Borsa I.: Milano è per piccoli, mini-Ipo e maxi-delisting a P.Affari (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Chi se ne va e chi sta alla larga. Da qualche tempo Piazza Affari non attira quotazioni e, al contempo, perde pezzi pregiati con i delisting. In questi tempi di incertezza economica e di volatilità sui mercati la grande impresa italiana punta sempre meno all’indice. 

I dati messi in fila da Pwc lo dimostrano: nel 2018 il numero di ipo è rimasto stabile rispetto al 2017 (31 contro 32), ma il valore delle operazioni è sceso di due terzi, passando da 5,4 a 1,9 miliardi di euro. La tendenza, si legge su Milano Finanza, è coerente con quella registrata a livello europeo dove l’anno scorso il valore delle ipo è calato del 19% a 36,6 miliardi. Ma decisamente più accentuata (-65%). La frenata delle quotazioni milanesi è evidente nel secondo semestre, in coincidenza con l’inizio della flessione dei mercati globali. Fra luglio e dicembre sono stati raccolti 436 milioni in 19 collocamenti contro i 1.494 milioni in 12 collocamenti dei primi sei mesi dell’anno. A Milano continuano cioè ad arrivare aziende, ma di dimensioni più contenute. La borsa italiana si trova così a rappresentare, allo stesso tempo, meglio e peggio l’economia italiana. Meglio perché ricalca più fedelmente il tessuto imprenditoriale nazionale, fatto di piccole e medie aziende. Peggio perché diminuisce il peso delle quotate sul prodotto interno lordo. Stando all’elaborazione di Credit Suisse su dati Bloomberg, a dicembre la capitalizzazione totale di Piazza Affari (471,6 miliardi di dollari) corrispondeva al 20,6% del pil italiano 2018 (2.291 miliardi). Il paragone con Wall Street, il re dei listini mondiali con una capitalizzazione di 22 mila miliardi (104,%% del pil Usa), sarebbe improprio così come quello con Londra, che resta la regina delle borse europee (2.308 miliardi, 75,2% del pil), nonostante l’incognita Brexit. Si rivela però perdente anche il confronto con le altre piazze del Vecchio continente: la capitalizzazione di Parigi (1.631 miliardi) equivale al 53,2% del pil francese e quella di Madrid al 31,8% del pil spagnolo. Nel 2018 il listino milanese perde terreno anche rispetto a quello tedesco (1.160 miliardi, 25,7%) dove sono stati raccolti 10,7 miliardi grazie alle tre maggiori ipo dell’anno a livello europeo (Knorr-Bremse, Siemens Healthcare e Dws, il wealth management di Deutsche Bank ). Piazza Affari è in ritardo sulle altre borse mondiali anche quanto a crescita dei valori azionari. Rispetto a dieci anni fa la capitalizzazione totale è aumentata dell’87% per arrivare oggi a 527,3 miliardi di dollari, più che in Spagna (+73% a 654 miliardi), ma meno che in Francia (+126% a 1.811 miliardi), Germania (+124% a 1.251 miliardi), Regno Unito (+104% a 2.543 miliardi) e, ovviamente Wall Street (+294% a 24.190 miliardi). La causa è da ricercare non solo (e non tanto) nella performance inferiore degli indici italiani, ma ancora una volta soprattutto nella scarsità di ipo di grandi dimensioni e nei delisting di peso. Fra le prime dieci quotazioni per capitale raccolto nella storia di Piazza Affari nessuna è avvenuta dopo il 2009. E nelle posizioni fra l’undicesima e la ventesima sono solo tre le ipo dell’ultimo decennio: Poste Italiane (2015, 3,1 miliardi di euro), Pirelli (2017, 2,4 miliardi) e Enel Green Power (2010, 2,3 miliardi). 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 11, 2019 03:17 ET (07:17 GMT)