Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi, Banco Bpm e non solo. Che cosa rischiano le banche col groviglio delle norme Mrel e Tlac. Anticipazione Rapporto Cer

di  startmag.it 13.3.19

Tutti gli effetti potenziali e distorsivi per le banche italiane delle norme Mrel e Tlac. Pubblichiamo un breve estratto del rapporto Cer (Centro Europa Ricerche) curato da Antonio Forte, Carlo Milani e Fabiano Salvio che sarà presentato in via Cerva 28 a Milano il 14 marzo

Nonostante il percorso legislativo sul Mrel sia in fase di rifinitura e completamento, restano dei punti di domanda sulla capacità del mercato di assorbire gli strumenti che le banche dovranno emettere per rispettare il requisito. La quantità di emissioni dipenderà anche dai contenuti del testo finale, in riferimento soprattutto alle modalità di calcolo delle passività.

Questo processo è ulteriormente complicato dalla necessità di armonizzare gli approcci seguiti nell’ambito del Mrel e del Tlac che, come visto in precedenza, tendono invece a divergere su diversi aspetti. Tra le voci critiche verso le nuove regole sulla composizione delle passività bancarie c’è in primo luogo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. In un suo recente intervento ha dichiarato che «le condizioni in discussione per la definizione del livello e della natura delle passività che soddisferebbero il requisito Mrel rischiano di essere particolarmente severe», perciò «occorrerà evitare che ne discendano oneri insostenibili per le banche, soprattutto quelle minori». Come osservato dall’analisi sulle principali banche italiane, il Mrel potrebbe indurre anche ulteriori effetti distorsivi a seconda del denominatore considerato per il calcolo del requisito.

I diversi risultati ottenuti utilizzando TLOF e RWA, queste ultime a loro volta funzione del modello di business assunto dalla banca, determinano infatti effetti sostituzione tra le passività bancarie. La conseguenza può essere quella di ottenere risultati contrari rispetto agli obiettivi fissati da Mrel e Tlac. Ad esempio, alcuni istituti potrebbero scegliere di ridurre la dotazione di capitale di primaria qualità, nei limiti stabiliti dalle regole di Basilea, per incrementare il debito senior o quello junior. Un’ulteriore potenziale conseguenza potrebbe essere quella di indurre le banche ad agire sul denominatore utile ai fini della normativa Mrel. Infatti, per alcune banche potrebbe essere meno oneroso rispettare il requisito attraverso una diminuzione dei loro asset ponderati per il rischio, ricomponendo o riducendo le proprie attività, soprattutto quelle creditizie.

Le evidenze presentate nello studio d’impatto dell’EBA condotto nel 2017 sembrano avvalorare questo scenario, sottolineando come il recente miglioramento del requisito Mrel sia stato ottenuto prevalentemente attraverso la riduzione delle RWA, a sua volta frutto di una ricomposizione degli asset. Secondo un’analisi Bce l’impatto della nuova disciplina Mrel sarà probabilmente rilevante per le banche il cui accesso al mercato del debito idoneo ai fini Mrel è limitato o molto costoso. L’accesso al mercato del debito sarà condizionato dalle scelte di politica monetaria che proprio la Bce adotterà nei prossimi anni.

Le fonti di finanziamento straordinarie che la Bce ha concesso agli istituti di credito, quali le T-LTRO, sono di prossima scadenza. Le banche si troveranno quindi a dover sostituire queste passività, dovendo contemporaneamente rispettare i vincoli del Mrel, oltretutto al momento ancora non ben definiti. Un’ulteriore difficoltà per gli intermediari sarà quella di gestire il trade-off tra vincoli alla composizione del passivo, imposti dai requisiti regolamentari, e l’attuale composizione delle passività. Il Mrel, come il Net Stable Funding Ratio, sostiene l’uso di strumenti di raccolta a medio lungo termine, concentrandosi su quelli non garantiti. Sarà fondamentale dunque, almeno fino a quando saranno attive le operazioni di rifinanziamento presso la Bce, trovare il giusto equilibrio tra un conveniente ricorso ai finanziamenti a breve e medio termine della Banca Centrale e i più onerosi collocamenti obbligazionari necessari ai fini Mrel.

Tuttavia, non bisogna dimenticare i presupposti sui quali si basano tutti questi requisiti. Essi si fondano su valutazioni statiche, che non prendono in considerazione la velocità con la quale i capitali si muovono, le asimmetrie informative presenti sul mercato tra le varie classi di investitori e soprattutto le dimensioni dei rischi nascosti nei bilanci. Bisogna far sì che l’introduzione di questa normativa non porti ad un falso senso di sicurezza, che potrebbe causare problemi di moral hazard.

Gli intermediari potrebbero convincersi di poter far fronte ad eventuali crisi con le proprie forze, grazie ad un adeguato livello di patrimonializzazione, e che l’intervento pubblico per evitare effetti sistemici non sia più necessario. Al riguardo va sottolineato che la nuova normativa non assicura il pieno raggiungimento degli obiettivi prefissati, ossia assicurare le capacità di assorbimento delle perdite delle banche ed evitare il ricorso ai salvataggi con risorse pubbliche. Infatti, ad esempio, osservando le caratteristiche di Lehman Brothers prima del fallimento si nota che essa aveva un total capital ratio pari al 16% e la somma di capitale di vigilanza e titoli subordinati in rapporto al totale attivo era pari all’8%, livelli che avrebbe permesso a Lehman di soddisfare facilmente il requisito minimo richiesto dal Tlac per il 2019.

Infine, l’approccio flessibile previsto dalla normativa Mrel, che a differenza del Tlac non fornisce indicazioni omogenee circa il livello minimo di passività da detenere, può avere effetti distorsivi sui diversi mercati bancari. Le singole autorità di risoluzione potrebbero applicare in modo difforme la normativa, determinando un ulteriore elemento di distorsione all’interno delle regole europee. La presenza del Single Resolution Board (SRB) nel dettare condizioni uniformi di applicazione non risolverebbe il problema, poiché l’accesso al fondo unico di risoluzione è aperto solo alle banche di rilevanza sistemica. I sistemi bancari più frammentati, come quello tedesco, avrebbero l’ulteriore vantaggio di lasciare un’ampia quota del mercato bancario domestico soggetta solo alle condizioni, presumibilmente di favore, che l’autorità nazionale potrà stabilire.

AMARO SAN DANIELE.

andreagiacobino.com 13.3.19

Quattro contestuali concordati con riserva di presentazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti cercheranno di salvare l’azienda italiana produttrice del più famoso prosciutto San Daniele. Nei giorni scorsi, infatti, il tribunale di Trieste con i giudice Riccardo Merluzzi e Daniele Venier ha ammesso alla procedura la Kiper Holding e le tre controllate Principe di San Daniele, King’s e Siamoci. V’è da osservare che i giudici del capoluogo friulano sono intervenuti dopo che a gennaio scorso il concordato era stato già concesso dal tribunale di Modena, dove Kiper Holding aveva spostato da Trieste la sede legale nel 2018, nominando quali commissari Angelo Zanetti e Marco Zanzi. Il gruppo, controllato da Mario Dukcevich e dalla moglie Sonia e fondato nel 1983, con 500 dipendenti produce e vende salumi di alta qualità attraverso i marchi “Principe” e “King’s”. Nel ricorso si spiega che lo scorso anno il mercato ha avuto un andamento negativo, accentuato nel secondo semestre rendendo così “non più percorribile” il piano industriale di risanamento che l’azienda stava predisponendo per il periodo 2019-2021, e dal quale una banca creditrice si era sfilata. A fine 2018 con un fatturato di circa 170 milioni, i debiti di Kiper Holding ammontavano a quasi 130 milioni, controbilanciati da un valore degli stabilimenti pari a 67 milioni e un attivo circolante, tra valore del prodotto a magazzino e crediti verso i clienti, di 111 milioni. L’elaborazione del piano concordatario è stata affidata all’avvocato Vincenzo Ussani d’Escobar (recentemente condannato in primo grado a tre anni per il crack di Rdb Armatori) e al commercialista Marco Lacchini.

B.Carige: dialogo in salita tra Malacalza e Varde; visioni ancora lontane (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il dialogo inizia in salita. Dai primissimi approcci tra il fondo Varde e Malacalza Investimenti sarebbero emerse visioni contrastanti per la business combination con Banca Carige in termini di strategia. 

Come anticipato da indiscrezioni stampa a Varde, che già aveva guardato il dossier dell’istituto ligure attualmente commissariato, è stato consigliato di parlare con la famiglia Malacalza per semplificare l’attuazione di un’eventuale operazione su Banca Carige. D’altronde gli imprenditori piacentini rimangono i primi azionisti con una quota intorno al 27% del capitale: è quindi difficile pensare che un’aggregazione possa avvenire senza l’assenso dei Malacalza. 

La famiglia da settimane sta cercando investitori disponibili a trattare, alle sue condizioni, per il rilancio dell’istituto. Ora è stata approcciata da Varde, che attualmente sembra il player più concreto sul dossier Carige. Diversi fondi nelle scorse settimane hanno guardato le carte, ma in pochissimi hanno deciso di proseguire (e Blackrock, più volte citato, non sarebbe tra questi). 

Il fatto è che i fondi di investimento e la famiglia di imprenditori piacentini hanno due visioni ancora lontane sia sulla valorizzazione dell’investimento sia sul futuro dell’istituto ligure. Varde, infatti, come la maggior parte dei fondi, vuole acquistare a multipli compressi per poi rilanciare e valorizzare nel medio termine al massimo l’investimento. Malacalza intende ottenere nell’operazione un margine di manovra più ampio possibile che gli permetta sì, di avere un partner finanziario nell’acquisto degli Npl e nella ricapitalizzazione, ma che nell’immediato non ridimensioni eccessivamente il suo peso nell’azionariato e soprattutto gli lasci aperte più strade. 

Gli imprenditori della siderurgia conservano ancora l’ambizione di avere una Carige forte sul territorio ligure e indipendente. Ma non escludono, vista la situazione attuale, un’aggregazione industriale. In ogni caso, l’eventuale partner finanziario, dovrebbe permettere l’eventuale uscita dei Malcalza dall’azionariato nel medio-lungo termine a valori consoni. L’obiettivo della famiglia, se mai uscirà dal capitale, sarebbe quello di farlo riducendo al massimo la perdita. Ad oggi Malacalza in Carige ha iniettato quasi 420 milioni di euro. L’istituto ligure in Borsa nel 2007 valeva 6 miliardi. Prima dell’amministrazione straordinaria e della sospensione del titolo, soltanto 80 milioni. Ora (il titolo a Piazza Affari è sospeso) la quota vale ancora meno. L’ambizione sarebbe quella di limitare al massimo la perdita, uscendo almeno quando la partecipazione si aggirerà su valori intorno ai 250-300 milioni. Fatto sta che sarà difficile conciliare le logiche di investimento di un fondo come Varde e quelle di una famiglia di imprenditori vecchio stampo. 

Se l’operazione Varde-Malacalza andasse in porto scatterebbe il semaforo rosso per la Società per la gestione di attività (Sga). Più difficile che venga stoppato un coinvolgimento di Credito Fondiario nell’operazione relativa ai crediti deteriorati (quest’ultimo ha un diritto di prelazione a seguito di un contratto stipulato con l’istituto ligure nell’ambito di una precedente operazione). L’ex Fonspa potrebbe comunque prendere parte al deal in veste di servicer su una porzione di tali crediti. Varde farebbe comunque la parte del leone sugli Npl in quanto detiene una quota importante in Guber Banca, realtà specializzata nella gestione e recupero degli Npl. 

Varde o non Varde una soluzione, in tempi brevi, andrà trovata. In quanto a metà aprile sono attese dai commissari di Banca Carige le offerte vincolanti per la business combination. Circa 40 giorni più tardi dovrebbe tenersi l’assemblea dei soci chiamata ad approvare l’aumento di capitale da 630 mln. E in quella sede il voto dei Malacalza sarà dirimente. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 13, 2019 07:04 ET (11:04 GMT)

Borzi da brividi su mafia, servizi, BPVi, Banca Nuova, Opa fake su Etruria: e VicenzaPiù fa un big 13!

Giovanni Coviello -12 Marzo 2019 vicenzapiu.com

Tredici anni meritavano di essere vissuti per VicenzaPiù e al servizio dei lettori senza altri padroni anche solo per la serata dell’11 marzo“: è questo che pensavo ieri sera mentre presentavo al folto pubblico presente “in presa diretta” pensando a quello, di sicuro vastissimo, che potrà rivivere con i video la serata, i colleghi Nicola BorziFrancesco Bonazzi e Renzo Mazzaro, il senatore M5S e giornalista Elio Lannutti, il capogruppo regionale di FdI, Sergio Berlato, l’ex dg di Bene Banca, Silvano Trucco, e il “mio avvocato” Marco Ellero.

Tutti, ospiti stimolanti e “spettatori” ma protagonisti, sono arrivati ieri, 11 marzo, in Apindustria Vicenza, da Roma, da Milano, da Bene Vagienna in quel di Cuneo, da Udine, Ferrara… a rendere indimenticabile il convegno “Libertà di stampa, la prima fake news. Il caso banche, tra blandizie e intimidazioni” organizzato da un “piccolo” ma “coraggioso” mezzo” come VicenzaPiù per il suo 13° compleanno e che si svolto più volte citato dai presenti, e che presenti!, come “esempio” di giornalismo indipendente.

Ma se ero già “fuori dai panni” ma con la “nostra gente”, i nostri lettori, all’inizio dell’inno alla residua ma “resistente” stampa d’inchiesta (Bonazzi: “in Italia non ci sono più di 20 giornalisti d’inchiesta“, Borzi: “Francesco, siano in 12…!“) dopo aver aver fatto poche domande ai nostri ospiti (mai visti tutti insieme a Vicenza colleghi di questo livello per giunta in questa epoca di stampa servile e molle) e aver ascoltato le loro risposte, perdonatemi, ma fatemi dire che quelle di ieri sono state le mie più belle, ma facili, interviste.

Perché un’intervista è veramente grande non se le domande soddisfano il narcisismo dell’intervistatore ma se le risposte raccontano di fatti tosti e di sfide per la verità

E allora

se la mia domanda iniziale per Nicola Borzi, facile facile, è stata “raccontaci della tua denuncia delle copie gonfiate del tuo ex giornale” e se Nicola Borzi ha parlato come vedete nel video, che genera emozioni, e come leggete nella trascrizione, che fissa quelle emozioni, non solo di quelle copie ma soprattutto, degli intrecci tra mafia, servizi segreti e Banca Nuova della BPVi (avevamo già ripreso e rilanciato Borzi il 18 novembre 2017);

e, se poi, richiesto da Borzi, io, sì proprio io, gli “permetto” (che classe!) di aggiungere un qualcosa che aveva dimenticato di dire e lui, il cronista accusato, con quale violenza!, di “rivelazione di segreti di Stato” butta lì un’altra bomba, quella dell’Opa fake su Banca Etruria della banca di Zonin, Opa non fatta ma che, guarda caso, ha fatto arricchire qualcuno;

beh, allora se tutto questo è successo ieri ho fatto le mie più belle, e facili, interviste dei primi 13 anni di VicenzaPiù e allora giuro che continuerò con voi per almeno… un altro anno, età e processi in corso (e in arrivo) permettendo.

Nicola, tu hai parlato della truffa dei numeri gonfiati de Il Sole 24 Ore…

In verità mi era vietato scrivere del caso della copie gonfiate de Il Sole 24 Ore dove lavoravo fino a quando non c’è stata la legge sul whistleblowing, cioè sulla tutela dei segnalatori di irregolarità, non ho potuto presentare esposti in sede penale anche se l’avrei fatto volentieri visto che l’aveva già fatto il senatore Lannutti.

Mi sono limitato, però direi che è stato fondamentale a portare questi esposti alla Consob e al nostro collegio sindacale e da lì, poi,  dopo due settimane mi è arrivata una telefonata della Guardia di Finanza che mi ha detto “venga da noi che dobbiamo parlare”. Ma io dirò una cosa che forse vi lascerà destabilizzati.

Io sono contro l’idea della guerra alle fake news. E lo dico da giornalista perché è di qualche giorno fa la notizia che il parlamento russo ha deciso che d’ora in poi loro decidono che cos’è fake news e che cosa non lo è. E se lo dicono loro è giusto. Quindi se tu hai scritto qualche cosa che a loro non piace ti becchi qualche anno di galera. Questa è una deriva pericolosissima perché mettere in mano la decisione su che cosa è notizia e che cosa non lo è, su che cosa è pubblicabile e che cosa non lo è a un organismo politico significa finire con la democrazia e tornare in uno stato orwelliano.

E dico orwelliano per un motivo molto molto semplice come sa perfettamente Francesco Bonazzi: per cercare di identificare le nostre fonti oltre ad aver acquisito telefoni, mail, computer, materiale digitale hanno passato al setaccio decine, forse centinaia di migliaia di italiani che si sono trovati a passare dalla stazione Termini nelle ore in cui sia io che lui indipendentemente, perché noi seguivamo la stessa notizia e ci parlavamo in quel periodo per altre storie che non avevano a che fare con questa notizia qua.

Semplicemente perché stavamo pensando peraltro di uscire dai rispettivi giornali per mettere in piedi una testata giornalistica nostra che si occupasse solo di inchieste… e adesso i magistrati pensano visto che noi ci parlavamo di quella roba lì e non sapevamo che stavamo seguendo la stessa notizia sulla (Banca Popolare di) Vicenza, pensano che in realtà parlasse della storia della Vicenza dei servizi che è demenziale.

Ma sono arrivati addirittura a censire le telefonate tra me e mio suocero soltanto perché lui lavora alla Sapienza, fa il fisico, insegna fisica, ha lavorato al Cern di Ginevra e collabora con la Nasa. Quindi evidentemente è in possesso di un nullaosta di segretezza, non lo so, e quindi hanno immaginato che io parlassi di questa questione dei conti dei servizi a Vicenza con mio suocero che è una roba demenziale. Perché un giornalista piuttosto che raccontare a qualcuno che sta seguendo una roba di questo genere si fa tagliare la lingua.

Però io vorrei dirvi due o tre cose, che riguardano Vicenza e non solo  Vicenza e che vi danno un’idea su un livello non soltanto delle fake news ma soprattutto di una cosa molto più rischiosa, che non è la notizia falsa ma la notizia manipolata o taciuta che è molto più grave, molto più pericolosa e crea soprattutto quel clima nel quale sono incappati centinaia di migliaia di azionisti e di sottoscrittori dei bond subordinati.

Allora parto con un’operazione: a maggio del 2000 Banca Nuova viene costituita in Sicilia. A un certo punto qualcuno suggerisce a Banca Nuova e, per non parlare troppo per un girarci intorno, ai vertici del gruppo Banca Popolare di Vicenza di comprare una banca in Sicilia.

In quel periodo come scrivevano molti giornali grossa parte del settore bancario siciliano in vendita quindi ci sono banche che vengono comprate da istituti del Nord del Centro cioè il Banco di Sicilia che viene preso da Unicredit. Ci sono altre operazioni.

Su quale banca va a puntare gli occhi il gruppo Popolare di Vicenza con Banca Nuova? Sulla banca, scusate l’espressione, più sputtanata di tutta la Sicilia. La banca dove ci sono capitali mafiosi a bizzeffe da decenni, una banca nella quale l’otto per cento del patrimonio è in mano a un tizio che nel 96 si scopre che è il prestanome di Cosa nostra a Palermo e gli vengono sequestrati 1.600 miliardi di lire che amministra attraverso una rete di prestanome. La Banca Popolare di Vicenza sceglie di comprarsi la Banca del Popolo di Trapani.

E parlo di Trapani non a caso perché è una provincia ad altissima concentrazione mafiosa, di una mafia che ha due o tre livelli: uno agricolo, e qui l’agricoltura non c’entra per caso, uno di produzione di eroina, la più grande raffineria di eroina di tutta Europa era in provincia di Trapani, e un livello di massoneria dove la mafia e la massoneria si parlavano.

Si compra la Banca del Popolo di Trapani nel 2001, decide a maggio, la paga 200 miliardi di lire (circa 300 per la precisione stando comodi davanti alla tastiera e con i documenti davanti – qui il documento cercato e trovato da Borzi a Vicenza con chi scrive, altro motivo di orgoglio -, sorry Nicola, ndr) che sono quasi 2 volte il valore della banca, una banca che è già teoricamente fallita perché come risulta dal prospetto che la Banca Popolare di Vicenza deposita in Consob la Banca del Popolo di Trapani alle sofferenze al 24 per cento dei crediti alla clientela cioè è una banca morta ma viene pagata due volte il valore il valore patrimoniale.

I giornali scrivono che è una grande operazione industriale, il Sole 24 Ore fa gli articoli per dire “grande operazione della Banca Popolare di Vicenza in Sicilia“. E nessuno si interroga di andare a vedere quel prospetto della Consob. Nessuno si domanda perché è proprio quella banca lì con tutte quelle che c’erano in vendita in Sicilia e questa è una.

Ma la cosa ancora più lunare secondo me è che nel 2009 Banca Nuova nel giro di due giorni con la Vicenza fa tre assemblee di cui nessuno scrive niente. Voi sì, VicenzaPiù,  ma nessun altro. Voi solo voi solo voi. Non c’è traccia sui giornali di questa roba. Se non me la raccontavi tu (Giovanni Coviello, ndr) io questa roba sul Sole 24 Ore non l’ho trovata.

La Banca Popolare di Vicenza nel 2009 fa tre assemblee in un giorno: la prima cosa che fa incorpora la Banca Nuova di Palermo; la seconda cosa che fa ricrea una nuova società che si chiamerà Nuova Banca Nuova che poi diventerà Banca Nuova 2 e Banca Nuova per tutti a cui la terza operazione dà in mano tutta la rete degli sportelli che aveva prima.

E ricostruisce il patrimonio perché evidentemente dopo l’operazione fatta per comprare la banca di Trapani è entrata talmente tanta schifezza dentro e non a caso subito al momento dell’operazione la Banca Popolare di Vicenza deve fare un aumento di capitale di 50 miliardi di lire dell’epoca di Banca Nuova perché sennò portandoci dentro la banca di Trapani i valori patrimoniali scendono sotto i livelli previsti.

Ma è entrata talmente tanta schifezza che Banca Nuova non riesce più a stare sul mercato e quindi la banca di Vicenza si porta a casa qui a Vicenza tutta la schifezza che stava a Palermo e a Roma. E poi ricostituisce Banca Nuova come se non fosse successo niente, le rimette mano gli sportelli come se non fosse successo niente. E questa roba passa completamente fuori dal radar di chiunque.

Ci sono i comunicati sul sito della Banca Popolare di Vicenza. Non l’ha mai scritto nessuno, a parte voi. una riga di questa operazione qua. Poi si scopre casualmente che tra il 2008 e il 2009 in via Nazionale 230 a Roma a un certo piano c’è un ufficio di Pio Pompa che per conto del Sisde (poi in un’altra fase del convegno Borzi corregge “Sismi”, ndr) produce falsi dossier sui giornalisti, falsi dossier su politici e cerca di manipolare le indagini del procuratore di Milano Spataro, paga giornalisti per andare a intervistare Spataro e riferire la cosa ai servizi segreti.

E al piano di sopra la direzione generale di Banca Nuova e gli uomini di Banca Nuova e gli uomini del Sisde praticamente sono tutti un’unica parrocchia. Il primo incontro che fa Antonello Montante, delegato per la legalità di Confindustria a Roma, il nuovo delegato della legalità di Confindustria dove lo fa? Fa una cena in Banca Nuova dove incontra una serie di personaggi che poi risulteranno dalle carte del processo Montante. E allora si capisce che quando l’antimafia viene presa in mano da un certo ambiente non riesce più a capire che cos’è antimafia che cosa è mafia.

Adesso uscirà un bel libro di Attilio Bolzoni su questa vicenda, il corrispondente di Repubblica da Palermo che si occupa di mafia e di cose siciliane, e lì si capirà che da lì prendono l’avvio tutta una serie di operazioni.

Allora quello che io vi dico è che io trovo veramente incredibile di questo paese incredibile è che qua per una quindicina di anni almeno, ma forse di più perché in realtà i servizi segreti e il gruppo Banca Popolare di Vicenza si parlavano probabilmente dagli inizi degli anni duemila e forse anche prima, abbiamo avuto una banca che formalmente non era la banca che teneva i conti dei servizi segreti.

Perché i conti dei servizi segreti arrivano in Banca popolare di Vicenza formalmente quando Bnl è diventata una banca controllata dai francesi, li deve mollare perché altrimenti i francesi sanno cosa fanno i servizi italiani ma strutturalmente … (BPVI era socia di BNL, dice Coviello ndr) ma non solo, e ricordiamoci che Gianni Zonin era già vicepresidente della Banca Nazionale del Lavoro e quindi era già sicuramente, come dire, al corrente di tutto un certo tipo di operazione (Bonazzi fuori campo fa notare che è in quel periodo che Zonin si conquista la fiducia di quel sistema…, ndr).

In tutto questo cosa vediamo? Noi vediamo che c’è una banca che in Sicilia fa quello che vuole. Un imprenditore che in Sicilia fa quello che vuole salvo poi scoprire che deve assumere il capomafia locale e metterlo a libro paga senza che il capomafia locale ovviamente lavori un giorno solo e poi lui dichiara che in realtà non ne sapeva niente, però lavorava nella sua tenuta in provincia di Caltanissetta.

Abbiamo la Banca Nuova che diventerà un crocevia di scambio di informazioni tra pezzi di apparati deviati dello Stato, pezzi di Cosa nostra e pezzi della massoneria per mettere sotto inchiesta la Procura di Palermo e cercare di infiltrare la Procura di Palermo in almeno due occasioni.

La prima occasione è il processo che la Procura sta istruendo sulle talpe alla direzione distrettuale antimafia e Banca Nuova fornisce coperture logistiche, telefoni, uffici automobili e addirittura coperture personali ad apparati deviati dello Stato che cercano in quel modo di dire che sono in banca mentre in realtà sono altrove a fare altre cose per conto di chi non si sa.

E la seconda cosa che io trovo ancora più grave è che lo stesso sistema di copertura viene utilizzato in occasione delle indagini sulla trattativa Stato mafia e anche lì mi si dice che Banca Nuova è stata il centro logistico di un tentativo di infiltrazione della Procura di Palermo.

Quindi abbiamo pezzi dello Stato che lottano contro altri pezzi dello Stato e la Banca Nuova diventa il perno di queste operazioni e qualcuno diventa il Garante evidentemente di queste operazioni. A livello politico finanziario industriale e istituzionale…

E di tutto questo chi deve pagare il conto sono Bonazzi e Borzi perché qualcuno gli ha trasmesso della documentazione da cui risultano questi atti e da questa documentazione risulta che qualcuno ha fatto delle operazioni di dentro e noi abbiamo raccontato delle operazioni bancarie, delle operazioni bancarie…

Io mi sono occupato di banche per 15 anni al Sole 24 Ore ho scritto articoli anche più consistenti di questo, nessuno ha mai avuto niente da ridire. Però ci mandano la Guardia di Finanza ci sequestrano materiale digitale, computer, la segreteria del mio cellulare che era collegata alla posta elettronica, mettono i sigilli alla mia e-mail di lavoro per cui io perdo tutte le mail con tutti i miei contatti lavorativi per 15 anni, non posso più accedere ma devono ancora disequestrarli…

Mi riconsegnano il materiale, parte delle copie mi viene riconsegnata due mesi e mezzo dopo. E mentre io vado a riprendermi il materiale che è mio e che è stato sequestrato illegittimamente, e lo dicono sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale, sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dicono che è incostituzionale e illegittimo cercare di arrivare alle fonti dei giornalisti dai loro strumenti digitali, mentre io sono là che ritiro quello che è mio una copia perché l’originale se lo tengono loro, loro prendono parte dei miei discorsi e poi li mettono nel verbale che mandano alla Procura che nel frattempo sta indagando su di me durante lo stesso dissequestro del materiale mio.

Allora io vi chiedo: se tutto questo dispiegamento di strumenti investigativi, di attenzioni fosse stato utilizzato per i compiti magari più nobili che erano capire che cosa succedeva in quella banca lì non avremmo avuto magari un po’ più di trasparenza per 210mila azionisti, per i sottoscrittori dei bond, non avremmo avuto magari un po’ più di attenzione su certi risultati di cosa succedeva a livello di scambio ripeto tra apparati dello Stato e apparati dell’anti Stato, criminalità organizzata e quant’altro?

Ma evidentemente il problema sono i giornalisti.

Ora chiudo dicendo due cose. La prima cosa a proposito di querele temerarie e di richieste di danni: nel 2004 arriva Ferruccio de Bortoli, un signore, in redazione al Sole 24 Ore, come direttore: la mattina che Ferruccio de Bortoli si insedia io sto facendo la barba in bagno, prima di andare a lavorare mi suona il cellulare, era la segreteria del direttore Ferruccio.

Io non l’avevo mai incontrato in vita mia. “Buon giorno Nicola sono il nuovo direttore, ti devo dire che qua sulla mia scrivania c’è una richiesta di danni da 15 milioni di euro per te e per il collega Giuseppe Oddo perché avete scritto un articolo che qualcuno ha dato fastidio”.

Ci hanno chiesto 15 milioni di euro di danni perché abbiamo chiesto un articolo dopo aver sentito il direttore finanziario dell’azienda di cui scrivevamo, la figlia del proprietario dell’azienda, aver mandato e-mail, aver chiesto un’intervista.

Viene chiesto di valutare dei dati semplicemente perché avevamo scritto che una certa azienda aveva utilizzato gli stessi uomini e le stesse aziende che erano state utilizzate dalla Parmalat per fare delle operazioni finanziarie. Siccome questi dovevano fare uno spin off e quotarsi in Borsa mesi dopo quell’articolo del quale sapevano tutto …  hanno tirato fuori la richiesta di danni per 15 milioni in maniera da impedirci di scrivere di questa vicenda dello spin off.

Un anno e mezzo dopo quando l’operazione si è conclusa ci hanno tolto la richiesta di danni. Noi siamo stati un anno e mezzo con 15 milioni di danni pendenti sopra il capo così. E soltanto Ferruccio de Bortoli, che è un galantuomo visto che la richiesta non era stata fatta al giornale di danni ma soltanto a me all’altro collega come persone e come professionisti, soltanto lui ci ha messo a disposizione l’ufficio legale del giornale per difenderci perché altrimenti avremmo dovuto pagare spese di tasca nostra.

L’altra cosa che vi racconto perché io ho fatto partire questa inchiesta interna che è durata sei anni diciamo una prima fase tre anni e mezzo la seconda sui conti del mio editore.

Perché uscivano ogni mese articoli sul Sole 24 Ore firmati da colleghi che riportavano che le vendite del Sole 24 Ore andavano su così, le vendite dei concorrenti andavano giù così, che noi eravamo i più fighi di tutti vendevano più di tutti. Peccato che io andavo a vedere i dati di bilancio, i ricavi erano in costante calo.

Peccato che il costo medio delle copie unitario era stabile o in crescita e le tre cose insieme matematicamente non potevano stare. Io mi sono messo a cercare di capire che cosa c’era dietro questo lavoro impiegando tre anni e mezzo perché io avevo una notizia ma non avevo una dimostrazione.

La notizia che dietro una certa società anonima di Londra gestita da fiduciari in realtà c’erano uomini collegati con Sole 24 Ore, dove c’era un giro circolare di soldi: un tanto andava, un po’ di meno tornava e come azionista del Sole 24 ho presentato gli esposti quando già Lannutti aveva già presentato un esposto in sede penale.

Ma allora il problema ripeto non è la fake news in quanto fake news perché la fake news magari il pubblico indistinto non riesce a sgamarla ma qualcuno che fa questo lavoro, se ha un minimo di cervello , si accorge che dietro c’è nulla.
Il problema è la manipolazione della notizia, è la notizia taciuta, è la notizia scritta a metà, è la notizia già scritta così sì ma così no. Il problema è questo…

Allora io ti ringrazio Nicola Borzi…

…Ma, scusa, volevo soltanto aggiungere un passaggio che mi sono dimenticato sulla Vicenza. Ma a voi sembra possibile che una banca attraverso il suo presidente, attraverso i suoi massimi vertici dica che farà un’Opa su un’altra banca, indichi una data precisa “entro fine mese faremo l’Opa sull’Etruria”, dicevano all’inizio del 2014.

L’Etruria era quotata, quindi il titolo dell’Etruria, con la notizia che qualcuno se la sta per comprare, giustamente si muove. Poi l’Opa non c’è, non se ne sa più nulla e nessuno muove un dito, né la Consob né la Banca d’Italia né la magistratura, per manipolazione di mercato…?

E nel frattempo amici e soci in affari e signori che fanno queste dichiarazioni si mettono “corti”, si mettono corti su questa operazione, vendono allo scoperto per importi molto rilevanti del capitale dell’Etruria e ci fanno un sacco di soldi perché magari sanno che quell’operazione non si farà mai, quindi ci sarà un crollo dell’azione e ripeto né la Consob, né Banca d’Italia né la magistratura sulla famosa Opa di Vicenza sull’Etruria hanno mai mosso un dito!

E l’ulteriore problema è che in Italia purtroppo questo lavoro non lo vuole fare più nessuno.

Perché ti porti rogne, perché non fai carriera all’interno dei giornali, perché passi perché per rompi coglioni e quindi nessuno si va a infilare a raccontare storie che danno fastidio al proprio editore.
Meno che mai a toccare gli interessi del suo editore perché allora diventa veramente un suicidio conclamato. Ma il problema è che oggi, è per questo che prima dicevo che io non ho ancora fondato ma intendo fondare in Islanda una piccola casa editrice e un blog mio.
Perché non voglio vedere nessuno, nessuno che decida per conto mio che cos’è una notizia, che cosa non lo è, che cosa posso scrivere che cosa non lo è. Su che cosa posso andare a scavare su che cosa devo stare zitto…

Grande e facile intervista, caro collega Borzi.

Grazie