Propizio è avere una cura. Lsd ed eroina, due storie stupefacenti

Piero Cipriano carmillaonline.it

22.2.19

Carrère direbbe che Propizio è avere ove recarsi. Partito, innumerevoli volte, mete, viaggi, incontri, gli hanno dato materia per i suoi libri. L’avversario, Romanzo russo, Limonov. L’anno scorso, dopo aver concluso la mia avventurosa trilogia della riluttanza-ai-manicomi (e il quarto libro su Basaglia che li riassume e chiude), ho fatto due viaggi, due viaggi alla Carrère, diciamo. Uno breve l’altro lungo. Entrambi densi, però.

Quello breve l’8 dicembre, verso Livorno, destinazione Premio Ciampi, il cantante alcolico che ora è diventato un premio. Smonto dalla notte in ospedale, e come (quasi) tutte le notti un tossico è venuto in pronto soccorso a reclamare fiale di benzodiazepine in vena, siccome il metadone che aveva in corpo non gli bastava, e io a smadonnare, sono le quattro del mattino, e vieni a svegliarmi per le benzodiazepine? Ecco: i tossici, gli eroinomani che ora sono diventati metadonomani, per noi psichiatri che lavoriamo negli ospedali e ci occupiamo di folli e non di tossici (e sì, vige ancora questa dicotomia), sono rotture di scatole. Soprattutto se ci svegliano di notte. Al mattino mi passa a prendere mia moglie, lei guida, figlia grande accanto, io e figlia piccola dietro. Invece di dormire il sonno del povero psichiatra che non ha dormito di notte in ospedale per colpa del tossico, leggo Piccola cittàdi Vanessa Roghi. Che mi riconcilia con i tossici. I tossici eroinomani, voglio dire. I poveri eroinomani fregati negli anni 70 e poi negli 80 (e che di nuovo ritornano a essere fregati in questi anni) dall’ingresso, nel mercato delle droghe, di una sostanza eroica, questa eroina che come nessun’altra sostanza mai, prima, e mai, dopo, leva il dolore, elimina la sofferenza, ogni tipo di sofferenza, fisica e mentale, ammesso che vogliamo indulgere su questa celebre separazione cartesiana, e induce un’assuefazione (e una conseguente drogomania) la più rapida, la più micidiale. Eppure, “senza la società”, scrive Vanessa Roghi, “il drogato non esisterebbe”, giacché sono stati necessari un’industria chimica per sintetizzare la morfina o altri oppioidi di sintesi, e medici che li hanno prescritti generosamente come antidolorifici, e farmacisti che li hanno venduti con manica altrettanto larga, e soltanto dopo che l’addiction è stata iatrogenicamente indotta, entra in gioco la complessa e piramidale organizzazione dello spaccio, fino all’ultimo anello: quel tipo di consumatore che, per potersi fare, spaccia. Insomma, come per gli psicofarmaci, anche qui l’innesco della dipendenza è iatrogeno. A genesi medica. Di sicuro negli anni 60 e poi 70, scrive Roghi, “la confusione tra le droghe era tanta”. Eroina, cocaina, anfetamine, Lsd, tutte sembravano funzionali al dropping out, ovvero rinunciare a lavorare, studiare, fare politica, secondo lo slogan del guru della rivoluzione psichedelica Timothy Leary (“Turn on, turn in, drop aut”). Nel 1971, quando l’Lsd e gli altri allucinogeni vengono inseriti nella tabella 1 degli stupefacenti (stessa sorte per le anfetamine), è la fine. Arriva sul mercato illegale prima la morfina a prezzi stracciati e poi l’eroina. Quando, nel 1975 (in Italia), viene approvata la legge 685 sulle tossicodipendenze, ciò che riuscirà a produrre saranno degli ambulatori dove come terapia alla dipendenza da eroina si eroga un altro oppioide, il metadone, il cui unico vantaggio è l’assunzione per bocca e non per buco. Inizia a diffondersi il modello delle comunità di recupero. Comunità, spesso confessionali, segnate (scrive Cecco Bellosi in Piccoli Gulag) dal “rapporto tra colpa e redenzione”, così come l’altra faccia della medaglia, per il tossico, ovvero il carcere, era/è “segnato dal rapporto tra delitto e castigo”. Comunità come luoghi di reclusione dove, senza neppure il dispositivo del TSO, poter trattenere persone, sine die.

Suggerisco, nel titolo, che propizio, nella vita degli umani, è avere come curarsi. La ricerca della droga è, tutto sommato, la ricerca del farmaco, o dello psicofarmaco perfetto.

Ancora Carrère: “Scrivere un libro, qualsiasi libro, richiede ciò che i giuristi chiamano un interesse ad agire”. Nel 1987 il padre di Vanessa viene arrestato, ecco che l’eroina entra nella sua storia, ecco che il suo è un libro in cui la sostanza eroica e la vita eroica di suo padre, e la sua, si embricano.

Ma l’eroina non è la mia storia, peraltro è una sostanza in cui non c’è niente di terapeutico (per quanto mi riguarda, per il mio specifico mestiere di psichiatra) da poter scoprire o riscoprire. Ecco perché il mio viaggio con questo libro è stato più breve dell’altro che ora vado a raccontare.

Nel 1994 mettevo piede nella Terza Clinica Psichiatrica dell’università di Roma, la Sapienza. La dirigeva Paolo Pancheri. A quel tempo, era lo psichiatra psicofarmacologo più in auge in Italia (la rivalità era con Pisa, con la scuola di Giovanni Battista Cassano). E tutti noi cosiddetti pancheriani, di riflesso, ci consideravamo dei grandi psicofarmacologi.

Dopo vent’anni dal mio ingresso nella psicofarmacologia, ho pubblicato Il manicomio chimico, dove racconto di questo immenso manicomio molecolare a cielo aperto. Gli psicofarmaci, le molecole attualmente sul mercato e prescrivibili, non sono la soluzione per l’ansia (le benzodiazepine determinano dipendenze feroci), non per la depressione (gli antidepressivi, come gli antibiotici, dopo qualche anno non funzionano più), non per le psicosi (gli antipsicotici sono come sabbia messa negli ingranaggi mentali, rallentano, paralizzano, creano neurolepsia, ovvero paralisi del sistema nervoso).

Quale potrebbe essere la soluzione allora? O meglio, se la soluzione terapeutica deve essere una sostanza, o una molecola, quale potrebbe essere?

Vengo all’altro viaggio (quello lungo, nel senso che ancora non è finito) fatto-leggendo-un-libro. Il 20 di agosto del 2018, in una spiaggia di Polignano a mare che era un carnaio stipato di corpi che nemmeno un girone dantesco, ho iniziato un viaggio acido. Premetto che, a causa della mia ipocondria minor, non sono mai stato uno psiconauta, in vita mia di drogastico (a parte il sesso) ho sperimentato solo alcol caffè mate e ginseng. Dunque mi trovavo in quella spiaggia manicomio pugliese, letteralmente sotto acido, nel senso che ero flesciato dalla lettura di LSD, il libro psichedelico di Agnese Codignola. Eppure sono del mestiere, la materia non doveva sorprendermi, e da psichiatra qual sono, seppur critico rispetto a psicofarmaci e relativista rispetto alle sostanze che chiamano droghe, non avrei dovuto lasciarmi folgorare sulla via dell’Lsd. Invece è successo.

Un libro rigoroso e documentatissimo. Nessuna concessione al self disclosure(dunque molto diverso da quello di Vanessa Roghi). Che Agnese non abbia mai assunto Lsd o psilocibina, per dire, lo svela in una intervista, mica nel libro. Come me, Agnese non si è mai fidata di prendersi sostanze fornite da pusher di origine ignota (è ciò che mi ha sempre dissuaso dallo sperimentare molecole illegali, sono un farmacologo, ho bisogno di sapere cosa e quanto, prescrivo agli altri, o introduco nel mio corpo).

Libro diviso in due parti. La prima: “come l’Lsd da farmaco diventa droga”.

Per serendipity, come sovente accadono le scoperte, nell’aprile del 1943, il chimico svizzero Albert Hofmann ci ripensa, e torna su una sostanza che ha sintetizzato nel 1938, l’Lsd-25 (ovvero la venticinquesima provetta di dietilammide di acido lisergico). L’ha sintetizzata studiando la Claviceps purpurea (o ergot), un fungo che provoca una malattia dei cereali detta segale cornuta. Insomma, sintetizza questo derivato sintetico dell’ergot e si espone ai suoi effetti allucinogeni, che sono noti da secoli, perciò lui non è del tutto impreparato, e decide di assumerne 250 microgrammi, sperimentarlo su di sé. Subito capisce di aver sintetizzato una sostanza di straordinaria potenza, proprio per questo molto difficile (infatti Lsd. Il mio bambino difficile, è il titolo del libro in cui riassume la vicenda). A questo punto inizia una staffetta di diversi personaggi che si occuperanno di Lsd e molecole simili. Humphry Osmond, in Canada, a partire dal 1953, usa l’Lsd per trattare gli alcolisti. Ribadisco che siamo all’esordio dell’era psicofarmacologica, che debutta col neurolettico cloropromazina, e con l’antidepressivo triciclico imipramina, e poco dopo con l’ansiolitica benzodiazepina clordiazepossido. L’Lsd è solo una delle decine (se non centinaia) di molecole in ballo che devono guadagnarsi il titolo di psicofarmaco. Ronald Sandison, in quegli anni, mette a punto la terapia psicolitica, che consiste in piccole somministrazioni ripetute a dosi crescenti di Lsd, invece che una sola a dose alta (che costituisce la terapia psichedelica di Osmond). Entrambi si propongono di ottenere la cosiddetta Ego dissolution (l’effetto più prodigioso di Lsd e simili, su cui Codignola insiste molto), seppure con modalità diverse.

Humphry Osmond. E’ lo psichiatra a cui Aldous Huxley si affida per sperimentare la mescalina prima e l’Lsd poi. Strano percorso, quello di Huxley. Nel 1932, nel suo romanzo distopico (e profetico) Il mondo nuovo, immagina una società in cui tutti assumono una molecola (il Soma). E ne denuncia il pericolo. Vent’anni dopo, si lascia convincere da Hofmann e somministrare da Osmond il farmaco psichedelico (termine coniato da Osmond proprio). Dopo l’auto sperimentazione, il giudizio di Huxley cambia. Lo scrive in vari libri: Le porte della percezione, Paradiso e inferno, L’isola. Al punto che, quando sta per morire, si fa accompagnare da un’iniezione di Lsd somministrata da sua moglie.

Poi guadagna la scena lo psicologo di Harvard Timothy Leary, che dopo aver assunto i funghi magici messicani intuisce la potenzialità degli psichedelici di arrivare dove le varie forme di psicoterapia, inclusa la psicanalisi, non riescono. Dal 1961 inizia a sperimentare prima il principio attivo dei funghi magici (la psilocibina) e poi l’Lsd stesso, con l’intento di mettere a punto un’instant psychoanalysis, capace di destrutturare i circoli viziosi psichici, e sostituirli con processi mentali più efficaci. Le sperimentazioni di Timothy Leary e del suo socio Richard Alpert (perfino sui detenuti sperimentano, con risultati clamorosi: fuori dalla prigione chi aveva assunto psilocibina era meno propenso a delinquere), tuttavia, si rivelarono metodologicamente deboli (gli stessi sperimentatori, nel corso delle sperimentazioni, assumevano le sostanze). Espulsi dall’università, intraprendono una deriva mistica, il discorso di Leary si impregna di metafore mistico-ufologico-cosmogoniche. Viene perfino arrestato, per banale possesso di marjuana, e definito da Nixon (non uno stinco di santo) “l’uomo più pericoloso d’America” (mettiamoci nei panni dei giovani americani mandati a morire in Vietnam, chi era, l’uomo più pericoloso d’America, se non il comandante in capo?).

Malgrado i buoni propositi, Leary getta cattiva luce su Lsd e simili.

Altri sperimentatori, in quegli anni, sono più prudenti. In Messico Salvador Roquet dalla fine dei Cinquanta studia gli effetti della mescalina (il principio attivo dei cactus Peyote e San Pedro). A differenza di tutti gli altri che si occupavano di Lsd, non solo lui è un etnobotanico, ma proviene dalla stessa cultura indigena messicana che da secoli ha consuetudine con funghi magici e cactus psichedelici. Inizia a sperimentare Lsd e ketamina, psilocibina e Salvia divinorum, Peyote e ayahuasca. Ma a differenza del metodo Leary, Roquet e la sua equipe non assumono mai gli psichedelici nel corso delle sperimentazioni. Il suo schema era: 10-12 sedute in un anno, ogni seduta dalle 8 alle 20 ore. L’esperienza di ogni seduta si poteva schematicamente suddividere in quattro fasi. Nella prima accadono le distorsioni sensoriali, nella seconda le visioni mistiche, nella terza emerge l’ansia associata a ricordi infantili, dunque angoscia per la catarsi dovuta alla dissoluzione della vecchia personalità con ricostituzione di un nuovo sé, nella quarta fase si organizza un nuovo modo di pensare e di essere.

Stanislav Grof a quel tempo assiste alle sedute di Roquet, e crede fermamente nelle potenzialità dell’Lsd (“usato responsabilmente e con la dovuta cautela”, sostiene, “potrebbe essere per la psichiatria ciò che il microscopio è stato per la medicina e il telescopio per l’astronomia”), riprende le quattro fasi descritte da Roquet, e le suddivide in: una fase estetica (visioni coloratissime, senza valenza terapeutica), una fase psicodinamica (ricordi del passato, traumi),una fase perinatale (sensazione analoga al parto, come si rinascesse, si assumono posture neonatali) e una fase transpersonale (quella della ego dissolution, dove la coscienza personale si fonde col cosmo, con esperienze potenti di telepatia, bilocazione, viaggi nel tempo, incontri con divinità, defunti). Quando l’Lsd viene reso illegale, e posto nella tabella 1 degli stupefacenti, Grof ripiega su metodi alternativi per procurare l’ego dissolution, e inizia a lavorare sul respiro (il metodo della respirazione olotropica).

A questo punto l’Lsd inizia la parabola che lo porta a non essere più un farmaco. Comincia, dal 1966, una campagna mediatica che demonizza la molecola di Hofmann. Il New York Times racconta di una bambina resa selvaggia da (forse) una zolletta di zucchero all’Lsd. Il Time titola: Epidemia di menti acide. Gli allucinogeni, dopo le sperimentazioni selvagge di Leary, vengono usati in massa nei campus. Facile immaginare che l’assunzione non sia oculata (voglio dire: né per dosaggio né per utilizzo di prodotto puro), ma selvaggia appunto, e spesso in poliassunzione con altre sostanze. Nessuna attenzione al setting di utilizzo (che è decisivo, nell’assunzione degli psichedelici, perchè il setting condiziona fortemente gli effetti). Dunque ecco l’enfasi mediatica sui bad trip e su quel tipo di permanenza di allucinazione a lungo termine, possibile ma molto rara, oggi definita HPPD, hallucinogen persisiting perception disorder (disturbo persistente della percezione da allucinogeni).

Ricapitolando. Fino al 1967 l’Lsd è ancora legale. Ma per questa escalation di demonizzazione mediatica, nel 1966 negli USA viene inserito nella lista dei narcotici, e nel 1968 ne viene vietato l’utilizzo per ricerca. Inizia una reazione a catena. L’ECOSOC (Economic and social council delle Nazioni Unite) ne chiede la limitazione ai soli ambiti di ricerca e terapia. Nel 1971 i rappresentanti dei paesi dell’ONU, riuniti a Vienna, stipulano la Convenzione sulle sostanze psicotrope, che dà una sterzata alquanto proibizionista. Vengono formulati quattro elenchi di sostanze. Nella prima tabella, vi sono i principi attivi più pericolosi (attualmente 62), dove insieme a anfetamine cannabis ed ecstasy vengono inseriti gli allucinogeni Lsd e psilocibina. Nella seconda tabella (oggi) vi sono 17 sostanze, prodotte per lo più da aziende farmaceutiche, tra queste la morfina. Nella terza tabella sono 9 i principi attivi, tra cui i barbiturici. Nella quarta abbiamo 62 sostanze, tra cui le benzodiazepine.

Ecco che gli allucinogeni vengono a essere ritenuti più pericolosi della morfina e dei barbiturici.

Non rientrano invece, nella Convenzione sulle sostanze psicotrope, sostanzesporche (ovvero composte da diversi principi attivi) quali l’ayahuasca o i funghi magici interi.

E così, nel 1971, Lsd e simili, da farmaci a dir poco promettenti, diventano droghe le più temibili.

Il libro di Codignola, nella seconda parte cambia verso. Racconta come, dagli anni 70 a oggi, in modo carsico, queste molecole tornano a essere considerate promettentissimi farmaci.

Ritorniamo in Svizzera, là dove con Hofmann tutto ha avuto inizio. A Soletta c’è uno psichiatra, si chiama Peter Gasser. Da quando l’Lsd da farmaco viene declassato a droga, Peter Gasser è stato il primo al mondo a poterlo utilizzare (e studiare) di nuovo. Nel 1985 è tra i fondatori dell’Associazione medica svizzera per la terapia psicolitica. Nel 1988 l’ufficio federale di sanità pubblica autorizza Gasser, insieme a altri quattro psichiatri, a sperimentale Lsd e MDMA (ecstasy). L’Lsd torna, per quattro anni e mezzo, a essere un farmaco. Poi il governo cambia e l’Lsd viene di nuovo vietato. Ma intanto, per quei “sessanta mesi felici”, cinque specialisti hanno potuto somministrarlo a 171 pazienti affetti da disturbi della personalità, dell’adattamento, disturbi affettivi, del comportamento alimentare, dipendenze, deviazioni sessuali. Somministrano 125 mg di MDMA oppure Lsd (posologia compresa tra 100 e 400 microgrammi, per conseguire un effetto intermedio tra quello psicolitico di Leuner e quello psichedelico di Grof). I risultati? Nel novanta per cento dei pazienti c’è un cambiamento esistenziale profondo. Snza effetti avversi (tra i pazienti). Tra i medici sperimentatori, invece, uno dei cinque prende la via mistica, intraprende il destino di Timothy Leary insomma. E’ Samuel Widmer, che fonda una comune, la Comunità dei boccioli di ciliegio, dove vive con due mogli e con un paio di centinaia di adepti. Gasser, invece, continua a lavorare privatamente. Non può più prescrivere Lsd, ovviamente, ma non si arrende al divieto. Nel 1996 chiede di poter sperimentare la psilocibina sui depressi gravi. Non viene autorizzato. Ci riprova nel 2000. Ancora niente. Nel 2007 ottiene di poter somministrare, in modalità compassionevole, Lsd a malati terminali. I risultati sono molto buoni.

Qualcosa è cambiato. Anche in altri paesi le cose si muovono. Dal 2010 anche negli USA si inizia, di nuovo, a sperimentare gli allucinogeni. Charles Grob, psichiatra dell’università di Baltimora, sperimenta la psilocibina a dosi molto basse (20-30 mg), con risultati soddisfacenti. Stephen Ross, psichiatra di New York, somministra psilocibina a malati terminali. Anche in questo caso le persone stanno meglio. E così via. Altri sperimentatori. Altri studi. Altre ricerche.

A questo punto Codignola ci presenta un personaggio incredibile, si chiama Amanda Feilding, è una contessa, erede degli Asburgo, è stata un’adolescente inquieta che dopo aver lasciato le scuole è andata in Medio Oriente a cercare se stessa. Torna, e si fissa sulla trapanazione del cranio, per espandere la coscienza. E si fa davvero trapanare, il cranio, mica no, perché l’idea è che se il sangue fluisce più liberamente, senza la costrizione cranica, la coscienza riesce a espandersi. Si candida al parlamento inglese, sia nel 79 che nell’83, con un solo scopo: ottenere una legge che renda legale e rimborsabile la trapanazione del cranio. State pensando che non ha tutte le rotelle al posto. In effetti, pure a me, sembrerebbe. Tuttavia, nel 1996, fonda la Foundation to Further Counsciousness, che diventa poi la Beckley Foundation, il cui scopo principale è sostenere la ricerca in materia di sostanze psicoattive. Inizia a collaborare con l’Imperial College di Londra e con David Nutt. Amanda Feilding è convinta che assumere Lsd aumenti la capacità di problem solving. Migliori le prestazioni cognitive. Ne è persuasa non solo per la sua personale esperienza (pare che quando giochi a bridge sotto Lsd non abbia rivali), ma alla luce della crescente diffusione del microdosing tra i geniali pensatori della Silicon Valley. E così, decide di finanziare uno studio per dimostrare che piccole dosi di Lsd (meno di 50 microgrammi, da assumere due volte a settimana, per un mese) migliorano le prestazioni cognitive.

Si chiama James Fadiman, e si professa il massimo esperto al mondo di microdosing di Lsd. I suoi primi studi non sono metodologicamente buoni. D’altra parte, è un allievo di Timothy Leary, e forse ne eredita anche i limiti. Somministra mescalina in dose di 200 milligrammi a ingegneri, architetti, matematici, dimostrando un aumento della loro creatività. Tuttavia omette, nella descrizione dello studio, che insieme alla mescalina ha somministrato un’anfetamina e una benzodiazepina, inficiandone il risultato. Invece lo studio che pubblica nel 2015, su persone che hanno assunto microdosi di Lsd una volta ogni quattro giorni, ottenendo una stabilizzazione dell’umore, pare buono. Il suo metodo si diffonde, fa presa in una scrittrice moglie di un premio Pulizer, Aylet Waldman, che pubblica nel 2017 A really good day: how the microdosing made a mega difference in my mood, my marriage, and my life. Convinta da Fadiman, inizia la cura, e la sua vita cambia. La depressione sparisce. Ecco che il microdosing, da espediente per migliorare l’intelligenza e la creatività, diventa antidepressivo e stabilizzatore dell’umore. Sembra avverata la profezia di Huxley: il microdosing di Lsd somiglia al Soma che lui descrive nel Il mondo nuovo.

Amanda Feilding si lega a David Nutt. Chi è David Nutt. Classe 1951. Neurofarmacologo. Debutta nel 1982, con un primo studio importante sulle benzodiazepine. Sappiamo ormai, anche grazie a lui, che queste molecole hanno un effetto tranquillante perché si legano al recettore del GABA, che è un neurotrasmettitore inibitorio, e dunque inibiscono, ecco perché sedano, calmano, levano l’ansia. Dal 2009 dirige la cattedra di neuropsicofarmacologia dell’Imperial College. Nel 2007 su The Lancet pubblica un articolo dove domanda quale sia il criterio per definire se una sostanza è pericolosa o no. Sul Journal of Psycopharmacology pubblica il caso di una ragazza affetta da equasy. Una sindrome mai sentita prima. Un danno cerebrale da equasy, scrive. Racconta di centinaia di persone che, ogni anno, conseguono una cerebropatia da equasy, bisognerebbe inserirlo in tabella 1, l’equasy, insieme a Lsd e psilocibina. Invece (la faccio breve) equasy sta per equine addiction syndrome, quella voglia compulsiva di andare a cavallo. Si sa che da cavallo a volte si cade, e se cadi da cavallo facile che ti rompi la testa. Solo negli USA, ogni anno, più di diecimila persone riportano traumi cerebrali da caduta da cavallo. Lo stesso si potrebbe dire per boxe, rugby, sci, free climbing, andare in moto, fare ciclismo, e così via. Per cui, prosegue Nutt, nel demonizzare certe sostanze grande è stato il ruolo dell’informazione, appena accade un incidente da ecstasy o Lsd giù i titoloni, delle centinaia di decessi da paracetamolo, o da benzodiazepine, niente. Sono troppi, non fa notizia.

Il risultato di questa provocazione (che non la fa Marco Pannella, per dire, ma il prestigioso neurofarmacologo dell’Imperial College) è una richiesta di scuse, da parte della segretaria di stato per gli affari interni, nei confronti delle famiglie delle vittime di ecstasy. Sembra di sentire Giovanardi. O Maurizio Gasparri. Politici che non sanno un accidenti di farmacodinamica, eppure sproloquiano su quale sia il male assoluto per i giovani.

Nutt non si scusa. E perde il posto di capo dell’Advisory Council of the Misuse of Drugs. Invece rilancia. Nel 2010 pubblica su The Lancet una sorprendente analisi sulla reale pericolosità delle sostanze. La più pericolosa è l’alcol, subito dopo l’eroina, poi il crack poi la metanfetamina poi la cocaina poi il tabacco quindi anfetamine e cannabis. In fondo alla classifica l’Lsd e la psilocibina dei funghi magici.

Ma queste provocazioni di Nutt sono controproducenti, nel 2016 viene approvata la nuova legge inglese sulle sostanze psicoattive, lo Psychoactive Substances Act. Dove, per non sbagliare, si proibisce “qualunque sostanza per uso umano capace di produrre effetti psicoattivi”. Tutte. Salvo le sostanze già legali quali alcol, tabacco, nicotina, caffeina, alimenti vari. Tutto vietato, a eccezione della più pericolosa delle droghe: l’alcol.

Nello stesso anno però, a neutralizzare questo provvedimento, che azzera qualunque prospettiva di ricerca sulle sostanze psicoattive nel Regno Unito, inizia una serie di rigorose pubblicazioni, da parte di un allievo di Nutt: Robin Carhart-Harris. Non è un medico, ma uno psicologo, ha letto Stanislav Grof, Realms of the human unconscious: observations from Lsd research, e si è proposto di indagare la coscienza con tecniche di neuroimaging. Inizia a fotografare il cervello sotto psilocibina, sottopone dieci persone a due RMN funzionali, prima e dopo l’iniezione di 2 mg di psilocibina. Cosa cambia nei cervelli? Si attivano straordinariamente le aree della memoria: zone limbiche, striatali e corteccia prefrontale mediale, aree visive e sensoriali si attivano proprio mentre i volontari riferiscono visioni e ricordi. Carhart-Harris passa poi a un esperimento con Lsd. Venti volontari sani, ricevono 75 mg di Lsd o di placebo, in vena. Registra i cambiamenti cerebrali con RMNf e altre tecniche di imaging cerebrale. Nel 2016, in aprile, pubblica lo studio dove rivendica di aver scoperto il bosone di Higgs delle neuroscienze.

Sì ma cosa significa tutto ciò? Carhart-Harris e Nutt provano a spiegarlo in questi termini. Il cervello è sottoposto a un’organizzazione gerarchica. Come fosse uno stato. Alcune aree rappresentano dei centri di comando rispetto ad altre. I centri di comando, le alte sfere, i vertici sarebbero il talamo, la corteccia posteriore cingolata, la corteccia prefrontale mediale. Aree di controllo e supervisione costituite, perlopiù, da neuroni serotoninergici. E l’Lsd si lega soprattutto ai recettori serotoninergici 5HT2A. Queste aree di controllo vengono definite DMN (Default Mode Network), la cui attività è, di norma, inibitoria. Un cervello, per scegliere bene, non può tener conto delle migliaia di stimoli che riceve. Lsd e psilocibina sostituiscono la serotonina nel legame ai recettori serotoninergici delle aree DMN, aboliscono l’inibizione che la serotonina determina, slatentizzano la possibilità di una iper-percezione, danno vita a un cervello anarchico, a una mente entropica, dove domina il caos. Come uno stato senza più governo, ovvero una società anarchica, dove tutte le aree cerebrali, tutti i neuroni, si connettono con aree mai incontrate prima.

E’ la cosiddetta ego dissolution.

Il risultato di questa rivoluzione, rispetto all’ordine costituito mentale però, non è il caos bensì una nuova organizzazione, non più disfunzionale, non più basata sui vecchi meccanismi.

L’Lsd e la psilocibina fanno ciò che neppure vent’anni di psicoanalisi sono capaci di fare. Davvero una sorta di psicoanalisi subitanea. E penso non solo al tempo risparmiato, ma pure al denaro.

Le neuroimmagini di Carhart-Harris dimostrano che tutto quanto di stupefacente il soggetto (che ha assunto Lsd o psilocibina) esperisce, ovvero di appartenere a un diverso universo, dipende dalle molteplici, nuove, diverse connessioni che nel cervello si sono formate dopo l’interruzione del DMN.

Scrive Codignola che “i neuroni, sganciati dalla rigidità delle vie obbligate, diventerebbero entità cosmopolite, libere e desiderose di comunicare le une con le altre, capaci di esprimere livelli di immaginazione creativa molto più complessi rispetto al normale e di modificare per sempre la percezione di sé e della vita”.

Ricapitolando. Cosa dimostra, nei suoi studi con la RMNf, Carhart-Harris? Nell’ordine: che con Lsd si attivano neuroni serotoninergici, e grazie a loro accade l’ego dissolution, e quanto maggiore è il dosaggio di Lsd tanto maggiore è l’entropia cerebrale che determina e quindi l’ego dissolution e dunque maggiore sarà il cambiamento di approccio all’esistenza che ne deriva.

Un dato che emerge, oltre alle dispercezioni, è una notevole attivazione semantica. Al cervello affluiscono più parole, perché non c’è il filtro del DMN. Chiaro che l’aumento della creatività verbale torna buona in una eventuale psicoterapia associata a Lsd o psilocibina. Con Lsd, inoltre, aumentano le sinestesie. Aumenta la suggestionabilità. Quindi possiamo immaginare che aumenti la suggestionabilità a quel che emerge nel corso di un colloquio psicoterapico. Diventa, in ogni caso, un potente acceleratore dei tempi della psicoterapia.

Nel 2016 viene pubblicato su The Lancetuno studio sul ruolo della psilocibina nella depressione. Due dosi, di 10 e 25 mg a distanza di una settimana, hanno un effetto antidepressivo nei due terzi dei pazienti. Secondo Carhart-Harris, ciò avviene per l’effetto di inibizione della psilocibina sul DMN. Ciò che non sappiamo è: perché Lsd e psilocibina, legandosi ai recettori 5HT2A risultano tanto più potenti dell’agonista naturale, ovvero della serotonina?

La risposta prova a darla il farmacologo Bryan Roth, che è riuscito a fotografare l’Lsd legato al recettore serotoninergico, e ha visto che la sua durata d’azione è davvero lunga: una dozzina di ore se non giorni se non per sempre. Ciò perché il recettore serotoninergico, appena aggancia l’Lsd, lo ricopre con un lembo, lo inguaina, tenendolo fermo per ore o giorni. Un comportamento assolutamente raro. Ciò confermerebbe che il microdosing funziona, proprio perché bastano dosi molto basse per ottenere un effetto antidepressivo.

Direi che per ora può bastare così. Negli anni 70 c’è stato questo switch. Dalla sostanza di vita, alla sostanza di morte. Si chiudono i rubinetti dell’Lsd, che viene posto in tabella 1, tra le droghe più pericolose. E si aprono (sul mercato dello spaccio) i rubinetti dell’eroina. Lei sì, la sostanza che uccide.

E’ venuto il momento di rivalutare Lsd, psilocibina, mescalina.

Propizio, delle volte, è avere libri da leggere. Leggeteli entrambi. Due libri che si legano. Che mi istigano a continuare la loro narrazione. Una narrazione su due sostanze temutissime, narrazione iniziata da una storica, proseguita da una chimica, e chi meglio di uno psichiatra, che è un mezzo chimico e un mezzo storico la può continuare?

Mentre leggevo i due libri ci pensavo. Non sono né uno storico né un chimico. Uno psichiatra, in effetti, è uno storico mancato, uno storico imperfetto, uno che non conosce mai bene la storia delle persone che incontra né conosce la sua storia, la storia di se stesso agente della psichiatria, voglio dire, in questo senso è un commesso un po’ stupido che si incarica di normalizzare per quel che può la minoranza deviante, e però lo fa coi farmaci, e dunque è per forza una specie di chimico, ma un chimico imperfetto, che non conosce bene la chimica, non conosce il meccanismo d’azione dei farmaci che prescrive, li dà ex aiuvantibus perché non conosce come funziona quel cervello che con quei farmaci bersaglia e cerca di cambiare e tutto sommato cambia, solo che non sa come. Quindi io sono meno di uno storico e meno di un chimico però mezzo più mezzo non sempre fa uno ma può far due o può far pure tre. Non lo dico io lo diceva Basaglia (e no, non lo rinnego né lo dimentico, il mio nume, solo perché adesso ho deciso di tornare a occuparmi di farmaci) citando Gramsci, che il nuovo intellettuale sarà sostenuto non più dal pessimismo della ragione (gli antipsicotici) ma dall’ottimismo della volontà (l’Lsd), e con l’ottimismo della volontà mezzo più mezzo può far due o anche tre. Voglio dire che questo specialista imperfetto incompleto indefinito monco che sono proverà a continuare la narrazione di queste due straordinarie narratrici, diverse ma efficacissime e che hanno pubblicato, lo scorso anno, due libri fondamentali. Propizio è stato avere questi due libri da leggere. Propizio è avere “un interesse ad agire”. Adesso lo sapete, dove andrà a parare il mio prossimo saggio narrativo (à la Carrère, naturalmente).

COLLEZIONISTI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! UNICREDIT METTE IN VENDITA IL SUO PATRIMONIO ARTISTICO – SONO 60MILA OPERE: TINTORETTO, ANDY WARHOL, DE CHIRICO, GUTTUSO. IL SETTORE NON È PIÙ CONSIDERATO STRATEGICO E MUSTIER CON IL RICAVATO VUOLE FINANZIARE IL “SOCIAL IMPACT BANKING”, OVVERO FINANZIAMENTI A PERSONE E IMPRESE CHE ABBIANO UN IMPATTO SULLA SOCIETÀ

dagospia.com 22.2.19

Francesco Rigatelli per “la Stampa”

 

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Unicredit mette in vendita la sua collezione d’ arte. Si tratta di 60mila opere, da Tintoretto ad Andy Warhol, da De Chirico a Guttuso, entrate in possesso del gruppo via via che si è formato acquisendo banche in Italia e all’ estero.

 

L’ operazione, voluta dall’ ad Jean Pierre Mustier in persona, è funzionale a reinvestire il ricavato della vendita nel Social impact banking, ovvero a identificare, finanziare e promuovere persone e imprese che possono avere un impatto sociale positivo.

 

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«In Unicredit – spiega Mustier – siamo orgogliosi del fatto che tutte le nostre azioni siano guidate da un forte senso etico, basato su valori chiari. Uno di questi è l’ importanza di sostenere le comunità in cui opera la banca. La nostra iniziativa Social impact banking ha finora ottenuto ottimi risultati in Italia e ora la stiamo estendendo ad altri mercati, con lo stesso scopo di guardare oltre i ritorni economici per ottenere un impatto positivo sulla società. Avvieremo un graduale processo di vendita delle nostre collezioni d’ arte per sostenere questa iniziativa, donando alcune opere ai musei locali e investendo su giovani artisti».

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

 

Unicredit intanto ha approvato 72,9 milioni di euro di finanziamenti per il progetto, di cui 32,6 milioni per 31 operazioni di impact financing e 40,3 milioni per 2.050 prestiti di microcredito. Di questi circa 50 milioni dovrebbero venire dalle prime cessioni del patrimonio artistico, che comprende anche molte opere austriache e tedesche. Gradualmente l’ iniziativa sociale verrà estesa ad altri dieci mercati del gruppo: Germania, Austria, Serbia, Croazia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Turchia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bosnia ed Erzegovina.

 

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La decisione di cedere le opere d’ arte è stata presa perché il settore non viene più considerato strategico dalla banca, che ha pensato ad un uso migliore del valore della collezione. Il Social impact banking mira infatti a generare sia ritorni economici dagli investimenti sia un più diffuso benessere sociale ed oltre a fornire credito a progetti e organizzazioni esclusi dai tradizionali servizi bancari consente a Unicredit di dare consulenza a chi ne ha bisogno. Tra questi vanno contati anche i 16mila studenti cui è stata offerta una lezione economica.

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Morto Alberto Rizzoli/ Si è suicidato il nipote del fondatore della casa editrice

Morto Alberto Rizzoli, il nipote del fondatore della celebre casa editrice: si è suicidato, forse per problemi di salute. Le ultime notizie sulla tragedia

22.02.2019 – Silvana Palazzo il sussidiario.net

È morto Alberto Rizzoli, il nipote del fondatore della casa editrice di famiglia. A scoprire il corpo agonizzante del 74enne è stato il guardiacaccia che ha provato a soccorrerlo e ha poi chiamato il 118. Per il nipote di Angelo Rizzoli non è stata una morte naturale: si è suicidato sparandosi con un colpo di pistola alla Garzaia di Villarasca, l’oasi naturale di cui era stato proprietario a Rognano, nel Pavese. La morta però è sopraggiunta poco dopo il ricovero al Policlinico San Matteo di Pavia. Secondo quanto riportato da La Repubblica, pare che il gesto estremo di Alberto Rizzoli, che è stato per alcuni anni amministratore delegato dell’azienda di famiglia, sia legato a problemi di salute. Alberto Rizzoli si è suicidato nel pomeriggio di oggi, venerdì 22 febbraio 2019, verso le 15.30, secondo quanto riportato dalla Provincia Pavese. Il mondo dell’editoria è ora in lutto per la morte di Alberto Rizzoli, uno degli eredi della famiglia di editori.

Nato il 18 febbraio 1945, Alberto Rizzoli, che aveva quindi compiuto da pochi giorni 74 anni, è stato un imprenditore ed editore italiano. Una tradizione di famiglia, visto che era figlio secondogenito di Andrea Rizzoli e Lucia Solmi. È è stato amministratore delegato dell’omonima casa editrice, che negli anni Settanta era il primo gruppo editoriale italiano. La sua attività nella casa editrice di famiglia cominciò quando aveva 19 anni. Dopo aver svolto compiti di crescente responsabilità, divenne amministratore delegato nel 1974. Nello stesso periodo è stato anche presidente della cartiera di Marzabotto. Abbandonò la società nel 1979 in disaccordo con la gestione del fratello Angelo, detto Angelone. Quindi un anno dopo fondò la casa editrice Quadratum, che rilanciò riviste come La Cucina Italiana, Successo e Weekend. Nel 1983 entrò in amministrazione controllata la RCS: venne arrestato e rilasciato dopo 21 giorni, poi prosciolto in istruttoria. Lasciata l’attività editoriale, gestiva un’azienda agricola alle porte di Milano.

AFFAIRE UNIPOL-SAI / L’INCHIESTA PASSA DA TORINO A MILANO

22 Febbraio 2019 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Che fine ha fatto il giallo Unipol? Ossia l’inchiesta partita anni fa a Torino sull’acquisto del gruppo SAIdalla famiglia Ligresti? Dopo le lunghe indagini affidate al pm Marco Gianoglio, il mega fascicolo è passato, improvvisamente, alla procura di Milano. A deciderlo la Procura Generale della Cassazione, dopo la richiesta dei legali di uno degli imputati.

Inchiesta scippata? Sono in parecchi a chiederselo sia a Torino che a Milano, visto che si era solo in attesa, e da alcuni mesi, dell’ultimo atto processuale, ossia la richiesta di rinvio a giudizio da parte di Gianoglio.

Invece il totale capovolgimento dello scenario, con il rinvio stoppato in extremis dal provvedimento emesso dalla Procura Generale della Cassazione. Ci si interroga sul motivo: forse ha pesato il fatto che Milano in precedenza si era occupata della stessa vicenda sul fronte della responsabilità dei dinasty, sia il capostipite Salvatore che la figlia Lionella Ligresti? Può darsi. Resta da chiedersi come mai lo spostamento non sia stato chiesto subito e invece siano passati anni prima della “sorpresa”.

Carlo Cimbri. Sopra, Lionella Ligresti

Il pm Gianoglio, infatti, ha svolto lunghe indagini su quell’acquisto rocambolesco, che ha fatto molto rumore in Borsa, con la susseguente apertura delle indagini per una possibile turbativa del mercato. Due anni e mezzo fa, poi, il pm ha ordinato una perizia tecnica, durata praticamente oltre  un anno, tra una proroga e l’altra. Nell’estate 2018 è stata consegnata a Gianoglio la monumentale perizia e si era in attesa dei provvedimenti, rinvio a giudizio o archiviazione: molto più probabile il primo – stando ai rumors in procura – della seconda.

A sparigliare il tutto la richiesta dei legali di un imputato, accettata dalla Cassazione.  A questo punto si aprono diversi scenari: il pm Fontana potrebbe esaminare il ponderoso materiale probatorio, compresa la super perizia, e decidere se rinviare a giudizio o archiviare in tempi relativamente brevi; oppure ordinare ulteriori indagini, il che inevitabilmente finirebbe per allungare i tempi. Staremo a vedere.

Tira intanto un grosso respiro di sollievo il numero uno di UnipolCarlo Cimbri, il principale imputato dell’inchiesta.

Potrà così gettarsi a capofitto nelle sue nuove manovre finanziarie, che prevedono la cessione di Unipol Banca – ripulita di tutte le sofferenze – al gruppo BPER, del quale Unipol Assicurazioni detiene il 20 per cento con la possibilità di aumentare la quota di partecipazione.

E’ il risiko bancario da tempo in moto e che dovrebbe registrare nei prossimi mesi una sensibile accelerazione, vista la tendenza a creare grossi poli bancari in grado di occupare posizioni più strategiche nel mercato.

BIGOTTI & ROMEO / LE ULTIME ACROBAZIE DEI DUE RIVALI PER GLI APPALTI CONSIP

22 Febbraio 2019 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Bufera giudiziaria su protagonisti e interpreti dello scandalo sulle sentenze taroccate al Consiglio di Stato. Nella intricata story fa capolino anche la vicenda del tentato depistaggio a proposito delle maxi inchieste della magistratura milanese sull’ENI per corruzione internazionale.

Di tutto e di più nel filone siciliano d’inchiesta che ha appena portato agli arresti domiciliari per un pezzo da novanta nel settore degli appalti ottenuti dalla pubblica amministrazione, Consip in testa, ossia Ezio Bigotti, il gran rivale (si fa per dire nelle logiche spartitorie) dell’immobiliarista aversano Alfredo Romeo, primattore nel caso Consip e abilissimo nel districarsi tra i meandri della giustizia amministrativa, facendo man bassa di sentenze favorevoli al Consiglio di Stato.

Procediamo con ordine in questa giungla giudiziaria e d’appalti.

AMARA SICILIANO

Uomo centrale in tutta la vicenda è l’avvocato siciliano Piero Amara, con il braccio destro del suo studio legale, Giuseppe Calafiore. I due grandi clienti dello studio sono l’ENI e la STI del gruppo Bigotti.

Piero Amara. Sopra Alfredo Romeo e a destra Ezio Bigotti

Sul primo fronte Amara ha cercato di condurre in porto un’operazione spericolata: depistare le inchieste da anni in corso alla procura di Milano sulle maxi tangenti Eniper gli appalti in Algeria e Nigeria, con un pesantissimo capo di imputazione (così come per lo scandalo Petrobras in Brasile): corruzione internazionale e vertici sotto i riflettori, Paolo Scaroni e l’attuale presidente Claudio Descalzi.

A questo punto Amara parte all’attacco. S’inventa un complotto internazionale messo su da un gruppo straniero per destabilizzare Eni. Complice nel progetto – secondo l’accusa dei pm della Procura di Messina – un ex tecnico petrolifero del Cane a sei zampe, Massimo Gaboardi, appena arrestato a Milano.

Amara tessa le sua tela, nelle cui maglie cerca d’infilare due ex consiglieri d’amministrazione “scomodi”  in seno all’EniLuigi Zingales e Karina Litvack. Pensa di poter prendere, in questo modo, due piccioni con una fava: picconare le inchieste dei pm milanesi sulle maxi tangenti africane del nostro colosso petrolifero e minare la credibilità dei due membri “pericolosi” del cda.

E’ ottimo amico di alcune toghe eccellenti, l’avvocato Amara, come ad esempio l’ex sostituto procuratore Giancarlo Longo, al quale elargisce viaggi e soggiorni nei 6 stelle del Dubai. La prassi più gettonata, comunque, è quella delle bustarelle da 5 mila euro. Ha anche l’abilità di un prestigiatore, Amara, perché riesce spesso ad infilare memorie taroccate nei fascicoli giudiziari. Un vero principe del foro.

Passando al patrocinio di Ezio Bigotti, l’avvocato Amara riesce a truccare altre carte, quelle bollenti e relative ad una pesantissima verifica fiscale a carico della STI, la corazzata di casa Bigotti sul fronte degli appalti pubblici, soprattutto targati Consip.

Nel filone romano d’inchiesta che proprio nei giorni scorsi ha fatto registrare una svolta, Amara e Calafiore hanno patteggiato.

Mentre è andata molto male a Messina, dove sono proseguite le indagini dei pm sotto la supervisione del procuratore capo Maurizio de Lucia e il 22 febbraio sono scattati i provvedimenti restrittivi firmati dal gip Maria Militello.

Da rammentare che circa un anno fa gli arresti sono stati 13, tutti di appartenenti al cosiddetto “comitato d’affari” ruotante intorno ad Amara, finalizzato soprattutto ad interferire sull’attività dei pm milanesi.

Il magistrato Giancarlo Longo

Cinque anni fa la Voce realizzò una grossa inchiesta sui giri di sentenze al Consiglio di Stato, titolata “Romeo e il buon Consiglio”: si partiva da una “storica” sentenza su un appalto da 44 milioni di euro per la gestione del patrimonio immobiliare dell’Inps. In quel caso il Consiglio di Stato si rese protagonista di un vero ribaltone. Appalto revocato a chi lo aveva vinto ed automaticamente riassegnato al secondo arrivato, la Romeo Gestioni.

Di un paio d’anni fa un’altra grossa inchiesta dedicata al “rivale” Ezio Bigotti e ai suoi santi in paradiso.

Le potete leggere cliccando sui link in basso.

Ma ora passiamo alle ultime news in arrivo dalla procura di Napoli sul fronte Romeo.

APPALTI AL CARDARELLI TARGATI ROMEO

Altre grane Alfredo Romeo e il neo commissario straordinario dell’Asl 1 di Napoli, la più grande del Mezzogiorno, Ciro Verdoliva.

La procura partenopea, infatti, ha appena chiuso con 55 indagati a vario titolo l’inchiesta circa i rapporti tra Romeo e le amministrazioni pubbliche. A questo punto rischiano il processo, tra gli altri, Verdoliva, l’ex governatore della Campania Stefano Caldoro, il portavoce di Romeo ed ex braccio destro di Gianfranco Fini per Alleanza Nazionale Italo Bocchino, l’ex dirigente del Comune di Napoli e portavoce del sindaco Giovanni Annunziata; e tra le società, la Romeo Gestioni, ammiraglia del gruppo.

Spiegano in procura: “si tratta del fascicolo madre di quello che a dicembre 2016 avrebbe poi originato il caso Consip, trasferito per competenza a Roma”.

Dopo la notifica, i legali delle difese avranno 20 giorni di tempo per presentare memorie, chiedere interrogatori oppure supplementi di indagine.

Ciro Verdoliva

Notano alcuni avvocati: “per alcuni degli episodi citati nel filone appena concluso dalla Procura di Napoli, Romeo è già a giudizio con rito immediato per frode in pubbliche forniture e sette episodi di corruzione. Adesso i pm hanno firmato nei confronti di Romeo l’avviso per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro la pubblica amministrazione, ipotesi configurata in concorso con alcuni collaboratori delle sue aziende e con Bocchino”, il quale ha percepito negli anni di “consulenza” circa 10 mila euro al mese, come emerso dai documenti del caso Consip.

Dal canto suo il fresco capo Asl Verdoliva è indagato per due ipotesi di corruzione, concernenti lavori chiesti ad una ditta subappaltatrice del Cardarelli e, soprattutto, una presunta frode in pubblica fornitura per un appalto di pulizie al Cardarelli aggiudicato ad un’azienda griffata Romeo.

Fu proprio questa commessa a far accendere i riflettori su quello che poi si è trasformato in un caso nazionale, quello Consip.

Le forniture ospedaliere ed in particolare gli appalti per le pulizie sono da oltre trent’anni nel mirino di aziende quanto mai disinvolte. Negli anni ’80-’90 c’è stato il boom di appalti facili vinti da sigle in forte odore di camorra.

Ecco cosa raccontano alle fiamme gialle: “le pulizie sono state il primo canale di infiltrazione della camorra nei pubblici servizi. Poi sono seguiti i servizi di refezione, ossia le mense, e quelli di lavanderia. Senza contare che tanti esami anche complessi, come le risonanze magnetiche, per anni sono stati affidati a sigle di riferimento dei clan in vena di riciclaggi e diversificazioni”.

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Gli amici degli amici miei

OSVALDO DANZI informazione senzafiltro.it 29.12.17

Molti ritengono che il passaparola sia lo strumento più utilizzato nelle selezioni. Nessuno dice come vada a finire.

La supercazzola che gira sui social quando i candidati livorosi devono dimostrare l’inadeguatezza dei recruiter è più o meno questa:

Assunto (A): “Ho mandato 300 cv e nessuno mi ha risposto”.

Inciso (B): “All’estero invece i recruiter danno sempre un feedback”.

Conseguenza (C): “I recruiter non servono a nulla”.

Conclusione (D): “Ho sempre trovato lavoro grazie al passaparola. Tanto in Italia si sa che funziona così”.

E scappellamento a destra, come fosse Antani.

Adesso, fermo restando che mi chiedo quale sia la posizione per cui un candidato possa trovare 300 profili perfettamente aderenti al suo e in linea con tutte le competenze richieste, come già scritto tempo fa in questo post, non sempre si viene scartati per mancanza di requisiti, ma semplicemente perché nella lista di candidati probabilmente ce n’era qualcuno “più in linea” rispetto ad altri. Sembra quasi che i candidati che si lamentano di non essere scelti non prendano mai in considerazione la più che probabile ipotesi (che è una certezza) di non essere gli unici candidati per quella selezione.

Selezione, appunto. Quel processo per il quale, in lista con altri partecipanti, si viene scelti per un ruolo dopo aver verificato di essere il più possibile attinenti alle richieste di un’azienda. Il recruiter ha il compito di individuare i migliori curriculum fra quanti pervenuti: poi approfondisce qualche dettaglio magari prima per via telefonica e poi attraverso un’intervista semi strutturata in cui vengono verificate anche le referenze e si viene infine sottoposti ad un assessement o a un test per la verifica delle famigerate soft skills. È fondamentale sapere che il candidato corrisponda anche caratterialmente al contesto in cui andrà a lavorare.

Spesso i candidati si autovalutano per l’esperienza professionale o le competenze tecniche e tralasciano o non conoscono affatto tutte quelle informazioni di contesto che invece un recruiter ha approfondito con l’azienda cliente e che spesso sono determinanti per la scelta di un candidato piuttosto che di un altro: struttura aziendale, criticità gestionali, età media del team con cui si opera, struttura dei processi, budget a disposizione, stile di management.

Successivamente si incontrano due o più persone che fanno parte del board aziendale (in genere un direttore del personale, un general manager o l’imprenditore, anche a seconda del tipo di profilo ricercato) e il responsabile del dipartimento in cui il candidato andrà ad operare. Solo in questa fase verranno verificate le competenze strettamente tecniche.

Il passaparola non è una selezione

E’ una cooptazione in cui un imprenditore o un hr poco evoluto, pensando di risparmiare sul processo di selezione (spesso per una mera sindrome da zerbinismo nei confronti del paròn oltre che per una lampante carenza di competenze manageriali), si fa suggerire da un amico, un conoscente, un parente emigrato all’estero o dal suo venditore più performante, “uno bravo da assumere che faccia al caso nostro”. “Al caso nostro” è l’unica e sola soft skill richiesta che porterà in azienda la stragrande maggioranza delle volte un candidato totalmente inadeguato al contesto, se non addirittura dannoso.

Danzi, mi dia una mano: ho licenziato il mio Responsabile Amministrativo dopo 6 mesi perché ho scoperto che faceva la cresta sui fornitori” mi ha detto il direttore generale di una importante struttura qualche settimana fa (candidato fra l’altro spacciatosi per Bocconiano, che sembra essere l’ultimo trend emergente su LinkedIn). Non di certo un’azienda a cui mancano i soldi per una selezione, ma di certo una di quelle aziende che avendo un nome altisonante pensano di non avere problemi di scarsità nel numero di candidature pervenute. Quel Responsabile Amministrativo me lo sono ritrovato del tutto casualmente fra capo e collo in una discussione su LinkedIn e credo che solo un cieco non si sarebbe potuto accorgere dell’abisso culturale e relazionale di quella persona. Un cieco, ma non un imprenditore la cui priorità è nel rispetto degli avverbi: “velocemente ed economicamente”. Come aveva trovato quel candidato? Con il passaparola.

Punti di vista

Come nasce la letteratura intorno al passaparola quale strumento più utilizzato in Italia per la selezione del personale? Dipende sempre da chi la divulga.

Nel 2014 la Stampa affermava che il passaparola aveva battuto il Curriculum riportando uno studio di Unioncamere. Ma leggendo a fondo l’articolo con tutti i suoi sottintesi, è evidente che siamo di fronte ad uno di quegli articoli civetta che ribattono studi confezionati ad hoc per posizionare il cliente che le ha commissionate:

[…] In questo scenario e visto il perdurare del disallineamento tra profili in uscita dal sistema formativo ed esigenze delle imprese, le Camere di commercio, già fortemente impegnate sul fronte dell’orientamento, dell’alternanza scuola-lavoro e dell’auto-imprenditorialità, potrebbero svolgere un utile servizio presso le aziende delle filiere chiave sul territorio, aiutandole a individuare le figure di cui hanno bisogno. Inoltre, in maniera analoga a quanto accade nel sistema duale tedesco, la rete delle Camere di commercio potrebbe essere coinvolta nella gestione territoriale di un sistema di certificazione delle competenze (corrispondenti agli standard fissati a livello nazionale), in particolar modo degli studenti in uscita dai percorsi di alternanza scuola lavoro […]

Due anni dopo, nel 2016, ecco giungere in controtendenza lo studio di una delle piattaforme più note di recruiting on lineInfojobs. Anche loro hanno realizzato una ricerca nella quale (guarda caso), sono i portali on line i luoghi dove più efficacemente si trova lavoro.

Naturalmente non è un caso se Biemme Consulting, società di selezione, riporta invece uno studio condotto da Gidp in cui, pensate, sono le agenzie di selezione a detenere il primato di assunzioni e ad aver sconfitto addirittura il passaparola.

Adecco, l’agenzia per il lavoro sicuramente più attenta ai temi della trasformazione digitale nelle risorse umane, a sua volta ogni anno propone il suo Work Trends Study in cui emerge invece come i datori di lavoro ed i recruiter prediligano i social per la ricerca di figure professionali.

A chi credere? A tutti e a nessuno, direi. È evidente che, in un Paese per lo più popolato da aziende di piccola e media statura, anche i loro imprenditori lo siano, soprattutto quando si tratta di investire in attività accessorie (e la selezione del personale,  rispetto all’acquisto dell’ultimo modello di tornio resta certamente un’attività accessoria). Non per niente, in molte aziende le risorse umane e il marketing sono affidate alla figlia del titolare (in genere ha studiato psicologia o è molto ordinata) o al figlio (non ha mai avuto voglia di studiare, ma è molto creativo).

Di certo, più o meno utilizzato, il passaparola non è lo strumento migliore per le aziende nella scelta di un collaboratore, né tantomeno per i candidati che credono nel merito e nella crescita professionale. Perché?

Aspetti negativi di una mancata selezione in azienda

  • Non è detto che la persona che vi ha suggerito il candidato abbia la sensibilità giusta nei confronti del vostro contesto lavorativo e possa suggerirvi un candidato che sappia poi ambientarsi e adeguarsi con le giuste modalità.
  • Una selezione strutturata riduce i rischi: inventari di personalità, controllo di referenze, intervista semi strutturata da parte di un consulente abituato a intervistare candidati e a intravedere “falle di sistema” o caratteristiche positive sommerse da portare in evidenza è l’unico modo per individuare i migliori candidati.
  • Una lista di candidati permette anche di capire meglio cosa si sta cercando, cosa ci sia sul mercato, individuare competenze a cui non avevamo pensato, scegliere e non accontentarsi di uno o due candidati unici.
  • Molto probabilmente i tempi di selezione si allungheranno lasciando scoperto un ruolo che, se strategico (pensiamo ad un direttore commerciale, marketing, operations) significa soldi persi ogni giorno, altro che risparmio!
  • E se per qualche motivo il candidato non è idoneo o addirittura risulta dannoso? Non solo non avrete nessuna garanzia, ma non avrete nemmeno una seconda scelta su cui fare affidamento, aumentando nuovamente i tempi in cui il ruolo rimane scoperto.

Aspetti negativi di una mancata selezione per i candidati

  • Essere scelti all’interno di una lista di candidati aumenta il vostro valore: l’azienda vuole proprio voi.
  • Terminare un percorso di selezione vi permette di trattare meglio le condizioni contrattuali.
  • Entrare in sintonia con un consulente esterno all’azienda vi permette di avere un filtro intermedio a cui esprimere le vostre perplessità o il vostro interesse nei confronti del ruolo senza il rischio di essere fraintesi dal datore di lavoro, ma soprattutto avrete una persona che tratta per voi senza farvi esporre e che ha come compito quello di farvi ottenere il miglior trattamento economico possibile. Utile soprattutto per quei candidati poco “commerciali” o poco abituati a “trattare”.
  • Essere gli unici candidati non vi dà un posizionamento qualificato. Molto probabilmente il datore di lavoro vi farà un’offerta “prendere o lasciare”.
  • La qualità del rapporto rischia di essere troppo confidenziale fin da subito. Questo influirà sulla relazione e anche sulle richieste economiche.

A completamento della mia tesi è di Avvenire l’articolo che sottolinea sì che il passaparola è la fonte più utilizzata dalle aziende per la ricerca del personale ma che, conseguentemente, le aziende non riescono a trovare le persone giuste.

I più attenti si chiederanno com’è finita la storia del Direttore Generale che mi ha chiesto aiuto per trovare un nuovo Responsabile Amministrativo? È finita in un nulla di fatto.

– Si, ma quanto mi costa?

– Ma non abbiamo neppure parlato di cosa sta cercando: a chi riporta, quanti collaboratori deve gestire, quanto deve essere operativo e su quali aree.

– Ma prima di procedere devo avere un’idea del costo

– Direi che per quel tipo di retribuzione, una figura del genere può costarle fra gli 8.000 e i 10.000 euro per la selezione

– È troppo!

Evidentemente, 6 mesi di danni, l’immagine rovinata con i fornitori e il tempo che ci metterà a trovare un candidato diverso, non sono annoverati fra i costi.

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. Ma attenti a non fare come il Necchi.

Codacons replica a Carige e porta il caso in Bankitalia

themeditelegraph.com 22.2.19

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Roma – Dopo la diffida di banca Carige al Codacons, l’associazione dei consumatori denuncia l’istituto di credito a Bankitalia. «Secondo Carige – si legge in una nota – il Codacons minaccerebbe il “patrimonio reputazionale della banca” ponendo in essere “attacchi gravissimi e irresponsabili” e, conseguentemente, danneggerebbe “il diritto all’immagine e alla reputazione”. Affermazioni gravissime che portano oggi l’associazione a denunciare formalmente l’istituto di credito alla Banca d’Italia, chiedendo una maxi-sanzione verso Carige». «Siamo dinanzi ad un gravissimo quanto intollerabile atto di intimidazione nei confronti di chi difende i consumatori e gli azionisti – spiega il Codacons – La reputazione di Carige è danneggiata non certo dai risparmiatori truffati ma da chi, secondo la Procura della Repubblica, ha commesso reati enormi a danno degli investitori, al punto che il prossimo 5 marzo si aprirà il processo contro gli ex vertici della banca. Ci chiediamo se Carige, prima di minacciare i risparmiatori con assurde diffide, abbia avviato le doverose azioni di responsabilità verso i propri amministratori oggi sotto processo, e sarebbe curioso sapere se l’istituto, per tutelare la propria immagine e i propri clienti “truffati”, abbia richiesto il sequestro delle liquidazioni degli ex manager. Le minacce di Carige verso chi agisce per tutelare i risparmiatori che hanno visto sparire i propri soldi è talmente intollerabile che oggi il Codacons presenterà una formale denuncia alla Banca d’Italia, chiedendo un intervento sanzionatorio contro l’istituto di credito», conclude il Codacons.

T’s Wellness Guide to Milan

Laura Rysman nytimes.com 20.2.19

Da sinistra: Centro Botanico; Tipografia Alimentare; Möt Studios. Credito dicreditoDa sinistra: per gentile concessione del Centro Botanico; Stella Bortoli / per gentile concessione di Tipografia Alimentare; per gentile concessione di Möt Studios

In italiano, “wellness” è pronunciato nella sua forma inglese non tradotta, e in genere si incontra con uno scettico eye-roll – è un concetto importato, e non molto apprezzato in una nazione che considera la sua dieta mediterranea molto ammirata per essere imbattibile . Eppure, mentre le idee italiane di buon cibo – orari rigidi dei pasti, prodotti stagionali, olio d’oliva di alta qualità, dolci a colazione – sono saldi, Milano è orgogliosa di essere la città più cosmopolita del paese e le tendenze alimentari americane stanno iniziando a insinuarsi qui, dovuto in gran parte alla crescente ambizione di essere un po ‘più newyorkésee lo stile moderno e accattivante di ristoranti come Soulgreen e Platone. Sport e terme, d’altra parte, hanno avuto il loro posto nella cultura fin dai tempi dei romani; oggi non mancano gli studi che offrono yoga e altro, e passare ore a coccolare il viso e il corpo rimane vitale – solo i prodotti sono cambiati. Continua a leggere per i migliori luoghi della città per salute, bellezza e serenità.Tipografia AlimentareCreditoStella Bortoli / per gentile concessione di Tipografia Alimentare

Tipografia Alimentare CreditoStella Bortoli / per gentile concessione di Tipografia Alimentare

Appena ad est di Corso Como, Soulgreen propone un menu a base vegetale, prevalentemente vegana di zuppe, insalate e ciotole più focose che spaziano tra le cucine globali, accanto a succhi, cocktail con impastatrici fresche e vini biodinamici. L’arioso spazio verde occupa una ex banca e mantiene il servizio dalla colazione all’aperitivo e alla cena. Piazzale Principessa Clotilde; soulgreen.com

Un’istituzione a Milano da quando è stata inaugurata nel 2011, GSTF è stato il primo ristorante milanese a emulare caffè newyorkesi con interni dal design contemporaneo e servizio di ristorazione tutto il giorno. (Orari dei pasti rigidi, arrivederci , nel bene e nel male.) Le quattro eleganti location della città servono piatti americani, sani e non, da insalate e succhi superfood a pancake e cheeseburger al bacon. Le sale da pranzo stanno ronzando a tutte le ore, eppure questo è uno dei pochi punti in città in cui è consentito montare il portatile per lavoro. La location del Carmine offre posti a sedere all’aperto in una delle piazze più belle di Milano. Via Tortona 34; Piazza del Carmine 1; Viale Piave 18; Rinascente Piazza del Duomo; godsavethefood.it

In Italia, il pane non è malsano, è vita – finché è molto buono. Forno Collettivo sta facendo rivivere la tradizione del grande pane milanese (in precedenza spacciata principalmente dal panificio Panificio Davide Longoni). Il suo panificio e il suo ristorante servono pani organici, a pasta madre fatti con un mix di tradizione e grani classici, accanto a un impressionante elenco di vini naturali, birre e sidri e un menu fresco di piatti ispirati alla cucina mediterranea, dall’Italia, ma anche il Medio Oriente e il Nord Africa. Questo è l’ultimo locale di alta moda dei fondatori dello Swank Botanical Club di Milano, che ha portato una piccola rivoluzione in città nel 2017, quando hanno aperto Champagne Socialist, il loro bar dall’eleganza che ha introdotto molti locali ai vini naturali. Via Lecco 15 ; facebook .com/ fornocollettivo

Nessuno dovrebbe saltare il piacere della pizza in Italia, ma se le stimabili torte tradizionali presso i due avamposti dell’elegante pizzeria Dry sono troppo indulgenti per te, Bebop offre alternative per soddisfare ogni regime, con pizza al kamut senza glutine e senza lievito e ricette classiche servite su pasta biologica. Nei mesi più caldi, il ristorante rivestito di legno vicino a Porta Ticinese si espande con una manciata di tavoli nel suo cortile coperto minuscolo. Viale Col di Lana 4; bebopristorante.itvideo00:0001:0001:001:00Come | Allenati in una stanza d’albergoCome | Allenati in una stanza d’albergoIl trainer Anthony Nehra dimostra esercizi che possono essere fatti durante il viaggio. Credito dicreditoScott J. Ross

Un ristorante modesto, dai toni blu, progettato da CLS Architects, Plato serve un menu pieno di superalimenti – bacche, semi, alghe, barbabietole e altro – in un’ambientazione adornata con versioni saltate in aria delle classiche incisioni architettoniche del XIX secolo di Giovanni Battista Piranesi. La cucina inventiva porta potenti ingredienti a una serie di piatti italiani – tortelli di spirulina, moringa tagliatelle – e serve una lista completa di mocktail e acque naturalmente aromatizzate, oltre a cocktail e vini naturali. Via Cesare Battisti 6; platomilano.com

In un paese in cui dire che non si mangia carne può occasionalmente produrre proposte di pollo o di maiale da camerieri confusi, Radicetonda è una scommessa sicura per un menu vegano al 100% di specialità del giorno guidate dal mercato, oltre a pilastri del cibo di strada come il suo popolare hamburger vegetariano e sandwich club, tutti realizzati con ingredienti biologici certificati. Le due sedi – a Porta Venezia e a Corso Lodi – sono perfette per pranzi salutari e casual. Via Lazzaro Spallanzani 16; Piazza Buozzi Bruno 5; radicetonda.it

Fuori mano, ma tanto meglio, questo accogliente bistrot si affaccia sul canale Martesana di Milano, un angolo più calmo e più verde di questa grigia città. Concepito da una coppia di laureati Slow Food, serve 100 tipi di vini naturali e artigianali accanto a piatti con prodotti biologici dei migliori piccoli produttori in Italia – uno dei fondatori è il “food scouter” del ristorante. le camere sono piene di mobili tipografici d’epoca, dove i clienti si accalcano e leggono i quotidiani e una biblioteca di libri di cucina. Via Dolomiti 1; tipografiaalimentare.it


Möt StudiosCreditCourtesy of Möt Studios

Möt Studios CreditCourtesy of Möt Studios

Situato vicino all’Università della Bocconi, lo spot di yoga più chic di Milano offre lezioni in una vasta gamma di stili di pratica (tra cui Vinyasa, Ashtanga e Hatha) oltre a Pilates, meditazione e arti curative. Le finestre giganti, il design minimalista e una buona dose di piante rendono le stanze di questa vasta ex fabbrica innegabilmente belle, ed è un luogo piacevole per esercitarsi: la fondatrice Carol Brumer investe i proventi nella Fondazione Francesca Rava, che avvantaggia i bambini svantaggiati di tutto il mondo. Via San Francesco D’Assisi 15; cityzen.it

Un favorito tra i praticanti dello yoga yin meditativo, questo studio minimalista vicino a Repubblica offre anche vinyasa, yoga prenatale e per principianti e istruzioni ayurvediche. Le lezioni si adattano al programma di lavoro, con sessioni mattutine, pomeridiane e serali, oltre a corsi prolungati di fine settimana di 90 minuti. Le slot settimanali con il fondatore Marco Migliavacca sono particolarmente amate dagli yogin di Milano. Viale Tunisia 38; hohmstreetyoga.com

All’interno di un’ex fabbrica di lampade anni ’40 vicino a Porta Garibaldi, Möt offre lezioni giornaliere, lezioni di pilates, pilates, TRX e lezioni di yoga in piccoli gruppi o sessioni one-to-one. Lo studio ha una curvatura decisamente di alto livello – le camere sono luminose e attentamente progettate, lo spogliatoio è fornito di prodotti naturali da Cowshed, e lo studio è stato designato per fornire lezioni per la nuova Soho House di Milano, che aprirà nel 2020. Viale Francesco Crispi 3; motstudios.it

Forse la più milanese delle palestre, Ceresio7 è stata progettata dallo studio di design Storage per rendere omaggio alla forte architettura razionalista di questo edificio monolitico degli anni ’30 che un tempo ospitava la compagnia energetica nazionale ed è ora la sede del marchio DSquared. Oltre a allenatori personalizzati e una zona di allenamento dalle pareti dorate, la palestra dispone di un centro termale in loco, che offre trattamenti per il viso con prodotti Biologique Recherche, situati appena al piano di sotto del ristorante Ceresio7 e della piscina sul tetto. Via Ceresio 7; ceresio7gym-spa.com

Prende il nome dal cocktail che richiama la vacanza, Bahama Mama utilizza smalto non tossico Smith & Cult insieme a scrub e trattamenti naturali di marchi come Mansard e Dr. Vranjes come parte della sua manicure e pedicure. In una città in cui gli studi di cura delle unghie sono ancora una rarità, questo è l’unico posto che soddisfa anche gli esigenti standard di manicure di un newyorkese. Viale Col di Lana 1; bahamamama.it

All’interno della grande villa dell’hotel Palazzo Parigi, questa spa spaziosa e soleggiata ha una forte atmosfera marocchina; la lussuosa piscina è fiancheggiata da porte moresche, i trattamenti includono maschere di ghassoul e rubdown di savon noir e una sala hammam in marmo rosa è disponibile per sessioni private. Per un’auto-cura extra dopo il centro benessere, rilassatevi con un tè nel giardino dell’hotel. Corso di Porta Nuova 1; palazzoparigi.com

Un rifugio urbano nascosto in una strada tranquilla a Brera, l’Hotel Bulgari e il suo bar scintillante sono una destinazione preferita per i viaggiatori alla moda, e il centro benessere qui è adeguatamente glamour, con una piscina piastrellata d’oro più una vasca idromassaggio all’aperto che si affaccia sul lussureggiante giardino – coltivato da secoli dai monaci e ora sede di una vivace scena dell’aperitivo quando il clima è piacevole. La maggior parte dei trattamenti utilizza prodotti La Mer; un viso molto Bulgari massaggia la pelle con pietre preziose. Via Privata Fratelli Gabba 7b; bulgarihotels.com

Questo appartamento convertito nell’estremità occidentale di Milano è il luogo in cui il fashion set italiano (tra cui Margherita Missoni, JJ Martin e Mariacarla Boscono) si dirige verso tagli di capelli e trattamenti viso olistici utilizzando i prodotti Biologique Recherche e un’intensa tecnica di massaggio inventata dalla leggenda sul posto Andre Malbert, il trucco precedente artista a Grace Kelly. Per la massima tranquillità, tagli e trattamenti sono gestiti nell’accoglienza di boudoir privati. Via Aurelio Saffi 25; davidediodovich.it

Occupando un ampio deposito di tram in stile Art Nouveau a Porta Romana, questa spa si blocca durante le ore di punta, ma i visitatori fuori orario dell’ex terminal possono rilassarsi nelle strutture più ampie della città, tra cui due piscine all’aperto circondate dal sedicesimo- mura secolari della città. L’aperitivo speciale include flauti di prosecco e snack salutari per i bagnanti berobed. Piazzale Medaglie D’Oro 2; qcterme.com

Offrendo servizi più esoterici rispetto agli altri professionisti del benessere della città, la locale Giselle Bridger di Ibiza trascorre parte di ogni mese a Milano, dove offre yoga meditativo incentrato sulla musica presso Mondo Yoga vicino a Corso Indipendenza, così come sessioni private di studio di terapia cranica sacrale, riti sacri del corpo (una tecnica di unzione), aromaterapia e visite curative a base di erbe, oltre a seminari sulla respirazione ovarica (una tecnica di respirazione che indirizza l’energia mentale verso la pulizia del sistema riproduttivo) e altre arti della guarigione delle donne. lunariainstitute.org


CreditoFueguia pergentile concessione di Fueguia

Credito Fueguia per gentile concessione di Fueguia

Quello che è iniziato come il primo negozio di alimenti naturali in Italia nel 1975 è ancora la migliore fonte della città per alimenti, erbe e prodotti biologici e biodinamici. Centro Botanico ha un farmacista, che è a disposizione per aiutare con l’omeopatia e le cure naturali, e uno specialista di bellezza dà consigli il lunedì e il venerdì. Piazza San Marco 1; centrobotanico.org

L’avamposto milanese del laboratorio di bellezza di questa boutique romana, situata all’interno di un grande magazzino Coin, porta finalmente in Italia i marchi di bellezza naturali che fanno ondate altrove, offrendo prodotti biologici per il trucco e la cura della pelle di Tata Harper, Vintner’s Daughter, Susanne Kaufmann e Kjaer Noi siamo. Piazza Cinque Giornate 1 / A; beautyaholicshop.com

La regione più settentrionale d’Italia, l’Alto Adige, è un tratto bucolico di montagne incontaminate, e con questo servizio, disponibile come abbonamento o consegna una tantum, puoi ordinare frutta e verdura biologica dalle fattorie della zona direttamente a casa tua. La maggior parte dei prodotti è coltivata da un gruppo di agricoltori locali che si sono uniti per stabilire Bioexpress; i prodotti provenienti dai climi più caldi provengono dalla loro rete di produttori biologici. bioexpress.it

Questo ex casale nei pressi di Porta Romana è ora sede di un ristorante, bar, ostello e officina di biciclette, nonché il miglior mercato settimanale di Milano per i prodotti biologici di produzione locale e di piccola produzione. Tenuto nel cortile della casa colonica ogni martedì dalle 15:30 alle 20:00, il mercato vende frutta, verdura, miele, vino, formaggi e salumi dai terreni agricoli alla periferia di Milano – tutti disponibili direttamente dai produttori. Via Muratori 2/4; cuccagna.org

Questa linea di profumi argentini, che aprirà la sua seconda sede a New York il primo maggio, ha un’intima boutique in stile salotto vicino alla Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Il marchio utilizza ingredienti naturali insoliti provenienti dalla natura selvaggia della Patagonia, molti dei quali impiegati per la prima volta in profumeria, per creare profumi intriganti complessi e semplici, privi di sostanze chimiche e disponibili con squalene al posto di alcol (una potenziale irritante ). I profumi sono prodotti in edizioni limitate presso il laboratorio del marchio a Milano, dove ogni dettaglio è curato dal fondatore Julian Bedel per garantire che le fragranze siano al contempo distintive e sostenibili. Via Tommaso Grossi 1; fueguia.com

L’Arco della Pace in Parco Sempione. CreditoIan Homer / Alamy

Percorsi di corsa a Milano, consigliati dall’atleta di atletica leggera di Milano, e l’ambasciatore del marchio Nike, Najla Aqdeir .

Questo facile percorso nel centro di Milano è uno dei preferiti dai corridori della città. Una bella isola verde nel cuore della capitale della moda, il Parco Sempione è il posto migliore dove andare a correre durante l’ora di pranzo. Dal suo ingresso in Via Byron, c’è un percorso esterno di circa due miglia che puoi seguire, oppure puoi scegliere il tuo percorso lungo i numerosi sentieri del parco. Vedi un percorso di 10 km .

Questo itinerario segue il famoso canale di Milano, il Naviglio Grande, partendo dalla rinnovata Darsena (l’antica area portuale di Milano) e spostandosi in un’area più verde una volta raggiunta la Canottieri Milano, il famoso club di nuoto e canottaggio della città. Questo percorso è perfetto per chi cerca una corsa a media distanza. Vedi un percorso di 15K .

Un parco verdeggiante nel centro di Milano, Giardini Pubblici Indro Montanelli ha un percorso di corsa di circa 1 miglio. È uno dei più antichi giardini pubblici di Milano e ideale per i corridori per il numero di percorsi interni, inoltre è situato vicino a una serie di siti più famosi di Milano. Vedi un percorso 5K .

Un enorme parco verde sul lato nord-ovest della città, il Parco Nord è facilmente raggiungibile con la nuova linea viola della metropolitana. A pochi minuti dalla stazione centrale di Milano, copre un’area immensa ed è perfetta per percorsi più lunghi con percorsi di 3 o 6 miglia.

Correzione : 22 febbraio 2019

Una versione precedente di questo articolo ha errato il nome di un modello italiano; lei è Mariacarla Boscono, non Maria Carla Bosco. L’articolo riportava erroneamente il numero di negozi Fueguia a New York; il nuovo negozio sarà la sua seconda sede a New York, non il primo.



Cosa non devono fare le banche

sienanews.it 22.2.19

A proposito della truffa dei diamanti a carico dei risparmiatori.

Il ruolo del personale direttivo alla luce delle mutazioni in atto nel sistema bancario

Dopo l’iniziativa del tribunale di Milano si pone una riflessione sul ruolo delle Banche dei loro servizi offerti alla clientela. Prenderemo in esame tre mutazioni del sistema bancario che hanno avuto un influsso notevole sul ruolo del personale direttivo bancario.

  • Dal 1960 al 1981, cioè al c.d. divorzio tra il tesoro e la banca d’Italia.
  • Dal 1981 al testo unico bancario del 1993.
  • Dal 2000 ad oggi, passando per la vigilanza unica.

È chiaro che la mutazione di un sistema bancario non procede per salti ma gradualmente, anche se con accelerazioni e frenate. Pur tuttavia, abbiamo ritenuto opportuno ricorrere alla suddetta artificiosa ripartizione temporale.

Il TUB emanato nel 1993, in sostituzione del precedente, prevede tre distinte modalità operative:

  • Banca universale.
  • Banca a vocazione specialistica.
  • Gruppo bancario.

Il testo unico ribadisce la natura di impresa a prescindere dalla proprietà pubblica o privata. LE finalità ribadite nella legge sono: la concorrenza, l’efficienza, la stabilità e la sana e prudente gestione.

La foresta pietrificata comincia a muoversi sia per aggregazioni, sempre più numerose e ancora in corso (ultime BPER Unipol Banca), sia per nuovi modelli che si stavano imponendo specialmente per banche quotate o desiderose di esserlo.

Dal punto di vista operativo acquistò importanza la gestione del passivo (risparmio gestito), dell’assetto informatico e amministrativo, della Tesoreria a scapito della gestione tradizionale dei crediti. L’istruttoria dei fidi quale si era tramandata, con poche innovazioni, dagli anni ’30 quando fu messa a punto da Mattioli della Comit, subì modifiche sia per l’accertamento decisionale che per il frazionamento della stessa e sia per la gestione dei crediti quale portafoglio unico o settorizzato.

La concorrenza cominciò a mordere e fu spasmodica la ricerca di nuovi modelli che consentissero la razionalizzazione dei costi.

A nostro parere comunque, fino agli ani 2000, il Personale Direttivo aveva ancora un ruolo importante nelle aziende di credito. Era però evidente che al personale era sempre più richiesta una preparazione focalizzata sul rapporto a tutto tondo con la clientela, con ancora buona autonomia sulle condizioni da praticare e autonomie nella gestione del credito. Si incideva sulle competenze quantitative. Gli operatori avevano ancora ampi margini per soddisfare le richieste dei privati e delle piccole aziende.

Erano già operativi programmi informatici idonei a consentire il governo ed i controlli accentrati che affievolivano sempre più il potere dei titolari delle filiali. Nelle grandi banche esistevano già centri decisionali in periferia, filiali capogruppo, attivi soprattutto per i crediti alla clientela dove era ancora richiesta una professionalità più specifica.

La terza mutazione è avvenuta dal nuovo millennio fino alla attualità di gestione degli istituti di credito. Il contesto operativo cambia completamente con l’avvento dell’Euro e della Unione Europea. L’euro contribuisce ad allargare gli orizzonti entro i quali erano abituate ad operare le banche italiane. Anche quelle che si erano spinte oltre i confini, ad eccezione forse di Comit e di BNL, non avevano modificato il proprio modello culturale. Ci riferiamo al Monte dei Paschi ed al S. Paolo e pochi altri che avevano cercato di spaziare in Europa. Un caso a parte è rappresentato da Unicredit che mira a diventare la banca della New Europe e Mittel Europea.

L’impatto principale avvenne nella tesoreria nella quale fu rivoluzionato l’intero impianto. Dal lago Mediterraneo, si passò a navigare in aperto oceano con i salti culturali che possiamo immaginare. Non esistevano più limiti alla provvista internazionale sia da banche che da imprese finanziarie. Questa facilità di provvista, accompagnata dalla normativa del TUB del’93 che consentiva di operare senza vincoli di durata delle operazioni, permise la coniazione di slogan tipo: le filiali devono servire i clienti nelle loro esigenze di depositi/impieghi a breve, medio e lungo termine senza preoccupazioni. La tesoreria avrebbe poi provveduto a rendere compatibili e coerenti i flussi conseguenti neutralizzando il rischio di interesse tramite i derivati e provvedendo piani di emissione di obbligazioni sui mercati finanziari internazionali.

La gestione attiva della banca si faceva ogni giorno più complessa, anche se il tentativo, non sempre riuscito, fu quello di trattenere la complessità presso la Direzione Generale. La rete distributiva fu comunque gravata dalle pressioni sulle vendite e dalla misurazione dei risultati ed era troppo incentrata sul ritorno economico immediato (up front). 

Volendo sintetizzare, l’attività di gestione, all’inizio del 2000, fu guidata da:

  • La normativa BCE e Bankit invasiva e in continua evoluzione; incide sulla Governance, sui capitali minimi necessari e pesantemente sui controlli.
  • La riduzione dei costi, indispensabile per fronteggiare i ridotti margini da interessi; incide sui sistemi informatici sempre più integrati, sugli esodi del personale.
  • La carenza professionale del personale, dovuta ai ridetti esodi accentuati, ai compiti differenziati assegnati spesso senza adeguata preparazione, ad una struttura operativa che stava cambiando velocemente per rispondere alla normativa dei supervisori.

Tutti i campi operativi furono colpiti. Come nuove figure emersero per migliorare la Governance dell’azienda: risk manager, compliance officer i principali.

Le innovazioni del dopo 2000 riguardano la conoscenza delle qualità della clientela, sia prenditrice che depositante. L’utilizzo di questa conoscenza inciderà profondamente sul ruolo del personale direttivo in quanto porterà a centralizzare molte decisioni per renderle omogenee quale identità aziendale.

Da una parte, all’inizio del 2000, era attivo il rating attribuito alla clientela sulle operazioni di credito presso tutte le banche, anche le piccole tramite i centri servizi informatici. Diversa era l’affidabilità; solo per banche grandi che avevano adottato modelli proprietari, la procedura era validata dalla Banca d’Italia ed era idonea a incidere direttamente sull’RWA, cioè sugli impieghi pesati in relazione al rischio creditizio della clientela prenditrice.

L’analisi dei bilanci accentrata presso laboratori fidi, il flusso di ritorno della Centrale Rischi, il rating elaborato a livello centrale, hanno finito per ridurre la discrezionalità valutativa dei direttori di filiale. Di fatto la loro operatività viene limitata a rappresentare le richieste di fido e ad illustrare l’andamento degli affidati negli ultimi mesi; poco più che raccoglitori di informazione. Per inciso il bilancio di esercizio ha assunto un ruolo incisivo nell’esame dell’affidabilità di imprese di qualsiasi dimensione.

Le autonomie dei Titolari, quando presenti, sono state falcidiate, di norma, limitandole all’assistenza creditizia delle famiglie e delle piccole imprese.

Dal lato del risparmio gestito, dopo anni dal piano per i servizi europei, è stata emanata la direttiva europea n. 39 del 2004, che istituiva la MIFID (Markets In Financial Instruments Directive), considerata la base per la costruzione di un mercato finanziario integrato. È stata recepita in Italia nel 2007.

Gli obiettivi di fondo sono:

  • La tutela degli investitori, differenziata a seconda del grado di esperienza finanziaria;
  • L’integrità dei mercati; i prodotti distribuiti alla clientela devono essere valutati in base al rischio e devono essere offerti alla clientela coerentemente alla valutazione della stessa.

Sono state vietate le campagne prodotto e l’azione di sviluppo si può svolgere “solo” invitando gli operatori a collocare prodotti in relazione alle esigenze effettive della clientela, in ragione della propensione al rischio della stessa. Dopo le note vicende delle sei banche, i controlli della CONSOB si sono fatti più invasivi. Anche se evidentemente non proprio sufficienti considerato l’operato delle maggiori banche italiane in ordine alla triste e preoccupante gestione della vendita di diamanti alla clientela.

Il ruolo del personale direttivo si va così divaricando tra i manager della direzione generale che devono ormai avere una visione globale dei mercati e degli obiettivi aziendali per guidare l’azione degli Uffici o Direzioni centrali, e gli uomini di periferia che divengono sempre più esecutori di linee aziendali valutate al centro con scarsa partecipazione e poca professionalità specifica e tutela del consumatore/risparmiatore. Il ruolo dei titolari delle filiali, anche capogruppo, è sempre più spesso relegato a dirigere e sovrintendere il personale addetto alla filiera a cui sono addetti, a fare pressioni per il raggiungimento degli obiettivi assegnati, dirimere eventuali contrasti o incomprensioni con la clientela. Si è lontani dal ruolo imprenditoriale che si sollecitava negli anni passati. Nella nostra personale visione, la tendenza in atto continuerà anche nel futuro, accentrando competenze e responsabilità sempre più nei manager delle direzioni generali. Il personale direttivo nella scala gerarchica dei vari modelli di Filiale sarà sempre più un gestore di uomini con autonomie esecutive nei limiti delle linee operative di budget. Questo spiega la ragione degli ultimi “avvisi di garanzie emessi dal Tribunale di Milano”.

È importante riflettere sul ruolo svolto dal Personale Direttivo negli ultimi anni nelle aziende in difficoltà.

Il bail in può aver inciso sui comportamenti della clientela, accentuando i rischi quando le nubi si avvertono già sotto il cielo aziendale, ma non può essere additato come causa di ciò che è avvenuto. E la conseguenza amare, non la causa. Errori strategici possono essere imputati solo al Consiglio di Amministrazione, in molti casi sappiamo che le cause non sono solo strategiche. La governance, approvata e legittimata dagli statuti aziendali precede funzioni contrapposte con poteri ispettivi coerenti con le responsabilità delegate e con riporto direttamente al CdA, tramite il Comitato Rischi, quando istituito. Eppure, queste previsioni, fortemente volute dalla Banca d’Italia non sono state sufficienti a fermare l’azzardo morale che ha portato le aziende al default.

Le opinioni possono divergere sul fatto che il personale direttivo addetto ai controlli, il risk manager, il responsabile della compliance, i membri dei comitati di rischi endoconsiliari, non fossero in grado di svolgere i compiti loro assegnati per carenze professionali o perché non hanno voluto vedere cosa stesse succedendo. E’ facile dire, visto che le competenze si deve presumere fossero idonee, che avrebbero dovuto dimettersi. Realisticamente ciò è possibile solo se il contesto operativo consente, ragionevolmente, di poter trovare altre occupazioni. Quando ciò non è prevedibile, purtroppo e troppo spesso, il personale direttivo accetta compromessi e questo si ripercuote purtroppo nel giudizio generalizzato sulla categoria.

Questa riflessione più generale trae spunto concreto dall’analisi di un banchiere di lungo corso il Dr. Dino Gronchi ed è aggiornata ai fatti delittuosi venuti solo ieri alla ribalta giudiziaria.

Articolo a cura del Dott. Gianfranco Antognoli e del Dott. Fernando Cruz

Vi spiego il ruolo di Banco Bpm nel caso diamanti. Parla un sindacalista della Fabi

startmag.it 22.2.19

Che cosa ha raccontato il dirigente sindacale Fabi di Banco Bpm, Marco Arisi, sulla vendita dei diamanti alla clientela e del ruolo delle banche nella truffa: l’inchiesta interessa anche Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti.

“Di fatto, che la Idb, l’azienda che è stata dichiarata fallita, adottava un modello tipo schema Ponzi. Il prezzo era fatto da loro, quindi il sistema si reggeva solo sulla domanda: era solo la domanda di nuovi diamanti a sostenere il business. Si, perché le vendite delle pietre potevano essere fatte solo tramite Idb. Può darsi che qualcuno sia riuscito effettivamente a guadagnare qualcosa, se è riuscito a far partire il mandato di vendita prima della trasmissione di Report“.

E’ quello che ha detto oggi il dirigente sindacale Fabi di Banco Bpm, Marco Arisi, che ha rilasciato una intervista oggi al quotidiano Mondo Padano in cui parla della vendita dei diamanti alla clientela e del ruolo delle banche nella truffa: l’inchiesta interessa anche Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti.

IL RACCONTO DEL SINDACALISTA DI BANCO BPM SUL CASO DIAMANTI

“Pensi alla situazione di un dipendente di una filiale – ha raccontato Arisi – Che sul posto di lavoro o nel paese dove abita o, intanto che beve il caffè al bar, si sente chiedere: c’è qualcosa di nuovo per la storia dei diamanti? Quando li potrò vendere? E magari lui stesso aveva comprato uno o più diamanti per sé o per i familiari. E’ una situazione veramente drammatica che i colleghi vivono dal 2016, dopo le inchieste di Report. La nostra azienda, Banco Popolare BPM, ha mantenuto una posizione molto rigida dichiarando di non voler procedere a nessun rimborso massivo, ma di essere disponibile a gestire singolarmente, tramite una task force, i reclami ufficiali presentati della clientela. Di fatto, non sono state mai date ai colleghi indicazioni precise ed esaustive sul comportamento da mantenere nei confronti di tutti i clienti che hanno stipulato un contratto con Idb tramite banca”.

CHE COSA HA DETTO SILEONI DELLA FABI

«Sulla vicenda diamanti bisogna andare fino in fondo perché come categoria siamo stufi di prenderci colpe e responsabilità che non sono dei dipendenti. Reagiremo con ogni mezzo a disposizione», ha dichiarato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. «Sul caso – ha aggiungeììto Sileoni – un nostro ottimo dirigente sindacale di Banco Bpm, Marco Arisi, ha rilasciato una intervista oggi al quotidiano Mondo Padano in cui parla della vendita dei diamanti alla clientela. È un lungo reportage, pubblicato sul sito Fabi (www.fabi.it), che abbiamo inviato a tutti i nostri dirigenti sindacali. Nel ringraziare, a nome di tutta l’organizzazione, Marco Arisi, avviso i responsabili delle banche, che ci stanno leggendo, che se a qualcuno di loro venisse in mente di attuare eventuali ritorsioni farà personalmente i conti con me e con tutta la Fabi».

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TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE SUL CASO DIAMANTI:

ECCO I DETTAGLI SULL’INCHIESTA DIAMANTI 

CHE COSA DICONO LE BANCHE COINVOLTE

TUTTA LA DELIBERA ANTITRUST SUL CASO

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ECCO L’ARTICOLO USCITO OGGI SU MONDO PADANO

“Pensi alla situazione di un dipendente di una filiale. Che sul posto di lavoro o nel paese dove abita o, intanto che beve il caffè al bar, si sente chiedere: c’è qualcosa di nuovo per la storia dei diamanti? Quando li potrò vendere? E magari lui stesso aveva comprato uno o più diamanti per sé o per i familiari. E’ una situazione veramente drammatica che i colleghi vivono dal 2016, dopo le inchieste di Report. La nostra azienda, Banco Popolare BPM, ha mantenuto una posizione molto rigida dichiarando di non voler procedere a nessun rimborso massivo, ma di essere disponibile a gestire singolarmente, tramite una task force, i reclami ufficiali presentati della clientela. Di fatto, non sono state mai date ai colleghi indicazioni precise ed esaustive sul comportamento da mantenere nei confronti di tutti i clienti che hanno stipulato un contratto con Idb tramite banca. I clienti vanno avvisati? Bisogna aspettare che vengano in filiale arrabbiati?»

Marco Arisi, dipendente del Banco BPM e sindacalista della Fabi, aggiunge, ad una prima analisi, quello che sarebbe il nocciolo della questione: «In questo modo si viene a minare la fiducia che c’è tra la banca e il cliente…».

«C’è la sentenza dell’Antitrust – continua Arisi – che taglia la testa al toro: nell’intermediazione, il ruolo della banca è stato decisivo: nessun cliente avrebbe acquistato i diamanti se l’operazione non gli fosse stata proposta all’interno del suo istituto di credito».

«Tutto è iniziato attorno al 2012 nel Banco Popolare – ricorda – e in quel primo periodo, veniva solo chiesto se ci fossero clienti che, per propensione e disponibilità economica, potevano essere interessati all’acquisto dei diamanti. Quali fossero i termini del contratto tra la banca e la società di commercializzazione Idb , non ci erano noti, ma era specificato che la banca aveva un ruolo di segnalatore e il contratto con il cliente veniva stipulato direttamente con Idb. Avevano sorpreso le dinamiche di crescita dei prezzi dei diamanti nell’ordine del 4% annuo e su tutto, le voci sulla provvigione che sfiorava il 20 per cento. Una cosa mai sentita, ma erano solo voci. Poi, sono cominciate segnalazioni sempre piu’ numerose a seguito di sollecitazioni sempre più forti al collocamento di diamanti. In molti casi, i colleghi stessi ne hanno acquistati e ne hanno consigliato l’acquisto a parenti amici e conoscenti. Finché è arrivata la prima puntata dell’inchiesta di Report, il 30 settembre del 2016. Quella ha fatto saltare il banco…. C’è stato un primo periodo di “congelamento”, poi sono arrivati i primi mandati a vendere, ma anche la seconda puntata sull’argomento, a circa un anno di distanza. A quel punto, non si poteva più vendere».

Dalla denuncia televisiva, cosa si è scoperto? «Di fatto, che la Idb, l’azienda che è stata dichiarata fallita, adottava un modello tipo schema Ponzi. Il prezzo era fatto da loro, quindi il sistema si reggeva solo sulla domanda: era solo la domanda di nuovi diamanti a sostenere il business. Si, perché le vendite delle pietre potevano essere fatte solo tramite Idb. Può darsi che qualcuno sia riuscito effettivamente a guadagnare qualcosa, se è riuscito a far partire il mandato di vendita prima della trasmissione di Report».

Quale è stata la reazione della banca? «Alla prima trasmissione del 2016, la banca si è uniformata alla tesi di Idb che ha reagito dicendo che trasmissione della Gabanelli non era stata fatta in modo serio. C’è ancora il comunicato sul sito della Idb. Loro sostenevano che facevano un prezzo leggermente più alto rispetto ai primi player del mercato e che comunque il loro prezzo era comprensivo di alcuni servizi e per questo si ritenevano tranquilli. In realtà, dalla messa in onda di quella trasmissione, si blocca tutto. Ed è lì che esce il modello Ponzi, prima non si sapeva. Sono arrivati i primi clienti che hanno detto: guardi, facciamo una bella cosa, mi venda questa pietra. Ma le vendite non si sono mai concretizzate».

Come sindacato, come avete interpretato tutta la vicenda? «Noi siamo intervenuti in tempi non sospetti, molto prima della trasmissione televisiva. Denunciando all’azienda che non era plausibile che un prodotto che la normativa interna definiva escluso da attività promozionale fosse diventato argomento nelle mail di sollecitazione al raggiungimento degli obiettivi commerciali. La banca può fare un contratto con una società che colloca un bene che può essere chiamato bene di consumo o bene rifugio, ma di certo non può essere considerato un prodotto finanziario. La banca si pone come intermediario. L’impiegato è un semplice segnalatore. In sostanza, all’inizio, nel rapporto con l’azienda venditrice, la banca aveva solo il compito di segnalare i possibili investitori. l contratti dovevano essere stipulati dall’azienda Idb direttamente con il cliente».

Il problema, però, è che il contratto veniva stipulato all’interno della banca…

«Sì, non si può rispondere diversamente».

Come è stato il passaggio, per il bancario, da semplice segnalatore a venditore?

«Il problema ha riguardato tantissimi colleghi che sono la parte più vulnerabile della vicenda. Hanno venduto diamanti ai clienti, a se stessi, ai propri familiari e ai propri amici in totale buona fede perché non hanno mai dubitato della propria azienda. E sono quelli che, adesso, sono nella situazione peggiore. Allora, se c’è un contratto tra la Idb e la banca, come dipendente come faccio a sospettare della bonta’ di questo accordo? Soltanto loro sanno quale è la commissione per ogni vendita. Idb riesce a collocare un diamante di 10 mila euro, alla banca viene riconosciuta logicamente una commissione. Altissima, fuori mercato? Giuro che non lo so. Quel che abbiamo sentito è che va dal 20 al 40 per cento (nel caso si vendesse nel primo anno, la percentuale aggiuntiva era del 17 per cento). Ci può stare tutto, ma già il 20 mi sembra una cifra enorme. Però questo “affare” inizia nel 2012 ed è in crescita fino al 2015. Inizia molto piano, ma poi cresce molto. Questo perché questa commissione è molto allettante per una banca ed è apparentemente a rischio zero. Il verbale dell’Antitrust parla di 100 milioni di commissioni di cui la meta’ nel 2015 e 2016. Chi ha fatto il contratto non ha fatto una valutazione seria, questo credo sia indiscutibile. Il responsabile di una politica commerciale di questo tipo non ha fatto la minima valutazione sulla società Idb e nemmeno sulla struttura del mercato dei diamanti. Sembra che l’unica cosa valutata sia la commissione che è fuori mercato: il 20 per cento non lo prende nessuno». «Succede quindi – continua Arisi – che tutto questo si contestualizzi all’interno delle politiche commerciali particolarmente aggressive degli ultimi anni, che noi come sindacato abbiamo denunciato e continuamo a denunciare e che sono finalizzate al raggiungimento di obiettivi nel brevissimo termine a scapito di tutta una serie di tutele sia per i dipendenti che per i clienti. E questo rischia di minare il rapporto centrale tra cliente e banca che si basa sulla fiducia. Mi pare sia l’aspetto essenziale, ma solo il sindacato ha il coraggio di denunciarlo. Sono 2 anni che sono con i colleghi di Cremona su questa vicenda dei diamanti e so benissimo che sono stati lasciati soli nel gestire il rapporto con il cliente. Erano stati sufficientemente seguiti solo quando c’era da vendere. C’era un obiettivo da raggiungere: tu, ogni mese, devi fare 100. Poi, come lo fai, è un problema tuo. Noi bancari non abbiamo contrattualmente obblighi di raggiungimento dei risultati. Ma è necessario che tu lo faccia perché se non raggiungi l’obiettivo commerciale, sei considerato un cattivo dipendente. Questo è l’effetto peggiore delle pressioni commerciali. Non è sufficiente che tu ce la metta tutta per raggiungere il risultato. Se non lo raggiungi, non sei un buon dipendente. Quindi sei passibile di trasferimenti, demansionamenti e soprattutto, alla totale messa alla berlina. Questo è ciò che noi, come sindacato, denunciamo da anni e fortunatamente, all’interno della nostra azienda Banco BPM spa, abbiamo trovato un accordo prima di Natale sulle politiche commerciali, nel quale alcune pratiche vengono riconosciute come vietate anche dall’azienda stessa. Quindi, perché il collega si è sentito costretto a vendere diamanti? Perché era un prodotto messo a disposizione dall’azienda in un contesto di forti pressioni commerciali. In modo da generare la paura che il loro mancato raggiungimento avesse come conseguenza l’essere messo da parte, essere trasferito, demansionato».

B.Carige: presentate offerte su Npl da Sga e Credito Fondiario (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sarebbero arrivate due offerte concrete per l’acquisto di un portafoglio di Npl e Utp di Banca Carige superiore a 1,5 miliardi lordi. 

Si tratterebbe, spiega una fonte, di due offerte separate e non ci sarebbero al momento altre proposte sul tavolo oltre alle due in questione. 

Carige ha in piano di cedere due pacchetti di crediti deteriorati, uno di sofferenze e uno di unlikely to pay, per un valore lordo complessivo di 1,7 miliardi. Questo è uno dei pilastri del piano di pulizia su cui il gruppo oggi affidato alle cure dei commissari Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener incardinerà la ristrutturazione. Gli annunci ufficiali sono attesi per mercoledì 27, quando sarà presentato il piano industriale. 

“Il nostro obiettivo è cedere crediti deteriorati per almeno 1,5 mld lordi circa”, ha dichiarato Fabio Innocenzi, commissario straordinario di Banca Carige, in conferenza stampa a Genova lo scorso gennaio. 

“Qualsiasi valore compreso tra 1,5 mld e 2,8 mld” andrebbe bene. 

Innocenzi, Lener e Modiano avevano avviato una due diligence sugli Npe della banca con l’obiettivo di una ulteriore drastica riduzione degli stessi (che segue quella di oltre 1,5 miliardi di euro appena effettuata) al fine di includere nel piano industriale una percentuale degli Npe compresa tra il 5% e il 10% del totale dei crediti. In questo modo la banca si posizionerebbe al di sotto del valore medio di sistema. 

Fonspa gestisce già una fetta importante delle sofferenze oggetto di cessione e la sua partecipazione al processo era abbastanza scontata. Come sempre in operazioni di questo genere il nodo sarà il prezzo. L’obiettivo di Carige è ridurre la perdita anche alla luce degli accantonamenti fatti nei trimestri scorsi. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 22, 2019 10:51 ET (15:51 GMT)

Banche: Sileoni (Fabi), andare fino in fondo su caso diamanti

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Sulla vicenda diamanti bisogna andare fino in fondo perché come categoria siamo stufi di prenderci colpe e responsabilità che non sono dei dipendenti. Reagiremo con ogni mezzo a disposizione”. 

Lo dichiara il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, in relazione all’inchiesta aperta dalla procura di Milano per i reati di truffa aggravata e autoriciclaggio sulla vendita di diamanti attraverso i canali bancari a prezzi superiori rispetto al loro valore. 

“Sul caso un nostro dirigente sindacale di Banco Bpm, Marco Arisi, ha rilasciato un’intervista in cui parla della vendita dei diamanti alla clientela. Avviso i responsabili delle banche, che ci stanno leggendo, che se a qualcuno di loro venisse in mente di attuare eventuali ritorsioni farà personalmente i conti con me e con tutta la Fabi”. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 22, 2019 05:17 ET (10:17 GMT)

Volksbank: non studia da Superpopolare ma non chiude porta a risiko (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Noi non ci siamo”. Con queste parole una fonte apicale di Volksbank, la banca popolare dell’Alto Adige, chiude la porta a un suo possibile coinvolgimento nel progetto di aggregazione tra banche popolari: un tema che sta tenendo banco sia in Assopopolari che in Banca d’Italia. In un recente incontro in Via Nazionale la banca centrale ha infatti dichiarato di vedere con favore le banche popolari e 

le ha esortate a lanciare iniziative che mettano in sicurezza gli istituti cooperativi che ne hanno bisogno. 

Il meeting, di carattere operativo, è stato funzionale a esplorare possibili strade per fornire una sorta di paracadute agli 

istituti cooperativi che si trovano in difficoltà. Assopopolari ha fornito la sua ricetta, insieme a Kpmg, per indicare soluzioni a livello sistemico utili a rafforzare la solidità di tali banche, legate a doppio filo col territorio, e la loro capacità di sostenere l’economia locale. 

Al centro l’ipotesi di adottare un sistema di tutela istituzionale, o 

Ips, uno strumento per mettere in sicurezza gli anelli più fragili della 

categoria e preservare il mantenimento dell’autonomia e della governance 

cooperativa. Si tratta di patti di reciproca garanzia “personalizzabili” 

che possono riunire due o più banche in base a obiettivi ed esigenze 

comuni. Garanzie che verranno adottate solo in caso di assenso delle 

singole banche. Se questa è la linea di Assopopolari c’è chi non esclude la possibilità di un progetto più ampio di aggregazione con una superpopolare che diverrebbe un nuovo polo bancario in grado di competere sul suolo nazionale. Le modalità sono ancora da chiarire, fatto sta che le resistenze a livello locale sono fortissime. 

Se Volksbank si è ufficiosamente sfilata da questo progetto, il Piano industriale 2019-2021, appena licenziato non esclude a priori ipotesi di crescita per linee esterne. La Banca Popolare dell’Alto Adige guidata dal d.g. Johannes Schneebacher punta a incrementare le quote di mercato e, sebbene confermi la sua mission di banca regionale del territorio e la sua capacità di proseguire su un percorso “stand alone”, non esclude ipotesi alternative qualora fossero vantaggiose per gli azionisti. 

Più nel dettaglio il business plan “continua a puntare sul modello di 

business di banca regionale profondamente radicata nel Nord-Est. La 

strategia prevede una crescita sulla base di quanto già realizzato negli 

anni passati, quando la banca ha ampliato il suo raggio d’azione e la sua 

dimensione con nuove filiali nel Nord-Est e l’incorporazione del Gruppo 

Banca Popolare di Marostica. L’acquisizione di nuove quote di mercato nel 

bacino di utenza attuale, attraverso una crescita solida e sana, intende 

sfruttare le opportunità di mercato”, spiega una nota. 

Entro fine 2021, Volksbank punta a raggiungere un utile netto cumulato 

di 150 milioni di euro, mantenendo nel contempo il payout intorno al 40% 

salvo diverse indicazioni regolamentari. Inoltre, sul fronte della 

redditivitá attesa, la banca intende raggiungere un Rote superiore al 6%, 

trainato dalla crescita di commissioni nette e margine d’interesse. 

Volksbank punta inoltre a incrementare quote di mercato e volumi e a ridurre i costi (cost/income sotto il 60%). Questo obiettivo è da raggiungere principalmente attraverso l’efficientamento dei processi, certo è che una fusione potrebbe facilmente aumentare le quote di mercato e ridurre i costi grazie a economie di scala. Al momento sul tavolo non c’è nulla di avviato, ma complice lo scenario internazionale e la spinta dei regolatori al consolidamento il vecchio progetto di fusione con Sparkasse (la cassa di risparmio di Bolzano) potrebbe essere valutato sotto una nuova luce. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 22, 2019 05:25 ET (10:25 GMT)