TAV / SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE ‘NDRINE IN VAL DI SUSA

10 Marzo 2019 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it



Fresca sentenza della Cassazione sul Treno ad Alta Velocitàed in particolare sulle massicce infiltrazioni della ‘ndrangheta nei lavori e nei cantieri in Val di Susa.
La maxi inchiesta è cominciata 5 anni fa per impulso della procura di Torino, quando ha preso il via la cosiddetta “Operazione San Michele”.
Al centro delle indagini appalti e subappalti sui quali gli inquirenti avevano puntato i riflettori; lavori entrati nel mirino di alcune ‘ndrine calabrese e le società di riferimento. In particolare una, Toro srl, aveva suscitato non poco interesse da parte dei pm torinesi.
Una “locale” tra le più “attenzionate”, quella di San Mauro Marchesato.
La sentenza definitiva della Cassazione appena pronunciata conferma la galera per 8 imputati.
Ma soprattutto testimonia ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – che la presenza delle ‘ndrine in Piemonte è ormai un tumore cominciato da anni e che ha prodotto le sue inevitabili metastasi. E il TAV è stato, è, e continuerà ad essere – fino a che non verrà fermato, stante il suo devastante impatto sotto il profilo economico ed ambientale – una fonte di interesse primario per le mafie, in particolare quelle calabresi, da almeno vent’anni a dettar legge in Piemonte, in Val d’Aosta e in Liguria.
Lo stesso copione è andato in scena anni fa con le inchieste, i processi e poi la sentenza definitiva della Cassazione a proposito dei lavori e dei cantieri eterni lungo la Salerno-Reggio Calabria. Con i subappalti direttamente gestiti dai clan della camorra per la tratta campana, e poi dalle ‘ndrine lungo tutto lo stivale calabrese.
Un meticoloso lavoro di suddivisione, lotto per lotto, chilometro per chilometro, al fine di far arrivare soldi in quantità a tutte le sigle di riferimento delle cosche. Sotto gli occhi di tutti, e soprattutto delle autorità di controllo (sic) che hanno chiuso gli occhi.
Adesso la sentenza del Palazzaccio. Tanto per rispondere a tutte le Alice nel paese delle meraviglieche tra le variabili nella puttanata “costi-benefici” non considerano mai la voce principale, ossia la basilare presenza delle ‘ndrine nei lavori griffati TAV.

Il sindaco di Bologna dice di essere stufo dei turisti che ordinano gli spaghetti alla bolognese nella sua città perché il piatto di pasta “in realtà non esiste”

Di LEIGH MCMANUS PER MAILONLINE

PUBBLICATO: 11:11 GMT, 10 marzo 2019 | AGGIORNATO: 12:02 GMT, 10 marzo 2019

  • Virginio Merola vuole che la sua città del nord Italia si lavi le mani del piatto
  • Ha detto che “non esiste” e si è spinto fino a chiamare il “piatto di pasta” “notizie false” 
  • Il 64enne democratico sta conducendo la sua campagna di vehment sui social media 

Il sindaco di Bologna è impegnato in un’appassionata crociata contro gli spaghetti alla bolognese, condannandolo come “notizia falsa”. 

Nonostante sia famoso in tutto il mondo, Virginio Merola vuole che la sua città del nord Italia si lavi le mani del piatto. 

Ha detto che “non esiste” e si è spinto fino a chiamare “notizie false” il piatto di pasta.  

Il 64enne sta conducendo una campagna di social media contro il piatto, chiedendo ad altri di unirsi

+5

Il 64enne sta conducendo una campagna di social media contro il piatto, chiedendo ad altri di unirsi

“Gli spaghetti alla bolognese in realtà non esistono, eppure è famoso in tutto il mondo”, ha detto il sindaco di Bologna Virginio Merola all’emittente radiofonica italiana RAI.

“Quello che preferiremmo che il mondo sapesse è che Bologna ha inventato tagliatelle, tortellini e lasagne.”

Il 64enne democratico occhialuto sta conducendo la sua campagna sui social media, dove chiama le immagini di colleghi italiani insoddisfatti del piatto apparentemente mitico. 

Virginio Merola, il 64enne democratico conduce la sua campagna sui social media

+5

Virginio Merola, il 64enne democratico conduce la sua campagna sui social media

Dopo aver twittato la sua indignazione, Merola ricevette una serie di risposte, compresa questa dalla Danimarca

+5

Dopo aver twittato la sua indignazione, Merola ricevette una serie di risposte, compresa questa dalla Danimarca

La versione olandese in bustina di Knorr, un marchio tedesco di prodotti alimentari e bevande, è stata inviata a lui

+5

La versione olandese in bustina di Knorr, un marchio tedesco di prodotti alimentari e bevande, è stata inviata a lui

“Cari residenti, sto raccogliendo foto di spaghetti alla bolognese da tutto il mondo (parlando di notizie false),” ha twittato il mese scorso. 

“Questo è di Londra, per favore mandami il tuo,” aggiunse, insieme a una foto di una lavagna di un ristorante che pubblicizzava la “specialità della casa”, spaghetti alla bolognese. 

Il suo clamore ha ricevuto molte risposte che avrebbero incenso agli italiani. Non ultimo una salsa di pasta comprimibile danese. 

Un utente di Twitter, Nicoletta Peddis, ha espresso il suo sdegno per questa versione del piatto mitico

+5

Un utente di Twitter, Nicoletta Peddis, ha espresso il suo sdegno per questa versione del piatto mitico

Il sindaco ha detto che userà le immagini in una mostra nel FICO Eataly World, il più grande parco a tema alimentare del mondo. 

Ha detto a The Telegraph: “È strano essere famosi in tutto il mondo per un piatto che non è il nostro. 

“Certo, siamo felici che attiri l’attenzione sulla nostra città, ma preferiremmo essere conosciuti per il cibo di qualità che fa parte della nostra tradizione culinaria.”


Cosa sanno i banchieri centrali?

zerohedge.com 10.3.19

Realizzato da Lance Roberts tramite RealInvestmentAdvice.com,

Nella  missiva della scorsa settimana , abbiamo discusso un punto critico riguardante la corsa al toro finora.

“Nonostante i dati economici e fondamentali sottostanti, i mercati sono tornati a livelli estremamente ipercomprati, estesi e deviati. La tabella qui sotto è pubblicata settimanalmente per i nostri abbonati RIA PRO (usa il codice PRO30 per una prova gratuita di 30 giorni)  

Noterai che, ad eccezione dei prezzi delle obbligazioni, ogni mercato e settore supera di oltre il 5% la media mobile a 50 giorni e la performance da inizio anno sta spingendo più estremi storici sia in termini di prezzo che in condizioni di ipercomprato. 

Su praticamente ogni misura, i mercati suggeriscono che il carburante per una gamba aggiuntiva più alta nei prezzi delle attività è estremamente limitato. “

Il grafico sottostante confronta l’analisi delle settimane scorse a questa settimana. È possibile notare la netta differenza tra i due periodi in quanto la sovraestensione della scorsa settimana è stata annullata. 

Il grafico seguente mostra anche l’inversione a breve termine del mercato e il test di supporto minore ai minimi iniziali di ottobre. 

Questa condizione di ipervenduto a breve termine e il mantenimento di un sostegno minore, renderanno il mercato un rimbalzo la prossima settimana che potrebbe riportare il mercato al di sopra dei 200 giorni. La sfida, almeno a breve termine, rimane il livello di resistenza che si eleva a 2800.

Tuttavia, i prossimi due grafici suggeriscono che esiste una buona probabilità che qualsiasi rimbalzo fallisca nel breve termine e dovrebbe essere utilizzato per il rischio di riequilibrio.

  1. Il mercato non si è invertito a livelli che normalmente indicano i fondi a breve termine.  Le linee rosse nei quattro pannelli inferiori indicano periodi in cui l’assunzione di profitti e la riduzione del rischio sono stati l’ideale. Le linee verdi sono state le prime opportunità per aumentare l’esposizione. Come noterai, questi indicatori tendono a oscillare dagli estremi e, una volta avviato un processo di correzione, di solito non viene completato finché non viene raggiunto il limite inferiore. 

Nota importante:  questo non significa che il mercato si ridurrà drasticamente nel prezzo. Le attuali condizioni di ipercomprato possono anche essere risolte continuando il consolidamento in un intervallo come abbiamo visto nelle ultime due settimane. 

2)  C’è storicamente una correlazione molto alta tra ciò che accade nel settore dei trasporti  (una visione sull’economia) e il mercato nel suo insieme.  Guarda un rally nel settore dei trasporti per segnalare un all-clear per i mercati. 

L’impostazione attuale suggerisce che la correzione iniziata la settimana scorsa non è ancora completa e che qualsiasi rimbalzo sarà probabilmente una buona opportunità per riposizionare i portafogli a breve termine fino a quando non si raggiungerà un punto di accesso migliore per aumentare l’esposizione. 

Il problema con affermazioni come queste è che quelle della   mentalità “permanentemente rialzista” tendono ad estrapolare l’analisi nell’insorgenza del prossimo  “mercato degli orsi”.   Tale non è certamente l’intento, né è un suggerimento vendere tutto e nasconderlo in contanti. 

Quello che dovrebbe essere immediatamente evidente è che prestare attenzione al prezzo può aiutare ad alleviare la nostra naturale tendenza ad  “acquistare alti”  e  “vendere bassi”.   Gestire un portafoglio di investimenti significa semplicemente misurare il rischio e la ricompensa e piazzare le scommesse quando la ricompensa supera il potenziale rischio. La messa a punto dell’esposizione a  straordinari  “a rischio” può pagare grandi dividendi a lungo termine, il che è il nostro obiettivo di investimento per cominciare. 

Questo è il motivo per cui ogni grande investitore nel corso della storia ha  regole di investimento di base  che ruotano tutte intorno a limitare le perdite al capitale. Ecco  le 7-Immutable Laws of Investing di James Montier:

  1. Insisti sempre su un margine di sicurezza
  2. Questa volta non è mai diversa
  3. Siate pazienti e aspettate il grasso
  4. Sii controcorrente
  5. Il rischio è la perdita permanente di capitale,  mai un numero
  6. Essere cauti di leva
  7. Non investire mai in qualcosa che non capisci

Se queste regole ti sembrano logiche, e stai annuendo con la testa, allora come ha senso un tono per  “comprare e tenere”  e  “cavalcare il mercato”  ?

Durante un ciclo di mercato rialzista, acquistare e detenere buoni investimenti che pagano un dividendo è assolutamente la cosa giusta da fare. Tuttavia, alla fine del ciclo di mercato, non così tanto. 

Cosa sanno le banche centrali di non saperlo

Come abbiamo notato nella missiva di giovedì sul motivo per cui il  QE potrebbe non funzionare questa volta, i  banchieri centrali di tutto il mondo sono tornati nel   pool di “misure di emergenza” .

  • La Fed
    • Ha annunciato che sarà “paziente”  con futuri aumenti dei tassi.
    • Il ritmo del QT, o riduzione del bilancio,  non sarà sul “pilota automatico”  ma guidato dall’attuale situazione economica e dal tono dei mercati finanziari.
    • Si prevede che la Fed annuncerà a marzo che il  QT finirà e il bilancio si stabilizzerà su un livello molto più alto, e;
    • Il QE è uno strumento che verrà utilizzato  quando le riduzioni dei tassi non sono sufficienti per stimolare la crescita e calmare i mercati finanziari agitati.
  • La Cina ha lanciato la  sua versione di  “Quantitative Easing”  per aiutare a sostenere la sua economia che è cresciuta al ritmo più lento in quasi 30 anni.
    • La Cina ha adottato misure di politica fiscale e monetaria come progetti infrastrutturali ad alta velocità
    • Supporto monetario aggiuntivo per l’economia
    • Un taglio delle tasse, e;
    • Requisiti di riserva delle banche di riduzione
  • La BCE, dopo aver ridimensionato la crescita dell’Eurozona, ha  annunciato
    • Non  aumenteranno i tassi nel 2019 , e;
    • Estenderanno il programma TLTRO, che è il piano  mirato di operazioni di rifinanziamento a più lungo termine che  concede prestiti a basso costo alle banche dell’Eurozona in difficoltà  nel 2021. (Attualmente, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo prendono in prestito più di quanto depositano e più di $ 800 miliardi del precedente TLTRO è destinato a maturare nei prossimi due anni: senza l’estensione del programma, le insolvenze potrebbero aumentare drasticamente).

Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi, giusto?

Forse, ma se non c’è nulla di cui preoccuparsi, allora perché l’improvviso perno delle banche centrali? Cosa stanno vedendo che non lo fai?

Come abbiamo discusso  nella nostra analisi , il macroambiente negli Stati Uniti è marcatamente diverso da quello del 2009. Il punto di partenza della Fed per combattere il prossimo ambiente recessivo è molto più debole di allora quando il tasso dei fondi della Fed era due volte più alto e il bilancio quattro volte più piccolo.

Ecco il punto importante. Noi, come investitori, siamo stati addestrati nell’ultimo decennio a  “comprare”  ogni volta che le banche centrali sono impegnate in interventi monetari. Finora ha funzionato per aumentare i prezzi delle attività più in alto. Ma qui sta il rischio di compiacimento. 

Nel 2009, la maggior parte del rischio nei mercati finanziari e creditizi era stato eliminato dal declino. Oggi i mercati sono più esposti che mai a sfruttare il rischio di credito in tutto l’ecosistema globale. 

Il mio amico Doug Kass ha avuto una grande nota venerdì relativa a questo rischio.

“Sorprendentemente ho sentito un ‘testa parlante’ su una delle piattaforme di business media all’inizio di questa settimana che ha detto che nessuno degli eccessi che esisteva nei periodi di recessione precedenti sono in atto oggi. 

Dire che gli eccessi, i problemi sistemici e l’eventuale instabilità, non esistono è un limite irresponsabile.

Per come la vedo io, ci sono diversi eccessi misurabili e rischi associati che rappresentano le nuove sfide di questo ciclo che possono essere riassunte in queste cinque categorie:

  • Un livello insostenibile di debito globale (privato e del settore pubblico)
  • Instabilità strutturale e minacce alla crescita sotto forma di deficit crescenti e tendenze demografiche (ovvero, rallentamento della crescita della popolazione)
  • Mancanza di cooperazione (sovrana)
  • Instabilità politica senza precedenti e crescenti rischi politici
  • Un pericoloso cambiamento nella struttura del mercato

Debito

Il debito che non è autofinanziato è il consumo futuro portato avanti.

Attraverso anni di facilità monetaria senza precedenti, abbiamo goduto di un consumo e di una crescita insostenibili che non possono continuare al ritmo attuale in futuro. Il debito, quindi, è un freno alla crescita futura, e l’ammontare del debito che il mondo ha ora sarà un mostro trascinato su quella crescita.

Il fatto è che le economie globali sono sovraffollate di debito nei nostri settori pubblico e privato che sono eccessivi. Come ho  spiegato  in “Perché i tassi di interesse sono la minaccia più grave del mercato toro”, il peso del debito agirà come un governatore della crescita economica nel pieno dei tempi: esaurirà il capitale. Pensare diversamente è temerario.

Deficit e minacce demografiche

Sotto il peso di deficit crescenti e incontrollati (sostenuti da entrambe le parti) e con un rallentamento della crescita della popolazione, le prospettive di crescita economica e di profitto a medio-lungo termine stanno diminuendo. A breve termine, la crescita economica interna sta già indebolendosi (dal momento che l’economia delle forniture viene ulteriormente screditata). Allo stesso tempo, la crescita cinese non si sta stabilizzando e sembra che l’Europa stia entrando in una recessione sempre più profonda, sottolineando la fragilità del sistema economico globale che è ancora sostenuto da tassi di interesse bassi o negativi.

Cina 

La mia principale aspettativa è che Stati Uniti e Cina non riusciranno a concordare il commercio. (La mia previsione di base è che gli investitori vedranno un accordo probabile e superficiale come nessun accordo). Scopriremo a breve se il mio punto di vista è accurato  e che non ci saranno grandi risultati per quanto riguarda il furto di IP e / o lo scambio di tecnologia.  Le conseguenze per l’economia globale sono ovvie: la  Cina rappresenta solo il 14% circa del PIL mondiale, ma rappresenta circa un terzo del delta nella crescita economica globale.

Guadagni e rischio

Soprattutto, per gli investitori, le aspettative di consenso sugli utili societari e le aspettative di crescita economica rimangono troppo ottimistiche “.

Ruberò la sua ultima battuta perché sono d’accordo sul fatto  che i rischi attualmente restino al ribasso, il che spiega le nostre caute prospettive per il 2019-2020. 

Se il messaggio che le Banche Centrali stanno mandando a buon fine, sarà probabilmente uno scenario impegnativo per le azioni nei prossimi mesi. 

Attualmente, sembra certamente che queste preoccupazioni siano stravaganti e inverosimili, ma i dati sono fin troppo presenti e reali. Dopo una corsa torrida nei primi due mesi dell’anno, è difficile vedere qualcosa di ribassista, ma qui risiede il rischio.

Come investitore, il nostro lavoro dovrebbe essere una valutazione onesta delle nostre allocazioni di portafoglio e della nostra strategia di investimento in relazione ai rischi di mercato rilevanti. 

In altre parole, poniti questa semplice domanda:

“Che cosa succederà ai miei soldi se qualcosa va storto?”

Se questa domanda non ti preoccupa, non fare nulla? Ma se non ti è piaciuto il tuffo nei mesi di novembre e dicembre, potrebbe essere il momento di rivalutare le cose.

Ritiro per il salame Citterio: rischio microbiologico. LOTTO

greenme.com 9.3.19

salame citterio richiamo

Il prodotto oggetto del ricamo è venduto in pezzi sfusi di 200 gr, senza indicazione di scadenza, ed è prodotto dallo stabilimento dell’azienda Giuseppe Citterio Salumificio Spa, con sede dello stabilimento in via Ticino n 105, Santo Stefano -Ticino.

Motivo del richiamo: “Prodotto non conforme ai criteri di sicurezza alimentare di cui al Reg. 2073/05”.

Il lotto richiamato è il numero 3523-51.

salame richiamo

Se avete acquistato questo prodotto, controllate il lotto e non consumatelo. 

Vittime dei crac bancari, laRepubblica: il problema non è solo la pubblicazione del decreto

Rassegna Stampa vicenzapiu.com 10.3.19

FIR, Alessio Villarosa con Massimo Bitonci e dirigenti Mef incontrano le vittime delle banche

Alessio Villarosa con Massimo Bitonci e dirigenti Mef incontrano le vittime delle banche

Risarcire i risparmiatori truffati, subito. A Ferrara le associazioni degli “azzerati” (gli ex azionisti e obbligazionisti) di Carife scendono in piazza per chiedere la pubblicazione dei decreti attuativi del Fondo di indennizzo, istituito dalla legge di Bilancio, un miliardo e mezzo di euro in tre anni che però rischiano di rimanere incagliati a tempo indefinito, in attesa di un provvedimento che slitta di giorno in giorno.

La manovra fissava il termine del 31 gennaio, ma «del decreto non c’è neanche l’ombra » , denuncia il deputato dem Luigi Marattin, ricordando che « sulla promessa del rimborso totale M5S e Lega avevano basato la campagna elettorale » . « Il governo sta prendendo in giro i risparmiatori truffati — dice il senatore Pd Andrea Ferrazzi — Un balletto vergognoso sulla pelle dei risparmiatori».

A denunciare lo stallo del decreto rimborsi sono soprattutto le associazioni. Martedì scorso a Roma il commissario Ue per la Concorrenza Margrethe Vestager ha ricordato che non basta essere azionisti o obbligazionisti di una banca fallita per ottenere il risarcimento, bisogna che il misselling, cioè la vendita fraudolenta, venga provata.

Da indiscrezioni di fonte Ue viene confermato che il governo italiano ha finalmente inviato a Bruxelles lo schema del decreto. Il tentativo di superare l’obiezione della commissione, che qualifica come aiuti di Stato i rimborsi indiscriminati, è nell’istituzione di una commissione interna al ministero dell’Economia, composta da magistrati, avvocati, ex componenti dell’arbitro bancario e finanziario e dell’arbitro per le controversie finanziarie.

La commissione dovrà accertare la presenza di ” violazioni massive”. Bruxelles chiede però un giudizio “caso per caso”. Ecco perché si tratta di un tentativo destinato ad arenarsi, rileva Marattin: «M5S e Lega hanno sempre detto che avrebbero rimborsato tutti, ma le normative prevedono rimborsi solo in caso di truffa accertata. Si tratta di una gigantesca operazione di marketing, tanto che oggi a Ferrara scende in piazza Alan Fabbri, candidato sindaco della Lega. Andrà con gli azzerati a protestare alla sede del suo partito…».

Scettico anche l’eurodeputato David Borrelli, transfuga dal M5S, ora nel gruppo dei ” non iscritti”: «Queste persone non erano speculatori, la maggior parte non aveva idea di aver acquistato titoli rischiosi. Ho presentato ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, e il 26 incontrerò la Vestager». Chiedono un incontro con la Vestager anche i presidenti di quattro associazioni, Letizia Giorgianni, Corrado Canafoglia, Marco Cappellari e Luigi Ugone.

Altre associazioni si sono rivolte ai governi regionali: Veneto e Friuli Venezia Giuliasono in prima fila. Il problema non è però solo la pubblicazione del decreto: «Le norme prevedono l’indennizzo sul prezzo di acquisto, senza la rivalutazione, e si parla di misselling con riferimento al momento della vendita, in questo modo si tagliano fuori i vecchi azionisti » , contesta Barbara Venuti, di Consumatori Attivi (Udine).

«La prima formulazione dell’art. 38 della legge di Bilancio — aggiunge Patrizio Miatello, di “Ezzelino III da Onara” — prevedeva l’arbitrato, e avrebbe passato l’esame Ue, e l’inversione dell’onere della prova a vantaggio dei risparmiatori» .

Una norma scritta male, insomma, che rischia di risultare inapplicabile o inutile, persino nel caso di via libera da Bruxelles.

di Rosaria Amato da la Repubblica

Impazienza cognitiva: Il cammino verso la stupidità

angolopsicologia,com 8.3.19

impazienza cognitiva

È sempre più comune. È così diffuso che potremmo definirlo il “male della nostra epoca iperconnessa”. Parli con una persona. Ti sta ascoltando. O almeno sembra. Pensi di esserti sintonizzato emotivamente, di aver trasmesso il tuo messaggio. Ma più tardi scopri che quella persona non ha capito quasi nulla di ciò che hai detto. E il giorno dopo non se lo ricorda nemmeno. È l’impazienza cognitiva, il percorso più diretto verso la stupidità.

Cos’è l’impazienza cognitiva?

Quando è stata l’ultima volta che hai letto un testo dall’inizio alla fine, senza disperarti, senza stancarti, senza interrompere la lettura per fare qualcos’altro, senza distrarti e passare urgentemente a qualcos’altro di “più interessante”?

Questa incapacità di mantenere l’attenzione concentrata su un singolo compito è ciò che il professore di letteratura Mark Edmundson chiamava impazienza cognitiva. Questo professore si rese conto che molti studenti universitari evitano attivamente la letteratura classica del diciannovesimo e del ventesimo secolo perché non hanno la pazienza di leggere testi più lunghi e più densi di quelli che normalmente si trovano in internet.

Fu così che coniò il termine “impazienza cognitiva”, che si riferisce all’incapacità di prestare attenzione durante il tempo necessario a comprendere la complessità di un pensiero o di una discussione. Non prestando attenzione ed essendo vittime dell’impazienza, non solo non possiamo comprendere idee complesse, ma non possiamo neppure memorizzare le idee più semplici.

Il fragoroso rumore della distrazione

Viviamo in un mondo in cui il silenzio è diventato un lusso. Il rumore è quasi onnipresente, non solo il rumore acustico ma anche uno più pericoloso: il rumore della distrazione. La solitudine ha lasciato il posto a una presenza permanente che ci interrompe costantemente e in ogni circostanza, una presenza che è responsabile della messaggistica istantanea, dei social network, del consumo compulsivo di informazioni…

Nell’era dell’iper-connettività regna l’ansia. E per rafforzare il suo regno non ha esitato a cancellare la tranquillità così necessaria per concentrarsi e riflettere. Se non possiamo stare calmi, se abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa o che ci sia qualcosa di molto più interessante da fare o vedere, non riusciremo a concentrarci.

La nostra attenzione paga il conto. E questo conto è così alto che lo psicologo Daniel Goleman arrivò a sostenere che siamo di fronte a “un pericoloso crocevia per l’umanità” perché senza l’attenzione perdiamo la nostra capacità di pensare e prendere decisioni autonomamente. “L’attenzione, in tutte le sue varianti, costituisce un valore mentale che, pur essendo poco riconosciuto (e talvolta sottovalutato), ha una forte influenza sul nostro modo di muoverci nella vita”.

Come ci stanno rubando la nostra attenzione?

Daniel Goleman si riferisce all’impazienza cognitiva come a uno stato di “attenzione parziale continua”. Sarebbe una sorta di stupore indotto dal bombardamento di dati provenienti da diverse fonti d’informazione. In pratica, ci esponiamo a così tante informazioni che semplicemente non possiamo elaborarle adeguatamente, quindi offriamo solo un’attenzione parziale a ogni stimolo, che sia la lettura, la visione di un film o una conversazione.

Questo bombardamento d’informazioni genera inevitabilmente scorciatoie negligenti, significa che sviluppiamo abitudini attenzionali meno efficaci e, sebbene siamo apparentemente presenti e concentrati, in realtà la nostra attenzione è così divisa che non possiamo riflettere su ciò che stiamo leggendo o ascoltando.

Uno studio condotto presso le università di Aberdeen e British Columbia rivelò che quando leggiamo, la nostra mente di solito trascorre tra il 20 e il 40% del tempo divagando. In una conversazione accade la stessa cosa, quindi non è strano che in seguito non possiamo ricordare gran parte del messaggio perché ne abbiamo perso dei pezzi importanti.

Goleman spiega che “quanto più siamo distratti durante l’elaborazione di quel tessuto e più lungo è il tempo trascorso fino a quando ci rendiamo conto che siamo stati distratti, tanto più grande sarà il buco nella rete e più cose, di conseguenza, ci sfuggiranno”.

Il pericolo dell’impazienza cognitiva non si riduce a una semplice dimenticanza, le sue implicazioni vanno molto oltre. Per capirle, dobbiamo capire come funziona l’attenzione.

Attenzione superiore e attenzione inferiore: un percorso bidirezionale che viene bloccato

Il nostro cervello ha due sistemi mentali separati che funzionano in modo relativamente indipendente. Esiste un’attenzione inferiore, che funziona dietro le quinte in modo involontario, ci avvisa dei pericoli e prende il controllo quando eseguiamo dei compiti ripetitivi, quando funzioniamo con il pilota automatico inserito. C’è quindi un’attenzione superiore e volontaria che ha carattere riflessivo.

L’impazienza cognitiva attacca proprio l’attenzione superiore, quella che migliora la nostra consapevolezza, la capacità critica, la deliberazione e la pianificazione. Quando passiamo da uno stimolo all’altro la nostra attenzione è attratta solo da ciò che consideriamo pericoloso o che ha un enorme impatto emotivo. Dei 20 titoli sui quali si posano i nostri occhi, ci colpirà solo quello che ha una risonanza emotiva.

Il problema è che questa tendenza ci rende molto vulnerabili, perché quando uno stimolo innesca un’intensa reazione emotiva si pùo produrre anche un sequestro emozionale, significa che “la nostra attenzione si restringe ulteriormente e si afferra a ciò che ci preoccupa, mentre la nostra memoria si riorganizza, favorendo l’emergere di qualsiasi ricordo rilevante per la minaccia che ci troviamo di fronte […] e, quanto più intensa è l’emozione, tanto maggiore sarà la nostra fissazione. Il sequestro emozionale è, per così dire, il collante dell’attenzione“, secondo Goleman.

In altre parole, cedere all’impazienza cognitiva ci toglie il controllo e la capacità di pensare e decidere autonomamente. Ci rende schiavi delle emozioni, emozioni che gli altri (leggi: pubblicità, politici, classi dominanti o semplicemente una persona vicina) possono manipolare a volontà. Senza la capacità di prestare attenzione, siamo facilmente malleabili perché ci trasformiamo in zombi che funzionano con il pilota automatico perennemente inserito.

A che serve saper leggere se non riflettiamo sul contenuto? A che serve passare ore con un amico se non prestiamo attenzione a ciò che ci dice? A che serve “informarci” se non assumiamo un atteggiamento critico nei confronti delle notizie?

Barattare la nostra attenzione per l’informazione effimera e spesso irrilevante che “ci offre con tanta magnanimità” la società odierna semplicemente non ne vale la pena.

 

Fonti:
Wolf, M. (2018) Skim reading is the new normal. The effect on society is profound. In: The Guardian.

Goleman, D. (2013) Focus. Barcelona: Editorial Kairós.

Smallwood, J. Et al. (2007) Counting the Cost of an Absent Mind: Mind Wandering as an Underrecognized Influence in an Educational Performance.Psychonomic Bulletin and Review; 14(12): 230-236.

La entrada Impazienza cognitiva: Il cammino verso la stupidità se publicó primero en Angolo della Psicologia.

Più che l’amor poté il profitto: il bluff delle coop migranti

Andrea Zambrano lanuovabq.it 10.3.19

Il piagnisteo delle coop sociali sui mancati utili dovuti ai tagli del DL Salvini svela il sospetto che i grandi principi di carità siano subordinati a ragioni di profitto. Si fa finta di non capire che i soldi dello Stato servono all’integrazione solo di chi ha ottenuto lo status di rifugiato, non di tutti i migranti sbarcati illegalmente in Italia. 

Il documento congiunto delle centrali cooperative emiliane sui tagli del decreto Salvini rischia di essere un boomerang. Anzitutto perché, lamentando un problema di cassa, i professionisti della migrazione hanno mostrato l’effetto collaterale della discutibile politica di accoglienza in atto in Italia dal 2012 che ha fatto proliferare un business di una domanda gonfiata dalla stessa offerta. Inoltre, rivela incautamente che il problema dei guadagni è dirimente e tutto questo fa sorgere il sospetto legittimo che i grandi principi di solidarietà umana e cristiana che certi campioni del catto progressismo spacciano come 11esimo comandamento, siano subordinati al tema non indifferente del ricavo.

Lamentarsi – come hanno fatto Legacoopsociali, Confcooperative e Agci Solidarietà nel documento “Accordo etico delle cooperative sociali per un’accoglienza dignitosa” – che con la nuova legge “non sono previsti l’utile di impresa e le spese generali” significa scoprire le carte e rivelare che il vero obiettivo è il profitto e che senza profitto non c’è accoglienza che convenga.

Profitto che invece il decreto Salvini, abbassando la quota di contributo statale pro capite/die da 35 a 21 euro, mira proprio a stroncare, impedendo che i professionisti dell’accoglienza possano programmare sulla base solo dei ricavi la loro attività “filantropica”. Ma non perché Salvini sia un nemico della libertà d’impresa, ma perché se una coop di quel tipo fa utili – e abbiamo visto che negli anni molti di questi utili erano frutto di vere e proprie creste sulla dignità del migrante – allora il business è cristallizzato e bisognerà continuare all’infinito con la politica assistenzialista per ingrossare i bilanci delle coop. E’ lecito chiedersi se questo sia moralmente opportuno? 

Le belle parole con le quali le coop hanno condito il loro appello, il lacrimevole piagnisteo sui posti di lavoro persi degli operatori, sono un inganno. E così pure le sinistre quanto grottesche chiamate alle armi di alcune cooperative che hanno fatto investimenti.

Un esempio illuminante. La coop emiliana Dimora d’Abramo (realtà cattodemocratica che fino a pochi anni fa aveva nel suo board anche alcuni sacerdoti, tra cui don Giuseppe Dossetti junior), addirittura lamenta che sono stati fatti degli investimenti immobiliari. Quindi adesso lo Stato dovrebbe continuare ad alimentare il racket dei barconi per consentire alle coop di pagare la loro spesa? Detta così è brutale, ma leggendo le parole del suo presidente alla Gazzetta di Reggio non vengono in mente altre interpretazioni: “Una complicazione organizzativa ci preoccupa perché abbiamo fatto degli investimenti, comprando ad esempio degli appartamenti, abbiamo rinnovato dei contratti, ne abbiamo altri in essere con lavoratori professionisti”.

Cerchiamo di capire: se una coop fa investimenti e compra appartamenti per la gestione dei migranti, significa che spera che ne arrivino sempre di più; significa che non intende quella degli sbarchi come un’emergenza temporanea da regolare, ma come – nella più ingenua delle intenzioni – una ineluttabilità di cui farsi carico, con progetti seriamente strutturati e a lungo termine; significa che gli scafisti facciano pure il loro lavoro, le ong la loro parte e le coop massimizzino la gestione del richiedente asilo spacciandolo da migrante. E’ la filiera messa in moto dalla politica immigrazionista che punta ad avere migranti, non a regolare i pochi richidenti asilo. 

Piagnisteo e vittimismo non reggono alla prova razionale della fotografia dell’attuale. Che dice tutt’altro. E cioè che quei soldi che oggi mancheranno all’appello nelle nuove aste, mancano per il semplice motivo che non servono allo straniero nella fase in cui viene accolto per il riconoscimento e le pratiche di ottenimento dello status di rifugiato.

Invece le coop hanno pianto su diverse voci, nella speranza che l’Italia si intenerisse, per la perdita di “qualità dei servizi”, “grande patrimonio etico e materiale”, “orientamento formativo e lavorativo”, “insegnamento della lingua italiana”, “sostegno nell’accesso ai servizi sanitari e sociali” e “presa in carico psico-sociale per le situazioni vulnerabili”.

Che cosa resta alle realtà dell’accoglienza con i nuovi bandi emessi dal governo? “Si delinea così una accoglienza ridotta di fatto al vitto e alloggio, al di sotto degli standard minimi previsti dalle Direttive Europee in materia”, dicono.

Ma gli standard minimi europei sono esattamente sulla linea attuale del governo dato che è questa una delle motivazioni dell’esecutivo per abbassare la cifra. Ora sarebbe interessante chiedere alle coop in nome di quale principio etico ai richiedenti asilo bisogna concedere qualche cosa d’altro che non siano vitto e alloggio? 

Il punto che non si accetta è la revisione dell’articolo 13 del decreto Salvini, in particolare l’introduzione del comma 1 bis che stabilisce come il richiedente asilo non possa ottenere l’iscrizione anagrafica e quindi i conseguenti benefici finché è in corso l’istruttoria da parte delle Commissioni asilo del Viminale o l’eventuale successivo ricorso giurisdizionale. 

I corsi di italiano, gli inserimenti lavorativi, le attività più o meno integrative sono costi che in questa fase lo Stato non può accollarsi perché queste attività andranno offerte soltanto a chi otterrà lo status di protezione. Nella fase dell’accoglienza, queste attività non servono e non servono anche perché il governo ha promesso tempi celeri nell’evasione delle pratiche per non stabilizzare una presenza che ha fatto aumentare i costi a dismisura.

Tutto questo non significa che lo straniero sia privo di qualsiasi assistenza: può godere della prima accoglienza, dal mantenimento all’assistenza sanitaria, ma gli viene tolto quel di più che le coop spacciavano come indispensabile per l’integrazione, ma che invece sarebbe indispensabile solo per chi ne ha veramente diritto. La norma dice che le misure di integrazione spettano a chi sia entrato in Italia in modo regolare, a chi abbia già ottenuto la protezione internazionale. Non a una massa indistinta sulla quale si continua a fare confusione. Una confusione – quella tra veri profughi e semplici migranti – che si diffonde prospettando masse di sbandati abbandonati a sé stessi, quando invece i dati danno gli arrivi in calo costante.

Nel frattempo, però, il governo sta accelerando le pratiche di asilo, sia davanti alle Commissioni, il cui personale è stato moltiplicato, sia nella fase del ricorso al giudice. E tutto questo risponde alla logica che non sia permesso il radicamento a una persona che nella gran parte dei casi ha proposto una domanda infondata ed è destinata a essere espulsa. 

Ma anche a fronte di questo calo considerevole, le coop, invece di rallegrarsi che ci sono meno schiavi importati dall’Africa per il “mercato” occidentale, lamentano il venir meno di lavoro e dunque di introiti. Che è un po’ come venire a sapere che in un reparto Infettivi di un grande policlinico, i ricoverati per Hiv sono sempre meno e invece di rallegrarsene, il forinitore di pasti chiede alla direzione sanitaria di predisporre anc­­ora più letti.

SPILLO/ Da Monti a Padoan, i ricatti dell’Europa che hanno impoverito l’Italia

Le recenti dichiarazioni di Tria riaccendono i riflettori sui ricatti subiti dall’Italia da parte dell’Europa per far marciare la macchina dell’euro

10.03.2019 – Giovanni Passali ilsussidiario.net

wolfgang_schauble_1_lapresse_2017
Il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble (LaPresse)

La solita verità viene fuori, ogni tanto. Proprio come ogni verità, prima o poi viene a galla. E così è capitato che pure al ministro Tria sia scappato di “confessare” il ricatto sottinteso dall’Europa al governo Letta, a cui venne consigliato di approvare la legge sul bail-in, cioè la regola per cui una banca a rischio fallimento il salvataggio avviene col denaro dei depositanti. In particolare, nell’audizione davanti alla commissione finanze del Senato, Tria ha affermato che l’allora ministro Saccomanni venne ricattato dal ministro delle finanze tedesco Schauble. Il tentativo di correggere quelle affermazioni fatto in seguito è privo di ogni credibilità, soprattutto perché questo è solo l’ultimo (per quello che sappiamo) di una lista di ricatti piuttosto nutrita. 

Pure al ministro Padoan è toccato il ricatto; lo racconta Varoufakis in un suo libro: “Da quando era stato nominato ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble si era impegnato ad aggredirlo in ogni possibile occasione, specie all’Eurogruppo”. E parliamo di Padoan, uno che più allineato all’Ue di così non si può.

Lo stesso accadde anche l’ex ministro Andrea Orlando, parlò di ricatto subito dall’Italia da parte della Bce (cioè da Draghi) e dell’Ue: dovevamo mettere in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio, altrimenti la Bce ci avrebbe fatto mancare i soldi per gli stipendi pubblici. Lo stesso ministro Saccomanni, ex di Bankitalia e fedelissimo di Draghi, ha ammesso il ricatto che ha subito dai tedeschi: “Visco lo ha accusato sul Corriere di essersi fatto fregare dai tedeschi, accettando pure di anticiparne l’entrata in vigore al 2016. Schauble disse che altrimenti i mercati ci avrebbero puniti”.

Ma la lista dei ricatti si può fari risalire almeno al tempo dell’ultimo governo Berlusconi e delle sue dimissioni, con l’arrivo di Monti. Quel ricatto lo ha confessato il senatore leghista Garavaglia: “Gli ispettori della Bce ci chiesero se avremmo votato il governo Monti… e ci dissero che se non l’avremmo votato allora loro avrebbero smesso di comprare i titoli di Stato e in due mesi l’Italia sarebbe fallita”.

In questo quadro vanno collocate le “riflessioni” attuali di tanti esponenti tedeschi perché le loro “riflessioni” sono semplicemente ragionamenti su come ricattarci più efficacemente. Come si capisce dalle “riflessioni” di Clemens Fuest, capo dell’Ifo: “Se succede qualcosa, se l’Italia avesse delle difficoltà a rifinanziare il suo debito” e il governo fallisse nelle riforme “ci sarà una qualche maniera di andare avanti… una forma di sostegno dall’Ue… probabilmente anche un cambiamento del governo italiano”. Vi immaginate i titoli dei giornali, se mai un esponente di spicco italiano dicesse una cosa del genere sul governo tedesco o francese?

E pure interessanti le riflessioni di David Landau, capo economista di Deutsche Bank: “L’Italia deve decidere se riformare a fondo e repentinamente lo Stato… o lasciare l’Eurozona…”. Anche l’influentissimo Hans Werner Sinn ci suggerisce di uscire e ci spiega che in caso contrario l’Italia dovrebbe accettare un calo del reddito del 12% e una disoccupazione del 15-20%. 

La cosa davvero sconcertante è la menzogna sottesa a tutti questi ricatti. Si, perché, come gli esperti sanno bene e come il colosso JPMorgan ha certificato in un suo report, in caso di uscita dall’euro sarebbe l’Italia a stare meglio e i tedeschi a soffrire: infatti con la svalutazione della nuova moneta nazionale le esportazioni correrebbero mentre le importazioni di prodotti troppo cari (a causa del cambio) sarebbero sostituite da prodotti italiani e finalmente potrebbe riprendere il mercato interno.

L’altra strada invece, quella che stiamo seguendo, è destinata al fallimento. La Germania non vuole il piano Savona, non vuole essere la locomotiva d’Europa, non vuole politiche di investimento a deficit, nemmeno se queste sono ormai indispensabili e stanno relegando la Germania a Paese sempre meno capace di sviluppo. Niente investimenti, anche se le infrastrutture cadono a pezzi. Continuano a incamerare attivi di bilancio, ma senza alcuna prospettiva di sviluppo nazionale (e gli imprenditori tedeschi lo hanno capito e fanno investimenti finanziari all’estero).

Così non può finire bene, rimane solo la possibilità di ritardare il disastro con massicce iniezioni di liquidità da parte delle Bce. E indovinate cos’ha appena deciso Draghi? Niente aumento dei tassi (ma non andava tutto bene?) e nuove iniezioni di liquidità per le banche a costi vantaggiosi per altri due anni. Con questa mossa arriva addirittura a ipotecare le mosse del prossimo governatore della Bce, dato che lui è in scadenza.

E come hanno reagito i mercati? Malino, direi. Com’è ovvio. Tutti hanno preso questa iniziativa della Bce come un’ammissione della crisi che non passa. Lo spread sui titoli è calato, ma sono calati pure gli indici bancari perché lo spread è proprio quello, il guadagno delle banche. Si tratta di una situazione grottesca, nella quale l’euro ha esaltato il “vita mea mors tua”, cioè il fatto che se a qualcuno va bene, allora a qualcun altro andrà male. Per questo finirà male. Ma per tutti. 

Le “spose” dell’Isis vogliono tornare a casa

CARLOTTA LUDOVICA PASSERINI DA WASHINGTON Caffe.ch 10.3.19

La storia delle ragazze rapite e vendute dal Califfato
Immagini articolo
Lo Stato Islamico sta arrivando alla resa dei conti grazie all’intervento combinato delle Forze democratiche siriane (Fds) e della coalizione internazionale. Negli ultimi tempi le Fds hanno liberato la zona di Bagoz, dopo aver distrutto l’ultima roccaforte dell’Isis nella provincia di Deir Azzor. I miliziani sono stati catturati e le loro famiglie trasferite in centri di detenzione. Ma cosa succederà agli oltre 40.000 foreign fighters che si sono uniti al Califfato?
La maggioranza dei governi occidentali ha dichiarato che non intende procedere all’estradizione dei propri connazionali che hanno combattuto fra le fila dello Stato Islamico. L’Inghilterra ha preferito revocare il passaporto a due membri della cellula dei “Beatles”, i miliziani che si occupavano di decapitare gli ostaggi occidentali, ora nelle carceri delle Fds. 
Gli Stati Uniti, poi, non sembrano voler concedere il rimpatrio a Hoda Muthana, nata in New Jersey ventiquattro anni fa, con un figlio di 18 mesi. E gli inglesi hanno ribadito di essere contrari a estradare Shamima Begum, diciannovenne al nono mese di gravidanza, unitasi all’Isis quando aveva solo 15 anni. Ora che lo Stato Islamico è arrivato al capolinea, Shamima, non pentita della propria scelta, chiede di tornare a casa per offrire un futuro migliore al bambino che porta in grembo. Futuro che lei stessa ha negato a migliaia di persone, affiliandosi al Califfato. C’è da chiedersi se avrebbe fatto la stessa scelta se la guerra avesse avuto un altro esito. 
Centinaia di ragazze occidentali si sono unite all’Isis, abbracciandone l’ideologia e concedendosi come spose volontarie ai miliziani. Molte di loro hanno commesso azioni indicibili, soprattutto nei confronti delle ragazze yezide rapite dallo Stato Islamico il 3 agosto 2014. Quello stesso giorno, infatti, i membri del Califfato hanno messo in atto un vero e proprio genocidio nei confronti degli yezidi, membri della omonima minoranza etnico-religiosa, sul Monte Sinjar. Migliaia di persone sono state uccise e oltre 6.000 donne e ragazze rapite e date in premio ai miliziani che le hanno stuprate, usate come schiave e vendute per poche decine di dollari sul mercato nero. 
Pari Ibrahim, fondatrice della Free Yezidi Foundation, Ong irachena che opera nei campi profughi per Idp del Kurdistan per fornire aiuti agli yezidi sopravvissuti al genocidio, ribadisce la necessità di un intervento immediato della comunità internazionale per perseguire legalmente le mogli dei miliziani e gli stessi foreign fighters per tutti i crimini che hanno commesso. Ibrahim sostiene che vi siano prove a carico delle donne dello Stato Islamico e testimoni pronti a dichiararne la colpevolezza. “Le donne spesso erano autrici di violenze peggiori di quelle perpetrate dai loro mariti”, spiega Ibrahim, e prosegue: “Lavavano, truccavano e vestivano le ragazze yezide per poi consegnarle ai mariti che le avrebbero ripetutamente violentate”. 
La fondatrice della Free Yezidi Foundation spiega che erano le stesse mogli dei miliziani a tenere le prigioniere sequestrate, chiudendole a chiave nelle loro stanze, mentre i mariti si trovavano al fronte. “Le ragazze che sono riuscite a scappare – dice Ibrahim – sostengono che torture, umiliazioni e violenze psicologiche erano all’ordine del giorno”. 
Tuttavia, non sembra che i governi occidentali vogliano occuparsi dei processi dei loro cittadini. Preferiscono che siano le Forze democratiche siriane a prendersene cura, in Paesi dove la giustizia lascia poco spazio ai concetti occidentali di legalità ed equità. L’atteggiamento pilatesco degli Stati europei prevale sulla giustizia tanto declamata nelle nostre costituzioni. E così le donne yezide non troveranno mai pace.
10.03.2019

L’Europa a un bivio tra crescita e crollo

Caffe.ch 10.3.19

Il voto di maggio e la minaccia sovranista a Bruxelles
Immagini articolo
In Italia
La martellante campagna rafforza il vicepremier leghista
Le “avances” di Salvini e i dubbi di Di Maio sull’ipotesi gruppone
Francesco Anfossi da Roma

In Italia la campagna elettorale per le europee è iniziata il giorno dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018. I proclami, gli slogan, le azioni “esemplari” del Governo sovranista e populista presieduto dal premier Conte, come il sequestro della nave della Guardia costiera italiana “Diciotti” bloccata per giorni nel porto di Catania con il suo carico di naufraghi per ordine del Governo, si sono susseguite per tutto il corso del 2018 proseguendo anche quest’anno. Protagonista di questa campagna è stato senza dubbio il vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini. La sua martellante campagna xenofoba ha portato i suoi frutti: la Lega, di cui è segretario, è prima al 32,4% nelle intenzioni di voto. Secondo il Movimento Cinque Stelle fondato da Beppe Grillo, al 25,7%. Terzo, con il 17,3%, il Partito democratico di Matteo Renzi, la cui immagine politica è in fortissimo declino anche per via dell’arresto per bancarotta fraudolenta dei genitori. Forza Italia, la creatura di Silvio Berlusconi, è all’8,7% mentre la formazione di destra Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni al 4,4%.
Salvini è pronto a proporre al Movimento Cinque Stelle di presentarsi nello stesso gruppo alle elezioni europee. “Tra me e Luigi è una storia destinata a non finire mai”, ha detto recentemente. L’obiettivo di Salvini è probabilmente portare i Cinque Stelle nel gruppone dei sovranisti al quale intende dar vita con Marine Le Pen, con i polacchi di Jarosław Kaczyński e tanti altri. Di Maio, l’altro vicepremier del Governo, leader dei grillini, è assalito dai dubbi. Allearsi anche in Europa con Salvini spaccherebbe il Movimento, ma avrebbe il vantaggio di evitargli l’isolamento nel quale si è cacciato in Europa. Il problema è che la Lega sta fagocitando i voti dei Cinque Stelle e allontanando l’anima di sinistra del Movimento, che pure esiste e che vorrebbe allearsi con il Pd di Zingaretti appena eletto leader.

In Germania
Il malcontento è più diffuso tra i disoccupati e i precari
Cdu sempre in testa ma a trionfare saranno i Verdi e i nazionalisti
Stefano Vastano da Berlino

Secondo una recente analisi dell’istituto Policy Matters, per la maggiorparte dei tedeschi l’Ue è “eine gute Sache”: il 56% degli interpellati ritiene cioè l’Europa dei 27 “una buona cosa”. Fra disoccupati e precari tedeschi però solo il 24% si aspetta vantaggi da Bruxelles, e il 37% vede nelle istituzioni Ue “una cosa negativa”. Pochi dati, ma bastano per farci grosso modo intuire come i tedeschi voteranno alle europee del 26 maggio. La parte del leone spetterà a Manfred Weber, attuale vice-presidente della Csu bavarese che, alle europee, sarà il candidato di punta anche della Cdu della cancelliera Merkel. “Più stabilità e sicurezza – dice Weber – sono i temi principali con cui mi candido a diventare presidente della Commissione europea”.
I sondaggi vedono Weber e la Cdu/Csu sul 30% dei voti, sono il 5 in meno delle europee del 2014, ma pur sempre in testa. Per Katarina Barley, ex ministro della Giustizia a Berlino e candidata di punta della Spd alle europee, l’importante è “un salario minimo e un’assicurazione sociale europea”. La Spd e la Barley puntano tutto “su una Europa più sociale” ma i sondaggi prevedono il peggio dal 27,5% del 2014 crolleranno al 16%.
Se per la Spd le europee saranno una Caporetto, per i Grünen un trionfo. Guidati dal Duo Ska Keller e Sven Giegold, i Verdi – al grido di “vogliamo fare di queste europee una elezione sul Clima!” – si preparano a superare la Spd raccogliendo oltre il 18% dei voti. “Non permetteremo – ripete Ska Keller – che i nazionalisti distruggano l’Ue”. Eppure sarà questo il dato più scioccante delle europee tedesche: l’estrema destra di Afd che raggiungerà il 10%. Ottenendo sempre più consensi con la prospettiva del “Dexit”, la fuoriuscita della Germania dalla Ue e il ritorno al marco; più controlli alle frontiere e stop ai migranti. 

In Spagna
Occhi puntati dapprima sulle politiche del 28 aprile
Tutto lascia prevedere un’irruzione xenofoba anche all’eurovoto
Giuseppe Grosso da Madrid

Il 26 maggio sarà una super giornata elettorale per gli spagnoli, chiamati a votare non sono per le europee ma anche per le regionali e le comunali. Mentre le politiche, convocate in seguito alla bocciatura della finanziaria del governo socialista di Pedro Sánchez, sono state fissate, alla fine, per il 28 di aprile.
Occhi puntati, dunque, sulle consultazioni nazionali, con le europee relegate al margine del dibattito e subordinate al responso delle urne nazionali, che dovrebbe anticipare, in buona misura, l’esito dell’eurovoto. Ovvero, l’irruzione della destra xenofoba rappresentata da Vox (una specie di Front National alla spagnola con possibilità di governo in caso di triplice alleanza con Pp e Ciudadanos); contrazione, secondo la tendenza generale, dei grandi partiti europeisti (i Socialisti e i Popolari), e consolidazione delle nuove alternative politiche di destra (i liberali di Ciudadanos) e di sinistra (Podemos).
Gli spagnoli eleggeranno 59 eurodeputati, 5 in più rispetto alle scorse elezioni; secondo i sondaggi, 16 saranno socialisti e 15 del Partito popolare, che resterebbero le prime forze politiche anche sullo scenario europeo, mancando tuttavia, per la prima volta, il traguardo psicologico del 50% dei voti (i pronostici danno il 25,4% al Psoe e il 23,5 al Pp). La terza posizione dovrebbe conquistarla Ciudadanos – spin off del Partito popolare con un discorso più liberale in materia economica e un po’ meno stantio nell’ambito dei diritti civili – con 12 scanni e quasi il 18% di consensi, seguito da Podemos e la galassia di sigle ecologiste e anticapitaliste (9 seggi; 14%). Al quinto posto Vox, il partito di estrema destra nato nel 2013 incendiando il dibattito pubblico con un discorso neofranchista, analogo nella sostanza a quello di Salvini e Le Pen. 

In Francia
La rivolta sociale ha scompigliato le carte in tavola
Le Pen al primo posto ma la grande incognita sono i “gilets jaunes”
Luisa Pace da Parigi

La Francia si avvicina alle elezioni europee in ordine sparso. Il Governo sta cercando di trovare una via d’uscita alla rivolta dei “gilets jaunes”. Una rivolta lungi dall’essere omogenea poiché il movimento continua a non trovare punti di convergenza anche se vorrebbe creare una o più liste per le europee. A queste divisioni vengono ad aggiungersi le infiltrazioni estremiste che stanno adombrando le richieste sociali. 
Una soluzione alle manifestazioni del sabato darebbe una spinta ai macronisti di La Republique en Marche che, secondo i recenti sondaggi, sembrerebbe in buona posizione ma LaRm deve fare i conti con il Rassemblement National di Marine Le Pen. Il Rn è al 22% delle intenzioni di voto contro il 20% per la coppia composta da LaRM e dai centristi del MoDem. Questo secondo un sondaggio OpinionWay/Tilder. 
Marine Le Pen gioca al recupero dei “veri gilets jaunes” – così sono definiti i non violenti – e li ha congratulati per “il successo del movimento” che sostiene dall’inizio, così come il suo antagonista Jean-Luc Mélénchon de la France Insoumise. Mélénchon al quale il settimanale L’Obs ha dedicato una decina di pagine “Mélénchon le révolutionnaire imaginaire” con tanto di ritratto alla Robespierre. Insomma, i gilets jaunes, ribaltando le regole repubblicane, non facilitano una classica campagna elettorale che rischia di essere contraddistinta dall’astensione.
Per ora, l’unica presa di posizione politica realistica è l’intenzione della destra moderata di volersi alleare a Macron. Il conservatore Alain Juppé, che ha appena lasciato il suo posto di sindaco di Bordeaux per assumere la direzione della Corte Costituzionale, non ha mai nascosto il suo sostegno alla maggioranza per le europee. Le manovre sono in corso. 

Nel Regno Unito
Il rinvio dell’uscita potrebbe giovare agli euroscettici
Il dilemma della Brexit e il possibile paradosso di un voto da partente
Alessandro Carlini da Londra

Nello scenario già caotico della Brexit si aggiunge una ulteriore incognita: le elezioni europee di maggio. La premier britannica Theresa May è stata chiara in proposito, affermando e ribadendo che il Regno Unito uscirà dall’Ue, come previsto, il 29 marzo, e quindi i suoi eurodeputati faranno le valigie, torneranno in patria e altri non dovranno essere rieletti al loro posto. Ma nella situazione sempre più convulsa in cui Londra si ritrova, e con la spada di Damocle del “no deal” sulla testa dei sudditi di sua maestà, tutto è ancora possibile, soprattutto se si considerano gli appelli arrivati da più parti nel Paese per un rinvio dell’addio all’Unione. 
Lo stesso presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha aperto alla possibilità che la Gran Bretagna alla fine chieda una proroga e partecipi comunque alla tornata elettorale. Ipotesi da lui stessa definita “difficile da immaginare” e uno “scherzo della storia” ma che resta fra le opzioni. Tutto questo avrebbe delle ripercussioni sulle europee. Attualmente la Gran Bretagna ha 73 membri nel Parlamento di Strasburgo. È previsto che la Eurocamera col divorzio britannico “dimagrisca” di 46 seggi, passando da 751 a 705 membri. I rimanenti 27 seggi saranno riallocati tra gli altri Stati. Secondo un recente studio di Votewatch, se la data della Brexit verrà rinviata le forze sovraniste saranno più forti in quanto potranno contare (fra l’altro) su un sicuro voto euroscettico da parte dei britannici. Sarebbe inoltre il Partito popolare europeo (Ppe) a risentirne di più, con una riduzione del divario con gli altri gruppi. Nelle ultime settimane si è discusso della possibilità di un rinvio, che potrebbe avere ricadute positive anche per gli stessi euroscettici e scongiurare il ‘no deal’.

10.03.2019

Londra chiude le porte ai ricchi cinesi e russi

ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA Caffe.ch 10.3.19

Potrebbe non ruggire più il motore dell’economia “british”
Immagini articolo
La Brexit incombe e il Regno Unito dovrebbe, in teoria, spalancare le sue porte a quanti vogliono dall’estero investire in un Paese che deve continuare a essere un motore economico attrattivo per i nababbi di mezzo mondo. E invece pare proprio che si stia andando nella direzione opposta, col rischio di isolare ancora di più la Gran Bretagna e creare un fossato di regole che allontana i potenziali investitori. Lascia grandi interrogativi aperti la decisione del ministero degli Interni, il cosiddetto Home Office, che ha formalizzato una stretta sui visti privilegiati rivolti proprio a milionari e miliardari stranieri. È destinato in primo luogo a colpire gli oligarchi russi, ma verrà poi esteso ad altri, in particolare i cinesi. Si tratta di una delle risposte al tentato avvelenamento con agente nervino Novichok perpetrato un anno fa a Salisbury contro l’ex spia doppiogiochista di Mosca, Serghiei Skripal, e sua figlia Yulia, attribuita da Londra all’intelligence militare russa (Gru) malgrado le smentite del Cremlino. 
Lo scontro con la Russia ha quindi prevalso rispetto alla necessità di continuare a garantire un accesso facilitato a quanti vengono nel Regno per compiere importanti investimenti, dal settore immobiliare, alla partecipazione nelle imprese britanniche, fino all’acquisto di intere squadre di calcio. Un caso su tutti, che aveva già segnato nei mesi scorsi una forte virata da parte delle autorità britanniche, è stato il mancato rinnovo del “visto d’oro” a Roman Abramovich, ricchissimo magnate russo da tempo di casa a Londra (e proprietario del Chelsea), considerato anche un buon “amico” del presidente Vladimir Putin. Le nuove norme, destinate a entrare in vigore dal 29 marzo (tra l’altro la data della Brexit, se non verrà rinviata) e tecnicamente concepite per contrastare l’ingresso di persone e capitali sospetti, prevedono che i visti siano concessi solo a persone in grado di dimostrare d’essere in possesso almeno da due anni di patrimoni dichiarati da 2 milioni di sterline in su (e non da 90 giorni come ora). O altrimenti di documentare la provenienza dei loro fondi. Ma questa e altre politiche restrittive hanno già prodotto risultati. Il numero di russi ai quali è stato garantito l’”investor visa” (il visto per gli investitori) è passato dai 46 del 2017 ai 29 dell’anno scorso, il numero più basso dal 2008, quando l’attuale regime è stato introdotto. Un trend negativo ancora di più se si considera il rischio di un esodo delle multinazionali con sedi e fabbriche nel Regno nel caso in cui si scivoli nello scenario inquietante di una Brexit ‘no deal’ (senza accordo). Hanno già suonato la tromba della ritirata colossi del calibro di Nissan (rinunciando a un progetto extra per la realizzazione dei suv X-Trail nel Sunderland), Honda (con il via libera alla chiusura entro fine 2021 dell’impianto di Swindon), Toyota, che frena sul mantenimento degli investimenti previsti, e la Bmw, che minaccia di non produrre più nel Regno le Mini – simbolo delle quattro ruote britanniche divenuto tedesco – che tuttora vengono sfornate nell’Oxfordshire. Di questo passo potrebbe non ruggire più come un tempo il motore dell’economia british alimentato anche dal “carburante” dei miliardi stranieri.
10.03.2019