Milano Fashion Week: una stanza d’albergo non basta più

  informazionesenzafiltro.it 24.2.19

Gli hotel italiani sono inchiodati al passato ma si lamentano dei nuovi modelli di ospitalità come se rubassero il loro spazio. La Milano Fashion Week per riflettere sulla rivoluzione culturale del turismo: è il tempo dell’abitare, non più dell’alloggiare.

MilanoCi si sveglia prestissimo io e la mia socia Emanuela, zona Tortona sarà la nostra casa per i prossimi tre giorni. Siamo in piena settimana della moda. Te ne accorgi appena vai a colazione nell’hotel che hai dovuto prenotare tre mesi prima, che serve una colazione bio, continental, vegan, american, gluten free, palm oil free, super proteica e centrifugata.

Te ne accorgi dalle bilance pesapersone in tutte le stanze. Dalle strade piene di colori, tendenze, wannabees, orientali à gogo e re e regine incontrastati della moda: LGBTQI, che sta per lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessualità. C’è persino lo spirito di Karl Lagerfeld che abita le strade e i look. Tutti qui hanno un suo riferimento addosso, dalla spilla all’occhiale da sole, qualcuno ne omaggia il nero, suo colore dominante.

Snoccioliamo qualche numero mentre siamo a colazione, non solo per fare due conti, ma perché cerchiamo di capire cosa sta succedendo attorno a noi. Fino a ieri il pessimismo cosmico sulla crisi e sulla contrazione del PIL lo sentivamo sulle spalle, come la scimmia di Palahniuk. Stamattina quel sentimento di instabilità è come scomparso (momentaneamente, s’intende). 

AirBnB ha dichiarato a IlSole24Ore che erano previste 50000 persone, il 4,2% in più dell’anno scorso, con un picco venerdì 22 febbraio. E loro, colosso americano che oscilla tra amore del consumatore e odio degli albergatori, hanno l’80% di occupazione delle strutture in questi giorni. 

 

Il segreto per innovare è profilare

C’è una cosa che Airbnb ha capito in anticipo su tutti gli altri operatori turistici: le persone cambiano. I gusti cambiano. Cambiano le richieste a chi offre servizi, mutano le aspettative rispetto a ciò che scegliamo. Se dedichiamo il nostro tempo e i nostri soldi alla scelta di un alloggio, anche solo se di passaggio per una sera, vogliamo essere sicuri di ciò che ci aspetta, ma soprattutto vogliamo trovare un’ospitalità che ci corrisponde.

Si chiama ospitalità diffusa ed è la formula alla base del modello di business di Airbnb. Abitare un luogo in gruppo, risparmiando ma soprattutto accedendo ad una esperienza positiva e pensata per rispondere alle mie esigenze. 

Se sono un fashion buyer difficilmente viaggerò da solo, è molto probabile che sia parte di un gruppo (specie se sono straniero), che abbia orari soggetti a variazioni, che faccia pranzi e colazioni di lavoro e che abbia necessità di avere spazi a disposizione che la sera mi facciano rimettere insieme ordini, appunti, idee e commesse. Una stanza d’albergo non basta, diventa piuttosto antiquata se ci pensate. 

“Direi che dietro a quell’80% ci sono due fattori emergenti da tenere in considerazione”, mi dice la mia socia con tranquillità mentre sorseggia il thé verde, ma attira la mia attenzione e smetto subito di masticare il pane proteico.

“I fattori determinanti sono: la chiarezza della promessa di valore al consumatore di Airbnb e la politica di ospitalità che è davvero Human Centered, una politica che tende all’inclusività. Loro non sono “LGBTQI friendly” per vendere un alloggio in più, sono inclusivi e hanno una lettura dell’ospitalità orientata all’abitare più che all’alloggiare. Alla base della loro promessa di valore c’è l’inclusione, il sentirsi a casa, accettato, accolto”.

Così ci viene subito in mente di cercare su Google Hotel LGBTQI Friendly a Milano”. Scopriamo che la dicitura attiva una pagina di Google dove compaiono le classiche OTA (Expedia, Booking, Trivago, Agoda, etc.) che usano i termini per fare SEO ed essere dunque in prima pagina. Quando esploriamo i siti di alcuni alberghi non troviamo alcun riferimento LGBTQI. Insomma la cosa ha la stessa consistenza dell’essere PET Friendly. 

 

La promessa di valore è importante solo se il brand è consistente

Airbnb non compare affatto in queste ricerche. Se vi state chiedendo perché, ve lo spieghiamo subito: Airbnb è un brand consistente.

L’inclusività è una promessa che viene mantenuta dalla struttura di business e non si ferma alle campagne di comunicazione ma attiva un processo economico in cui i soggetti che ospitano sono tenuti, pena l’esclusione dalla piattaforma, a non discriminare.

Nel 2016 Airbnb, a seguito di recensioni negative di consumatori che lamentavano discriminazione, ha lanciato la campagna #WeAccept per informare i suoi consumatori che stava prendendo una posizione ufficiale. A seguito Airbnb ha creato la categoria di Host Solidale che offre ospitalità gratuita a categorie di consumatori definiti fragili o discriminati. Perciò non ha bisogno di essere “friendly”.

Mentre ci avviamo in strada a tentare di afferrare un taxi, modello capitano Achab di Moby Dick, siamo immerse nella riflessione sul contraltare della vicenda ospitalità LGBTQI. Si dovranno dare da fare gli Hotel nei prossimi anni. Anzi, sarebbe meglio che si svegliassero subito. Perché i loro concorrenti di fatto siamo noi, proprietari di appartamenti che cedono la loro casa quando vanno in vacanza. Noi che abbiamo sostituito la domotica con il calore di una casa. Noi che abbiamo capito che chi viaggia tanto, alla fine, vuole solo stare in un posto dove può abbassare le difese, sentirsi umano, spendere anche qualcosa meno ma portare la propria dimensione dell’abitare con sé.

Brand, svegliati!

Se sei un brand, svegliati. E domandati perché fai quello che fai.

Io e la socia abbiamo le idee chiare in merito: gli Hotel non possono cambiare strutturalmente il modello di ospitalità, questo è evidente, ci sarà sempre chi ha bisogno di “una stanza” con tutti gli annessi e connessi. Ma possono profilare meglio. Possono diventare Concept Hotel. Queste realtà, orientate al branding come pratica che raffina la relazione tra un’azienda e i propri consumatori, esistono già (The Student Hotel a Firenze è un buon esempio, Up Hotel a Rimini pensato per i Millennials per fare due esempi), ma sono ancora rare in Italia.

Il punto è trovare un “perché faccio quello che faccio”, per dirla alla Sinek, che non sia rivolto alla struttura/impresa stessa (della serie “ho messo su un Hotel Gay friendly perché ci si guadagna più soldi), ma abbia una sola preoccupazione: essere scelti sulla base di un “perché” rivolto al consumatore. Allora il perché, il fondamento di esistenza di una struttura stessa, potrebbe trasformarsi in uno scopo che ha una ricaduta positiva e diretta sul consumatore: ho creato questa struttura perché le persone che stanno in giro per il mondo possano sentirsi come a casa(per fare un esempio calzante). 

Comprendere la motivazione profonda connessa alla scelta di chi viaggia dovrebbe essere la vera finalità dell’Host e dell’Hotellerie in generale.

Questo modo di pensare è differenziante, determina la scelta tra un brand e l’altro.

“E forse avremmo in camera più materassi memory foam e meno a molle?”

Interrompo così il ragionamento sui massimi sistemi. Lei ride, ma in fondo sa cosa volevo dire. Se l’albergatore trattasse la sua struttura come casa sua, avrebbe ospiti più felici.

La fashion week, quell’80% di occupazione di appartamenti e l’obsolescenza del modello italiano di Hotel, ci stanno dicendo che il consumatore vuole mantenere il suo stile di vita e il suo style of mind anche fuori casa. Il passaggio culturale è da alloggiare ad abitare.

Intanto una cosa ci appare cristallina, parafrasando proprio le parole di Airbnb: non si “va” in una città. Si “vive” una città. 

Don’t go to Paris, Don’t go to L.A., Don’t go to Tokyo. Live there.

 

(L’articolo è stato redatto in collaborazione con Emanuela Ciuffoli)

Milena Zaggia: “noi che avevamo creduto nel FIR” scavalcati da showmen che “si picchiano”

Luigi Di Maio con Milena Zaggia, Barbara Venuti e Giovanna Mazzoni sul palco del Circo Massimo

Luigi Di Maio con Milena Zaggia, Barbara Venuti e Giovanna Mazzoni sul palco del Circo Massimo

Carissimo Direttore – mi scrive Milena Zaggia, vice presidente Movimento Risparmiatori Traditi – , oggi ho ripassato la lezione di vita di questi ultimi anni: il risparmio tradito, che mi ha visto vittima, insieme a decine di migliaia di altri, sacrificata in continuità da una Politica malata e da uno Stato di non diritto che non tutela più il cittadino, che vive di ipocrisia e personalismi alquanto dannosi ed insidiosi, che ci hanno visti oggetto di vari passaggi:

  • Frangia estrema durante il regime Renzi
  • Filogovernativi durante le trattative per la legge 205 perché seduti al tavolo con il Sottosegretario Baretta, con il quale abbiamo avuto discussioni e scontri accesi, ma ottenendo un grande traguardo: non eravamo più speculatori ma risparmiatori…
  • Animale da circo, quando sul palco Circo Massimo Roma, abbiamo siglato con una stretta di mano con il Vice ministro Di Maio il contratto di governo che al punto 5 prevedeva il rimborso a tutti i truffati delle 4 banchette e delle 2 Venete, come da impegno preso pubblicamente con 4 rappresentanti dei risparmiatori il 24 maggio 2018 dal Premier Conte Giuseppe
  • Daspo via mail  subito da me (oltre che da altre associazioni, da soci oltre e da una parte della stampa indipendente) all’assemblea nazionale pubblica a Vicenza dei Vice ministri Salvini e Di Maio, perché persona non gradita all’associazione ”Noi che Credevamo nella BPVi“, pur partecipando allo stesso tavolo al Mef Cabina di regia,  una sedazione voluta o comandata?
  • FIR “novità assoluta” votato al Senato senza condivisione con le associazioni, meglio dire un “FIR privée”,  tra chi spinge i burattini e un unico soggetto associativo…. Gioco di squadra o convenienza?

Per il senso del dovere che ci contraddistingue e l’impegno verso i risparmiatori – aggiunge Milena Zaggia -, anche il 16 febbraio ci siamo trovati a lavorare sul decreto attuativo FIRscoprendo dei passaggi tecnici giuridici che di sicuro altri hanno già illustrato, che minano l’immediatezza e la sostanza dell’erogazione del fondo.

Dopo dodici mesi, quando sento dire “noi abbiamo messo 1.500 milioni e non 100 milioni” mi vien da piangere: anche se ne mettevamo 100 volte di più, blindando così l’erogazione, lo spot pubblicitario cambiava per impatto mediatico ma non cambiava  per la sua realizzazione: nulla arriverà in tasca ai risparmiatori truffati, oppure da zero a una elemosina.

Fortunati i 560 risparmiatori che con il mille proroghe e i soldi di Baretta, Santini e Puppato hanno ottenuto qualcosa con l’art. 38, che ci ha visto più volte impegnati anche in questo passaggio prima di essere approvato alla camera.

Poi arriva il FIR a dire di un senatore della Repubblica Italiana (Milena Zaggia si riferisce a Gianluigi Paragone, ndr) come l’eccellenza assoluta, studiato da luminari del diritto… Ma quale diritto? Quello delle banche e della finanza? Un fondo che sembra ci abbia messo alle strette con l’Europa e che tra le righe resuscita l’insidia del misseling per il quale non andava bene né la legge 205 né l’art. 38: ora perché c’è ancora e per di più limita ulteriormente la platea?

Conosciamo bene il caos che  dentro e fuori dalle Istituzioni alcune associazioni hanno esercitato, ma alla fine sono le più seguite da questo governo, perché?  Più manovrabili e/o gestibili o per dilatare i tempi per l’erogazione del Fondo?  O forse per non farlo mai partire?

Hai una testa vuota sulle spalle”: ecco una telefonata che io, Milena Zaggia, non scorderò mai, ma questa frase mi ha fatto riflettere…..

I risparmiatori erano e sono la palla goal della Champions delle elezioni Europee, come lo sono stati per i mondiali delle Politiche.

Quando due leader delle associazioni le più rappresentative, a dir loro, all’uscita dall’ultimo incontro al MEF vengono divisi da una terza persona per litigi e/o offese da prime donne e subito dopo vanno a letto insieme, mi viene da pensare che gli show oggi sono più apprezzati del lavoro serio e coscienzioso con cui ho visto tante persone collaborare, discutere e proporre soluzioni.

Dovrete chiedere scusa pubblicamente a tutti i risparmiatori”, qualcuno gridò mesi fa, ora glielo chiedo io ma a chi ha pronunciato quella frase… Come chiedo al governo del cambiamento di mantenere quanto promesso. Mantenere e non solo promettere ascoltando i risparmiatori traditi.

E non solo gli showman.

Oggi lancio una sfida a questo governo: un DL immediato salva risparmiatori, anche notturno di un giorno di festa…. I soldi li abbiamo trovati e sono in cassa, i nominativi dei truffati ci sono, l’Iban ve lo facciamo pervenire …. Basta la volontà e la coscienza. DL che preveda anche l’obbligo/impegno delle 3 banche acquirenti di accantonare una percentuale dei loro “vantaggi economici” per un quinquennio a favore dei truffati.

Non scordiamo che molti di coloro che hanno esecuzioni in atto da parte delle banche acquirenti risultano debitori dopo l’azzeramento dei loro risparmi.

Per non parlare dei crediti deteriorati NPL, business dei fondi avvoltoi, “nettare per ladri” e che il più delle volte sono contestabili per usura e anatocismo.

Il nostro prestito, per sanare i buchi creati dalla finanza speculativa è giunto al termine… Ridateci i nostri soldi.

Milena Zaggia

Vice presidente Movimento Risparmiatori Traditi

Mps, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Etruria e Carige. Ecco colpe e ipocrisie di Bankitalia

startmag.it 24.2.19

Mps, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Etruria, Cassa Ferrara, Carichieti e Carige sono andate in malora per anni avendo stabilmente in casa plotoni di ispettori Bankitalia che non vedevano, fingevano di non vedere, o intervenivano provocando ulteriori danni. Tutti lo sanno e nessuno lo dice. L’analisi di Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano

L’attacco alla Banca d’Italia del governo gialloverde – o più precisamente di Matteo Salvini e Luigi Di Maio – è senza precedenti. Il semaforo rosso acceso in Consiglio dei ministri sul rinnovo per altri sei anni di Luigi Federico Signorini, uno dei cinque membri del Direttorio guidato dal governatore Ignazio Visco, è il primo concreto limite mai posto all’indipendenza di Palazzo Koch – o al suo potere incontrollato, a seconda dei punti di vista. La vicenda, di prima grandezza, è dominata dalla schizofrenia di tutti i giocatori.

L’OFFENSIVA DI SALVINI E DI MAIO CONTRO BANKITALIA

Di Maio e Salvini dichiarano di voler asfaltare Palazzo Koch, accusandolo di aver vigilato male sulla crisi bancaria; ma per la presidenza della Consob si fanno imporre il nome di Paolo Savona (un uomo foderato di conflitti d’interesse) dagli ambienti finanziari timorosi che Marcello Minenna portasse a una vigilanza più efficace. Il Quirinale stoppa Minenna, dirigente Consob, perché non gradisce la nomina interna, mentre per Bankitalia la nomina interna è reputata consustanziale al dogma dell’indipendenza.

CHE COSA FA CONTE

Giuseppe Conte rimbrotta da par suo – come un bidello impotente alle prese con una classe indisciplinata – i ministri M5S per il colpo all’indipendenza della Banca d’Italia. Ma è lo stesso premier che pochi giorni fa, nella veste di avvocato del popolo delle società quotate in Borsa, ha calpestato l’ indipendenza della Consob imponendole come presidente un suo ministro, Savona.

QUESTIONE DI REGOLE

È questione di regole. La Banca d’Italia propone il nome di Signorini al governo che lo porta al Quirinale per la nomina. Il presidente del Consiglio propone il presidente della Consob al governo che lo manda suo tramite al presidente della Repubblica per la firma. Il sistema dei semafori successivi sottrae le scelte all’arbitrio di un unico decisore. Logica vuole che ogni soggetto dotato di pulsante debba accendere il semaforo rosso quando veda un problema.

COME SI MUOVE IL QUIRINALE

Invece ognuno piega le regole ai comodi suoi. Il presidente Sergio Mattarella aveva il diritto di dire no a Savona ministro dell’Economia: perché il governo non può dire no a Signorini? Perché prevale una logica massonica: se il nominando è “dei nostri”, lo stop è un’odiosa ingerenza; se non piace alla gente che piace il semaforo rosso dimostra che le istituzioni funzionano. L’ idea sudamericana che chi conquista Palazzo Chigi sia legittimato a calpestare ogni regola è stata introdotta da Silvio Berlusconi, perfezionata da Matteo Renzi e portata all’apoteosi delle ultime settimane da Conte.

DOSSIER BANKITALIA

Venendo al merito del bubbone chiamato Bankitalia, dopo il primo cazzotto dato da Di Maio in Consiglio dei ministri, Salvini ha rincarato con l’ attacco personale in tv: “Federico Signorini, chi da tanti anni doveva vigilare e non l’ha fatto dovrà trarre le conseguenze di questa mancata vigilanza”. Il tema è vecchio. Nei dieci anni della grande crisi la vigilanza di Palazzo Koch ha consentito di tutto alle banche, con l’ idea sbagliata che così si salvasse il sistema.

Nessuno ha presentato il conto a Bankitalia che ha potuto invece presentare il conto dei suoi errori ai risparmiatori. La commissione banche del 2017 è stata un talk show scoppiettante, quella nuova che il M5S vorrebbe guidata da Gianluigi Paragone sarà un talk show noioso su cose già viste.

LE MOSSE DI GENTILONI

Dalla schizofrenia si passa qui all’ipocrisia. L’ex premier Paolo Gentiloni racconta nel suo libro La sfida impopulista che nell’estate 2017 lui e Mattarella stavano per mandare a casa Visco, in scadenza, con ottime ragioni come le “defaillance nell’azione di vigilanza della Banca d’ Italia”. Poi Renzi fece la fesseria della mozione parlamentare contro Visco, costringendo Mattarella al rinnovo. Nessuno ha smentito Gentiloni. Tutti i conoscitori della materia, con l’eccezione dei cinque membri del Direttorio, sanno che la vigilanza sulle banche ha fatto schifo.

I CASI MPS, CARIGE, POPOLARE VICENZA E NON SOLO

Mps, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Etruria, Cassa Ferrara, Carichieti e Carige sono andate in malora per anni avendo stabilmente in casa plotoni di ispettori Bankitalia che non vedevano, fingevano di non vedere, o intervenivano provocando ulteriori danni. Tutti lo sanno e nessuno lo dice. Gentiloni ha lavorato per silurare Visco, ma lo ha detto dopo, per rivendicare la sua saggezza e la lungimiranza di due anni fa e per far fare a Renzi la figura del fesso. Nessuno commenta.

CONCLUSIONE

Adesso Di Maio e Salvini si accontentano, più modestamente, di mandare a casa Signorini, e subito i custodi delle istituzioni infiltrati dai poteri forti nel governo gialloverde spifferano ai giornali ogni parola detta in Consiglio dei ministri. Se ne deduce che la difesa di Consob e Bankitalia, e delle istituzioni, non appassiona nessuno. E neppure la loro indipendenza. L’unica cosa che piace a tutti – maggioranza e opposizione, ieri e oggi, nessuno escluso – è la certezza di poter contare, in Bankitalia come in Consob, su qualcuno a cui chiedere un favore.

 

Articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it