L’isteria collettiva non ha confini

Daniela Serpi ilformat.info 31.3.19

ORA GRIDANO ANCHE CONTRO LA FAMIGLIA, QUELLA TRADIZIONALE

Si è aperto ieri a Verona il XIII Congresso mondiale delle Famiglie (Wcf). Sponsorizzato dal ministro leghista Lorenzo Fontana e patrocinato dalla Regione Veneto e da Palazzo Chigi, il summit ha scatenato un’immediata tempesta politica. Durerà tre giorni, dal 29 al 31 marzo, ed è già polemica.

Argomento del giorno: l’aborto. Ed è scoppiato il putiferio.

Ad esordire – in modo alquanto infelice per scatenare subito gli animi – è stato ieri il portavoce del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Massimo Gandolfini; secondo lui “l’aborto è l’omicidio di un bambino in utero. La legge 194 è stata applicata soltanto negli articoli che permettono la soppressione di una vita e non in quelli che aiutano la maternità”.

A calcare la mano si è aggiunta la diatriba tra Gandolfini in qualità di padre, perché insofferente nei confronti della propria rampolla, separata e riaccompagnata, e la stessa figlia ‘degenere’.

Lega e M5S, come da copione, hanno dimostrato di essere sempre di più ai ferri corti, distinti e distanti come non mai. Il M5S – per non smentirsi sui suoi metodi tutt’altro che democratici – ha imposto ai propri rappresentanti il categorico veto di intervenire al convegno. Pena l’immediata espulsione. Altro che MinCulPop o censura di stampo stalinista.

È il solito metodo medioevale – quello grillino – di un movimento nato per caso anni fa, grazie alle battute e agli improperi che un comico genovese decise, tutto ad un tratto, di trasferire dal teatro alla piazza, giusto per creare baruffa nell’aria e cambiare carriera.

L’unica rappresentante pentastellata presente ieri al summit è stata la senatrice Tiziana Drago. Intervenuta a sorpresa di sua spontanea volontà, la Drago ne pagherà il fio.

È stato un inno alla vita quello elevatosi ieri a più voci all’apertura dell’annuale congresso mondiale sulla famiglia che, per la prima volta, si sta svolgendo in uno dei paesi fondatori dell’Unione europea.

Il risultato è stato esplosivo. In questo fine settimana d’inizio primavera, la romantica città di Romeo e Giulietta si sta trasformando in un’arena di scontri sempre più accesi e serrati. Da un lato le istituzioni che hanno dato la propria adesione, come il ministero dell’Interno e quello della Famiglia il cui rappresentante, Lorenzo Fontana, tra l’altro, è originario di Verona.

Dall’altro lato la città trans-femminista, quella che nel pomeriggio di oggi sta manifestando la propria totale disapprovazione sfilando in corteo insieme ad altre organizzazioni. Femministe di ogni parte del mondo, partiti e sindacati, tutti insieme appassionatamente uniti in un unico coro di protesta ad oltranza.

Abituata ad essere contesa per molti anni da diverse civiltà e alle successive lotte medioevali tra guelfi e ghibellini, Verona in questi ultimi giorni di marzo del Terzo Millennio sta facendo da scenario a lotte serrate tra due fazioni principali. Sembra che la storia, in un modo o nell’altro, si debba sempre ripetere in questa comunità veneta. Non c’è proprio pace per la ‘città dell’amore’.

Eppure lo scopo principale del summit sulla Famiglia è un altro. Un inno alla vita e alla famiglia che la genera. Sì alla vita quindi, no ad aborto ed eutanasia. Sì alla famiglia – più o meno sacra – dettata dalla nostra Costituzione. Ma tutto viene strumentalizzato ed è subito baruffa di piazza. Oggi persino la famiglia tradizionale viene messa in discussione e sembra quasi un disonore o un’offesa per alcuni approvarne la naturale bellezza e genuinità.

A che punto siamo arrivati? L’era postmoderna del ventiduesimo secolo pare non tollerare più niente. L’epidemia di separazioni e divorzi, di unioni di fatto etero e omosessuali vogliono distruggere la famiglia tradizionale? Sembra che tutto ciò che per secoli era sempre rientrato nella normale decenza, propria di una civiltà degna di essere tale, oggi non lo sia più.

Troppe discriminazioni, dicono, nei confronti dei discriminati e di determinate categorie. Quali? Tutti: gay, lesbiche, donne, uomini, unioni di fatto, famiglie allargate e chi più ne ha più ne metta.

Non tutti la pensano allo stesso modo in fatto di aborto. La Legge 194, che ha sancito anche in Italia la possibilità di interrompere la gravidanza, esiste dal 1978 e nessuno sta negando alle donne che vogliono usufruirne di poterlo fare. Ciò non toglie che, chi la pensa in modo diverso, non deve essere demonizzato dai soliti strumentalisti di turno. Che sono fin troppi.

Il problema di fondo è un altro.

Diritto alla vita, rispetto di essa e della dignità umana sono i cardini su cui si basa la lotta contro l’aborto. Che scegliere di abortire significhi optare per la morte, è impossibile negarlo. Va comunque ricordato che la legge 194, approvata nel 1978 e successivamente riconfermata con il referendum del 1981, ha permesso la legalizzazione incontrastata dell’interruzione volontaria di gravidanza.

Nata sotto il segno dell’emergenza e della provvisorietà, a distanza di ben 41 anni la normativa sull’aborto non ha ancora subìto le dovute modifiche. È proprio vero che non c’è niente di più definitivo del provvisorio. Dal 1978 si sono succeduti legislature e governi che, pur avendo proposto più volte correzioni alla ‘194’, al sodo non ci sono mai arrivati.

Che la legge sull’aborto vada rivista e corretta lo hanno detto in tanti ogni volta e continuano a farlo. Mai nessuno, però, è riuscito a portare a compimento ciò che finora è sempre stato, ed è ancora rimasto, soltanto un buon proposito e niente di più.

Fatto sta che la legge 194 va comunque corretta. La questione dell’aborto tira in ballo una marea di altre problematiche di carattere sociale, preventivo, sanitario e demografico.

A far scaturire tante polemiche riguardo al XIII Congresso mondiale delle Famiglie sono stati e saranno anche i vari personaggi presenti al summit.

Brian Brown, presidente della Iof (Organizzazione Internazionale per la Famiglia) e promotore del Congresso di Verona, ha illustrato così la sua posizione: «Siamo a Verona per difendere e promuovere una realtà di base, qualcosa di vero… Dove c’è un eroe che difende la casa, una madre che nutre un figlio, c’è famiglia. Qualche volta leggiamo che quel che facciamo è diverso, ma non è così. L’uomo, la donna, un figlio vanno oltre ogni cultura e religione, razza, colore, Paese. La diversità della nostra coalizione ci fa forti, la verità universale e la bellezza della famiglia ci lega assieme».

Al summit di Verona se ne stanno vedendo e sentendo delle belle. Da un estremo all’altro, ognuno dice la sua blaterando anche concetti insensati e privi di fondamento. Tutto per tralasciare, forse, l’elemento imprescindibile per cui ognuno di loro è intervenuto a questo congresso: la famiglia.

Sfilano uno dopo l’altro i personaggi più strani. Il russo Dmitrij Smirnov – arciprete ortodosso omofobo, antiabortista e misogino – sostenendo che un ateo coerente «dovrebbe solo suicidarsi»., che l’omosessualità è un peccato da combattere come la peste in quanto – addirittura – contagiosa.

Riesce persino a giustificare i kamikaze islamici, Smirnov, con una disparata motivazione: «Perché i giovani musulmani si avvolgono di dinamite e si fanno esplodere? Perché non vogliono essere governati da omosessuali». È uno che le spara veramente grosse, non c’è che dire. Ed è persino stato designato presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità della Chiesa ortodossa russa. Anche se il Patriarcato di Mosca ha preso le formali distanze dalle sue posizioni strampalate: «Parla a titolo personale», anche se ha «la libertà di parola per farlo».

Tra gli invitati di spicco della kermesse si segnalano anche il ministro ungherese per la Famiglia Katalin Novak, il presidente moldavo Igor Dodon, l’attivista nigeriana Theresa Okafor che nel 2014 ha proposto una legge per incarcerare i gay, e il ministro ombra ugandese per lo Sviluppo sociale Lucy Akello, che per gli omosessuali vorrebbe addirittura la pena di morte.

Anche in Italia non scherziamo in quanto a polemiche e j’accuse.

Non solo il Pd in Senato ha depositato una mozione urgente per denunciare il carattere omofobodell’iniziativa e chiedere la revoca del patrocinio, ma anche Flavio Tosi – l’ex sindaco (ed ex leghista) di Verona – ha parlato di «chiusura medievale e reazionaria».

Luigi Di Maio, dal canto suo, non poteva di certo risparmiarsi l’ennesima uscita insensata,bollando quella che si riunisce a Verona come una «destra di sfigati». Per Anna Maria Zanetti, della direzione nazionale di + Europa, Smirnov «aiuta il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della Chiesa ortodossa e delle destre integraliste».

Il sottosegretario M5s Vincenzo Spadafora ha chiesto formalmente il ritiro del patrocinio dei dipartimenti dell’Editoria e della Famiglia.

Prova a smorzare i toni il ministro dell’Interno Matteo Salvini: quella sul Congresso sulla famiglia è una “polemica costruita sul nulla dalla sinistra. Andrò a ribadire la libertà di scelta di tutti e per tutti: le conquiste sociali non si toccano, non si discute della revisione dell’aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini. Si ragiona su come aiutare le famiglie italiane: mamme e papà, coi bimbi e coi nonni, e uscire da una situazione di povertà che a volte, dopo la nascita di un figlio, ti entra in casa”.

Sembrano tutti impazziti al Congresso mondiale delle famiglie, italiani e non.

Fanno sorridere anche certe dichiarazioni pseudo-scientifiche di Babette Francis – fondatrice dell’organizzazione Endeavour Forum – secondo la quale si ammalerebbe più facilmente di cancro chi non ha messo al mondo figli. Magari fosse vero: i reparti oncologici dei nostri ospedali – considerando la denatalità degli ultimi decenni – sarebbero mezzi vuoti. La Francis è nota per essersi scagliata in precedenza contro le donne che avevano scelto la carriera anziché mettere su famiglia.

FAMILY DAY VERONA – LE MAMME IGNORANTI

 di:  Redazione lavocedellevoci.it

A dieci anni esatti dall’uscita in libreria di “Ultimi – inchiesta sui confini della vita” (Tullio Pironti editore), pubblichiamo stralci dal libro della giornalista Rita Pennarola  che, nella prima parte, esplora il tema dell’aborto dal punto di vista scientifico e sociologico.

«Le polemiche sul Family Day, in corso a Verona, sono alimentate da un fattore prevalente: l’ignoranza», taglia corto la giornalista. Che spiega. «Si preferisce chiudere gli occhi sulle pratiche utilizzate per eseguire gli aborti, in Italia come nel resto del mondo. La stessa censura esiste sui giornali o in tv. Nel mio libro queste tecniche sono state spiegate nel dettaglio perché credo che prim’ancora di sbandierare convinzioni assolute di carattere sociologico, religioso o politico connesse a questa pratica medica, vi sia l’assoluta necessità di conoscere, sapere cosa realmente accade quando si chiude la porta dello studio o della sala operatoria e dentro restano due vite, del tutto inconsapevoli di quello che sta loro accadendo: una madre, con tutto il peso del suo dramma, e il più indifeso degli esseri umani, quel piccolo feto che di lì a pochi minuti sarà fatto a pezzi. Piaccia o no, la realtà è questa».

Il libro di Rita Pennarola è aperto dalla appassionata prefazione di un giurista come Ferdinando Imposimato, accanto a lei nel 2010 nelle diverse città italiane che avevano chiesto di presentare questo lavoro, la cui seconda parte è dedicata all’espianto di organi.

Scriveva Imposimato:

Il libro di Rita Pennarola sui confini della vita è semplicemente sconvolgente e affascinante: esso ci introduce con la maestria di una grande investigatrice nel mondo sconosciuto della bioetica, dal quale i più sono rimasti lontani per i limiti culturali e, forse, per il timore di prendere posizione su temi così scottanti. Si tratta di materia difficile e complessa. Eppure questo libro – che tratta magistralmente i temi ardui degli aborti, dei trapianti e del fine vita – riesce a colmare, in modo semplice ed efficace, almeno in parte, le immense lacune su argomenti che tutti dovrebbero conoscere, specie coloro che hanno compiti speciali come legiferare o esercitare i mestieri del medico o del giudice, del poeta o del giornalista.

Pier Paolo Pasolini, il più laico e progressista di tutti i poeti ed artisti italiani del ’900, posto di fronte al dilemma aborto sì / aborto no e di fronte alla legge sull’aborto – voluta dalla stragrande maggioranza degli italiani – non ebbe incertezze, e scrisse: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio» (Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 19 gennaio 1975).

 

PEZZI VIVI

Nel primo trimestre la tecnica più usata per interrompere la gravidanza è quella dell’aspirazione conosciuta come “metodo Karman”, vale a dire il risucchio di tutto il contenuto biologico dell’utero (mucosa, placenta, embrione o feto) con una cannula introdotta attraverso la vagina e collegata ad una pompa. All’altra estremità della cannula si trova un bisturi a forma di cucchiaino. Tale sistema inevitabilmente frantuma la ancor fragile struttura che stava completando la sua formazione.

La tecnica abortiva per aspirazione, che comporta la dilatazione manuale della cervice uterina, risulta la più usata nei primi novanta giorni dal ritardo mestruale, ma può essere utilizzata fino a quindici settimane di gestazione. In molti centri è tuttavia ancora in uso il cosiddetto “raschiamento”: dopo la dilatazione della cervice, nell’utero viene introdotta una lamina affilata (definita curette) che fa piazza pulita di tutto il contenuto.

Pier Paolo Pasolini

Dilatazione, svuotamento e raschiamento sono tuttora le pratiche maggiormente utilizzate anche quando l’aborto avviene nel secondo trimestre di gravidanza; in tal caso, però, il medico è tenuto a ricomporre le pari del corpo fetale smembrato, anche per accertarsi che non ne siano rimasti nell’utero pericolosi frammenti. Persistono comunque, anche nel mondo occidentale, tecniche abortive basate sulla somministrazione di farmaci che favoriscono le contrazioni dell’utero e l’espulsione, quasi come se si trattasse di un vero parto.

Il “problema” è che spesso il feto nasce vivo. E in questi casi la legge impone di rianimarlo. Un problema particolarmente “sentito” negli Stati Uniti (oltre un milione di aborti ogni anno), dove la scelta delle tecniche per l’Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) è basata su un principio dettato dalla Corte Suprema: il termine “persona”, così come viene usato nel quattordicesimo emendamento della Costituzione, non si applica al bambino non nato. Pertanto, ponendo fine alla vita del piccolo prima che sia completamente fuoriuscito dal corpo materno, non si presenta il problema dei suoi diritti giuridici come persona, cosa che invece diventa una grossa complicazione nei casi di sopravvivenza del feto. È per questo che in fase di gestazione avanzata una tecnica adottata a lungo è stato il “born-alive abortion” (letteralmente, “aborto del nato vivo”), con feti-bambini nati appunto vivi e lasciati morire in una stanza dell’ospedale senza assistenza sanitaria. Si parlava, in questi casi, di “diritto all’aborto fallito”, o di “esecuzione dell’aborto dopo il parto”. Poi nel 2002 una legge del Congresso americano ha elaborato la “Federal bornalive infants protection law”, che ha posto fine a questa pratica.

Perciò oggi, anche negli Usa, il metodo abortivo più adottato nel secondo trimestre di gestazione è quello di “Dilatazione ed Evacuazione” (D&E). Questo sistema – che noi chiamiamo “raschiamento” – implica un allargamento dell’apertura dell’utero sufficiente a inserire i ferri, dilaniare il feto ed estrarlo pezzo per pezzo. Normalmente si richiedono dai dieci ai quindici passaggi per la totale evacuazione. Manovre chirurgiche lunghe e complicate.

La tecnica abortiva che infiamma il dibattito negli ultimi tempi riguarda perciò una variante del D&E, fino al 2007 praticata legalmente da duemila donne americane ogni anno. Si tratta della “partial- birth abortion” (letteralmente “aborto a nascita parziale”): è su questa tecnica abortiva che si è giocata negli Usa una decisiva partita in vista delle ultime presidenziali, con l’allora candidata democratica Hillary Clinton schierata (come aveva fatto suo marito Bill quando era stato presidente) a favore di questa metodica. La partial- birth abortion era stata introdotta dopo una decisione dell’Alta Corte Federale di Giustizia del 1973, che aveva concesso a Jane Roe il diritto di abortire. «La Roe, il cui vero nome è Norma McCorvey – scrive su La Voce delle Voci la giornalista italiana Angela Vitaliano, che lavora negli Stati Uniti – ammise in seguito di aver mentito circa la violenza sessuale denunciata, ma continuò a battersi per il diritto all’aborto, schierandosi apertamente con i gruppi “pro-choise”. Salvo poi cambiare idea e mettersi alla testa del gruppo “donne pentite di aver abortito”, spingendo anche per la revisione del processo».

Una legge del 2003, che prevedeva restrizioni in materia di “nascita parziale”, è stata confermata ad aprile 2007 dal Congresso americano. Ma l’Intact D&E, l’aborto a nascita parziale, è tuttora eseguito clandestinamente in diverse parti del mondo (oltre che negli stessi Stati Uniti). Lo praticava George Tiller, il ginecologo freddato a maggio 2009 da un fanatico killer perché nella sua clinica di Wichita, in Kansas, procurava aborti dopo la ventesima settimana.

Per eseguire un partial-birth, dopo aver invertito il corpo del bambino nell’utero, ponendo la testa verso l’alto, si provoca il parto tirandolo fuori per i piedi, finché rimane nel corpo materno solo la testa. A quel punto con una manovra interna il medico gli perfora il cranio e ne aspira il cervello così da fare implodere la testa che, finalmente, viene tirata fuori anch’essa. Questa procedura, che per gli abortisti ha il “vantaggio” di evitare di fare a pezzi il bambino dentro l’utero, viene eseguita generalmente tra il quinto e il sesto mese di gestazione, ma anche oltre. Dettagli sul metodo si ottengono scorrendo alcuni punti riportati nella più recente disposizione del Congresso americano. «L’aborto a nascita parziale – si legge nel documento – diventa di dominio pubblico nel 1992, quando il dottor Martin Haskell offre una presentazione pubblica del suo modo di eseguire l’operazione come variante della D&E». Ecco la spiegazione di Haskell. «A questo punto, il chirurgo non mancino fa scivolare le dita della mano sinistra sulla schiena del feto e “aggancia” le spalle del feto con l’indice e le dita ad anello (palmo in basso). Mentre mantiene questa tensione, sollevando l’apertura dell’utero e applicando una trazione sulle spalle con le dita della mano sinistra, il chirurgo prende un paio di forbici Metzenbaum molto arrotondate con la mano destra. Avanza con cautela la punta, incurvata verso il basso, lungo la colonna vertebrale e sotto il suo dito medio finché avverte il contatto con la base del cranio sotto la punta del dito medio. Il chirurgo forza dunque le forbici dentro la base del cranio o nel foramen magnum. Dopo aver penetrato il cranio con successo, egli allarga le forbici per rendere più ampia l’apertura. Il chirurgo rimuove le forbici, introduce un catetere di aspirazione nel buco, e procede all’evacuazione del contenuto del cranio o nel foramen magnum. Dopo aver penetrato il cranio con successo, egli allarga le forbici per rendere più ampia l’apertura. Il chirurgo rimuove le forbici, introduce un catetere di aspirazione nel buco, e procede all’evacuazione del contenuto del cranio. Con il catetere ancora lì, egli applica una trazione al feto rimuovendolo completamente dal paziente».

La sentenza riporta poi la descrizione del metodo fatta da un’infermiera che ha assistito il dottor Haskell in un aborto praticato su una donna quasi al settimo mese: «Il dott. Haskell entrò con i forcipi, afferrò le gambe del bambino e le tirò fuori lungo il canale di nascita. Dunque, fece uscire il corpo e le braccia: tutto tranne la testa. Il dottore tenne la testa proprio dentro l’utero… Le piccole dita del bambino si aprivano e si chiudevano con forza, e i piedini scalciavano. A quel punto, il dottore conficcò le forbici nella nuca e le braccia del bambino si allungarono di scatto, come una reazione improvvisa, come un sussulto, come un bambino fa quando pensa di stare per cadere. Il dottore divaricò le forbici, conficcò un potente tubo di aspirazione nell’apertura e risucchiò il cervello del bambino. Il bambino si afflosciò… Egli tagliò il cordone ombelicale e tirò fuori la placenta. Poi gettò il bambino in un recipiente insieme alla placenta e agli strumenti che aveva appena usato».

Massimo Gandolfini, medico, organizzatore del Family Day di Verona

Dopo il pronunciamento della Suprema Corte, le associazioni per la libertà di aborto hanno inscenato manifestazioni di protesta. «La sentenza – dicono – sfida trent’anni di precedenti decisioni di segno opposto e mette a repentaglio la salute delle donne che dovrebbe essere tutelata dai medici e non dai politici».

«In realtà – commenta il Wall Street Journal – il Partial Birth Abortion Ban Act (vale a dire il divieto di aborto parziale, previsto da una legge del 2003 e confermato nel 2007) prevede già eccezioni nel caso sia in pericolo la vita della donna. Una scappatoia invocata dai fautori della libertà d’aborto, perché autorizza di fatto ogni pratica abortiva. Un medico può considerare sufficienti per ricorrere a questa eccezione “stati di ansietà” della donna incinta e perfino “problemi finanziari”».

Le disposizioni del 2007 lasciano comunque in vigore la prassi comune della “Dilatazione ed Evacuazione” (D&E). E nell’America di Barack Obama quella sulle modalità di aborto resta una tra le sfide più incandescenti. Le statistiche dicono che negli Usa la metà delle gravidanze sono definite “non volute” e in questi casi quattro volte su dieci la donna decide di ricorrere all’aborto: il 40 per cento sono bianche, il 69 per cento di colore e il 54 per cento ispaniche. Ogni anno – secondo il resoconto aggiornato di Angela Vitaliano – circa il due per cento delle donne, in età compresa fra i quindici e i quarantaquattro anni, abortiscono, e per il 47 per cento di loro non si tratta della prima volta. Il numero totale degli aborti legali, praticati dal 1973 al 2005, è pari a circa 45 milioni.

 

 

LA FINE DEI FETI

Tanto gli studi medici che agiscono nell’ombra, quanto le strutture pubbliche o autorizzate, devono oggi fare i conti col destino dei feti, le cui possibilità di sopravvivenza, in caso di interruzione della gravidanza oltre il quarto mese, si sono moltiplicate con il progredire delle metodiche di rianimazione.

In Italia i medici seguono generalmente il dettato della legge biologica, applicando tecniche finalizzate a mantenere in vita il piccolo nato, fin quando è possibile. Claudio Fabris, presidente della Società Italiana di Neonatologia, ha proposto di abbassare i termini dell’aborto terapeutico al di sotto delle ventidue settimane, «perché oltre questo termine in moltissimi casi ci si trova nella penosa situazione di dover rianimare piccoli sopravvissuti all’aborto». A Firenze nel 2006 è stata sottoscritta una “Carta sulle cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse” (approvata tra gli altri anche dalla Società Italiana di Neonatologia): nel documento si sollecita una «riflessione deontologica intorno all’assistenza da prestare ai bambini nati tra la ventesima e la venticinquesima settimana di gestazione».

Ferdinando Imposimato

Il feto però, quasi sempre, non ce la fa a sopravvivere: la sua morte libera strutture sanitarie, genitori naturali e l’intera collettività dal peso di doversi occupare del suo futuro. Quanto al suo “presente”, anche il destino finale di quel corpicino o delle sue parti smembrate è avvolto nell’oblio dei segreti ingombranti, delle parole impronunciabili, dei fardelli di cui nemmeno la legge intende approfondire l’esistenza.

Feti e brandelli di feto eliminati entro la ventesima settimana di gestazione (cinque mesi di gravidanza) debbono infatti essere obbligatoriamente smaltiti insieme a tutti gli altri “rifiuti” ospedalieri: appendiciti marce, tumori maligni, cisti benigne, ernie, uteri, arti amputati, nonché tutto il materiale chirurgico che è stato necessario per eseguire gli interventi. Il decreto Ronchi, che nel 1997 aveva riorganizzato e disciplinato tutta la materia, fa infatti rientrare i prodotti dell’aborto nell’ambito dei «rifiuti sanitari pericolosi» che, in quanto tali, debbono essere destinati alla termodistruzione in appositi inceneritori, come prescritto anche da un decreto del ministero per l’Ambiente. Gli stessi impianti accolgono i rifiuti sanitari delle cliniche veterinarie e, in generale, le carcasse di animali passati a miglior vita. Si tratta di forni inceneritori studiati appositamente per generare temperature così elevate da disintegrare ogni possibile residuo di sostanza organica.

In base ad un decreto presidenziale del 1990, i genitori che intendano dare sepoltura a questi feti di piccola “età” (circostanza che si verifica generalmente solo in caso di aborto spontaneo), debbono avanzare esplicita richiesta in tal senso alle Asl. Ne consegue che, per i feti abortiti in età superiore, il seppellimento dovrebbe essere una prassi obbligata. Ma questo, di regola, non accade mai. Solo in poche città come Trento, Torino e Bologna, esistono reparti dei cimiteri adibiti a tale scopo ed in regioni come la Lombardia è stato necessario emanare a gennaio 2007 un apposito atto legislativo (che ha suscitato peraltro aspre polemiche intorno al presidente Roberto Formigoni) per disporre il seppellimento dei feti ad opera delle Asl quando i genitori non ne abbiamo fatto richiesta. Ecco come ha commentato, nel dare la notizia, il Tgcom di Mediaset: «Se finora, con il trattamento del feto dopo l’aborto alla stregua di un rifiuto da smaltire, l’ospedale non era tenuto a dare conto di dove era finito il feto, ora, invece, dovrà tenere un registro. Alcuni medici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza, tuttavia, temono che questa nuova regola provochi ulteriori sensi di colpa nelle donne che già soffrono per la scelta di abortire».

I dubbi e le perplessità avanzati sulla nuova normativa hanno gettato un primo barlume sul fenomeno sommerso, sottaciuto, dell’incenerimento. Uno studente milanese di Scienze delle comunicazioni ha lanciato un post nel forum online della sua facoltà: «Lavoro presso la direzione sanitaria di un ospedale e recentemente ho appreso che da quest’anno vige una nuova legge sullo smaltimento dei feti. Se prima venivano smaltiti insieme a tutti i rifiuti organici, adesso le direzioni sanitarie dei presidi ospedalieri devono occuparsi dello smaltimento dei feti, indipendentemente se essi siano frutto di aborti spontanei o volontari terapeutici. Il problema delle direzioni sanitarie è quello di comunicare questa nuova normativa alle pazienti: sono obbligate a farlo ma non riescono a trovare il modo e il tono giusto. In poche parole “sono in crisi”. Mi è stato riferito che la direzione sanitaria di uno degli ospedali di Milano aveva deciso di produrre un dépliant informativo molto “nudo e crudo” su questa normativa, ma si è sollevato il disappunto più totale da parte non solo delle pazienti ma anche delle organizzazioni del malato. Adesso, voi, come lo comunichereste?».

Bella domanda: in Lombardia i feti da “smaltire” in qualche modo sono venticinquemila (dati 2006 sul “prodotto del concepimento”), di cui settemila nella sola Milano. Il punto sta proprio qui: mancando quasi ovunque un registro, in tutte le regioni italiane (esclusa ora la Lombardia), la struttura sanitaria che pratica l’aborto non fa altro che avviare il feto al ciclo dei rifiuti tossici e pericolosi. Del resto, se fosse stato seguito alla lettera quanto prescritto dal decreto del 1990 (seppellimento in caso di età intrauterina superiore alle venti settimane), oggi i cimiteri del nostro Paese sarebbero costellati di minuscole bare bianche. Invece sappiamo che non è così. E che a fare notizia sono piuttosto i casi come quello di Agrigento, dove è stato aperto un reparto speciale del cimitero per accogliere i “bambini mai nati”.

In Campania, dove i rifiuti sembrano rappresentare da sempre una maledizione biblica, il traffico di “scorie” ospedaliere non fa eccezione. Le cronache segnalano da più parti il ritrovamento di sostanze radioattive, provenienti da laboratori clinici o sale operatorie, all’interno degli ammassi di rifiuti solidi urbani, mentre in alcune discariche autorizzate, come quella di Pianura, sarebbero stati ritrovati frammenti di feti umani. La Campania produce ogni anno oltre settemila tonnellate di rifiuti sanitari, buona parte dei quali derivano dall’Azienda Ospedaliera Cardarelli: un milione di chili l’anno. Il costo per lo smaltimento – dichiarano i vertici – è di un euro al chilo. Il 36 per cento di questi rifiuti proviene dalle sale operatorie e comprende perciò anche i prodotti dell’aborto. La ditta alla quale il Cardarelli (ma anche l’ospedale pediatrico Santobono, sempre a Napoli) affidano l’incarico dello smaltimento è la Ecologica Sud con sede a Marano, che li avvia agli inceneritori di Melfi, Taranto e Cerignola. Al Cardarelli i feti abortiti entro il quarto mese vengono smaltiti insieme agli altri residui della sala operatoria e rientrano nella categoria dei rifiuti speciali. «Dopo le venti settimane per legge debbono essere tenuti in una cella mortuaria e poi portati al cimitero», precisano le assistenti sociali.

Ma chi tiene il conto? Quali sono le verifiche, quante le trasgressioni?

Ad agosto 2008 nel cimitero di Massa Carrara i carabinieri che indagavano sullo scandalo delle false cremazioni hanno rinvenuto quindici feti tra i quattro e i cinque mesi, provenienti da operazioni di aborto avvenute all’ospedale di Massa tra il 2005 e il 2007. Insieme ai feti, i Nas hanno scoperto anche una decina di arti amputati, tra gambe e piedi, anche questi frutto di operazioni chirurgiche eseguite tra il 2004 e il 2007 su pazienti diabetici o vasculopatici. La Procura ha precisato che si tratta di rifiuti ospedalieri che avrebbero dovuto essere cremati o smaltiti in altro modo.

Per avere un’idea di come si regolino in materia gli altri Paesi, andiamo a vedere cosa dispone la legge nella civilissima e vicinissima Svizzera. «Nei forni crematori possono essere incenerite soltanto le placente e le parti umane qui di seguito indicate: parti anatomiche, parti amputate, organi asportati e feti. Per motivi etici le placente e le parti umane incenerite nei forni crematori non sono considerate rifiuti speciali. Pertanto i forni crematori che inceneriscono tali parti non hanno bisogno dell’autorizzazione di ricezione per lo smaltimento di rifiuti speciali». Tradotto: li si incenerisce insieme agli scarti ospedalieri, ma non bisogna chiamarli così. La normativa impone inoltre un «controllo autonomo del produttore di rifiuti che attesti che alle parti umane da incenerire non sono stati mescolati altri rifiuti (ad es. guanti)» ed un «controllo autonomo da parte del forno crematorio che attesti che vengano incenerite soltanto parti umane come sopra descritto». Fermo restando che «per motivi etici, le parti umane (parti anatomiche, parti amputate, organi asportati e feti) e le placente non possono essere incenerite negli impianti d’incenerimento dei rifiuti solidi urbani». Sia ben chiaro.

Occhio infine al «rispetto delle disposizioni rilevanti dell’ordinanza contro l’inquinamento atmosferico relativa ai forni crematori».

 

Dimmi cosa mangi…

Ma perché incenerire tanto ben di dio, quando se ne potrebbero facilmente ricavare miliardi di euro, di rubli o di dollari? La domanda se la sono posta – e non da ora – le più agguerrite organizzazioni di quei numerosi Paesi che, a vario titolo, utilizzano le straordinarie risorse biologiche del feto senza farsi troppi scrupoli. Un campionario da brividi.

Una manifestazione pro life in Cina

A marzo 2006 il giornalista Maurizio Blondet rilancia tutto l’orrore di un’inchiesta pubblicata nel 1995 dal Telegraph e condotta in Cina, nella provincia di Shenzen. «Un reporter cinese di Hong Kong bussò all’ospedale di maternità e chiese a una dottoressa se poteva avere un feto da mangiare. Il giorno dopo, la dottoressa gli consegnava “un flaconcino pieno di feti della grandezza di un pollice”. “Ce ne sono dieci qui dentro, tutti abortiti stamattina”, disse la dottoressa. Freschi freschi. E quanto costano? “Può prenderli gratis. Siamo un ospedale di stato, non facciamo pagare. Di solito noi medici li portiamo a casa per mangiarli. Lei non ha l’aria di stare molto bene, perciò li mangi”. Lo stesso giornalista del Telegraph intervistò una dottoressa della clinica Luo Hu nello Shenzen, tale Zou Qin, che ammise senza esitare di aver mangiato un centinaio di feti nei sei mesi precedenti. “Sono nutrienti, fanno bene alla pelle e ai reni”. Aggiunse che era un peccato “sprecarli”».

Poi un po’ di numeri. «La fornitura di questo cibo – scriveva il Telegraph – è abbondante: nello Shenzen si fanno almeno settemila aborti forzati l’anno, milioni in tutta la Cina. Sicché, nel privato, un feto da consumare costa meno di due euro. Il dottor Warren Lee, della Hong Kong nutrition association, conferma: “Mangiare i feti è una tradizione della medicina cinese, profondamente inserita nel folklore”. In Cina si vendono e consumano comunemente le placente umane, anch’esse ritenute curative: c’è un attivo contrabbando attorno agli ospedali, ogni placenta costa sui 2-3 euro».

«Il Telegraph – conclude Blondet – parlò con un altro dottore dello Shenzen, Cao Shilin, che negò il commercio. I feti abortiti, disse, li mandiamo alle fabbriche che li usano per produrre medicinali. Ovviamente, in fabbrica, la “lavorazione del prodotto” comincia con una bollitura per estrarne le sostanze ritenute curative. Come si bolle la pelle dei giustiziati per estrarne collagene, che le signore bene occidentali poi si fanno iniettare dal chirurgo plastico per ingrossarsi le labbra. La Cina fornisce collagene a prezzi stracciati». Ma questa è ancora un’altra storia.

 

Finanza sostenibile: l’Europa corregge il tiro. Non è ancora “sociale”, ma è molto più green

Elisabetta Tramonto valori.it 29.8.19

    

Approvato il pacchetto sulla finanza sostenibile. Niente da fare per gli aspetti sociali, argomento rimandato al 2021. Ma almeno carbone, petrolio e nucleare sono esclusi

Un impianto nucleare, una miniera di carbone o una piattaforma petrolifera non possono essere definite attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Considerando quanto questi comparti inquinano, può sembrare una conclusione ovvia. Ma non è così.

Il Parlamento Europeo lo ha sancito solo ieri (il 28 marzo), quando, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, si è trovato ad approvare (o meno) un pacchetto di misure che definiscono la finanza sostenibile in Europa (la cosiddetta “tassonomia”). Nel precedente testo (avvalorato solo due settimane fa dalla commissione per gli Affari economici e quella per l’Ambiente dell’Europarlamento) queste attività superinquinanti non erano state affatto escluse dalla definizione di economia sostenibile.

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Ma il mondo della finanza sostenibile, le Ong ambientaliste, diversi partiti europei hanno fatto carte false per far escludere tali settori tutt’altro che green da quella che voleva essere la definizione delle attività “amiche dell’ambiente”. Grazie agli emendamenti presentati da Verdi, Socialisti & Democratici, GUE (sinistra), EFDD (M5S) una parte di ALDE, il testo finale ha recepito alcune alcune di queste raccomandazioni .

E fin qui le buone notizie. Purtroppo ce ne sono anche di cattive.

Finanza sostenibile senza l’elemento sociale

Gli sforzi delle lobby della finanza etica e sostenibile non sono bastati: nella definizione di economia sostenibile (e quindi anche di investimenti responsabili) approvata dall’Europarlamento non compaiono requisiti sociali. Non è passato l’emendamento che chiedeva di misurare non solo gli impatti ambientali, ma anche quelli sociali, in senso ampio, degli investimenti.

La finanza sostenibile, che l’Europa ha individuato come strumento fondamentale per orientare i capitali degli investitori verso le aziende che permettano una transizione a un’economia che permetterà di salvare l’ambiente, non considera fattori sociali. E neanche elementi come la speculazione e l’evasione (o elusione) fiscale.

Paradossalmente, quindi, in base alla normativa europea potranno essere considerate “sostenibili” aziende che rispettino gli standard ambientali, ma che violino i diritti dei propri lavoratori. Il testo approvato dall’Europarlamento prevedo “solo” che le aziende su cui investe la finanza sostenibile debbano rispettare le convenzioni Onu e Ocse sulla tutela dei diritti umani dei lavoratori. Un’indicazione generica secondo molti, che lascia adito a numerose possibili violazioni.

“Bocciata”, o meglio rinviata a una futura discussione nel 2021, anche un’altra delle richieste arrivate dal mondo della finanza etica, e non solo: quella di introdurre una definizione di cosa debba essere considerato “non sostenibile” e quindi escluso dalla definizione di economia sostenibile.

«Poteva andare certamente meglio, ma possiamo dire di aver portato a casa un risultato importante come l’esclusione del carbone dal campo degli investimenti sostenibili», commenta a caldo l’europarlamentare Simona Bonafè dei Socialisti & Democratici. «Non solo: abbiamo anche evitato che fossero inserite eccezioni in bianco per determinate tipologie di prodotti finanziari. È fuori dubbio che resti ancora molto da fare. E mi riferisco in particolare alla cosiddetta dimensione sociale degli investimenti. Possiamo comunque dire che il regolamento approvato costituisce un primo passo verso una finanza sostenibile che non significa solo sostenibilità ambientale, ma un’idea più ampia di futuro, di sviluppo ed equità sociale».

Soddisfazione a metà per il mondo della finanza etica

«Non possiamo essere soddisfatti rispetto al valore e alla richiesta di coerenza che da 20 anni promuoviamo con la finanza etica», commenta a Valori.it Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica. «L’idea della finanza etica presuppone un cambiamento radicale in cui ambiente e sociale diventano obbiettivi strategici dell’attività finanziaria e non sono relegati a prodotti più o meno bene fatti e più o meno marginali rispetto all’intera attività delle istituzioni finanziare che li promuovono.

Però pragmaticamente siamo soddisfatti di essere riusciti ad ottenere dei risultati e dei cambiamenti rispetto alle proposte iniziali, anche se si è persa l’occasione di valorizzare la componente sociale della sostenibilità».

«Con questo regolamento possiamo orientare il mercato finanziario privato verso investimenti più sostenibili – aggiunge Simona Bonafé – Chi decide dove investire i propri soldi deve avere informazioni attendibili e trasparenti sull’impatto ambientale e sul grado di sostenibilità delle attività economiche su cui vertono i prodotti finanziari. Insomma sarà più difficile proporre come verde, quel che verde non è. E si potrà così dare maggiore visibilità a quelle realtà che appunto puntano “davvero” sulla sostenibilità».

Una finanza responsabile un po’ annacquata

Ma che concetto di finanza responsabile etica esce dal testo approvato dal Parlamento europeo?
«Il principale valore è che si riconosce che la finanza non è e non può essere neutrale rispetto ai temi sociali ed ambientali: è una svolta culturale fondamentale», risponde a Valori Ugo Biggeri. «Ovviamente le decisioni prese apriranno spazio a una crescita di prodotti sostenibili che si baseranno su criteri più blandi, ma che ridefiniranno il senso stesso della parola sostenibilità in finanza. Per il gruppo Banca Etica significherà dover valorizzare la differenza tra finanza etica e finanza sostenibile e dimostrare di essere ancora pionieri nell’innovazione della finanza etica e non solo».

E adesso?

Le misure varate dal Parlamento Europeo dovranno essere approvate dal Consiglio Europeo composto dai capi di Stato e di Governo degli Stati membri. Ma solo dopo le elezioni europee di fine maggio.

Ci sono margini di manovra per “migliorare” il regolamento?

«Purtroppo siamo alla fine della legislatura e quindi tutto sarà demandato al prossimo Parlamento – spiega Simona Bonafè – ma confido che di fronte ai cambiamenti climatici, allo scarseggiare di materie prime, alla pressione dell’opinione pubblica sul tema e agli indici economici e sociali non proprio confortanti di tutta la zona euro, si prenderà coscienza che non ci sono alternative e che l’unico percorso da intraprendere è quello di un modello di sviluppo sostenibile, che passa obbligatoriamente da investimenti sostenibili».

«Fino a pochi anni fa le istituzioni non si occupavano di finanza sostenibile e il fatto che oggi l’Europa sia sul punto di varare un piano d’azione globale è indubbiamente una buona notizia – commenta Ugo Bigger – Avremmo sperato in interventi più radicali e coraggiosi, che puntassero anche su criteri per escludere la speculazione finanziaria o l’evasione fiscale. Di certo non smetteremo di far sentire la nostra voce insieme a quella dei network della finanza etica come Gabv, Febea e Finance-Watch e a quella di tante persone e organizzazioni della società civile».

L’onnipotente

di Giorgio Mottola Rai.it (Report.it puntata di lunedì prossimo)

collaborazione di Nicola Borzi, Alessia Cerantola e Norma Ferrara
 
C’è un filo nero che lega Ubi Banca, il terzo gruppo bancario del Paese, ai misteri del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra nel 1982, e alle vicende di Michele Sindona, il banchiere della mafia legato alla P2, morto in carcere dopo aver bevuto un caffè avvelenato. Report ha scoperto documenti inediti sui conti e sulle società offshore di Ubi, una banca nata dalla fusione di istituti di credito bresciani e bergamaschi e che sarebbe coinvolta in operazioni di compravendita di armi, sebbene annoveri tra i suoi soci con quote minori la Diocesi di Bergamo, le suore Ancelle della Carità di Brescia e decine di altri istituti religiosi.
Nel processo in corso al Tribunale di Bergamo, secondo l’accusa per anni Ubi Banca sarebbe stata segretamente gestita da un patto occulto capeggiato da Giovanni Bazoli, il potente banchiere bresciano che nel frattempo ha mantenuto anche la carica di presidente di Banca Intesa San Paolo, di cui oggi è presidente emerito. All’interno della banca, secondo la testimonianza di un ex dirigente apicale, mancavano controlli adeguati in materia di antiriciclaggio. 

Lunedì 21.20 Rai3

Lettori: solo 5 cf di Veneto Banca in Fideuram per offerte dei concorrenti e atteggiamento di Intesa

  Citywire.it 17.9.18

Lettori: solo 5 cf di Veneto Banca in Fideuram per offerte dei concorrenti e atteggiamento di Intesa

Come rilevato da Citywire, secondo i dati ufficiali dell’Albo tenuto da Ocf, soltanto 5 dei 64 consulenti finanziari rimasti in Veneto Banca(ecco dove sono oggi) al momento del riscatto di Intesa sono oggi confluiti nella divisione di risparmio gestito del gruppo: Fideuram

Abbiamo dunque chiesto ai lettori della nostra community quale fosse il loro giudizio su questo dato in parte sorprendente, scegliendo tra quattro opzioni.

Le reti concorrenti hanno avanzato ottime offerte di reclutamento, volendo crescere nel Nord-Est” è stata la giustificazione più votata col 34% delle preferenze, seguita dal 30% dei votanti secondo cui “i cf di Veneto Banca non erano interessati a progetto e condizioni“.

Di poco inferiore (al 25%) l’ipotesi “Fideuram (Intesa) era già forte nell’area. Reclutare in blocco 64 cf sarebbe stato inutile e dispendioso“, mentre minore consenso (l’11%) ha raccolto l’opzione “Fideuram (Intesa) puntava a rafforzarsi nell’area. Assorbire i cf non era una priorità“.

Non sono poi mancati i commenti di chi – talvolta avendo vissuto sulla propria pelle la vicenda – ha preferito indicare una risposta più personale.

“Manca l’opzione più importante” ha scritto il consulente Ugo Marchesin. “Da diretto interessato alla vicenda Fideuram e ISP non hanno mai concretamente avanzato proposte scritte se non all’ultimo giorno di mandato a fine novembre…ha sempre tenuto un atteggiamento superficiale nei nostri confronti e poco professionale pur conoscendo la situazione lavorativa di ognuno… inoltre ha scelto Intesa chi doveva andare in Fideuram, chi a fare il mezzo consulente/dipendente o addirittura a casa… non ci sono state opzioni tanto decantate alla riunione di agosto 2017 con la Direzione Territoriale…”

“Intesa non aveva interesse a trattenere i consulenti” ha aggiunto il collega Fabio Zanocco. “La dirigenza Veneto Banca ha per un anno e mezzo illuso i 120 promotori facendo vivere a tutti i 120 un vero e proprio incubo … è impensabile rimanere in un’azienda che non ti vuole … per di più se preso in giro per tutto quel tempo, meglio cambiare aria per quanto difficile e a condizioni peggiori sul mercato. Auguro ai 64 rimasti fino alla fine il meglio, questa esperienza ci ha fortificato e reso migliori!”

Toscana tra massoni, piddini e vaccini…

20.3.19 disinformazione.it


Marcello Pamio

La Toscana, si sa, è sempre stata una regione molto particolare, gestita da partiti politici non casuali…
Per esempio è qui che, nel 2015, esplodono i primi casi di meningite che danno il via alla ribalta mediatica della questione vaccini. Si saprà poi che la maggioranza di questi casi si era verificato in soggetti regolarmente vaccinati…
Nello stesso anno, a dicembre, la multinazionale britannica GSK dice di voler chiudere la società di Verona licenziando oltre 300 ricercatori, per poi dichiarare il 13 aprile 2016 di voler investire 1 miliardo di euro in Italia, o per essere più precisi, in Toscana…

E sempre qui pulsa il cuore del business dei vaccini: a Siena per la R&S (Ricerca & Sviluppo) e a Pisa per la produzione vera e propria di queste droghe.
Infine con oltre 26.000 iscritti, la Toscana detiene il record nazionale di fratellini massoni…
Interessante come regione, non c’è che dire!

GSK parla toscanaccio …
Notizia fresca di ieri (28 marzo 2019): la multinazionale britannica GSK, ha inaugurato a Rosia (immagine sotto), vicino a Siena dove possiede il polo mondiale di produzione dei vaccini, un centro controllo qualità hi-tech, che permetterà di ridurre drasticamente i tempi e il numero dei controlli sui vaccini (passeranno in media da 120-125 a 20-25). Il tutto ovviamente senza intaccare la qualità, anche perché quando GSK parla di qualità, è meglio non proferire parola…


L’investimento è assai corposo: stiamo parlando di 42 milioni di euro!

Il dottor Rino Rappuoli, colui che ha inventato il vaccino anti-meningococco B e amministratore delegato GSK Vaccines Italia ha dichiarato che «investire più di 40 milioni in un centro di questo genere vuol dire avere fiducia nel futuro: il nuovo edificio è all’avanguardia per i vaccini di adesso, ma soprattutto è pronto per la qualità del futuro».
La fiducia nel futuro va letta come la totale e assoluta consapevolezza che i governi italiani continuino supinamente ad agevolare gli interessi di Big Pharma, a discapito della salute pubblica.
Un futuro certamente distopico quello sognato e agognato dagli azionisti delle multinazionali del farmaco, un domani scintillante dove al posto delle stelle vi sono infezioni, focolai e vere e proprie epidemie, in modo tale da avere uno stato di tensione continuo che giustifichi, da una parte leggi sempre più repressive e obblighi anticostituzionali che violano ogni sacrosanto diritto, e dall’altra garantire lo spaccio sistemico e cronico dei loro vaccini…
Ricordiamo sempre che la multinazionale GSK guadagna miliardi ogni anno vendendo farmaci e vaccini, per cui se non esistessero malattie e infezioni, chiuderebbe all’istante.
Vaccini, sempre meno sicuri e sfornati a ritmo sempre più accelerato, perché se il nuovo centro in Toscana, per quanto hi-tech, ridurrà i tempi e il numero dei controlli, è ovvio che la sicurezza verrà meno!

Prima rete nazionale
Nasce sempre in Toscana, la prima rete di industrie farmaceutiche: un importante esperimento di politica industriale territoriale, ideato da Kpmg.
Kpmg non è una onlus, ma un network olandese di società indipendenti affiliate alla svizzera KPMG International Cooperative, specializzato nella revisione ed organizzazione contabile, che fornisce servizi professionali alle imprese.
La Kpmg fa parte delle Big Four, cioè delle quattro grandi società che si spartiscono a livello mondiale il mercato delle revisioni.
I fondatori di questa nuova rete sono Molteni, Kedrion, Eli Lilly e GSK Vaccines.
Il presidente piddino della Toscana Enrico Rossigongola, visto che la regione ha avuto un ruolo importante nel facilitare questo risultato.
Questo è solo uno dei tasselli di un progetto completo a più ampio respiro che si chiama Pharma Valley and Devices. Guarda caso un progetto proposto sempre dalla Kpmg di cui sopra…

Alla firma del contratto erano presenti: il presidente di Confindustria Firenze Luigi Salvadori; il presidente della Fondazione Toscana Life Sciences e di RetImpresa, Fabrizio Landi; per Eli Lilly Italia Huzur Devletsah, upcoming President and General Manager Italy Hub, e Cristiano Demolli, Sesto Manufacturing Site Senior Director; per Moltenil’ad Giuseppe Seghi Recli; per Kedrion Biopharma Danilo Medica (Italy Country Manager); per GSK Vaccines l’ad, Rino Rappuoli.
L’intesa nasce nell’ambito dell’iniziativa Toscana Pharma & Devices Valley, che coinvolge una trentina di imprese farmaceutiche presenti in Toscana.
Tutte queste imprese concorreranno alla realizzazione della terza e più innovativa piattaforma logistica italiana, che troverà posto all’interno dell’interporto livornese Amerigo Vespucci.

Con un investimento di circa 60-80 milioni di euro, verrà attrezzata un’area di 125.000 metri quadrati di superficie, la metà dei quali verranno edificati, per realizzarvi tra l’altro 21.000 metri quadrati di magazzini con ambienti a temperatura controllata, adatti allo stoccaggio dei prodotti farmaceutici, come i vaccini.
La capacità di immagazzinamento è stimata in 38.000 posti pallet iniziali, tre quarti dei quali capaci di tenere temperature tra i 15 e i 25° ed un quarto tra i 2 e gli 8°.
Il 70% delle scorte riguarderà le materie prime e il confezionamento, il 30% i prodotti finiti, che verranno movimentati al ritmo di 52.000 pallet l’anno.
Interessante sapere che l’80% è destinato ad essere esportato fuori dall’Italia mentre il 20% interesserà il mercato nazionale.
Il 23% del totale sarà movimentato per via area, attraverso l’aeroporto pisano Galileo Galilei.

Questo è senza dubbio un colpo industriale a dir poco geniale: con ben sedici baie tra carico e spedizione merci, e circa 6.000 metri quadrati di uffici, la Toscana si avvia a diventare uno dei poli industriali più importanti d’Italia.
Certamente ad alti livelli sanno perfettamente che le politiche nazionali spingeranno verso la crescita esponenziale della vendita di farmaci e soprattutto di vaccini. Anche perché le dirigono loro.
D’altronde, non dobbiamo dimenticare che l’Italia è stata designata «Capofila mondiale per le vaccinazioni», guarda caso nel settembre 2014 (l’allora governo del premier Matteo Renzi che in Toscana è nato e cresciuto anche come politico) quando l’ex ministro Beatrice Lorenzin si recò a Washington per siglare l’accordo.
I risultati ottenuti da allora sulle politiche sanitarie italiane sono sotto gli occhi di tutti, ora stiamo assistendo ai risultati in politica economica…o forse è tutto un caso, e chi vede qualcos’altro è il solito complottista?

Stato, Banca d’Italia e signoraggio

comedonChisciotte.org 30.3.19

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DI FABIO CONDITI

comedonchisciotte.org

Banca d’Italia percepisce il signoraggio sulla moneta euro, che dal suo bilancio 2018 corrisponde a circa 6,2 miliardi di euro, ma ne gira allo Stato circa il 90%, pari a circa 5,7 miliardi di euro.

Il signoraggio è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta, e spetta al titolare della sovranità monetaria, che nel caso della moneta euro è lo Stato.

Questo lo stralcio ricavato da pagina 73 del bilancio di Banca d’Italia del 2019 appena pubblicato http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bilancio-esercizio/2019-bilancio-esercizio/bil-eserc-2019.pdf

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Pausa e respira lentamente e profondamente. 

Banca d’Italia percepisce il signoraggio sulla moneta euro, che dal suo bilancio 2018 corrisponde a circa 6,2 miliardi di euro, ma ne gira allo Stato circa il 90%, pari a circa 5,7 miliardi di euro.

??? Ma la Banca d’Italia non è privata ?

Il signoraggio è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta, e spetta al titolare della sovranità monetaria, che nel caso della moneta euro è lo Stato.

??? Ma la sovranità monetaria non l’abbiamo persa?

Se senti un malessere profondo, ti consiglio di fermarti qui e di riprendere la lettura quando ti sarà passata. Se invece il dolore è sopportabile, prosegui.

La Banca d’Italia non è privata.

La Corte Suprema di Cassazione ha dichiarato con sentenza n. 16751 del 21 luglio 2006 che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n. 375“.

Inoltre il Governatore della Banca d’Italia è nominato con decreto dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri.

Quindi la Banca d’Italia è un ente pubblico che persegue fini di pubblica utilità.

Ridurre il debito pubblico è certamente un fine di pubblica utilità, vediamo come si può fare.

La Banca d’Italia ha acquistato fino ad oggi circa 514 mld di euro di titoli di stato, di cui 393 mld di euro con il QE nell’ambito delle politiche monetarie della BCE, ma 121 mld di euro sono stati acquistati direttamente da Banca d’Italia per finalità di investimento (Bilancio Banca d’Italia 2019 pag.14-15).

Questi titoli di stato sono stati acquistati con denaro raccolto sugli alberi ? Oppure trovato scavando sottoterra ? No, sono stati acquistati con denaro creato dal nulla utilizzando come garanzia proprio i titoli di stato.

Quindi oggi 514 mld di euro del debito pubblico dello Stato sono detenuti dalla Banca d’Italia, che ripeto è un ente pubblico che persegue finalità pubbliche e che gira i suoi utili allo Stato.

Ma allora perchè non consolidare questo debito in modo da eliminarlo definitivamente? Consolidare un debito significa trasformarlo in un debito irredimibile, cioè senza scadenza.

Come va adesso il dolore? Se è troppo forte è meglio che ti fermi qui, se è sopportabile prosegui.

La sovranità monetaria è dello Stato.

Lo dichiara anche la Banca d’Italia stessa nel suo sito, nella pagina dedicata al signoraggio  https://www.bancaditalia.it/compiti/emissione-euro/signoraggio/index.html :

Oggi, quindi, il signoraggio viene percepito in prima battuta dalle banche centrali, le quali tuttavia lo riversano poi agli Stati, titolari ultimi della sovranità monetaria“.

Quindi la sovranità monetaria non l’abbiamo persa e potrebbe essere ancora esercitata dal Ministero del Tesoro, che oggi fa parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Qui spiego come …

Ma allora perchè facciamo politiche di austerity da 10 anni?

Se adesso senti dentro di te una rabbia profonda, non ti preoccupare, è normale. Ma se non la senti hai qualche problema, ti consiglio di rileggere l’articolo con maggiore attenzione. 

Per curare i dolori prodotti da queste informazioni e guarire definitivamente dalla malattia del “non c’è speranza“, puoi visitare gratuitamente il nostro canale YouTube e vedere uno qualsiasi dei nostri video https://www.youtube.com/c/MonetaPositiva.

Se vogliamo uscire da questa situazione di crisi perenne, dobbiamo essere capaci di immaginare un futuro diverso e migliore di quello attuale.

Proveremo a farlo il 5 aprile 2019 alle ore 17,30 a Bologna, nel convegno “Quale cambiamento? Immaginare un futuro“, 19° appuntamento del ciclo di seminari denominato “Parole Guerriere”, che per la 1° volta arriva a Bologna.

Avremo l’onore di parlarne con :

  • Dalila Nesci, Deputata M5S
  • Marco Guzzi, Poeta e Filosofo
  • Michele Dell’Orco, Sottosegretario al MIT
  • Filomena Maggino, Docente di Statistica Sociale e Consulente Palazzo Chigi

Ingresso libero e gratuito. https://www.facebook.com/events/1276422012524662/

Fabio Conditi – Presidente dell’associazione Moneta Positiva

Visita il nostro sito http://monetapositiva.blogspot.it/

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

30.03.2018

“Smettiamola con il piagnisteo e la politica del tirare a campare”

Stefano Rizzi  Domenica 31 Marzo 2019 lospiffero.com

C’è una retorica consolatoria e vittimistica, presente anche nelle classi dirigenti di Torino e del Piemonte, che impedisce di cogliere i nodi reali della crisi e di progettare il futuro. Per Manghi, uno degli ultimi maître à penser, occorre investire su giovani e nuovi saperi

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Com’è triste Torino. Ma poi lo è davvero e, davvero, ha ragione di esserlo? Sono soltanto i lunghi e interminabili postumi della salutare sbornia olimpica di tredici anni fa? Oppure la città, spesso trascinandosi dietro una regione pur dai tanti volti e altrettante differenze, soffre ancora dell’abbandono della grande fabbrica che ancora non è riuscita ad elaborare e superare, fornendo una delle probabili cause della fatica con cui il Piemonte cerca di ridurre la distanza che lo separa da altre regioni del Nord sulle quali anni fa primeggiava?

Bruno Manghi, sociologo, ascoltato consigliere di Romano Prodi per il quale elaborò parti importanti del suo primo programma elettorale, autore di libri sul mondo del lavoro tra i quali Declinare crescendo. Note critiche dall’interno del sindacato, scritto da chi al sindacato ha dedicato molti anni, nella Cisl al fianco di Pierre Carniti anche nel momento dello strappo di San Valentino con la Cgil, il 14 febbraio dell’84, sulla questione della scala mobile. Responsabile della formazione, poi a capo della Cisl torinese, Manghi è stato l’intellettuale di riferimento di Sergio Chiamparino nella stagione del governo della città di cui ha vissuto e osservato le trasformazioni più importanti, talvolta traumatiche, degli ultimi decenni. Una voce, spesso critica o fuori da vecchi schemi, la sua da cui ascoltare la risposta alla domanda sulla tristezza di Torino, ma anche ad altre sul futuro della città e della regione, senza tralasciare il peso del passato, più o meno recente.

“Torino è triste anche perché è anziana. C’è uno sbilancio demografico che non può certo portare una grande allegria. Dopodichè, non è che si è disperati. C’è apprensione certo, ma c’è una recitazione della tristezza e una malinconia esibita, spesso anche nelle classi dirigenti”.

Manghi, lei mette il dito nella piaga. Quando si parla della difficoltà del Piemonte e, in primis, dell’ex one company town inevitabilmente si finisce per concentrare l’attenzione sulla classe dirigente. Cosa manca a quella torinese?
“Se per classe dirigente parliamo di persone che per vari motivi lasciano un’impronta sulla vita degli altri, nella fascia di età che più o meno va dai 35 ai 50 anni io incontro, conosco, un sacco di gente in gamba, nelle fabbriche, nelle professioni, nel terzo settore. Questo mi fa dire che la base di una potenziale classe dirigente c’è”.

Quindi il problema dove sta?
“Credo anche nella risposta a questa domanda: possono trasferire queste persone le loro capacità, il loro sapere e anche la loro passione nella dimensione politica? Io dico che per adesso non mi sembra accada molto. Questo perché è la proposta politica che non attrae. Nella Fondazione Mirafiori ci sono 46 associazioni e centinaia di volontari, gente che lavora con passione nei settori più disparati. Sa che non parlano quasi mai di politica?”.

Colpa dei politici sempre più autoreferenziali e chiusi nel loro mondo?
“Parlerei di responsabilità del ceto politico, che deve essere attrattivo, invece si tira a campare. E non è un problema solo di età”.

Anche i giovani non sfuggono a questo approccio non proprio edificante?
“Diciamo che non sono pochi quelli che imparano presto e si adeguano”.

Intanto Torino e il Piemonte si sono fatti superare da altre città e regioni del Nord.
“Per affrontare la questione bisogna avere ben presente che Torino e il Piemonte sono due cose diverse. Se uno pensa al successo della provincia di Cuneo o alla sostanziale tenuta di Biella o, ancora, alla relazione tra il Novarese e la Lombardia si rende subito conto che il puzzle piemontese è molto complicato, quindi diciamo che i cambiamenti e le criticità riguardano inevitabilmente più l’area torinese, anche se non ne soni indenni né l’Alessandrino, né l’Astigiano. Ripeto, è necessario avere ben chiaro questo quadro, non mettiamo sempre insieme Torino e il Piemonte”.

Incominciamo da Torino, allora.
“Qui è successo ciò che è accaduto in molti posti del mondo, ovvero quando una grande esperienza industriale cetrata su un tipo di produzione entra in difficoltà di natura mondiale capita quello che molto più in gande è avvenuto a Detroit e in Inghilterra, succede come quando la Rhur cessò di essere siderurgica. Quando una struttura industriale importantissima entra in difficoltà rispetto a una situazione dominante, questo si riflette inevitabilmente sull’insieme. Di ciò ce ne siamo resi conto al termine degli anni Ottanta”.

Alcuni effetti farebbero pensare che forse sono mancate le risposte adeguate, le visioni proiettate nel futuro. È d’accordo?
“In parte. La giunta Castellani ha tentato di reimpostare almeno sul piano urbano la città, si è data da fare attraverso una sua strategia e questo si è riverificato con la prima giunta Chiamparino quando è stato chiaro che nel vuoto relativo lasciato dalla grande industria tradizionale, le amministrazioni avevano un ruolo da assolvere. E lo hanno in parte svolto. Affrontare le crisi, ridare un volto a una parte consistente della città, rendersi conto che non in sostituzione ma in concomitanza altre cose diventavano importanti: la cultura, il turismo, i servizi. L’amministrazione per certi aspetti ha supplito a dei vuoti inevitabili anche se la situazione di Torino quantitativamente e qualitativamente non è paragonabile alla grande trasformazione di Detroit”.

Intanto le trasformazioni indotte dalla globalizzazione, dal progresso tecnologico si sono susseguite sempre più rapidamente. Lei non crede che l’etica del lavoro, del lavoro ben fatto alla Faussone di Primo Levi nella Chiave a Stella, un valore fondante dei piemontesi abbia finito paradossalmente per legare al passato chi doveva approcciare in fretta il futuro?  
“Torino anche se trasferita su altri settori resta una città che ha un forte imprinting tecnico industriale e in parte questo ha portato, per esempio, l’indotto dell’auto a passare da essere semplice ancella della grande industria a diventare un comparto che serve aziende nel mondo. E poi, nessuno di noi quindici anni fa avrebbe detto che Lavazza avrebbe giocato un ruolo così importante anche nello spazio civile della città. La verità è che non c’è una desertificazione come qualcuno sostiene, c’è un cambiamento di baricentro con quello che resta dell’auto maggiormente orientato alla ricerca e all’esperienza più che ai grandi numeri di Mirafiori e di Rivalta e altre eccellenze in vari settori produttivi, ma anche della ricerca”.

Non meno importante, quest’ultima.
“Chi avrebbe detto vent’anni fa che il Politecnico e l’Università sarebbero stati così importanti? Ci sono centomila persone che fanno studi superiori a Torino, che non vuol dire che studiano per lavorare a Torino, ma che la città diventa una grande piattaforma che serve l’Europa e il mondo. Cose che all’epoca forse non vedevamo molto, ma che oggi sono un’eccellenza, un valore enorme per l’economia e il mondo del lavoro”.

Però il salto nel futuro, che è già presente, pare non trovare sempre pronta la città. È un’immagine esagerata, questa, oppure il problema esiste?
“C’è lo stigma di una grande popolazione che si era formata per la grande fabbrica a livelli professionali a livelli professionali relativamente modesti e quindi deve fare il salto per applicarsi ai nuovi modi di lavorare, ai nuovi saperi. Per questo credo davvero che oggi bisogna pensare a partire dai bambini e dagli adolescenti. Questo è il punto, questo è il deficit, che però si può colmare.

Torniamo un istante sull’etica del lavoro, a quel doverismo sabaudo che è stato per decenni la base della forza del Piemonte industriale, della Torino tutt’una con la fabbrica. Cosa c’è da conservare?
“L’essenza di questo valore adeguandola ai tempi. L’etica del lavoro propriamente intesa è da sempre forte, deriva da quella del mondo contadino dei barotti, venne trasferita nella città dalle campagne piemontesi e da quelle venete da dove arrivarono i primi immigrati. E poi la storia militare di Torino. Tutto pesa e tutto si trasferisce nel grande fabbricone. Certo, oggi questi valori fanno fatica ad applicarsi in un mondo molto più variegato ma non scompaiono”.

Liberazione nel e del lavoro, si diceva un tempo. Liberazione dal lavoro, in senso non propriamente positivo dice ora chi critica il reddito di cittadinanza. Lei che idea ha su questo provvedimento?
“Che in attesa che lo sviluppo eventuale risolva il problema, è necessario ci siano delle misure di contrasto alla povertà. Si può migliorare, modificare, ma da lì si parte, inutile fare polemiche. Bisogna avere un atteggiamento più sperimentale, senza posizioni prevenute e basate su giochi politici. C’è una povertà che va aiutata a prescindere dal legame col lavoro e una che si può riscattare col lavoro”.

Il Piemonte produttivo non è più quello di anni fa rispetto ad altre regioni del Nord e Torino, archiviato il Ge-Mi-To, soffre sempre di più un’inferiorità rispetto a Milano, subendo magari anche qualche scippo da parte dei lombardi. Pure l’Emilia-Romagna non scherza sul fronte dell’economia.  
“Essere vicino a chi va un po’ più forte fa bene, stimola. Siamo su un asse tra i più prestigiosi del pianeta e facciamo i confronti tra il di qua e il di là del Ticino. Questo è il culto della malinconia”. 

BORSE & MERCATI/ Le nuove soglie di guardia per spread e Piazza Affari

La situazione italiana e quella globale non inducono all’ottimismo. E anche Draghi sembra avere meno munizioni a disposizione. Ecco i livelli da tenere d’occhio

In settimana l’ennesima doppia doccia fredda sulle stime di crescita 2019 – prima da Confindustria, che ha parlato di crescita zero, e il giorno seguente da S&P’s, che si è spinta solo di una piccolissima incollatura al +0,1% rispetto al precedente +0,7% – si è abbattuta come un micidiale uno-due pugilistico che ha messo di nuovo alle corde le prospettive economiche dell’Italia. Un affondo pesantissimo. La spread ha accusato il colpo, meno scosso il Ftse Mib. Ma come reagiranno i mercati al gong di lunedì mattina? Cosa succederà sui grafici di Piazza Affari? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Magagnoli, analista tecnico e co-fondatore di Financial Trend Analysis (Ftaonline).

Il clima si è fatto molto pesante. Dove possono volgere gli occhi gli investitori?

Si guarda, ancora una volta, alla Bce di Draghi, che negli ultimi anni è sempre stata l’àncora di salvezza per le debolezze dell’Italia.

Vero, ma Draghi ha recentemente detto con chiarezza che i rischi per l’Eurozona restano orientati al ribasso…

E’ così, e proprio per questo motivo la politica monetaria della Bce rimarrà accomodante. Ma è anche il momento, giunti a questo punto del ciclo economico, di domandarsi che cosa potrà fare ancora la Bce che non ha già tentato per rimettere il treno in carreggiata.

Il bazooka rischia di sparare a salve?

Inutile nasconderlo: con i tassi ai minimi record e un’espansione senza precedenti del bilancio, le munizioni per rispondere al probabile assalto di una decrescita globale sembrano ridotte. Anche perché la colpa della difficile situazione attuale è da ricercare in fattori esterni, sui quali si può agire fino a un certo punto. Se i mercati, fino a poco tempo fa, rispondevano positivamente alle promesse della Bce di allargare i cordoni della borsa per ridare slancio all’economia, ora ci si interroga sul rischio che l’economia peggiori senza che si possa arginare la contrazione.

Quali sono i fattori che zavorrano d’incertezza i mercati?

Oltre alle preoccupazioni che la guerra commerciale tra Usa e Cina, tutt’altro che conclusa, possa danneggiare ulteriormente il commercio e le prospettive di crescita degli utili aziendali in molti settori, resta ancora innescata la bomba della Brexit: un’uscita “disordinata” del Regno Unito dalla Ue potrebbe essere il colpo di grazia alle speranze di riuscire a evitare che il rallentamento diventi un vero e proprio tonfo. E dagli Stati Uniti arrivano più motivi di preoccupazione che di sollievo.

Quali?

Se il mercato immobiliare è lo specchio della situazione che verrà, allora non ci resta che indossare l’elmetto. Negli Usa i nuovi cantieri residenziali sono crollati a febbraio, ben al di sotto delle attese degli analisti. Anche le licenze edilizie sono calate dell’1,6% e l’indice S&P/Case Shiller, che misura l’andamento dei prezzi delle abitazioni nelle 20 principali città americane, a gennaio, pur mostrando un incremento del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2018, ha frenato dal +4,1% della rilevazione precedente, risultando inferiore anche al consensus, pari al +4,3%.

Ci sono altri motivi di apprensione da oltre Atlantico?

Si intravedono crepe sul fronte della fiducia dei consumatori: gli acquisti delle famiglie americane, come dicono gli economisti, sono quelli che “guidano il bus”, ovvero sono l’elemento trainante dell’economia, e un loro rallentamento darebbe ragione alla Fed, che recentemente ha tagliato pesantemente le stime di crescita per il 2019, portandole al 2,1% a fronte del 3% circa ipotizzato dall’Amministrazione Trump. In più, è tornato ad aleggiare il fantasma dell’inversione della curva dei tassi, che sembrava scomparso dai radar nelle ultime settimane. Il titolo con scadenza a tre mesi rende più di quello a 10 anni, una curva dei rendimenti così appiattita avverte che il mercato si attende guai.

Lo spread sembra già pagare il deterioramento delle previsioni, non è vero?

Sì. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi con scadenza a 10 anni è rimbalzato con forza, dopo essere sceso fugacemente al di sotto di quota 240, un’area di supporto critica. Per il momento la reazione è gestibile. Solo oltre area 280 si dovrebbe iniziare a temere nuovamente il ritorno delle tensioni che avevano caratterizzato l’andamento delle quotazioni a settembre e a ottobre 2018, ma già il fatto che il mercato abbia rigettato l’idea di stabilizzarsi al di sotto dei 240 punti è un indizio preoccupante.

E il grafico del future sul Btp?

Non è tranquillizzante: le quotazioni sono salite con decisione dai minimi dello scorso ottobre di quota 114,30 circa fino in area 130, un rimbalzo decisamente esteso e forse anche imprevedibile, ma che si è fermato sul più bello, ovvero senza riuscire a mettere alla prova i massimi dello scorso anno di area 131,60/131,70. Senza il superamento di quei livelli resterà il dubbio che tutti gli sforzi fatti negli ultimi mesi siano in realtà solo un episodio correttivo della tendenza primaria, che resta orientata al ribasso: il future ha infatti impiegato 10 mesi circa per ripercorrere a ritroso, e nemmeno per intero, il ribasso realizzatosi in un solo mese lo scorso maggio. A meno di una prossima rottura di area 131,60/131,70 sarà quindi opportuno iniziare a considerare possibile uno scenario che vede tornare le quotazioni al punto di partenza, i minimi di maggio a 113,05 circa, o almeno sulla linea che unisce i minimi di maggio e quelli di ottobre, al momento passante a 115,50 euro circa.

Primi segnali negativi?

Al di sotto di area 126, e conferme con la violazione di 123,50. Del resto, lo scenario alternativo, che prevede il superamento di area 131,70 e il raggiungimento almeno di 136,50 euro, per quanto plausibile da un punto di vista grafico, può esserlo considerando la situazione dei conti pubblici?

Veniamo all’andamento della Borsa italiana. Dove sta andando?

Bisogna guardare il future Ftse Mib e non l’indice, per via del diverso modo in cui vengono trattati i dividendi: nel caso del future, sono già stati sottratti dalle quotazioni attuali, che rappresentano quindi una previsione di quello che sarà il valore dell’indice nei prossimi mesi dopo lo stacco delle cedole.

Ebbene, che cosa ci dice l’analisi grafica del future Ftse Mib?

Si scopre che, a differenza di quanto accaduto per l’indice, le quotazioni sono già scese al di sotto della base del canale crescente tracciato dai minimi di fine dicembre, segnalando il rischio che la correzione del rialzo dell’ultimo trimestre sia già iniziata. Con l’allarme di Confindustria sui conti pubblici, mercoledì scorso il future ha fatto una pericolosa inversione di marcia dopo aver avvicinato i 20.900 punti, lato superiore della fase laterale disegnata dai massimi del 7 marzo. In analisi tecnica le fasi laterali possono avere due ruoli: o preparano un rialzo, sono quindi una zona in cui si “accumula” forza che viene poi liberata al superamento del lato alto della fascia, oppure preparano un ribasso, ovvero “distribuiscono” risorse, prosciugando la corrente di acquisto fino a che i prezzi, senza più sostegno, scendono al di sotto del limite inferiore della fascia e si avvitano al ribasso.

Tradotto in numeri?

Sotto area 20.250/20.300 il destino del future sarebbe segnato, almeno per quello che riguarda il breve/medio termine, con la prospettiva di vedere i prezzi scendere prima in area 19.700, poi, in caso di violazione anche di questo supporto, fino sui 19.000 punti. Solo la rottura decisa di area 20.900 dimostrerebbe che il mercato ha digerito anche queste ultime polpette avvelenate e che è deciso a dare fiducia all’Italia, Brexit permettendo, almeno fino alle elezioni europee di fine maggio.

Due ipotesi plausibili?

Entrambe, durante la costruzione di una fase laterale, hanno in teoria uguale dignità. Ma in questo caso, tenendo presente tutto quanto detto sulla situazione globale e su quella italiana, è facile intuire quale delle due ha maggiori probabilità di avverarsi…

(Marco Biscella) 

SPY FINANZA/ Il piano di M5s e Lega per occupare Bankitalia

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche voluta da Lega e M5s è parte di un piano che ha come obiettivo Bankitalia

31.03.2019 – Stefano Cingolani ilsussidiario.net

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Lapresse

A che cosa serve questa nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche? Forse a risarcire i risparmiatori truffati, ma c’è già un miliardo e mezzo di euro da spendere; si può dare di più, in ogni caso il meccanismo è in moto. Serve, allora, a scoprire la verità sulle crisi bancarie, ma a parte il fatto che ci sono montagne di carte, giudiziarie e no, di quale verità si tratta? Di quella della procura di Trani nella sua eroica, ideologica quanto sfortunata battaglia contro le agenzie di rating? Può sempre diventare una nuova commissione antimafia con tanto di professionisti come li chiamò Leonardo Sciascia e allora la cura finirebbe per creare un altro male.

Il Quirinale teme che si voglia mettere sotto controllo politico la moneta e il credito. Senza dubbio in molti lo vorrebbero, ma per loro vale quel che disse il generale de Gaulle a chi lo invitava a far fuori tutti i cretini: “Vasto programma, monsieur”. Non ci sono riusciti per davvero nemmeno i regimi totalitari, figuriamoci l’Italia giallo-verde. O magari, ecco l’altro cruccio di Sergio Mattarella, il polverone sollevato dalla commissione parlamentare potrà ridurre l’autonomia della banca centrale. Anche questo è un timore da prendere sul serio, tuttavia l’appartenenza al sistema europeo delle banche centrali, cioè in altri termini l’euro, garantisce questa autonomia. A meno che non voglia essere un primo passo verso l’uscita dalla moneta unica: un progetto irrealistico e distruttivo, visto quel che sta succedendo con la Brexit. E allora?

A che cosa serve questa nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche? Forse a risarcire i risparmiatori truffati, ma c’è già un miliardo e mezzo di euro da spendere; si può dare di più, in ogni caso il meccanismo è in moto. Serve, allora, a scoprire la verità sulle crisi bancarie, ma a parte il fatto che ci sono montagne di carte, giudiziarie e no, di quale verità si tratta? Di quella della procura di Trani nella sua eroica, ideologica quanto sfortunata battaglia contro le agenzie di rating? Può sempre diventare una nuova commissione antimafia con tanto di professionisti come li chiamò Leonardo Sciascia e allora la cura finirebbe per creare un altro male.

Il Quirinale teme che si voglia mettere sotto controllo politico la moneta e il credito. Senza dubbio in molti lo vorrebbero, ma per loro vale quel che disse il generale de Gaulle a chi lo invitava a far fuori tutti i cretini: “Vasto programma, monsieur”. Non ci sono riusciti per davvero nemmeno i regimi totalitari, figuriamoci l’Italia giallo-verde. O magari, ecco l’altro cruccio di Sergio Mattarella, il polverone sollevato dalla commissione parlamentare potrà ridurre l’autonomia della banca centrale. Anche questo è un timore da prendere sul serio, tuttavia l’appartenenza al sistema europeo delle banche centrali, cioè in altri termini l’euro, garantisce questa autonomia. A meno che non voglia essere un primo passo verso l’uscita dalla moneta unica: un progetto irrealistico e distruttivo, visto quel che sta succedendo con la Brexit. E allora?

Ebbene, tutto lascia capire che in effetti nel mirino c’è la Banca d’Italia, ma l’obiettivo è meno vasto anche se altrettanto rischioso. Il segnale è stato il no alla conferma di Luigi Signorini nel direttorio. L’operazione non è passata, ma il messaggio era chiaro: mettere sotto tiro tutti gli alti dirigenti della banca centrale. Il disegno di legge di Giorgia Meloni per nazionalizzare palazzo Koch è quanto meno velleitario. Matteo Salvini ha detto che in tutto il mondo le banche centrali dipendono dai governi, anche se non è così e la più grande di tutti, la Federal Reserve americana, lo dimostra. Altrettanto azzardato è utilizzare l’oro di via Nazionale per finanziare la spesa pubblica, qui è stato Mario Draghi a scendere in campo per dire che non si può fare e la Bce lo impedirebbe. In ogni caso, ci sono ben due disegni di legge depositati in Parlamento, uno della Lega e uno del Movimento 5 Stelle.

Tutto questo fuoco incrociato probabilmente non porterà a nulla di sostanziale, ma servirà a indebolire la Banca d’Italia e soprattutto il suo governatore. Ignazio Visco è stato confermato dal governo Gentiloni nonostante Matteo Renzi lo volesse cambiare per ragioni sostanzialmente elettorali, cioè per offrire un capro espiatorio e ammorbidire la campagna populista soprattutto su Banca Etruria. Il tentativo è stato stoppato ancora una volta da Mattarella e da Draghi. Tuttavia, dalla fine di ottobre, quindi tra sette mesi appena, Draghi non sarà più presidente della Bce. E il nuovo governatore, chiunque venga scelto, sarà senza dubbio meno attento ai giochi di potere italiani. Proprio mentre l’Italia si troverà ad adottare una politica economica molto severa e a dover dannarsi per uscire dal pantano della stagnazione. 

Quando Draghi se ne sarà andato, dunque, chi difenderà gli attuali vertici della Banca d’Italia con l’autorevolezza e l’efficacia manifestata dall’ex governatore? Su questo contano i due partiti di governo e non a caso alzano adesso il tiro. Sparano al bersaglio grosso, chiedono il massimo, per ottenere un risultato che potrebbe essere più a portata di mano: un cambio al vertice in modo da collocare un governatore che spinga le banche a comprare ancor più titoli di stato e chiuda un occhio se il disavanzo pubblico sfonda il 3% nel rapporto tra debito e prodotto lordo. 

In una delle sue ultime considerazioni finali, un governatore potente e autorevole come Guido Carli, dopo aver tuonato contro “le arciconfraternite del potere”, giustificò così la sua scelta di stampare moneta per finanziare l’aumento del debito pubblico: non potevamo comportarci da sovversivi. Ebbene, chi fa oggi il sovversivo? 

Volksbank: approvato bilancio 2018 con utile di 34,3 mln di euro e dividendi per 13 mln

 Assemblea Volksbank
Assemblea Volksbank

L’Assemblea dei soci di Volksbank (che ha assorbito la Banca Popolare di Marostica, ndr) ha oggi approvato il bilancio 2018, oltre ad ulteriori punti all’ordine del giorno, ha eletto il nuovo Collegio sindacale, deciso la costituzione di un fondo acquisto azioni proprie e – nella parte straordinaria – inserito il Gruppo bancario a Statuto. Ha partecipato all’ Assemblea oltre il 22 percento del capitale.

Da sx Presidente Volksbank Otmar Michaeler, Direttore generale Johannes Schneebacher
Da sx Presidente Volksbank Otmar Michaeler, Direttore generale Johannes Schneebacher

Volksbank ha chiuso l’esercizio 2018 con un ottimo risultato di bilancio. “Abbiamo realizzato un utile netto di 34,3 milioni di euro – un obiettivo ambizioso che l’anno passato abbiamo annunciato e saputo raggiungere. Volksbank quindi si rafforza come Banca regionale di riferimento del Nord-Est”, ha dichiarato il Presidente Otmar Michaeler. I punti salienti dell’esercizio trascorso:

  • Crescita del core business

Il totale attivo di bilancio supera per la prima volta la soglia di 10 miliardi, grazie alla crescita del core business, che ha visto lo sviluppo delle quote di mercato nel bacino d’utenza, sia per le imprese sia per le famiglie.

  • Aumento della redditività caratteristica

Il ROTE (return on tangible equity/rendimento del patrimonio netto tangibile) si attesta al 4,9% (3,2% nel 2017). La forte crescita dei finanziamenti in bonis a clientela (6,8 mld euro/+9,0%) e della raccolta (7,7 mld euro/+4,5%), si è riflessa positivamente sul margine di interesse (165,4 mln euro/+8,9%) e sulle commissioni nette (89,1 mln euro/+1,0%).

  • Quota crediti deteriorati ulteriormente in calo

La quota dei crediti deteriorati (NPL/non performing loans) rispetto al totale dei crediti lordi si attesta all’8,7% in riduzione rispetto al 12,9% di fine 2017. Il valore è in linea con quello di fine 2014 (9,1%) subito prima dell’incorporazione del gruppo Banca Popolare di Marostica.

“In base all’utile netto di 34,3 milioni di euro il Consiglio ha proposto all’Assemblea di distribuire un dividendo di 0,27 euro/azione – complessivamente oltre 13 milioni di euro”, ha dichiarato Michaeler. La quota di utile non distribuita è imputata a riserva per rafforzare il patrimonio netto. L’Assemblea dei soci ha approvato a larga maggioranza la proposta, ha deliberato il bilancio e ha preso atto della “Rendicontazione non finanziaria” (Bilancio di sostenibilità).

Michaeler e il Direttore generale Johannes Schneebacher hanno presentato ai soci una panoramica sull’anno in corso: “Il nuovo esercizio è iniziato molto bene; vogliamo rafforzare ulteriormente il nostro core business”, ha sostenuto Michaeler. Il piano industriale continua a puntare sul modello di business di banca regionale profondamente radicata nel Nord-Est. “Attraverso una crescita solida e sana, puntiamo all’acquisizione di nuove quote di mercato nel bacino d’utenza attuale,” ha dichiarato Michaeler.

L’Assemblea dei soci ha eletto un nuovo Collegio sindacale per il triennio 2019-2021, nominando la lista di Astrid Kofler, Georg Hesse ed Emilio Lorenzon. La commercialista Astrid Kofler è la prima donna a far parte del Collegio sindacale della Banca – e in quanto prima della lista, in qualità di Presidente. I sindaci uscenti (il Presidente del Collegio sindacale Heinz Peter Hager dopo 9 anni e il sindaco Joachim Knoll dopo 15 anni) hanno deciso di non ricandidarsi per favorire il rinnovo del Collegio. “Ringrazio sentitamente Joachim Knoll – e in particolare Heinz Peter Hager – per il loro contributo e l’impegno profuso per Volksbank in un contesto sfidante”, ha detto Michaeler.

L’Assemblea dei soci ha confermato la composizione del Consiglio di amministrazione per il mandato 2020-2022 in dodici amministratori.

Come nuova società di revisione per il prossimo periodo di nove anni è stata nominata KPMG.

L’Assemblea dei soci ha preso atto della relazione sull’attuazione delle Politiche di remunerazione 2018 e ha deliberato l’adeguamento alle Politiche di remunerazione 2019.

L’Assemblea ha deciso – previa autorizzazione da parte delle Autorità – di istituire un Fondo acquisto azioni proprie, al fine di supportare la liquidità dell’azione Volksbank sulla piattaforma Hi-MTF. La compravendita sulla piattaforma sarà garantita da una società terza indipendente con un importo massimo di 5 milioni di euro. Il Fondo non sarà attivo nell’immediato, in quanto sono da perfezionare i presupposti formali.

Inoltre l’Assemblea dei soci ha approvato il regolamento dell’Assemblea con modifiche indirizzate ad agevolare la partecipazione dei soci.

Nella parte straordinaria dell’Assemblea sono state deliberate modifiche allo Statuto che recepiscono il Gruppo bancario Volksbank. Motivazione: a partire dalla seconda metà del 2019 la Banca intende emettere obbligazioni (covered bonds) per investitori istituzionali a rafforzamento della liquidità della Banca. Il Gruppo bancario è il presupposto per poter effettuare l’emissione di questo tipo di obbligazioni.

Il dividendo di 0,27 euro/azione sarà accreditato con valuta 3 aprile 2019 ovvero messo a disposizione del rispettivo intermediario depositario.

I principali dati di sintesi al 31.12.2018:
Attivo di bilancio 10,3 mld euro
Masse amministrate 18,4 mld euro
Raccolta 7,6 mld euro
Impieghi 6,7 mld euro
Margine di interesse 165,4 mln euro
Commissioni nette 89,1 mln euro
Utile netto 34,3 mln euro
ROTE* 4,9%
Quota NPL** 8,7%
Soci circa 60.000
Clienti circa 275.000
Collaboratori 1.327
Filiali 170
*return on tangible equity/rendimento del patrimonio netto tangibile

**La quota NPL rispecchia i crediti deteriorati in relazione al totale degli impieghi.

 

Volksbank con sede a Bolzano, è presente come banca regionale oltre che sul mercato d’origine dell’Alto Adige anche nel Nord-Est d’Italia nelle province di Trento, Belluno, Treviso, Pordenone Vicenza, Padova e Venezia. Le filiali di Volksbank complessivamente operative sono 169. La Banca (anno di fondazione 1886) annovera 1.300 collaboratori e circa 60.000 soci.

Magaldi: Michael Jackson massone, ucciso per una canzone

libreidee.org 31.3.19

«Se ci fossero ancora Roosevelt e Martin Luther King, queste cose non succederebbero». Chi l’ha detto? Michael Jackson, nientemeno. Anzi: lo ha cantato, nel brano “They don’t care about us” (non gliene frega niente, di noi). «Era il 1995, e probabilmente quei versi gli sono costati la vita», avverte Gioele Magaldi, esponente italiano del network massonico progressista internazionale nonché presidente del Movimento Roosevelt. “Testa scuoiata, testa morta: cibo per cani, tutti”. Noi e loro, l’élite. Osò ribellarsi, l’ex divo di plastica, intonando un martellante inno alla rivolta – memorabile il videoclip girato in una favela brasiliana, tra gli ultimi della terra, sotto l’occhiuta sorveglianza della polizia, presentata come il braccio armato degli oligarchi. Tema, l’ingiustizia sociale planetaria. Ovvia la citazione del reverendo King. Assai meno scontata – in bocca a “Jacko” – la seconda citazione: quella di Franklin Delano Roosevelt, il presidente del New Deal. Svelare l’arcano è meno difficile del previsto, se si tiene conto che l’autore di “Thriller” e “Billie Jean” faceva parte – addirittura dal 1975, pare – della massoneria di Prince Hall, la comunione iniziatica dei grandi artisti afroamericani, da James Brown a Ray Charles, incluso l’immenso Louis Armstrong.

Sul tema è intervenuto anche Gianfranco Carperoro, “rooseveltiano” quanto Magaldi, per spiegare un paio di cose. La prima: Prince Hall fu la risposta massonica dei neri, esclusi dalla massoneria bianca americana. «E cosa potevano fare per esprimersi, Michael Jacksoni neri, nell’America segregazionista? Cantare, naturalmente: far parlare la loro musica». Seconda notizia: Jackson fu assassinato perché il potere aveva capito che l’ex Peter Pan del pop mondiale poteva diventare pericoloso, se avesse convertito i suoi milioni di fan alla causa sociale contro questa globalizzazione a senso unico, dei ricchi contro i poveri. Michael Jackson massone? Ebbene sì, rivelano Magaldi e Carpeoro: fu avvicinato dal grande produttore Quincy Jones. Motore culturale della black music, la leggendaria Motown Records di Detroit: la vera fonte della Prince Hall Freemansonry. «Difenderemo la sua memoria», avverte Magaldi, «di fronte a una denigrazione spregevole come quella del documentario “Leaving Neverland”, che Robert Redford ha purtroppo presentato al Sundance Festival». Il regista, Dan Reed, si concentra solo sui presunti abusi sessuali che Michael Jackson avrebbe perpetrato nei confronti di due bambini di 7 e 10 anni, oggi trentenni: Wade Robson e James Safechuck. Conferma Gabriele Antonucci, su “Panorama”: «Lascia davvero perplessi la scelta di intervistare solo i due protagonisti e i loro stretti familiari, con primi piani, lacrime di prammatica e musichette d’atmosfera».

Il film, scrive Antonucci, «non offre quella pluralità di voci e quell’approfondimento che sono elementi indispensabili a ogni documentario degno di questo nome». Inoltre, aggiunge “Panorama”, «a fronte di accuse gravissime, appare davvero incredibile che il regista non si sia premurato di ascoltare o di riportare la versione dei fatti di uno dei rappresentanti legali o della fondazione che cura gli interessi di Jackson: il diritto alla difesa, in caso di accuse penalmente rilevanti, è costituzionalmente garantito in ogni Stato occidentale, in Usa come in Italia». Dal lungometraggio, di una durata parossistica (4 ore), «non sono emerse prove concrete che diano credibilità alle testimonianze», aggiunge Antonucci. C’è solo «uno sfilacciato taglia e cuci di immagini e dichiarazioni, il cui unico obiettivo è screditare Michael Jackson». Il regista Marcos Cabotà, presente alla “prima”, stronca il lavoro di Reed con queste parole: «Non riesco a credere a una sola parola delle due “vittime”. Cattiva recitazione. A volte, vergognosa. La regia e i testi sono addirittura peggio». Jackson uscì indenne dai processi Leaving Neverlandper pedofilia: innocente, per la giustizia Usa. Ma i giornali ridussero l’happy end a poche righe: niente a che vedere con l’inferno di titoli a tutta pagina, “sparati” per dare risalto alle infamanti accuse.

La prima piovve addosso all’eccentrico artista nel 1993, quando Evan Chandler, un ex dentista di Los Angeles (radiato dall’albo), raccontò che Jackson avrebbe abusato di suo figlio Jordan. Lo scandalo costò carissimo al cantante, impegnato in un tour planetario: anziché denunciarlo per tentata estorsione, “Jacko” sborsò a Chandler una cifra imprecisata, ma il suo sponsor – la Pepsi – rescisse il contratto. Poi l’accusa crollò: Evans, al telefono con l’avvocato, spiegò che voleva semplicemente vendicarsi: la sua ex moglie e Michael Jackson, che erano molto amici, si erano rifiutati di prestargli dei soldi. Non era finita: il piccolo Jordan denunciò suo padre per tentato omicidio. E nel 2009, cinque mesi dopo la morte di Jackson, Evan Chandler si uccise sparandosi alla testa, in una camera d’albergo. Ma i guai per il re del pop riesplosero nel 2003, quando Jackson fu addirittura arrestato per molestie ai danni del giovanissimo Gavin Anzo, malato di cancro e assistito dalla popstar. Nel 2005, però, Jackson fu assolto con formula piena (mai commesso reati), mentre la madre di Gavin fu condannata per frode fiscale. Ma intanto la demolizione pubblica era stata devastante: Michael Jackson era ridotto a un fantasma. E proprio mentre si stava finalmente riprendendo, con in programma il grande rientro sulle scene, a Londra, fu improvvisamente tolto di mezzo.

Lo stesso Carpeoro mette in relazione il caso Jackson con l’ex produttore dei Beatles, il geniale Phil Spector. Fu lui, dice, a presentare a Michael Jackson il dottor Conrad Murray, cioè il medico poi condannato per avergli somministrato la dose letale di Propofol, il 25 giugno 2009, a tre settimane dai concerti di Londra. Murray era in contatto con Spector, assicura Carpeoro, e lo stesso Spector aveva inutilmente chiesto a “Jacko” che gli cedesse i diritti dei Beatles, che Michael aveva acquisito. Dopo una lunga lite proprio su quei diritti era stato ucciso John Lennon: l’assassino, Mark David Chapman, dichiarò di aver agito obbedendo “al demonio”. Satanismo? Sempre Carpeoro collega Spector anche alla morte di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, uccisa alla vigilia della presentazione del film “Rosemary’s baby”. E’ la storia – terribile – di un bambino “consacrato a Satana”. «Il film – rivela Carpeoro – era la trasposizione dell’infanzia dello stesso Spector, figlio di genitori satanisti. Spector They don't care about usl’aveva confidata a Polanski, che però non avrebbe mai dovuto farne un film». Per l’omicidio di Sharon Tate finì all’ergastolo Charles Manson, anche lui in contatto con Spector: il produttore gli aveva promesso di farne una rockstar. Prima di morire, Manson chiese di incontrare Spector. Ma il produttore (a sua volta in carcere, per l’omicidio della sua compagna) si rifiutò di riceverlo.

Michael Jackson era davvero diventato così ingombrante? Qualcuno decise di causarne addirittura la morte, dopo aver tentato di distruggerlo sul piano dell’immagine con accuse devastanti, poi rivelatesi infondate? Ne è convinto Gioele Magaldi, che avvisa: alla fine la verità verrà a galla, sul complotto di cui è rimasto vittima il “fratello” Michael Jackson. Movente: la paura che “Jacko” mettesse in piazza gli abusi dell’élite globalista. Una macchinazione di cui il documentario “Leaving Neverland” sembra l’ennesimo capitolo, postumo, per provare – ancora una volta – a spegnere la memoria dell’artista che 24 anni fa gettò il suo guanto di sfida al potere neoliberista, con quelle parole indimenticabili. “They don’t really care about us”: viviamo in un mondo dominato da oligarchi; gente a cui non importa niente, di tutti noi. “E questo non succederebbe, se fossero vivi Roosevelt e Martin Luther King”. Magaldi l’ha precisato nel suo saggio “Massoni”: l’apostolo nero della lotta antisegregazionista, assassinato due mesi prima di Bob Kennedy, era un massone progressista esattamente come Roosevelt, di estrazione rosacrociana come il “Papa buono”, Giovanni XXIII. Ed è proprio allo spirito dei Rosa+Croce che Magaldi si ispira, anche in nome del “fratello” Michael, nel ribadire che il nostro mondo ha bisogno di una rivoluzione dell’uguaglianza fondata sui diritti, come quella invocata nel ‘600 negli storici appelli rosacrociani, da cui poi nacque il socialismo europeo. Prima o poi, verranno fuori anche i nomi di chi ha deciso che Michael Jackson dovesse morire, dopo aver citato Roosevelt e King?

Saracinesche a mezz’asta per i commerci luganesi

ANDREA BERTAGNI il caffè.ch 31.3.19

Le vetrine aperte domenica e fino alle 22.30 non bastano
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La città si aggrappa al lago, i negozianti ai clienti. Ma non tutti remano nella stessa direzione. Perché se il Municipio di Lugano chiede le aperture domenicali estive e orari prolungati per rilanciare il turismo, i commercianti si domandano se spetta a loro riaccendere il motore a un vascello ormai mezzo morto. “Non siamo noi che dobbiamo far ritornare la gente in centro – afferma Flavia Poggioli Jobs – è il turismo che deve essere promosso meglio”. Eppure la possibilità concessa dalla nuova legge sui negozi ci sarebbe. 
Gli esempi di Morcote e Ascona parlano da soli. E anche Locarno ci sta pensando. “Potrebbe essere una buona proposta – commenta Walter Morotti – ma il problema maggiore oggi sono i costi troppo alti degli affitti”. Umberto Rezzonico è ancora più drastico. “È troppo tardi per implorare una vocazione turistica: siamo diventati una città di provincia”. Anche Stefania Colombo ritiene che il treno sia già passato. “Via Nassa è desolatamente deserta – dice – magari potrebbe funzionare come idea, ma non pensiamo che possa far miracoli”. Tanto più che la concorrenza con l’Italia si fa sentire. A esserne convinta è Renata Crotta, che ha un’edicola “sommersa” da un cantiere stradale. E con un gruppo di negozianti della stessa via giovedì 4 aprile resterà aperta fino alle 22. Di proposito. “La domenica mattina non c’è in giro nessuno, la gente è abituata ad andare in Italia: o restiamo aperti tutti o nessuno”, dichiara.
Vittoria Fagetti ha un’enoteca vicino al quartiere Maghetti. “Il nostro è un negozio turistico ma la domenica non ci darebbe nulla di più, senza considerare  l’importante impegno economico”. Un concetto questo sottolineato anche da Davide Diasico. “Se lavorassimo anche domenica non avremmo più tempo libero, bisognerebbe quindi avere più personale”. Le pellicce vendute da Enea Petrini sono a due passi da piazza Riforma. “Aprire così a lungo significa diventare come un centro commerciale e per non perdere terreno nei confronti della concorrenza saremmo obbligati ad adeguarci”. Per Flavio Müller “se funziona, sarà ottimo – sottolinea – occorre seguire gli esempi sul lago di Garda, dove ai turisti non sono però offerti kebap e take-away ma negozi di qualità”.  
Alessandro Caputo è parrucchiere sulla salita Chiattone. “Avremmo bisogno di grandi eventi, come il congresso di medicina, inoltre abbiamo un Lac che è bellissimo ma non lo sfruttiamo come dovremmo”. Anche Andrea Compare è dello stesso avviso. La sua libreria si affaccia su piazza Cioccaro. “Il traino deve essere la cultura, altrimenti si possono anche estendere gli orari ma se i parcheggi sono troppo cari e arrivare in centro è difficoltoso la gente non arriverà mai”. 
David Loss ha scommesso sui cibi biologici. Ora vorrebbe che Lugano si impegnasse a favore dei commercianti. “La città è in fin di vita – segnala – bisogna promuovere l’economia, se si vuole dare una vera scossa”. Anche perché i turisti in estate hanno voglia di andare al lago, ma anche passeggiare tra le vetrine, soprattutto la sera. “Invece io alle 18.30 devo chiudere – dice Luca Fraccaroli, che vende cappelli – e non è questo il servizio che dobbiamo dare al turismo”. Ecco perché si dice favorevole. 
Flessibilità deve insomma essere la nuova parola d’ordine. Anche per Andrea Herber, un negozio di scarpe per bambini vicino alla chiesa di San Rocco, “dobbiamo evitare che la gente vada in Italia a fare la spesa”. Tutto giusto, tutto corretto, eppure, secondo Giovanna Bernasconi, non è abbastanza. “Siamo abbandonati a noi stessi, il piano viario è stato illogico e ne paghiamo le conseguenze: la verità è che manca il denaro, senza soldi non torna nessuno”. 
Neanche i luganesi, che per Simona Arrighi sono i principali clienti. E il lago lo vedono tutti i giorni.

abertagni@caffe.ch

31.03.2019

“Spiegherò l’origine della tela di Modigliani”

Mauro Spignesi Ilcaffe.ch 31.3.19

L’artista Pedro Pedrazzini indagato nell’inchiesta di Genova
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Il ritratto è quello di Chaim Soutine, l’artista russo che visse a Parigi dipingendo il disagio interiore e distruggendo spesso le sue opere quando era in preda agli attacchi di depressione. Una piccola tela di 55,5 centimetri per 35 che ha fatto allungare la lista degli indagati dell’inchiesta (sulla quale ha lavorato anche l’Fbi americana), sui “falsi” Modigliani aperta dalla magistratura di Genova. I sospetti, in quelle che ormai sembrano le ultime battute degli accertamenti, si sono allungati sullo scultore ticinese Pedro Pedrazzini. È lui ad aver prestato un quadro della sua collezione, appunto “ritratto di Chaim Soutine”, datato 1917, agli organizzatori della mostra su Amedeo Modigliani, allestita dal 16 marzo di due anni fa al palazzo Ducale di Genova, tra i quali figura anche l’attuale direttore dei servizi culturali della città di Locarno Rudy Chiappini. A segnare i sospetti sulla tela (se vera varrebbe un paio di milioni) sono stati due esperti di Modì: Marc Restellini e Carlo Pepi.
Pedrazzini dice di essere sicuro “della mia buona fede”, di poter chiarire tutto, di dimostrare la sua “assoluta estraneità” alle accuse che gli vengono mosse. Ed è per questo che ha “chiesto e ottenuto” di poter essere interrogato dal procuratore aggiunto di Genova Paolo D’Ovidio che sta seguendo l’inchiesta sui “falsi” Modigliani. In tutto 21 opere ritenute – almeno secondo l’accusa – non attribuibili al cento per cento al celebre artista toscano. Lo scultore ticinese Pedro Pedrazzini è finito nel registro degli indagati (un atto obbligatorio in Italia se si fanno accertamenti su una persona) per aver prestato il quadro della sua collezione agli organizzatori della mostra, allestita nel marzo di due anni fa a Genova. 
Pedrazzini durante l’inchiesta è stato prima sentito in rogatoria dagli agenti della polizia di Lugano e poi dagli investigatori italiani. In prima battuta, come è scritto nella lunga relazione di 227 pagine dei carabinieri del Nucleo tutela beni culturali che hanno effettuato le indagini, Pedrazzini ha affermato di aver “informato Rudy Chiappini, in un periodo antecedente l’apertura della mostra, che il dipinto ritratto di Chaim Soutine 1917, a seguito di due distinti studi da egli stesso commissionati all’Istituto Restellini, era stato ritenuto non attribuibile all’opera di Modigliani”. Una dichiarazione portata a carico dell’accusa dai carabinieri che tuttavia stride poi con le conclusioni della relazione dove invece si sostiene che Pedrazzini – e per questo viene segnalato al magistrato – abbia concesso in prestito l’opera “tacendo le informazioni in possesso agli organizzatori”. 
Chi ha ragione? “Io non ho mai nascosto nulla – spiega lo scultore al Caffè – e ho quattro documenti dove si attesta che il quadro è autentico. È un’eredità di mio padre. I musei tuttavia pretendono sempre certificati attuali e alcuni contraddicono i precedenti. Ma io sono tranquillo perché il mio ritratto è stato esposto anche in altre mostre. Una al Centre Pompidou di Parigi dove evidentemente, dato il prestigio del museo, non viene esposta un’opera che si ritiene anche solo di indubbia attribuzione. E non avrei mai prestato una tela dubbia”. Sul ritratto di proprietà di Pedrazzini sono stati prodotti ai magistrati diversi documenti. E i periti dei magistrati, nell’ambito dell’indagine, hanno svolto diverse analisi. In particolare su una scritta “Sou” che sarebbe stata realizzata con colori “non coerenti con il periodo storico”, cioè il 1917. L’opera è stata tuttavia restaurata da un professionista di Ascona, Alfredo Mordasini, nel 1963. E dunque le tracce di materiale “moderno” rispetto al periodo storico della sua realizzazione potrebbero arrivare proprio dal restauro.

mspignesi@caffe.ch

31.03.2019

L’istituto finanziario italiano rileva la banca privata di Ginevra

finews.ch 23.8.17

Banque Morval, Ginevra

Il consolidamento del private banking svizzero richiede un’altra vittima: una banca privata ginevrina entra nelle mani di una grande banca italiana.

Ora la speculazione su cui hanno anche finews.ch segnalati , vere: La Ginevra Banque Morval è rilevata da Intesa Sanpaolo, la più grande banca retail italiano, in quanto le due società il Mercoledì informati affrettata.

L’acquisizione di Intesa Sanpaolo è un passo di espansione nella Svizzera occidentale, in quanto l’istituto dispone già di una filiale bancaria privata a Lugano. È presente anche a Londra e in Lussemburgo. Intesa Sanpaolo e gli azionisti di Morval Vonwiller Holding avevano raggiunto un accordo, ha detto.

Alla ricerca di acquirenti

Di conseguenza, Moral Vonwiller Holding, tra cui Banque Morval, che appartiene alla holding, diventerà proprietà del gruppo bancario italiano. La transazione è stata ipotizzata per diverse settimane. La Banque Morval aveva cercato attivamente compratori o potenziali partner , come aveva riferito finews.ch .

I fondatori di Morval Vonwiller Holding, la famiglia Zanon di Valgiurata, manterranno una quota di minoranza in Banque Morval e continueranno a essere coinvolti nella gestione della banca.

Vantaggi anche per i dipendenti

Intesa Sanpaolo vuole rafforzare l’acquisizione del private banking internazionale. L’acquisizione dovrebbe anche portare vantaggi per i clienti e i dipendenti di Banque Morval. Non è noto se sia interessato dal lavoro di acquisizione. 

Morval ha una tradizione di oltre 40 anni. L’istituto è stato fondato nel 1974 come gestore patrimoniale. Nel 1989 ha ricevuto la licenza bancaria e da allora è stata chiamata Banque Morval. La sede principale è a Ginevra e ha una filiale a Lugano. Banque Morval sostiene di avere un patrimonio di circa 3 miliardi di franchi svizzeri e impiega 70 persone.

Per un euro

Intesa Sanpaolo si descrive come uno dei principali gruppi bancari in Europa, con sedi in Europa orientale, Medio Oriente e Nord Africa. In Italia, la banca ha una vasta base regionale.

Intesa Sanpaolo si è fatta un nome lo scorso giugno quando ha rilevato Veneto Banca e Banca Popolare di Venezia per un euro. Questo, dopo che lo stato italiano aveva salvato i due istituti per un totale di 17 miliardi di euro. 

Per Banque Morval, Intesa Sanpaolo avrà pagato più di un euro simbolico. Informazioni sul prezzo di acquisto ma nulla è diventato noto.