Banco Bpm, ecco guai e contromosse sul caso diamanti

startmag.it 26.2.19

Tutte le mosse e le contromosse del gruppo Banco Bpm dopo l’inchiesta giudiziaria sulla truffa dei diamanti

 

L’inchiesta della Procura di Milano sul caso-diamanti – i reati ipotizzati sono quelli di truffa aggravata e autoriciclaggio – e che ha portato finora a sequestri per oltre 700 milioni ai danni di Unicredit, Intesa Sanpaolo , Mps e Banco Bpm (è coinvolta anche la controllata Banca Aletti), inizia a provocare le prime reazioni.

TUTTE LE NOVITA’ SU BANCO BPM E DIAMANTI

L’istituto guidato dall’ad Giuseppe Castagna, che si è visto sequestrare 84,6 milioni e ha fatto appositi accantonamenti nel bilancio 2018 (chiuso in perdita per 59,43 milioni), ha avviato un’ampia ricognizione in merito al caso che riguarda la fallita Intermarket Diamond Business (Idb), maggior broker nazionale del settore, che ha portato alla costituzione in tempi rapidissimi di una task force ad hoc composta da 100 funzionari.

CHE COSA FARA’ BANCO BPM SUL CASO DIAMANTI

La struttura, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, ha il compito di gestire tutte le procedure di conciliazione legate a istanze e cause promosse dalla clientela. E l’elevato numero di personale destinato a questo dossier dimostra come il caso della truffa dei diamanti sia, in questo momento, particolarmente sensibile per Castagna e i vertici di Piazza Meda. Se è vero che dei 345,3 milioni di accantonamenti netti ai fondi rischi del 2018 ben 300 milioni sono relativi alla vicenda Idb.

ECCO I DETTAGLI DELL’INDAGINE

Anche se va ricordato che i fatti oggetto d’indagine si riferiscono al periodo che va dal 2003 al 2016, antecedente quindi alla fusione tra il Banco Popolare e la Bpm. Va detto che finora già un terzo dei reclami presentati agli sportelli del Banco Bpm sono stati chiusi con accordi transattivi, con una percentuale di ristoro in numerosi casi vicina al 100%.

CHE COSA DECIDERA’ IL CDA DI BANCO BPM

Nel frattempo giovedì il caso-diamanti verrà affrontato in cda: il board si riunirà per fare il punto sulle ragioni dello scandalo e sulle iniziative messe in campo dalla banca per tamponarlo in tempi ragionevolmente rapidi. Ma la riunione dei consiglieri potrebbe anche essere l’occasione per fare una ricognizione sulla governance.

TUTTI I NOMI IN BANCO BPM SOTTO OSSERVAZIONE

Secondo quando si apprende, in queste ore l’attenzione è concentrata sul direttore generale Maurizio Faroni, indagato per truffa aggravata, autoriciclaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, assieme a un’altra settantina di persone tra le quali anche l’ad della controllata Banca Aletti, Maurizio Zancanaro. La posizione del dirigente di Piazza Meda potrebbe essere valutata anch’essa durante la riunione del consiglio.

(estratto di un articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza; qui l’articolo integrale)


Banco Bpm: task force per i diamanti (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’inchiesta della Procura di Milano sul caso diamanti – i reati ipotizzati sono quelli di truffa aggravata e autoriciclaggio – e che ha portato finora a sequestri per oltre 700 milioni ai danni di Unicredit, Intesa Sanpaolo, B.Mps e Banco Bpm (è coinvolta anche la controllata Banca Aletti), inizia a provocare le prime reazioni. 

L’istituto guidato dall’ad Giuseppe Castagna, che si è visto sequestrare 84,6 milioni e ha fatto appositi accantonamenti nel bilancio 2018 (chiuso in perdita per 59,43 milioni), ha avviato un’ampia ricognizione in merito al caso che riguarda la fallita Intermarket Diamond Business (Idb), maggior broker nazionale del settore, che ha portato alla costituzione in tempi rapidissimi di una task force ad hoc composta da 100 funzionari. 

La struttura, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza, ha il compito di gestire tutte le procedure di conciliazione legate a istanze e cause promosse dalla clientela. E l’elevato numero di personale destinato a questo dossier dimostra come il caso della truffa dei diamanti sia, in questo momento, particolarmente sensibile per Castagna e i vertici di Piazza Meda. Se è vero che dei 345,3 milioni di accantonamenti netti ai fondi rischi del 2018 ben 300 milioni sono relativi alla vicenda Idb. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 26, 2019 02:15 ET (07:15 GMT)

Non comunicare si può: e qualche volta è la strada per il successo

  •  Beatrice Niedda  IlSole24ore.com 19.2.19

(AP)

Vivendo in un’epoca in cui la comunicazione guida le scelte individuali, politiche e sociali, il titolo di questo articolo può sembrare quantomeno provocatorio. E invece sono molte le occasioni di business in cui comunicare può non essere efficace, se non addirittura dannoso. Nella mia attività di manager e consulente ho spesso dovuto affrontare crisi delle vendite, problemi di scarsa profittabilità del portafoglio prodotti o di appannamento dell’immagine del brand. In molti di questi casi si cercava di risolvere il problema attraverso un piano di comunicazione, senza andare ad analizzare quelli che sono i “fondamentali” del marketing: il prodotto, la gamma, il posizionamento di prezzo e, in generale, il posizionamento sul proprio mercato rispetto alla concorrenza.

Il marketing si occupa a tutto tondo del business, dall’analisi del mercato alla creazione del prodotto, alla sua immissione sul mercato e al suo destino post lancio. La comunicazione è una parte del processo e gestisce un ambito ben preciso, appunto quello della comunicazione al mercato dei benefit del prodotto/servizio e dell’immagine del brand. Di seguito racconterò alcuni esempi di come la confusione tra i due ambiti possa risultare nociva al business.

Uno dei casi emblematici della mia carriera è stato il rilancio di Ray-Ban. Quando Luxottica lo acquistò da Bausch & Lomb, il brand era in una situazione di crisi da tempo: vendite in calo, prodotto che esteticamente virava verso il fashion, bassa qualità, distribuzione mass e poco selettiva, politiche di prezzo. Per spingere le vendite, campagne di comunicazione importanti e spese milionarie. La strategia degli americani era molto chiara: forzare sell-in e sell-out attraverso pubblicità sui media e promozioni sul trade.

La scelta strategica dell’imprenditore, invece, fu quella di rilanciare Ray-Ban ripartendo dal prodotto e, in particolare, rieditando i modelli storici; spostare tutta la produzione in Italia ritornando ad alti standard qualitativi; chiudere la distribuzione poco qualificata e qualificante; azzerare le spese pubblicitarie fino al rilancio del brand. Una scelta rischiosa e costosa, ma lungimirante. Un manager dell’azienda avrebbe avuto il coraggio di sospendere la comunicazione a favore di investimenti sulla qualità del prodotto e della distribuzione? Per la mia esperienza, pochi l’avrebbero fatto, preferendo spendere in pubblicità con ritorni di vendita immediati.

Un’azienda di gioielleria lamentava la bassa redditività del business, nonostante il brand fosse forte ed il posizionamento di prezzo fosse premium. La richiesta era quella di un piano di comunicazione che spingesse sell-in e sell-out. Chiesi di poter analizzare la gamma per capire i prodotti più venduti e, nel redigere la curva ABC delle vendite, scoprii un numero di SKU impressionante a fronte di vendite concentrate su pochi articoli. Questo implicava altissimi investimenti in stampi e magazzino nonché importanti costi di campionamento e di vendita, col risultato di ridurre in maniera drammatica il margine netto. Una campagna di comunicazione non avrebbe migliorato la situazione, anzi, avrebbe peggiorato la marginalità senza risolvere il problema del portafoglio. La soluzione era invece una drastica riduzione di SKU e un’attenta analisi pre-lancio dei nuovi prodotti.

Qual è la ragione di tanti errori? Alla base c’è una grande confusione fra marketing e comunicazione. Si pensa che le due cose coincidano e, soprattutto di questi tempi, che la comunicazione possa risolvere qualunque problema di business. Il marketing è una scienza, che parte da analisi e numeri e che mette in sequenza le care vecchie 4 P di Kotler: «prodotto/servizio/brand»; «prezzo»; «placement»; «promozione». La sequenza rispetta un ordine logico: il pacchetto prodotto/servizio/prezzo deve essere perfetto prima della sua immissione sul mercato e quindi sul canale distributivo.

A quel punto si può pensare di comunicare, non prima, pena lo sperpero di risorse:
1) perché il prodotto, quando richiesto, non è reperibile;
2) per la perdita di immagine e reputazione se il prodotto non risponde alle attese del consumatore.

La comunicazione arriva alla fine, non è il punto di partenza. Dunque affrontiamo i problemi seguendo il processo di marketing: 
1) analizzare, analizzare, analizzare;
2) posizionarsi, che significa scegliere il proprio target e proporgli una value proposition coerente, attrattiva e differenziante;
3) redigere il piano di marketing ed eseguirlo; 
4) verificare nel durante i risultati delle azioni intraprese.

In un’epoca in cui le risorse sono sempre più scarse, la concorrenza sempre più agguerrita ed i consumatori sempre più esigenti, la parola d’ordine deve essere focus sui fondamentali.

* Senior Consultant di Newton S.p.A.

Trentamila euro al mese. Gli stipendi d’oro dei burocrati Ue

Unione europea

Trentamila euro più benefit. A tanto ammonta la cifra che ogni mese Jean-Claude Juncker incassa dall’Unione europea come presidente della Commissione. Uno stipendio non troppo diverso da quello di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, e leggermente superiore di quello di Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue.

Come ricorda l’Huffington Post, le cifre sono ragguardevoli. Tusk e Juncker hanno un compenso annuo di 405.415 euro (e una pensione che si stima di 60.264 euro per cinque anni di servizio). Subito dopo, c’è Mogherini, con uno stipendio di 376.815 euro l’anno e una pensione stimata di 56.772 euro. Per i vice presidenti della Commissione Frans Timmermans, Valdis Dombrovksis, Andrus Ansip e Jyrki Katainen, si parla di una busta paga da 362.743 euro e 54.588 euro di pensione, sempre per cinque anni di servizio. Mentre per i commissari, il compenso annuo è di 323,914 euro l’anno e una pensione da 49mila euro.

Numeri importanti ma che fanno ancora più riflettere se si paragonano a quelli dei grandi leader del mondo, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Donald Trumpfino al presidente russo Vladimir Putin. Un paradosso se si pensa al peso dei due leader rispetti ai burocrati dell’Unione europea. Ma è un paradosso che esiste: basti pensare al fatto che Juncker e Tusk guadagnano più del presidente Usa e più del triplo rispetto al leader del Cremlino. E se a questi stipendi si aggiungono i benefici che hanno i vertici dell’Ue, arriva una condizione da privilegiati che fa veramente fatica a comprendersi, specialmente in un momento di crisi dell’Unione europea e dove da più parti invocano austerity e minacciano una nuova crisi economica.

Insomma, gli stipendi dei vertici Ue e dei falchi che vogliono una riduzione del costo del lavoro non sembrano subire crisi. Anzi, a questi si aggiungono indennità, benefit, assegni familiari. Tutto per riempire il portafogli dei grandi euroburocrati. Ma potrebbe rivelarsi un clamoroso boomerang proprio in un periodo in cui le elezioni europee rischiano di far entrare nell’Europarlamento un fiume di protesta rappresentato da partiti sovranisti, euroscettici e molto critici nei confronti dell’Unione europea.

Ed è chiaro che questi stipendi saranno un clamoroso punto a favore del blocco che punta a cambiare l’Europa. I falchi dell’austerity, da sempre impegnati a ricordare i loro piani finanziari per l’Unione europea, non potranno certo giustificarsi di fronte a questi emolumenti. Ed è già iniziata la campagna elettorale anche su questo punto. Come scritto su Il Giornale, il Movimento Cinque Stelle ha lanciato il suo atto d’accusa nei confronti degli stipendi degli euroburocrati: “Il Presidente della Commissione Juncker percepisce il 138% dello stipendio del funzionario con più alto grado della Commissione e cioè 27.436,90 euro al mese”.

Frasi cui la Commissione europea era apparsa più che sorda: “Dobbiamo attenerci alla realtà dei fatti e non alla mitologia” hanno detto da Bruxelles. Anzi, la Commissione ha anche sostenuto che quegli stipendi fossero frutto di un livellamento con l’inflazione. “I salari di tutto il personale europeo devono evolvere in linea con i salari dei funzionari degli Stati membri. In Belgio e Lussemburgo, dove lavora l’ 80% dello staff, il tasso d’inflazione è stato del 2,1%. E l’adattamento è di 1,5%. Questi sono i fatti, è legislazione, votata democraticamente da Consiglio e Parlamento”. Chissà se pensano lo stesso dei salari dei lavoratori di tutta Europa.

Casaleggio massone, ma guai a dirlo all’Italietta gialloverde

libreidee.org 26.2.19

Cari amici 5 Stelle, prendete nota: il vostro amato fondatore e ideologo, Gianroberto Casaleggio, era massone. Chi lo afferma? Gioele Magaldi, naturalmente, cioè il “grembiulino” che più di ogni altro, in Italia, ha svelato l’identità liberomuratoria di moltissimi potenti, da Ciampi a Napolitano, da D’Alema a Draghi. Proprio sicuro, Magaldi, che Casaleggio senior avesse frequentato qualche loggia? «Lo immaginavo, ma non ne ero certo. Ora invece ho acquisito la documentazione che lo comprova», afferma l’autore del saggio “Massoni”, in diretta web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Beninteso: per Magaldi, severo giudice dei “cattivi massoni” al comando dell’Ue, stare in massoneria può essere un titolo di merito. L’importante è non essere ipocriti: e invece il governo gialloverde ha addirittura messo al bando – a parole – la presenza dei massoni nell’esecutivo, pur sapendo che il club pullula di grembiulini (da Tria a Moavero, solo per citare alcuni ministri). Che faccia faranno, Di Maio e Di Battista, nello “scoprire” che anche il compianto Casaleggio era massone? Chi può dirlo: oggi staranno a leccarsi le ferite per la batosta alle regionali in Sardegna, che segue a ruota quella appena rimediata in Abruzzo. Inutile lamentarsi, dice Magaldi, è il minimo che gli potesse capitare: avevano promesso di tutto e non hanno mantenuto niente. Ma sono in buona compagnia: con loro c’è Renzi, altro fanfarone, e presto anche Salvini vedrà sgonfiarsi la bolla che finora l’ha fatto volare.

E’ una panoramica a tutto campo, quella che Magaldi offre nella video-chat settimanale con Frabetti. Tema: l’inconsistenza dei 5 Stelle come specchio dell’evanescenza generale del sistema politico italiano, dopo tante chiacchiere spese sul cambiamento Gianroberto Casaleggiodi cui ancora non c’è traccia. Renzi? «Triste spettacolo, vederlo in televisione a “Non è l’Arena” con Giletti su “La7”: non una parola sui suoi errori, solo l’esecrazione per quella che considera la gogna mediatica alla quale è stato sottoposto per via della vicenda giudiziaria che ha coinvolto i suoi genitori». Parentesi: c’è da domandarsi se sia davvero il caso di infliggere gli arresti (sia pure domiciliari) per reati non terribili. Stesso dicasi per Roberto Formigoni, pessimo esponente del più retrivo clericalismo affaristico, che in Lombardia ha privatizzato ampie fasce di sanità. Di nuovo: è proprio indispensabile la punizione del carcere? Senza con questo contestare i magistrati, Magaldi precisa: «Sul piano politico, fa male vedere che solo qualcuno paga per tutti, mentre chi è troppo potente resta intoccabile». Ma se il declino del “Celeste” si accompagna a quello della Compagnia delle Opere, in auge con la Chiesa conservatrice di Wojtyla e Ratzinger, suona surreale la performance televisiva del Renzi vittimista, versione 2019. Tecnicamente: uno zombie, ormai osteggiato anche nel suo partito. E senza neppure l’onestà elementare – politica, intellettuale – di ammettere di aver fallito su tutta la linea.

Il buon Matteo, dice Magaldi, avrebbe dovuto dire, sinceramente: come erede della sinistra italiana avrei dovuto trovare il coraggio di rompere con l’austerity di Bruxelles e quindi imporre la giusta quota di deficit per far ripartire l’occupazione, anziché vendere la fuffa del Jobs Act (insieme a un’orrida riforma della Costituzione). Il Chiacchierone di Rignano ricorda qualcuno: per la precisione, i giovani leoni che promettevano agli italiani un futuro di lusso, addirittura a 5 Stelle. Letteralmente, reddito di cittadinanza significa che l’essere italiani darebbe diritto, di per sé, a una somma di denaro – a prescindere dal reddito e dalle condizioni dei singoli e delle famiglie. Invece, il Di Maio che vende la “sconfitta della povertà” si riduce a elargire un magrissimo sussidio sotto forma di card per acquisti, ma solo dopo una folle trafila bizantina per selezionare i requisiti dei pochissimi “fortunati”. Molto meglio, sostiene Magaldi, il “diritto al lavoro” sancito per legge, Gioele Magaldiin Costituzione, come chiede il Movimento Roosevelt: «In modo diretto o indiretto, lo Stato sarebbe obbligato a garantire un lavoro a tutti, e questo consentirebbe ai giovani di non dipendere più finanziariamente dalle famiglie».

Facile a dirsi: bello, il libro dei sogni firmato Magaldi. E i soldi? Appunto: quelli bisogna conquistarseli, insiste Magaldi, risolvendosi a portare fino in fondo il braccio di ferro con Bruxelles. Dove sta scritto che i paesi Ue debbano sottostare in eterno al diktat arbitrario del rigore di bilancio, sorvegliato da tecno-massoni neoliberisti per lo più agli ordini di potentati finanziari privatistici? I patti erano chiari, sembra dire Magaldi ai gialloverdi: non dovevate rovesciare il tavolo europeo, come promesso alle elezioni? Poi non lamentatevi, se vi mancano i fondi per realizzare i programmi. Quindi è logico che gli elettori vi stiano scaricando. Per ora tocca ai 5 Stelle, ma presto potrebbe venire il turno di Salvini, sostiene Magaldi: sul problema-migranti (reale, sentito) finora ha campato alla grande, ma attuando solo la “pars destruens”, senza curarsi troppo del futuro. La sua politica muscolare è bastata, per ora, a deviare l’attenzione generale dal fallimento del governo nei confronti di Bruxelles. Ma domani il ballon d’essai potrebbe sgonfiarsi, quando anche gli elettori leghisti chiederanno conto, a Salvini, del mancato rispetto delle promesse elettorali più forti, come la radicale riforma fiscale giustamente ventilata. Buio pesto, peraltro, nelle retrovie del defunto centrodestra, col grottesco Berlusconi e l’ancor più grottesco Tajani, piccolo yesman del potere Ue. Il 30 marzo, a Londra, il Movimento Roosevelt presieduto da Magaldi farà sentire la voce degli economisti keynesiani nel convegno che chiede “Un New Deal rooseveltiano per l’Europa”. Prendano appunti, i 5 Stelle: probabilmente il tema sarebbe piaciuto a Gianroberto Casaleggio, ideologo visionario (e massone).

Volete sapere perché Formigoni è finito dietro le sbarre?

comedonChisciotte.org 25.2.19

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

L’occasione fa l’uomo ladro, recita il proverbio: questo è quel che è capitato a Formigoni, perché le “occasioni” le creano gli im-prenditori del sistema pubblico/privato, a bizzeffe. L’uomo ex Pirellone è stato un ingenuo, si comprende bene da come si è comportato: esaltato dal suo ruolo di “Celeste”, non ha meditato che tutto quel ben di Dio non gli era dato perché – ragionando da Luterani o da Ebrei – era il “prediletto del Signore”, bensì perché qualcuno guadagnava soldi a palate da quel sistema ed aveva tutto l’interesse che le cose durassero così com’erano.

Tutto l’andazzo nasce dallo “strano” fenomeno al quale stiamo assistendo, ossia la migrazione del sistema sanitario nazionale verso il privato, che non è sempre un vero “privato”, perché le strutture rimangono (per ora) gratuite per la popolazione. A parte che alcune strutture private già forniscono, oggi, prestazioni ambulatoriali e diagnostiche allo stesso prezzo del ticket sanitario nazionale, il “passaggio” avviene a monte, ossia nei costi che lo Stato si accolla per le prestazioni del singolo paziente.

In sostanza, io (Stato) pago una cifra per ogni giornata ospedaliera di un paziente medio, e poi il privato se la vede lui. Detto così, potrebbe anche funzionare, ma bisogna anzitutto comprendere quanto pago e cosa mi viene dato in cambio. E cosa costa al contribuente.

Per mia fortuna sono riuscito ad avvalermi per questa analisi della consulenza di una persona esperta: un’infermiera che, per molti anni, ha lavorato sia nel pubblico che nel privato, prevalentemente nel settore psichiatrico.

Il settore psichiatrico è un po’ “speciale”, perché è nato – così com’è oggi – negli anni ’70 del Novecento, soprattutto per merito di Franco Basaglia, psichiatra che ebbe il merito di andare “oltre” il mero manicomio, come fino a quell’epoca era considerato l’unica struttura in grado d’accogliere i “matti”. Chi vorrà approfondire la cosa (che è solo il corollario e non la nota dominante di questo articolo) potrà trovare sul Web tutto quel che cerca.

In buona sostanza, la questione fu risolta con l’abolizione dei manicomi – a buona ragione considerati dei veri e propri lager per malati – verso l’esternalizzazione, all’interno della società, del malato psichiatrico.

“Esternalizzazione”, però, non è sinonimo di “privatizzazione”: è bene ricordarlo. Invece, lo Stato si ritirò in parte dal settore – vuoi per incapacità di gestirlo, vuoi per convenienza, vuoi per lucro “combinato” fra gli imprenditori del settore e la politica/burocrazia pubblica – e rimasero solo i presidi ospedalieri (i reparti ospedalieri di Psichiatria (SPDC) o i Centri d’Igiene Mentale (CIM) sul territorio.

Dove finì la stragrande maggioranza dei malati psichiatrici?

Prima di continuare, vorrei chiarire un concetto: se il nostro pancreas non secerne insulina, siamo diabetici e non perdiamo rispettabilità sociale, mentre se il nostro cervello ha problemi con la serotonina o la dopamina, abbiamo problemi psichiatrici e ci mettono il cappello da Napoleone in testa.

Questo non significa che con il malato psichiatrico non si debbano prendere delle precauzioni – ad esempio non dargli una 357 Magnum in mano – però riflettiamo anche che larga parte della popolazione fa uso di psicofarmaci, per disturbi più o meno gravi: siamo una società malata nei gangli vitali del vivere sociale, e queste sono le conseguenze.

Il malato psichiatrico grave – ossia colui che deve essere tenuto sotto controllo – non vive o vive parzialmente nella società (secondo la gravità del suo male e secondo ciò che gli psichiatri ritengono più utile per la sua esistenza) ed è ospitato nelle apposite strutture, che – con il tempo – sono diventate sempre di più private. Ma pagate dalla mano pubblica.

Grazie alla mia amica infermiera, sono riuscito a ricostruire abbastanza fedelmente il conto economico di una di esse: non pretendo che sia oro colato, però i dati sono stati verificati come validi in più di una struttura, ed evidenziano un’enorme discrepanza fra le spese realmente sostenute e gli introiti incamerati. Di più: siccome gli “imprenditori” di questo settore sono noti (psichiatri e non), il loro tenore di vita è stato notato, con grande evidenza. Capito?

Personale                                           

Direttore                       1                                 60.000

Direttore sanitario         1                                  70.000

Medici                          3          3.000                108.000

Psichiatri & Psicologi    5          2.500                150.000

Infermieri                      5          3.000                180.000

Educatori/OS              32          2.500                960.000

Cucina & Pulizia            3          2.200                  79.200

Amministrazione           3          2.500                   90.000

Acquisti alimentari                                                350.400

Farmaci & materiale sanitario                                268.800

Affitto annuo                                                       120.000

Riscaldamento                                                      20.000

Energia elettrica                                                      5.000

Assicurazioni                                                           5.000

Veicoli                                                                       6.000

Spese straordinarie                                                10.000

Manutenzione                                                          10.000

Palestre e laboratori                                                50.000

Costi                                                                   2.542.400

Ricavi                                      

Pazienti                         64

Retta giornaliera           250                                 5.840.000

Utile                                                                      3.297.600

Note: sarebbe stato meglio incamerare il foglio Excel, ma creava qualche problema sui server e dunque l’ho solo riportato in Word. In queste strutture, i medici di guardia sono comuni medici, non psichiatri. Psichiatri e psicologi, generalmente, sono pagati come consulenti esterni. Ci sono poi le attività ludiche, diverse da una struttura all’altra, che è difficile quantificare ma, come potete osservare, non è che un’ora la settima o il giorno di falegnameria o a cavallo sposti tanto le cose. La situazione esposta si riferisce a circa 5 anni fa.

3 milioni di euro di utile l’anno sono tanti, d’altro canto, chi foraggiava il “Celeste” – e tanti in posizioni analoghe o, comunque, degni di essere “convinti” – doveva avere fondi cospicui per farlo: poi, i sistemi per lasciarsi corrompere sono tanti, come dimostra il caso Alemanno (fondazioni) o i casi Tiziano Renzi e Berlusconi (frodi fiscali). Sono reati comuni, per i quali le persona comune, se viene beccata, fila dritto in galera. Fino a ieri, solo le persone comuni: oggi?

C’è da complimentarsi con il ministro Bonafede, che ha fatto un ottimo lavoro: se avesse potuto, avrebbe anche cancellato l’indegna prescrizione dei reati, ma Salvini doveva salvare Bossi nel suo processo, e dunque l’opposizione della Lega, ancora una volta, ha finito per essere forte coi deboli e debole con i forti.

Inoltre, devo confessare una cosa. Sapete che sono appassionato di nautica – vela – e mi sono sempre stupito, quando passo dal porto di Varazze, nell’osservare mega-yacht a motore – 15, 20 metri, valore 1-2 milioni di euro – che sono lì, all’ormeggio, appena costruiti dai cantieri ex Baglietto, già iscritti alle Cayman ma in attesa d’acquirente. Cosa c’è dietro? Perché ai saloni della nautica sono quasi sparite le barche per le famiglie e sono aumentati enormemente i “ferri da stiro” (consentitemi un po’ di veleno, da velista) di tutte le dimensioni? Non è soltanto una questione di classe media alla deriva: alcuni pentiti di mafia hanno spifferato di tangenti pagate con mega-yacht. Perché la Magistratura non ci butta un occhio? Anche nell’affaire Formigoni ci sono gli yacht di mezzo.

Se la riforma dei manicomi non implicò la privatizzazione del sistema, è altrettanto vero che la sanità regionale ha fallito in pieno i suoi obiettivi: che senso ha, per il Ministero della Sanità, dover controllare le stesse cose per 20 regioni? Quali sono i vantaggi? Qualcuno me lo spieghi. Dove vanno a finire i 100 e più miliardi della sanità?

Terminiamo con un pensiero per il “Celeste”, la persona alla quale – addirittura – il Pirellone andava stretto ed ha dovuto costruire l’enorme grattacielo del Palazzo Lombardia, lasciando il Pirellone al solo consiglio regionale. Uno spreco immane, un insulto all’intelligenza ed alla miseria, che in Italia non manca.

Tutto, nella sua vicenda, mostra come quest’uomo si sia elevato “al di là del bene e del male”, per entrare in un limbo d’intoccabili, ai quali tutto era permesso perché benedetti da Dio in persona. Un nuovo Re assolutista.

Anche il suo modo di frodare, intascare tangenti e quant’altro è intessuto non da protervia, ma da certezza assoluta d’essere – in qualche modo – nel “giusto”: questo non è un ladro di polli come Alemanno, Tiziano Renzi o i tanti di Tangentopoli. Costui si ritiene un prediletto da Dio e, dunque, al di sopra delle nostre – ritenute insignificanti – velleità terrene di giustizia.

Forse, oggi, legge il libro di Giobbe, per comprendere cosa ha voluto insegnargli Dio con quella condanna, con la prigione, nella quale – sono quasi sicuro – non si troverà poi tanto male. “Dio ha voluto che conoscessi gli umili” – penserà – e dovrà farselo andar bene, poiché la pena differita in arresti domiciliari non è proprio dietro l’angolo.

Ovviamente, i suoi avvocati l’hanno subito invocata, però, da cosa leggo – non sono un avvocato e dunque taccio – pare che Bonafede abbia cucinato la polpetta molto bene, al punto che sarà probabilmente necessario un pronunciamento della Consulta. E il tempo passa, fra l’apertura e la chiusura delle celle, fra una visita e l’ora d’aria.

Si parla delle tante ingenuità dei 5S, ce ne sono, è vero: però, la soddisfazione di vedere un ladro che ha rubato sui malati italiani in gabbia, finora, nessuno ce l’aveva data. Ricordiamo il ministro della Sanità Gava, incarcerato e poi scarcerato perché “malato”. Così malato che andò subito a festeggiare al ristorante “Ai due ladroni” (vero!). Speriamo che, stavolta, le cose vadano in altro modo.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/02/volete-sapere-perche-formigoni-e-finito.html

25.02.2019

Goldman Sachs si converte alla MMT. Cosa bolle in pentola?

Massimo Bordin micidial.it 25.2.19

Proprio nello stesso periodo in cui Paolo Barnard fa i funerali alla mmt, in America – dove la teoria monetaristica di Warren Mosler è nata – molti analisti cominciano a riconoscerne l’intrinseca logica ed a valutarla come un’opzione economica preferibile.

A confermarlo non c’è solo la presenza significativa di Stephanie Kelton presso la commissione bilancio del senato americano, ma anche e soprattutto, l’atteggiamento dei media tradizionali che parlano di mmt in misura sempre più massiccia. Qualcuno nel pd americano sta forse cambiando idea? Gli uomini vicini a Trump stanno considerando seriamente un new deal?

Comunque sia, il Wall Street Journal ha appena pubblicato un editoriale favorevole nella sostanza alla mmt, titolando che “le preoccuazioni sul debito americano sono fuorvianti”.

Questo fondo giornalistico ha offerto lo spunto a William K. Black per sostenere che ora “la Modern Monetary Theory (MMT) continua ad avanzare rapidamente. 

Abbiamo superato la prima fase di reazione (prima ti ignorano), calandoci profondamente nella seconda fase (poi ti attaccheranno) ed espandendo i ranghi della terza fase (quindi vinci). Siamo molto prossimi alla terza fase, vincendo con un numero crescente di persone”.

Secondo Alexandra Scaggs, giornalista del gruppo finanziario Barron’s, gli economisti della banca Goldman Sachs starebbero per passare alla mmt:

“Ora anche Goldman Sachs sta sfidando il dogma del debito degli Stati Uniti”, ha scritto, sostenendo che rispetto solo a 10 anni fa, “quest’era è chiaramente diversa. Gli Stati Uniti hanno introdotto uno stimolo fiscale (sotto forma di tagli delle imposte sulle società) con la disoccupazione vicina ai minimi degli ultimi 50 anni. E la nota Goldman Sachs è una risposta ad alcuni «accademici di alto profilo» che hanno recentemente affermato che i governi possono sostenere deficit più ampi di quanto si pensasse in precedenza”.

Il cenno della Goldman agli economisti di alto profilo fa implicitamente riferimento al gruppo dell’Università del Kansas che fa capo alle teorie di Warren Mosler, fondatore della MMT.

Ma la ciliegina sulla torta la fornisce Bloomberg, che pubblica un editoriale di Stephanie Kelton in risposta al nobel Krugman sui contenuti della MMT.

Insomma, a giudicare dalla rassegna stampa internazionale, la mmt è ora al centro del dibattito economico americano. A noi, invece, tocca sopportare i dinosauri di +Europa guidati da Boldrin, Alberto Forchielli che imita Crozza (o era il contrario?) e la mummia Cottarelli costantemente in prima serata su RaiUno. Come detto più volte, ci arriveremo troppo tardi. Anche se lo avevamo capito tra i primi.