Termini Imerese, fu Renzi a regalare 20 e rotti milioni al socio di Andrea Agnelli arrestato oggi

mag24.es 12.3.19

lettera inviata a Dagospia.com

Caro Dago, ma questo Roberto Ginatta agli arresti domiciliari per Bluetec è lo stesso Ginatta socio di Andrea Agnelli al 50% in Investimenti Industriali (di cui Ginatta è amministratore unico) che ha una quota nella compagnia d’assicurazioni Nobis? Ed è lo stesso Ginatta socio sempre del presidente della Juventus in Royal Park Real Estate di cui è consigliere d’amministrazione? E infine: è lo stesso Ginatta in società sempre con Agnelli nella Newco Roveri che vede a libro soci anche la sorella di Agnelli, Anna, la madre Allegra Caracciolo e la ex moglie Emma Winter?

Con simpatia.

Andrea Giacobino


Anche questo era il jobsact. #Blutec pic.twitter.com/hiPFExbbJS

— camilla conti (@petunianelsole) 12 marzo 2019

Almeno 16 dei 21 milioni di euro di soldi pubblici versati alla Blutec, l’azienda che avrebbe dovuto gestire il rilancio dello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese, sono stati invece impiegati in altri impianti per l’acquisto di beni, come ad esempio un software. A questa conclusione sono giunte le indagini della guardia di finanza di Palermo che hanno portato agli arresti domiciliari per Roberto Ginatta – buon amico e socio in affari di Andrea Agnelli – e Cosimo di Cursi, rispettivamente presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato proprio della Blutec. Le Fiamme gialle, oltre a dare esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare, hanno infatti sequestrato preventivamente proprio 16 milioni e 516 mila euro. Sigilli anche a tutti gli stabilimenti sparsi in Italia: le numerose unità locali tra Piemonte, Sicilia, Abruzzo e Basilicata sono sotto sequestro per evitare la prosecuzione di condotte di malversazione e affidate a un amministratore giudiziario che avrà il compito di assicurare la continuità aziendale della società.

“La speranza è che il polo industriale di Termini Imerese risorga e che queste indagini servano ad aprire di più gli occhi, fare controlli più appropriati e avere uno scatto di fantasia su come si possono realizzare i livelli occupazionali che questo territorio merita”, ha detto il procuratore capo di Termini Imerese, Ambrogio Cartosio. Le indagini, ha spiegato il colonnello Cosmo Virgilio, hanno permesso di accertare l’esistenza di “movimenti finanziari immediatamente successivi all’accredito dei soldi da parte di Invitalia sui conti della Blutec” per lo stabilimento di Termini Imerese. “Abbiamo riscontrato – spiega il colonnello Virgilio – che dopo una serie di giro conti su rapporti bancari e finanziari intestati a stessa società, una buona parte di questi milioni sono stati oggetto di speculazione finanziaria, hanno prodotto dei rendimenti e sono stati smobilizzati su altri conti di società di proprietà della famiglia Ginatta”.

L’affaire (e l’affare) di Intesa Sanpaolo con le due banche venete… a spese dei soci

Banca Intesa Sanpaolo acquista a un euro BPVi e Veneto Banca e incassa un super bonus

Banca Intesa Sanpaolo acquista a un euro BPVi e Veneto Banca e incassa un super bonus

Il vantaggio competitivo di Intesa Sanpaolo per poter acquisire le banche venete per un euro

Il D.L. 99 del 25 giugno 2017 ha disposto la liquidazione coatta amministrativa (LCA) per BPVI e Veneto Banca, imponendo l’obbligo di cessione, in blocco o parziale, delle aziende o loro rami ad un soggetto da  individuarsi  a cura  dei liquidatori  ai sensi  dell’art. 3,  comma 3, del predetto Decreto. Tale soggetto è stato quindi individuato, nel volgere di solo qualche ora, in BancaIntesa Sanpaolo visto che il contratto di cessione è stato stipulato (di buon mattino) il successivo 26 giugno 2017.

Ora,  pensare  che  un’operazione  così  complessa   e  complicata   possa   essere compiutamente valutata in tempi così ristretti pare alquanto difficile crederlo e qui si spiega come mai oltre a Intesa Sanpaolo non ci  fossero players alternativi o, se ci fossero stati,  come (non) avrebbero potuto fare le loro doverose verifiche e proposte su un’operazione, come detto, così complessa.

Quale vantaggio aveva Banca Intesa Sanpaolo per essere, invece, riuscita nell’intento?

Semplice,  Intesa Sanpaolo aveva  già  svolto  una  due  diligence  sul  gruppo  Veneto Banca  nel  periodo  dal settembre 2015 all’aprile/maggio 2016. Era una due diligence condotta  tramite  la  propria controllata Banca IMI che era stata incaricata da Veneto Banca di svolgere il ruolo di consulente in  qualità  di  Global  Coordinatore  Bookrunner  nell’ambito  dell’operazione di aumento di capitale di un miliardo di euro effettuata nel giugno 2016 (per opera, come noto, del solo Fondo Atlante di cui, tra l’altro, Intesa Sanpaolo era il principale sottoscrittore) ed aveva altresì l’incarico di Sponsor per lo svolgimento delle attività connesse alla quotazione di Veneto Banca sul mercato telematico azionario (MTA).

In tale ruolo Banca IMI, in proprio e tramite suoi consulenti legali esterni, aveva quindi svolto una dettagliata due diligence legale e di business sul gruppo di Montebelluna secondo prassi di mercato per operazioni analoghe (aumento di capitale e quotazione), inclusiva di documentazione esaustiva in merito alle analisi ispettive e/o agli interventi di vigilanza effettuati sul gruppo da qualsiasi Autorità (1).

Ne consegue che questo era il vantaggio competitivo, rispetto ad altri players, di cui godeva Banca Intesa Sanpaolo nel valutare l’operazione banche venete, anche in considerazione del fatto che, essendo BPVI e Veneto Banca similari per struttura e caratteristiche di business, conosciuta una banca nel dettaglio sia abbastanza semplice e verosimile simulare per analogia anche l’altra, ancorché con tutti i gradi di approssimazione che inevitabilmente ciò comporta.

Risultato, ISP è riuscita a formulare una proposta, mentre altri players non hanno potuto fare altrettanto.

L’operazione di cessione a Intesa Sanpaolo

Come è avvenuta la cessione delle attività a Intesa Sanpaolo?

Semplice: la proposta di Intesa Sanpaolo è stata quella di acquisire solamente le attività “buone” delle due banche venete, lasciando in LCA gli attivi “meno buoni” o problematici.

Per fare questo, ha tuttavia richiesto che i  propri  coefficienti patrimoniali  non subissero contraccolpi negativi, tant’è che lo Stato ha acconsentito ad erogare  ad Intesa Sanpaolo un contributo fino ad un massimo di Euro 3,5 miliardi (2).

Tale contributo di Euro 3,5 miliardi era quindi finalizzato al mantenimento di un coefficiente CET1 del 12,5% sugli attivi oggetto di cessione (3), cioè lo stesso coefficiente che presentava Intesa Sanpaolo nella propria relazione trimestrale del marzo 2017 (4)

Peraltro, tale contributo doveva essere riconosciuto in via definitiva e non sarebbe stato rimborsabile o restituibile da parte di Intesa Sanpaolo (5)

Nella sostanza, Intesa Sanpaolo riceveva i soldi dallo Stato, iscriveva questi soldi a Conto Economico come plusvalenza non tassabile e non come capitale con emissione di azioni-

E va bene, se così è previsto, nulla quaestio.

Il vero problema nasce tuttavia nella LCA, perché lo Stato con il buon Decreto 99/2017, nel dare con una mano ad Intesa Sanpaolo il suddetto contributo di Euro 3,5 miliardi senza ricevere nulla in cambio, con l’altra mano provvede ad iscrivere un suo credito verso le due LCA di BPVI e Veneto Banca.

Ma come? Pazienza che BPVI e Veneto Banca cedono ad Intesa Sanpaolo i loro attivi “buoni” senza ricevere alcunché in cambio (un euro è il prezzo pagato, cioè 50 centesimi a ciascuna delle due banche), ma le hanno dato pure soldi per cedere quegli attivi, visto che lo Stato pretende di essere creditore per la cifra di 3,5 miliardi di Euro.

È come andare dal concessionario a comperare un’auto nuova e oltre a non pagarla ci vediamo rimborsare dal concessionario il  prezzo della stessa  auto!  Concettualmente è una cosa assurda.

Ma non basta! Intesa Sanpaolo fa di più!

In sede di bilancio 2017, quindi entro i 12 mesi previsti dal principio contabile IFRS 3, Intesa Sanpaolo esegue la cosiddetta PPA (Purchase Price Allocation), cioè la determinazione del costo dell’acquisizione e la sua allocazione fra i conti patrimoniali, e cosa ne esce?

Ne esce che il valore dell’acquisizione è ovviamente pari a “zero” (cioè l’euro pagato), ma il valore attributo alle attività ed alle passività acquisite fa emergere un plusvalore netto complessivo, detto anche “badwill” in termine tecnico, di ben 363 milioni di Euro.(6)

Ma come? Intesa Sanpaolo paga un euro e poi dice che c’è un plusvalore di 363 milioni di Euro ed iscrive tale plusvalore a Conto Economico ai sensi dell’IFRS 3 ritenendolo sostanzialmente un “buon affare”?

Tra l’altro non bisogna tralasciare che è proprio l’IFRS 3 che impone di rilevare il valore delle attività e passività solo se è possibile valutarne il fair value “attendibilmente”.

In pratica a giugno 2017 ISP non era stata in grado di valutare questo valore, ma 6 mesi dopo si; o meglio, forse Intesa Sanpaolo l’aveva valutato correttamente anche a giugno 2017, ma non lo avevano fatto i venditori che hanno concluso un contratto che prevedeva il corrispettivo di “un euro”.

È logico quindi pensare che se fosse stata fatta una valutazione più appropriata, il corrispettivo a favore di BPVi e Veneto Banca avrebbe dovuto essere di “363 milioni ed un euro”, o perlomeno il contributo di Euro 3,5 miliardi erogato dallo Stato a ISP – che per come previsto dal Decreto è a carico della LCA e cioè dei soci e creditori delle due banche venete – avrebbe dovuto essere inferiore di almeno 363 milioni, visto che questi sono andati ad incrementare ulteriormente il patrimonio di Intesa Sanpaolo.

E così pure lo è per i crediti, cosiddetti “high risk”, che potenzialmente Intesa Sanpaolo si è riservata di poter retrocedere per massimi euro 3,7 miliardi fino all’approvazione del bilancio che si chiuderà al 31 dicembre 2020 (cioè a circa 4 anni dalla data di cessione). Come dire, se entro questi 4 anni quei crediti non sono buoni, te li retrocedo e mi rifondi il valore del credito.

Ma diciamocelo, in 4 anni un’azienda fa a tempo a nascere, crescere e morire, soprattutto se non è gestita bene sotto il profilo finanziario; ora, poiché la gestione ce l’ha di fatto Intesa Sanpaolo, se Intesa Sanpaolo la gestisce bene e il cliente è sano ha diritto a tenerselo, ma se Intesa Sanpaolo lo gestisce male ed il cliente, anche a causa della cattiva gestione di Intesa Sanpaolo, va in default, Intesa Sanpaolo ha diritto di attivare la garanzia e retrocedere il credito alla LCA.

Forte! Nel panorama bancario/finanziario un contratto del genere è unico e innovativo, non si è mai visto; sono 4 anni, non 18 mesi o al massimo 24 mesi, bensì 4 anni.

E peraltro, a fronte dei crediti “high risk” che eventualmente fossero restituiti (7) non è prevista anche la restituzione dell’equivalente somma di capitale che è stata fornita sotto forma di contributo per mantenere i coefficienti al 12,5%. Eh no, perché l’atto di cessione prevede che tale contributo fosse “riconosciuto in via definitiva e non sarà rimborsabile o restituibile”. Come detto, era Gratis et amore Dei, e così deve rimanere per sempre.

L’utile, la sua distribuzione e i coefficienti di Intesa Sanpaolo

Altro fatto che fa riflettere.

Intesa Sanpaolo ha chiuso il bilancio 2017 con un risultato netto consolidato di Euro 7.316 milioni, frutto del risultato proprio, di 3,5 miliardi di contributo dello Stato e di 363 milioni di plusvalore derivante dalla valutazione degli acquisiti rami d’azienda delle due banche venete.

Quindi, l’utile “normalizzato” di Intesa Sanpaolo al netto di queste due componenti straordinarie sarebbe stato di Euro 3.453 milioni che, al netto del monte dividendi proposto in distribuzione in assemblea (complessivi euro 1.354 milioni) è andato ad incrementare il proprio patrimonio di vigilanza (consolidato) per circa Euro 2,1 miliardi.

Si deve ammettere che questi numeri, da soli, se rapportati agli attivi propri di Intesa Sanpaolo avrebbero comunque elevato il suo coefficiente di vigilanza (CET1) ad una soglia sicuramente superiore al 12,5% evidenziato al 31 marzo 2017.

Ma cosa sarebbe stato se Banca Intesa Sanpaolo non avesse deciso di distribuire un dividendo straordinario di Euro 2,065 miliardi prelevandolo dalle “riserve” ove era confluito il citato contributo  dello Stato di Euro 3,5 miliardi?

La risposta è semplice: Intesa Sanpaolo avrebbe avuto un coefficiente di vigilanza sicuramente superiore al 14%, altro che 12,5% stimato sugli attivi delle due banche venete per determinare il contributo da parte dello Stato.

Da qui la decisione di distribuirne una parte (e che parte, il 60%!) che, guarda caso, sembra essere giusto la somma eccedente rispetto al contributo effettivo che le avrebbe permesso di mantenere invariati i propri coefficienti rispetto all’operazione “banche venete”. In pratica Intesa Sanpaolo avrebbe raggiunto il 13,3% di CET1 senza banche venete, ed al 13,3% è giunta con le banche venete distribuendo però l’eccedenza sotto forma di dividendo.

E per come è stata congegnata “architetturalmente” l’operazione, come sopra illustrata (Decreto, modalità di cessione, atto di cessione, ecc…), chi alla fine ha pagato il dividendo straordinario andato ai soci di Intesa Sanpaolo sono state le due banche in LCA, o meglio, i soci delle due banche in LCA.

Complimenti, splendida operazione, tecnicamente ineccepibile, con buona pace di chi ne ha tratto i frutti e di chi ci ha rimesso i denari. Da monumento “alla gloria” per i primi, “ai caduti” per i secondi.

A questo punto un dubbio permane: è Banca Intesa Sanpaolo che ha salvato le banche venete o è la parte “buona” delle banche venete che ha arricchito Intesa Sanpaolo?

 

(1) Cfr. Capitolo XXII – Contratti rilevanti, punto 14, pag. 1026, del Prospetto Informativo relativo  all’offerta in opzione e all’ammissione a quotazione sul mercato telematico azionario organizzato e gestito da Borsa Italiana S.p.A., depositato in Consob in data 7 giugno 2016, prot. n. 0052874/16.

(2) Cfr. art. 4, comma 1, lett. b, del Decreto 99/2017.

(3)Cfr. punto 2.43 dell’atto di cessione del 26 giugno 2017. In pratica gli RWA sono stati conteggiati in Euro 26,4 miliardi che al 12,5% corrispondono ad un patrimonio di Euro 3,3 miliardi, a cui è stato aggiunto un ulteriore importo di Euro 0,2 miliardi corrispondente agli effetti stimati dell’applicazione del nuovo principio IFRS 9 ai crediti ceduti, che sarebbe entrato in vigore il 1° gennaio 2018.

(4)Cfr. Resoconto  intermedio ISP al 31 marzo 2017, pag. 51.

(5) Cfr. punto 2.4.2 dell’atto di cessione del 26 giugno 2017

(6) Cfr. Bilancio ISP 2017, pagg. 34-39 e pagg. 466-473.

(7) Dal Bilancio 2017 di ISP si rileva che già nel corso dell’anno 2017 sono stati oggetto di restituzione crediti per circa Euro 314 milioni (cfr. pag. 37 del bilancio ISP).

(8) Cfr. pag. 547 del Bilancio 2017 di ISP dove si legge: “Tenuto conto che l’utile netto consolidato relativo a/l’esercizio 2017 è pari a 7.316 milioni e tenuto conto della assegnazione a riserva straordinaria del citato contributo pubblico di 3,5 miliardi, vi proponiamo altresì di deliberare una parziale distribuzione della Riserva sovrapprezzo … per un importo complessivo di Euro 2.065.450.088,96”.

L’imbarazzo della Difesa: presto pagheremo gli F35

ALESSANDRO BARBERA la stampa.it 12.3.19
L’annuncio dopo l’irritazione di Washington: in arrivo 370 milioni di euro. Ma in attesa dei bonifici la Lockheed Corporation sospende ogni rapporto

L’indirizzo da cui partire per il racconto di questa strana storia è il 1901 di Pennsylvania Avenue, nel cuore della Washington ministeriale. A pochi metri da qui ci sono la Casa Bianca, la sede del Fondo Monetario e le più potenti lobby d’America. In un elegante palazzo in vetro e cemento c’è la sede di rappresentanza di Intesa Sanpaolo. In quell’ufficio ormai da qualche mese giacciono su un conto governativo ben 370 milioni di euro del contribuente italiano. Si tratta di fondi che il governo avrebbe dovuto già liquidare alla Lockheed per onorare la fornitura di parti degli ultimi caccia F35 consegnati all’Italia. Nonostante alcune di quelle fatture risalgano al governo Gentiloni, non è stato versato nemmeno un euro. Nessun intoppo burocratico, nessuna sottrazione di fondi. Semplicemente la Difesa non ha mai ordinato i pagamenti. Fonti del ministero ammettono la circostanza: «Adempieremo immediatamente per quanto dovuto. Nel giro di pochi giorni il ministro Elisabetta Trenta firmerà il decreto che autorizza la spesa». Cosa è accaduto nel frattempo? Qual è l’origine dell’ennesima cattiva figura rimediata dall’Italia all’estero?

Scandalo Blutec, arrestato Ginatta (fatti &misfatti)

lospiffero.com 12.3.19

L’imprenditore torinese, legato alla famiglia Agnelli, nei guai. Accusato di malversazione ai danni dello Stato: deve rispondere della sparizione di 20 milioni erogati per il rilancio dello stabilimento Fiat di Termini Imerese

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Arresti domiciliari per il presidente della Blutec, il torinese Roberto Ginatta, uno dei principali imprenditori dell’automotive, partner finanziario storico della famiglia Agnelli, in particolare con il ramo cadetto del Casato, essendo stato amico e confidente di Umberto Agnelli e poi del figlio Andrea. Con Cosimo Di Cursi, l’amministratore delegato della società che si è insediata nell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, Ginatta deve rispondere della sparizione di gran parte della somma, tra i 20 e 21 milioni che lo Stato attraverso Invitalia aveva affidato all’azienda per favorire il rilancio del sito siciliano. Da qui il sequestro di oltre 16,5 milioni, coni sigilli apposti all’intera società con sede in provincia di Torino, a Rivoli. Contestualmente, è stato emesso un decreto di sequestro preventivo dell’intero complesso aziendale e delle relative quote sociali della Blutec, nonché delle disponibilità. 

Risale allo scorso 5 marzo l’ultimo incontro al ministero dello Sviluppo economico che doveva provare a togliere dalle nebbie sul futuro dell’ex Fiat e un nuovo incontro era stato fissato per il 9 aprile. Sul tavolo i vertici dell’azienda avevano messo un presunto interessamento di due imprese cinesi. Anche questa un’altra mossa per prendere tempo? È un fatto che punto cruciale della vertenza è legato proprio alla mancata attuazione del piano industriale sottoscritto al ministero e sul quale Invitalia ha investito 20 milioni e che ha generato la richiesta della società pubblica di rientro da parte di Blutec del finanziamento. Richiesta disattesa. Passi contraddittori quelli dell’impresa. A novembre aveva presentato l’ennesimo progetto di rilancio del polo industriale palermitano che prevedeva l’occupazione di 694 lavoratori entro il 2020, con un cronoprogramma che avrebbe dovuto garantire dicembre 2018 l’ingresso di 115 lavoratori, a settembre 2019 di altri 100 e a dicembre 2019 di ulteriori 344. Questi obiettivi sarebbero stati garantiti dalla eventuale conferma di tre iniziative industriali: elettrificazione del Doblò e del Ducato, assemblaggio delle batterie Samsung.

L’azienda aveva sostenuto che stava procedendo a fornire tutte le documentazioni alla Guardia di finanza relativamente al vecchio contratto di sviluppo e di avere realizzato una nuova proposta da sottoporre a Invitalia per realizzare il piano industriale. Solo fumo. Infine, il 5 marzo l’azienda aveva presentato gli aggiornamenti nel suo piano industriale che con le commesse del Doblò, dei cicli elettrici di cui sono già in produzione i prototipi, la commessa Garage Italia, la Xev e la Jiayuang ed un affidamento con Fca per la produzione delle batterie per il Ducato dovrebbe entro la fine del 2019 riassorbire interamente la forza lavoro attualmente fuori dalle attività produttive.

Un piano basato su gare e affidamenti non ancora concretizzati per circa la sua metà. E su un “gentleman agreement” con Fca di cui non si ha riscontro. In più è parte integrante del piano la soluzione della cessione del settore metallic alla Magneto che, dovendo essere definito già lo scorso febbraio, resta ancora incompiuto. Era stato chiesto a che punto fosse la restituzione, frutto dei precedenti impegni in sede ministeriale, del primo prestito di Invitalia senza il cui saldo, non si potrà dare forza al secondo Piano di sviluppo che coinvolge la società a sostegno del progetto Blutec. La Finanza è arrivata prima.

Brexit: Bmw fa sul serio e inizia il suo good-bye (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La City di Londra ha spesso fatto identificare il Regno Unito come il Paese europeo della finanza, ma in realtà le isole britanniche restano un grande produttore di automobili. Pur non disponendo più di alcune marca nazionale (quantomeno per quanto riguarda il mercato di massa) nel 2017 in Gran Bretagna si sono prodotte circa 1,6 milioni di vetture. 

Un dato, scrive MF, che fa del Paese di Sua Maestà il quarto costruttore di veicoli del Vecchio continente dopo la Germania (5,6 milioni), la Spagna (2,2 milioni) e la Francia (1,7 milioni) che supera di poco la Gran Bretagna pur disponendo di due grandi case nazionali (Renault e Peugeot ) in cui lo stesso Stato francese è tra i principali azionisti. E sicuramente poi c’è da notare come il Regno Unito sia di gran lunga un produttore di auto ben maggiore dell’Italia, dove la produzione nel 2017 si è attestata a 742mila unità. 

La Brexit però potrebbe presto mettere in discussione questi numeri. In febbraio Nissan ha annunciato non produrrà uno dei suoi modelli, il fuoristrada X Trail, nello stabilimento di Sunderland, nel nord dell’Inghilterra, concentrando la produzione in Giappone. E in un comunicato, l’azienda giapponese ha citato varie ragioni per la decisione, ma ha sottolinea a in particolare la Brexit. «La continua incertezza sul futuro dei rapporti del Regno Unito con l’Unione Europea non aiuta compagnie come la nostra a programmare il futuro». E settimana scorsa è emerso che in caso di Brexit con no deal (ovvero nessun accordo bilaterale particolare tra Londra e Bruxelles) Bmw e Toyota potrebbero mettere in discussione le loro linee di produzione in Gran Bretagna. I 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:56 ET (07:56 GMT)

Vodafone: nel piano fino a 1.130 esuberi (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Vodafone Italia ha presentato ieri il piano industriale ai sindacati e avviato un confronto per condividere una ridefinizione complessiva del modello operativo e della conseguente riduzione del perimetro organizzativo pari a 1.130 efficienze (ossia esuberi) appartenenti a tutte le funzioni aziendali. 

Lo si legge in una nota dell’operatore, riporta MF, secondo cui «la strutturale trasformazione del mercato e il drastico calo dei prezzi per la straordinaria pressione competitiva, in particolare nel segmento mobile, hanno portato a una forte contrazione di tutto il settore delle telecomunicazioni». Anche per Vodafone «l’effetto combinato di questi fattori ha comportato nell’ultimo anno una sensibile riduzione di fatturato e margini. Vodafone Italia auspica, come accaduto in passato, che il dialogo coi sindacati «possa proseguire in modo costruttivo con l’obiettivo e l’impegno reciproco di individuare quanto prima soluzioni sostenibili per le persone e per l’impresa». 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:49 ET (07:49 GMT)

B.Ifis: La Scogliera, sara’ Luciano Colombini il nuovo a.d. (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il fulmine a ciel sereno che ha colpito Banca Ifis nel fine settimana – la sfiducia comunicata dall’azionista di controllo La Scogliera allo storico ormai ex ad, Giovanni Bossi, a capo del gruppo da oltre 24 anni- si è fatto sentire a Piazza Affari: ieri il titolo ha chiuso in calo dell’11,6% a 15,75 euro. 

Per provare a dare una pronta risposta ai dubbi degli investitori, scrive MF, nella serata di ieri è arrivato l’annuncio dell’individuazione del sostituto di Bossi (è anche azionista al 3,45%): si tratta di Luciano Colombini, banker di lungo corso passato da Banca di Roma, Popolare Vicenza (è rimasto per oltre vent’anni fino a divernirne direttore generale), Banco Popolare, Unipol Banca, Banco Desio e , infine, di Banca Finint (era l’ad). Quello che ancora per molti resta un mistero è il motivo del defenestramento improvviso, arrivato poi a poche ore dall’approvazione del bilancio 2018 chiuso con un utile di 146,8 milioni, un margine di intermediazione 576,5 milioni (+9,7%) e un dividendo di 1,05 euro per azione (+5%). Dal 2001 la cedola distribuita ammonta a oltre 340 milioni, 196 milioni dei quali andati alla holding della famiglia Fuerstenberg. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:48 ET (07:48 GMT)

Banche: Berlino conferma Db-Commerzbank (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo mesi di voci sempre più insistenti ieri è arrivata l’ufficialità: Deutsche Bank e Commerzbank stanno studiando la fusione. L’annuncio dell’operazione potrebbe arrivare in settimana. A rivelare le trattative non sono stati i board delle prime due banche di Germania ma il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. Fra gli istituti, ha detto, «sono in corso colloqui sulla situazione attuale. Il governo federale è consulente leale nelle trattative commerciali private». La conferma governativa è un’ulteriore riprova della regia pubblica dell’operazione. 

A quanto risulta a MF-Milano Finanza, Berlino (azionista di Commerz al 15%) sottoscriverà una parte significativa del maxi-aumento di capitale necessario alla fusione, da concludere entro maggio, prima delle elezioni europee e prima che il rallentamento economico aggravi le difficoltà delle due banche. Per Deutsche sarebbe una prima volta. Fondata nel 1870, ancor prima che esistesse uno Stato tedesco, la banca è rimasta sempre in mani private. L’ingresso di capitali pubblici potrebbe avere un forte impatto sulle strategie e sulla governance del neonato colosso tedesco e, più in generale, sull’industria del credito europea. Tanto che in ambienti finanziari ci si interroga già su tempi e modalità dell’intervento publlico. Non è un mistero che Berlino coltivi da tempo l’obiettivo di unire Deutsche e Commerz per formare un campione nazionale in grado di sostenere l’export della grande industria tedesca e, perché no, europea. Il modello è quello delle banche americane che a suon di finanziamenti hanno sostenuto l’espansione all’estero delle società made in Usa. Sono le stesse aziende tedesche, del resto, a chiederlo. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:42 ET (07:42 GMT)

Alitalia: easyJet verso uscita, ipotesi Fincantieri (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La compagnia low cost Easyjet rischia di uscire dalla 

trattativa su Alitalia. Lo scrive La Stampa spiegando che le richieste 

avanzate dagli inglesi all’incontro a Londra di venerdì scorso con i 

manager di Ferrovie e di Delta Airlines hanno complicato il dialogo. Per 

chi segue il dossier è sempre più chiaro che la compagnia inglese 

difficilmente parteciperà al nuovo progetto. 

“Se non accelerano e cambiano piani c’è poco altro da fare, non 

parteciperanno alla new company”, spiega al giornale una fonte di governo 

che da mesi lavora sul dossier per rilanciare l’ex compagnia di bandiera. 

Nell’esecutivo non confidano in un approccio più dialogante da parte 

degli inglesi e per questo stanno già lavorando ad una soluzione 

alternativa, portando avanti i contatti con aziende partecipate dallo 

Stato. Per ora sarebbero tre quelle sentite. Ci sarebbe Poste I., con cui 

il governo dialoga da alcune settimane; Fintecna, società del gruppo Cassa 

depositi e prestiti, che per intervenire però avrebbe problemi di statuto; 

e sarebbe stata sondata anche Fincantieri – il colosso della cantieristica 

navale controllato dalla stessa Fintecna – dove è stato appena confermato 

da Lega e Cinque Stelle l’amministratore delegato Giuseppe Bono, 

nonostante i malumori dei grillini. 

Easyjet ha in mente un piano che non piace, dato che punta ad uno 

spezzatino dell’azienda. L’idea è di lasciare l’aeroporto di Fiumicino in 

mano a Delta per i voli di lungo raggio e concentrare su Milano le tratte 

europee che sarebbero sotto al controllo di Easyjet. Un modello presentato 

venerdì all’incontro con gli altri possibili partner, che non è stato 

digerito. 

Fare il cosiddetto spezzatino non sarebbe possibile secondo quanto 

prevede il bando (comunque modificabile) e soprattutto non lo vogliono né 

la Lega né i Cinque Stelle. Ad irritare Fs e Delta sarebbe stata anche 

l’offerta economica degli inglesi, di gran lunga inferiore ai 100 milioni. 

Risorse, spiegano alcune fonti, che avrebbe potuto facilmente aggiungere 

Delta da sola. 

La probabile uscita di scena di Easyjet comporta invece il necessario 

ingresso di uno o più partner. Il governo ha avviato i contatti ma nulla 

ancora è stato deciso. Per ora lo schema prevede la creazione di una nuova 

società – con circa 100 aerei rispetto ai 118 attuali e 2 mila esuberi – 

partecipata al 30% dalle Ferrovie, il 20% da Delta, il 15-20% dal 

ministero dell’Economia: il restante 30-35% va invece ancora individuato. 

Su questo si sarebbe attivato direttamente anche l’amministratore delegato 

di Fs, Gianfranco Battisti. L’ipotesi è il coinvolgimento di una o al 

massimo due aziende partecipate. 

Per chiudere l’operazione non c’è un termine preciso. Il vicepremier 

Luigi Di Maio ha promesso però un piano industriale entro il 31 marzo, ma 

pare difficile rispettare la scadenza. E’ più probabile che si arrivi ad 

aprile, comunque prima delle elezioni europee. L’unico termine di legge è 

quello di giugno, per la restituzione del prestito ponte da 900 milioni. 

Su questo sta lavorando anche il Tesoro. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:28 ET (07:28 GMT)

Cir/Cofide: De Benedetti accorcia la catena (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Da anni sul mercato si ipotizzava di un taglio della 

catena di controllo della galassia De Benedetti. Ma finora tutti i rumors 

erano stati smentiti dalla famiglia di imprenditori piemontesi concentrati 

su asset quali Gedi (editoria), Sogefi (componentistica) e Kos (sanità). 

Ora, invece, il processo, arrivato a due anni di distanza dal matrimonio 

d’affari con gli Agnelli-Elkann nel settore dell’informazione cartacea (il 

matrimonio tra il gruppo L’Espresso e Itedi), si è concretizzato. 

Come annunciato ieri sera, i cda di Cir e della controllante (45,5%) 

Cofide «hanno esaminato e approvato il progetto di fusione per 

incorporazione della controllata Cir nella controllante Cofide «con un 

rapporto di concambio di 2,01 della holding capogruppo per ogni azione 

della sub-holding controllata. «Per servire il concambio, Cofide 

procederà all’aumento del proprio capitale per massimi 281,364 milioni di 

azioni mediante emissione di massime 562,728 milioni di nuove azioni 

ordinarie dal valore nominale di 0,5 euro ciascuna. 

Al termine del processo la Fratelli De Benedetti deterrà il 29,8% del 

capitale ordinario e il 44,8% del capitale votante della società 

risultante dalla fusione. «La fusione rappresenta una svolta molto 

importante per il nostro gruppo e ci consentirà di semplificarne la 

struttura societaria e renderla coerente con l’evoluzione del mercato, 

nell’interesse degli azionisti di Cir e di Cofide », ha dichiarato il 

numero uno, Rodolfo De Benedetti. «Con l’ad Monica Mondardini proseguiremo 

il percorso di creazione di valore per tutti gli azionisti e di 

consolidamento e crescita delle nostre partecipazioni strategiche». 

Non è da escludere che questa operazione possa poi essere solo il primo 

step di altre operazioni di natura straordinaria che la famiglia De 

Benedetti potrebbe definire nei prossimi anni, a partire dalla 

valorizzazione di due dei suoi asset, Sogefi e Kos. Nel primo caso, visto 

il fermento nel settore automotive e della componentistica, la controllata 

potrebbe essere oggetto di un consolidamento o di uno spezzatino. Mentre 

per quel che riguarda il primo polo italiano privato nella sanità 

(residenze e riabilitazione) ci potrebbe essere un futuro a Piazza Affari. 

Advisor della fusione sono per conto di Cir , Mediobanca , Andrea Zoppini 

e Giovanni Petrella, e per Cofide Société Générale , Natixis, lo studio 

Chiomenti e Pietro Mazzola. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 12, 2019 03:25 ET (07:25 GMT)