La “cresta” delle banche sulla truffa dei diamanti per migliaia di clienti

Cristina Bassi – Luca Fazzo il giornale.it 22.2.19

Milano Si capisce che le banche spingessero presso i propri clienti, soprattutto vip e facoltosi, l’acquisto dei «diamanti da investimento». Gli istituti infatti, facendo da intermediari, incassavano una «cresta» ben maggiore rispetto alle commissioni previste per qualsiasi altro prodotto finanziario. Gli importi «ingentissimi» e le percentuali da capogiro, fin oltre il 20 per cento, sono riportati negli atti dell’inchiesta condotta dalla Gdf e coordinata dalla Procura di Milano sulla presunta truffa delle pietre preziose che vede 75 indagati, tra cui appunto cinque banche. Le pietre preziose, vendute come «bene rifugio», valevano meno della metà di quanto venivano pagate. Le vittime del raggiro, al netto dei personaggi noti, sarebbero migliaia e molte non sono ancora state identificate. Le Fiamme gialle si preparano a ricevere diluvi di denunce.

Le commissioni versate dalla Diamond private investment (Dpi) e dalla Intermarket diamond business (Idb) erano, scrive il gip Natalia Imarisio nel decreto di sequestro preventivo, tali da giustificare «un evidente interesse» delle banche «alla collaborazione». In tutto, le maggiori banche italiane avrebbero intascato più di cento milioni di euro. Ecco i dettagli. I rendimenti garantiti dai normali prodotti finanziari tradizionali si aggiravano intorno all’1-2 per cento dell’investimento sostenuto dal cliente. Per i diamanti invece crescevano di anno in anno ed erano arrivati al 15 per cento per il Banco Popolare, al 18 per cento per Unicredit, lo stesso per Mps, al 12 per cento per Intesa San Paolo. Le commissioni per Banco Bpm sono arrivate fino ad un astronomico 24,5 per cento nel 2016. C’erano poi «una tantum» e «commissioni aggiuntive» da milioni di euro. Spiega agli inquirenti un direttore di filiale: «Non ho mai visto alcun prodotto che garantisse alla banca un rendimento» così alto. Non solo. I dirigenti delle banche ricevevano dalle spa dei diamanti regali altrettanto preziosi. Soggiorni in hotel, reperti archeologici, smartphone, orecchini con (ça va sans dire) diamanti. Anche 150mila euro di donazione alla onlus dedicata al figlio morto giovane di un alto funzionario.

Le intese con Dpi e Idb, sottolinea il gip, sono stati sottoscritti dai vertici degli istituti, amministratori delegati e direttori generali compresi. Di un top manager, il presidente del comitato esecutivo di Bpm Pier Francesco Saviotti, il giudice fa il nome come firmatario di uno degli accordi chiave con i truffatori. E avverte: il pm attribuisce «per ora» le maggiori responsabilità ai funzionari delle banche. L’inchiesta, insomma, potrebbe allargarsi e anche salire di livello.

La gravità dei comportamenti delle banche, d’altronde, era ben chiara ai funzionari intercettati: «Oggettivamene con quelle due circolari lì lo pigliamo nel culo… non lo so se buttarmi dalla finestra o cosa fare», dice Piero Gaspardo, responsabile della pianificazione di Bpm. E salta fuori che oltre a intascare ricche provvigioni su ogni diamante rifilato ai risparmiatori, le banche approfittavano del business in un altro modo: costringendo le due società a partecipare ai loro aumenti di capitale. «Abbiamo deciso più o meno volontariamente di aderire massicciamente all’aumento di capitale del Banco Popolare. Sono arrivati con una calibro 9, me l’hanno puntata alla tempia, mi hanno detto firma qui», racconta al commercialista Claudio Giacobazzi della Idb.