti e imprenditori sia come turisti, sia italiani che stranieri.

Tra mostre e fiere di fama europea e anche il rinnovamento architettonico globale, la fama delle sue scuole commerciali e di ingegneria, la disponibilità di comunicazione e di trasporto, la riqualificazione dei nuovi quartieri, Milano è diventata campagna pubblicitaria . Ha persino superato Venezia nella classifica delle città più visitate in Italia e ora toglie Roma, che occupa ancora il primo posto.

Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.
Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.GIANNI BASSO

Il nuovo Eldorado delle multinazionali

Milano merita più che mai il titolo di “capitale economica” del Paese. ” Le città italiane che sono internazionali sono per turismo. Milano è per la sua attività e la sua economia, gli dà una grande apertura culturale ” , dice Gianmario Verona, rettore dell’Università Bocconi, famosa scuola di business e management della città lombarda. Non è un caso che le multinazionali stiano iniziando a stabilirsi lì o si stiano sistemando in nuovi locali adeguati alla loro crescita.

Nel febbraio 2017, Microsoft ha inaugurato la sua nuova sede italiana nel Palazzo Feltrinelli, progettato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. L’azienda occupa ora due terzi dell’edificio, mentre il resto viene utilizzato dalla fondazione Feltrinelli.

Nel 2017, Microsoft ha creato la sua sede italiana nel Palazzo Feltrinelli.
Nel 2017, Microsoft ha creato la sua sede italiana nel Palazzo Feltrinelli.GIANNI BASSO

A novembre 2017, è ora il turno di Amazon di trasferirsi nel nuovo quartiere di Porta Nuova e unirsi a Google, Samsung, BNP Paribas e altri. Lo scorso luglio, Apple ha aperto un Apple Store in Piazza Liberty. Se l’azienda produttrice di mele ha già 16 negozi nel suo genere nella penisola, si distingue per un’architettura tutta in vetro e luce, progettata da Norman Foster. Entriamo attraverso una grande scalinata di pietra riparata da un cubo di vetro che getti d’acqua continuamente.

La Apple Piazza Liberty si distingue per l'architettura in vetro e luce progettata da Norman Foster.  Uno spazio di design che ospiterà eventi tutto l'anno.
La Apple Piazza Liberty si distingue per l’architettura in vetro e luce progettata da Norman Foster. Uno spazio di design che ospiterà eventi tutto l’anno.GIANNI BASSO

Infine, la sua prima location in Italia, Starbucks ha scelto Milano. Nella terra del rituale del caffè espresso e del caffè, l’azienda di Seattle ha installato la prima “Reserve Roastery” in Europa e la terza al mondo, questi luoghi di lusso dove il caffè, una volta trasportato, viene arrostito e preparato di fronte ai clienti.

Come ha fatto Milano, qualificato provinciale fino a trent’anni fa, a diventare questa grande città moderna, pulita, piacevole, animata, facile da circolare e che, per alcuni, assomiglia così poco idea di una città italiana? ” L’epicentro del terremoto risale agli anni dal 1992 al 1994, ai tempi di” Mani pulite “, l’operazione” Mani pulite “ “, afferma Sergio Scalpelli, direttore delle relazioni istituzionali dell’operatore Internet e Telecom Fastweb, e un consigliere comunale dal 1997 al 2001. Le mani pulite, guidate dalla procura di Milano, hanno scoperto un vasto sistema di corruzione dei leader politici del paese. Questa tempesta, che ha colpito tutti e tutti, ha innescato una nuova era per i milanesi.

Starbucks ha scelto Milano per aprire la sua prima "Riserva Roastary" in Europa.
Starbucks ha scelto Milano per aprire la sua prima “Riserva Roastary” in Europa.GIANNI BASSO

Sulla scia di Expo 2015

L’amministrazione comunale ha acquisito autonomia e ha lanciato i principali programmi che avrebbero trasformato Milano in una città europea del XXI secolo. A partire dall’Esposizione Universale del 2015, guidata da Giuseppe Sala, ora sindaco di Milano, il progetto ha creato una dinamica che ha riunito stakeholder pubblici e privati ​​attorno allo stesso obiettivo. ” A Milano, ognuno fa quello che sa fare, coerente con gli altri per il bene comune. Expo 2015 ha creato un link. L’amministrazione è stata moderna, riformista e coraggiosa. Ha dimostrato che il settore pubblico potrebbe realizzare un tale progetto con la cooperazione operativa ed economica di attori privati ” , spiega Lucia De Cesaris, un avvocato che è stato l’assessore comunale responsabile della pianificazione urbana dal 2011 al 2015.

Caratteristico di Milano, l’economia va prima della politica. “Le grandi aziende milanesi del ferro e dell’acciaio, della meccanica, della chimica, della Falck, della Montedison, della Breda, della Pirelli, ecc., Diedero vita a una borghesia industriale. Qualunque sia la tendenza politica del comune, la governance ha sempre seguito lo stesso percorso, che promuove lo sviluppo economico della città ” , afferma Sergio Scalpelli.

Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.
Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.GIANNI BASSO

Se il “Pirellone”, ovvero la Pirelli Tower, costruita alla fine degli anni ’50, è stato a lungo l’unico grattacielo di Milano, i suoi 127 metri di altezza sono ora confluiti nel nuovo skyline della città. Le grandi torri dei distretti CityLife e Porta Nuova ridisegnano la prospettiva.

A sud-ovest, la Fondazione Prada ha rianimato il quartiere di Porta Romana. Altre aziende, come Fastweb, che ha inaugurato la sua nuova sede in autunno, stanno iniziando a trasferirsi lì. Gli architetti più famosi, da Zaha Hadid a Rem Koolhaas, da Daniel Libeskind a Stefano Boeri, hanno contribuito e contribuiscono al rilancio di Milano.

Di fronte al palazzo della Borsa troneggia la famosa e solforosa scultura di Maurizio Cattelan.
Di fronte al palazzo della Borsa troneggia la famosa e solforosa scultura di Maurizio Cattelan.GIANNI BASSO

In questi quartieri, aziende, negozi di design, barbiere e premium ready-to-wear, residence, ristoranti e bar alla moda spalla a spalla in giardini e spazi verdi dove i pedoni circolano biciclette e un po ‘più su un Viale ombreggiato, trattorie, negozi di alimentari e bar tradizionali della zona si uniscono armoniosamente a questa modernità. I milanesi sono curiosi della novità, ma rimangono fedeli alle loro abitudini.

Nel mezzo del cambiamento

Milano è sempre stata una città plurale, a differenza della sua rivale, Torino, la cui economia era incentrata su Fiat e l’automobile. Antonio Calabro, direttore della Fondazione Pirelli e vicepresidente di Assolombarda, l’associazione industriale di Milano, Lodi e la provincia di Monza-Brianza, spinge il confronto un po ‘oltre. ” Torino è una città militare, quadrata, fatta come un campo romano. È una città metodica, ordinata, protetta dalle mura e dalle Alpi. Milano è una città rotonda, politecnica, accogliente e aperta. Lei è nella pianura. Le sue porte hanno una funzione economica . “

Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.
Con i suoi nuovi quartieri, il suo dinamismo economico e culturale, la sua vita da studente, la città lombarda è diventata una città moderna dove la vita e il lavoro sono buoni.GIANNI BASSO

Ma nel tempo l’economia milanese ha dovuto adattarsi. Si è gradualmente spostato dall’industria ai servizi. Evidenziato dalla continua riqualificazione delle aree commerciali del centro, tra cui ” scali ferroviari “, terre ferroviarie abbandonate, trasformate in nuovi quartieri connessi e sostenibili, dove aziende tecnologiche, fab-lab, start-up, fondazioni e le loro iniziative culturali.

È anche evidente la prossima installazione dell’hub digitale ottico Luxottica nei vecchi edifici di General Electric. Per fare questo passo, le grandi compagnie dell’era industriale dovettero evolversi, spesso a costo della loro indipendenza o della loro nazionalità. Molti di loro creano marchi di fama internazionale, ma hanno difficoltà a diventare vere multinazionali.

Il Duomo, l'enorme cattedrale gotica, è il monumento più visitato di Milano.
Il Duomo, l’enorme cattedrale gotica, è il monumento più visitato di Milano.GIANNI BASSO

I pneumatici Pirelli, creati nel 1872, passarono sotto il controllo della compagnia cinese ChemChina nel 2015. Oggi, ristrutturata e focalizzata sulle sue attività di “pneumatici di consumo” (biciclette, motocicli, automobili), l’azienda ha riacquistato il suo accento italiano. È tornato a ottobre 2017 sulla borsa italiana, con sede a Milano, dove sono ora quotati il ​​37% del capitale, il resto è detenuto da ChemChina, il fondo russo LTI e Camfin.

La società è controllata da Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato di Pirelli dal 1992. Altri esempi sono numerosi: il gigante Luxottica occhiale è fusa con Essilor per formare un attore globale nell’ottica; Vivendi divenne il principale azionista di Telecom Italia (TIM); dalla crisi del 2007, il settore bancario nella penisola è stato ristrutturato e le principali banche si sono fuse, ma molte rimangono fragili.

La galleria Victor Emmanuel II, costruita nel XIX secolo e restaurata nel 2015, ospita i negozi più chic della città: Prada, Gucci, Tod's, Borsalino ...
Galleria Vittorio Emanuele II, costruito nel XIX secolo e restaurato nel 2015, ospita i negozi più alla moda della città: Prada, Gucci, Tod’S, Borsalino …GIANNI BASSO

Campari ha adottato un’altra strategia. Fondata nel 1860 e monomarca fino al 1995, la società ha deciso di crescere sia organicamente che attraverso acquisizioni per diventare una multinazionale. Ha effettuato 27 acquisti, i più recenti dei quali sono Grand Marnier, Bulldog Gin e Bisquit Cognac.

Oggi, con un fatturato di 1,8 miliardi di euro, Campari è il sesto gruppo di alcolici più grande al mondo. Quotata alla Borsa di Milano dal 2001, è controllata dalla famiglia Garavoglia, che detiene il 51% delle azioni.

La sede della società Campari, il gigante degli spiriti quotato in borsa dal 2001.
La sede della società Campari, il gigante degli spiriti quotato in Borsa dal 2001.GIANNI BASSO

Milano ha diverse attività per attrarre o mantenere le imprese. Il wi-fi installato dal comune, gratuito e di buona qualità, è disponibile in quasi tutto il centro città. Inoltre, creata nel 1999, la società Fastweb ha collaborato con la società energetica AEM per installare la fibra ottica come lavoro sulle reti del gas e dell’elettricità. Di conseguenza, Milano è la città europea più attrezzata in fibra ottica.

Sul versante immobiliare, la domanda è cresciuta da circa un anno. Il mercato milanese è sostenuto da bassi tassi di interesse e dalla costituzione di molte società internazionali. “I prezzi aumentano lentamente, ma non sono tornati al livello di prima della crisi del 2007. Abbiamo ancora margini di miglioramento “, dice Paolo Pertici, fondatore di agenti immobiliari, che ammette ” guardare al futuro con un Moderato ottimismo, perché Milano è una grande città, ma non è ancora una metropoli !

A sinistra, la nuova sede di Fastweb, a destra, la torre Pirelli,
A sinistra, la nuova sede di Fastweb, a destra, la torre Pirelli,GIANNI BASSO

Mantenere lo slancio

Rimane la domanda su come continuare questo periodo qualificato come magico da alcuni. “L’ Expo 2015 è stata un climax. L’unico problema, ed è molto italiano, è che nessuno ha pianificato cosa faremmo dopo! Ci vuole una volontà socio-economica e politica per prolungare questo momento ” , afferma Gianmario Verona.

L’Expo è stata la molla per molti progetti completati e in corso. Ora è necessario che Milano mantenga il circolo virtuoso tra innovazione, industria e formazione per nuovi posti di lavoro.

Dal 1993, la Fondazione Prada, situata in una ex area industriale del primo Novecento, promuove iniziative artistiche.
Dal 1993, la Fondazione Prada, situata in una ex area industriale del primo Novecento, promuove iniziative artistiche.GIANNI BASSO

E stanno emergendo altri centri di eccellenza, come quelli della moda e dell’arredamento. “Milano dovrebbe iniziare a pensare come una metropoli”, conclude Lucia De Cesaris. Dobbiamo andare oltre la nozione di area milanese, non pensare più in termini di periferia, e integrare i comuni limitrofi per mettere in comune le risorse. Una visione più internazionale migliorerebbe l’attrattiva della città e lo sviluppo delle relazioni tra pubblico e privato è essenziale. Per quello, ci vuole coraggio! I milanesi non mancano e sapranno affrontare il futuro con ambizione.

In cifre

• Popolazione : 1,38 milioni di abitanti nella città, inclusi 267.000 stranieri (quasi il 20%); 3,2 M nella “metropoli”, che comprende 134 comuni. Milano è la seconda città più grande d’Italia dopo Roma (2,9 milioni di abitanti nella città e 4,3 milioni nell’agglomerato). Tuttavia, la Lombardia è di gran lunga il paese con oltre 10 milioni di abitanti, contro i 5,9 milioni per il Lazio (Roma) e 5,8 milioni per la Campania (Napoli). 
• Economia: la Camera di commercio di Milano elenca 300.000 aziende di tutte le dimensioni (8% delle aziende del Paese). Insieme, generano oltre 200 miliardi di euro, ovvero il 12% del PIL transalpino. Nel 2017, le aziende milanesi hanno esportato quasi € 41 miliardi, pari al 9,2% del totale nazionale. La città conta circa 1.400 start-up, come Roma, Torino e Napoli messi insieme. • Il reddito imponibile pro capite (dichiarazione dei redditi 2017) è di € 30.737, rispetto a € 23.066 in Lombardia e € 19.500 in Italia. 
• Occupazione : il tasso di disoccupazione è del 6,5% a Milano. A livello nazionale, è pari all’11,2% (giugno 2018). Il tasso di disoccupazione per i minori di 25 anni supera il 22%, ma è ben al di sotto del tasso nazionale (32,6%). 
• IstruzioneLa città dispone di 7 università, di cui 3 pubblico (Statale, Bicocca, Politecnico) e privato 4 (IULM, Cattolica, Bocconi e San Raffaele). Ha anche 5 istituti di istruzione superiore (conservatorio, accademie …). Queste scuole ospitano più di 200.000 studenti, tre quarti della popolazione studentesca in Lombardia e l’11% degli studenti nel paese. 
• Trasporto: Milano si colloca tra le migliori città in Europa per la mobilità. Ha solo 4 linee della metropolitana, ma una quinta è in costruzione e dovrebbe – finalmente – servire l’aeroporto di Linate. La rete della metropolitana – la prima costruita nel paese – è la più lunga in Italia, con 94 km. Diciotto linee di tram hanno attraversato la città dal 1876. San Francisco ha acquistato alcuni dei suoi tram dalla città di Milano, le famose “funivie”. E 80 linee di autobus completano la rete. A questo si aggiungono 6 servizi di car sharing, due fissi e quattro di tipo free floating, che offrono una flotta di 4.000 veicoli elettrici o benzina; tre servizi di noleggio scooter – uno dei quali offre 3 ruote; e già da dieci anni, una flotta di 4.650 biciclette, tra cui un migliaio di assistenza elettrica.

Diamanti. Federconsumatori trova accordo con le banche

Andrea Polazzi newsrimini.it 15.2.19

Dopo due anni di trattative, Federconsumatori è riuscita a trovare un accordo con le banche coinvolte a livello nazionale nella vicenda diamanti. Sul tema la scorsa settimana era intervenuta anche la Lega Consumatori. In sostanza due società, Intermarket Diamond Business. (IDB) e Diamond Private Investment (DPI), hanno venduto diamanti come una sorta di “bene rifugio” per tramite di alcuni istituti di credito: le informazioni fornite – spiega però la Federconsumatori – si sono però rivelate non corrispondenti a effettive qualità e natura del prodotto, tanto che ci sono stati ricorsi all’Arbitro sulle Controversie Finanziarie, il quale ha addirittura dichiarato che la questione non era di propria competenza in quanto non si tratta di un investimento (finanziario), bensì di mero acquisto di beni da consumo. Federconsumatori evidenzia poi come sia stata scoperta “l’assenza di oggettività nei prospetti di progressivo aumento del valore dei diamanti forniti dalle predette società, nonchè promesse (non mantenute) di immediato riacquisto a semplice richiesta”. Situazioni accertate dall’Antitrust e confermate dal TAR. Le principali banche interessate, annuncia l’associazione, “hanno acconsentito a valutare le posizioni dei singoli, e stanno costruttivamente collaborando con Federconsumatori, ponendo la parola fine all’incresciosa situazione creatasi”.
Restano però da risolvere le criticità legate al fallimento di IDB. Chi infatti ha lasciato in custodia i diamanti a questa società dovrà richiederne la restituzione alla curatela fallimentare, con tempi tecnici più lunghi. Chi invece ha concluso la compravendita nei locali della banca attraverso vendita diretta alla presenza di un incaricato di una delle due società potrebbe vedersi allungare le tempistiche. “In entrambi i casi – spiega Federconsumatori – si ritiene però che i diritti dei consumatori non vengano pregiudicati, ma l’ottenimento delle somme dovute è subordinato a più adempimenti”.

Quelle strane ambiguità sugli Npl nei bilanci delle banche


VINCENZO IMPERATORE lettera43.it 15.2.19

La gestione dei crediti deteriorati sono finiti nel mirino delle Bce. Perché tutta questa tardiva preoccupazione? Perché non c’è chiarezza su quali siano quelli sani e quelli ormai perduti.

Minimizzare vs generalizzare non è una guerra tra verbi. L’arte del minimizzare è spesso l’unica arma che hanno tra le mani i perdenti. Ricorda tanto, al tifoso patologico, il compianto Emiliano Mondonico, allenatore del primo Napoli retrocesso in B nel 2001 dopo oltre 37 anni, che a ogni sconfitta della squadra amava ripetere «non è questa la partita che dovevamo vincere». Nel frattempo noi tifosi ci chiedevamo quale era quella che avremmo dovuto vincere visto che le perdevamo tutte! È lo stesso atteggiamento che hanno i banchieri e le penne di regime che difendono un sistema che presenta ormai più buchi di una fetta di formaggio svizzero. Mi piace provocarli, a ogni dibattito pubblico e televisivo, con l’arte diametralmente opposta e cioè con la generalizzazione. Anche perché non è molto lontana dalla realtà.

QUELLE AMBIGUITÀ SUI CREDITI IN SOFFERENZA

Ci piace generalizzare, è rassicurante, un pretesto per risparmiarci altre fatiche per combattere il «tanto non è sempre così». Tutte le banche(tranne poche eccezioni) hanno adottato ed adottano politiche commerciali aggressive e subdole. Tutte le banche (tranne poche eccezioni) hanno manager vecchi, superati e incompetenti. Tutte le banche (tranne poche eccezioni) hanno falsificato e falsificano i loro bilanci. In merito a questa ultima affermazione a poco bastano le dichiarazioni rassicuranti del ministro di turno («..il nostro sistema bancario è solido….») oppure dei media di regime schierati a ‘negare’ le preoccupazioni del default degli istituti di credito.

Il mercato che continua a bocciare in Borsa il sistema bancario. Perché? Perché gli analisti sanno leggere i bilanci e si preoccupano della voce ‘crediti in sofferenza’

Tutto questo minimalismo non basta più. Tutto questo non offre le giuste garanzie al mercato che continua a bocciare in Borsa il sistema bancario. Perché? Perché gli analisti sanno leggere i bilanci e si preoccupano della voce ‘crediti in sofferenza‘, cioè di quei prestiti che non verrano restituiti integralmente e soprattutto saranno rimborsati in tempi lunghi.
E la Bce non può più far finta di non vedere. Ad esempio in Mps, secondo quanto riportato da Il Fatto, da lunedì 28 gennaio scorso sono scattati controlli della Vigilanza di Francoforte mirati a verificare, tra l’altro, la veridicità della posta di bilancio degli accantonamenti per le perdite su sofferenze (Npl) derivanti da crediti incagliati (Utp) con anzianità superiore ai sette anni.

I BILANCI DELLE BANCHE SOTTO LA LENTE DELLA BCE

Ma perché questa (tardiva) preoccupazione ? Cosa hanno combinato di preciso le banche in merito alla valutazione nei loro bilanci degli Npl? Semplice, non li hanno valutati come tali! La regolamentazione derivante dall’accordo interbancario di Basilea che fissa i requisiti patrimoniali minimi degli istituti, il cosiddetto “patrimonio di vigilanza”, per poter “fare banca” e cioé erogare credito sulla base dei risparmi depositati che vanno appunto salvaguardati, obbliga le banche alla registrazione nel proprio bilancio, per ogni credito concesso, di accantonamenti “prudenziali” per le “perdite attese”, con relativa diminuzione quindi degli utili per gli azionisti. Accantonamento che diventa nettamente superiore se quel credito concesso diventa un “credito di dubbio recupero”.

A questo punto siamo sicuri che i crediti sani siano davvero tali? Ma se invece la Bce, come pare stia facendo, le ispezioni le concentrasse sui crediti cosiddetti ancora in bonis o presunti tali (sui quali gli accantonamenti da fare sono nettamente inferiori a quelli previsti per i “deteriorati”)? E se si accorgesse che l’impresa beneficiaria del finanziamento avesse già manifestato evidenti segnali di crisi (ha ricevuto un pignoramento da Equitalia per mancato pagamento della Tarsu, non paga le rate di mutuo da oltre otto mesi, ha i fidi interamente utilizzati o sconfinati ed effettivamente incagliati), da controllore la considererebbe tra i “crediti in bonis” o tra i “crediti deteriorati”? E se facendo una indagine la Centrale Rischi verificasse che quel finanziamento è ancora tra i “crediti in bonis”, come dovrebbe classificare il bilancio di quella banca? Come falso. Ma i difensori del sistema, anche questa volta, diranno, citando Mondonico, che «non era quella la partita da vincere».

Bologna: laurea ad honorem a Soros per aver speculato 30mila miliardi ai danni dell’Italia

politicamentescorretto.info 15.2.19

Correva l’anno 1988 quando a George Soros, fondatore e consigliere del Quantum Group, Presidente del Soros Fund e dell’Open Society Foundations, venne chiesto di partecipare insieme ad un gruppo di investitori al piano di cambiamneto di gestione della banca francese Société Générale; Soros rifiutò e preferì agire individualmente sfruttando l’occasione.

Questa mossa gli costò una condanna per insider trading da parte del tribunale francese, che dopo vari ricorsi confermò nel 2006 la multa al magnate della finanza. Multa confermata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’ennesimo tentativo di ricorso provato da Soros.


Ma all’interno dello SME (Sistema Monetario Europeo), ovvero l’antenato dell’euro, che Soros riesce a dare il meglio di sè: nel 1992 vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline in un’operazione pronti contro termine; questa mossa, che costrinse il Regno Unito ad abbandonare il Sistema monetario europeo e che valse a Soros il soprannome di “L’uomo che sbancò la banca d’Inghilterra”, gli fruttò oltre 1 miliardo di dollari.

Quel giorno, che passò alla storia con il nome di “mercoledì nero”, costò al tesoro britannico 3,4 miliardi di sterline.
Sempre nel 1992, precisamente il 16 settembre, Soros effettuò la stessa identica operazione nei confronti della lira italiana.
All’inizio degli Anni 90 la lira era nella banda larga dello Sme e, non si capisce ancora il perchè; l’allora Governatore della banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, decise di spostarla nella banda stretta per darle forza. Per dare forza alla lira, però, lo Stato avrebbe dovuto offrire alti tassi d’interesse.
Subito dopo, l’agenzia di rating Moody’s declassò la moneta italiana e ne conseguì il violento attacco speculativo nel settembre del ’92, che portò il governo Amato a svalutare la lira del 30% con un costo di 14 mila miliardi da parte della Banca d’Italia.
Il guadagno da parte di Soros fu sconfinato e pure esentasse; egli dichiarò: “L’attacco alla lira fu una legittima operazione finanziaria”.


Non contento, nel 1997, lo stesso Soros fu artefice di altri due attacchi speculativi effettuati con lo stesso modus operandi: una al baht thailandese ed una al ringgit malese.


Il finanziare usa parte dei suoi proventi per effettuare grandi donazioni a cause a lui care, molto probabilmente per ctornaconto personale: donò 400 mila dollari per finanziare il referendum in Massachussetts per la decriminalizzazione delle droghe e dona circa 4 milioni di dollarri all’anno alla Drug Policy Alliance, un’organizzazione che promuove la legalizzazione della cannabis; viene inoltre visto come figura allienata alla famiglia Rothschild ed associato a molti movimenti rivoluzionari come la rivoluzione arancione in Ucraina, la primavera araba, il movimento verde in Iran ed ai gruppi dissidentei Femen e Pussy Riot in Russia, oltre che finanziatore dell’attuale sistema di gestione dell’immigrazione.


Questi movimenti gli permetterebbero di creare nuove situazioni dove poter speculare; ad avvalorare queste tesi vi sono le migliaia di e-mail ottenute dopo aver hackerato i server della Open Society Foundations pubblicata dal sito DC Leaks nell’agosto del 2016, tra cui vi è la lista dei nomi dei beneficiari delle sue donazioni.
Non a caso Soros non manca di esprimere opinioni (verbali o scritte) su ogni parte del mondo (visioni sull’Asia, sulla Russia e l’Ucraina, sull’antisemitismo ed Israele, sull’Europa, sugli Stati Uniti) ed è un accanito sostenitore dell’euro come moneta unica in Europa, così da creare la situazione presente ai tempi dello Sme.

Nel 1999 l’economista premio Nobel Paul Krugman definì così l’”effetto Soros”:
“Nessuno che abbia letto una rivista d’affari negli ultimi anni può ignorare che in questi giorni ci sono davvero investitori che non solo spostano denaro in previsione di una crisi monetaria, ma effettivamente fanno del loro meglio per innescare tale crisi per divertimento e profitto. Questi nuovi attori sulla scena non hanno ancora un nome standard; il termine che propongo è ‘Soroi’.”


La differenza è che mentre in Francia è stato incriminato, con conferma della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in Paesi come la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia si vuole nei suoi confronti l’ergastolo o addirittura la pena di morte, in Italia le cose sono diametralmente all’opposto: l’Università di Bologna, la più antica università al mondo, lo premiò con una laurea in economia ad honoris causa proprio per l’attacco sferrato ai danni dell’Italia nella speculazione contro la lira.


La cerimonia si svolse in presenza di Romano Prodi (che di Soros presentò anche l’edizione italiana del libro autobiografico) e fu presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dello stesso Prodi.
Viene spontaneo chiedersi come si possa pensare di insegnare educazione finanziaria ed ancor più come si possa credere di trasmettere valori etici, culturali e civili tramite l’università, che ne dovrebbe essere la massima espressione, se la più antica università del mondo premia con una laurea ad honoris causa chi danneggia Stati e cittadini tramite speculazioni finanziarie e movimenti affiliati; considerando inoltre che il tutto è avvenuto con il benestare di alte cariche politiche, statali e culturali.


Di seguito un video facilmente reperibile su youtube con le dichiarazioni di Craxi e Pomicino in merito a Soros, Ciampi e la situazione di quel periodo:

https://youtu.be/Joj4syv6R5s

Risparmio, FQ: Bankitalia vuole levare le tutele per i truffati

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 15.2.19

sede bankitalia

La notizia è passata in sordina – complice la disattenzione di fine anno – ma potrebbe avere effetti rilevanti sui piccoli risparmiatori, a vantaggio delle banche. Il 28 dicembre la Banca d’Italia ha pubblicato un documento – messo in consultazione pubblica fino al 26 febbraio – in cui propone, fra le altre cose, di dimezzare i tempi di “prescrizione” per la presentazione dei ricorsi all’Arbitro bancario finanziario (Abf): dai circa 10 anni di oggi a 5 anni.

L’Abf, istituito nel 2009, è un sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie che possono sorgere tra i clienti e le banche/finanziarie su contratti, operazioni e servizi, alternativo ai normali tribunali civili. I collegi dell’Arbitro sono costituiti da avvocati, professori, commercialisti e professionisti del settore. Le sue decisioni non sono vincolanti ma, se non vengono rispettate, la notizia del loro inadempimento dev’essere resa pubblica, con conseguente danno di immagine per l’istituto inadempiente. “Di fatto il 99% delle banche rispetta le decisioni dell’Abf”, spiega Luca Pastorino, deputato di Liberi e Uguali, che ha presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo al governo di intervenire.

La richiesta di Bankitalia, autorità competente sull’Abf, è di modificare la vecchia delibera sul tema del Cicr, il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio. È u presieduto dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria e vi partecipano rappresentanti dei ministeri Ambiente, Sviluppo, Infrastrutture e politiche Ue, ma anche il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Delibera col voto favorevole della maggioranza dei presenti, sempre su proposta di Via Nazionale. Senza obiezioni rilevanti, insomma, è assai probabile che la modifica venga approvata dal Cicr.

Nel testo sottoposto a consultazione Bankitalia loda lo strumento. L’Abf si occupa di ricorsi sotto i 100mila euro (nel 70% dei casi per cessione del quinto dello stipendio). Che risultano molto economici, visto che viene richiesto un semplice versamento di 20 euro per i clienti che decidono di utilizzarlo ed è obbligatorio per le banche. Dall’anno della sua entrata in funzione ha visto aumentare esponenzialmente il suo lavoro: nel solo 2017 i nuovi ricorsi sono stati 30.644, con un aumento del 42% sul 2016: “Indice di un diffuso apprezzamento per la capacità di fornire una soluzione rapida ed efficace”.

Via Nazionale ora propone di dimezzare i tempi di prescrizione per ricorrere all’Abf, facendola partire “dal quinto anno precedente alla data di proposizione del ricorso” da parte del clienti. Il limite attuale, fissato nel 2011, si spingeva fino al 2009, cioè quasi 10 anni. Per Bankitalia sono diventati troppi, visto che fino al 2011 ci si limitava a due anni e 5 è un giusto punto di equilibrio per tutelare la clientela. Fatto sta che così per le contestazioni risalenti a prima del 2014 bisognerà portare le banche in tribunale, con costi più alti e tempi più lunghi. “Uno sfregio ai cittadini, specie quelli meno abbienti che rinunceranno a farsi valere, mentre i più abbienti intaseranno la giustizia ordinaria – attacca Pastorino. È il caso di notare che verranno escluse le controversie per le irregolarità avvenute tra 2009 e 2014, periodo in cui ci sono state due recessioni e la vigilanza non ha certo brillato per attenzione. “È quello in cui si ravvisano il maggior numero di prestiti con modalità e tassi fuori legge. Una mossa inaccettabile”, spiega Pastorino

di Carlo Di Foggia da Il Fatto Quotidiano

Astaldi: Salini per polo con Cdp, Trevi e Condotte (Giornale)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’iniezione di capitale da 225 mln di Salini Impregilo in Astaldi è destinata al pagamento dei crediti privilegiati e prededucibili, nonché a mantenere la continuità aziendale, ma ha come scopo ultimo quello di arrivare a creare un nuovo polo delle costruzioni. 

Lo scrive il “Giornale” parlando di un’operazione di sistema che si prepara, in una seconda fase, a coinvolgere la Cdp, e a far salire a bordo le altre società italiane in difficoltà, da Trevi a Condotte. 

gug 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 15, 2019 03:13 ET (08:13 GMT)

El Chapo destinato a un carcere «di gran lunga peggiore della morte»

tio.ch 15.2.19

Keystone

Il re del narcotraffico probabilmente sconterà la condanna nel Supermax, in Colorado, il più severo degli istituti di pena d’America

FLORENCE – Dove sconterà la sua condanna Joaquín Guzmán Loera, più noto come El Chapo? La domanda è tutt’altro che banale: il re del cartello del narcotraffico di Sinaloa ha già dimostrato che le prigioni di massima sicurezza messicane potevano poco contro il suo potere criminale, riuscendo a evadere ben due volte da istituti che dovevano essere assolutamente sicuri.

Martedì Guzmán è stato condannato a New York, al termine di un processo durato mesi. La durata della pena sarà resa nota solamente nel mese di giugno, ma tutti presumono che, alla luce dei capi d’imputazione, si tratterà dell’ergastolo.

L’inferno in terra – Le autorità statunitensi hanno così deciso di destinarlo al Supermax, una struttura nel Colorado nota come “l’Alcatraz delle Montagne Rocciose”. Una prigione, riferisce l’Afp, con gli standard di sicurezza più elevati che si possono trovare negli Usa – descritta da molti come una sorta d’inferno in terra: costruita nel 1994, si trova nei pressi di Florence, un’antica città mineraria a due ore di viaggio da Denver. I suoi punti di forza sono l’isolamento (che rende praticamente impossibile un attacco a sorpresa e agevola le operazioni di ricerca di un eventuale evaso) e le misure più che severe che vengono adottate. Non è un caso che in questo carcere siano ospitati alcuni dei detenuti più noti d’America: l’attentatore della maratona di Boston Dzhokhar Tsarnaev, l’ideatore degli attacchi dell’11 settembre Zacarias Moussaoui e perfino Ted Kaczynski, il celebre “Unabomber”.


Keystone

Le condizioni di detenzione – Di questa Supermax si è occupato Amnesty International: nel 2014 l’organizzazione ha stilato un rapporto che illustra quali sono le dure condizioni di detenzione. I detenuti trascorrono 12 mesi in isolamento prima che le loro condizioni di detenzione siano riesaminate. La maggior parte delle celle hanno una dimensione ridotta (2,1 per 3,6 metri) e sono dotate di un letto in cemento fissato al pavimento. Lo stesso vale per la scrivania e lo sgabello. La dotazione è completata da doccia, lavello e servizi igienici in acciaio inox. La luce naturale filtra all’interno solamente da una piccola finestrella, che si affaccia sul cielo o su un muro di mattoni. Ovviamente la cella è costruita con una solida porta di metallo e mura molto spesse.

I contatti umani – È molto improbabile che El Chapo abbia la possibilità di mescolarsi con gli altri detenuti. I contatti umani avvengono al momento della consegna dei pasti e durante il tempo della ricreazione. Che è di una o due ore al giorno, per i carcerati più “fortunati”. Mentre i più pericolosi sono tenuti all’interno di un cortile con alte mura e pavimento di cemento, con un tetto di catene metalliche che impedisce un eventuale accesso dal cielo. Le attività concesse ai detenuti sono poche e non particolarmente entusiasmanti: disegno, pittura all’acquarello e perfino uncinetto. Dvd e Netflix sono permessi, ma con parecchie restrizioni. Un ex “ospite” di Supermax ha avuto modo di dichiarare dopo essere stato trasferito in un penitenziario standard: «La vita laggiù è molto noiosa e difficile se non sei mentalmente e fisicamente forte». Gli stessi secondini si rendono conto di lavorare in un luogo tremendo: «È di gran lunga peggio della morte».

FINANZA/ Il vicolo cieco in cui ci stanno cacciando Europa e Bce

Una crisi sembra alle porte e a differenza del passato è difficile sperare nella Bce, che anzi potrebbe peggiorare la situazione

14.02.2019, agg. il 15.02.2019 alle 01:36 – Giovanni Passali il sussidiario.net

Lapresse

Eccoci qua, sull’orlo di una crisiparagonabile a quella del 2010, quando l’onda lunga della crisi finanziaria iniziò a colpire gli Stati. Gli ultimi dati parlano chiaro, purtroppo. Produzione industriale in calo del 5,5% e i giornaloni e tutti i media usano toni a dir poco prudenti e soporiferi. Invece di parlare di “crollo” hanno usato termini come “flessione”, “calo”, “diminuzione”. Ma non è solo un problema italiano, perché pure in Germania si soffre. E questo lascia capire perché i media non abbiano calcato la mano su questi dati in funzione antigovernativa: c’era poco spazio per attaccare il Governo e c’era il pericolo di fomentare il sentimento anti-Ue in vista delle prossime elezioni europee.

Dalla crisi finanziaria del 2007, poi diventata crisi dei debiti pubblici del 2010, le istituzioni europee non hanno fatto praticamente nulla, a parte nascondere la polvere sotto il tappeto delle norme Ue (per violarle) e stampare moneta per non far crollare il sistema. Ma il piccolo difetto della banale stampa di moneta è quello di aver dato ancora più vigore alle forze della speculazione originarie del problema. In altre parole, la liquidità fornita allora si è diffusa grazie a un progressivo abbassamento dei tassi di interesse. Ora, insieme all’uscita dal Qe, con i primi accenni di ripresa si stava pianificando il rialzo di tali tassi, anche per recuperare la liquidità prima diffusa. Ma la semplice stampa di moneta, come chiunque può ben capire, non crea reale ricchezza e sviluppo; è un concetto banale più volte confermato dalla storia, ma che alla Bce hanno dimenticato.

La ripresa accennata è stata in realtà un classico falso segnale, sicuramente indotto dalla maggiore liquidità in circolazione. In altre parole, la stessa Bce con la stampa di moneta ha distorto il sistema economico e finanziario e ha ricevuto e accolto il falso segnale, come se fosse un segnale vero. Ma di vero c’è solo la totale incompetenza di questi signori. Il grosso problema ora è che l’economia reale sta affondando, ma la Bce ha ben poco spazio per abbassare i tassi di interesse, già ridotti ai minimi termini. Lo stesso vale per la Fed. Cosa si inventeranno stavolta?

L’unica soluzione sono i tassi negativi. Ma a quel punto si affacceranno altri due grossi problemi. Il primo è che con i tassi negativi il sistema bancario non ci guadagna nulla. Per la precisione, ci potrebbe guadagnare se la gente prendesse denaro a prestito e il suo guadagno sarebbe la differenza tra i tassi pagati alla banca centrale e quelli ricevuti dalla clientela. Ma se l’economia non gira nessuno prende a prestito e il sistema bancario va in affanno. E questa non è solo una facile previsione, è invece proprio quello che sta già accadendo in Italia, è già accaduto nel 2018 e solo ora il fatto si riverbera sulla produzione industriale.

Da “Il giornale delle PMI” veniamo a sapere che “i prestiti delle banche alle imprese, nel corso dell’ultimo anno, sono calati di quasi 36 miliardi di euro (-4,89%) nonostante l’aumento di 2,6 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare sul calo è la diminuzione di 18 miliardi dei finanziamenti a breve e di 20 miliardi di quelli di lungo periodo. In aumento di 1,3 miliardi, invece, i prestiti alle famiglie, spinti dal credito al consumo (+6,9 miliardi) e dai mutui (+4,9 miliardi), comparti che hanno compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (-10,3 miliardi). In totale, lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di 34 miliardi, passando da 1.357 miliardi a 1.323 miliardi: in media quasi 3 miliardi al mese tagliati ad aziende e cittadini”.

Il secondo problema è che l’obiettivo dell’inflazione prossima al 2% diventa una chimera. Un obbiettivo insufficiente per la crescita economica, ma pur essendo l’unico obiettivo dichiarato della Bce diventerà comunque irraggiungibile. E la Bce perderà completamente la sua già traballante credibilità. Ancora peggio, la mostruosa liquidità immessa amplierà le differenze (già oggi eccessive e insostenibili) tra i diversi paesi. La prova più evidente è data da un recente articolo apparso sul Sole 24 Ore, dove si apprende che l’85% della liquidità è finita nei paesi del centro nord Europa (Germania, Francia, Olanda, Belgio, Austria, Lussemburgo). Chiara la distorsione? Con questa, vacilleranno anche le banche centrali nazionali, messe già ora in discussione per un’incapacità di sorveglianza ormai manifesta.

C’è chi ha iniziato a levare la voce per ribadire l’indipendenza delle banche centrali dalla politica, ma hanno risposto a tono sia Stefano Fassina (ex Pd) “Sinistra a difesa indipendenza è consapevole che indipendenza è pilastro liberista…?” e l’economista Nino Galloni “La Banca d’Italia ha ricordato la propria indipendenza dalla politica, ma si ricordi anche la propria indipendenza dalle banche che dovrebbe controllare e non viceversa”.

Si avvicina una tempesta, ma i poteri finanziari e monetari europei ci hanno fatto chiudere gli ombrelli (imponendoci un deficit al 2%, mentre chiudono il Quantitative easing), come se fosse in arrivo una giornata di sole. Intanto, al grido di “Frexit” la protesta dei gillet gialli in Francia prosegue. E iniziano le proteste popolari in Spagna contro il Governo e contro la cessione di sovranità. I popoli si muovono e temo che i poteri finanziari, che hanno dichiarato loro guerra, non rimarranno a guardare.

Eccoci qua, sull’orlo di una crisiparagonabile a quella del 2010, quando l’onda lunga della crisi finanziaria iniziò a colpire gli Stati. Gli ultimi dati parlano chiaro, purtroppo. Produzione industriale in calo del 5,5% e i giornaloni e tutti i media usano toni a dir poco prudenti e soporiferi. Invece di parlare di “crollo” hanno usato termini come “flessione”, “calo”, “diminuzione”. Ma non è solo un problema italiano, perché pure in Germania si soffre. E questo lascia capire perché i media non abbiano calcato la mano su questi dati in funzione antigovernativa: c’era poco spazio per attaccare il Governo e c’era il pericolo di fomentare il sentimento anti-Ue in vista delle prossime elezioni europee.

Dalla crisi finanziaria del 2007, poi diventata crisi dei debiti pubblici del 2010, le istituzioni europee non hanno fatto praticamente nulla, a parte nascondere la polvere sotto il tappeto delle norme Ue (per violarle) e stampare moneta per non far crollare il sistema. Ma il piccolo difetto della banale stampa di moneta è quello di aver dato ancora più vigore alle forze della speculazione originarie del problema. In altre parole, la liquidità fornita allora si è diffusa grazie a un progressivo abbassamento dei tassi di interesse. Ora, insieme all’uscita dal Qe, con i primi accenni di ripresa si stava pianificando il rialzo di tali tassi, anche per recuperare la liquidità prima diffusa. Ma la semplice stampa di moneta, come chiunque può ben capire, non crea reale ricchezza e sviluppo; è un concetto banale più volte confermato dalla storia, ma che alla Bce hanno dimenticato.

La ripresa accennata è stata in realtà un classico falso segnale, sicuramente indotto dalla maggiore liquidità in circolazione. In altre parole, la stessa Bce con la stampa di moneta ha distorto il sistema economico e finanziario e ha ricevuto e accolto il falso segnale, come se fosse un segnale vero. Ma di vero c’è solo la totale incompetenza di questi signori. Il grosso problema ora è che l’economia reale sta affondando, ma la Bce ha ben poco spazio per abbassare i tassi di interesse, già ridotti ai minimi termini. Lo stesso vale per la Fed. Cosa si inventeranno stavolta?

L’unica soluzione sono i tassi negativi. Ma a quel punto si affacceranno altri due grossi problemi. Il primo è che con i tassi negativi il sistema bancario non ci guadagna nulla. Per la precisione, ci potrebbe guadagnare se la gente prendesse denaro a prestito e il suo guadagno sarebbe la differenza tra i tassi pagati alla banca centrale e quelli ricevuti dalla clientela. Ma se l’economia non gira nessuno prende a prestito e il sistema bancario va in affanno. E questa non è solo una facile previsione, è invece proprio quello che sta già accadendo in Italia, è già accaduto nel 2018 e solo ora il fatto si riverbera sulla produzione industriale.

Da “Il giornale delle PMI” veniamo a sapere che “i prestiti delle banche alle imprese, nel corso dell’ultimo anno, sono calati di quasi 36 miliardi di euro (-4,89%) nonostante l’aumento di 2,6 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare sul calo è la diminuzione di 18 miliardi dei finanziamenti a breve e di 20 miliardi di quelli di lungo periodo. In aumento di 1,3 miliardi, invece, i prestiti alle famiglie, spinti dal credito al consumo (+6,9 miliardi) e dai mutui (+4,9 miliardi), comparti che hanno compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (-10,3 miliardi). In totale, lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di 34 miliardi, passando da 1.357 miliardi a 1.323 miliardi: in media quasi 3 miliardi al mese tagliati ad aziende e cittadini”.

Il secondo problema è che l’obiettivo dell’inflazione prossima al 2% diventa una chimera. Un obbiettivo insufficiente per la crescita economica, ma pur essendo l’unico obiettivo dichiarato della Bce diventerà comunque irraggiungibile. E la Bce perderà completamente la sua già traballante credibilità. Ancora peggio, la mostruosa liquidità immessa amplierà le differenze (già oggi eccessive e insostenibili) tra i diversi paesi. La prova più evidente è data da un recente articolo apparso sul Sole 24 Ore, dove si apprende che l’85% della liquidità è finita nei paesi del centro nord Europa (Germania, Francia, Olanda, Belgio, Austria, Lussemburgo). Chiara la distorsione? Con questa, vacilleranno anche le banche centrali nazionali, messe già ora in discussione per un’incapacità di sorveglianza ormai manifesta.

C’è chi ha iniziato a levare la voce per ribadire l’indipendenza delle banche centrali dalla politica, ma hanno risposto a tono sia Stefano Fassina (ex Pd) “Sinistra a difesa indipendenza è consapevole che indipendenza è pilastro liberista…?” e l’economista Nino Galloni “La Banca d’Italia ha ricordato la propria indipendenza dalla politica, ma si ricordi anche la propria indipendenza dalle banche che dovrebbe controllare e non viceversa”.

Si avvicina una tempesta, ma i poteri finanziari e monetari europei ci hanno fatto chiudere gli ombrelli (imponendoci un deficit al 2%, mentre chiudono il Quantitative easing), come se fosse in arrivo una giornata di sole. Intanto, al grido di “Frexit” la protesta dei gillet gialli in Francia prosegue. E iniziano le proteste popolari in Spagna contro il Governo e contro la cessione di sovranità. I popoli si muovono e temo che i poteri finanziari, che hanno dichiarato loro guerra, non rimarranno a guardare. 

Finpiemonte, mossa della difesa: “Gatti truffato, processo a Roma”

lospiffero.com 14.2.19

I legali dell’ex presidente della finanziaria regionale chiedono al giudice di derubricare il peculato. Il raggiro, di cui peraltro sarebbe vittima, è stato compiuto nella capitale, pertanto il tribunale di Torino non è competente. Udienza tra un mese

first_picture

Hanno chiesto di cambiare il reato, da peculato a truffa, e di mandare gli atti a Roma i difensori di Fabrizio Gatti, l’ex presidente di Finpiemonteindagato di peculato per l’uscita di circa 6 milioni di euro dai conti della finanziaria regionale aperti in Svizzera. Stamattina gli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano hanno fatto questa richiesta al gup Giacomo Marson che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dal sostituto procuratore Francesco Pelosi e ribadita in aula nel corso dell’udienza preliminare di oggi, udienza nella quale la Regione Piemonte e la finanziaria si sono costituite parte civile. “Finpiemonte chiederà al tribunale penale soltanto il danno morale perché ha già avviato una causa civile per ottenere il risarcimento del danno materiale”. 

Gatti, insieme a due imprenditori coinvolti nel salvataggio della sua Gem Immobiliare, Pio Piccinie Massimo Pichetti, due presunti prestanome (Giuseppe Colucci e Giuseppe Arabia), all’ex direttrice di Finpiemonte Maria Cristina Perlo(accusata di aver omesso i controlli per evitare il peculato), al direttore della filiale della banca svizzera Francesco Coluccio e a un commercialista, Massimo Santoro (indagato per false attestazioni), è finito nell’inchiesta della Guardia di finanza partita da una denuncia dell’attuale presidente della società con sede in Galleria San Federico, Stefano Ambrosini. Quest’ultimo poco dopo il suo insediamento nel 2017 aveva rilevato un problema nel far rientrare in Italia i 50 milioni di euro depositati alla Vontobel, conti da cui erano partiti tre bonifici (per circa sei milioni di euro) verso alcune società coinvolte nel salvataggio della Gem Immobiliare di Gatti, società gestite da Piccini e Pichetti. 

Secondo i due legali dello studio Chiusano, Gatti non avrebbe potuto commettere un peculato perché non aveva quelle somme nelle sue disponibilità e non aveva potere di firma per muovere i soldi. Quei soldi sono stati ottenuti con “artifici e raggiri”, elementi alla base di una truffa. Quindi Gatti sarebbe stato vittima di un raggiro, un raggiro ideato e commesso non sotto la Mole, ma all’ombra del Cupolone. Per questo ritengono che il tribunale di Torino non sia competente territorialmente in quanto le somme uscite dai conti della Vontobel Bank di Zurigo sono state accreditati su conti correnti con sede a Roma. Inoltre sempre nella Capitale c’è lo studio di Piccini dove sarebbero stati commessi molti falsi alla base della “truffa” ai danni di Gatti.

A dare sostegno alla loro teoria sono stati Colucci, legale rappresentate della Gesi, società che ha salvato la Gem Immobiliare, e Piccini, l’amministratore di fatto di Gesi. Nel corso dell’udienza di stamane quest’ultimo ha voluto dichiarare che in una fase iniziale i rapporti con Vontobel e Finpiemonte erano regolari, ma poi – in un secondo momento – sono diventati irregolari perché, delusi dal comportamento della banca svizzera, lui e Pichetti hanno cominciato a fare dei falsi (all’insaputa di Gatti) creando addirittura un falso indirizzo email di Gatti.

La prossima udienza è fissata tra un mese. Il 14 marzo parleranno gli ultimi difensori e il pm potrà replicare, dopodiché il gup Marson potrebbe decidere sulle sorti del procedimento.

GIALLO ALPI / I SERVIZI SEGRETI SANNO, COPRONO, DEPISTANO E NON SVELANO LA “FONTE”

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

I servizi segreti di casa nostra sanno tutto sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ma non dicono una parola. Tacciono. E quindi coprono non solo i killer di Mogadiscio ma soprattutto i mandanti di quel tragico duplice assassinio di ormai quasi 25 anni fa.

La circostanza emerge ora in modo clamoroso dalla nuova richiesta di archiviazione presentata il 4 febbraio scorso dal pm della procura di Roma Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. Che già avevano presentato una analoga richiesta un anno fa. Ai confini della realtà.

Per la serie: si sa bene che qualcuno sa e copre, ma invece di completare l’inchiesta e portare davanti ad un tribunale chi mente e svia le indagini, viene chiesta l’archiviazione definitiva del caso. Allucinante.

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.

Ma entriamo di nuovo nella autentica “selva” di carte e faldoni giudiziari – come la definiscono gli stessi inquirenti – per dare un’idea completa del depistaggio nel depistaggio che sta per essere portato a termine.

Un anno fa, appunto, la richiesta di archiviazione del tandem Ceniccola-Pignatone, inviata al gip per la decisione finale. Passano alcuni mesi per individuare il nome del gip incaricato, alla fine si tratta di Andrea Fanelli. Il quale, per le sue indagini, chiede anche una proroga.

Si tratta di verificare quanto è emerso in altre indagini svolte nel 2012 dalle fiamme gialle per conto della procura di Firenze, in particolare a base di intercettazioni. Al telefono parlano alcuni somali tra di loro ed anche con Douglas Duale, il legale di Hashi Omar Assan, il somalo ingiustamente accusato del duplice omicidio, in galera da innocente per 16 anni. Al centro delle conversazioni il caso Alpi, e anche un compenso da 40 mila raccolto a favore dell’avvocato nella comunità somala per pagarne le forti spese sostenute per difendere Hashi.

Incredibile ma vero, quei matateriali raccolti dalle fiamme gialle fiorentine, passati alla procura gigliata nel 2012, ci hanno messo la bellezza di 6 anni per arrivare alla procura competente, quella di Roma, titolare del caso Alpi-Hrovatin!

Altre indagini svolte negli ultimi mesi per accertare le eventuali responsabilità dei militari italiani allora presenti a Modadiscio, e anche dei nostri civili, in particolare sul sospettato numero uno da sempre, l’affarista Giancarlo Marocchino, non approdano a nulla. Addirittura si scopre che Marocchino ha vinto alcuni contenziosi legali per calunnia, visto che il suo nome era stato tirato in ballo nei primi anni!

Giancarlo Marocchino

Insomma, nessun ragno viene cavato dal buco nell’anno di ulteriori indagini ordinate dal gip Fanelli. Ed ora, il 4 febbraio, il pm Ceniccola deposita l’ennesima richiesta di archiviazione del caso, che dovrà ancora una volta passare al vaglio dell’ennesimo gip. Altri mesi di attesa.

LA FONTE SUPERCOPERTA PER 22 ANNI DAI SERVIZI

Intanto, però, è estremamente istruttivo leggere le “motivazioni” messe nero su bianco dal pm Ceniccola e controfirmate da procuratore capo Pignatone. A riprova che il porto delle nebbie è nuovamente saldo e forte nella capitale.

Prima notazione: le ultime indagini sono state affidate il 27 giugno 2018 da Fanelli al Reparto Antiterrorismo del Ros dei carabinieri, che ha depositato una “esaustiva informativa” – come dettaglia il pm – a fine dell’anno scorso, ossia il 13 dicembre 2018.

Andiamo subito al cuore del problema, ossia che i servizi segreti sanno e coprono.

Scrive Ceniccola: “L’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (AISI, ndr), con foglio riservato del 6 settembre 2018, ha espresso la volontà di continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare legeneralità della risorsa fiduciaria citata nella nota del SISDE del 3 settembre 1997. Il Servizio, argomentando le motivazioni a supporto della propria decisione, ha evidenziato l’irreperibilità del soggetto e, quindi, l’impossibilità di chiedere allo stesso il consenso (negato in precedenti circostanze simili a quella in parola) ad essere sentito quale teste nell’ambito del procedimento in parola”.

Tradotto: l’AISI, vale a dire i nostri servizi segreti, l’ex Sisde, conosce bene dalla bellezza di 22 anni il nome dell’uomo di tutti i misteri, l’agente che sa quel che successe a Mogadiscio e quel che ha combinato Marocchino. Ma lo copre ancora, non vuole rivelare la identità del suo 007.

Il che significa insabbiare il caso per l’ennesima volta e infangare la memoria sia di Ilaria che di Miran. Ucciderli per una seconda volta.

C’è di più. Secondo i servizi quella fonte è “irreperibile”.

Chiara Cazzaniga

Proprio come lo è stata un’altra primula rossa del caso, Ali Rage, alias Gelle, che con la sua falsa verbalizzazione ha fatto sbattere in galera l’innocente Hashi; quel Gelle che è stato taroccato a tavolino dalla polizia di casa nostra, fatto verbalizzare davanti al pm ma non davanti ai giudici del dibattimento, quindi fatto scappare prima in Germania e poi in Inghilerra. Dove lo ha scovato l’inviata di “Chi l’ha visto Chiara Cazzaniga: e solo quell’intervista ha permesso di riaprire il caso del somalo innocente e ha fatto sancire, al tribunale di Perugia, la totale estraneità di Hashi al duplice omicidio.

Introvabile Gelle allora, per le nostre “intelligence” (sic), introvabile la fonte che tutto sa sul giallo oggi. Ha scritto a chiare lettere di “depistaggio di stato” la sentenza di Perugia a proposito di Gelle un anno e mezzo fa. Ora siamo al secondo depistaggio, con la non-volontà di ri-trovare quella fonte addirittura messa nero su bianco.

Ma nelle 11 pagine firmate del pm Ceniccola per la richiesta di archiviazione c’è ancora molto da leggere.

ITALIANI BRAVA GENTE 

Sulla totale estraneità degli italiani allora presenti a Mogadiscio scrive: “La tesi della responsabilità ‘degli italiani’ nell’omicidio fu ipotesi più volte prospettata nel corso degli anni e sempre risultata priva di concretezza, come anche la responsabilità di Giancarlo Marocchino, il quale addirittura ha ottenuto un risarcimento per i danni subìti dalla diffusione di notizie diffamatorie. Fermo restando poi che l’ipotesi della responsabilità ‘italiana’ va circoscritta al mandato a commettere l’omicidio, poiché non è mai emerso alcun dubbio sulla esecuzione materiale da parte di un commando di cittadini somali”.

E par poco il “mandato a commettere l’omicidio”? D’altra parte, di quale “commando” si tratta, dal momento che fino ad un anno e mezzo fa l’unico colpevole era l’innocente Hashi?

E sullo stesso Hashi state a sentire cosa scrive il pm.

Con specifico riferimento all’estraneità al fatto di Hashi Omar Hassan ed alla falsità della testimonianza di Gelle, si tratta di notizie di pubblico dominio risalenti ad un periodo di gran lunga precedente alla messa in onda della trasmissione ‘Chi l’ha visto’ il 18 febbraio 2015”.  E il pm sciorina un lista di date che – a suo parere – fanno intendere come tutti sapessero dell’innocenza di Gelle, tranne i magistrati che l’hanno tenuto in galera fino alla sentenza di un anno e mezzo fa a Perugia.

Il testimone ‘taroccato’ Gelle

Fa riferimento, Ceniccola, alle tesi della parte civile, ossia i genitori di Ilaria Alpi, convinti dell’innocenza di Hashi: e ci mancherebbe, lo hanno sempre sostenuto contro tutto e contro tutti, soprattutto i togati. Fa poi riferimento alle istanze di revisione del processo avanzate dal suo legale, Douglas Duale: e ci mancherebbe anche stavolta. Quindi parla delle “voci di popolo” della comunità somala. Infine di una sola intervista in precedenza rilasciata da Gelle a un giornalista somalo che collaborava con la Rai, Mohamed Sabrie, in cui scagionava Hashi da ogni accusa. Ma quell’intervista non venne mai tenuta in alcun conto dagli inquirenti.

Fino all’intervista di Chiara Cazzaniga realizzata in Inghilterra, per “Chi l’ha visto”, a Gelle e grazie alla quale si è riaperto il caso sul killer di Mogadiscio.

Passiamo quindi alla spiegazione circa il macroscopico ritardo nella trasmissione delle informazioni raccolte nel 2012 a Firenze e arrivate a destinazione solo 6 anni più tardi. Nota il pm: “Si è provveduto ad accertare le motivazioni che hanno causato la ritardata trasmissione della nota della Guardia di Finanza di Firenze datata dicembre 2012 alla Procura di Roma, inoltro che l’allora Sostituto Procuratore di Firenze, Squillace Greco, aveva disposto con provvedimento del 19 dicembre 2012”. Il chiarimento è tutto a base di “semplici errori”, “fascicoli pendenti non rintracciati, “sviste”, “fatalità”: tutti termini che ben caratterizzano lo stato comatoso della giustizia di casa nostra.

UNA TOGA SCOMODA SUBITO SCIPPATA

Sulla “Fonte del Sisde” viene sottolineato dal pm: “L’AISI, che è subentrata al Sisde, ha riferito con nota riservata della irreperibilità della fonte con la conseguente impossibilità di interpellarla sull’autorizzazione a rivelarne l’identità. Nel corso delle indagini, e vieppiù nel corso dell’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta i cui atti sono stati integralmente acquisiti, sono emerse numerose fonti informative tra cui quelle della Digos di Udine e dei servizi di Firenze e di Trieste, alcune delle quali sono state poi escusse, le cui dichiarazioni sono risultate inutili, inattendibili e non verificabili”.

Non la pensava certo allo stesso modo il primo pm del caso Alpi, l’unico che abbia subito visto chiaro nella tragica story, Gianfranco Pititto, il quale aveva appreso molti dettagli interessanti e inquietanti proprio dalla Digos di Udine, che aveva avuto la prontezza di raccoglieri i primi, significativi elementi. Ma proprio per questo al giudice Pititto dopo pochi mesi è stata scippata l’inchiesta: era “ambientalmente incompatibile”, per il fatto che voleva accertare quelle verità troppo scomode, esplosive, sugli esecutori e soprattutto i mandanti eccellenti. Dopo alcuni anni Pititto lascia la magistratura perchè nauseato e scrive un libro che ricalca per filo e per segno il caso Alpi, “Assalto al potere”. Dopo Pititto si sono alternati altri 8 inquirenti, nessuno dei quali è riuscito – chissà perchè – a ritrovare il bandolo della matassa. Fino all’ennesima richiesta odierna di archiviazione.

Giuseppe Pititto

Che così tombalmente si conclude: “Ancora una volta non si può fare a meno di constatare che anche gli elementi pervenuti in limine, i quali apparivano idonei, se non all’identificazione degli autori materiali ovvero dei mandanti dell’omicidio, almeno ad avvalorare la tesi più accreditata del movente che ha portato al gesto efferato o ad esplorare l’ipotesi del depistaggio, si sono rivelati privi di consistenza. Invero gli stessi se non esplicitamente, almeno implicitamente, hanno trovato soluzione e risposta nella selva di atti confluiti nel procedimento”.

Chiude con la richiesta che “il Giudice per le indagini preliminari voglia disporre l’archiviazione del procedimento ed ordinare la trasmissione degli atti al proprio ufficio”.

Avrà mai la forza e la volontà, il prossimo gip, di districarsi nella “selva” e soprattutto di trovare e far parlare quella “fonte” dei servizi mai cercata? Vale più una qualche forma di privacy rispetto alla memoria di Ilaria e Miran? Cosa e chi protegono i servizi di casa nostra?  Perchè nel frattempo la politica, in coro, tace? E anche il governo gialloverde si allinea a tutti i precedenti nell’omertà? Per quale motivo, ancora un volta, i media alzano una cortina di silenzio omertoso?

Ecco a seguire la richiesta di archiviazione del pm Ceniccola.

ALPI-Richiesta di archiviazione

DIETRO LE QUINTE/ Salvini prepara l’arrivo di Draghi

Salvini festeggia il consenso avuto in Abruzzo, ma dovrebbe preoccuparsi di più dell’astensione, che ha già un “salvatore” pronto a rappresentarla

15.02.2019 – Antonio Fanna il sussidiario.net

Mario Draghi, presidente della Bce, con Pierre Moscovici, commissario europeo (LaPresse)

Il dopo elezioni abruzzesi è andato peggio del previsto per il governo Conte. Lo scontro sulla Tav è esploso tra 5 Stelle e Lega. L’autonomia differenziata per le regioni del Nord rimane un oggetto misterioso, spinto dagli uni e osteggiato dagli altri. L’Europa si è fatta platealmente beffe del premier, definito “burattino”. L’economia non dà segnali di ripresa. Il braccio di ferro sulle nomine non trova una soluzione. Il calo dei grillini nelle urne è stato più accentuato del previsto, il che ha contribuito a destabilizzare ulteriormente la situazione.

Matteo Salvini con il 27 per cento conquistato in una regione tradizionalmente non leghista si prepara a fare una scorpacciata di voti alle prossime europee. Il leader leghista sogna di ripetere l’exploit di Matteo Renzi di cinque anni fa, e naturalmente si prefigge di non ripeterne gli errori. Ma Salvini farebbe bene a leggere con attenzione i risultati usciti dalle urne abruzzesi. La Lega ha rosicchiato un po’ di consenso ai grillini, tuttavia il grosso del suo boom elettorale è venuto dagli ex elettori berlusconiani. La Lega cannibalizza il voto di centrodestra, ma non appare in grado – almeno per ora – di allargare il bacino dei suoi voti e conquistare nuovi consensi. Che invece fu l’operazione riuscita a Renzi, il quale cinque anni fa sembrò introdurre qualcosa di realmente nuovo nella politica italiana, cioè un progetto che aggregasse parte della sinistra e parte dei moderati.

L’astensione rimane elevata. Ma è un’estensione diversa da quella delle ultime elezioni. Il voto di protesta ormai è al governo. Chi si astiene è quella fetta di elettorato che non trova rappresentanza nel contesto di oggi, monopolizzato dal populismo e indebolito da un’opposizione senza progettualità, sia essa il Pd, Forza Italia o Fratelli d’Italia. Chi era deluso della vecchia politica ora manovra le leve del comando. Chi si astiene sono i delusi della nuova politica.

I politologi descrivono l’area dell’astensionismo come un buco nero. Invece è un “corpo” bianco, che attende un cavaliere bianco, una figura nuova che riporti competenza, polso, rapporti alla pari con i partner europei, chiarezza di idee in campo economico. Sono elettori pronti a “votare” uno come Mario Draghi. Il numero uno (in scadenza) della Bce ha tutti questi requisiti. E ha un popolo in attesa di normalità che lo attende a braccia aperte. 

Se le fibrillazioni interne al governo dovessero deflagrare dopo le elezioni europee, la soluzione di palazzo per evitare le urne è già pronta. Ben pochi in Parlamento potrebbero negare il sostegno all’uomo che negli ultimi anni ha salvato l’Italia dal baratro finanziario con le politiche monetarie espansionistiche della Bce. Se lo ricordi Matteo Salvini, che sta cantando vittoria troppo presto. 

SPILLO/ I punti deboli di Bankitalia scoperti dal Governo

Le norme che regolano attualmente la Banca d’Italia sono il motivo della sua debolezza di fronte agli attacchi apparentemente disordinati del Governo

15.02.2019 – Gianfranco D’Atri il sussidiario.net

ignazio_visco_1_lapresse_2017

“Sagrestia, censore, governatore, direttorio”, termini utilizzati nello statuto e nel regolamento di Banca d’Italia danno l’idea di quanto sia obsoleta la struttura di quello che era l’istituto di emissione della nazione. Insieme ai privilegi associati – non ultimi i compensi e le pensioni – le norme che la regolano attualmente sono il motivo della sua debolezza di fronte agli attacchi apparentemente disordinati del Governo. L’uno/due sferrato in questi giorni colpisce con forza nei suoi punti deboli: la governance e lo stato giuridico delle riserve.

La legge di riforma del 2015 e la sua applicazione hanno definitivamente creato un mostro – nel senso etimologico di organismo risultante da una contaminazione innaturale di elementi diversi che suscita stupore od orrore. Banca d’Italia non è più la banca centrale, dal momento che la produzione e il controllo della circolazione monetaria sono stati delegati a terzi a seguito dell’adozione dell’euro. L’attività economica svolta, con costi altissimi – circa 2 miliardo l’anno -, ma con utili importanti, fa riferimento a una compagine societaria di banche e organizzazioni finanziarie private con obiettivi diversi da quelli pubblici, e attualmente non del tutto chiari per alcuni.

Per quale motivo le funzioni di vigilanza, in altri ambiti assegnati ad autorità indipendenti, restano incardinate a questa organizzazione? E possono definirsi indipendenti relazioni, studi e valutazioni da essa svolti con il supporto di un pur ottimo centro studi? Così è diventato possibile disconoscere le giuste riflessioni sull’economia del vicedirettore Signorini e arrivare a pretenderne la testa, con la motivazione che comunque la vigilanza sulle banche venete fosse stata inadeguata.

D’altra parte, il governatore, che si dovrebbe meglio chiamare l’amministratore delegato, e il Consiglio d’amministrazione – che però si definisce “superiore” – non possono nominare i vicedirettori senza ottenere il consenso di ministri, e infine l’approvazione del capo dello Stato. Resta il braccio di ferro istituzionale, alla ricerca di una mediazione politica che, da tempo immemore, in Italia significa uno scambio. Forse legittimo, ma di dubbio interesse generale.

E veniamo al patrimonio, fra cui l’oro, che garantisce ai soci privati un rendimento senza rischi del 4,5%. Perché questa ricchezza, pur essendo stata costituita dallo Stato, viene gestita da un’organizzazione che non risponde direttamente a esso? L’indipendenza della Banca centrale invocata da molti non è argomento pertinente: è quella europea la nostra banca centrale! Ma avendo mescolato ruoli e poteri, nonché la storia, non si riescono a fare i corretti distinguo fra patrimonio posseduto e riserve necessarie a svolgere i compiti richiesti dalla partecipazione al sistema bancario europeo che prevedono limitati impegni patrimoniali e alcune regole gestionali – ad esempio, vendite limitate e notificate ai partner.

La proposta Borghi è quindi il secondo colpo correttamente assestato. Non è contro lo Stato, ma contro il pasticcio creato modificando l’assetto proprietario senza ridefinire statuto e funzioni di Banca d’Italia e dettare regole per la transizione. Oggi, la sola approvazione della legge sostenuta da Salvini può avere un mero effetto propagandistico, lasciando invariata la sostanza, ovvero la pratica indisponibilità del patrimonio, e in particolare dell’oro. Si noti: non sono riserve auree. In effetti nessun vincolo grava sulla maggior parte delle 2.500 tonnellate: com’è scritto sul sito ufficiale, servono genericamente a sostenere la credibilità della moneta unica. L’obbligo comunitario è stato già soddisfatto con il conferimento a suo tempo alla Bce di 150 tonnellate. Quindi, al momento è un servizio fornito all’Europa senza contropartita.

Se l’obiettivo dei tre premier è dare agli italiani il controllo di questo speciale asset patrimoniale e non trovare un escamotage per coprire eventuali falle nel bilancio, si impone la modifica dello Statuto e la scissione della banca in funzione dei diversi ruoli. Una legge deve regolamentare proprietà, controllo e utilizzi potenziali dell’oro posseduto, oltre a rimettere ordine nella sua gestione fisica.

Infatti, oggi oltre la metà dei lingotti si trova, senza che ne siano noti i termini della custodia, all’estero, e ben 1.100 tonnellate (stessa quantità presente in Italia) sono negli Usa – altre 149 sono in Svizzera e 141 nel Regno Unito -, o almeno così dichiara il sito della Banca d’Italia. E se “pecunia non olet” di certo l’oro profuma ancora di meno se nessuno ne reclama la proprietà.

P.S.: L’immediata verifica delle consistenze estere, la pubblicizzazione dei contratti/accordi di deposito e un’indagine sull’utilizzo da parte dei depositari nel corso degli anni sarebbe la risposta appropriata da parte di Visco che, fra l’altro, potrebbe avviare le procedure per riportare in patria qualche tonnellata d’oro. Almeno per vedere l’effetto che fa.