Prima era vostro, ora è nostro: USA e Gran Bretagna si prendono l’oro altrui

sputniknews.com 23.2.19

Monete d'oro

A gennaio la comunità internazionale è stata scossa dal rifiuto della Banca d’Inghilterra di restituire al Venezuela i suoi lingotti d’oro. Ma i britannici non hanno fatto altro che prendere esempio dai loro vecchi amici, gli USA.

Gli americani negli ultimi decenni non solo hanno rifiutato di restituire metalli preziosi ai loro effettivi proprietari, ma si sono anche immischiati in affaire legati a lingotti d’oro, inclusa la palese montatura di processi penali.

Com’è possibile?

Il Presidente del Venezuela Nicolás Maduro ha dichiarato di recente che la Banca d’Inghilterra starebbe conservando 80 tonnellate d’oro di proprietà delle autorità venezuelane. “Hanno congelato circa 10 miliardi di dollari, il nostro oro, i nostri petroldollari”, ha affermato Maduro.

Stando alle informazioni diffuse da Bloomberg, la Banca centrale britannica ha negato a Caracas i lingotti su pressione di Washington e, in particolare, del segretario di Stato USA Mike Pompeo e del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Il Venezuela ha richiesto che l’oro fosse restituito già a dicembre dello scorso anno, ma gli inglesi hanno prolungato l’intero processo adducendo il pretesto di complicazioni per l’ottenimento di un’assicurazione su merci tanto costose. E alla fine si sono semplicemente rifiutati di restituire i lingotti richiedendo all’effettivo proprietario di chiarire in che modo il Paese latino-americano prevedesse di disporre di quei metalli preziosi.

Rifiutarsi così apertamente di restituire le risorse auree alla nazione che le possiede a causa di un presidente ritenuto “non adatto” è un caso eccezionale. Ad ogni modo, scandali del genere avvengono spesso.

Di norma, al centro di questi scandali si trovano gli USA e la Gran Bretagna per il semplice fatto che proprio questi Paesi fino a poco tempo fa hanno conservato le riserve di decine di nazioni: infatti, Stati Uniti e Regno Unito ospitano le principali piazze di scambio dell’oro: la New York Mercantile Exchange (NYMEX) e la London Metal Exchange (LME).

I proprietari dell’oro lo conservano nelle vicinanze per non sprecare soldi in spese di trasporto che nel caso dei metalli preziosi sono molto elevate per via dell’assicurazione. Una riserva aurea viene trasferita solo in presenza di situazioni politiche ed economiche eccezionali.

Il precedente in tal senso fu la restituzione alla Francia della riserva conservata negli USA negli anni ’60. Al tempo scoppiò il primo vero e proprio scandalo.

I primi tentativi

Il governo francese esportò negli USA la maggior parte della propria riserva aurea poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale poiché temeva un’invasione nazista. Dopo il crollo della Germania nazista Parigi si rivolse alle autorità americane chiedendo la restituzione dei lingotti.

Ma ricevette un no categorico: gli americani dichiararono che i lingotti erano stati portati negli USA da persone fisiche, dunque non potevano essere considerati riserva aurea nazionale. Anche se quelle “persone fisiche” avevano agito su ordine diretto del governo francese.

Tuttavia, al tempo ancora vigeva il sistema aureo, dunque la valuta americana doveva essere scambiata con l’oro a un tasso fisso: 35$/oncia troy. Sfruttando questa circostanza, il presidente francese Charles de Gaulle raccolse tutti i dollari contanti presenti nelle banche francesi, li inviò agli USA su una nave da guerra e richiese al presidente americano Lyndon Johnson di cambiare i verdoni in lingotti al tasso ufficiale. Nell’agosto del 1965 tornarono nei caveau della Banque de France 4400 tonnellate d’oro.

Un paio d’anni dopo fu la Germania a cercare di riavere la propria riserva aurea dagli USA, ma i tedeschi ottennero un brusco rifiuto: Washington dichiarò che conservare i lingotti tedeschi negli USA fosse una garanzia per le truppe americane che si trovavano in Germania Ovest a difendere i tedeschi da una possibile invasione sovietica. Poco dopo gli USA abbandonarono il sistema aureo rendendo quindi impossibile una seconda mossa à la De Gaulle.

La fiducia in crisi

Da quel momento i tentativi della Germania e di altri Paesi di riavere indietro i propri lingotti d’oro dagli USA e dalla Gran Bretagna si interruppero per diversi anni, fino alla crisi finanziaria mondiale del 2008 quando le banche centrali di tutto il mondo, tentando di proteggersi dalle fluttuazioni del mercato, cominciarono a comprare grandi quantità di oro.

In particolare, la Cina nel 2009 comprò sulla LME circa 70 tonnellate d’oro. Quando i lingotti furono consegnati a Pechino, gli esperti cinesi condussero dei test per verificare la purezza del metallo: praticarono piccoli fori nei lingotti e inviarono i campioni ottenuti in laboratorio per un’analisi chimica. I risultati dell’analisi furono sorprendenti: i lingotti erano composti di tungsteno e solo all’esterno erano ricoperti da un sottile strato d’oro.

Pechino comunicò ciò che aveva scoperto alla LME. Questa in risposta accusò della falsificazione i cinesi stessi. Ma la Banca popolare cinese ribatté indicando che sui lingotti figuravano l’emblema della Federal Reserve e i numeri identificativi. Questi indicavano che per molti anni prima di essere venduti quei lingotti erano stati conservati nel caveau americano di Fort Knox.

Dopodiché si smise di parlare del caso e ad oggi non è chiaro come sia stato risolto il conflitto. Ma sui mercati finanziari cominciarono a correre voci sul fatto che la riserva aurea americana fosse una finzione: invece dei lingotti veri e propri a Fort Knox ci sarebbero delle riproduzioni.

Confutare queste accuse era impossibile poiché i controlli dei caveau americani erano stati effettuati l’ultima volta negli anni ’60.

Dunque, ben presto i giornali internazionali si riempirono di valutazioni di esperti sulla possibilità che la Fed e la Banca d’Inghilterra avessero svenduto i lingotti loro affidati dalle banche centrali straniere.

Il primo Paese a sfruttare questo scandalo fu il Venezuela: nel 2011 Caracas inviò alla Banca d’Inghilterra una richiesta per la restituzione della propria riserva aurea, ovvero 211 tonnellate.

Gli inglesi in risposta comunicarono che nella loro banca centrale vi erano solamente 99 tonnellate di oro venezuelano e che la quota restante era distribuita nelle banche JP Morgan Chase, Barclays, Standard Chartered e Bank of Nova Scotia. Queste sono grandi attori sul mercato mondiale dei metalli preziosi, il che rafforzò i sospetti di una possibile svendita dei beni affidati a queste banche.

Verso la fine del 2011 Hugo Chávez riuscì a riportare a casa 150 tonnellate d’oro e gli inglesi se ne tennero altre 60. Da allora Caracas regolarmente comprò altro oro sulla LME portando la quota di oro venezuelano da 60 a 80 tonnellate. Proprio quest’oro è quello che le autorità britanniche si rifiutano di restituire al loro legittimo proprietario.

Reazione a catena

Mentre Hugo Chávez tentava di riavere la propria riserva aurea da Londra, negli USA scoppiò un nuovo scandalo. Nel bel mezzo della crisi finanziaria il principale venditore d’oro del mondo intero dovette esporsi all’FMI: solamente tra il settembre 2009 e il dicembre 2010 vendettero 403 tonnellate d’oro dalle proprie riserve.

Per continuare con le vendite, il direttore generale dell’FMI Dominique Strauss-Kahn chiese alla Fed di restituire al Fondo le 191 tonnellate d’oro in precedenza date da conservare a Fort Knox. Ma gli americani non diedero seguito a questa richiesta e non fornirono spiegazioni.

Strauss-Kahn tentò tenacemente di costringerli a restituire l’oro, ma il 14 febbraio fu arrestato a New York con l’accusa di aver stuprato una cameriera dell’hotel Sofitel. Fu subito dimesso dall’FMI e il suo direttore generale divenne Christine Lagarde.

Nel frattempo nel luglio di quell’anno la donna che aveva accusato Strauss-Kahn di stupro confessò di aver rilasciato una falsa testimonianza di fronte alla corte dei giurati. Inoltre, in seguito fu appurato che nel giorno dell’incidente la “vittima” parlò al telefono con un uomo sconosciuto riguardo alla ricompensa che avrebbe ricevuto per incolpare il direttore generale dell’FMI. Dopo quella telefonata sul suo conto furono inviati 100.000 dollari da una fonte sconosciuta.

Viste le circostanze tutte le accuse contro Strauss-Kahn furono ritirate, ma la questione della restituzione dell’oro all’FMI non fu più sollevata.

In seguito a questi scandali la fiducia per la Fed e la Banca d’Inghilterra fu persa completamente e nel 2013 la Germania manifestò nuovamente il desiderio di riavere la propria riserva aurea dagli USA. Questa volta Berlino ebbe più fortuna: verso la fine del 2017 la Bundesbank riportò nei propri caveau 674 tonnellate d’oro (delle 3370 totali).

Nel 2015 all’Olanda furono restituite dagli USA 120 tonnellate d’oro e poco dopo alla Banca centrale austriaca 140 tonnellate dalla Banca d’Inghilterra.

Nel 2016 il presidente turco Recep Erdoğan dichiarò a gran voce che “è pericoloso conservare il proprio oro negli USA”. Nello scorso anno la Banca centrale turca si riprese dalla Fed 29 tonnellate d’oro e dalla Banca d’Inghilterra altre 200.

Inoltre, a gennaio 2018 la Turchia comprò un lotto d’oro da 41 milioni di dollari dal Venezuela e poi aumentò i suoi acquisti in oro fino a raggiungere i 900 milioni di dollari, cosa che irritò molto Washington.

A inizio del 2019 la società Noor Capital degli Emirati Arabi Uniti ha acquistato altre 3 tonnellate di oro venezuelano. Sui media americani è comparsa la notizia di una possibile vendita agli UAE di altre 15 tonnellate d’oro venezuelano, ma la Noor Capital ha dichiarato che “non sono stati conclusi altri affari” e così non sarà fino a che la crisi politica in Venezuela non sarà risolta.

Sotto la Banca (Marche) la gente crepa

5 DICEMBRE 2018  ERNESTO MILANESI informazionesenzafiltro.it

Risparmiatori traditi da Banca Marche.

Nel crack trasversale che ha colpito gli istituti di credito di mezza Penisola, quello di Banca Marche è passato in sordina. Analizziamolo più da vicino.

Non abbiamo più una banca…”. E il conto del crac miliardario è stato accollato a piccoli risparmiatori, pensionati, famiglie. Banca Marche ha tradito il territorio e la fiducia di chi ci vive. Ma il terremoto dei conti correnti, prima del sisma vero e proprio, ha messo a nudo l’evanescenza dell’imprenditoria locale al governo dell’economia.

Banca Marche, storia di un crack

È la storia che nel 2015 fa implodere insieme gli istituti di credito di mezza Italia: Banca EtruriaPopolare Vicenza e Veneto Banca, Carisparmio Ferrara, Carichieti. E, appunto, Banca Marche, nata dalla fusione delle Casse di Pesaro, Macerata e Jesi e avvelenata da 6 miliardi di crediti, incagli, “baciate” e bilanci virtuali. Sembrava lo sportello cucito su misura dei distretti (calzature, elettrodomestici, componentistica) che dal confine con l’Emilia guardano all’Europa. Ma si è rivelato un bancomat a senso unico per il giro che conta, la cassa continua degli eletti, l’isola del tesoro degli “sceriffi”. Banca Marche è stata lo specchio di un reame fuori controllo. E naturalmente a migliaia di dipendenti e risparmiatori truffati restano la carta straccia delle azioni e le carte bollate dei processi postumi.

La cronaca giudiziaria restituisce la recente assoluzione nel rito abbreviato dei tre revisori dei conti (Piero Valentini, Marco Pierluca, e Franco D’Angelo). A maggio invece andranno alla sbarra per bancarotta fraudolenta, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza una dozzina di dirigenti di Banca Marche, fra cui gli ex presidenti Lauro Costa e Giuseppe Michele Ambrosini, con l’ex direttore generale Massimo Bianconi.

Tre profili istituzionali, insindacabili, iridescenti. Costa martedì 17 dicembre 2013 viene insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica dal presidente Giorgio Napolitano. L’avvocato Ambrosini, padre di tre figli, occupa la cattedra di Procedura penale all’Università di Urbino. Bianconi fa carriera in Banco di Santo Spirito, passa per Agricola Mantovana e Cariverona, nel 2000 è direttore generale di Credito Italiano e nel 2002 guida il marketing strategico di San Paolo-Imi prima di approdare nell’aprile 2004 in Banca Marche.

Doposi scopre che già il bilancio 2011, dietro l’utile di 135 milioni, occulta 1,3 miliardi di gestioni tossiche (aumentate del 28% nel giro di un solo anno). Dopo si capirà che l’aumento di capitale di 180 milioni effettuato nel 2012 è già polverizzato. Dopo tutti sapranno che Banca Marche ha bruciato 600 milioni di depositi dei correntisti.

Primaera sempre la vecchia Cassa di risparmio, tradizionale garanzia del gruzzolo di famiglia come della liquidità delle piccole aziende formato famigliare. Lo sponsor delle squadre del cuore, il sostegno alle iniziative di campanile, la tesoreria amministrativa, il confessionale delle piccole vergogne quotidiane. Insomma, la banca formato locale.

La matassa del fallimento

Ma anche nelle stanze dei bottoni di Banca Marche batteva il cuore della “sussidiarietà nazionale” che nel Duemila vede all’opera una compagnia di professionisti, politici, mandarini, finanzieri, costruttori e coop. Un diagramma di flusso perfino sorprendente, non appena ci si applica alle informazioni di pubblico dominio.

Già nel bilancio 2012 della Fondazione Carisparmio Pesaro (22,51% di Banca Marche) affiora il “business green” da 13 milioni e 90 mila euro perfezionato il 2 agosto nello studio del notaio padovano Nicola Cassano, legato a filo doppio con l’ex ministro Flavio Zanonato (“Il Formigoni del Veneto” secondo il Corriere della sera). Si tratta degli impianti fotovoltaici di Lentini (Siracusa) di Solvestia3 Srl amministrata da Vittorio Gianluigi Belcastro, calabrese classe 1975. Ma è il fondo Real Energy che detiene il 100% di Solvestia3 Srl: fa parte della galassia di interessi che dal Nord Est arriva fino alla holding Seci della famiglia Maccaferri in Emilia e alle banche marchigiane. Tant’è che la Fondazione di Pesaro detiene quote per 2 milioni di euro, che all’epoca sembrano redditizie. E seguendo il filo di Real Energy dopo il “botto” di EstCapital Sgr si arriva – attraverso Serenissima Sgr e un personaggio del calibro di Elia Valori – fino al giro dei finanzieri lombardi, fra cui il varesino Luca Galli espulso dalla Lega Nord nell’estate 2017.

Il bilancio 2014 della Fondazione Carisparmio di Fano (3.35% delle azioni Banca Marche) certifica invece tre fondi immobiliari sempre targati EstCapital Sgr, all’epoca già in amministrazione straordinaria per disposizione di Bankitalia e del ministro Pier Carlo Padoan. I due milioni di Real Venice I si sono dimezzati; Realest I vale 750 mila euro contro gli originali 1,5 milioni; Geo Ponente si è ridotto a 1,8 milioni. Investimenti destinati a naufragare, perché il sistema della speculazione immobiliare in grande stile è già finito nel mirino della Guardia di finanza e della Consob.

EstCapital Sgr (sede legale in via Carlo Leoni 7 a Padova) è il crocevia di operazioni non solo su Venezia e Milano, ma fa perno sulla banca Edmond de Rothschild con sede al 20 di Boulevard Emmanuel Servais a Lussemburgo. Salvadanaio miliardario per 200 “investitori qualificati”, EstCapital Sgr si rivela una bolla di sapone per tutti. Anche nelle Marche, così simili al Nord Est che voleva clonare altri soldi facili dal miracolo economico ormai al capolinea.

E proprio come in Veneto i salotti buoni incassano perfino dai fallimenti, perché ogni perdita è scaricata su chi deve sempre sudarsi il conto in banca. Così il 24 maggio 2016 la Commissione di indagine della Regione su Banca Marche, presieduta da Mirco Carloni (Area Popolare), licenzia una relazione in cui si legge: «Anche le Fondazioni proprietarie di Banca Marche non sono esenti da responsabilità: l’elevata percentuale di capitale sociale posseduta delle Fondazioni bancarie ha, infatti, determinato che – nel bene e nel male – esse abbiano sempre influenzato, nei fatti, le decisioni della banca, in alcuni casi anche sul fronte delle scelte della direzione».

Ciò che resta di Banca Marche

Banca Marche, del resto, cementava interessi composti. Una linea di credito speciale con i soldi dei risparmiatori. Dettaglia Marco Ricci di Cronache Maceratesi a beneficio della puntata di Reportche va in onda l’8 maggio 2017: «Nel complesso possiamo parlare di una decina di posizioni debitorie: 850 milioni di euro. Abbiamo il Gruppo Lanari, costruttori anconetani molto importanti, 250 milioni; il Gruppo Santarelli di Ascoli, un altro costruttore, 140 milioni; la Polo Holding di Fano, di nuovo costruttori, 130 milioni di euro; poi i gruppi Casale e Degennaro per un complesso di 100 milioni; Gruppo Ciccolella, che sono dei vivaisti pugliesi, più o meno 80 milioni; più altri 60 milioni il gruppo Mulazzani Italino di Rimini, sempre un gruppo edile; un altro gruppo di Fano, il gruppo Mattioli, 50 milioni di euro; 30 milioni di euro al gruppo riconducibile a un commercialista anconetano, ex consigliere regionale, Franco Sordoni: più 17 milioni di euro ad esempio ascrivibili al gruppo di Mazzaro Canio, conosciuto perché ex marito di Daniela Santanchè, nelle cui società tu trovi come consigliere di amministrazione Cirino Pomicino, piuttosto che il figlio di Massimo Bianconi».

Bancarotta “sorprendente”, se ci s’illude che l’impresa costruisca un mondo migliore per tutti. Banca Marche lascia in eredità macerie che sono una lezione da imparare a memoria. In attesa delle aule di giustizia.

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La Sindone continua a non essere autentica (anche due uomini sono stati appesi a una croce per provarlo)

 Sandro Iannaccone Giornalista scientifico wired.it 23.2.19

Un esperimento statunitense avrebbe mostrato che le “macchie” della Sindone sarebbero compatibili con quelle lasciate da un uomo crocifisso. Ma i dubbi sono molti (per non parlare del problema della datazione)

Sindone
(foto: Getty Images)

È certamente il lenzuolo più famoso e studiato al mondo. E oggi un nuovo studio, l’ennesimo, tenta di far luce sui segreti nascosti tra le sue fibre sfilacciate dalle temperie. Parliamo, ovviamente, della Sindone di Torino, il telo che secondo la tradizione cristiana avrebbe avvolto il corpo di Gesùdopo la crocifissione e che ne porterebbe impressa l’immagine. Una questione su cui fede e scienza sono divise: stando alla maggior parte delle analisi finora condotte, infatti, il lenzuolo sarebbe un manufatto creato intorno al XIV secolo per scopi artistici o didattici. Il nuovo studio, condotto da un’équipe di ricercatori del Turin Shroud Center of Colorado, a Colorado Springs, sembra invece andare nella direzione opposta: gli autori hanno appena presentato i risultati di nuovi esperimenti al convegno annuale della American Academy of Forensic Sciences (Aafs), sostenendo che “le conclusioni sembrano supportare l’ipotesi dell’autenticità della Sindone in modo nuovo e del tutto inatteso”. È davvero così?

Lo studio di Borrini e Garlaschelli
Facciamo un passo indietro. Lo studio appena presentato è la risposta a un lavoro pubblicato nel 2018 da Matteo Borrini Luigi Garlaschelli. I due ricercatori – scienziato forense alla Liverpool John Moores University il primo, esperto del Comitato per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) il secondo – avevano provato a replicare la formazione delle presunte macchie di sangue evidenti sul lino della Sindone, concludendo che molte di esse erano del tutto irrealistiche e incompatibili con la posizione del corpo di un uomo crocifisso.

Per scoprirlo, gli autori simularono in prima persona (fu proprio Garlaschelli a prestarsi) la crocifissione, cercando di riprodurre il più fedelmente possibile le ferite, le diverse posizioni del corpo sia sulla croce sia nel sepolcro, con sangue vero e artificiale e usando diversi tipi di legno.

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Queste le conclusioni: di tutte le macchie di sangue visibili sulla Sindone, quelle compatibili con verosimili posizioni assunte da un corpo crocifisso sono quella della ferita al torace e quelle sugli avambracci, che “indicano che le braccia erano molto estese verso l’alto, con un angolo superiore a 45 gradi”. Diverso il discorso per le tracce sui polsi e per la cintura di sangue nella regione lombare, giudicate non compatibili con alcuna posizione del corpo né sulla croce né nel sepolcro; la cintura nella regione lombare, in particolare, che si ipotizzava essere il risultato di una fuoriuscita di sangue dalla ferita toracica post mortem, sarebbe “totalmente irrealistica” e “più somigliante a un segno artificiale, tracciato con un pennello o un dito”.

Sindone
(foto: M. Borrini e L. Garlaschelli, Journal of Forensic Sciences)

Cosa dice lo studio americano
Veniamo finalmente allo studio dei ricercatori di Colorado Springs. O, più precisamente, al suo abstract, perché è solo questo che abbiamo a disposizione: il lavoro non sarà pubblicato ed è stato solo discusso da John Jackson, il primo autore, in una conferenza in cui era vietata ogni tipo di registrazione. Nel testo si parla di “un protocollo sperimentale in cui grazie a meccanismi speciali per l’ancoraggio dei polsi e dei piedi è stato possibile appendere in sicurezza e con realismo dei soggetti maschi su una croce a dimensioni reali”. Anche se non sappiamo quanti soggetti.

II ricercatori, si dice sempre nell’abstract, hanno usato l’immagine sul lenzuolo per inferire le dinamiche e i dettagli della crocifissione, come per esempio la posizione dei chiodi sui polsi. “I soggetti sono stati scelti per corrispondere il più possibile alle caratteristiche che si ricavano dalle impronte frontali e dorsali visibili sulla Sindone. La croce e il sistema di sospensione sono stati progettati per permettere ai soggetti di assumere diverse posizioni e di muovere il corpo nel modo più appropriato”. Le conclusioni degli esperimenti sono quelle citate poco sopra: secondo Jackson e colleghi, le macchie sulla Sindone potrebbero effettivamente essere compatibili con il sanguinamento di un uomo crocifisso.

Come si diceva, però, i dubbi sono tanti. Anzitutto l’approccio seguito, a posteriori, che parte dalle macchie per inferire la posizione di un uomo crocifisso e non viceversa. Cercare di dimostrare che i segni sulla Sindonesono compatibili con la posizione di un uomo crocifisso è concettualmente diverso dal mostrare che la posizione naturalmente assunta da un uomo crocifisso potrebbe lasciare quelle macchie.

Ma c’è dell’altro. E a raccontarcelo è proprio Borrini, ospite alla conferenza e dunque testimone diretto della presentazione di Jackson. “L’autore ha dimostrato”, ha raccontato a Wired“di non aver capito il senso del nostro lavoro: noi abbiamo analizzato le macchie sul polso, quelle sull’avambraccio, quelle sul torace e quelle sul dorso – la cosiddetta cintura di sangue – dimostrando che non sono compatibili se prese nel loro insieme. Le macchie sull’avambraccio e sul polso, prese singolarmente, potrebbero anche essere compatibili con quelle lasciate da un uomo crocifisso, e questo lo avevamo detto chiaramente. Il team di Jackson ha ripetuto, in modo piuttosto convoluto, solo una parte del nostro esperimento: i loro risultati sono estremamente inconclusivi e in realtà non fanno altro che ripetere parte quello che avevamo già dimostrato. Ossia che le macchie di polso e avambraccio sono apparentemente compatibili; ma questo lo sapevamo già. Il problema – che Jackson ha ignorato – è quello che succede quando si analizzano tutte le macchie insieme, quello che abbiamo fatto noi. E che ha dimostrato che la Sindone non è originale”.

Creval, chi sono i putiniani di Altera che trottano nel Credito Valtellinese (con i vertici in bilico)

Fernando Soto startmag.it 23.2.19

Ribaltone ai vertici del Credito Valtellinese? Nuovi soci esteri pronti a condizionare il Creval?

Sono le domande che imperversano da giorni dopo le indiscrezioni e le notizie che riguardano l’ex banca popolare Credito Valtellinese trasformata in società per azioni. Partiamo dalla notizia certa.

Il fondo di imprenditori russi Altera ha superato la soglia del 7% l’8 febbraio nel Credito Valtellinese e dovrebbe aver comprato i titoli immessi sul mercato dal fondo Steadfast, appena sceso sotto il 5%.

TUTTE LE NOVITA’ NEL CREDITO VALTELLINESE

Altera si affianca così agli altri soci pesanti in Creval, tutti sopra il 5%, come l’hedge Hosking Partners e il fondo Algebris del renzianissimo Davide Serra, al finanziere francese Denis Dumont (5,7%), e al Crédit Agricole, al 5%.

CHE COSA FA IL FONDO ALTERA

Altera ha concentrato una quota rilevante del suo patrimonio, che ammonterebbe a circa 200 milioni di euro. “Il fondo ha spaziato negli investimenti dalle miniere d’oro armene e russe di GeoProMining alla più recente società di cybersecurity russa Group-Ib. Prima ancora, le cronache locali hanno dato Altera in affari con società dell’oligarca russo Oleg Deripaska, che era stato colpito dalle sanzioni degli Usa, e tra i soci del gruppo petrolifero Ruspetro”, ha scritto oggi il Corriere della Sera.

CHI SONO I RUSSI NEL CREVAL

I due manager che hanno fondato Altera nel 2012 hanno un passato nell’amministrazione Putin: Vyacheslav Pivovarov e Kirill Androsov. Il primo, che è il ceo del fondo, 46 anni, è un ex trader di Citi e di Old Lane, ha preso un Mba a Stanford ed è stato anche consulente del ministro dello sviluppo economico nei primi anni Duemila. Androsov, il managing director, 47 anni, Mba a Chicago, è stato tra il 2008 e il 2010 vice capo dello staff di Vladimir Putin primo ministro, ed è stato presidente di Aeroflot e delle Ferrovie russe, ha aggiunto il Corriere.

L’ALLARME DI ASSOPOPOLARI NON SOLO SUL CREDITO VALTELLINESE

Reazioni critiche alla mossa dei russi in Creval dal mondo delle banche popolari: “Il sistema bancario è ormai in mani forestiere. La gran parte delle nostre banche sono dette italiane solo perché hanno sede legale in Italia. Sono controllate dai fondi speculativi esteri statunitensi o europei oppure da banche estere. Fiumi di utili vanno ad arricchire altri Paesi ed economie. Adesso, cominciano ad affacciarsi (e hanno già fatto spesa bancaria) gli oligarchi russi e società con sede alle Cayman, alle Isole Vergini, in Lussemburgo. Siamo una terra di conquista della finanza internazionale, di cui saremo presto una colonia a tutti gli effetti”, ha detto stamane il presidente di Assopopolari Corrado Sforza Fogliani parlando all’Università di Pavia.

I RUMORS SUI RIBALTONI IN CREVAL

Aria di nuovo ribaltone ai vertici del Credito Valtellinese. L’amministratore delegato e direttore generale Mauro Selvetti è infatti entrato nel mirino dei numerosi fondi esteri che controllano la banca insieme al finanziere francese Dumont, ha scritto oggi il Sole 24 Ore. Dovrebbe essere l’attuale presidente Luigi Lovaglio a sostituire Selvetti su input dei fondi francesi e inglesi.

LE NOTIZIE DEL SOLE 24 ORE SUL CREDITO VALTELLINESE

Il vertice deve presentare entro pochi mesi un nuovo piano industriale triennale. E in genere, il manager che presenta il piano al mercato è anche quello che poi lo porta avanti. ha aggiunto il Sole: “A farlo sarà Selvetti, come pareva fino a pochi mesi fa, o sarà Luigi Lovaglio – voluto al vertice del Creval dalla Algebris di Davide Serra, che lo ha suggerito a un Dumont ignaro delle dinamiche bancarie italiane?”.

LO SCENARIO PER IL CREVAL

L’ipotesi sul tappeto – secondo i rumors scritti dal Sole – è che Selvetti lasci il Creval e che l’attuale presidente Lovaglio gli subentri come amministratore delegato. Alla presidenza, in sostituzione di Lovaglio, dovrebbe andare il commercialista Alessandro Trotter, da pochi mesi vicepresidente vicario del CreVal dopo l’ingresso in cda in rappresentanza di Dumont.

Caro Travaglio, non si vive di sola legalità

 Alessio Mannino L intellettualedissidente.it 23.2.19

Non ha senso rinfacciare al Movimento 5 Stelle di non essere rimasto ancorato, in maniera esclusiva ed ortodossa, ai principi della legalità tout court. Perché è giusto evolversi, perché è giusto maturare. Perché è giusto, in ultima istanza, diventare un vero movimento politico.

Caro Marco Travaglio, non facciamo i finti ingenui. “Salvando” Salvini, il Movimento 5 Stelle non ha tradito i suoi ideali: ha scoperto che la realtà della politica non è fatta dal solo codice penale. E’ un movimento, dopo tutto: si muove, si adatta, cambia. Ma anche fosse diventato già un partito, o se non vogliamo chiamarlo partito chiamiamolo come vi pare ma basta che si doti una buona volta di uno straccio di organizzazione interna, di un indirizzo univoco e dio voglia di un pensiero strutturato e definito, anche fosse quel che gli avvelenatissimi cantori del vecchio andazzo chiamano “politica” (per meglio tacciare di antipolitica tutto quel che non aggrada loro), a maggior ragione non si capisce come non possano – e non debbano – tener conto non solo dell’opportunità del momento (tradotto: restare in sella, se si va a elezioni quest’anno si va giù, ma soprattutto acquisire un credito presso Salvini), ma del sentire maggioritario dei loro stessi aficionados. 

Anche il più accanito nemico dei 5 Stelle, magari in confidenza, riconoscerà facilmente che l’evoluzione percorsa negli ultimi anni e l’intesa “contrattuale” sfociata nel governo con la Lega, hanno via via modificato su alcuni temi la sensibilità della massa votante per la creatura di Grillo e Casaleggio. Il voto sull’autorizzazione a procedere contro Salvini, se giuridicamente vale quel che vale (cioè poco o niente perché in effetti gli iscritti a Rousseau, non essendo tutti giudici o avvocati e dovendo esprimersi su un quesito formulato genericamente, non potevano avere tutti gli elementi per valutare con cognizione di causa), certifica quel che già era noto da un bel po’: e cioè che in questi anni – anni, non mesi o settimane – chi sta coi grillini ha accettato, sia pur in certi casi mugugnando, una linea sull’immigrazione che molto semplicemente non è più quella tendenzialmente immigrazionista, diciamo pure di sinistra, che dominava alle origini, ai tempi degli Amici di Beppe Grillo, quando a formare i meetup erano quasi esclusivamente, appunto, delusi di sinistra.

Già da tempo, già con Grillo ancora “capo politico” e Gianroberto Casaleggio vivente e imperante, l’orientamento si era spostato su richieste più restrittive, più severe, e fra l’altro, imperniandosi su un sacrosanto “vaffa” al Trattato di Dublino, più coerente persino dell’anti-immigrazionismo troppo facilone e con qualche venatura razzistoide del Carroccio (che fa convivere le rivendicazioni identitarie, in sé legittime se non travalicano in pura fobia dello straniero, con la concezione tipicamente liberale dell’immigrato che va bene solo come carne da lavoro e schiavo industriale di riserva). Per quanto pochi siano quei 52 mila iscritti alla piattaforma tanto, troppo santificata dal casaleggismo – questo tratto originario, aziendalistico e privatistico, che andrà prima o poi superato, si spera – l’indicazione che ne viene è una conferma di una trasformazione in atto da mo’. 

E non solo su questo. Pensiamo all’accantonamento secco del vincolo di mandato, che era un principio caro a Casaleggio sr: via, esplicitamente messo da parte dal ministro Fraccaro che sta lavorando in parlamento per portare a casa i referendum propositivi (e anche qui, sempre per la necessità tutta politica di dover mediare, non più col quorum zero, ma al 25%, altrimenti l’alleato leghista sarebbe rimasto fermo sul no). 

Pensiamo alla prosecuzione delle sanzioni alla Russia, nonostante le accuse di essere poco meno che dei pupazzi di Putin affibbiata spesso e volentieri ai pentastellati: vuoi per conquistare un ruolo diplomatico in Libia, vuoi per accompagnare l’uscita dall’Afghanistan, vuoi per avere una sponda oltre Atlantico nello scontro con l’Ue a trazione tedesca e francese, è stato un pegno da pagare per avere le spalle coperte da Trump. Uno sbruffone Trump che significa ora e sempre imperialismo Usa, ma declinato secondo una strategia ben diversa, e per l’Italia obiettivamente più conveniente, rispetto a Obama. 

Pensiamo, per dircela proprio tutta, alla stessa figura del “capo politico”, oggi impersonata da Di Maio, che contraddisse in pieno già illo tempore la visione degli inizi, davvero ingenua, di una forza politica che non doveva avere leader, in cui uno vale uno e ogni decisione, non solo qualcuna, avrebbe dovuto essere messa ai voti. Illusioni utopiche che potevano andar bene come slogan e che potevano essere capite e volendo giustificate dal marciume clientelare e sclerotizzato in cui erano caduti i partiti e partitini del passato. Diverso, sia detto en passant, il caso del Tav: battaglia storica del Movimento, inscritta nell’ispirazione ambientalista e anti-sviluppista di fondo che, questa sì, incarna un ideale in positivo, su questo fronte ogni retrocessione sostanziale equivarrebbe all’autodistruzione.

Eppure, dice Travaglio e con lui i nostalgici dei primordi: la legalità era un principio fondante, e inoltre era il motivo principale per cui alle ultime elezioni il M5S ha fatto man bassa di consensi. Allora, tanto per cominciare la legalità, ovvero il rispetto delle leggi vigenti, è un principio giuridico fondamentale, ma non può essere un ideale politico. Un ideale ha a che fare con l’etica, quindi con la giustizia, o con la libertà di espressione, o con l’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Una legge può essere ingiusta, può negare la libertà di espressione (pensiamo ai reati d’opinione che ancora esistono e sussistono indisturbati), può violare il diritto all’uguaglianza sociale. 

La lotta alla corruzione in politica come nella società è un ideale e deve restare tale perché chi corrompe frega tutti i cittadini, facendo la cresta sul pubblico denaro. Ma una scelta tutta e interamente politica come aver ritardato lo sbarco di una nave della Marina non calpesta il diritto dei cittadini, semmai – questa è l’ipotesi di reato avanzata dai magistrati – può configurare sequestro di persona di migranti che cittadini non sono. Aver deliberatamente e alla luce del sole optato per il rischio di trasgressione di una legge che ostacolava una precisa politica di governo, mostra che quella legge poteva confliggere con essa.

Sta qui la differenza fra il legalitarismo, che sta bene per un magistrato o un carabiniere, e il compito che è chiamato a svolgere un politico. E’ un po’ alla rovescia, e fatte le differenze di livello, quel che è successo al sindaco di Riace, Mimmo Lucano: le toghe non potevano non indagarlo, avendo accumulato abbastanza prove per aprire un’inchiesta; ma politicamente, era stralegittimo che lui decidesse in coscienza di forzare le leggi, in nome di una sua idea, dei suoi ideali, di una sua visione amministrativa. Ri-dice il nostro interlocutore travaglista: ma allora anche Salvini andava fatto processare. Ma caro amico, è in questo passaggio che la politica, ovvero l’opinione, si immette per stabilire che questa particolare scelta politica, questa decisione del governo gialloverde è avvenuta nel pieno esercizio di attuare la propria. Da parte del governo, organo esecutivo, sostenuto da una maggioranza parlamentare, organo legislativo, sui quali cui la magistratura, organo giudiziario, può intervenire solo per l’appunto – così stabilisce la stessa legge, che si può sempre cambiare – secondo modi che garantiscono ai primi due il diritto-dovere di esprimersi. 

In secondo e più pregnante luogo, non è affatto detto, anzi non è affatto vero che la maggior parte di chi ha votato il 4 marzo 2018 il Movimento 5 Stelle lo ha fatto per il sacro fuoco del sentimento legalitario. Forse poteva essere così, anche qua, anni or sono. Sicuramente ai tempi in cui Travaglio teneva una (bellissima) rubrica di analisi e commento ogni lunedì sul blog di Grillo. Ma l’ultima volta, a far diventare il M5S la prima forza in Italia è stato il micidiale combinato disposto del rifiuto del renzismo e del berlusconismo da una parte, e dall’aspettativa di una politica sociale ed economica nettamente diversa dall’altra (leggi: reddito di cittadinanza).

Ecco, per concludere prendiamo quest’altro esempio: i grillini ancor più della Lega hanno intercettato l’appoggio elettorale di quelle centinaia di migliaia di risparmiatori saccheggiati dal crac delle banche, e ora per mandare in porto un decreto di indennizzo da 1,5 miliardi corrono il serio pericolo di violare le normative contro gli aiuti di Stato dell’Unione Europea – che sono il portato di una ideologia che ha un nome e un cognome, e che si chiama liberismo. 

E’ giusto contrastare quelle norme? , un miliardo e mezzo di volte sì (e son pochi, e con limiti e difetti trascritti in quel decreto su cui ora non ci dilunghiamo per non andare off topic). Siamo sicuri che sia legale, sul piano della legislazione europea, andarci di traverso? No. E quindi che facciamo, Travaglio, il governo deve rinunciare, e genuflettersi alle tavole della legge Ue perché altrimenti ne va del principio di legalità? La Politica, con la maiuscola, si fa con la legge. Ma non si fa per la sola legge, per un feticcio, per la lettera del comma scritto e sigillato. La Politica è decisione. E le decisioni cambiano con il cambiare della realtà. Senza tradire se stessi. Ma senza neanche fare del se stesso di un anno il se stesso per l’eternità, in saecula seculorum, inchiodandosi alla bara del passato.

Basta influencer, servono veri maestri: ma dove sono finiti?

libreidee.org 23.2.19

Dove sono finiti i Maestri? Ci sono ancora, cosa dicono, dove si annidano? E come chiamarli, oggi, Influencer, come Chiara Ferragni o la Madonna secondo il Papa? Facile dire che mancando un pensiero, dispersi gli intellettuali, sparito ogni orizzonte di attesa, i Maestri sono finiti insieme ai loro insegnamenti. Sono finiti pure i Cattivi Maestri che come angeli ribelli all’ordine divino si fecero demoni, insegnando la via dell’inferno come riscatto degli oppressi. Spariti pure loro. Non a caso, l’unico italiano riconosciuto tra i cento pensatori globali che hanno lasciato un segno, secondo la rivista “Foreign Policy”, non è un filosofo, ma un fisico, Carlo Rovelli. Allora, è proprio finita, dobbiamo rassegnarci a scegliere tra Fabrizio e Mauro Corona? No, ragioniamoci su. Innanzitutto, definiamo una buona volta il Maestro, anche nella variante di Guru, Ideologo, Vate. Chi è maestro? Non solo chi trasmette un sapere ma chi diventa un punto di riferimento, un modello a cui ispirarsi, un faro che non esprime solo una teoria o invita a compiere una ricerca ma rischiara una via. Maestro è uno che ti cambia la vita o almeno lo sguardo con cui vedi la vita. Uno che leggendolo, ascoltandolo, trasforma il tuo modo di pensare e di vedere le cose.

Chiara Ferragni

Era facile al tempo delle ideologie e dell’Intellettuale Organico, trovare Maestri e maestrini. Oggi di quel ramo ne sono rimasti forse un paio, ma sono ai margini. Uno è il Cattivo Maestro per eccellenza, Toni Negri, pensatore e latitante, teorico diAutonomia Operaia e del comunismo, autore di un’opera che ha sfondato nel mondo, “Impero”, seguita poi da “Moltitudine”, due opere no global di un internazionalista che sogna ancora la rivoluzione del proletariato. L’altro, più defilato e meno distruttivo, è Mario Tronti, di cui è uscito ora “Il popolo perduto” (ed. Nutrimenti), che piange il divorzio tra la sinistra e il popolo e la perdita di quel mondo comunista legato alle sezioni e alle assemblee. È ormai su un pianeta diverso un loro antico sodale, Massimo Cacciari, che in tv si è sgarbizzato e in filosofia si è ritirato in una sfera mistica & catastrofica. Parallelo il cammino di un altro non-Maestro, Giorgio Agamben. Restano sullo sfondo i Vecchi Maestri Globali, ovvero quei pensatori che fanno filosofia per le masse partendo dall’antropologia e dalla sociologia, come Edgar Morin e Marc Augé, Hans Magnus Enzensberger e Serge Latouche, fino a ieri, Zigmunt Bauman e Umberto Eco.

Toni Negri

Non-luogo, Terra-Patria, Modernità liquida, Decrescita felice, Perdente radicale, Ur-fascismo, sono paroline-mantra entrate nel gergo corrente e nel minimo alfabeto degli Acculturati Aggiornati. Per il resto, l’era dei social offre a ciascuno la possibilità di un selfie e di eleggersi a maestri di se stessi per auto-acclamazione, facendo zapping nella rete, cogliendo qua e là spunti e citazioni. Maestri riconosciuti in senso religioso ormai sono solo in ambito esotico, extra-occidentale: sono guru o para-guru che vengono dall’Oriente o che parlano nel nome di tradizioni religiose e più spesso di sincretismi. Sulla scia di Osho, Sai Baba e altri santoni. I maestri più veri preferiscono restare nascosti, poco accessibili se non per iniziati; vanno cercati, e non pescati nei media o nei social. Un segno evidente di scristianizzazione è che non ci sono Maestri d’ispirazione cristiana, e che a dettarele regole, anche nelle classifiche dei libri, siano gli stessi papi, come Bergoglio e Ratzinger. Più defilati sono gli scrittori della Chiesa come don Vincenzo Paglia, Gianfranco Ravasi e altri prelati che sfidano i tempi e le librerie. Dopo i santi, finirono anche i maestri?

Michel Houellebecq

E nel mondo conservatore, nel versante “destro” o alternativo alla globalizzazione? Resiste da decenni il maestro della Nouvelle Droite Alain de Benoist con una produzione incessante di saggi. Su altri versanti regge il filosofo inglese Roger Scruton, da lontano il pensatore russo Aleksandr Dugin. Non mancano le zampate del vecchio Regis Débray, già marxista e ora antiglobal col suo “Elogio delle frontiere”. A loro si aggiungono il matematico e filosofo Olivier Rey che racconta la marcia infernale del progresso in “Dismisura”; Fabrice Hadjadj, ebreo tunisino convertito al cattolicesimo, autore di “Mistica della carne” e “Risurrezione”. Ma sfonda il muro dell’attenzione globale Michel Houellebecq, che ora spopola con “Serotonina”, ma che fu maestro di denuncia della civiltà in pericolo con “Sottomissione”. Poi ci sono i numerosi maestri di passaggio, i guru provvisori, legati a un’opera, esplosi nei social, meteore luminose e poi presto opache. Se l’America resta il centro del mondo, i maestri hanno una prevalenza europea, anzi francese.

E da noi cosa resta? Finito il tempo dei Pasolini e dei Bobbio, dei Del Noce e Zolla, la filosofia sembra ormai isterilita e intenta a proclamare il suo suicidio. Nella filosofia svetta il pensiero degli eterni di Emanuele Severino. O tra i maestri che aprono le porte del sacro al tempo profano, torreggia Roberto Calasso. Sono maestri riluttanti, che non cercano discepoli, che si annodano al filo impersonale della Tradizione o del suo surrogato, l’Editoria raffinata, o che vivono la siderale solitudine dell’Essere che pensa il Destino. In un’epoca egocentrica e autoreferenziale, i maestri sembrano ormai vintage, antiquariato, se non archeologia. Mancano i maestri perché mancano i discepoli. Eppure, proprio il caos globale, l’assenza di dei, la solitudine e lo spaesamento, la vita insensata, richiedono oggi più di ieri pensatori-guida, modelli di riferimento, figure autorevoli, supplenti del sacro e del pensiero che aiutino a trovare una via, una casa, una visione del mondo e della vita. Maestri che non detengono la verità ma che suscitano almeno il desiderio di cercarla…

(Marcello Veneziani, “Vogliamo maestri, non influencer”, articolo pubblicato su “Panorama” e ripreso dal blog di Veneziani il 19 febbraio 2019).

Nelle campagne francesi, si suicida un contadino ogni 2 giorni. Alla base della strage, le dure condizioni economiche e un sistema finanziario ostile

politicamentescorretto.info 23.2.19

Di Andrea Barolini

Jean-Marc aveva 65 anni. Il 2 novembre 2018, il giorno dopo la festa di Ognissanti, si è impiccato nel fienile della fattoria ereditata dai suoi genitori. È lì che abitava, a Saint-Romain-de-Popey, un comune nella punta meridionale del Beaujolais. Quella mattina, poco prima, era stato lui ad alzare la cornetta del telefono, perché la sua compagna era già uscita per andare a lavorare.

34 anni nei campi, la banca, l’investimento, la depressione

Aveva risposto a suo fratello Christian, che non lo aveva visto arrivare, come ogni mattina, nei campi. Come faceva sempre. Tutti i giorni. Da trentaquattro anni. «Devo curare i ciliegi», aveva risposto Jean-Marc. Christian aveva trovato la risposta strana, ma non aveva replicato. «Forse sarà stanco», avrà pensato.

La storia dei fratelli Ferrière, agricoltori, una vita spesa nei campi del dipartimento del Rodano, poco a Nord di Lione, è stata raccontata da un’inchiesta del quotidiano francese Le Monde. La loro carriera comincia nel 1984, quando si stabiliscono nel Beaujolais. Passano gli anni e i cambiamenti si accavallano: la scelta di un GAEC (Gruppo agricolo di utilizzo comune) con il fratello.

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Poi, nel 2004, la decisione di convertire al biologico la fattoria di famiglia. Per farlo, ottengono fondi per 110mila euro. «Gliene bastano però 65mila, così un banchiere locale gli propone di investire il resto. Il che è illegale», prosegue il giornale transalpino.

Nel 2007, comincia l’incubo. «Contrariamente ad ogni previsione, la banca esige il rimborso immediato dei prestiti. E la proposta avanzata a Christian Ferrière può essere riassunta così: “Hai una soluzione: vendere tutti i beni o sciogliere la società”». La battaglia che segue durerà anni. Un processo, decine di procedure avviate. I due fratelli sono costretti così a chiedere denaro in prestito ai parenti: «Il mondo agricolo è chiuso. Esiste un solo sistema di finanziamento, dal quale dipende tutto», s’indigna Christian.

In Francia si suicida un agricoltore ogni due giorni

Per Jean-Marc, il risultato è la depressione. «Devo salvare mio fratello – ripeteva Christian -. Abbiamo passato un inverno orribile. A luglio, poi, l’abbiamo dovuto portare al pronto soccorso. Si sentiva in colpa per aver dovuto vendere la fattoria di famiglia. Per aver chiesto denaro agli zii, alle zie. In tutto, 135mila euro».

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La Francia rurale, oggi, è questa. Le sterminate campagne che dall’Ardèche alla Bretagna, dall’Aquitaine alla Picardie, colorano di verde il territorio della nazione europea, nascondono una realtà drammatica.

Secondo un’inchiesta di Santé Publique France, ogni due giorni un agricoltore si toglie la vita. Nel biennio 2010-2011, il numero di suicidi nella categoria è stato più alto del 20% rispetto al resto della popolazione.

Per gli allevatori di bovini da latte, la cifra sale al 30%. «Un gran numero di suicidi è stato registrato nel periodo in cui il prezzo del latte era ai minimi», osserva lo studio. «A ciò – osserva il quotidiano 20Minutes – si aggiungono le fluttuazioni mondiali delle materie prime, i costi di produzione, il sovraindebitamento. E le difficoltà della vita: le separazioni, la solitudine, le malattie».

Non a caso, i dati Eurostat, elaborati dalla Direzione Generale Agricoltura della Commissione europea evidenziano che in Francia (come del resto in quasi tutta Europa) il reddito dei contadini è ben più basso rispetto alla media dei salari del Paese (e l’Italia è messa anche peggio dei cugini d’Oltralpe). Un gap che non riesce a essere colmato nemmeno grazie al sostegno economico della Politica agricola comune.

GRAFICO reddito degli agricoltori inferiore ai salari nel resto dell’economia . FONTE: Commissione Europea ‘La politica agricola comune post 2020 – proposte legislative’.

«Molti suicidi di agricoltori mascherati da incidenti sul lavoro»

«Il fenomeno – ha spiegato un’allevatrice dell’Alta Loira – resta un tabù nella categoria. Occorrerebbe introdurre una visita medica annuale per tutti gli agricoltori, effettuata dalla MSA (la Mutualité sociale agricolendr)». «Senza dimenticare – prosegue 20Minutes – che molti suicidi vengono classificati come incidenti sul lavoro. Così, le famiglie riescono ad ottenere degli indennizzi dalle assicurazioni».

Video incorporato

Nel 2017, un dottorando dell’Inra (Istituto nazionale per la ricerca agronomica) ha discusso una tesi sul tema. Concentrandosi sui piccoli agricoltori e scoprendo che tra di loro i tassi di suicidio sono i più alti. «A togliersi la vita – ha spiegato lo studente – sono maggiormente i single, i vedovi o i divorziati rispetto agli sposati». Un problema «stabile», e che dura «da almeno 40 anni».

«La seconda causa di morte tra gli agricoltori, dopo il cancro»

Negli anni Sessanta, infatti, numerose analisi sociologiche già denunciavano il fenomeno. «Oggi – spiega l’emittente France Bleu – il suicidio è la seconda causa di morte tra gli agricoltori, dopo il cancro. Tra influenze aviarie, cambiamenti climatici, calo dei redditi, degradazione delle condizioni di vita e di lavoro, la situazione è di crisi permanente».

La radio francese aggiunge che, nel 2016, il numero di richieste di soccorso al numero verde Agri’Écoute è raddoppiato rispetto a due anni prima. Alcune fonti parlano di 732 suicidinel solo 2016. L’ombra della depressione dilaga nelle campagne. Senza risparmiare nessuno. Jean-Marc Ferrière ha posto fine ai suoi giorni mentre nel cassetto tutti i documenti erano pronti: sarebbe andato in pensione il 1° gennaio prossimo.

Fonte valori.it


Le banche svizzere nuovo “obiettivo” delle Entrate

Gian Maria De Francesco – 23/02/2019 ilgiornale.it

Dopo la maximulta francese a Ubs, il Fisco prova a passare all’incasso con gli istituti elvetici

Roma L’Agenzia delle Entrate punta in alto. Il nuovo target dell’azione di contrasto all’elusione è rappresentato dalle banche svizzere.

Negli ultimi due mesi, infatti, l’organismo guidato dal generale Antonino Maggiore e la Guardia di Finanza stanno inviando numerosi questionari agli istituti elvetici sulla base dei dati raccolti tramite le voluntary disclosure del 2015 e del 2017 mettendo in questione non solo l’eventuale «sostegno» fornito all’esportazione di capitali, ma anche la possibilità che siano stati omessi i dovuti versamenti al Fisco italiano da arte delle stesse banche. Dopo la sentenza francese che qualche giorno fa ha imposto a Ubs, il colosso zurighese della finanza, una multa da 3,7 miliardi di euro per aver aiutato i contribuenti transalpini a mettere al sicuro i propri patrimoni dalle esose pretese del fisco transalpino, anche in Italia c’è l a non recondita speranza di aumentare il gettito attraverso questa strada, puntando non solo sui contribuenti italiani ma anche sui loro «partner» della Confederazione.

«Alcune banche svizzere hanno ricevuto una richiesta di informazioni riguardanti l’attività bancaria svolta negli ultimi anni nella vicina Penisola, con un termine di risposta perentorio di 20 giorni», ha dichiarato Alberto Petruzzella, presidente dell’Associazione bancaria ticinese, aggiungendo che «le banche svizzere, tramite le loro associazioni, hanno già intrapreso da tempo contatti con l’amministrazione federale per chiarirne i presupposti legali». In particolare, ha sottolineato Petruzzella, «prima di dare seguito a queste richieste, si ritiene che vadano considerate le disposizioni svizzere in materia di segreto bancario per quel che riguarda i dati dei clienti, di protezione dei dati personali per quel che riguarda i nomi dei consulenti bancari e di divieto di trasmissione di dati verso uno Stato estero». Insomma, l’idea di fondo è quella di fare il possibile per opporre resistenza. Proprio nel 2015 e nel 2017 sono infattu state siglate due intese per lo scambio di informazioni fiscali tra i due Paesi, dunque da quattro anni tra Berna e Roma non esistono più muraglie a difesa del segreto bancario.

Una normale attività investigativa nei confronti di contribuenti infedeli non troverebbe nessun ostacolo. Perché dunque questa accelerazione? I dati della voluntary hanno evidenziato che in alcuni casi le banche estere che hanno concesso finanziamenti ai loro clienti italiani hanno versato la ritenuta del 12,50 per cento. In altri casi, inoltre, sarebbe stata riscontrata la mancata tassazione di redditi prodotti in Italia ove sia stata effettuata la contestazione di una stabile organizzazione, cioè sia stata rilevata l’operatività di un azienda o di un privato nel nostro Paese. È un po’ come parlare a nuora perché suocera intenda. Le tensioni pre e post-formazione del governo gialloverde hanno fatto affluire miliardi di capitali italiani verso la Svizzera (11,5 miliardi solo fino a giugno ma il flusso è proseguito intensamente fino a dicembre), dunque le Entrate cercano di creare i presupposti per recuperare i proventi di un’eventuale evasione o elusione.

«Lo Stato italiano non può rivolgersi direttamente agli istituti elvetici per ottenere dati sensibili senza rispettare le procedure legali, che sia attraverso l’assistenza giudiziaria internazionale o mediante l’assistenza amministrativa», ha protestato l’Associazione svizzera degli impiegati bancari temendo che i propri associati, talvolta già pensionati, possano essere coinvolti in lunghissimi procedimenti giudiziari.

Addio a Marella Agnelli, è morta la moglie dell’Avvocato

CHIARA PIZZIMENTI vanityfair.it 23.2.19

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Si è spenta a 92 anni la vedova di Gianni Agnelli. Malata da tempo, negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa

È morta a Torino Marella Agnelli, la vedova di Gianni Agnelli, l’AvvocatoAgnelli. Aveva 92 anni ed era malata da tempo. Le sue condizioni di salute si sono aggravate negli ultimi giorni. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa.

Marella Agnelli Caracciolo di Castagneto era nata a Firenze nel 1927 da una famiglia di antica aristocrazia napoletana. Era figlia di Filippo Caracciolo principe di Castagneto e di Margaret Clarke, americana dell’Illinois. Da ragazza frequenta l’Accademia di Belle Arti di Parigi.

La sua passione divenne la fotografia sotto la guida di Erwin Blumenfeld, firma di Vogue e Harper Bazaar. Rientrata in Italia, ha collaborato come redattrice e fotografa per la Condé Nast.

L’incontro con Gianni Agnelli, l’erede della Fiat, a Roma. Nel 1953 il matrimonio nel castello di Osthofen vicino a Strasburgo, festa al Trianon Palace di Versailles. Nel giugno del 1954 nasce Edoardo e due anni dopo la sorella Margherita.

Appassionata di arte, Presidente Onorario della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, personaggio internazionale capace di vivere non solo della luce riflessa dell’ingombrante marito. Il dolore nel 2000 della morte del figlio Edoardo, nel 2003 quella del marito. Accanto a lei al funerale i nipoti, John futuro presidente della Fiat, Lapo e Ginevra nati dal primo matrimonio della figlia Margherita con Alain Elkann.

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BANKITALIA/ L’alternativa alla nazionalizzazione (e alla proprietà straniera)

Alla Banca d’Italia è rimasto solo il compito di monitoraggio dell’economia e l’operazione costerebbe 7,5 miliardi. Ma c’è una soluzione più conveniente ed efficiente

23.02.2019 – Paolo Tanga il sussidiario.net

Bankitalia
La sede di Banca d’Italia (Lapresse)

Da quando ho iniziato a scrivere su questo quotidiano mi son trovato spesso a non condividere diverse importanti decisioni e orientamenti assunti dalla Banca d’Italia. Mi riferisco, in particolare, alla progressiva riduzione della sua funzione di Vigilanza, al favorire il trasferimento all’estero della proprietà delle banche attraverso la modifica del quadro normativo dapprima delle banche pubbliche e successivamente di quello delle Popolari; infine, di quello delle banche di credito cooperativo, arrivando persino a costringere al ritiro di iniziative legislative volte a ripristinare la conformità delle leggi al quadro costituzionale in materia di cooperazione. Da quanto precede vedo con favore quelle iniziative che mirano a ripristinare nella suddetta banca una visione prospettica che salvaguardi le esigenze economiche del nostro Paese.

In funzione di ciò, dovrei esultare alla proposta di attribuire al ministero dell’Economia la proprietà dell’intero capitale della Banca d’Italia, peraltro – come aveva ben preconizzato la firmataria del provvedimento – di fatto in mano a soggetti privati esteri. Infatti, i primi tre azionisti, Intesa SanPaolo, Unicredit e Cassa di Risparmio di Bologna (quest’ultima interamente di proprietà del primo azionista), hanno rispettivamente una componente maggioritaria o quasi totalitaria di azionisti stranieri e una partecipazione al capitale dell’Istituto centrale italiano superiore al 34,6% a fronte del 9% formalmente ammissibile (103.843 quote su 300.000).

L’iniziativa prevede che il Tesoro riacquisti le azioni al vecchio valore nominale (1.000 lire, cioè 51,6 centesimi di euro in luogo del nuovo, pari a 25.000 euro) dai partecipanti che hanno avuto da sempre le quote in portafoglio e al nuovo valore da coloro che le hanno comprate dopo la rivalutazione. Tale circostanza, peraltro, non sarebbe fattibile, anche perché causerebbe una disparità di trattamento tra i partecipanti, in contrasto sia con la rivalutazione imposta per legge al valore delle quote (unica contropartita prevista a carico delle banche a fronte del rilevante vantaggio concesso dalla crescita del dividendo a loro favore), sia con quanto a suo tempo dichiarato dal rappresentante di partito che ha proposto la nazionalizzazione dell’Istituto.

Non bisogna nemmeno trascurare gli strali che sarebbero lanciati per l’asseribile asservimento della Banca centrale ai voleri della politica. Non è da meno la possibilità, proprio in virtù della necessità di rispettare la parità di condizioni, di dover sopportare un esborso di 7,5 miliardi di euro, trasformando l’operazione in un non trascurabile supporto alla finanza, quando dovrebbe essere l’economia reale a venir liberata dalle problematiche create da una moneta emessa a debito, peraltro svincolata dai correttivi del quadro legislativo della legge bancaria del 1936.

Cosa riuscirebbe a ottenere il Tesoro attraverso la Banca d’Italia? Forse l’esercizio della Vigilanza? No, per quanto già detto all’inizio, l’Istituto centrale si è adoperato affinché la stessa venisse interamente demandata alla Bce. Forse l’oro dei cittadini? Una legge di chiarificazione fatta esclusivamente per calmare possibili bollori e appropriazioni indebite sarebbe sufficiente.

Rimane l’analisi economica. Tuttavia, se ci trovassimo di fronte a un unico soggetto proprietario, sarebbero moltissimi i contestatori delle risultanze delle analisi e delle tradizionali Considerazioni finali del Governatore. Eppoi il costo, anche se dovesse essere contenuto nei valori minimi ipotizzati dal provvedimento di nazionalizzazione, sarebbe spropositato.

Mi permetto di suggerire uno strumento completamente diverso, che ho avuto modo di esplicitare nei due libri da me pubblicati. La proposta consiste nella costituzione di associazioni territoriali che abbraccino tutti gli abitanti di un’area territoriale di contenute dimensioni (non più di 5mila nuclei familiari) che al loro interno effettuino le transazioni privilegiando gli acquisti fra gli associati, monitorati attraverso uno strumento di scambio autonomo che consenta di effettuare all’associazione stessa le rilevazioni statistiche delle relazioni economiche.

Una struttura di coordinamento tra i medesimi organismi consentirebbe di disporre di dati esclusivi e puntuali capaci di organizzare lo sviluppo armonico dell’economia dei territori con potenzialità e precisione inusitate.

L’avvio di queste associazioni potrebbe avvenire con grandi vantaggi da ciascuna delle comunità locali che già fossero disponibili; certamente l’attenzione della politica farebbe immediatamente decollare l’operazione a livello nazionale, con tutti i vantaggi possibili, soprattutto in termini di costo e di riduzione degli interessi sul debito pubblico.