ROMEO / UN ALTRO MAXI APPALTO CONTESTATO ALL’ASL NAPOLI 1

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Nuovo maxi appalto dell’Asl Napoli 1, la più grande del Mezzogiorno, per la pulizia di ospedali e distretti sanitati.

Indovinate, chi l’ha vinto? La Romeo Gestioni, naturalmente. La storica regina di appalti pubblici, come insegna il caso Consip, con il protagonista Alfredo Romeo da decenni dominus nelle gestioni di ingenti patrimoni pubblici e soprattutto dei grandi enti.

Ecco cosa dettaglia Alessio Gemma per Repubblica Napoli. “Un appalto su due lotti che da mesi fa gola a ben diciassette aziende, grandi e piccole: prima in graduatoria risulta la Romeo Gestioni. La commissione di gara ha concluso la valutazione delle offerte il 4 marzo. Da febbraio è commissario all’Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva, l’ex direttore generale dell’ospedale Cardarelli che risulta indagato dalla Procura per frode in pubbliche forniture in relazione proprio a un appalto della Romeo: le pulizie del Cardarelli. Si tratta dell’inchiesta sui rapporti tra l’imprenditore Alfredo Romeo e le pubbliche amministrazioni che diede origine all’indagine Consip che coinvolse poi i vertici del Pd renziano”.

Continua Gemma: “Il bando per le pulizie all’Asl è stato pubblicato a luglio, i termini sono scaduti il 2 ottobre e la valutazione delle offerte è iniziata il 16 novembre, prima della nomina di Verdoliva avvenuta il 6 febbraio. La commissione ha proseguito l’esame delle offerte in più sedute e ha concluso i lavori il 4 marzo. Dalla graduatoria viene fuori che Romeo, su uno dei due lotti, stacca di quasi 14 punti sull’offerta tecnica il secondo in classifica”.

“Intanto non c’è ancora l’aggiudicazione definitiva perché è in corso da parte degli uffici dell’Asl la verifica sull’anomalia dell’offerta: le prime 4 aziende classificate hanno superato i quattro quinti del punteggio a disposizione sia per l’offerta tecnica che per quella economica”.

Non è finita. “L’Asl ha chiesto spiegazioni, per capire come è possibile da parte della ditta vincitrice applicare un tale ribasso e allo stesso tempo garantire un’alta qualità del servizio”.

Miracoli di San Gennaro?

E il finale: “Romeo in questo modo farebbe di fatto fuori la concorrenza di imprese del calibro di Coopservice, CNS, Manital, Dussmann che ora valutano possibili ricorsi”.

Staremo a vedere gli sviluppi.

Intesa si è bevuta le venete a un euro: chi difende i risparmiatori? W i pastori sardi!

 Lettere al direttore Vicenzapiu.com 14.3.19

Intesa Sanpaolo e i pastori sardi: latte versato

Intesa Sanpaolo e i pastori sardi: latte versato

In due lettere, che abbiamo scelto per la loro sinteticità, c’è tutta la reazione, tra incredulità e rassegnazione, che però lascia spazio alla rabbia, a “L’affaire (e l’affare) di Intesa Sanpaolo con le due banche venete… a spese dei soci“. Leggetele.

Egregio Direttore, complimenti per il suo articolo, Intesa dice che non è stato un affare acquistare le 2 banche, sembra, invece, che abbia fatto un sacrificio… A me sembra che questo sia stato l’affare del secolo.  Quindi se per Intesa è stato l’affare del secolo per la controparte è stato la truffa del secolo. 

Noi truffati ci stiamo rendendo conto che tutto quel che è successo è stato un piano ben ingegnato e portato avanti con determinazione principalmente dalla mente, Ignazio Visco, il burattinaio, ed il suo principale azionista, Intesa, con il fine di estinguere le 2 banche distruggendo il valore residuo per portarle in dote al sig. Messina. 

Se guardiamo alla serie di eventi step by step come l’imposizione di Iorio, la trasformazione in SPA ecc. tutto porta a questa conclusione. Ma Padoan non aveva i mezzi per determinare il valore delle 2 banche? Possibile che uno le compri per 1 euro e poi un anno dopo le valuti 363 milioni? Mi sembra molto strano. La domanda che uno si fa e che continua a farsi è

chi difende i risparmiatori?

Grazie per il suo impegno

Prima lettera firmata

Gentile direttore, ma è stata tutta una truffa! E noi truffati cosa possiamo fare oltre ad aspettare le sentenze bibliche del Tribunale che aspetta solo la prescrizione e la nostra estinzione da questo mondo. O le elemosine (sembra non per tutti) dei vari governi che parlano e non concludono mai. Allora viva i pastori sardi.

Seconda lettera firmata
Il commento: a furia di piangere sul latte versato, da soli o divisi o, peggio, schiacciati tra… due interessi, il latte è diventato acido.
Si può ancora usare per qualche ricetta di recupero, ma fra poco neanche per quella.

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COMMENTO PERSONALE

I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda.
(Charles Bukowski)

Ma purtroppo per loro la resa dei conti è molto più vicina di quello che immaginano.

E come ho già anticipato la scorsa settimana il bubbone sta per scoppiare – chissà se scoppierà in mano ad una persona a me molto ma molto simpatica?

“Lasciate pignorare le case o niente soldi”, l’Eurogruppo ricatta la Grecia

politicamentescorretto.info 14.3.19

Formalmente, Atene è uscita dal piano di salvataggio dell’ex Troika. Ma di fatto, resta ancora appesa ai diktat dei creditori della zona Euro. Che chiedono a Tsipras di abolire lo stop ai pignoramenti delle abitazioni delle famiglie insolventi con le case. In cambio dello sblocco di 1 miliardo.

Formalmente, è uscita dal programma di assistenza finanziaria. Ma di fatto, 4,8 miliardi che dovrebbe ricevere da qui al 2022 sono ancora bloccati nelle casse della Bce e delle altre banche nazionali dei Paesi dell’Eurozona. Per averli, deve concludere il suo programma di riforme. E poco importa che delle 16 misure pattuite, ben 13 siano state già approvate. Se la Grecia non abolirà lo stop ai pignoramenti delle case delle famiglie insolventi da parte delle banche, l’Eurogruppo non sbloccherà i fondi richiesti da Atene. 

La legge sulla prima casa

E’ quanto emerso ieri sera a margine della riunione dell’Euogruppo, al quale ha preso parte anche il ministro italiano Giovanni Tria. Riunione che avrebbe dovuto avviare l’erogazione di 1 miliardo di euro, prima tranche dei quasi 5 miliardi di profitti delle obbligazioni greche detenute da Francoforte e da altri istituti centrali europei. Ma l’avvio dei fondi è stato rinviato ad aprile. Il motivo è il mancato superamento della legge Katseli, che nel 2015, nel pieno della crisi, aveva messo un freno ai pignoramenti delle prime case bloccando quelli nei confronti di famiglie composte da almeno 5 membri e che posseggono abitazioni di un valore fino a 280 mila euro. Secondo le ultime stime, le famiglie “salvate” dal governo di Alexis Tsipras sarebbero circa 135mila, mentre i loro debiti ammonterebbero nel complesso a 17 miliardi. 

Le pressioni delle banche

Le banche, come è facile intuire, stanno facendo pressioni perché questa misura straordinaria venga abolita. E l’Eurogruppo sta dando loro una mano. “L’inattività del governo greco non invia un messaggio positivo ai mercati per quanto riguarda il corso dell’economia, in un momento in cui la Grecia è più che mai pronta a dimostrare il suo ritorno alla normalità”, aveva detto alla vigilia una fonte europea. 

In realtà, questo ritorno alla normalità è più nelle parole che nei fatti. Il governo è tornato di recente sui mercati per raggranellare denaro, emettendo bond per 2,5 miliardi. Non proprio un segnale di sostenibilità finanziaria. E il Fondo monetario internazionale, la scorsa settimana,  avrebbe avvertito la Grecia dei rischi inclusi nel suo sistema creditizio, proprio per via dell’alto numero di crediti deteriorati, compresi dunque quelli delle famiglie protette dalla legge Katseli.

Il rischio più generale per Atene è di ritrovarsi nuovamente al centro delle pressioni internazionali. Proprio in un momento in cui Tsipras sta cercando di recuperare lo svantaggio in termini di consensi nei confronti del centrodestra. Per il leader di Syriza ci sono due appuntamenti importanti: le elezioni europee di maggio e, soprattutto, quelle politiche di ottobre. Togliere a decine di migliaia di famiglie l’unica arma di difesa per tenersi la prima casa, potrebbe condannarlo a sconfitta quasi certa.

Fonte EuropaToday

Che cosa ho scoperto sul colosso cooperativo Cmc di Ravenna. Il post di Plateroti (Sole 24 Ore)

startmag.it 14.3.19

Centodieci aziende in affari con la CMC di Ravenna sono sotto inchiesta penale in Kenya e in Nepal per associazione a delinquere, appropriazione indebita e truffa ai danni dell’erario. Così inizia il post del giornalista ed editorialista del Sole 24 Ore, Alessandro Plateroti, pubblicato su Facebook

 

Centodieci aziende in affari con la CMC di Ravenna sono sotto inchiesta penale in Kenya e in Nepal per associazione a delinquere, appropriazione indebita e truffa ai danni dell’erario. In poco più di 4 mesi, almeno 14 tecnici italiani alle dipendenze della CMC sono stati privati dei passaporti e bloccati alla frontiera da quattro diverse nazioni che avevano assegnato appalti all’azienda cooperativa ravennate.

In Kenya, dove la CMC è indagata per corruzione nelle gare d’appalto, sono già state chieste le dimissioni di quattro ministri per i loro rapporti con i mediatori inglesi della CMC e i suoi rappresentanti nel paese africano. A Nairobi, dove il caso CMC è stato affidato al nucleo di polizia contro il crimine organizzato, il governo ha disposto il blocco dei conti correnti dopo averli trovati senza un dollaro: secondo l’accusa, la cooperativa italiana avrebbe trasferito illegalmente almeno 200 milioni di dollari prima a Londra e poi a Milano senza aver aperto nemmeno un cantiere dopo quasi due anni dall’avvio dei progetti. Più che una crisi societaria, la bancarotta della CMC rischia di diventare uno scandalo internazionale.

Quella che avete letto è la sintesi della mia inchiesta sul crack della più grande azienda cooperativa delle costruzioni in Italia: sarà pubblicata sul Sole24Ore di giovedì 14 marzo. Quello che ho scoperto dovrebbe far riflettere la Lega delle cooperative e quel che resta della sinistra italiana, azionista di fatto del sistema coop. Di solito, i giornali si occupano di crisi aziendali solo quando riguardano il settore privato, o scandali bancari. Per questo mi sono dedicato alla vicenda CMC: par condicio.

Fino alla scorsa primavera, cioè tre mesi prima del fallimento, i dirigenti CMC assicuravano a tutti che la cooperativa era sana e competitiva. Ora ha 900 milioni di debiti da ripagare, cantieri da chiudere e operai da licenziare: oltre alle cause dei creditori e del mercato. Cose del genere non fanno onore al movimento cooperativo: la crisi era ben nota a tutti in Lega Coop, ma la totale assenza di governance nei rapporti tra le aziende cooperative e la loro “holding di sistema” è una mancanza gravissima per chi rivendica una “diversità etica, culturale ed economica” rispetto alle imprese private.

La cattiva abitudine di lavare i panni sporchi in famiglia, evidentemente, è ancora ben radicata nel mondo cooperativo. Ma quando una cooperativa opera su scala internazionale, vince contratti milionari all’estero e si presenta come un esempio di competenza e correttezza, la cultura del “fare e non dire”, come quella del “dire ma non fare” diventa un boomerang: per la coop, i dipendenti e l’immagine del Paese.

(post tratto dal profilo Facebook di Alessandro Plateroti)

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QUI ALCUNI STRALCI DELL’INCHIESTA PUBBLICATA OGGI SUL SOLE 24 ORE

La Cmc, ha scoperto Il Sole 24 Ore, ha problemi ben più grossi di quanto si stato rivelato pubblicamente finora. In poco più di 4 mesi, e soprattutto con l’avvio del concordato, almeno 14 tecnici italiani alle dipendenze della cooperativa sono stati privati dei passaporti e bloccati alla frontiera da quattro diverse nazioni che avevano commissionato lavori alla Cmc: ora accusano tutti l’azienda di violazioni contrattuali, pretendendo in alcuni casi il risarcimento dei danni. E non è tutto: dopo la bancarotta, le ritorsioni contro la Cmc e i suoi dipendenti per i lavori non completati o mai avviati hanno registrato un pericoloso salto di qualità.

In Kenya, solo lunedì scorso, centodieci aziende con cui la Cmc ha avuto relazioni d’affari nei nuovi appalti sulle dighe o nei vecchi progetti infrastrutturali, sono state messe sotto inchiesta con l’ipotesi di associazione a delinquere, appropriazione indebita e truffa ai danni dell’erario: gli inquirenti stanno sequestrando tutte le fatture pagate dalla Cmc ai fornitori e persino quelle relative alle spese in alberghi e ristoranti. Le indagini della magistratura sono affidate alla divisione della polizia keniota specializzata nella lotta alla criminalità organizzata, e le accuse mosse finora sono già pesantissime: le ipotesi di reato sono la corruzione nelle gare d’appalto su opere per oltre un miliardo di dollari, la truffa ai danni dello Stato e appropriazione indebita.

Dalle prime indagini, si ipotizza che la Cmc abbia pagato tangenti a quattro ministri per ottenere i contratti sulle dighe di Arror e Kimwarerl: per tutti e quattro si prevedono le dimissioni, soprattutto perché non sarà facile spiegare ai magistrati per quale motivo non è mai stata fatta una due diligence sulla Cmc e i suoi progetti, ma soprattutto per quale ragione il contratto esecutivo sia stato firmato in corrispondenza del default della Cmc e parte dei pagamenti anche dopo l’ammissione alla procedura fallimentare. È da notare tra l’altro che la cooperativa sarebbe sotto inchiesta per corruzione anche in Sud Africa, dove ha realizzato un anno fa alcune opere pubbliche: stesse indagini sono in corso anche in Uganda. E non è tutto. La cooperativa italiana, secondo gli inquirenti di Nairobi, sarebbe «fuggita con i soldi della nazione» subito dopo aver ottenuto il concordato preventivo a Ravenna.

I legali della Cmc, ovviamente, respingono ogni addebito e si preparano alla battaglia legale, ma il Kenya ha già attivato l’Interpol per tracciare i movimenti di denaro della cooperativa: secondo gli inquirenti, almeno 165 milioni di dollari che il Kenya aveva avuto in prestito da Intesa Sanpaolo a fronte della garanzia del governo italiano (la Sace ha assicurato il credito), sarebbero stati ritrasferiti a Londra su un conto aperto presso una banca delle Westland e poi «spariti nel nulla».

I Rothschild scelgono la Banca svizzera privata in 100 milioni di franchi

zerohedge.com 14.3.19

La famiglia di Benjamin de Rothschild intende privare la banca svizzera Edmond de Rothschild (Suisse) SA consolidando e semplificando la struttura legale della banca.

Secondo Bloomberg,  Edmond de Rothschild Holding SA acquisirà tutte le azioni al portatore di Edmond de Rothschild (Suisse) a quota 17.945 franchi per azione, un premio del 6,7% rispetto al prezzo di chiusura di martedì, in un affare del valore di circa $ 100 milioni. La banca svizzera, che è stata a lungo collegata con la gestione della ricchezza di innumerevoli famiglie uber-benestanti, offre una varietà di servizi di gestione patrimoniale per i clienti privati ​​e istituzionali, dovrebbe essere cancellata dalla borsa di Zurigo. Lo stock, che è stato scambiato mercoledì a circa 17.500 franchi, è balzato di oltre l’8% a 17.800, prima di tagliare i guadagni per aumentare del 6,7%.

“Il mio ruolo è stato quello di semplificare la struttura del gruppo, che era molto complicata e priva di trasparenza, e per garantire la longevità e la stabilità del gruppo”, ha detto Ariane de Rothschild, presidente del comitato esecutivo del gruppo in un’intervista presso la sede della banca a Ginevra . “Sto trasmettendo la torcia a Vincent e alle squadre con piena fiducia, il gruppo è stato ripulito ed è funzionante ora.”

Fondato nei primi anni ’50, il gruppo Edmond de Rothschild ha un patrimonio in gestione di 170 miliardi di franchi e ricavi di 1,1 miliardi di franchi. Alla fine del 2018, l’unità bancaria di Edmond de Rothschild (Suisse) aveva un patrimonio di 128 miliardi di franchi, con un calo del 7% rispetto all’anno precedente. Lo scorso anno ha visto un deflusso di 2,5 miliardi di franchi in attività in gestione.

Il buyout offre la chiusura di una disputa tra la famiglia Rothschild sull’uso del nome storico della dinastia bancaria.

L’accordo prevede la liquidazione delle partecipazioni incrociate e il riacquisto di azioni in una transazione del valore di 100 milioni di franchi per dare il controllo completo della banca alla famiglia.

Assumendola in privato, “stiamo dimostrando il nostro impegno nei confronti del nostro gruppo bancario e le nostre ambizioni di crescita, sia organiche che attraverso acquisizioni”, ha detto Benjamin de Rothschild, presidente del consiglio di amministrazione di Edmond de Rothschild Holding.

Le fondazioni azioniste di Intesa trovano l’accordo sulla conferma di Gros-Pietro alla presidenza

citiwire.it 14.3.19

Le fondazioni azioniste di Intesa trovano l'accordo sulla conferma di Gros-Pietro alla presidenza

Tra gli enti azionisti di Intesa Sanpaolo, secondo quanto risulta a Luca Davi de Il Sole 24 Ore, è stato raggiunto oramai l’accordo per la riconferma di Gian Maria Gros-Pietroalla presidenza della banca.

Per la conferma formale ci sarà da attendere ancora qualche giorno, forse il prossimo 20 marzo, quando le cinque fondazione socie di Intesa Sanpaolo si incontreranno a Roma (dopo il vertice Acri) per fare il punto. O al più tardi fine mese, data ultima per presentare la lista del nuovo c.d.a. 

Il pieno consenso per il rinnovo dell’attuale presidente del board è maturato nei giorni scorsi, ed è arrivato a valle di un fitto dialogo tra i soggetti, che a inizio marzo hanno dato vita al patto di consultazione in rappresentanza del 16,5% del capitale della banca. Patto che è stato firmato con lo scopo di presentare un listone unitario di candidati da sottoporre all’assemblea del 30 aprile. 

Possibile che, in virtù della conferma di Gros-Pietro, la Fondazione Cariplo (che detiene il 4,4% del capitale) rivendichi cinque posti in consiglio, mentre i restanti posti verrebbero spartiti tra Compagnia di San Paolo (6,79%), Fondazione CariPadova eRovigo (1,9%), CariFirenze (1,85%) e Fondazione CariBologna (1,6%).

Sui nomi il confronto sarebbe ancora aperto. Per il ruolo di vicepresidente potrebbe profilarsi la riconferma di Paolo Andrea Colombo, mentre di rilievo appare la scelta del futuro presidente del comitato di controllo.

Tradizionalmente assegnata alla minoranza rappresentata dalla lista targata Assogestioni, la poltrona potrebbe andare all’attuale consigliere Alberto Maria Pisani, che prenderebbe il posto dell’uscente Marco Mangiagalli, che completando i tre mandati ha perso lo status di indipendente. Destinati, per ragioni diverse, ad uscire dal c.d.a dovrebbero essere anche Francesca Cornelli(in procinto di assumere un incarico universitario negli Stati Uniti), Giovanni Costa e Edoardo Gaffeo.

F.Cariplo: si tratta sui vicepresidenti (MF)

F.Cariplo: si tratta sui vicepresidenti (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Se il candidato forte per la presidenza sembra ormai il presidente di Borsa Italiana Andrea Sironi, nelle prossime settimane la partita per il nuovo vertice di Cariplo potrebbe spostarsi sulle due vice presidenze. 

La fondazione guidata da Giuseppe Guzzetti, scrive MF, avrebbe ormai raccolto le designazioni degli enti e del terzo settore e si appresta ad avviare il processo di scrematura della commissione nomine. L’organo dovrà verificare preliminarmente l’ammissibilità di tutte le candidature, segnalando ai vertici eventuali casi di inammissibilità. Concluso questo lavoro le due date chiave dovrebbero essere il 7 maggio per la nomina della nuova Commissione Centrale di Beneficenza che, a sua volta, il 28 maggio potrebbe eleggere il presidente e i due vice presidenti. Proprio su questi due ruoli si starebbe oggi spostando l’attenzione di Guzzetti e dei grandi elettori. Uno dei due potrebbe essere una donna presente nell’attuale Commissione, mentre per l’altro ruolo si fa strada l’ipotesi di una figura vicina al mondo della politica. 

La scelta dei vice dipenderà comunque dal profilo del nuovo presidente e dalla ripartizione delle deleghe. Al momento, come detto, le quotazioni di Sironi (il cui nome sarebbe contenuto nelle cinque candidature della Ccb uscente) sono alte anche perché l’ex rettore della Bocconi ha un profilo in linea con quello cercato da Guzzetti. Per mesi il presidente ha infatti avuto in mente un identikit preciso: una personalità esterna a Cariplo capace di amministrare il patrimonio grazie a una solida preparazione finanziaria. Un profilo non casuale, visto che sullo standing tecnico dei nuovi amministratori insiste il protocollo Acri-Mef del 2015: il documento ha posto infatti un forte accento sulla gestione del patrimonio, richiedendo implicitamente competenze specifiche ai vertici delle fondazioni. Il protocollo pone inoltre altri vincoli al rinnovo di quest’anno: la Commissione di Beneficenza passerà da 40 a 28 membri, mentre il consiglio di amministrazione scenderà da nove a sette. Anche la durata del mandato ha subito una sforbiciata nell’ultimo statuto di Cariplo, passando da sei a quattro anni sempre in ottemperanza degli accordi presi con il ministero del Tesoro. 

red/fch

 

(END) Dow Jones Newswires

March 14, 2019 04:31 ET (08:31 GMT)

Unicredit: Blackstone interessata ad asset immobiliari (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ci sarebbe Blackstone tra gli investitori interessati agli asset immobiliari messi sul mercato da Unicredit. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier avrebbe avviato un processo di dismissioni per un valore complessivo di un miliardo di euro. 

Nel dettaglio si tratterebbe di immobili non strumentali, a partire dalle filiali ormai non più utilizzate. La mossa sarebbe coerente con le indicazioni fornite al mercato in occasione delle ultime presentazioni agli analisti nel corso delle quali la banca ha fatto esplicito riferimento a cessioni immobiliari. Tra i soggetti alla finestra ci sarebbe per l’appunto il fondo Blackstone accanto ad altri soggetti che stanno studiando con attenzione alcuni asset. Contattata da MF-Milano Finanza, Unicredit ha preferito non commentare l’indiscrezione. 

Diverse banche hanno avviato processi di valorizzazione del patrimonio non strumentale. Deutsche Bank ad esempio ha conferito le 90 filiali italiane a un fondo immobiliare, utilizzando la modalità del sales & lease back. Per questa operazione il gruppo tedesco guidato in Italia da Flavio Valeri si è affidato a Hines e al gruppo Qatar Holding. 

Un deal simile è stato realizzato dal Credito Valtellinese in tandem con Beni Stabili su un pacchetto di uffici bancari. In questi mesi invece si è mosso il Montepaschi. Secondo quanto riportato da MF-Milano Finanza, la banca senese avrebbe avviato la vendita di un pacchetto di immobili strumentali dal valore stimato attorno al mezzo miliardo di euro. Il processo, seguito dall’advisor Duff & Phelps Reag, riguarderebbe soprattutto le filiali chiuse nell’arco del piano di ristrutturazione e altre strutture di proprietà della banca. Nell’elenco di palazzi ci sarebbero la sede storica a Milano, in via Santa Margherita, oltre a edifici storici a Roma e Firenze, e per quanto riguarda i potenziali compratori, sul mercato si fanno i nomi di Blackstone, Starwood, Tristan Capital Partners, Lonestar, Apollo e Cerberus. 

Tornando a Unicredit, ieri la controllata Bank Austria ha emesso un covered bond di 500 milioni a 10 anni con un rendimento 15 punti base sopra il mid swap. Gli ordini sono stati di circa 2,2 miliardi di euro con una forte domanda da oltre 120 investitori con un’ampia diversificazione geografica e per tipologia. Bookrunners sono Abn Amro, Natixis, NordLB, Raiffeisen Bank International e Unicredit . L’operazione rientra nel funding plan di Bank Austria nell’ambito del self funding delle controllate di Unicredit e arriva un giorno dopo l’emissione di un bond perpetuo da un miliardo da parte della capogruppo. 

red/fch 

MF-DJ NEWS 

1409:08 mar 2019 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 14, 2019 04:09 ET (08:09 GMT)