Total si trasferisce a Parigi e Ginevra

tio.ch 16.2.19

Keystone

«Ciò significa riunire le attività di commercio di gas e di energia» in Svizzera, con le attività di brokeraggio di petrolio e gas per formare «un hub leader nel commercio di materie prime»

GINEVRA  – Il gigante petrolifero Total sposterà alcune delle sue attività da Londra verso Parigi e Ginevra. «La Brexit non è assolutamente un fattore che ha motivato questo progetto», sottolinea il gruppo in una nota.

«In seguito all’acquisizione del portafoglio di gas naturale liquefatto del colosso energetico francese Engie (GNL), Total prevede di riunire le attività di trading (brokeraggio) e marketing di GNL e di unire i suoi team attualmente distribuiti in diverse sedi in Europa (Londra, Parigi, Ginevra)», precisa la nota, confermando le informazioni di Sky News. Secondo i media britannici, in gioco vi sono 200 posti di lavoro.

«Ciò significa riunire le attività di commercio di gas e di energia» a Ginevra, dove saranno unite alle attività di brokeraggio di petrolio e gas per formare «un hub leader nel commercio di materie prime sul continente».

Le attività di marketing di GNL saranno trasferite da Londra a Parigi per essere raggruppate con attività simili già presenti nella capitale francese dopo l’acquisizione delle attività di Engie nel luglio 2018.

Se i radical chic finiscono nel mirino

 Uno scambio di idee e opinioni con Giacomo Papi, scrittore e direttore della scuola di scrittura di Belleville. Suo il romanzo “Il censimento dei radical chic” (Feltrinelli Editore, 2019): 141 pagine di amare risate e profonde riflessioni sul presente e anche sul futuro che è già qui. Finale aperto a responsabilità individuali che diventano un pensiero collettivo. Giacomo Papi: “Non c’è niente di troppo difficile, da capire o fare”

141 pagine di amare risate e profonde riflessioni sul presente e anche sul futuro che è già qui: è questo il breve riassunto de “Il censimento dei radical chic”, l’ultimo romanzo di Giacomo Papi. Classe 1968, Giacomo Papi è nato a Milano e dirige la scuola di scrittura di Belleville. Il suo ultimo romanzo è la fotografia di una Paese, l’Italia, dove la parola articolata e il pensiero critico diventano un segnale inequivocabile di malaffare e corruzione, o peggio un “trucco delle élite” per ingannare il popolo. Ecco allora che le vittime del crescente clima di violenza e ostilità nei confronti di chi ha case piene di libri, ama il cinema e il teatro o semplicemente ama vestire cachemire diventano gli intellettuali. Dopo i rom, i migranti e gli omosessuali, gli intellettuali – definiti acriticamente “radical chic” – finiscono per essere le vittime predestinate.

Il libro si apre con l’omicidio di uno di loro, Giovanni Prospero, colpevole di aver citato Spinoza durante un talk show televisivo. Da quell’evento, complice anche un mdell’Interno che galvanizza il “diritto di chi non sa a non sentirsi inferiore”, è un susseguirsi di eventi: dall’idea di istituire un “Registro dei Radical Chic” che permetta al Governo di proteggerli agli escamotage per non vedersi iscritti a quel registro, da tonnellate di libri che vengono nascosti a principi rivoluzionari di giovani sconclusionati, fino alla revisione dell’intero romanzo ad opera di un’Autorità garante per la semplificazione della Lingua Italiana che straccia letteralmente tutti i termini desueti, latini o articolati presenti nel libro di Papi. L’occhio attraverso cui si scorge in parte anche tanto dell’Italia di oggi è quello di Gloria, figlia dell’assassinato Giovanni Prospero. E’ la sua personale indagine alle radici dei motivi che hanno portato all’omicidio del padre ad accompagnarci per strade, pensieri e azioni che non fatichiamo a ritrovare nella vita di tutti i giorni. Fatica che diventa finale aperto, dove tutti i personaggi sentono il dovere di ritrovare una responsabilità individuale, che poi diventa inevitabilmente anche collettiva.

Lei è un laureto in Filosofia. Nell’accezione comune, la Sua laurea è inutile a trovare un posto di lavoro e, presumibilmente, scrivendo un libro può attirarsi anche la definizione di “radical chic”. Si sente un radical chic? quanto Le va stretta una definizione del genere?
La filosofia non è una competenza, ma un metodo che si può applicare a ogni attività. In questo senso non credo che offra meno possibilità di altre lauree. Anzi. Ho usato quello che ho imparato studiando filosofia in ogni cosa che ho fatto, per lavori anche molto lontani da quelli propriamente filosofici. La filosofia ti insegna che non c’è niente di troppo difficile, da capire o fare. Su un piano filosofico, l’uso di ‘radical chic’ non ha alcun senso. È ormai una sigla che viene applicata a chiunque ponga critiche anche culturali al sentire dominante. Anche a chi non è radical e non è chic. Quindi anche a me. Nonostante questo nel libro cerco di fare i conti con l’utilizzo che si fa dell’espressione.

Nel suo libro, che si apre con un omicidio ai danni di Prospero – un “radical chic” appunto – appaiono spesso correzioni a parole troppo complicate o desuete. A proporre queste correzioni stilistiche è un’Autorità Garante per la Semplificazione della Legge Italiana: invenzione letteraria che colora il libro dei commenti esterni di questo Ugo Nucci, il Funzionario Redattore che corregge il suo libro mentre lo leggiamo. La semplificazione del linguaggio è un fenomeno culturale che sta attraversando il Paese. Secondo lei l’impoverimento linguistico e culturale dei nostri tempi aiuta a comprendersi di più?
La semplificazione rende più difficile la comprensione reciproca perché tramuta tutto il dibattito pubblico in una scelta tra buoni e cattivi, bianchi e neri, ignoranti e colti, mentre la realtà è sempre più complessa e sfumata. Il confronto, la comprensione, possono avvenire solo in un terreno aperto. L’unico dialogo possibile, quando si fronteggiano due fazioni incapaci di addentrarsi nel territorio sfumato della complessità, è la guerra.

Il finale è molto aperto e richiama ad una storia ancora non scritta che dipende solo da ognuno di noi. E’ un richiamo alla responsabilità individuale e alla reazione collettiva. Secondo lei ci sono margini per tornare ad avere parole che hanno un senso e ragion critica che abbia un ruolo?
Non credo che l’intelligenza e l’umorismo siano morti. Anzi. Perché fanno parte degli uomini. La storia ha molta fantasia ed è sbagliato leggere il presente come un approdo immutabile. Il presente è già passato e diverso da quello che sembrava un attimo prima. I margini ci sono. L’importante è continuare a essere curiosi di tutto, soprattutto degli altri, anche se a volte sembrano alieni, e non prendersi troppo sul serio.

«Il censimento dei radical chic – continua e conclude Giacomo papi in questa nostra conversazione – è un giallo in cui non si cerca tanto di scoprire i colpevoli dell’assassinio del professor Prospero, colpevole di avere citato il filosofo Spinoza in un talk show, quanto di capire perché gli intellettuali, da ceto rispettato e autorevole, siano oggi indicati come colpevoli di tutto quello che non va nel mondo. Volevo chiarirlo a me stesso soprattutto. E chiedermi davvero cose che tendiamo a dare per scontate: a che cosa servono i libri? Servono davvero? La cultura è ancora utile per avere successo e migliorarsi? Le risposte sono arrivate via via che scrivevo. E con le risposte credo di avere compreso di più anche quali siano le responsabilità degli intellettuali, dei cosiddetti radical chic, che il libro non assolve, ma descrive».

Prosciuttopoli: i numeri dello scandalo sono impressionanti, precisa l’Icqrf del Ministero delle politiche agricole

Roberto La Pira ilfattoalimentare.it 11.2.19

prosciutto di parma stagionatura foto consorzio

Nel rapporto 2018 dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del Mipaaft  si parla anche di Prosciuttopoli. Il documento cita le due inchieste portate avanti delle Procure di Torino e Pordenone sulle frodi dei prosciutti a marchio Dop Parma e San Daniele che vengono classificate  tra le operazioni più importanti nella lotta alla criminalità agroalimentare condotte nel corso dell’anno. Riportiamo integralmente il capitolo del rapporto Icqrf dedicato ai prosciutti Dop che non necessita di commenti alla luce dei numeri definiti “impressionanti”

Prosciutti Dop

Nel corso del 2018 sono proseguite le attività connesse con le due distinte operazioni avviate l’anno precedente a tutela dei prosciutti a Dop, dirette dalle Procure della Repubblica di Torino e Pordenone.

I numeri delle operazioni sono impressionanti: oltre 300 soggetti segnalati all’autorità giudiziaria; 810.000 cosce sequestrate; circa 480.000 prosciutti esclusi, tramite smarchiatura, dal mercato delle produzioni a Dop; oltre 500.000 cosce smarchiate d’iniziativa da parte di singoli allevatori.

Procura della Repubblica di Torino

L’Unità Investigativa Centrale ha completato l’esame delle posizioni degli indagati e ha inviato alla Procura della Repubblica di Torino le informative riepilogative a carico dei singoli soggetti. Inoltre, con il supporto degli Uffici Icqrf del Nord Italia, ha dato esecuzione ai numerosi provvedimenti della Procura della Repubblica di Torino, volti alla restituzione delle cosce di prosciutto sequestrate previa “smarchiatura”, ossia privandole di ogni riferimento alla Dop. In tal modo, la predetta Autorità Giudiziaria ha definito le posizioni relative ai circa 250 soggetti deferiti nel corso delle indagini e ha presentato richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di 14 soggetti e 6 Società, contestando i reati di associazione per delinquere, frode in commercio, contraffazione di denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari, falsità in registri e notificazioni.

prosciutto di parma marchiatura foto consorzio
Secondo il rapporto Icqrf sono state smarchiate quasi un milione di cosce di suino ed escluse dai circuiti Dop, nell’ambito dello scandaolo Prosciuttopoli

Le posizioni dei restanti soggetti indagati sono state stralciate e trasferite alle 27 Procure della Repubblica, nel Nord e Centro Italia, competenti per territorio. L’Unità Investigativa Centrale ha ricevuto diverse deleghe da tali Procure per la definizione dei relativi fascicoli.

Procura della Repubblica di Pordenone

Nel corso del 2018 la Procura della Repubblica di Pordenone ha delegato l’esecuzione di 32 decreti di sequestro a carico di altrettanti operatori, disponendo il sequestro di 280.000 prosciutti Dop San Daniele e Parma, a causa del mancato rispetto dei rispettivi disciplinari di produzione in ordine al tipo genetico dei suini, all’alimentazione impiegata e al peso medio alla macellazione. Avverso i provvedimenti tutti gli indagati hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame, che, sulla base dei molteplici elementi di prova, ha confermato i provvedimenti cautelari. I prosciutti ancora presenti nei prosciuttifici, pari a 80.000, sono stati successivamente dissequestrati escludendoli dal circuito DOP con l’imposizione della smarchiatura. Nell’agosto 2018 sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a 62 persone fisiche, indagati a vario titolo in ordine ai reati di associazione per delinquere, frode in commercio nella forma aggravata, trattandosi di prodotti agroalimentari a denominazione di origine protetta, contraffazione di marchi, truffa ai danni di Ente pubblico, rivelazione di segreto d’ufficio.

L’Autorità Giudiziaria ha, inoltre, stralciato e trasmesso alla Procure della Repubblica competenti le posizioni di altri 10 soggetti indagati per gli stessi reati. A carico di 24 persone fisiche e di 10 società l’Autorità giudiziaia ha richiesto il rinvio a giudizio, mentre per le restanti 38 persone fisiche e 15 società è stata già fissata la prima udienza del processo. In tale fase, 3 degli indagati hanno chiesto di essere ammessi al patteggiamento.

 

Per leggere la prima parte dell’inchiesta Prosciuttopoli pubblicata il 16 aprile 2018 da Il Fatto Alimentare clicca qui.

Per leggere la seconda parte pubblicata il 3 maggio 2018 clicca qui.

Per leggere la terza parte pubblicata il 14 maggio 2018 clicca qui.

Per leggere la quarta parte pubblicata il 18 maggio 2018 clicca qui.

Per leggere la quinta parte pubblicata l’1 giugno 2018 clicca qui.

Per leggere la sesta parte  pubblicata il 17 agosto 2018  clicca qui.

Per leggere la settima parte pubblicata il 18 gennaio 2019 clicca qui.

Ma Gianni Zonin non vi ricorda Trump?

  informazionesenzafiltro.it 11.11.18

Gianni Zonin, ex direttore della Banca Popolare di Vicenza.

Le ferite dei risparmiatori fregati dalle sei banche fallite negli ultimi tre anni bruciano ancora, ma lontano dalle telecamere. Ne è riprova la burrascosa riunione romana dello scorso mercoledì al MEF tra il Ministro del rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro (M5S), il sottosegretario Alessio Bellarosa (economia) e i rappresentanti dei risparmiatori coinvolti, che hanno definito le attuali norme sui risarcimenti un “pantano legale”, un “campo minato” dal quale temono di non uscire più.

Si sapeva che la vicenda dei bail-inavrebbe avuto un lungo strascico. E in questo numero sul Veneto non poteva mancare un’incursione in questo dramma fatto di imbrogli, ingenuità, suicidi e soldi bruciati dove però occorre fare anche dei distinguo. E in questo ci aiuta il giornalista del Corriere della Sera Stefano Righi, autore del libro Il grande imbroglio.

 

 

Tu fai una precisa distinzione tra Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara, Banca delle Marche da una parte e Veneto Banca e Popolare di Vicenza dall’altra, dove nelle ultime due gli azionisti della prima ora hanno visto i loro guadagni moltiplicarsi negli anni. I soci veneti che hanno fatto un sacco di soldi sono gli stessi che poi li hanno persi e magari ora si lamentano?

In alcuni casi sì. Molti di questi piccoli soci locali identificavano la banca come un elemento di coesione sociale, come il Municipio o la parrocchia. Oggi fa sorridere, ma negli anni Novanta in Veneto verso il locale istituto di credito c’era una completa identificazione: molti riponevano la loro fiducia indiscriminata nella banca sotto casa dove conoscevano tutti, dal direttore al cassiere. Ci sono stati casi di imprenditori o semplici cittadini che hanno dato tutto alla banca e per molti anni questo ha funzionato, e avrebbe potuto funzionare ancora se non ci fossero stati brogli e una smania eccessiva di crescere. Molti hanno guadagnato cifre alte nel corso degli anni vendendo poi al momento giusto; altri hanno guadagnato tanto per poi perdere tutto. Non dimenticherò mai, all’ultima assemblea della Popolare di Vicenza, un fornaio di 82 anni che sul palco, in lacrime, raccontò coraggiosamente davanti a migliaia di persone come, dopo una vita di lavoro, avesse perso tutti i suoi risparmi finendo sul lastrico con una misera pensione.

A proposito di assemblee, nel tuo libro ne tratteggi un quadro impietoso con banchieri che compravano a colpi di buffet i voti dei soci i quali si muovevano come fossero a una sagra. Perché questo folklore manca nelle cronache di Etruria & company?

Perché Banca Etruria era quotata in borsa e le due venete no: per loro essere sul listino avrebbe comportato trasparenza. Ciò che è successo è potuto accadere certo per mancanza di controlli (Bankitalia), ma soprattutto per opacità nella governance e grazie al sistema di potere ad esempio creato da Gianni Zonin, che per 25 anni ha costruito attorno alla Popolare di Vicenza mura impenetrabili ai controlli esterni. Senza i vincoli delle quotate le due venete potevano far stabilire i prezzi delle loro azioni in modo arbitrario, con una semplice perizia di parte redatta da un professionista da loro scelto, che in caso di resistenze si poteva anche cambiare: le azioni venivano quindi sovrastimate e non avevano rapporto col mercato e coi fondamentali delle due banche.

Due banche che si sono affossate convincendo i soci a prendere a prestito soldi a patto che fossero usati per comprare azioni delle banche stesse, le cosiddette “baciate”, pratica vietatissima: possibile che a nessun risparmiatore o imprenditore, magari col figlio che faceva Economia alla Bocconi, sia suonato un campanello d’allarme?

Può anche essere che qualche figlio bocconiano sveglio abbia salvato l’interesse del padre, ma negli ultimi anni in Veneto c’era una tale euforia. Mentre fuori dalla regione Lehman Brothers falliva, la Grecia saltava e anche colossi come Unicredit avevano i loro grattacapi, le due venete continuavano ad attirare un numero impressionante di azionisti grazie ai rendimenti passati e alle cedole staccate regolarmente. I veneti si erano abituati al Bengodi, e quando all’ignoranza diffusa associ la cupidigia… tutto questo fa parte dell’animo umano. Il vero problema è che non ci sono stati controlli interni ed esterni per cui il malcostume diffuso è perdurato.

Veniamo a una teoria scomoda: nel crack delle venete risparmiatori e soci avrebbero pagato i peccati dell’imprenditoria locale, con Veneto Banca che comprava istituti in Est Europa (anche) per gestire il nero delle imprese del Nord Est su quei mercati mentre le cassette di sicurezza delle piccole filiali custodivano montagne di valuta estera, come dimostrò la storica rapina del 1984 alla sede centrale della Popolare di Asolo e Montebelluna (embrione di Veneto Banca): 112 cassette di sicurezza svuotate per un importo che si vocifera arrivasse ai 200 miliardi delle vecchie lire. È così?

Ti rispondo con un episodio. Ricordo un’altra assemblea di Veneto Banca dove un imprenditore si alzò per chiedere come mai la banca non avesse uno sportello a Timisoara (Romania) dove lui aveva un’attività. Senza batter ciglio il Presidente disse che avrebbe raccolto l’idea e che entro la fine dell’anno l’avrebbe aperto: e così fece, in barba a piani di espansione precedenti o a valutazioni di mercato. Certamente – e lo dico, sia chiaro, non avendo le prove – viene il sospetto che alcune attività di comodo siano state favorite da questa presenza bancaria all’estero. Le venete erano troppo piccole per fare questo tipo di operazioni estemporanee.

Altro elemento di differenza con le altre banche fallite è il management. Gianni Zonin della Popolare di Vicenza, come un satrapo in salsa palladiana, osannato in pubblico ma con comportamenti privati che oggi attribuiremmo a Trump: un giorno definisce i suoi collaboratori come i migliori che la banca abbia mai avuto e qualche mese dopo li mette alla porta senza spiegazioni, come hanno imparato sulla loro pelle i direttori generali che si sono alternati. Un giorno apre filiali in giro per l’Italia (spesso dove compra vigneti della sua azienda), un altro usa i soldi della banca per regalare soldi al convento dove la sorella è madre badessa. Nel caso di Mps o Etruria i manager di solito intascavano lauti e immeritati bonus in silenzio: perché i morigerati veneti hanno accettato comportamenti così sfrontati?

Perché Zonin era abile nelle relazioni sul territorio, e a Roma addirittura in Bankitalia, dalla quale assunse ex dirigenti. Del resto era presidente da 20 anni (presente in banca ancora prima con altre cariche), e pur non avendo deleghe operative in quegli anni costruì un sistema di potere che gli consentiva di decidere praticamente tutto, persino l’arredamento delle filiali. Per inciso: Zonin aveva una remunerazione di un milione di euro l’anno, superiore a quelle del presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli.

Un’altra caratteristica delle due venete è la rivalità tra Vicenza (Banca Popolare) e Montebelluna (Veneto Banca), con i rispettivi leader, Zonin e Vincenzo Consoli, ciascuno dei quali si credeva migliore dell’altro. Ora, rivalità e campanilismo sono tipicamente italiani, ma sembra che in Veneto sia quasi una ragion d’essere autodistruttiva.

Guarda che l’Italia fuori dalle grandi città è ancora Don Camillo-Peppone: il mio campanile deve essere più alto della torre della casa del Popolo. I due personaggi non si sono mai sopportati; quando si incontrarono ad Aquileia su pressing di Bankitalia, per valutare una fusione delle banche che presiedevano, i due si lasciarono in malo modo, per usare un eufemismo. Del resto Zonin e Consoli insistevano sullo stesso territorio, avevano grandissime ambizioni, ma soprattutto ciascuno aveva come obiettivo la distruzione dell’altro in quanto nemico. Ciascuno voleva prevalere sull’altro ma alla fine la base delle due banche si rivelò di frolla.

Già, la morale delle due banche venete è che ciascuna voleva diventare la più grande per gareggiare alla pari con le nazionali, ma alla fine si sono scassate a vicenda diventando boccone del pesce più grande, Intesa San Paolo, che le ha comprate per la simbolica e beffarda somma di un euro. Non è un po’ la stessa fine che stanno facendo alcune aziende venete azzannate dai cinesi, tipo la trevigiana Permasteelisa o il caso De Longhi?

Per risponderti sul parallelismo tra credito e industria devo fare un breve excursus storico. Il Veneto fino alla fine dell’800 era pura campagna; poi andò incontro a un’industrializzazione portentosa e l’arricchimento si fondava su due basi: il lavoro, tanto e ben fatto, e l’evasione fiscale. Questo ha portato al boom degli anni Novanta, dove il Veneto esportava quanto la Grecia. È però mancata cultura d’impresa; molto spesso c’erano aziende povere, ossia non patrimonializzate, controllate da imprenditori ricchi. Di imprese davvero grandi se ne contano poche – Benetton, ma è un caso mondiale – e il confronto con i mercati ti impone giocoforza di avere una certa massa critica oltre a sane e robuste capacità manageriali. Per esser chiari: oggi il principale brand veneto è il prosecco, ma la produzione attuale riesce malapena a coprire la metà di quello che uno dei principali importatori cinesi vorrebbe e potrebbe ordinare.

I produttori di latte svizzeri con l’acqua alla gola

Daniele Mariani tvsvizzera.it 16.2.19

In Sardegna i pastori protestano per il prezzo del latte troppo basso. Un problema che tocca da vicino anche la Svizzera, dove molti produttori sono ormai allo stremo.

Un uomo versa latte per strada attorniato dalla folla
I pastori sardi riversano latte in strada ad Oristano in segno di protesta. (Keystone)

“È drammatico, ma non mi sorprende”. Le notizie che giungono dalla Sardegna, dove i pastori stanno protestando contro il prezzo del latte considerato troppo basso, non stupiscono Berthe Darras, segretaria di UniterreLink esterno, un sindacato che si batte per un’agricoltura sostenibile e di prossimità.

In tutta Europa – e la Svizzera non fa eccezione – la pressione sui prezzi del latte è tale che il settore è un po’ come una pentola a pressione. Undici anni fa lo sciopero del latte, un movimento partito dalla Francia, si era propagato un po’ in tutto il continente.

TESTIMONIANZEContadini in crisi

Ogni anno, in Svizzera scompaiono centinaia di aziende agricole. Dietro a queste cifre si nascondono drammi umani e familiari, che a volte …Questo contenuto è stato pubblicato il 14 febbraio 2017 16.20

Da allora è cambiato poco o nulla: “Oggi la cosa più terribile è che i produttori svizzeri sono talmente disperati da non avere più nemmeno la forza di battersi. Molti smettono o passano all’allevamento di mucche da carne, altri continuano ma intaccano il loro capitale e infine alcuni si suicidano. È catastrofico”, afferma Berthe Darras.

“La cosa più terribile è che i produttori svizzeri sono talmente disperati da non avere più nemmeno la forza di battersi”.
Fine della citazione

Un prezzo ben al di sotto del costo di produzione

Attualmente, in Svizzera il prezzo indicativoLink esterno del chilo di latte è di 68 centesimi. Tuttavia, vi sono grandi differenze tra i tipi di latte. Per quello destinato alla produzione di formaggio, gli allevatori incassano circa 80 centesimi, mentre per quello industriale (che rappresenta circa i 2/3 del totale) il prezzo si aggira sui 55 centesimi.

Queste tariffe non coprono assolutamente il costo di produzione: negli allevamenti di pianura è di circa un franco al chilo, mentre in quelli di montagna si sale fino a 1,60 franchi.

Per compensare la differenza, i contadini svizzeri possono contare sui pagamenti direttiLink esterno. Questo strumento, che esiste anche in seno all’Unione Europea, copre diverse prestazioni di interesse generale, ad esempio per la preservazione del paesaggio o la salvaguardia della biodiversità. Inoltre, il mercato lattiero gode di altre forme di sostegno, ad esempio dei contributi all’esportazione o per la promozione dello smercio. La progressiva liberalizzazione e l’apertura del mercato hanno però ridotto fortemente questo tipo di sussidi. Dal 2000 al 2015 la somma è stata divisa quasi per tre: da oltre 700 milioni di franchi all’anno a meno di 300.

La svolta di fine millennio

Fino al 1999 il mercato del latte svizzero dipendeva direttamente dallo Stato, che garantiva il prezzo, l’acquisto e diceva quanto latte doveva essere prodotto. Inoltre, sovvenzionava le esportazioni di formaggio a suon di milioni. Negli anni ’90 spendeva circa un miliardo di franchi all’anno per sostenere queste esportazioni.

“Ciò ha però rovinato il valore del formaggio svizzero, spiega Stefan Kohler. Si è esportato molto formaggio, soprattutto Emmentaler e soprattutto verso l’Italia”. Il formaggio veniva in pratica venduto sottocosto. La differenza la copriva lo Stato svizzero. “I consumatori all’estero si sono così abituati a pagare poco per un prodotto che in realtà costava di più”. 

Con l’entrata in vigore degli accordi dell’Organizzazione internazionale del commercio, questi aiuti sono stati progressivamente aboliti e sostituiti dal sistema di pagamenti diretti non legati alla produzione.Fine della finestrella

“Metà del reddito dal mercato, l’altra metà dallo Stato”

Grazie soprattutto ai pagamenti diretti, i produttori di latte riescono a coprire il costo di produzione, sostiene Stefan Kohler, responsabile dell’Interprofessione del latteLink esterno, organizzazione che raggruppa parte dei produttori, dei trasformatori e dei dettaglianti. “Per ogni chilo di latte, gli allevatori ricevono dallo Stato circa 50 centesimi, stando a un rapporto del 2017Link esterno del Governo. In altre parole, metà del reddito dei contadini viene dal mercato, l’altra metà dallo Stato”, spiega Kohler.

I calcoli eseguiti da AgrideaLink esterno, un’associazione di consulenza agricola, giungono a una conclusione un po’ diversa. Gli allevatori di pianura ricevono dallo Stato 21 centesimi per chilo di latte, mentre quelli di montagna 56. Il costo di produzione supera il prezzo totale incassato di una cifra compresa tra 12 e 56 centesimi.

Grande distribuzione

Al di là di queste cifre, come si è giunti a una tale pressione sui prezzi? In Sardegna, i pastori puntano il dito contro l’industria casearia e la sovrapproduzione di Pecorino romano. In Svizzera, ad essere accusata di giocare al ribasso è soprattutto la grande distribuzione.

“Il problema – che si ritrova anche in altri paesi – è che i produttori di latte hanno pochissimo peso di fronte all’industria e soprattutto alla grande distribuzione, osserva Berthe Darras. In Svizzera c’è un duopolio (i distributori Coop e Migros) che detta le regole e applica margini di guadagno molto alti, circa il 30%”.

“Dobbiamo restare competitivi”

Secondo Stefan Kohler, è invece indispensabile mantenere un prezzo del latte non troppo elevato: “Dobbiamo pensare a tutta la filiera e non vogliamo che il prezzo sia troppo alto rispetto all’estero. È importante, altrimenti non abbiamo nessuna chance di fare concorrenza ai prodotti importati. Oggi i consumatori svizzeri si sono abituati ad avere certi prezzi”.

“Dobbiamo pensare a tutta la filiera e non vogliamo che il prezzo sia troppo alto rispetto all’estero”. 
Fine della citazione

Un rischio relativizzato dalla segretaria di Uniterre: “Per prodotti come latte di consumo, burro o panna non c’è un’apertura del mercato [per le importazioni di questi prodotti vi sono dazi doganali, ndr]. Rappresentano più del 50% del totale del latte lavorato. Se si aumentasse il prezzo di 50 centesimi, per arrivare a un costo al dettaglio di 1,90-2 franchi per un litro di latte, il consumatore pagherebbe da 30 a 35 franchi in più all’anno. È una cifra ridicola!”.

Per Stefan Kohler, le retribuzioni dei produttori di latte vanno sì aumentate, ma attraverso i pagamenti diretti. “Altre produzioni agricole – ad esempio quella di carne – godono di una maggiore protezione in Svizzera. È un sistema ingiusto, poiché per noi i costi sono gli stessi di quelli della produzione di carne. Il settore lattiero è però quello in cui i prezzi si avvicinano di più a quelli europei. Per questo nell’ambito della consultazione sulla Politica agricola 2022Link esterno (PA22+) chiediamo un aumento dei pagamenti diretti per i produttori di latte”.

Il futuro della politica agricola

Nel novembre 2018, il Governo svizzero ha avviato una consultazione sul PA22+, ovvero le linee guida della politica agricola a partire dal 2022.

I punti principali sono i seguenti: maggiore imprenditorialità, semplificazione delle procedure amministrative, incremento del valore aggiunto, riduzione dell’impronta ecologica.

Il sistema dei pagamenti diretti non viene rimesso in discussione. Il progetto prevede di versare 13,915 miliardi di franchi tra il 2022 e il 2025, pari a 3,478 miliardi di franchi all’anno. La somma è praticamente identica a quella prevista per il periodo 2018.Fine della finestrella

Fare ricadere il prezzo sul consumatore è fuori discussione: “È una pura illusione – sottolinea Kohler. Con un prezzo di un franco al chilo non avremmo più nessuna possibilità sulla maggior parte dei mercati”.

Mercato, produttività e innovazione

Sul fronte politico, la rivendicazione di intervenire per aumentare il prezzo pagato ai produttori non ha praticamente nessuna chance di essere ascoltata. Da anni, l’orientamento della politica agricola svizzera va nel senso di una maggiore liberalizzazione. E l’obiettivo della PA22+ è espresso a chiare lettere: “Rafforzare l’orientamento al mercato, il potenziale imprenditoriale, la responsabilità individuale e lo spirito innovativo dell’agricoltura”.

“Si parla solo di produttività, di ridurre i costi per arrivare a livelli simili di quelli europei – deplora Berthe Darras. Non si può domandare a un paese come la Svizzera, che ha un costo della vita molto alto, di avere costi di produzione come quelli europei. E in Europa succede la stessa cosa: si dice agli agricoltori che sono troppo cari rispetto ai brasiliani, ai messicani e così via”.

Per Stefan Kohler, la ristrutturazione del settore agricolo è però necessaria: “In Svizzera le aziende hanno in media una superficie di 22-23 ettari. Siamo molto lontani dai 1’000-2’000 ettari di alcune fattorie della Germania dell’est. Non vogliamo avere simili fabbriche di latte, vogliamo preservare delle strutture famigliari. Tuttavia, arrivare a una media di una trentina di ettari per azienda è positivo per tutto il settore”.

Reinventarsi

I produttori di latte che decidono di non tirare i remi in barca devono così reinventarsi. “Vi sono diversi progetti di distribuzione di latte equo. Si assiste a un boom di piccole cooperative. Vi è poi la vendita diretta, che funziona molto bene – spiega Berthe Darras. Ma a quale prezzo? Devono lavorare come pazzi. Il mestiere di contadino è di produrre. Non di essere nello stesso tempo un produttore, un trasformatore e un venditore”.

Scuole francesi sostituiscono “Madre” e “Padre” con “Genitore 1” e “Genitore 2”

zerohedge.com 15.2.19

Nell’ultimo esempio di correttezza politica dilaniato in Europa , l’Assemblea nazionale francese ha trasmesso questa settimana un progetto di riforma dell’istruzione che includeva un emendamento controverso per sostituire tutte le occorrenze delle parole “madre” e “padre” su documenti ufficiali relativi alla scuola con il Frasi “di genere neutro” “Genitore 1” e “Genitore 2”.

Il disegno di legge, che è stato sostenuto dal partito del presidente Emmanuel Macron, renderà la frequenza scolastica obbligatoria per tutti i bambini di tre anni.

“Questo emendamento mira a radicare la diversità familiare dei bambini nelle forme amministrative presentate a scuola”, ha detto il ministro REM Valérie Petit.

“Abbiamo famiglie che si trovano di fronte a casse di spunta bloccate in modelli sociali e familiari piuttosto antiquati: per noi questo articolo è una misura dell’uguaglianza sociale”.

Mentre i cambiamenti sono stati fatti apparentemente per fermare la discriminazione nei confronti dei genitori omosessuali, secondo il Christian Post, la misura è stata attaccata allo stesso modo dai conservatori e dai liberali. Persino il ministro dell’istruzione francese si è opposto all’emendamento.

Nel segno di quanto sia stata irta di polemiche questa disposizione, anche il presidente dell’associazione francese per i genitori omosessuali ha criticato la decisione, sostenendo che potrebbe creare una “gerarchia genitoriale”.

Tuttavia, non sono solo i conservatori a mettere in dubbio l’efficacia della nuova legislazione. Alexandre Urwicz, presidente dell’AFDH, l’associazione francese per genitori dello stesso sesso, si preoccupa che la legislazione possa creare una “gerarchia genitoriale”.

“Chi è” genitore numero 1 “e chi è” genitore numero 2 “?” chiede, aggiungendo che forse il meno controverso “padre, madre e rappresentante legale” è invece usato.

I conservatori hanno denunciato l’idea che i termini “madre” e “padre” sono vecchio stile, e un deputato ha sottolineato che in Francia moderna, oltre il 95% delle unioni civili sono tra le coppie dello stesso sesso, RT ha riferito.

“Quando sento che la gente dice che questo è un modello vecchio stile, vorrei ricordare alla gente che oggi tra i sindacati celebrati, civili o coniugali, circa il 95 per cento sono coppie uomo-donna”, ha  detto il deputato conservatore Xavier Breton dell’ultimo emendamento, il collega conservatore Fabien Di Filippo ha denunciato la mossa come una “ideologia terrificante”.

Altri conservatori hanno insistito sul fatto che avrebbero lavorato per abrogare il conto se e quando il loro partito tornasse al potere.

Laurent Wauquiez, leader del partito repubblicano dell’opposizione, ha dichiarato che “madre” e “padre” sarebbero stati reintegrati se il suo partito vincesse le elezioni.

“I nostri cittadini non condividono nulla con la classe politica e le politiche che stanno imponendo”, ha detto, secondo il Times.

Ludovine de la Rochère, leader della dimostrazione cattolica per tutti, che ha protestato contro l’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha definito i nuovi termini “assolutamente disumanizzanti”.

“I bambini hanno bisogno di una guida”, ha detto. “Questo emendamento va verso la scomparsa di riferimenti fondamentali”.

Anche se l’emendamento è respinto dal Senato francese, ritornerà all’Assemblea nazionale per ulteriori considerazioni. Tuttavia, si prevede che la misura superi la camera superiore.

Ma per ora almeno, la polemica ha almeno dimostrato foraggio per alcuni memi classici.

“Milano hai ROTTO!”. Per un giornale romano la capitale stravince su Milano. Verità o scempiaggini?

milanocittàstato.it 16.2.19

Nell’edizione di Sabato 16 e domenica 17 febbraio, il Foglio pubblica a tutta pagina un attacco a Milano. La retorica della città modello “ha stancato”. Non solo. In un confronto con Roma non c’è partita: stravince la capitale. Qui sotto le dieci motivazioni. C’è del vero o sono scempiaggini?

“Milano hai ROTTO!”: le debolezze di Milano e la presunta superiorità di Roma

#1 I grattacieli truccati

“Milano è seppellita sotto uno strato spesso del migliore top coat in circolazione. (…) Se Milano smettesse di ricoprirsi di top coat sembrerebbe sciatta. E disperata. La magia del top coat svanirebbe e lo skyline tornerebbe a essere il ricordo di uno skyline. Il Bosco Verticale un palazzotto con le piante sopra, la Biblioteca degli Alberi solo un’idea scema

#2 C’avete solo la nebbia

“Nebbia, fumi e nebulose. E’ questa l’atmosfera propria di Milano, quella di cui ha bisogno per camuffarsi meglio”.

#3 Milano Gangnam Style

“Un tour della città non può iniziare se non sei munito del kit giusto. Un asciugamano, una tuta, e le sneakers. Una volta che ti sei infilatole sneakers che portano tutti a Milano, quelle colorate, almeno sei tinte insieme, magari anche con del pelo fluo sopra, si può partire”.

#4 Milano è 10 anni indietro

“Dopo un’oretta a passo svelto in giro per Milano c’è bisogno di una pausa caffé- caffé al cocco per sentirsi un po’ esotici e scacciare le nebulose. Ovviamente da Starbucks. A Parigi, unica capitale europea degna di un confronto con Roma anche se millesettecento anni in meno si sentono, Starbucks è vuoto, in quasi tutti i quartieri. “Qui andava di moda dieci anni fa”, dice il ragazzo al bancone mentre si gira i pollici. Milano cerca di stare al passo con i tempi ma risulta comunque indietro se paragonata ad altre città, più a nord di lei“.

#5 La parlata: a Roma è una nuvola di beatitudine, a Milano unghie che grattano sulla lavagna

“La brevità è una caratteristica sofisticata ed è tutta romana. L’osso. I milanesi aumentano anche la lunghezza dei nomi propri mettendo davanti gli articoli, hanno bisogno di fare scena, di coprire la loro assenza di ciccia. La Clarissa. Il Federico. Il Gianni. A Roma semo pigri, nel parlà tojemo er più possibile, fosse pe noi useremmo solo tre vocali: oh, ah, eh. Per non sprecare fiato ci si chiama con i diminutivi: Cì, ao, frà, zì. Anche l’intercalare per eccellenza- daje – fra le righe vuol dire taglia corto. Si può ammirare la differenza fonetica totale con quello milanese: Tac, che può prendere una quantità infinita di a, Taaaaac. E’ brutto, te fa pizzico ar naso. Da una parte la rotondità arabeggiante che ti avvolge in una nuvola di beatitudine, dall’altra unghie che grattano sulla lavagna“.

#6 La retorica su Milano città modello ha rotto più dell’immondizia per strada

“Negli ultimi anni la trasformazione del capoluogo lombardo, che a detta dei più l’ha avvicinata alle altre capitali europee, sembra essere l’unica benedizione che salva il paese dall’inferno dell’arretratezza. Sono puliti. Sono fit. Sono incravattati. Milano è il modello da guardare, sostenere, imitare. Che il resto d’Italia, soprattutto il sud, si specchi, vergognandosi anche un po’ delle sue brutture. Questa retorica ha rotto quasi come la retorica del degrado che affligge Roma più della stessa immondizia per strada“.

#7 Se Roma sviluppasse le sue potenzialità Milano diventerebbe Busto Arsizio

“<<Bisogna sfruttare tutte le potenzialità che ha Roma>> sembra un po’ <<è intelligente ma non si applica>>, la frase più insulsa pronunciata dagli insegnanti di tutto il mondo. Beh. Intanto non vi conviene, se Roma mettesse a frutto tutte le sue potenzialità Milano diventerebbe immediatamente Busto Arsizio e nessuno ci metterebbe più piede nemmeno con le sneakers colorate”

#8 Il cibo a Milano è fuffa nebulosa, orecchie piene e panza vuota

“Roma si può permettere anche gli avocado-bar, sotto al sole può venirti voglia di addentare perfino un misero avocado-toast. Nell’immensa varietà, fra una gricia e una coratella, ci sta. A Milano no. Mangiare avocado nella nebbia diventa una presa in giro, ti deprime più di quanto tu non lo sia già. Oltre alle materie prime sempre più svilite a causa delle composizioni infichettite fino all’inverosimile, c’è la spiegazione nei minimi dettagli da parte del cameriere, talmente tanti dettagli su dove hanno preso quel pomodorino giallo che se ne sta lì mezzo ammosciato sul piatto vuoto, che si fredda tutto e ti passa la fame. Nebbia, fuffa nebulosa, orecchie piene e panza vuota, un modo di fare cibo che può piacere ai semplici“.

#9 Il futuro di Milano, paesotto di provincia, è posticcio

“Ma la differenza principale fra Roma e Milano, più che la dimensione spaziale (ovvio Roma è immensa, Milano è un paesotto di provincia a confronto) è quella temporale. Sono le categorie ontologiche a essere opposte. Roma è sempre, un circolo, sfondo perfetto per l’arte, di ogni genere – dai film alle serie tv alla musica, la scena musicale del momento è Roma: forza Achille Lauro, Noyz Narcos, Carl Brave, Franco 126, ma pure tutti quei soggettoni indie. Milano è progresso segnato, posticcio, linea dritta da elettroencefalogramma piatto. Non esiste se non nel futuro, un futuro promesso, già deciso”.

#10 E’ Roma, non Milano, l’emblema della modernità

“Roma non si adegua a questo tempo, non si sforza di essere alla moda, per questo nessuno potrà mai dire che è passata di moda. E’ Roma, non Milano, l’emblema della modernità“.

Estratti da: “Milano, hai rotto”, di Valeria Montebello, Il Foglio

L’amara macchietta del commendator Zampetti: “Non vedo l’ora che sia lunedì”

  informazione senzafiltro.it 6.2.19

Viaggio nella Lombardia malata di lavoro: un lavoratore su dieci soffre di workaholism. L’esperto: “Lavorare diventa dipendenza per colmare un vuoto”.

See you later, ci vediamo più tardi. La frase dell’indimenticato commendator Camillo Zampetti – commerciante di salumi nei cinepanettoni anni Ottanta – campeggia nel cimitero di Zelata di Bereguardo, nel Pavese. È l’omaggio collettivo e postumo a un personaggio simbolo, interpretato da Guido “Dogui” Nicheli, il lombardo “sbruffone” che ha inglesizzato la cadenza meneghina per farne una macchietta. La battuta incisa sulla lapide è il segno di come l’immaginazione sia diventata realtà, se chi poserà un fiore a ricordo di Nicheli ne rivedrà le movenze, scandite dall’ostentazione di non fermare la macchina produttiva: “Lavoro, guadagno, pago, pretendo!”, per citare un’altra frase simbolo.

 

L’ansia del fine settimana: “Non vedo l’ora che sia lunedì”

Così, se la macchietta attinge alla realtà e ne riscrive i destini, di un attore come Nicheli o dell’immaginario collettivo sulla paventata “velocità lombarda”, allora è necessario muoversi fuori e dentro il recinto dell’opinione comune sul “motore d’Italia”. Fuori c’è la pressione collettiva a “correre, produrre”, riassunta dal “lavoro-pago-pretendo”. Dentro c’è una dipendenza che diventa “ansia del fine settimana”, la necessità di riprendere a lavorare il lunedì per “superare il vuoto e sentirsi vivi”.

SALVATORE BONFIGLIO

Il quadro lo fornisce un esperto di dipendenze, Salvatore Bonfiglio, docente di Psicologia generale all’Università di Pavia: “La Lombardia – spiega – ospita molte persone in cerca di lavoro. Chi per bisogno e necessità, chi per maggiori opportunità e per migliorare e crescere. È facile che laddove la cultura del lavoro è preponderante, ci sia terreno più fertile per forme di dipendenza proprio da lavoro”.

 

Alcuni numeri: “Uno su dieci soffre di workaholism

La “dipendenza” in questo caso ha un nome chiaro: workaholism, ovvero la “compulsione a lavorare per superare una situazione di ansia”. È in sostanza il frutto del contesto che vede la persona produttiva come meritevole, ma che diventa malattia se i giorni di riposo dal lavoro diventano rumore di fondo aspettando il lunedì. 

Ci si muove, comunque, in un ambito ancora poco definito dalla casistica, ma alcuni dati a disposizione – non definitivi ma indicativi, secondo uno studio del 2011 – fanno riflettere: circa una persona su dieci in Europa soffrirebbe di dipendenza da lavoro; in Giappone – caso estremo – si arriva al 20% della popolazione. Il 10% è la stessa percentuale degli alcolisti, poco meno dei fumatori dipendenti da nicotina. Numeri oltre ogni aspettativa.

LO SCHEMA DELLE DIPENDENZE

Work addiction: dipendenza chiama dipendenza

Nell’attesa di un quadro più chiaro sulla work addiction, alcuni punti fermi: si tratta di una dipendenza, come il gioco d’azzardo o l’alcol. E quindi dipendenza chiama dipendenza, sostanze e farmaci compresi: “Chi ha una dipendenza da lavoro presenta disturbi del sonno, e l’uso di farmaci come le benzodiazepine (nell’immaginario collettivo i tranquillanti, N.d.R.), agiscono come cura di tali disturbi”, chiarisce Bonfiglio. Secondo lo studio citato precedentemente chi soffre di workaholism ha il 20 % di rischio in più di sviluppare altre dipendenze: sessuali, affettive, da sostanze.

L’insostenibilità dei “drogati di lavoro”: “Tanta fatica, poca resa”

Nella “quantità del lavoro” come necessità vitale, più che esigenza economica, il prezzo da pagare è la “qualità” del lavoro, con conseguenze pesanti per la persona colpita, l’ambiente di lavoro e la sicurezza a esso legata.

Il primo mito da sfatare riguarda la produttività: Non è detto che i workaholics rendano di più, mette in chiaro lo psicologo. Anzi: “Per queste persone lavorare tanto diventa un bisogno, come respirare e mangiare. Così si riduce la prestazione lavorativa, perchési lavora per lavorare, per colmare un bisogno emotivo, e non per una crescita professionale”.

Quindi, la qualità del lavoro:  “Chi è soddisfatto del proprio ambiente occupazionale e di quello che fa ha sicuramente una risorsa in più per non cadere nella dipendenza da lavoro. Ènecessario, però, stare attenti a non portarsi i compiti a casa, perché anche questa tendenza può nascondere un problema”. Il passo finale è la sicurezza:meglio si lavora, meno rischio c’è. Nella regione delle 53 morti bianche del 2018, il riferimento è ai fattori di rischio, a partire dallo “stress correlato, come formalizzato dal decreto legislativo 81 del 2008. 

 

“Se non dormi e pensi sempre al lavoro, forse hai un problema”

La possibile strada verso una guarigionepassa innanzitutto dalla consapevolezza: “Una persona affetta da dipendenza da lavoro – puntualizza il docente – difficilmente riconoscerà di avere questo problema. Però gli sarà più semplice riconoscere di avere difficoltà a dormireo altri problemi di salute”. 

Dalla consapevolezza personale a quella collettiva, il passo successivo consiste nel “considerare la qualità delle relazioni fra colleghi, delle pause nel lavoro, della creazione di uno spirito di gruppo. Non sempre i lavoratori si organizzano autonomamente in questo senso. Sta al datore di lavoro promuovere spazi e momenti di scambio e condivisione”. Più a lungo raggio la strada prevede una terapia integrata, fondata sulla psicoterapia, e sui gruppi di autoaiuto.

La chiosa di Bonfiglio è chiara: “La dipendenza da lavoro dovrebbe avere un riconoscimento maggiore, essendo così profondamente intrecciata con la cultura occidentale e con una società prestazionale, anche per l’importanza che assume il lavoro come status sociale. Per questi e altri motivi andrebbe trattata e affrontata non solo come una dipendenza psicologica ma anche e soprattutto come un problema sociale”.

È, tornando a Zampetti, la presa di coscienza del singolo e dei tanti, oltre il confine tra macchietta e realtà, oltre l’ennesima, fulminea, battuta: “Il mio non è un punto di vista, è un teorema! Chiaro?”

 

Foto di copertina by Instagram, Spaghetti Comedy

 

FINANZA/ La finta soluzione alla crisi che fa brindare le Borse

Ieri la Borsa italiana ha vissuto una giornata positiva, grazie alle voci sulle mosse che farà la Bce. Ciò non cambierà i problemi di fondo del sistema

16.02.2019 – Paolo Annoni ilsussidiario.net

Trader_borsa_esulta_lapresse
Lapresse

Ieri la Borsa italiana ha avuto una giornata di gloria e il Btp che fino a mezzogiorno non si sentiva molto bene ha recuperato tutte le perdite. A dare il via al rally sono state le parole di Benoît Cœuré secondo cui la Bce sta valutando un nuovo programma di finanziamenti per il settore bancario (Tltro). L’andamento economico finanziario dell’eurozona sta peggiorando rapidamente; gli indici di produzione industriale cominciano ad accusare il rallentamento globale e, soprattutto, rimangono sacche di criticità finanziaria importanti. In Italia l’economia è in difficoltà dopo due recessioni in dieci anni che hanno provato sia il bilancio statale che quello delle banche; in Germania abbiamo Deutsche Bank, poi abbiamo i campanelli d’allarme di Santander degli ultimissimi giorni con la notizia “clamorosa”, almeno tra gli investitori, del bond non richiamato. In questo contesto se la Bce non immette liquidità nel sistema, soprattutto bancario, il rischio è che salti tutto o che le tensioni diventino difficili da gestire. Ma non è solo la Bce perché sono le banche centrali globali, a partire dalla Fed, che dopo aver assistito all’andamento dei mercati del quarto trimestre hanno deciso di cambiare rotta.

Quello che ci dovrebbe interessare è a che condizioni e in che contesto avvenga il nuovo intervento della Bce. La risposta alla crisi del 2008, a livello globale, con un esperimento di immissione di liquidità senza precedenti non ha guarito l’economia, nemmeno quella americana, e in più ha aumentato le disuguaglianze perché di queste politiche ha beneficiato in modo molto più che proporzionale chi era più vicino “alle borse” o chi aveva una rendita finanziaria. Per gli altri molto poco e in più un’inflazione cattiva. In Europa la banca centrale ha agito più tardi e peggio delle altre e oggi difende un assetto, “l’euro”, che ha al suo interno enormi squilibri economico-politici non risolti. Sullo sfondo rimane l’elefante dello squilibrio commerciale americano finanziato a debito.

Se la liquidità concessa dalla Bce per salvare banche e Stato italiano ha come contropartita un giro di austerity o una patrimoniale, e le indicazioni in questo senso si moltiplicano, il circolo vizioso, quello che abbiamo sperimentato nel 2012, non si spezza. Non si risolvono i problemi di governance dell’Europa, non si risolve il problema di una valuta comune per regioni come Grecia o Calabria e altre come la Baviera, senza meccanismi di redistribuzione e con un’applicazione delle regole singolare come impariamo anche in queste settimane leggendo le non reazioni alla finanziaria spagnola e a quello che contiene come spesa corrente.

Le politiche di immissioni di liquidità senza una riforma dell’euro e dell’Europa e senza politica industriale non faranno altro che amplificare i fenomeni a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio: un continente che si condanna al nanismo politico nelle relazioni internazionali rimanendo solo un grande esportatore, e per questo ricattabile, oltretutto a vantaggio di una, o al massimo due nazioni; una crisi che acuisce la competizione interna e un aumento degli squilibri sociali tra una classe media sempre più ai margini e un gruppo di persone, tendenzialmente benestanti e tendenzialmente in alcune grandi città, che soffre molto di meno o addirittura ne beneficia. Questi sono gli squilibri che hanno prodotto i gilet gialli o l’emergere dei partiti populisti nel resto d’Europa.

Possiamo discutere all’infinito, ed è utile, di chi soffi sulla cenere del malcontento o di come quel malcontento si traduca politicamente, ma alla fine rimane la cenere incandescente su cui basta soffiare. In Italia, questi squilibri si declinano in modo particolare in una divaricazione sempre più evidente tra nord, esportatore e ancorato economicamente alla Germania, e sud, condannato anche dalla sua inefficienza cronica.

Oggi quindi registriamo il ritorno in grande stile delle banche centrali e da ultima, come sempre e come nel 2007/2008, della Bce spaventate dalla piega che ha preso l’economia e in Europa anche dagli effetti della folle e pazzesca stagione dell’austerity; una stagione imposta dalla Germania al resto del continente con l’esclusione della Francia per continuare a tenere in vita un sistema che ha, oggettivamente, fatto la fortuna dei tedeschi.

In questo contesto la Bce salva il sistema europeo, da Deutsche Bank a Santander, e in Italia lo salva, con i suoi corollari di austerity, distruzione della capacità produttiva e deflazione, perché ha un potere incontrastabile che è quello che deriva dall’essere l’unica entità che può emettere moneta e che può evitare il collasso; la lira, o il franco, non c’è più e lo Stato italiano non decide più la sua politica economica. Forse, quindi, il sistema passerà indenne anche questa crisi, ma gli effetti sono già adesso prevedibilissimi; ci chiediamo se questa sia una soluzione o solo un rinvio che anestetizza tutti e ci evita di porre rimedio e riformare, ma per davvero, un sistema che non funziona in quanto tale e sta producendo livelli di tensione e povertà che non si vedevano da qualche decennio. Con l’Europa sempre più fragile e facile da spezzare.

Nessuno si stupisca se tra cinque anni i populisti di oggi ci sembreranno dei disturbatori da assemblea di condominio.