Case chiuse: pro o contro?

La redazione  lintellettualedissidente.it 2.3.19

Matteo Salvini si è detto favorevole alla riapertura delle case chiuse così da aumentare gli introiti statali, estromettere le mafie dal mercato della prostituzione e proteggere clienti ed operatrici. Dopo le sue parole è scoppiato il caos, per questo oggi vi presentiamo un inedito duello tra nostri redattori. Da un lato Alessio Mulas, favorevole ad una liberalizzazione prudente, ma sofferta; dall’altro Emanuel Pietrobon, assertore di quel modello svedese basato su di un proibizionismo repressivo ed educativo.

A prostitute? Solo con Pasolini e Gioachino Belli

di Alessio Mulas

Lancio d’agenzia. Prostituzione, Salvini: “Sì alla riapertura delle case chiuse”. Volano stracci sui social (esticazzi). Rido per un secondo per quel Prostituzione virgola Salvini, poi torno serio e mi viene in mente un brano di Pasolini.

Trovatosi di fronte al momento di tensione, di liberazione, di conquista che il sesso femminile cominciava a vivere con l’avvento della civiltà dei consumi, lo scrittore ricordava ne I giovani infelici che una libertà regalata non può vincere le secolari abitudini alla codificazione. La chiusura delle case di tolleranza, per quanto giustificata dal livellamento delle posizioni tra uomo e donna, non eliminò il codice atavico che vuole la donna darsi all’uomo in cambio di denaro. 

Ahinoi, la prostituzione sopravvisse alla Legge Merlin. Essere contro le case chiuse, contro la prostituzione, significa essere contro un fatto. Si può essere contro un fatto? Non lo nego, lo statuto di “fatto” non basta per legittimare un fenomeno, un comportamento, un rapporto. Tuttavia, affinché non si cada nello scontro di metafisiche, possiamo galleggiare sulla superficie del dato storico e lanciarci in quattro rapide considerazioni. Innanzitutto quello tra prostituta e cliente nel vigilato contesto della casa di tolleranza è un rapporto regolato da norme, un patto liberamente sottoscritto tra due individui con la mediazione della tenutaria del bordello.

In secondo luogo, dobbiamo fare i conti con la realtà della prostituzione odierna, impastata di sfruttamento e catene ben più pesanti di quelle economiche – penso alla prostituzione dall’Africa nera, soggetta a ritivoodoo che legano l’anima delle ragazze alla maman, la donna a cui obbediscono. Dovremmo dire impastata pure di violenza, ma ammettiamo senza paraculismi che una dose di rimossa violenza è insita nella prostituzione legale, finanche nel libero rapporto tra maschio e femmina, su cui gli antropologi avrebbero molto da dire. Siamo di fronte a due circostanze, e la nostra teologia morale suggerisce di scegliere il male minore.

Numero tre, dalla teologia alla tautologia. Persino Santa Madre Chiesa non disdegnò i bordelli, quando l’Italia centrale era suo possedimento. Sarà pure un luogo comune, eppure serve a smuovere la melma dell’eterno dibattito fra illuminati chiusisti e zozzi apertisti. E poi, se posso, senza le scappatelle poco ortodosse di papa Alessandro VI non avremmo avuto Cesare Borgia, e con lui le riflessioni di Machiavelli e Nietzsche. Perché Gesù possa redimere la peccatrice Maddalena, c’è bisogno di una Maddalena. Dopotutto Lina Merlin, madre della legge omonima, era socialista e animata da ideali umanitari, e quando si parla di umanitarismo occorre mettere mano, se non alla fondina, almeno alle orecchie.

La quarta considerazione è ancora pasoliniana, e pone sul tavolo della discussione una distinzione che è bene non ignorare. Leggo nelle Lettere luterane: 

Chi è a favore dell’aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell’aborto. Il problema non è di essere a favore o contro l’aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione.

La distinzione può sembrare un sofisma, ma si fonda sulla differenza tra ciò che è e ciò che vorremmo fosse, tra l’essere e il dover essere, in altre parole tra la realtà bruta e il sogno della legge, come è stato definito. Sogno, appunto, perché non basta eliminare i luoghi di prostituzione dalle carte dello Stato perché questi scompaiano davvero, insieme alle secolari abitudini alla codificazione.

Ammetto che le precedenti considerazioni possono essere lette come un esercizio di fariseismo, ma nessuno potrà negare che sottrarre agli italiani il luogo della pedagogia dell’esperienza, delle prime braghette in fiamme, degli occhi spalancati davanti alle fiche umide, ha significato sottrarre gli stessi italiani al loro autentico modo di essere. Li ha privati della loro nitida ipocrisia. Perché solo un popolo di santi, navigatori, poeti e parcheggiatori in doppia fila quale noi siamo, può partorire tanto i ben diffusi ladri onesti quanto i fedeli mariti traditori. Non sono “a favore” della prostituzione. Sono per una legalizzazione sofferta e prudente. Una legalizzazione, se possiamo dir così, passatista, libertaria, romantica, che se ne freghi delle ragioni sanitarie, tributarie, morali, e sia un epitaffio sulla nostra cattiva coscienza: non si paga una donna perché venga a letto con te, si paga una donna perché dopo se ne vada. Una legalizzazione che sia dunque liberazione degli istinti poetici, perché basti un mazzetto di lire per riconoscersi nei versi di Gioachino Belli: 

È un gran gusto er fregà! ma ppe ggodello / più a cciccio,ce voria che ddiventassi / Giartruda tutta sorca, io tuttuscello.

Sconfiggere la prostituzione, non legalizzare

di Emanuel Pietrobon

I reati non si combattono abrogandoli dal codice penale, così come la disgregazione dei valori, dell’etica e della morale degli individui non si combatte sposando il nichilismo. L’ultima tendenza che ha preso piede nei paesi occidentali è tanto miope quanto controproduttiva: abolire il reato, trasformarlo in un atteggiamento consono al costume comune, ed aumentare le entrate pubbliche attraverso la sua legalizzazione. Sta succedendo con le droghe, e adesso anche con la prostituzione. Lo stato sta dirigendosi verso l’azzeramento delle proprie prerogative paternalistiche sugli individui, acconsentendo alla trasformazione di vizi in diritti inviolabili e sacrosanti.

Non si tratta di ritornare al fallimentare proibizionismo americano degli anni ruggenti, perché uno stato di professione liberaldemocratica non può proibire e punire ciò che ritiene essere una libertà inviolabile del singolo. Lo stato, piuttosto, deve riscoprirsi padre, guida morale e custode della cultura nazionale, educando i cittadini al discernimento.

Secondo il Codacons, il mercato del sesso a pagamento in Italia vale circa 3 miliardi 900 milioni di euro, e coinvolge quasi 100mila operatrici del sesso e 3 milioni di clienti. Guardando ai numeri, il mercato della prostituzione italiano è uno dei più floridi in Europa. Ed è proprio il tornaconto economico a muovere la nuova battaglia culturale di Matteo Salvini, che vorrebbe abrogare la legge Merlin, che dal 1958 ha abolito la regolamentazione della prostituzione, introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento.

Spesso si guarda al modello tedesco come punto di riferimento, anche se Salvini ha dichiarato di preferire quello austriaco, sostenendo che la legalizzazione abbia eliminato la tratta delle schiave sessuali, estromesso le mafie dal settore, ridotto la trasmissione di malattie sessuali tra operatrici e clienti, beneficiando anche le casse dello stato. Al di là degli slogan propagandistici, la realtà è ben diversa. Secondo uno studio dell’università di Heidelberg, la legalizzazione della prostituzione non ha risolto il problema dello sfruttamento e neanche posto fine alla tratta di schiave dall’Est Europa; fenomeni che sono invece stati alimentati indirettamente dal nuovo quadro legislativo.

Inoltre, come ogni altra attività economica, anche la prostituzione risponde alle esigenze richieste dal mercato di flessibilità e competitività. Questo ha portato alla nascita di case del sesso a basso costo, che offrono prestazioni accessibili a prezzi irrisori, risparmiando sulla salute delle prostitute – costrette ad orari di lavoro lunghi ed estenuanti, a soddisfare anche le perversioni più estreme e a tacere su eventuali violenze subite dai clienti attraverso le minacce.

È una bufala anche la tesi dell’estromissione del crimine organizzato dal settore. La legalizzazione ha infatti semplicemente portato prostitute e protettori dalla strada alle case, contribuendo indirettamente a migliorare il livello dello sfruttamento e gli introiti del mercato. La situazione tedesca, in particolare, è così tragica da aver portatoAlice Schwarzer, figura di primo piano del femminismo di seconda e terza ondata sia in patria che in Francia, a denunciare pubblicamente diverse volte il palese fallimento dell’esperimento della prostituzione legale, che da giovane aveva invece sostenuto.

La Germania sperava di diventare un’oasi del sesso, ma s’è invece convertita in un inferno: invasione di giovanissime prostitute dall’Est Europa, sfruttamento in aumento per attirare clienti, arrivo di turisti del sesso da tutto il continente alla ricerca di giovanissime disposte a soddisfare per pochi euro le fantasie indicibili di pervertiti di ogni età, decine di prostitute uccise durante le prestazioni da clienti violenti. Ma le entrate garantite dal mercato, circa 15 miliardi di euro annui, interrompono sul nascere ogni dibattito politico sulla questione. Preso atto di ciò, secondo la Schwarzer il paese ha di fronte soltanto due possibilità: proibizionismo o modello svedese.

Quest’ultimo sarebbe da emulare anche nel resto del mondo, e non è un caso che si stia diffondendo gradualmente anche in altri paesi dell’Ue, perché si è rivelato capace di quasi azzerare l’esistenza della prostituzione nel paese attraverso sanzioni salate ai clienti e programmi di sensibilizzazione diretti ai cittadini, sullo sfondo di uno stato sociale funzionante capace di garantire alla maggior parte della popolazione elevate condizioni di vita.

La Svezia è l’unico paese d’Europa in cui il proibizionismo ha funzionato, perché al tempo stesso repressivo ed educativo. Secondo Simon Häggström, ispettore e protagonista della guerra alla prostituzione in Svezia, la legalizzazione è fallimentare perché i suoi sostenitori non capiscono che dietro la scelta di vendere il proprio corpo, nella maggioranza dei casi, ci sono costrizione o precarietà materiale. Häggström ha anche spiegato come in Germania, tra l’80% ed il 90% delle operatrici sessuali regolarmente attive sia vittima di tratta.

Infine, è doveroso trattare un argomento fortemente trascurato quando si discute di prostituzione: la psicologia di clienti e prostitute. Secondo il Journal of Interpersonal Research, tra i consumatori del sesso a pagamento si registrano un’incidenza elevata di predatori sessuali e violentatori e mancanza di empatia nei confronti della prostituta, considerata a tutti gli effetti un oggetto che è stato pagato in cambio di un servizio. Al tempo stesso, più frequente è il ricorso al sesso al pagamento, maggiore è la tendenza all’oggettificazione delle donne in generale e alla radicalizzazione delle fantasie sessuali.

Proibizionismo svedese o modello tedesco? L’Italia decida bene quale direzione prendere.

Una donna alla finestra

Una donna alla finestra

Pierre Drieu La Rochelle
244 pagine
14.00€ 12.00 €

Per approfondire

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: