Appendino cambia Compagnia

lospiffero.com 11.3.19

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In asse con la sindaca la Mattioli stoppa le manovre di Profumo, blinda Gros-Pietro al vertice della banca e punta alla presidenza della fondazione San Paolo. Sensale della rinnovata intesa con la prima cittadina il numero uno della Camera di Commercio Ilotte

Aggiungere al palmares delle occasioni mancate e degli scippi subiti anche la nomina di un non torinese alla presidenza di Intesa Sanpaolo? Tra le ragioni, forse la principale tra tutte, dell’allineamento di Chiara Appendino sulla posizione di Licia Mattioli a favore della riconferma di Gian Maria Gros-Pietro al vertice dell’istituto bancario guidato dal ceo Carlo Messinasarebbe proprio questa: evitare di dover passare per il primo sindaco che vede infrangersi una prassi consolidata – quella che “assegna” della presidenza della banca a Torino – senza riuscire ad impedirlo.

Una sorta di ciambella di salvataggio per la sindaca, quella provvidenzialmente arrivata dalla vicepresidente nazionale di Confindustria che con eguale ruolo siede nel comitato di gestione della Compagnia di San Paoloe che, a sua volta, proprio in virtù di questa sintonia con Palazzo civico potrebbe in un futuro neppure così lontano trarre vantaggio.

Se, come molto lascia supporre, lo sbarramento messo in atto dalla Mattioli (e dall’altra amazzone di corso Vittorio, Anna Maria Poggi) contro ogni ipotesi che possa portare alla mancata di riconferma del professore torinese avrà successo questo non potrà che essere letto, neppur troppo in controluce, come l’ennesimo passo falso di Profumo, già parecchio ammaccato dalla pasticciata successione di Piero Gastaldo alla segreteria generale. Non è un mistrto, infatto, che l’attuale numero uno della Compagnia fosse assai più sensibile di altri componenti del board alle richieste giunte dalla parte milanese di valutare candidature dal profilo internazionale, mettendo da parte campanilismi anacronistici. E le malelingue si sono parecchio esercitate nel mettere in relazione tale disponbilità alle ambizioni personali dell’ex ministro montiano. Manovre che avrebbero indispettito non poco i consiglieri della fondazione e la stessa sindaca.

Il rapporto di Appendino con Francesco Profumo, dopo quello che era apparso un sotterrare dell’ascia di guerra impugnata in campagna elettorale e nei primi giorni del mandato quando appena indossata la fascia tricolore chiese la testa dell’ex rettore del Politecnico nominato al vertice della fondazione del Paese da Piero Fassino agli sgoccioli del mandato, è tornato da un po’ di tempo a segnare temperature polari.

L’apparente luna di miele, culminata nell’operazione di sgombero del Moi, pare sia finita sulla questione Iren: la sindaca grillina avendo deciso di cedere il 2,5% della multiutility avrebbe bussato alla porta della Compagnia: l’acquisto da parte di un soggetto istituzionale non solo poteva evitare la vendita delle azioni sul mercato (in condizioni non propriamente vantaggiose) ma soprattutto avrebbe evitato di compromettere gli equilibrii geografici interni, come invece sarebbe poi capitato a vantaggio di Genova e a detrimento di Torino. In quella circostanza, secondo una delle tante versioni che circolano tra Palazzo di Città e Corso Vittorio, da Profumo sarebbero arrivate parole tranquillizzanti per Appendino che, tuttavia, al momento di passare ai fatti non avrebbero avuto traduzione pratica. Come la cugina Crt, che però aveva da subito escluso qualsiasi intervento finanziario, anche la Compagnia se ne sarebbe lavata le mani.

Che la sindaca se la sia legata al dito è assai probabile, che non sia disponibile a spendere anche solo una parola per Profumo, appare pressoché una certezza. Anche da qui l’intesa con la Mattioli che vede Vincenzo Ilotte nei panni del testimone, se non di sensale. Del resto il presidente della Camera di Commercio, ente che ha un peso determinante nella designazione dei vertici della Compagnia (e che ha espresso nell’ultima tornata la Mattioli), vanta una relazione privilegiata con Appendino: rapporti che dopo l’iniziale incondizionato sostegno dei primi mesi, ha attraversato periodi burrascosi (su Olimpiadi e Tav), e negli ultimi tempi pare siano tornati piuttosto buoni. A nessuno è sfuggito, ad esempio, il progressivo disimpegno di Ilotte dal fronte di lotta sulla Torino-Lione, così come la latitanza della Mattioli nella querelle, limitandosi al minimo sindacale, fatto strano per una presenzialista del suo calibro.

Insomma, l’asse Appendino-Mattioli potrebbe tenere, arrivando ad esplicarsi in futuro su un altro fronte, sia pure intimamente legato alla vicenda che oggi vede al centro la figura di Gros-Pietro. Nella primavera del 2020, terminerà il mandato di Profumo, il quale nel frattempo e a giochi ancora molto aperti per la successione di Giuseppe Guzzetti al vertice di Acri avrebbe ottenuto proprio dal grande vecchio della finanza bianca lombarda una sorta di investitura a suo erede sulla poltrona della potente e ambìta associazione tra le Casse di Risparmio e le fondazioni di origine bancaria.

Dopo i diciannove anni di regno di Guzzetti sarebbe, tuttavia, immaginabile una presidenza Profumo nel caso l’ex ministro appena un anno dopo dovesse lasciare quella della Compagnia? L’eventualità è nel novero, così come non sono più di tanto nascoste le legittime ambizioni proprio della Mattioli per quell’ufficio dove prima di Profumo sono passati Luca Remmert e, prima ancora, Sergio Chiamparino. Chissà che non vada troppo lontano dal verosimile chi guarda all’altra fondazione torinese, e al suo presidente Giovanni Quaglia come sorpresa e soluzione per la successione a Guzzetti, nel caso in cui le previsioni sulla riconferma di Profumo alla Compagnia dovessero prevedere nubi. Lui sornione dopo aver espresso il proprio endorsement verso il collega potrebbe con balzo felino superarlo sul fil di lana.

Se così fosse non sarebbe impensabile vedere le due, Licia e Chiara, sotto l’ombrello. La prima camminare verso la poltrona più importante di corso Vittorio Emanuele, la seconda – se sarà ancora sindaca e sulla questione non ci vorranno mettere troppo becco il M5s e soprattutto la Casaleggio – ad accompagnarla. Dopo essersi sfilata, per un attimo, le scarpe e aver fatto scivolar via qualche sassolino. Come la riconferma a quella presidenza dell’ex ministro al quale, appena eletta, aveva chiesto di dimettersi. Come si dice, tutto torna.

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Aggiungere al palmares delle occasioni mancate e degli scippi subiti anche la nomina di un non torinese alla presidenza di Intesa Sanpaolo? Tra le ragioni, forse la principale tra tutte, dell’allineamento di Chiara Appendino sulla posizione di Licia Mattioli a favore della riconferma di Gian Maria Gros-Pietro al vertice dell’istituto bancario guidato dal ceo Carlo Messinasarebbe proprio questa: evitare di dover passare per il primo sindaco che vede infrangersi una prassi consolidata – quella che “assegna” della presidenza della banca a Torino – senza riuscire ad impedirlo.

Una sorta di ciambella di salvataggio per la sindaca, quella provvidenzialmente arrivata dalla vicepresidente nazionale di Confindustria che con eguale ruolo siede nel comitato di gestione della Compagnia di San Paoloe che, a sua volta, proprio in virtù di questa sintonia con Palazzo civico potrebbe in un futuro neppure così lontano trarre vantaggio.

Se, come molto lascia supporre, lo sbarramento messo in atto dalla Mattioli (e dall’altra amazzone di corso Vittorio, Anna Maria Poggi) contro ogni ipotesi che possa portare alla mancata di riconferma del professore torinese avrà successo questo non potrà che essere letto, neppur troppo in controluce, come l’ennesimo passo falso di Profumo, già parecchio ammaccato dalla pasticciata successione di Piero Gastaldo alla segreteria generale. Non è un mistrto, infatto, che l’attuale numero uno della Compagnia fosse assai più sensibile di altri componenti del board alle richieste giunte dalla parte milanese di valutare candidature dal profilo internazionale, mettendo da parte campanilismi anacronistici. E le malelingue si sono parecchio esercitate nel mettere in relazione tale disponbilità alle ambizioni personali dell’ex ministro montiano. Manovre che avrebbero indispettito non poco i consiglieri della fondazione e la stessa sindaca.

Il rapporto di Appendino con Francesco Profumo, dopo quello che era apparso un sotterrare dell’ascia di guerra impugnata in campagna elettorale e nei primi giorni del mandato quando appena indossata la fascia tricolore chiese la testa dell’ex rettore del Politecnico nominato al vertice della fondazione del Paese da Piero Fassino agli sgoccioli del mandato, è tornato da un po’ di tempo a segnare temperature polari.

L’apparente luna di miele, culminata nell’operazione di sgombero del Moi, pare sia finita sulla questione Iren: la sindaca grillina avendo deciso di cedere il 2,5% della multiutility avrebbe bussato alla porta della Compagnia: l’acquisto da parte di un soggetto istituzionale non solo poteva evitare la vendita delle azioni sul mercato (in condizioni non propriamente vantaggiose) ma soprattutto avrebbe evitato di compromettere gli equilibrii geografici interni, come invece sarebbe poi capitato a vantaggio di Genova e a detrimento di Torino. In quella circostanza, secondo una delle tante versioni che circolano tra Palazzo di Città e Corso Vittorio, da Profumo sarebbero arrivate parole tranquillizzanti per Appendino che, tuttavia, al momento di passare ai fatti non avrebbero avuto traduzione pratica. Come la cugina Crt, che però aveva da subito escluso qualsiasi intervento finanziario, anche la Compagnia se ne sarebbe lavata le mani.

Che la sindaca se la sia legata al dito è assai probabile, che non sia disponibile a spendere anche solo una parola per Profumo, appare pressoché una certezza. Anche da qui l’intesa con la Mattioli che vede Vincenzo Ilotte nei panni del testimone, se non di sensale. Del resto il presidente della Camera di Commercio, ente che ha un peso determinante nella designazione dei vertici della Compagnia (e che ha espresso nell’ultima tornata la Mattioli), vanta una relazione privilegiata con Appendino: rapporti che dopo l’iniziale incondizionato sostegno dei primi mesi, ha attraversato periodi burrascosi (su Olimpiadi e Tav), e negli ultimi tempi pare siano tornati piuttosto buoni. A nessuno è sfuggito, ad esempio, il progressivo disimpegno di Ilotte dal fronte di lotta sulla Torino-Lione, così come la latitanza della Mattioli nella querelle, limitandosi al minimo sindacale, fatto strano per una presenzialista del suo calibro.

Insomma, l’asse Appendino-Mattioli potrebbe tenere, arrivando ad esplicarsi in futuro su un altro fronte, sia pure intimamente legato alla vicenda che oggi vede al centro la figura di Gros-Pietro. Nella primavera del 2020, terminerà il mandato di Profumo, il quale nel frattempo e a giochi ancora molto aperti per la successione di Giuseppe Guzzetti al vertice di Acri avrebbe ottenuto proprio dal grande vecchio della finanza bianca lombarda una sorta di investitura a suo erede sulla poltrona della potente e ambìta associazione tra le Casse di Risparmio e le fondazioni di origine bancaria.

Dopo i diciannove anni di regno di Guzzetti sarebbe, tuttavia, immaginabile una presidenza Profumo nel caso l’ex ministro appena un anno dopo dovesse lasciare quella della Compagnia? L’eventualità è nel novero, così come non sono più di tanto nascoste le legittime ambizioni proprio della Mattioli per quell’ufficio dove prima di Profumo sono passati Luca Remmert e, prima ancora, Sergio Chiamparino. Chissà che non vada troppo lontano dal verosimile chi guarda all’altra fondazione torinese, e al suo presidente Giovanni Quaglia come sorpresa e soluzione per la successione a Guzzetti, nel caso in cui le previsioni sulla riconferma di Profumo alla Compagnia dovessero prevedere nubi. Lui sornione dopo aver espresso il proprio endorsement verso il collega potrebbe con balzo felino superarlo sul fil di lana.

Se così fosse non sarebbe impensabile vedere le due, Licia e Chiara, sotto l’ombrello. La prima camminare verso la poltrona più importante di corso Vittorio Emanuele, la seconda – se sarà ancora sindaca e sulla questione non ci vorranno mettere troppo becco il M5s e soprattutto la Casaleggio – ad accompagnarla. Dopo essersi sfilata, per un attimo, le scarpe e aver fatto scivolar via qualche sassolino. Come la riconferma a quella presidenza dell’ex ministro al quale, appena eletta, aveva chiesto di dimettersi. Come si dice, tutto torna.