L’abuso di oppiodi spaventa anche la Francia: prima causa di morte da overdose

tempi.it 3.3.19

Non ha certo raggiunto il livello degli Stati Uniti, ma anche la Francia ha un problema sempre più grande con l’abuso di oppioidi come codeina, tramadolo e OxyContin. Secondo un rapporto pubblicato il 20 febbraio dall’Ansm, l’Agenzia nazionale che valuta la sicurezza dei farmaci, il numero di ricoveri legati all’uso di potenti antidolorifici è triplicato tra il 2000 e il 2017 con una crescita del 167 per cento e un aumento delle vittime tra il 2000 e il 2015 pari al 146 per cento.

PRIMA CAUSA DI MORTE DA OVERDOSE

Come riportato dal Monde, nel 2015 circa dieci milioni di francesi hanno assunto un oppioide. L’abuso di questi farmaci causa tra le 200 e le 800 vittime all’anno, costituendo così la prima causa di morte per overdose in Francia. L’overdose da eroina, ad esempio, ha ucciso 90 persone nel 2016, il metadone 140.

«L’EROINA DELL’UOMO COMUNE»

Pierre Chappard, presidente dell’associazione PsychoActif, ha definito ad esempio codeina e tramadolo «l’eroina dell’uomo comune». Sottolineando l’importanza degli analgesici per trattare il dolore, l’Ansm ha sottolineato il rischio di dipendenza, diventato ormai una «delle preoccupazioni principali delle autorità sanitarie».

La prescrizione di questi farmaci in Francia è molto controllata e per questo il paese è ancora lontano dai numeri americani, dove si contano un centinaio di morti al giorno. Nonostante questo, la situazione comincia a diventare preoccupante. Soprattutto Oltralpe si abusa della morfina come vero e proprio sostituto di altre droghe. Ed è proprio a questa piaga, e a come combatterla, che Tempi ha dedicato il suo numero di febbraio. 

[Foto Ansa]

Così era scritto

comedonChisciotte.org 8.3.19

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Errare humanum est, perseverare diabolicum

La disfida che va in scena in questi giorni non è la mera vicenda di fare o non fare un tracciato ferroviario: è un discrimine, apparentemente troppo “caricato” di nodi politici che sono venuti al pettine. Ma, osservando con più attenzione gli eventi, si può affermare che non poteva non accadere, e non per mera convenienza di questo o di quel partito: sono in gioco i valori fondanti di un partito (M5S) e una parte dei valori dell’altro (Lega).

Sorvoliamo brevemente la vicenda:

1) E’ verissimo che i traffici ferroviari sulla linea incriminata sono in calo costante, dal 1992 ad oggi;

2) E’ altrettanto falso che la TAV sposterebbe volumi di traffico dalla gomma al treno, poiché questo evento – di per sé utilissimo – comporta altre azioni, ossia una gestione intermodale dei trasporti che in Italia è ancora oltre l’orbita di Saturno, e nessuna TAV le sposterebbe di un millimetro. Chi non ne è convinto, prima si legga il mio “Il futuro dei Trasporti” (pdf) e poi ne riparliamo (1);

3) Un investimento su infrastrutture ferroviarie sarebbe più utile e meno costoso se si raddoppiasse – finalmente! – la linea costiera, tuttora a binario unico e fatiscente, fra Finale Ligure e Ventimiglia.

Questo, ultimo punto, richiede alcune precisazioni.

A parte che converrebbe rifare totalmente la linea spostandola più a monte (come è stato già fatto per la Savona – Finale Ligure), giacché le differenze di costo da un binario unico ad uno doppio sono minime, ci sarebbero altre ragioni per farlo: chi usa queste linee di trasporto per le merci?

Principalmente, si tratta di trasporti provenienti dal Sud della Francia e dalla penisola iberica (o dai suoi porti) che viaggiano verso l’Europa dell’Est e viceversa, o diretti in Italia: chi sbarca a Cherbourg od a Rotterdam, non passa certo per Bardonecchia, avendo a disposizione una linea più diretta che, attraverso la Germania, poi va ovunque. Si aggiunga che la stessa Maersk sta attrezzando Vado Ligure come secondo porto europeo per le merci del Sud Europa, in alternativa alla sempiterna Rotterdam.

Quali sono le ragioni per le quali questa scelta è la più conveniente?

1) Chi sale dalla penisola iberica verso – poniamo – Trieste o Tarvisio, cerca l’arco minimo, perché più corto e più conveniente: perché dovrebbe salire fino a Lione per ridiscendere a Torino? Inoltre, già a Savona, c’è una prima tri-forcazione ferroviaria: verso Torino, verso Milano (via Acqui, Alessandria) e verso Genova. Tutte linee elettrificate, solo la Cairo-Acqui è a binario unico, ma la notte è deserta e con scarso traffico diurno.

2) C’è già una forte concorrenza – segno che il mercato è vivace e la richiesta c’è – fra la ferrovia ed il mare: la Grimaldi ha due enormi traghetti che fanno la spola fra Genova e Barcellona, ciascuno dei quali porta circa 300 TIR.

In definitiva, la TAV servirebbe soltanto ai traffici frontalieri fra l’Italia e la Francia centrale, che sono quelli che sono e non sono destinati ad aumentare: è stato il “sogno” della commissaria ai trasporti della UE Loyola de Palacio (1950-2006), che la pensò in anni lontani, senza nemmeno riuscire a convincere gli spagnoli a fare un tunnel sotto i Pirenei: nessuno le diede ascolto.

Ho condensato in poche righe un discorso che sarebbe enorme, ma questo non è un libro ma solo un articolo, perciò andiamo alle conclusioni più politiche.

Oggi, i due attori di governo, o trovano una sintesi soddisfacente oppure il governo va a casa: hanno giocato fino all’ultima carta e, quando Salvini ha tentato di giocare duro, stavolta Di Maio ha risposto “vedo”.

Perché?

Perché la TAV non è soltanto una ferrovia, è un simbolo di questa Unione Europea (e della sua mammella del Liberismo sfrenato) contro il quale il M5S ha cercato di opporsi, mentre la Lega ha semplicemente cavalcato la tigre. Il governo ha dovuto cedere dove c’erano penali su contratti firmati (da altri) che non concedevano spazi, vedi TAP e Italsider.

Qui, si è di fronte a due scelte: quando si commette un errore, è meglio scusarsi e riconoscerlo oppure correre fino in fondo alla china e poi urlare “Si salvi chi può”? Perché la TAV, proprio questo è: fra vent’anni porteremo i nostri nipoti ad osservare i ruderi della possente, ed inutile ferrovia?

Sarebbe sciocco vedere in questo scontro la classica tenzone fra destra e sinistra, perché questi nove mesi di governo, se non altro, hanno dato una potente picconata a questo granitico concetto. “Lo dice perché è di sinistra”, “ma se è di destra…”

Eppure, non tutti i 5S sono poveracci che aspettano il RdC e non tutti i leghisti sono imprenditori che aspettano di “ciucciare” dalla TAV. Ossia, una parte dei rispettivi elettorati ha scoperto che, forse, per la prima volta da tanti anni, qualcuno cercava di fare l’interesse degli italiani. In modo bipartisan, magari commettendo degli errori, delle ingenuità…ma hanno apprezzato il coraggio di provarci, almeno.

Difatti, la stampa di regime non è stata tenera, né con il M5S e né con la Lega. Ma gli elettori non hanno accolto molto bene lo “stop” al governo di Salvini, condito con i “contatti” fra Grilli, Saccomanni, Draghi ed il sottosegretario leghista e Giorgetti, che anche le margherite sanno essere il trait d’union fra Berlusconi e Salvini.

Tornare a sentir parlare di decreti “mille proroghe” approvati sul filo di lana, grazie al provvido soccorso di +Europa più qualche franco tiratore del PD solletica l’appetito? Può essere, ma l’appetito si trasforma presto in mal di stomaco. Soprattutto quando si rammenta quel contratto, firmato, di governo…già…perché non ho contato fino a dieci…

Credo che Salvini, questa volta, cederà, perché ha compreso che un (inevitabile) ritorno sotto l’ala del cavaliere sarebbe la sua fine politica.

Da un lato chi si pone il problema di risolvere cose per la gente (senz’altro più difficile), dall’altra chi si pone l’obiettivo di rimpinguare i bilanci delle holding del cemento e del ferro (senz’altro più facile): scegliere, scegliere, scegliere.

 

Carlo Bertani

Fonte: : http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/03/cosi-era-scritto.html

8.03.2019

 

1) https://www.macrolibrarsi.it/ebooks/ebooks-il-futuro-dei-trasporti.php

Cattolica, verso una battaglia in assemblea. Nel mirino il presidente Bedoni


R.M.05-03-2019 — finanzareport.it

L’associazione Cattolica al centro è pronta a presentare una lista di candidati con l’obiettivo di ribaltare i vertici

Cattolica

Primi minuti di contrattazione in tono positivo per Cattolica mentre emergono indiscrezioni su un’imminente battaglia in assemblea tra fronti contrapposti.

Secondo quanto scrive il Sole 24 Ore, l’associazione Cattolica al centro, presieduta dal commercialista Michele Giangrande, intende proporre all’assemblea del 13 aprile una lista di candidati per procedere con un ribaltone al vertice della compagnia nel segno della totale discontinuità.

Si tratta di un progetto in totale contrapposizione con le strategie dell’attuale Cda uscente che punta su una conferma dei vertici guidati dall’ad Alberto Minali e dal presidente Paolo Bedoni. Cattolica al centro avrebbe messo nel mirino proprio Bedoni ma il suo obiettivo di un radicale cambiamento del consiglio di amministrazione non è facile da raggiungere alla luce del basso consenso ottenuto in due altre assemblee del passato.

Alle 9,24 le azioni della compagnia veronese segnano un rialzo dello 0,52% a 8,72 euro.

Come vivremo quando il Tav sparirà dai media?

8 Marzo 2019 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Anche a voi è sembrato che mancasse un elemento del tragicomico guazzabuglio Tav? Che fortuna, provvede a colmare la lacuna il governatore del Piemonte, il dem Chiamparino. Egli, rabbioso, minaccia con una punta d’ironia: “Conte”, questa l’esternazione, “ci ha spiegato a lungo che l’acqua calda può scottare e, abbiamo capito che il governo ha deciso di non decidere, adducendo con la scusa nuovi approfondimenti con partner che da anni hanno già approfondito. Lunedì giornata decisiva: se i bandi non partono si perdono una parte dei fondi europei e l’opera rischia di essere definitivamente affossata”. Di qui l’appello alla mobilitazione di imprenditori, sindacati, professionisti, associazioni. Chiediamo se pensa anche a sommosse di piazza e barricate, a una guerra civile tra sì Tav e no Tav.
Munitevi di cronometro (ce n’è uno anche sugli smartphone)e scandite il tempo che passa ogni sessanta secondi. Minuto dopo minuto, il debito del nostro Paese aumenta di 70mila euro, ovvero di 4milioni e 200mila ogni ora, di 100 milioni al giorno, tre miliardi al mese, cento miliardi all’anno. La cifra impressionante di duemilatrecentocinquanta miliardi a cui ammonta il debito totale cresce con l’andamento descritto e, tra l’altro, l’Italia paga 69 miliardi all’anno di interessi. Cosa propone la Lega per uscire dal baratro? Di vendere gli immobili di proprietà demaniale o, in alternativa di ristrutturare il debito allungando i tempi della rata di trent’anni. Questo indica il leghista Perosino. A prescindere dal fermo scetticismo della Germania e dei Paesi del Nord Europa, capite in che mani siamo capitati? Provate ora a contare tutti i sessanta secondi che nell’arco di ogni giornata esauriscono l’iniziativa politica del governo gialloverde con la zuffa sul Tav, che maschera lo spaventoso approssimarsi dell’Italia alla iattura delle recessione ed ecco, saprete a quali mani, il 4 marzo del 2018, l’Italia si è consegnata.
Di sfuggita: anziché starsene nell’ombra, per ammortizzare i danni d’immagine effetto di una nuova indagine che lo vede alle prese con la giustizia, Berlusconi rischia visibilità negativa lanciando uno spot pubblicitario per Salvini premier. Con quali voti? “Mi risulta che siano molti in Parlamento, anche fra i Cinque stelle, disponibili per convenienza, per calcolo o per senso di responsabilità, a sostenere un nuovo governo senza passare per nuove elezioni”. Che ne pensate? Il Berlusca merita l’ attestato di portacolori dell’etica in politica.
Se l’onere fiscale fosse progressivo, cioè più consistente in relazione ai livelli di reddito alto-altissimo e meno gravoso per quelli bassi-bassissimi, quanto sarebbe giusto imporre alla famiglia Ferrero, quella della Nutella, la più ricca tra i nababbi italiani, in testa alla graduatoria con un patrimonio di 22,4 miliardi, a Del Vecchio di Luxottica, con 19.8 miliardi? Meglio non azzardare cifre, c’è il rischio di fughe ancora più clamorose di capitali nostrani al sicuro nei paradisi fiscali. Non solo maschi nella classifica dei miliardari italiani. Massimiliana Landini Aleotti, erede dell’Industria Farmaceutica Menarini, è stata tra le top ten delle donne più ricche del mondo (ora è accreditata del patrimonio di 7,4 miliardi di euro). Gli altri protagonisti di casa nostra presenti nel World’s Billionaires sono arcinoti: Berlusconi, Bertelli e signora Miuccia Prada, Piero Ferrari figlio del fondatore dell’auto in assoluto più ambita, Giorgio Armani, i Benetton. Quanto è forte la curiosità di conoscere le loro dichiarazioni dei redditi?
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TAV & MAFIE / DALL’INCHIESTA DI FALCONE E BORSELLINO AI VERBALI DI ANGELO SIINO

8 Marzo 2019 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Come mai nella list “costi benefici” a proposito del TAV nessuno ha preso in considerazione il rischio mafie? Perché nessuno se ne fotte, mentre ormai tutti danno i “numeri” come neanche nella lotteria più pazza del mondo?
Perché lo sceriffo Matteo Salvini, da primo inquilino del Viminale, dimentica questo fattore strategico? Forse perché pensa di aver sconfitto in meno di un anno le piovre malavitose, come spesso sbrodola nei suoi interventi, con la casacca delle fiamme gialle oppure dei vigili del fuoco?
Il boss Angelo Siino. Nel montaggio di apertura Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, sullo sfondo, un treno ad alta velocità
Come mai tutti gli altri partiti di opposizione, dal neo segretario PD Nicola Zingaretti che del Tav ha fatto una battaglia di vita, ai satelliti di centro destra berlusconiani e meloniani, se ne fregano ampiamente? Vivono tutti su Marte?
Anche i media di palazzo, da Repubblica al Corsera, inneggiano al TAV, altrimenti si tradisce l’Europa e l’occupazione cola a picco, come non fosse affondata da un pezzo.
Ecco cosa scrive per il Corriere della Sera Marco Imarisionell’editoriale dell’8 marzo titolato “Un gioco pericoloso”. Riferendosi alle “eventuali infiltrazioni mafiose”, osserva: “Uno degli argomenti cari a chi si oppone al treno veloce”, come per fare un altro esempio l’amianto. “Prima – prosegue – quelle idee rimanevano confinate in ambito locale, erano strumento di propaganda No Tav, che venivano smontate dagli organi ufficiali, il ministero o altri enti di controllo. Oggi, senza alcuna mediazione, arrivano dritte sul tavolo del presidente del Consiglio”.
 
I PRIMI CONTROLLI TAROCCATI
Forse Imarisio non può ricordare perché aveva all’epoca i calzoncini corti. A quali “organi ufficiali”, ministeriali o enti di controllo si riferisce mai? Non sa, ad esempio, che i primi controlli per il TAV di inizio anni ’90 non solo praticamente non esistevano (quelli veri), ma quando esistevano erano in mano a faccendieri interessati solo alla realizzazione delle opere per l’Alta Velocità?
La Voce ne scrisse in un’inchiesta del 1993, quando scoprimmo che nell’orbita di una sigla, Italferr Sis Tav, adibita proprio ai controlli, gravitavano sigle (coma Orox finanziaria) e personaggi del calibro di un Francesco Pacini Battaglia, il banchiere-finanziere italo svizzero, l’Uomo a un passo da Dio come lo definiva Antonio Di Pietro, ossia l’uomo che conosceva tutti i segreti non solo della madre di tutte le tangenti, Enimont, ma soprattutto dell’Alta Velocità. Altri personaggi di contorno, il mattonaro partenopeo della “sinistra ferroviaria” griffata Psi Eugenio Buontempo, e tale Bruno Cimino, un manager dell’Agip Petroli ottimo amico di Pacini Battaglia.
Per approfondire tutte le connection mafiose ruotate intorno alle battute iniziali del TAV e la montagna di corruttele – per non parlare di chiacchiere al vento come oggi tutta la disastrata e ignorante classa politica sta facendo – c’è solo da leggere il volume scritto esattamente 20 anni fa da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, “Corruzione ad Alta Velocità”, di cui la Voce ha più volte scritto.
Ferdinando Imposimato
Farebbero bene tutti gli italiani a leggerlo, perché viene spiegata per filo e per segno la mostruosità di un progetto del genere, capace solo di inghiottire miliardi a palate, di alimentare in modo esponenziale le mafie, di foraggiare pletore di consulenti & amici da beneficiare, di scempiare l’ambiente. Un poker da brividi. E perché nessuno, oggi, anche a livello mediatico, è capace di sollevare anche uno solo di quei temi?
Va sottolineato che tutte le prime inchieste sull’Alta velocità sono state regolarmente affossate: sia a Roma che a Milano (unica a procedere vanamente La Spezia, mentre Firenze segue il filone del nodo Tav gigliato). Nel porto delle nebbie fu Giorgio Castellucci a muovere i primi passi, ma poi passò tutto il fascicolo al collega Di Pietro: il quale riuscì in un vero miracolo degno di San Gennaro, cioè insabbiare sia le indagini meneghine che quelle romane, come Imposimato e Provvisionato documentano “per tabulas”. Un vero prodigio!
Eccoci alla domanda delle cento pistole, come diceva Fabio Fazio ai suoi esordi televisivi.
 
L’INCHIESTA FATALE PER FALCONE E BORSELLINO
Ma lo sa sceriffo Salvini e lo sanno i vari Zingaretti & piddini al seguito, che la prima inchiesta sul TAV venne avviata da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Come mai nessuno – tantomeno quei media di regime – vuol far conoscere agli italiani quella drammatica verità che è costata la vita ai due magistrati coraggio? Perché mai la nascondono nel modo più complice e omertoso?
Antonio Di Pietro
Il progetto del TAV, infatti, era al centro di quel dossier “Mafia-Appalti” arrivato sulla scrivania di Falcone e Borsellino a febbraio del 1991. Un dossier molto corposo, super dettagliato, contenente nomi cognomi indirizzi numeri di telefono e quant’altro su una sfilza di imprese nazionali e locali in combutta con le mafie (siciliana e campana in primis).
Un rapporto che raccontava la prima maxi infiltrazione nella Calcestruzzi siciliana, controllata dal gruppo Ferruzzi e che fece esclamare a Falcone “la mafia è entrata in Borsa”. Come mai a Gardini è stato consentito un facile suicidio? Forse perché stava per rivelare anche le connection di altre star del mattone?
Nel dossier “Mafia-Appalti”, compaiono i nomi di Saiseb, Rizzani de Eccher, Icla. La regina del dopo terremoto in Campania e su tutto il fronte dei lavori pubblici fine ’80 – primi ’90, l’Icla tanto cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino. Il cui uomo ombra, il faccendiere Vincenzo Maria Greco, fu tra i progettisti d’oro delle prime opere TAV.
Rammentiamo ancora che di TAV ha verbalizzato a lungo, proprio in quegli anni, Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina. Fece riferimento, Siino, proprio a quelle imprese e dichiarò che l’Alta velocità era il piatto più ghiotto, allora, per i mafiosi. E fece anche i nomi di alcuni politici coinvolti.
Cosa pensate sia saltato fuori da quell’inchiesta? Un bel niente. Sì, perché avviata a Napoli partendo da una famiglia di massoni, gli SpinelloSalvatore e Nicola, già conteneva una serie di elementi bomba, proprio sul fronte dei lavori pubblici, in grado di corroborare non poco le piste investigative scaturite dal dossier “Mafia-Appalti”. Quell’inchiesta, però, si perse per strada, perché venne trasferita da Napoli a Roma, azzerandosi of course nel porto delle nebbie capitolino.
Paolo Cirino Pomicino
Tutte le inchieste sulla TAV – emerge con disarmante chiarezza – “Dovevano Morire”, perché nessuno avrebbe mai dovuto e potuto disturbare i manovratori: e soprattutto anche solo sfiorare quel “patto” siglato tra mafia, imprese e politica che aveva puntato dritto ai miliardi di lire, e poi ai milioni di euro, rappresentati dal TAV, ossia il più grande pozzo dei desideri, un fiume senza fine di danari pubblici.
Va rammentano, infatti, che lo start, nel 1990, fu da 27 mila miliardi di lire. Un project financing che andava allora tanto di moda, attraverso il quale – si disse – c’è un iniziale propellente pubblico, poi arriveranno montagne di soldi privati: motivo per cui sarà un vero regalo che i costruttori faranno all’Italia. Proprio come l’asino che vola
 
UN INFINITO FIUME DI DANARI PUBBLICI
Bene. Da quella cifra iniziale, solo 8 anni dopo, si è passati a 150 mila miliardi di lire, come viene dettagliato passo dopo passo da Imposimato e Provvisionato. Potete facilmente immaginare cosa sia successo nei 20 anni seguenti. Caterve di fondi nazionali ed europei, a tutt’oggi praticamente incalcolabili: perché non mettere in piedi, invece di tante cazzate come la “costi-benefici”, una micro commissione che districandosi nella giungla di cifre faccia conoscere a tutti gli italiani quanto hanno speso (gli italiani) per quel maledetto TAV che serve solo ad ingrassare mafie & colletti bianchi?
Quanto a cifre, comunque, stanno letteralmente dando i numeri. Non solo sul fronte delle spese future, delle sanzioni europee, di tutto e di più. Ma perfino sulle ricostruzioni temporali. I numeri, sanno anche i bambini, non sono un’opinione: ma per lorsignori sì, capaci di rivoltare le verità e le realtà come perfetti saltimbanchi tra pizzette e roccocò.
Qualche fresco esempio.
Il premier Giuseppe Conte fa riferimento a “dieci anni fa”, con ogni probabilità riferendosi ai primi cantieri in Val di Susa. Sbaglia per difetto, visto che risalgono almeno al 2002-2003. Era da poco nato il movimento No global, infatti, e risalgono a quell’epoca i primi incontri tra No global e No Tav a Venaus, per fare un solo esempio.
Il premier Giuseppe Conte
Anche la memoria di sceriffo Salvini fa cilecca. Parla di “venti anni fa”: non si capisce, a questo punto, a cosa si riferisca: se al Tav in Val di Susa o al Tav “italiano”, per intendersi quello di cui abbiamo scritto in questo articolo, quel Tav su cui avevano per primi puntato i riflettori Falcone e Borsellino. Nel primo caso la cifra è esagerata, nel secondo caso clamorosamente sbagliata perché i primi vagiti sono di 30 anni fa esatti.
Per finire, anche sulla grammatica c’è lite, ma soprattutto, ancora una volta, una suprema ignoranza. Si continua con i due partiti del TAV e della TAV. Senza rendersi conto – media in pole position – che TAV significa Treno ad Alta Velocità, ovviamente al “maschile”. Mentre al “femminile” si può parlare solo di AV, vale a dire Alta velocità. Tanto per celebrare l’8 marzo.
 
P.S. Qualcuno potrebbe obiettare: mafia e camorra forse c’erano all’inizio, adesso non c’entrano più. E poi magistratura e Anac controllano.
Teniamo presente che oggi in Piemonte e anche in Val d’Aosta le mafie sono più presenti che mai, con una ‘ndrangheta che negli ultimi vent’anni fa fatto passi da gigante. Dai casinò ai subappalti, dalle infrastrutture al variegato mondo dei riciclaggi, tutto ottimo e abbondante per ingrassare. E l’Alta velocità è il piatto più ghiotto.
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Default o Exit: una battaglia tra l’Italia e l’UE è inevitabile

zerohedge.com 8.3.19

Via Oriental Review,

C’è una doppia crisi italiana che sta producendo nell’Unione Europea.

Da un lato, è una crisi politica, o addirittura geopolitica. L’Italia sta minando l’unità dell’Unione europea; il blocco del riconoscimento da parte dell’UE dei responsabili del golpe in Venezuela come autorità legittima; prevenire l’espansione delle sanzioni contro la Russia; e persino sostenere il movimento del “gilet giallo” in Francia, che sta suscitando la rabbia del governo francese  .

D’altra parte, la crisi è di natura economica. L’Italia sta nuovamente scivolando in recessione (la crescita economica è stata negativa nel paese); Le banche italiane stanno di nuovo affrontando problemi finanziari; e i media aziendali hanno già stimato che la crisi economica italiana potrebbe far saltare in aria l’intero sistema bancario europeo  .

C’è una forte possibilità che i leader dell’UE si trovino presto di fronte a una scelta : cercare di salvare l’Italia (e l’intera Europa) da un’altra crisi o dare l’esempio punendo il governo italiano per le politiche economiche ed estere indipendenti del paese. A sua volta, il governo del primo ministro italiano Giuseppe Conte avrà molto probabilmente il suo dilemma da affrontare: inchinarsi e vendere i suoi principi per ottenere aiuto da Bruxelles o andare fuori e riconquistare l’indipendenza italiana. La scelta non sarà facile e entrambe le decisioni saranno dolorose. Né la fine di questo dramma italiano potrebbe davvero essere definito felice. Come sottolinea giustamentequesto titolo in  The Telegraph : “La crisi in atto in Italia porterà a default, uscita dall’euro, o entrambi”.

Il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, pronuncia il suo discorso durante il voto di fiducia per il nuovo governo al Senato italiano. Nella foto al vice premier di sinistra Luigi Di Maio e al vicepreside Matteo Salvini, Italia, Roma, 5 giugno 2018

Al centro della questione italiana c’è il fatto che la crisi del 2008 non è mai veramente scomparsa, e tutte le autocompiacimento dei politici europei (specialmente italiani) sono stati in realtà tentativi di nascondere i vecchi problemi irrisolti sotto il tappeto.Fino a poco tempo fa, l’economia italiana mostrava una crescita anemica, ma ha iniziato a diminuire negli ultimi due trimestri. Anche gli sforzi per indebitarsi di più non stanno aiutando. Ci sono tassi di interesse negativi nella zona euro, ma è spesso più redditizio per le banche mantenere i loro soldi nella Banca Centrale Europea (anche a un tasso di interesse negativo) o investirli in qualche parte fuori dall’Italia piuttosto che prestarli a rischi per le imprese italiane e ordinarie Italiani che probabilmente non pagheranno mai i soldi indietro. In effetti, alla fine del 2017 in Italia erano stati registrati cattivi debiti bancari per 185 miliardi di euro, un record per l’Unione europea. L’Italia rappresenta circa un quarto dei prestiti in sofferenza nella zona euro (cioè i prestiti che non vengono rimborsati o sono in ritardo), ed è facile capire perché Bruxelles considera il paese come il paese punto debole .

Un altro problema si è sviluppato dopo che il governo Conte – una coalizione di due partiti populisti ed euroscettici – è salito al potere nel giugno 2018. Ha cercato di risolvere le questioni economiche del paese aumentando gli incentivi governativi, ma l’Italia è già in debito (il debito nazionale dell’Italia   è di 131 per centesimo del suo PIL). La Commissione europea ha messo in guardia contro l’allargamento del suo deficit di bilancio e l’aumento eccessivo del suo debito pubblico, e ha minacciato multe per violazione della disciplina di bilancio.

Alla luce della minaccia di sanzioni economiche della Commissione europea (!), Il governo italiano ha dovuto negoziare e fare concessioni nella sua politica fiscale, e ora, a causa della contrazione dell’economia italiana, il gabinetto di Conte sta di nuovo affrontando un dilemma: o sopportare la stretta economica dei burocrati europei (e dell’insoddisfazione degli elettori) o andare contro l’Unione europea.

Per capire veramente il problema italiano, occorre ricordare che, in quanto membro dell’Unione europea e della zona euro, l’Italia non ha piena sovranità nazionale, soprattutto quando si tratta di questioni economiche. Non controlla la politica monetaria della Banca centrale europea e non può nemmeno preparare un bilancio in linea con i desideri del proprio governo o del proprio parlamento, senza il rischio di incorrere in sanzioni o multe dalla Commissione europea. Inoltre, i politici euroscettici italiani sospettano che la Commissione europea (in cui i ruoli principali appartengono a persone selezionate da Germania, Francia e Stati Uniti) stia punendo l’Italia e strangolando letteralmente la sua economia a causa di una avversione politica nei confronti del governo italiano . azioni geopolitiche.

Prendi la recente mossa di Roma per  bloccare il  riconoscimento dell’Unione europea di Juan Guaidó come presidente del Venezuela, ad esempio. È logico che i funzionari filo-statunitensi della Commissione europea cerchino di punire l’Italia il più duramente possibile per un simile comportamento. E le iniziative dell’Italia non si limitano al Venezuela. Uno dei leader della coalizione di governo, il vice primo ministro italiano Luigi Di Maio, ha tenuto un  incontro questa settimana con i leader del movimento ‘gilet giallo’ in Francia e sostenuto i loro sforzi, una mossa che ha causato grande offesa nel governo del presidente Macron, che probabilmente ha considerato tali azioni da parte delle autorità italiane come un tentativo di legittimare le richieste politiche di un movimento determinato a rimuoverlo dal potere. La risposta logica del presidente francese a tali azioni da parte del governo italiano è quella di utilizzare la Commissione europea e la sua influenza di bilancio per fare pressione sull’Italia.

È chiaro che conflitti come questi indicano instabilità politica all’interno dell’Unione europea e la situazione sta diventando davvero instabile. Da un lato, la Commissione europea potrebbe davvero spingere l’Italia sull’orlo della bancarotta o addirittura scatenare un vero e proprio tracollo economico, che probabilmente (ma non certo definitivamente) porterà a un cambio di governo a Roma. D’altra parte, se ciò accadesse, l’Italia potrebbe dichiarare un default sul debito pubblico, o la sua uscita dall’eurozona, o (come notato da  The Telegraph ) sia allo stesso tempo, soprattutto da tali minacce (fino a il ritiro del paese dall’Unione Europea) sono già stati fatti dal governo, il cui capo non ufficiale è il vice Primo Ministro Matteo Salvini.

Ironia della sorte, il peggio di questo scenario saranno le banche francesi, che secondo  Bloomberg  hanno prestiti italiani per centinaia di miliardi di euro sui loro bilanci. Inoltre, un tale shock potrebbe far sì che gli investitori stranieri (e molti altri europei) iniziassero a fuggire dalla zona euro, aggiungendo una componente valutaria alla crisi bancaria. Il tempo dirà se la Commissione europea è disposta a correre rischi per punire i politici italiani amanti della libertà, ma possiamo già essere d’accordo con Luigi Di Maio, che, dopo aver incontrato i “giubbotti gialli” francesi, ha  dichiarato che “i venti del cambiamento hanno attraversato le Alpi”. Per coloro che hanno vissuto il collasso dell’URSS, il simbolismo della frase del politico italiano, sia intenzionale che no, non può non evocare certe associazioni con ciò che è stato detto nello spazio informazioni sovietico negli anni ’80. A quel tempo, i “venti del cambiamento” stavano soffiando attraverso ogni singolo crack in Unione Sovietica, e sappiamo che non finisce mai bene. I politici populisti in Europa amano confrontare l’Unione europea con la fine dell’URSS, e questo confronto sta iniziando a suonare vero come mai prima d’ora.

La recessione interiore

Giovanni Iozzoli carmillaonline.it 8.3.19

Avete presente i vecchi film di indiani in cui improbabili Apaches si mettevano a culo in aria, con un orecchio ben piantato per terra, onde avvertire in lontananza l’arrivo del treno o lo scalpiccio dei cavalli? Ecco, quella è la postura assunta da imprenditori ed economisti italiani negli ultimi cinque mesi – più o meno dall’ultimo trimestre del 2018. Solo che i pellerossa in fase di ascolto erano intrepidi e impassibili, mentre le nostre sedicenti classi dirigenti, appaiono tremebonde, spaesate, sempre sull’orlo della crisi di nervi. E quell’orecchio schiacciato sui pavimenti dei loro eleganti uffici riceve solo segnali preoccupanti. Si sa che il nemico è in avvicinamento, se ne vedono tutti gli effetti già pienamente squadernati: fatturati, ordinativi, scorte, inflazione, tutti gli indicatori hanno il segno meno, e con persistente continuità.

In Italia siamo passati da un periodo di contenuta euforia – la crisi è passata, concentriamoci sulla terribile bellezza e la geometrica potenza dell’industria 4.0 –, all’attuale panico mal dissimulato. Il dio capricciosissimo del ciclo economico sta compilando nuovi elenchi di predestinati all’inferno: i fedeli non si salveranno mediante le opere – eppure ci danno dentro di brutto, attraverso l’intensificazione dei ritmi, le condizioni di sfruttamento, la compressione dei salari, il dumping contrattuale. Fanno il loro dovere, gli imprenditori italiani: piangono e fottono, soprattutto i lombardo-veneti – che dentro la crisi, con riflesso automatico, abbandonano le compassate velleità mitteleuropee e si riscoprono interpreti del più melodrammatico mammismo mediterraneo. Aiutateci, aiutateci tutti a stare in piedi, a rimanere sul mercato, compattiamoci, abbiamo bisogno.

Adesso la panacea di tutti i mali, il rimedio anticiclico per eccellenza, sono diventate le grandi opere – come se la realizzazione di una bretella stradale Sassuolo-Campogalliano, nel modenese, ad esempio, potesse invertire il corso della crisi globale. In una disperata assillante richiesta di risorse e intervento pubblico, il capitalista si scopre veterosocialista ogni volta che sente puzza di fallimento: bisogna sganciare soldi pubblici per la sostenibilità del sistema bancario, per incentivare l’innovazione, per lanciare le start-up, per stimolare nuove assunzioni, per coprire le carriere contributive dei precari-massa, per martoriare il paese solcandolo di nuove inutili lingue d’asfalto – soprattutto il catino padano, insalubre epicentro europeo del tumori, in cui la costruzione di nuove strade dovrebbe essere vietata per legge, come la circolazione di gran parte del parco veicoli. Volevi solo i soldi – canta Mahmoood e sembra un’invettiva contro l’imprenditore italiano. Cambierebbe il suo Keynes con due Friedman e un Adamo Smith? Nessun padrone italiano accetterebbe il cambio, perché il mercato è bello quando funziona e gonfia dividendi e compensi. Ma quando si inceppa, quando i suoi inafferrabili meccanismi interni smettono di valorizzare i capitali in circuito, allora il sistema si rivela farlocco, spericolato, distruttivo e insostenibile anche per i suoi cantori. E lo Stato – la potenza etica del Def – ridiventa imprescindibile. Del resto, non li abbiamo sempre tacciati di “ordo-liberismo”? Laddove ordo per loro vuol dire soldi pubblici alle imprese private. Lasciamole studiare ai ragazzi all’università, le favolette sui mercati. Chi “fa impresa” è dedito al pragmatismo.

Già, ma chi è che fa impresa nell’Italia del 2019? Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma che peso specifico abbiamo come sistema industriale? Siamo consapevoli che il nostro manifatturiero è per il 95% formato da micro-aziende? È da qui che dovrebbe nascere il “partito degli industriali” che auspica disperatamente «Repubblica»? Come fa questa mucillagine a rivendicare un ruolo di moderna borghesia, di classe dirigente, ad avviare una qualsivoglia riflessione sui modelli di sviluppo o di consumo? Dice qualcosa il fatto che il presidente di Confindustria sia oggi un morto di fame salernitano con un’aziendina da quaranta milioni di fatturato? (E poi quel Boccia lì è una figura inquietante: non ha alcuna espressione o motilità facciale, sembra manchi di un vero volto, come Fantomas – e anche questo dato fisiognomico è una buona metafora dello stato dell’impresa italiana).

La crisi non è mai passata, assume semplicemente un andamento irregolare perché il ciclo è sottoposto a una moltitudine di condizionamenti, anche politico-militari, che ne modificano imprevedibilmente il corso. Cinque o sei anni sono un tempo storicamente irrisorio e ininfluente, per giudicare i cicli economici. Solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che “c’eravamo saltati fuori”: in base a cosa, a quale nuovo filone aureo di investimenti, in base quale forte domanda aggregata, sostenuta da quali redditi? Eravamo usciti dalla crisi per la benedizione dello Spirito Santo? Quali cause erano state poste – non dico nel mondo, ma almeno a livello europeo – per contrastare il rischio di inevitabili ricadute? Oggi si dà la colpa a Trump, al contenzioso commerciale con la Cina, alla persistente instabilità del Medio Oriente, mentre dieci anni fa si dava la colpa alla voracità dei grandi attori finanziari e ai mutui subprime. Come se il sistema fosse sano ma occasionalmente deviato dal peccato o dall’imperizia. Tutti sanno che le contese commerciali non sono cause di crisi, bensì sue manifestazioni epifenomeniche. Tra compari si litiga e ci si accoltella quando il bottino è scarso: le guerre daziarie di solito precedono quelle militari.

Quindi torniamo a noi, ai padroncini italiani, le seconde e terze generazioni di quelli che avevano fatto il boom. I nostri baldi capitani d’impresa sono lì accovacciati con un orecchio in terra, il «Sole 24 Ore» in mano, lo sguardo perso rivolto a consulenti e collaboratori. Il range di scelte che hanno davanti è obiettivamente ristretto: la maggior parte delle impresuccie italiane non ha capitali e know how per fare competizione “sui processi e sui prodotti”. Si tratta di aziende che in questi anni, nel migliore dei casi, sono tornate a fare i contoterzisti del sistema franco-tedesco, enormemente più solido. I più attrezzati continuano ad esportare, dentro settori in cui permane una vocazione specialistica, settoriale, nella quale mantengono il primato. Ma anche questa faccenda dell’export a tutti i costi, sta rivelando l’altra faccia della crisi italiana. Sta a galla chi esporta perché l’Italia è un mercato di consumo chiuso, saturo, esposto a ogni genere di penetrazione di prodotti low cost, a causa della caduta dei redditi. In questa condizione, Boccia-Fantomas accetterebbe di buon grado anche un piano quinquennale varato dal Gosplan.

E poi chi è in grado oggi di competere e aumentare i volumi, ha sempre qualche carta nascosta nella manica. A Modena ha destato clamore nazionale la vertenza Italpizza – azienda esportatrice in crescita, eccellenza dell’agroalimentare, ben ammanicata con la politica che la additava come esempio virtuoso. In seguito a una dura lotta ai cancelli, in cui sono volati decine di lacrimogeni (ed è stato utilizzato per la prima volta il decreto Salvini per denunciare penalmente gli operai che facevano i blocchi stradali) i lavoratori Italpizza hanno conquistato le prime pagine locali: e i modenesi hanno scoperto che in quell’azienda-goiello si vessano normalmente i dipendenti, gli orari sono impossibili e più dell’80% di loro sono precari, poveri, in mano alle solite cooperative, inquadrati con il più miserabile dei contratti – quello delle pulizie – anche se farciscono le pizze che poi troviamo nei banchi surgelati. Pure il benpensante medio modenese ha cominciato ad arricciare il naso: non è che si sta eccedendo, con queste robacce? Non è che a forza di impoverire e precarizzare, finisce che tagliamo il ramo sui cui siamo tutti seduti? Si, è proprio così. I rimedi alla caduta dei profitti ne accelerano il corso. Sembra un bignamino marxista. E poi in certi territori permane una memoria di mobilità sociale e di dignità del lavoro, un residuo dei tempi gloriosi in cui l’impiego operaio non era una condanna alla miseria e alla dequalificazione. La chiamavano “coesione sociale” e sembra un’antica leggenda.

Anche gli economisti cominciano a manifestare qualche perplessità. E i giornalisti economici – sottocategoria sfigata dell’ambient – annusano l’aria. Migliaia di accademici e studiosi continuamente impegnati a sfornare saggi e consulenze e mai nessuno che sia in grado di effettuare una qualche realistica previsione: anche questa fase della crisi, fino alla primavera scorsa, non era stata predetta da nessun economista maistream. Viene da pensare che davvero le facoltà economiche coltivino generazioni di falliti, nottole di Minerva che, con i loro grafici stretti nel becco, provano a spiegare ciò che già è in essere, sotto gli occhi di tutti. E comincia a manifestarsi qualche legittimo dubbio anche tra i sapienti. In tutto il mondo occidentale esiste un gigantesco problema di caduta dei redditi da lavoro (una quota crescente di americani non riescono a onorare i prestiti subprime per l’acquisto dell’auto, altro che i mutui casa del 2008). E qualcuno (vedi il pasdaran riformista Fubini) sta iniziando a nutrire il timido sospetto che ciò rappresenti un problemino rilevante, rispetto a ogni velleità di ripresa. A Parigi da 4 mesi migliaia di persone anziché impegnarsi nello shopping del sabato pomeriggio, vanno a spaccare vetrine in centro: c’è una qualche connessione macroenomica tra questi comportamenti sociali, l’andamento del ciclo e la distribuzione del reddito nazionale? Qualche studente del primo anno di Economia e Commercio, potrebbe spiegarlo ai suoi prof?

E i sindacati, cosa annusano nell’aria mentre la recessione si avvicina? Sono francamente terrorizzati anche loro. Il fatto è che il capitalismo è un sistema di oggettiva corruttela morale: cioè corrompe le menti, costringe alla complicità anche chi dovrebbe esserne contrappeso. Il sindacato dentro un sistema capitalistico che si destabilizza o si impoverisce, perde progressivamente peso. Perde cioè il potere di interdizione e di contrattazione, che rappresentano i suoi fondamenti: antico dilemma del movimento operaio, la “lotta economica” è efficace solo se il capitalista guadagna e la macchina gira. È dal 2008 che, con queste materialissime contraddizioni, il movimento sindacale tutto, in Italia e in Occidente, ci sta sbattendo il grugno: i posti di lavoro persi, le aziende chiuse o delocalizzate, i territori impoveriti; e a catena, meno scioperi da praticare o minacciare, meno quote-delega, meno risorse, meno delegati e attivisti disponibili. Non è un caso che negli ultimi dieci anni, l’unico settore in cui si siano sviluppati lotte e organizzazione, sia quello della logistica, settore fisiologicamente in crescita per i colossali cambiamenti dei mercati e dei consumi. I sindacati da un po’ di tempo stavano ricominciando a fare un po’ di contrattazione aziendale, finanche con qualche elemento “acquisitivo”, dopo che per lunghi anni avevano svolto essenzialmente il ruolo di enti di cogestione degli ammortizzatori sociali. Qualche azienda, qua e là, a macchia di leopardo, aveva ricominciato timidamente ad assumere, sbloccando il turn over. I milioni di ore di cassa integrazione si erano andati anno dopo anno riducendo. E l’ipotesi di tornare al punto di partenza – tra l’altro con uno strumentario di ammortizzatori sempre più povero – deprime oggi anche i più arditi.

E gli operai e le operaie, gli impiegati, i tecnici, i precari del lavoro privato italiano, come vivono questa quasi-recessione ormai conclamata? Dieci anni di crisi hanno colpito duramente consapevolezza e morale. È come se l’orizzonte della crisi fosse stato interiorizzato, come se rimanere senza lavoro o perdere fette consistenti di reddito, facesse parte dell’ordine naturale delle cose. Perché fasciarsi la testa? Se arriva arriva. Pazienza per i mutui da onorare, per le rate dell’università dei figli, per carriere che si trasformano in corse ad ostacoli verso la pensione. E questo è uno dei segreti della longevità del capitalismo: riuscire a convincere i proletari che le sue categorie – il mercato, la valorizzazione e appunto la crisi – siano elementi naturali. E nelle zone industriali la memoria del 2008 è ancora vivida e terrorizzante: le aziende che chiudevano, migliaia di interinali e partite Iva a casa dalla sera alla mattina senza preavviso, microimprenditori strangolati dalla stretta creditizia e dall’annullamento delle commesse. Nei baretti di periferia si attendevano con ansia i dati dell’indice Nikkei.

Torna in mente una vecchia intervista al professor Cacciari, nel 1989. Nei giorni convulsi della caduta del blocco socialista, l’esimio accademico ebbe a dire: «oggi non possiamo più definirci marxisti, perché altrimenti dovremmo andare davanti ai cancelli delle fabbriche a raccontare ai lavoratori che per loro nel capitalismo non c’è alcun futuro!». E lo diceva in modo paradossale, come a dire, «suvvia: siamo alla vigilia di una belle epoque, di un rinascimento globale, basta con gli antichi pessimismi dei nostri vecchi maestri». Oggi, invece, sarebbe proprio necessario farli quei due passi davanti ai cancelli e dire parole di cruda verità sul futuro nostro e del nostro mondo. Un giorno per le prossime generazioni che avranno conquistato la libertà di un nuovo discorso anticapitalista, il nostro modo di produrre sembrerà una vecchia irrazionale superstizione.

Esistono spesso, nelle brutte zone industriali della Padania, degli spazi abbandonati tra gli stabilimenti; la dove finisce il muro di cinta di un capannone, si apre uno spazio di terra abbandonato che termina trenta o cinquanta metri più in là, per lasciare il posto alla recinzione di un’altra azienda. Sono pezzi di campagna che nessuno cura, pieni di rovi, spine, arbusti storti e intricati; o brulli, senza vegetazione, con la terra nera e secca, che d’inverno è sempre ghiacciata. I comuni non hanno i soldi per pulire, le piccole aziende pure, e forse non si sa neanche bene di chi è la competenza. Forse quei pezzi di terra sono ancora di proprietà di vecchi contadini ormai morti, che quaranta o cinquant’anni fa vendettero le loro aree agricole a vecchi imprenditori, morti pure loro. Quelle zolle ghiacciate sono i testimoni muti di un passaggio, di una transizione, di un cambio d’epoca. A qualcuno danno inquietudine, evocano l’idea di una bocca sdentata e malandata. Rappresentano l’ombra della povertà rurale, che solo un paio di generazioni prima fu il nostro pane. Meglio non fissare troppo lo sguardo su quei vuoti, di questi tempi.

Open banking, in Germania una startup compra una banca

economyup.it 8.3.19

La piattaforma Raisin, fondata nel 2013, acquisisce la banca MHB Bank. Un’operazione di open innovation al contrario che ha un obiettivo: fare dell’istituto di credito nato nel 1973 e con sede a Francoforte una banca di servizio per fintech. Ecco perché e con quali vantaggi

Un’operazione di open innovation al contrario. Siamo abituati alle grandi banche che acquisiscono startup innovative per non perdere l’appuntamento con la rivoluzione fintech che sta impattando nel mondo bancario e finanziare. A invertire la tendenza è la fintech di Berlino Raisin, piattaforma di open banking, che acquisisce la banca MHB Bank di Francoforte, banca di servizio di Raisin di lunga data. Dunque, la piattaforma fondata nel 2013, acquista la banca fondata nel 1973. Un’operazione che Raising può permettersi grazie alla crescita degli ultimi anni: ha recentemente chiuso un round di finanziamento per 100 milioni di euro ed è uno dei player fintech meglio finanziati in tutta Europa. Nel 2017 Raisin ha rilevato l’azienda PBF Solutions di Manchester, che oggi gestisce con successo la filiale inglese di Raisin. Dal suo lancio, Raisin ha fornito 11 miliardi di euro per oltre 165.000 clienti in 31 paesi europei e oltre 65 banche partner. Raisin è stata nominata tra le cinque migliori fintech d’Europa ed è sostenuta da investitori europei e americani come PayPal, Thrive Capital, Index Ventures e Ribbit Capital.

L’acquisizione delle azioni di MHB Bank da parte di Raisin è ancora soggetta all’approvazione definitiva dell’Autorità federale tedesca di vigilanza finanziaria (BaFin) e della Banca Centrale Europea (BCE).

“Tempo di elezioni, stop a fondi Ue per disoccupati e terremotati”

Tommaso Lecca Europa.today.it 8.3.19


L’accusa di Politico: fino a maggio gli impegni elettorali bloccheranno eventuali domande di aiuto da parte di lavoratori licenziati e cittadini colpiti da catastrofi naturali. Ma la questione è più complessa

Il passaggio di consegne dagli attuali europarlamentari a quelli che saranno eletti a fine maggio potrebbe avere degli effetti collaterali su una serie di emergenze e crisi aziendali. E’ quanto sostiene Politico, autorevole quotidiano di Bruxelles che riporta spesso i retroscena delle lotte di potere interne all’Ue. E dalle parti del Parlamento, c’è chi avanza il sospetto che l’accusa nasca proprio da dinamiche di questo tipo. Ma andiamo per ordine

In una lettera visionata da Politico, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, avrebbe chiesto alla Commissione di sospendere “ogni richiesta di utilizzo del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e del Fondo di solidarietà dell’Ue dal primo marzo a inizio luglio 2019”. Si tratta delle risorse straordinarie che Bruxelles può stanziare per far fronte a licenziamenti di massa, dovuti alle aziende che delocalizzano la produzione dove costa meno, o a disastri naturali come terremoti e alluvioni. ?Il governo italiano, per esempio, ha chiesto le risorse del Fondo di solidarietà per co-finanziare le operazioni di emergenza e le successive attività di ricostruzione nei territori colpiti dalle violente alluvioni dello scorso autunno.

Nella lettera, che Tajani ha inviato a Jean Claude Juncker, l’esponente di Forza Italia ricorda che “a causa del periodo elettorale e della preparazione post-elettorale della nuova legislatura, il Parlamento europeo non terrà alcuna sessione plenaria tra il 18 aprile e il 30 giugno 2019”. Un assist per l’amara ironia del giornalista Florian Eder, che spiega: “Incidenti, inondazioni e terremoti sono pregati di non verificarsi fino a quando non subentrerà il prossimo Parlamento”. “Aziende, per favore, evitate di chiudere le fabbriche nell’Ue almeno per ora”, si legge sulla tradizionale newsletter mattutina della testata di Bruxelles. 

“Tutti i parlamenti del mondo funzionano così”, fanno sapere dall’Eurocamera. I piani alti dell’Europarlamento assicurano inoltre che in caso di calamità naturali il fondo sarebbe tranquillamente attivabile a prescindere dall’ok degli eurodeputati. 

In realtà, le procedure di attivazione di entrambi i fondi prevedono anche un voto del Parlamento europeo, oltre che del Consiglio, in quanto autorità delegata al controllo del bilancio comunitario. Ma tanto le procedure di stanziamento del Fondo di solidarietà quanto quelle di attivazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione prevedono una serie di valutazioni tecniche della Commissione. Le richieste di fondi, come quella arrivata da Roma per far fronte ai danni delle alluvioni del 2018, rimangono per mesi sui tavoli della Commissione e passano dal Parlamento solo per l’approvazione finale. 


Cattolica Ass.: Minali, non disponibile a proseguire se vince lista alternativa

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Alberto Minali è pronto a fare un passo indietro dalla guida operativa di Cattolica Assicurazioni nel caso in cui la lista presentata dal Cda uscente in occasione del rinnovo delle cariche durante la prossima assemblea dei soci del 13 aprile non riuscisse a imporsi su quella alternativa presentata dall’associazione Cattolica al centro. 

“Presenteranno una lista contraria all’attuale management. Pertanto”, ha spiegato il top manager nel corso di una conference call a commento dei risultati del 2018, “non sarei disponibile ad assumere una posizione di responsabilità se dovesse vincere Cattolica al centro”. 

Minali ha infine ricordato di essere “legato da un rapporto di stima professionale al Presidente Paolo Bedoni, che assieme a questo cda mi chiamò” al timone del gruppo veronese. “Non ci sono mie ipotesi di saltare sul carro di un altro contendente”. 

ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 08, 2019 02:58 ET (07:58 GMT)

Banco Bpm: su inchiesta diamanti alza la guardia (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Settimana dopo settimana cresce l’impegno di Banco Bpm sul caso diamanti. L’istituto guidato da Giuseppe Castagna è tra i soggetti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Milano assieme a Unicredit , Intesa Sanpaolo e Mps . Un’inchiesta che ha finora comportato sequestri per oltre 700 milioni. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, sarebbe quasi raddoppiato il numero di funzionari impegnati nella task force allestita per seguire il caso, salendo da 100 a 170 persone. La struttura è in piedi ormai da diversi mesi e ha già chiuso accordi stragiudiziali con circa 4 mila clienti, ma ora la banca intende rafforzarla per imprimere un’accelerazione all’attività transattiva. 

Per raggiungere l’accordo non esiste uno schema prestabilito e la banca procede caso per caso, a volte offrendosi di ricomprare i diamanti. Intanto martedì il consiglio di amministrazione di Banco Bpm dovrebbe tornare a discutere del caso e l’ad potrebbe fornire un aggiornamento sull’attività transattiva. Nell’ultima riunione, convocata lo scorso 27 febbraio, il board aveva deciso la sospensione cautelare fino a nuova data del direttore generale Maurizio Faroni, dell’ex responsabile pianificazione e marketing retail Pietro Gaspardo e dell’ex responsabile compliance Angelo Lo Giudice, tutti provenienti dall’ex Banco Popolare. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 08, 2019 03:01 ET (08:01 GMT)