La beffa di Cattelan: è la borsa che fa il DITO a Milano (anche se tutti pensano il contrario)

milanocittàstato.it 27.2.19

il dito di cattelan
Un dettaglio del dito

Doveva essere un’installazione temporanea, invece è diventata permanente. Non solo. E’ diventata un’icona della città ormai nota in tutto il mondo. Non solo. Su di lei girano diversi malintesi.

I principali malintesi sul “dito di Cattelan”

#1 Il nome è sbagliato

Il primo malinteso è sul nome. Per tutti è “il dito” di Cattelan. Ma in realtà il suo nome è L.O.V.E.

#2 L.O.V.E. non significa amore

E’ invece un acronimo di «libertà, odio, vendetta, eternità»

#3 Sembra un “**** you!” ma non è così

Raffigura invece una mano intenta nel saluto romano ma con quasi tutte le dita mozzate, come fossero erose dal tempo, eccetto il medio.

#4 E’ un insulto a un palazzo fascista? O un gesto di protesta contro il mondo della finanza?

Per tutti è considerato un gesto di sfregio verso il Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa. I più ci vedono un insulto al mondo della finanza, alcuni sottolineano che il palazzo è di epoca fascista, quindi quello sarebbe il bersaglio. Eppure se si studia la morfologia della mano, si scopre che è come se appartenesse proprio al palazzo. Quindi il significato più oltraggioso in realtà avrebbe soggetto e oggetto invertiti: sarebbe la Borsa (o il Palazzo fascista) a fare “il dito medio” a Milano o al resto del mondo.

#5 E Cattelan che dice?

Il collegamento tra gesto e alta finanza Cattelan non lo ha mai avallato esplicitamente.

Leggi anche: L.O.V.E. – Il dito medio di Cattelan: storia e significato del più celebre dito del mondo

Banco Bpm ha sospeso il direttore generale per il caso diamanti

lettera43.it 27.2.19

Maurizio Faroni è indagato nell’inchiesta della procura di Milano sui preziosi venduti a prezzi gonfiati rispetto al loro valore reale.

Il cda di Banco Bpm ha sospeso il direttore generale Maurizio Faroni, indagato nell’inchiesta della procura di Milano sui diamanti venduti a prezzi gonfiati rispetto al loro valore reale. Il provvedimento è stato reso noto dalla banca e ha riguardato anche Pietro Gaspardo, che è stato responsabile pianificazione e marketing retail della Banca, e Angelo Lo Giudice, che ha ricoperto il ruolo di responsabile compliance della Banca. Anche per loro è stata disposta la sospensione cautelare dal servizio.

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Banco Bpm, Faroni sospeso per il caso diamanti

Andrea Montanari milanofinanza.it 27.2.19

Il consiglio d’amministrazione del Banco Bpm nella serata di oggi ha deliberato la sospensione cautelare del direttore generale, Maurizio Faroni, e dell’ex responsabile marketing della banca, Pietro Gaspardo, e, infine Angelo Lo Giudice, ex responsabile compliance dell’istituto di piazza Meda. Questi ultimi due manager sono di estrazione veronese e legati all’ex Banco Popolare.

La decisione del board è stata presa in seguito all’inchiesta avviata dalla Procura di Milano sul caso diamanti che ha portato a sequestri preventivi per un ammontare complessivo di 700 milioni ai danni di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Mps. In particolare, come già evidenziato da MF-Milano Finanza nei giorni scorsi, la banca guidata dall’ad Giuseppe Castagna ha creato una task force ad hoc composta da 100 funzionari per affrontare la situazione e far fronte alle possibili cause promosse dei clienti e dai potenziali risarcimenti ai quali potrebbe ancora incontro nei prossimi mesi. 

Per tale ragione, il Banco Bpm ha provveduto ad accantonare a fondo rischi la somma di 300 milioni nel bilancio 2018.

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: i suoi!

Francesco Piccioni contropiano.org 27.2.19

Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.

Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).

Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Wolfgang Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso di capitali. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo verso una maggiore integrazione.

In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.

Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione dei conti correnti.

Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque…). 

La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).

Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank. 

Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni, ossia migliaia di miliardi di euro) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.

Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.

Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.

Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 1999 al 2017 ad oggi, ha perso reddito  per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100. 

Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro, più o meno 1.360 euro al mese; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole o campare decisamente meglio…

E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile,  un sistema di rapina a favore dei più ricchi.

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Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore

Torna la tassa sulle transazioni finanziarie 

di Carlo Bastasin

Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area. 

A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche. 

Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità. 

Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria. 

La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia. 

La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso. 

Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area. 

All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto. 

Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici. 

Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro. 

Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area. 

Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. 

L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione. 

Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi. 

Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali. 

Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni. 

Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.

Grecia: creditori minacciano sospensione finanziamento

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

I creditori della Grecia stanno minacciando di sospendere 1 miliardo di euro (1,14 mld di dollari) di finanziamenti che il Governo del Paese di aspettava di ricevere questa primavera, visto che, secondo Bruxelles, Atene non ha attuato le revisioni economiche. 

Lo si legge in un rapporto pubblicato dalla Commissione europea, braccio esecutivo dell’Ue. Secondo l’Ue Atene deve ancora implementare una serie di misure in sospeso, comprese privatizzazioni, estinguere gli arretrati del Governo nel settore privato e istituire una nuova legge per le famiglie che non possono o non pagheranno i propri mutui. 

I ministri delle finanze dell’Eurozona potrebbero quindi decidere, nella riunione dell’11 marzo, di congelare i fondi alla Grecia, a meno che il Paese non acceleri sul fronte delle riforme. 

Grazie alle riserve di liquidità, Atene non ha immediata necessità del miliardo che potrebbe essergli negato, ma il Governo ellenico sperava in una valutazione positiva da parte dei creditori, al fine di attirare maggiori investimenti stranieri grazie ai segnali di una stabile ripresa economica. 

voc 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 27, 2019 13:15 ET (18:15 GMT)

B.Carige: Masi (Uilca), non firmeremo cambiali in bianco

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo la presentazione del Piano industriale di Carige la Uilca esprime la propria perplessità sul “ridimensionamento dell’organizzazione di circa 1.250 addetti e di oltre 100 sportelli tradizionali, quando già 350 dipendenti hanno aderito al Fondo e andranno via entro l’anno”. 

Questo il commento del Segretario Generale Uilca Massimo Masi. 

“Nonostante le rassicurazioni sul fatto che non ci saranno licenziamenti né mobilità selvagge non possiamo considerare quota 100 come una soluzione valida se considerato come un atto volontario”, ha spiegato Masi, sottolineando che “il piano sembra scritto dalla Bce, perché prevede esuberi e mobilità sui quali la Uilca intende trattare ma senza clausole capestro. È un piano già visto, in quanto sembra la fotocopia del primo Piano Industriale, da noi rifiutato, delle banche venete”. 

La Uilca, si legge nel comunicato, ha ascoltato dalla viva voce dei Commissari il Piano ma non intende arretrare sulle proprie posizioni e intende soprattutto mettere al primo piano i dipendenti di Carige, che hanno già ampiamente pagato per colpe non proprie. Masi esprime inoltre una forte preoccupazione per questo massiccio derisking che va a colpire pesantemente l’economia dei territori dove opera la Banca e soprattutto le filiali che non hanno sede a Genova, sul futuro delle quali i Commissari non hanno fornito alcuna certezza. 

Per questi motivi la Uilca non può accettare di firmare “cambiali in bianco” sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori. 

fch 

francesca.chiarano@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 27, 2019 13:30 ET (18:30 GMT)

Sole 24 Ore, Pm chiede processo per Napoletano, Treu, Benedini

firstonline.info 27.2.19

Il Pm di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per Napoletano, Treu e Benedini per false comunicazioni sociali e aggiottaggio informativo in relazione alla vicenda delle copie digitali gonfiate – Settimana scorsa era arrivata la multa di 240 mila euro per Napoletano e Treu

Sole 24 Ore, Pm chiede processo per Napoletano, Treu, Benedini

Per gli ex vertici del Sole 24 Ore è stato richiesto il rinvioi a giudizio a Milano nell’ambito dell’indagine sui conti del giornale. Il pm Gaetano Ruta ha chiesto il processo per Roberto Napoletano, ex direttore editoriale del quotidiano e ritenuto dai magistrati “amministratore di fatto” del gruppo, Donatella Treu, ex amministratore delegato, e Benito Benedini, ex presidente. I reati contestati sono false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo e riguardano il periodo compreso tra il 2014 e il 2016.

Nella stessa inchiesta è stato chiesto il rinvio a giudizio anche per la società editrice per effetto della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti in merito a entrambi i reati contestati agli ex vertici e all’ex direttore responsabile. Archiviata la posizione di altri sette indagati che erano accusati di appropriazione indebita e nei cui confronti il gruppo, dopo essere stato risarcito, ha ritirato la querela.

L’accusa sostiene che le vendite digitali del quotidiano economico siano state gonfiate per realizzare uno scostamento fra la rappresentazione della situazione economica della società e la situazione effettiva. La società avrebbe dichiarato un numero di copie digitali superiori a quelle reali, mandando parallelamente al macero quelle di carta, allo scopo di aumentare i ricavi.

Nel dettaglio, il reato di false comunicazioni sociali è contestato in quanto, per i magistrati, i tre indagati “al fine di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto, esponevano” nei conti della prima semestrale 2015, al 30 settembre 2015 e nel bilancio dello stesso anno “fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, in particolare sull’andamento economico del quotidiano Il Sole 24 Ore, sulle vendite delle copie digitali e cartacee a esse connessi”.

Attraverso questo meccanismo, secondo i pm, sarebbe stata fornita “una rappresentazione tesa sempre a sovrastimare i risultati di gestione del più significativo asset della società – il quotidiano Il Sole 24 Ore – in particolare i ricavi generati dalla vendita delle copie e la penetrazione sul mercato, anche minimizzando le perdite maturate attraverso la aggregazione di differenti aree di business”.

L’aggiotaggio viene invece contestato perché, secondo la Procura, Napoletano, Treu e Benedini avrebbero diffuso “notizie false in ordine alla situazione economica e finanziaria” Le notizie sui risultati avrebbero anche inciso sulla performance del titolo (oggi -0,5%): il gruppo è infatti quotato in Borsa. Non a caso sulla questione è intervenuta la settimana scorsa anche la Consob, comminando una multa di 240 mila euro all’ex ad e all’ez direttore del Giornale per manipolazione del mercato. Sanzioni di 140 mila euro sono state inferte a Anna Matteo (responsabile marketing), Massimo Arioli (direttore finanziario), Alberto Biella (responsabile dell’area vendite).

Mentre i pastori protestavano, Eurospin acquistava pecorino con un’asta al ribasso

Di Leonardo Masnata -27 Febbraio 2019 ilsalvagente.it

Mentre divampava la protesta dei pastori sardi sul prezzo del latte, Eurospin acquistava 10 mila quintali di pecorino con un’asta al ribasso. Oggi il gruppo ha deciso di sospendere gli accordi commerciali in essere e riconoscere ai fornitori 1 euro in più al chilo. A renderlo pubblico l’associazione Terra!, che da anni si batte per una filiera produttiva più pulita, che ha inviato una lettera al Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio per esprimere preoccupazione sugli effetti dell’asta al buio che la catena di discount aveva indetto per acquistare 10 mila quintali di pecorino romano a 5 euro al chilo.  Nel frattempo, dopo alcune richieste di chiarimenti rimaste inevase, con un post su Facebook il discount ha dichiarato che “sostiene i produttori sardi di latte sospendendo gli accordi commerciali in essere e riconoscendo unilateralmente ai fornitori di pecorino romano a marchio proprio (Pascoli Italiani) un aumento del prezzo all’acquisto pari a 1€ al Kg»”.

“Vietare le aste al ribasso”

“Accogliamo con favore l’annuncio di Eurospin – dichiara Fabio Ciconte, direttore di Terra! – In un momento in cui la crisi del latte sardo è esplosa in tutta la sua drammaticità è sicuramente un passo avanti. Tuttavia, diventa urgente e inderogabile vietare le aste al ribasso sui prodotti alimentari. Queste pratiche sleali hanno l’effetto di fissare un prezzo di riferimento per tutti gli altri gruppi distributivi, che saranno invogliati a forzare al ribasso la contrattazione con i fornitori”.

Come funzionano le aste al ribasso

L’asta al buio consiste nell’assegnazione dei contratti di fornitura dopo una gara al ribasso, in i fornitori sono chiamati a fare un’offerta senza sapere chi (e quanti) sono i concorrenti. Se al termine dell’asta, condotta per via telematica, due o più fornitori hanno offerto la stessa cifra, vengono coinvolti in una seconda battuta in cui si premia l’offerta migliore. Ovvero la proposta di prezzo inferiore.

Lettera di un giovane economista ai critici del reddito di cittadinanza

comedonchisciotte.org 27.2.19

DI GABRIELE GUZZI

econopoly.ilsole24ore.comL’autore di questo post è Gabriele Guzzi, laurea con lode in Economia alla Luiss e poi alla Bocconi. Ha lavorato per lavoce.info come fact-checker, è stato presidente di Rethinking Economics Bocconi e attualmente è dottorando presso l’Università Roma Tre –

Il Reddito di Cittadinanza varato dal governo italiano sta raccogliendo diverse critiche nel nostro Paese. Da giovane economista di 25 anni, sento la necessità di rispondere a queste obiezioni, non con scopo polemico ma per aprire un dibattito ampio su questa tematica.

Tralasciando le questioni di implementazione tecnica, su cui il dibattito pubblico già sta ragionando ampiamente, vorrei infatti rispondere a due obiezioni di fondo a questo tipo di provvedimento, che credo possano essere comprese solo analizzando i lineamenti della cultura politica oggi dominante in Italia e in altri paesi avanzati.

I due punti possono essere semplificati in questa maniera: da una parte si argomenta che una misura di welfare che assicura un reddito minimo di 780 euro possa scoraggiare l’accettazione di tutti quei lavori a basso salario; dall’altra si sostiene che una larga fetta di italiani, i cosiddetti furbetti, riusciranno ad aggirare i requisiti minimi e ad accaparrarsi il reddito senza averne un reale diritto.

Cercherò ora di argomentare il motivo per cui entrambe le critiche mi sembrano comprensibili solo all’interno di una visione molto precisa del mondo, di una cultura cioè che fonda la società sulla disuguaglianza e sulla competizione al ribasso dei diritti e dei salari, il cosiddetto neoliberismo delle corporation, per come lo ha definito il sociologo Colin Crouch. Con tale impostazione vorrei argomentare che la maggior parte delle critiche non mi sembrano affatto interpretazioni neutre o oggettive del provvedimento, ma piuttosto implicazioni in termini di politica economica di una cultura pervasiva, ai più implicita ed inconscia, che giustifica lo stato di esclusione e di povertà di milioni di persone in nome di una tanto presunta, quanto mai realmente verificata, efficienza del mercato globale.

Iniziamo con la prima obiezione, che in breve accusa il reddito di cittadinanza di essere troppo elevato in rapporto ai salari medi percepiti oggi in Italia. Il punto che meglio fa capire come questa obiezione sia radicata su una visione iniqua dei rapporti economici, è che dinanzi a una misura che vuole offrire una compensazione di reddito a tutti quelli che vivono sotto la soglia di povertà, non ci si indigna per il fatto che il salario di milioni di lavoratori è inferiore o di poco superiore alla soglia minima di povertà, fatto quanto mai allarmante per un paese civile che si fonda sull’art.36 della Costituzione, o che in Italia più di 5 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. No, dinanzi a questa situazione ci si indigna perché una misura di welfare potrebbe spingere al rialzo la soglia dei lavori accettati dai nostri giovani in termini di dignità, di salari e di condizioni lavorative. Certo, il reddito di cittadinanza potrebbe disincentivare un ragazzo ad accettare un lavoro da 500 euro al mese per 40 ore alla settimana. Ma è proprio l’esistenza di un tale lavoro che dovrebbe quantomeno destare preoccupazione nella classe politica e intellettuale di un paese avanzato.

Infatti, che questi ultimi trenta anni siano stati l’epoca dell’erosione dei diritti, della stagnazione dei salari, del crollo della quota del reddito che va al lavoro, della perdita di potere contrattuale delle fasce più deboli della popolazione, e allo stesso tempo della crescita dei salari dei grandi manager, delle disuguaglianze di ricchezza e di salario, dell’abbassamento generalizzato delle tasse sui profitti e sui dividendi, non è un’opinione di uno sparuto gruppo di idealisti, ma le conclusioni a cui oramai giungono tutti, economisti eterodossi e ortodossi, proprio perché sono i dati che ci stanno urlando da anni lo stato allarmante in cui sopravvive il capitalismo internazionale, ossia in quel famoso squilibrio del potere democratico, per come lo definisce Anthony Atkinson, tutto a favore di un élite finanziariamente potente, e a scapito del restante 99% della popolazione.

Basta dare uno sguardo alla figura 3, qui in basso, tratta dal rapporto dell’Ilo e dell’Ocse in occasione del G20 del 2015, per vedere come l’Italia sia, all’interno del processo di disuguaglianza che caratterizza tutto l’Occidente, uno dei paesi in cui il crollo della quota del reddito che va ai lavoratori è stato più marcato. Questo processo di stagnazione dei salari, accompagnato alle più recenti politiche di contenimento della spesa pubblica e al crollo degli investimenti, ha causato che il numero dei poveri assoluti triplicasse in Italia in soli dieci anni.

Figura 3: La quota salari crolla nei paesi avanzati, e in Italia di più del 12% negli ultimi 40 anni

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Fonte: OCSE

La successiva figura poi evidenzia che i cosiddetti guadagni di produttività, tanto cari a una certa narrazione economica e poco presenti nel contesto italiano, non abbiano affatto portato a una crescita dei salari e siano stati invece esclusivamente accumulati come profitto dalle grandi aziende. Infatti mentre nei paesi avanzati il salario reale medio stagnava, la crescita della produttività continuava la sua salita, creando un gap iniquo tra il contributo effettivo apportato dai lavoratori e la loro retribuzione in termini reali. Senza considerare inoltre che questa discrasia reddituale non tiene in considerazione la crescita esponenziale dei salari dei manager delle grandi imprese. Se negli Usa, ad esempio, il rapporto tra il reddito degli amministratori delegati e quello medio era nel 1965 pari a 20 a uno, oggi questo rapporto ha superato i 300 a uno, come ha affermato l’Economic Policy Institute.

Figura 5: La crescita della produttività del lavoro non è accompagnata dalla crescita dei salari reali

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È insomma un intero capitalismo che tende a fondarsi sulla disuguaglianza dei redditi, sulla soppressione dei diritti e sul calo dei salari. E in Italia ciò è peggiorato da una situazione di crescita stagnante ultradecennale. Quello che forse dovremmo capire è che questa è una visione assolutamente miope dello sviluppo economico, che sebbene crei instabilità politica, depressione economica e frammentazione culturale, continua a dominare le politiche economiche dell’Unione Europea. Per questi motivi è politicamente suicida ed economicamente discutibile contrapporre al reddito di cittadinanza la storia che l’offerta di lavoro potrebbe risentirne.

Bisognerebbe invece lavorare ad un rialzo generale dei salari, guidato da investimenti produttivi in innovazione e spostando la frontiera produttiva italiana verso settori a maggiore valore aggiunto, e inoltre contribuire a indirizzare il conflitto distributivo europeo, ad oggi ancora fortemente dominato da una logica mercantilistica di stampo tedesco, verso una situazione più equa e maggiormente a favore del lavoro. Anche perché sappiamo, con la lezione di Keynes e Kalecki, che sono proprio le classi lavoratrici ad avere una maggiore propensione al consumo e che quindi una migliore distribuzione del reddito favorisce anche la crescita della domanda effettiva.

La seconda obiezione che vorrei affrontare riguarda invece la possibilità che alcuni furbetti si aggiudichino impropriamente il reddito di cittadinanza. Ribadito il principio per cui questi atteggiamenti vanno stigmatizzati e adeguatamente combattuti, con politiche di controllo che il provvedimento comunque mette in atto, mi piacerebbe, da normale cittadino, che questa attenzione mediatica fosse diretta non solo ai piccoli furbetti da qualche migliaia di euro all’anno, ma anche e soprattutto ai grandi evasori o a chi fa dell’elusione fiscale la politica aziendale fondamentale.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, che i talk show avessero fatto inchieste giornalistiche anche sui 630 miliardi di euro di profitti che le imprese multinazionali hanno spostato nei paradisi fiscali nel solo 2015 per eludere il fisco di decine di paesi, causandogli una perdita in termini di gettito fiscale di circa 200 miliardi di euro all’anno – cifra che è stata stimata da una ricerca di Tørsløv, Wier, e Zucman dell’Università di Berkeley e di Copenaghen e riportata da Federico Fubini sul Corriere.

Mi sarebbe piaciuto cioè che questo giusto sdegno mediatico fosse rivolto soprattutto ai grandi furbetti del fisco, a quelli che solo dall’Italia spostano più di 23 miliardi di euro all’anno in paradisi fiscali facendo gravare sul resto dei cittadini e delle imprese il peso delle loro strategie di elusione. Mi sarebbe piaciuto che i servizi con telecamere nascoste, come sono stati giustamente fatti nei Caf di Palermo, fossero organizzati anche negli uffici legali delle grandi capitali europee dei paradisi fiscali, come l’Olanda, il Lussemburgo o l’Irlanda, che anche se contano solo il 6% della popolazione dell’Unione monetaria, rappresentano circa la metà dell’elusione fiscale internazionale della grandi multinazionali.

Dico questo non per uno sterile benaltrismo, ma perché la richiesta di giustizia può arrivare a prendere le forme di un grande inganno o di uno stigma per le fasce meno abbienti, se essa non è ugualmente, e direi anche più intensamente, destinata ai grandi poteri finanziari del capitalismo internazionale.

Inoltre, se fosse giusto criticare un provvedimento di welfare solo perché alcuni potrebbero appropriarsene indebitamente, allora dovremmo arrivare ad abolire anche le pensioni di invalidità, l’esenzione del ticket per i redditi bassi, il bonus sulle bollette, e tutte le altre misure dirette e indirette di supporto al reddito. Altrimenti, se riteniamo che il welfare abbia ancora un significato politico da difendere, in questo mondo sempre più iniquo, dovremmo adoperarci affinché sia maggiormente inclusivo ed efficace, perseguendo ovviamente i vari e dannosi casi di infrazione.

Da giovane economista, in conclusione, mi piacerebbe che il mio Paese si unisse una volta tanto con il solo obiettivo di contribuire alla crescita morale ed economica dell’Italia, mettendo da parte le fazioni e i campanilismi politici. Abbiamo un Paese che è in un profondo stato di crisi da più di vent’anni, e che necessita di una grande politica di rilancio. Il Reddito di Cittadinanza è, come ogni altra cosa al mondo, potenzialmente sempre migliorabile, ma il principio a cui si ispira mi sembra vada nella giusta direzione di una maggiore equità e coesione sociale. Elementi di cui abbiamo estremamente bisogno in quest’epoca così complicata.

Gabriele Guzzi

Fonte: http://www.econopoly.ilsole24ore.com

Link https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/02/12/reddito-di-cittadinanza-lettera/

19.02.2019

Twitter @GabrieleGuzzi

SARA’ UN’EUROPA DIVERSA. MA QUALE EUROPA?

27 Febbraio 2019 di: Giulietto Chiesa lavocedellevoci.it



Quella che uscirà dal voto del 26 maggio sarà un’Europa del tutto diversa da quella di oggi. Mai, come nel 2019, il parlamento uscente sarà diverso da quello entrante. Si delinea un terremoto. L’Italia sarà, di questo sconvolgimento, il protagonista principale.

Il governo gialloverde è composto da due alleati molto diversi tra di loro ma entrambi euroscettici. Che rappresentano comunque assai bene l’umore popolare maggioritario, appunto, in senso euroscettico. Questo umore non cambierà da qui al 26 maggio e, se c’è qualche cosa da attendersi è che l’euroscetticismo aumenterà ancora.

Ma l’arena europea è ben diversa da quella italiana e gli schieramenti in campo non sono confrontabili con quelli di nessuno schieramento nazionale. Si richiedono alleanze a geometria e contenuti asimmetrici. Per esempio il Movimento Cinque Stelle (che è atteso in forte flessione rispetto ai risultati del 4 marzo 2018 in Italia), non solo porterà in Europa meno parlamentari di quelli della Lega (stando alle previsioni attuali, dopo le due tornate regionali in Abruzzo e in Sardegna, più o meno 20 contro 30), ma farà una grande fatica a costituire un gruppo decentemente omogeneo nel Parlamento Europeo.È vero che Luigi di Maio ha dichiarato l’intenzione di formare un tale gruppo, ma al momento attuale conta sui suoi 20 seggi presunti; su un gruppo di destra polacco, il Kukiz-15 (3 seggi) e sullo Scudo Umano (ZiviZid) della Croazia (2 seggi). Altri due potenziali alleati, ma non è nemmeno detto che si aggiudicheranno seggi, sono il Partito Liberale di Finlandia (LiikeNyt) e il partito greco Akkel (agricolo). In tutto 25 seggi (3,5%) sui 705 complessivi del Parlamento e un numero di paesi inferiore a quello statutario europeo per costituire un gruppo, che è di sette paesi. Quindi perché l’euroscetticismo del 5Stelle possa contare qualche cosa nel Parlamento Europeo, bisognerà che trovi il modo di associarsi con un altro dei gruppi che si costituiranno.

Matteo Salvini ha già detto — scherzando solo in parte — che sarebbe ben lieto se i 5 Stelle confluissero nel suo gruppo europeo, ma la concorrenza tra i due partiti di governo in Italia non ne fa degli alleati in Europa. Al contrario. Dunque la questione rimane del tutto aperta e saranno gli elettori a scioglierla il 26 maggio.

Il fatto clamoroso è che la Lega, al contrario dell’alleato italiano, in evidente difficoltà, si avvia a candidarsi — anche se non da sola, ovviamente — a entrare nel governo europeo in posizioni di forza. Salvini non fa mistero del suo progetto di radunare un gruppo di 120-130 parlamentari di diversa origine e caratura, ma convergenti su un programma di grande rivolgimento rispetto alla maggioranza uscente CDU-Socialisti. Ci starebbero il Gruppo europeo delle Nazioni e delle Libertà, dentro il quale c’è Il Rassemblement National della Le Pen; ci sarebbero i Conservatori e Riformisti (con i polacchi di Legge e Giustizia); e i rimasugli dell’Europa della Libertà, ormai orfana dei parlamentari britannici che non ci saranno più. A tutti questi andrebbero aggiunti i 12-15 seggi potenziali di Alternative Fuer Deutschland, e il partito ungherese Fidesz.Se tutto il piano dovesse realizzarsi, il gruppo di destra euroscettico potrebbe raggiungere un 17-20% del Parlamento Europeo, subito dietro il Partito Popolare Europeo che, in drammatico calo, potrebbe ancora contare sul 25% dei seggi. A questo punto, messi insieme, potrebbero avere, poco meno della metà dei voti in Parlamento e sarebbero comunque la coalizione più forte sul campo. In queste condizioni, come minimo, si può concludere che la coalizione uscente PPE-Socialisti sarà impraticabile. Molto dipenderà dai comportamenti degli altri paesi minori, ma sarà difficile anche tenere insieme questa complicata fisionomia. In molti casi siamo di fronte a partiti nuovi, la cui collocazione negli schieramenti europei è ancora interamente da definire. E altrettanto difficile sarà definire a chi andranno le maggiori cariche in seno alla Commissione. La nuova legislatura europea sarà senza dubbio la più difficile di tutte quelle che l’hanno preceduta.

Pastorino sul Piano Carige: “Mille esuberi per il salvataggio, la scure si abbatte sui lavoratori”

lavocedigenova.it 27.2.19

Il deputato e segretario di Presidenza alla Camera per Liberi e Uguali: “Bluff quota 100 svelato da piano di salvataggio, ora Tria riferisca in aula”

Pastorino sul Piano Carige: "Mille esuberi per il salvataggio, la scure si abbatte sui lavoratori"

“Mille esuberi per il piano di salvataggio Carige. Questo è il verdetto emesso oggi, a conferma della scure che si abbatterà sui lavoratori, come temevamo, tanto da aver fatto votare un ordine del giorno alla Camera. Secondo la versione riferita non ci saranno licenziamenti, ma solo pensionamenti sfruttando l’entrata in vigore di “Quota 100”. Viene così svelato il bluff del provvedimento: Salvini e Di Maio avevano detto che per ogni pensionato ci sarebbe stata almeno un’assunzione. Invece ci saranno mille posti di lavoro in meno e basta. Quota 100 sarà solo usato come un ammortizzatore sociale. Il Ministro dell’Economia Tria ora venga a riferire in Aula sul piano Carige”.

“È necessario – conclude Pastorino – un confronto con le parti sociali per evitare un numero così sproporzionato di esuberi. Al di là delle parole di facciata, l’operazione assomiglia a dei licenziamenti mascherati. Durante il dibattito a Montecitorio sul decreto Carige avevamo chiesto, fin dall’inizio e più volte, di prestare attenzione ai dipendenti, affinché le difficoltà non si scaricassero su di loro. Lo ripetiamo anche oggi: il risanamento non può passare sulla pelle dei lavoratori”.

Fondo indennizzo risparmiatori, Zanettin in parlamento: “è sparito”

Di Edoardo Andrein -27 Febbraio 2019 vicenzapiu.com

Del fondo ormai si sono perse le tracce“. Il deputato vicentino di Forza Italia Pierantonio Zanettin interviene in parlamento (nel video tre minuti del suo discorso) per portare all’attenzione la “figura indegna del governo” sul Fondo indennizzo risparmiatori, nella giornata in cui c’è stata una forte accelerazione per la Commissione d’inchiesta sulle banche (Gianluigi Paragone in pole per la presidenza), già approvata dal Senato e dalla Camera con il voto di tre quarti di Montecitorio.

Commissione che forse servirà per fare luce sul “mistero del contenuto della lettera dell’Unione Europea“, continua Zanettin rivolgendosi al sottosegretario Alessio Villarosa, presente in aula.

Zanettin, in conclusione, elenca gli stravolgimenti messi in atto sulle bozze del fondo per gli indennizzi.

Truffa dei diamanti: si poteva evitare con la Blockchain

Da Redazione BitMAT -27/02/2019

Nasce la carta di identità digitale del diamante, con un codice univoco a prova di falsificazione che garantisce la qualità, la provenienza e la liceità dei diamanti

Truffa dei diamanti

La truffa dei diamanti da investimento, che ha coinvolto migliaia di risparmiatori, poteva essere evitata utilizzando la tecnologia Blockchain.

Andrea Tortorella, CEO di Consulcesi Tech, hi-tech company di Consulcesi Group, presenta un progetto destinato a innovare il settore: “Grazie alla blockchain Consulcesi Tech ha messo a punto una “carta di identità digitale del diamante” con un codice univoco a prova di falsificazione che garantisce la qualità, la provenienza e la liceità dei diamanti. In questo modo non ci saranno più dubbi o timori di essere frodati poiché al momento dell’acquisto ogni brillante sarà corredato di un file digitale contenente le informazioni su dove è stato estratto, dove è stato tagliato e quale percorso ha compiuto.”

Consulcesi Tech ha inoltre stipulato un accordo con Diamondschain, marketplace di scambio tra diamanti e criptovalute che consente di ottenere un bene reale in un contesto caratterizzato dall’immaterialità della moneta digitale. Anche in questo caso, comunque, fondamentale è il contributo della Blockchain: il deposito di diamanti certificati avverrà infatti attraverso la sottoscrizione di Smart Contract. Un’ulteriore garanzia per gli acquirenti, che avranno la certezza di operare in totale sicurezza e trasparenza, al riparo da truffe e raggiri.

Lo scandalo non ha coinvolto soltanto celebrità del calibro di Vasco Rossi e Federica Panicucci. Tra le vittime ci sono anche molti medici che si sono rivolti al network legale Consulcesi & Partners. Un’impennata di segnalazioni che non accenna ad arrestarsi: “Le indagini hanno fatto emergere una situazione opaca, nella quale le banche vendevano le pietre preziose a un valore doppio rispetto a quello di mercato e incassavano ingenti commissioni – fanno sapere dal network legale. Siamo pronti a far valere i diritti di chi lamenta di essere stato raggirato con un’azione legale che farà emergere la verità sull’accaduto.”

Bazoli resta in Intesa Sanpaolo per altri tre anni

Camilla Conti – Mer, 27/02/2019 ilgiornale.it

Ha spento 86 candeline lo scorso 18 dicembre ma Giovanni Bazoli potrebbe proseguire ancora per un po’ il suo impegno in Intesa Sanpaolo.

Il cda della banca scadrà con l’assemblea del 30 aprile. E con esso anche l’incarico di presidente «emerito» ricevuto tre anni fa che però, secondo quanto risulta al Giornale, verrà rinnovato.

La sua avventura di banchiere è iniziata nel 1982 quando l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, quattro giorni dopo la misteriosa morte di Roberto Calvi, risolve il crac del Banco Ambrosiano facendo fallire la banca e creando un nuovo istituto che affida a un avvocato bresciano conosciuto ai tempi dell’università Cattolica. Bazoli diventa così l’artefice di un lungo percorso che porterà, dopo la fusione avvenuta nel 2006 fra Intesa e il Sanpaolo di Torino, alla nascita della big del credito oggi guidato da Carlo Messina. Per accompagnare la transizione dal modello di governance duale a quello monistico, il nuovo statuto approvato tre anni fa aveva previsto all’ultimo articolo – il numero 35 – la figura del «presidente emerito» ritagliata attorno al professore bresciano. Il quale, gratuitamente (la carica non è retribuita), ha potuto «esprimere pareri e partecipare a riunioni, con funzione consultiva, su richiesta del presidente e/o del consigliere delegato, affinché la nuova governance possa dispiegarsi in continuità di efficienza e di rigore» nonchè collaborare con il presidente del cda «nella progettazione e nella realizzazione delle iniziative culturali della società e del gruppo».

L’incarico «emerito» ha durata triennale, salvo rinnovo. Insomma lo statuto non dice che l’incarico non può essere prorogabile o la durata triennale ripetibile. E chi conosce bene la banca è convinto che, data anche la rilevanza assunta dalle attività culturali di Intesa, l’impegno di Bazoli possa e debba proseguire. Si vedrà in quali termini e quando potrebbe essere presa una decisione. Forse anche prima dell’assemblea dei soci che si riunirà il 30 aprile per nominare il nuovo cda. Scontata la conferma di Messina al timone, mentre si discute ancora sulla conferma del presidente Gian Maria Gros-Pietro. Già oggi potrebbe riunirsi il tavolo delle fondazioni azioniste per la lista dei candidati in Consiglio.

Ieri, nel frattempo, il board di Intesa si è riunito per approvare il progetto di bilancio d’esercizio e il bilancio consolidato al 31 dicembre 2018 che recepiscono i risultati già resi noti al mercato. Confermata anche la proposta di distribuzione di un dividendo cash da 19,7 centesimi per azione, che sarà sottoposta all’assemblea.

Banche: Tria, su bail-in Saccomanni ricattato da ministro tedesco

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Quando fu introdotto il bail-in erano tutti contrari, per 

quello che so anche Bankitalia si oppose in modo discreto. Allora in 

Italia era ministro Saccomanni e fu praticamente ricattato dal ministro 

delle Finanze tedesco: se l’Italia non avesse accettato si sarebbe diffusa 

la notizia che non accettava perchè aveva il sistema bancario prossimo al 

fallimento, il che avrebbe voluto dire il fallimento del sistema 

bancario”. 

Lo ha affermato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel corso di 

un’audizione al Senato. 

rov/pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

February 27, 2019 09:28 ET (14:28 GMT)