Ubi, il passo indietro del notaio Santus: i nomi in quota Bergamo

Bergamonews.it 16.3.19

Il Patto di consultazione (il sindacato Azionisti Ubi Banca, il Patto dei Mille e la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo) ha presentato la lista per la nomina del futuro consiglio di amministrazione di Ubi Banca che verrà eletto nell’assemblea dei soci convocata per il prossimo 12 aprile 2019.

Si dice che la Banca Centrale Europea avesse espresso il desiderio che i prossimi candidati al consiglio di Ubi Banca non fossero indagati. Un desiderio che alla fine è stato esaudito su tutta la linea, perché anche il notaio Armando Santus, attuale vicepresidente del Consiglio di Sorveglianza, ha ceduto. Facendo un passo indietro.

Così il Patto di consultazione (il sindacato Azionisti Ubi Banca, il Patto dei Mille e la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo) ha presentato la lista per la nomina del futuro consiglio di amministrazione di Ubi Banca che verrà eletto nell’assemblea dei soci convocata per il prossimo 12 aprile 2019.

I tre raggruppamenti rappresentano 264 azionisti privati e istituzionali che detengono il 22,01 % del capitale della banca. Ora si attende la lista dei fondi che nei prossimi giorni verrà presentata.

“La scelta dei candidati è avvenuta nel rigoroso rispetto di tutte le disposizioni vigenti da parte delle Autorità di Vigilanza e in particolare della normativa europea sui requisiti “fit and proper” per gli organi di governo e controllo delle banche (Direttiva CRD4) – si legge in una nota diramata dal Patto -. I requisiti “fit and proper” sono vincolanti, in particolare, riguardo la valutazione dei criteri di professionalità, la complementarietà, la disponibilità di tempo e il cumulo delle cariche, la full disclosure sul passato professionale e le capacità manageriali.
In aggiunta due terzi dei componenti degli organi societari proposti sono indipendenti, rispondono altresì ai requisiti di genere e hanno e le competenze richieste per la composizione del Comitato di Controllo”.

Il terzetto in quota Bergamo vede i nomi di Osvaldo Ranica, ex direttore generale della Popolare di Bergamo e consigliere di gestione uscente, Alberto Carrara, commercialista, già presidente del consiglio sindacale della Popolare Bergamo ed entrato nel Consiglio di Sorveglianza lo scorso novembre; e infine Paolo Bordogna, figlio di Cicci, patron del Gruppo Bracca-Pineta Acque Minerali, Manager di Bain & Company, società di consulenza strategica mondiale.

“Abbiamo presentato una lista per il nuovo Consiglio di Amministrazione di UBI Banca che comprende personalità di altissimo profilo professionale e personale nel rigoroso rispetto dello Statuto e di tutte le normative europee – commentano Franco Polotti (Presidente del Patto Sindacato Azionisti UBI Banca), Matteo Zanetti (Presidente del Patto dei Mille),
Giandomenico Genta (Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo) -. A partire dal cammino di successo realizzato in questi anni e guardando al futuro, questa scelta condivisa dimostra la stabilità e la coesione, già garantita per decenni, dell’azionariato della banca che continuerà nei prossimi anni a sostenere le azioni del management con una visione di medio-lungo periodo. UBI Banca presenta un modello di business, strategie e competenze adeguate per confrontarsi al meglio con le più forti e solide banche del panorama nazionale. Siamo certi che i Consiglieri proposti sapranno portare il loro contributo qualificato nel solo interesse di tutti gli azionisti e degli stakeholder della banca”.

Per il Consiglio di Amministrazione la lista è composta da:
Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti,Candidato alla carica di Presidente
Roberto Nicastro, Candidato alla carica di Vice Presidente
Victor Massiah, Candidato alla carica di Amministratore Delegato
Ferruccio Dardanello, Candidato alla carica di Consigliere
Pietro Gussalli Beretta, Candidato alla carica di Consigliere
Silvia Fidanza , Candidato alla carica di Consigliere
Paolo Bordogna, Candidato alla carica di Consigliere
Osvaldo Ranica, Candidato alla carica di Consigliere
Letizia Bellini Cavalletti, Candidato alla carica di Consigliere
Paolo Boccardelli, Candidato alla carica di Consigliere
Alessandro Masetti Zannini , Candidato alla carica di Consigliere e componente del Comitato Controllo della Gestione
Alberto Carrara, Candidato alla carica di Consigliere e componente del Comitato Controllo della Gestione
Monica Regazzi, Candidato alla carica di Consigliere e componente del Comitato Controllo della Gestione
Francesca Culasso, Candidato alla carica di Consigliere e componente del Comitato Controllo della Gestione
Simona Pezzolo De Rossi, Candidato alla carica di Consigliere e componente del Comitato Controllo della Gestione

Yaba: la “nuova” droga che seduce i giovani

MARCO MANAGÒ interiss.it 16.3.19

Usata dalle truppe naziste è l’ultima moda in termini di stupefacenti

I giovani e lo

I giovani e lo “sballo”

Il basso costo di una pasticca di Yaba(quattro euro circa) ha favorito la notevole diffusione in Italia, negli ultimi mesi, di questa droga devastante. Gli ingenti sequestri del 2018(tra cui le 80 pasticche a Roma e le 800 a Marghera) lasciano intendere come questa droga (chiamata “di Hitler”) non sia più legata all’impiego durante la seconda guerra mondiale ma che conosca, purtroppo, una inquietante “seconda giovinezza”. Si tratta, quindi, di un dato storico che non ha insegnato molto alle nuove generazioni e rimane fine a se stesso, contro un ritorno dirompente, di una realtà viva, attuale, con recrudescenza.

Il ritorno

I controlli e i sequestri effettuati in Italia, in particolare nella Capitale, inducono a datare, intorno alla metà dell’anno 2017, l’inizio di una forte presenza della Yaba nel territorio italiano, frutto più che altro di provenienza estera anziché di lavorazione nello stesso Belpaese. Da quel momento, la diffusione, il consumo e i sequestri sono in continuo aumento, tanto da esser considerata lo stupefacente preferito da giovani e giovanissimi.

Gli effetti

La metanfetamina è il principio attivo di questa sostanza che si presenta sotto forma dipasticche rosse (a volte anche arancioni e verdi), dal sapore dolce e piacevole ma possiede una potenzialità devastante sulla psiche e sul cervello di chi la usa, inducendo persino a gesti estremi (è detta, infatti, anche “droga della pazzia”). Provoca un effetto di provvisoria euforia, favorendo l’incremento di dopamina ma lascia un fortissimo senso di astinenza durante il quale, se il consumatore non interviene a soddisfarne le esigenze, è soggetto a depressione, ansia, aggressività e irascibilità, sino al suicidio.

Produzione

Il Bangladesh è uno dei Paesi più convolti nella produzione e nel commercio della Yaba, tanto che il governo, lo scorso mese di febbraio, dopo i 53 milioni di pasticche sequestrate, ha deciso di adottare contromisure molto severe, con arresti e repressioni, fino a eliminare molti degli stessi trafficanti. La Yaba, chiamata anche “droga dei kamikaze”, è molto conosciuta in Thailandia (a volte con il nome di Shaboo).

La storia

La diffusione della metanfetamina raggiunse il culmine nella Germania del Terzo Reich; il suo consumo divenne capillare, investì tanto la popolazione quanto i soldati al fronte e lo stesso Hitler. Per alcuni studiosi, quasi tutti i massimi gerarchi nazisti facevano largo uso di questa anfetamina e, l’ostinazione al mito di una veloce conclusione dei conflitti (la cosiddetta “guerra lampo”), sarebbe dovuta proprio all’effetto dirompente scatenato dalla Yaba. Il Pervitin, metanfetamina diffusissima in Germania, era diventata quasi “la droga del popolo” ed era vista con più benevolenza rispetto a cocaina e marijuana (poiché queste erano di provenienza straniera).

L’uso in guerra  

Il consumo delle droghe, tuttavia, nelle guerre è stato sempre presente. Sin dall’antichità, sono stati usati, funghi, oppio, coca e morfina, sia per esaltare l’entusiasmo delle truppe sia per lenire il dolore delle ferite occorse. Un altro aspetto legato alle droghe è quello di innestare, nel soldato consumatore, una sensazione divina e ultraterrena (in grado, quindi, di giustificare ancor più la motivazione sacra del conflitto intrapreso, di giustificarlo e di sentirsi delle semidivinità al servizio del genere umano). La storia delle guerre, quindi, sembra non poter prescindere da una parallela analisi sulle droghe utilizzate.

Tra le nuove armi più distruttive, progettate da ingegneri militari impegnati in tal senso, occorre considerare anche la strategia sulla droga da scegliere per le truppe, sia per il dosaggio sia per la riduzione degli effetti collaterali e delle pazzie incontrollabili (in questo rientra il mai del tutto compreso “fuoco amico”).

Attrazione fatale

E’ importante ricordare come i giovani, poco attratti dai ricorsi storici (e indifferenti a comprendere le conseguenze già sperimentate), siano attratti da due ulteriori elementi propri della Yaba: uno è quello di poter resistere per molte ore al sonno, dando la possibilità di divertirsi senza freno, fino all’agognata dimostrazione (specie da parte dei maschi), certificata, di apparire come una sorta di supereroe agli occhi dei coetanei così colpiti da tanta potenza. Altro elemento è quello nell’effetto di diminuire quasi del tutto il senso della fame, per diverso tempo, al punto di scatenare pericolose suggestioni, soprattutto in ambito femminile, come medicinale portentoso per dimagrire senza sforzo.

Alla luce degli ingenti sequestri non è partito un adeguato “allarme droga” nella comunicazione, nell’informazione e nella società; non si approfondiscono del tutto, infatti, la storia, la natura e la portata del prodotto, i suoi effetti e la sua agevole disponibilità.

Iliad e il cavallo di Troia della telefonia

informazione senzafiltro.it 15.3.19

Un cellulare, terreno sul quale si combatte la guerra commerciale tra Iliad e le grandi aziende del Tlc italiano.

La compagnia francese Iliad ha da poco “invaso” il settore delle comunicazioni: bene per i consumatori, male per l’oligopolio. Ma con quali reazioni?

Forse non sarà, come è stato detto, l’apocalisse per le Tlc italiane, ma è certo che lo sbarco dei francesi in Italia con la low cost Iliad, avvenuto nella primavera del 2018, sta mettendo a dura prova i grandi competitor della telefonia mobile e sta inasprendo la feroce guerra commerciale in atto.

I cultori della libera concorrenza giurano che questa guerra favorirà i “consumatori” di telefonini, che in Italia sono tantissimi: con 62.750.000 utenti, l’Italia è seconda in Europa dopo la Germania e settima nel mondo dopo Giappone, US, Cina, Russia, Germania e Brasile. Ma la competizione, come certificano alcune recenti analisi, sta portando nel mercato delle Tlc due piaghe assai insidiose: la disoccupazione e qualche problema ai bilanci delle aziende che partecipano alla guerra delle tariffe.

 

La guerra commerciale tra Tlc e le sue prime vittime

Secondo le stime dei sindacati dal 2010 al 2017 il settore delle Tlc, che occupa circa 200.000 addetti tra dipendenti e indotto, ha perso oltre 15.000 persone. Fino al 2016, spiegano alla Cgil, il sindacato è riuscito a gestire la situazione grazie a uscite spontanee o alla cassa cntegrazione, ma “con l’arrivo di Iliad – spiega Riccardo Saccone, segretario generale della Slc Cgil – i grandi gruppi delle Tlc hanno cominciato ad annunciare esuberi e a predisporre licenziamenti”, che hanno colpito in primo luogo le aziende dell’indotto.

Un caso esemplare è quello della Telecom, dove in questi ultimi dieci anni si è registrato il maggior dimagrimento: si è passati da circa 120.000 a 48.000 addetti. Anche in questo caso la politica aziendale e sindacale ha consentito una “dieta” morbida, fatta di uscite concordate, ma ciò non toglie che la perdita di posti di lavoro sia costante e coincida proprio con la guerra commerciale. Di recente Vodafone ha annunciato esuberi e subito gli ha risposto la Slc-Cigl: “Siamo disponibili a un confronto ampio – ha detto Sacconi – per verificare la possibilità di percorsi di riconversione professionale e di efficientamento, ma non c’è spazio per azioni traumatiche e unilaterali”.

L’altro lato oscuro di questa guerra commerciale è un possibile indebolimento dei bilanci delle aziende. Vediamo il problema dal lato dei ricavi: se si guardano i dati degli operatori più importanti si scopre che i ricavi sono scesi sensibilmente. I 974 milioni di Vodafone Italia risultano in calo del 9,5% su base annua. Flessione anche per Wind Tre: 940 milioni, in riduzione del 9,8% annuo. Il guaio è che il calo dei ricavi si scarica sull’occupazione.

Ma torniamo al ribasso selvaggio delle tariffe. Come sanno bene tutti coloro che ogni giorno vengono tempestati a ogni ora del giorno di telefonate e di messaggi online dalle compagnie telefoniche la guerra commerciale si fa sempre più intensa. Con l’arrivo di Iliad, poi, i giochi sono senza esclusione di colpi. D’altronde i vertici del gruppo francese, fondato da Xavier Niel e guidato da Maxime Lombardini, avevano annunciato l’aggressione al mercato italiano come una rivoluzione” che avrebbe spezzato l’oligopolio di fatto dominato da Vodafone, Tim e Tre. La cosa singolare su cui varrebbe la pena riflettere è che ai tre stranieri se ne aggiunge un altro. Gli italiani, infatti, dopo che il gruppo francese che fa capo a Vivendi si è preso la maggioranza di Tim e dopo la fusione tra Wind e la cinese Tre, sono scomparsida un settore chiave come le telecomunicazioni. Quindi si può dire che è una guerra tra stranieri sul territorio italiano.

 

Iliad e i motivi del successo dell’invasione

Al quartier generale di Vodafone e di Tim, come ai vertici della Tre, le tariffe di Iliad fanno tremare le vene, e i grandi colossi stanno già predisponendo le controffensive. In effetti a un primo sguardo il confronto con le altre compagnie è impressionante: Iliad è presente sul mercato italiano da pochi mesi e la sua presenza è stata annunciata da una massiccia campagna pubblicitaria che oggi sta consolidando “l’invasione”.

La sua prima offerta è stata di 5,99 euro al mese con 30 GB di traffico incluso, oltre a voce e sms illimitati. L’offerta è stata sostituita, dopo un certo numero di clienti, con una a 6,99 euro per 40 GB di traffico e ora si è stabilizzata quella a 7,99 euro per un traffico incluso di 50 GB. Per il momento la new entry ha superato idue milioni di clienti. Questa aggressività ha provocato, come spesso avviene quando si sfidano gli oligopoli, una immediata anche se molto debole reazione sul terreno del low cost: la Tim ha messo sul mercato Kena, che ha l’ambizione di rispondere a Iliad, mentre la Vodafone ha risposto con Ho, una low cost che fino a questo momento era stata tenuta sotto traccia.

Ma a parte i timidi tentativi di replicare all’avvento della parigina Iliad, negli ultimi mesi si sono moltiplicati con un’intensità asfissiante i messaggiprovenienti soprattutto da Tre, che fino a pochi mesi fa aveva il monopolio delle basse tariffe. Milioni di utenti hanno ricevuto una mail che suona così: “Passa a Tre con 30 giga e minuti illimitati a soli 7 euro al mese”. Accanto a questi messaggi ne arrivano altri, del tipo “Torna a Vodafone”, “Torna a Tim”. Vodafone ha addirittura attivato Vodafone Special Minuti 50 Giga a 10 euro al mese e Vodafone Special Minuti 30 Giga a 7 euro al mese se si proviene da Iliad, Tre e alcuni operatori virtuali. Insomma la guerra è all’ultima tariffa e in questo caso è finalizzata ad arginare lo sbarco dei francesi.

“Quella che si riscontra sul mercato – ha spiegato Claudio Campanini, managing partner AT Kearney – è una grossa tensione che ha costretto gli operatori a ridurre i prezzi delle offerte. Il risultato è sicuro, matematico: da un mercato saturonon possiamo che aspettarci che varrà di meno”. Tra i grandi operatori c’è chi parla invece di “cannibalizzazione della clientela”.

La preoccupazione delle grandi compagnie telefoniche per lo sbarco di Iliad è dovuta anche al fatto che la legge italiana concede una corsia preferenziale ai nuovi arrivati: Iliad si ritrova a essere l’unica compagnia a poter usufruire dei vantaggi dei nuovi entrantistabiliti dal regolamento dell’Agcom. Quando il 10 settembre del 2018 è partita la suprema gara per conquistarsi la tecnologia 5G, viatico per gli smartphone, il Ministero dell’Economia vi ha ammesso anche i francesi di Iliad, oltre a Tim, Vodafone, Wind Tre, Fastweb, Linkem e Open Fiber, e ha riservato al gruppo parigino due lotti da 5 Megahertz della banda più sofisticata da un punto di vista tecnologico. Alla fine della gara anche Iliad, assieme a Wind e Tre, ha ottenuto i lotti da 20 Mhz con una spesa di 483,9 milioni. Insomma, gli “odiati” francesi sono entrati a gamba tesa nel sistema delle Tlc italiane, e a questo punto la guerra commerciale ci porterà certamente altre sorprese.

 

 

Photo by Ferdinand Stöhr on Unsplash

Martin Selmayr e lo strano suicidio alla corte di Bruxelles

global compact

La bomba l’ha sganciata Libèration. Secondo il giornale francese, infatti, Martin Selmayr, Segretario generale della Commissione europea, tedesco della Cdu e descritto come “una delle figure più potenti e influenti della commissione stessa”, è al centro di una storia fatta di veleni che farebbe impallidire gli sceneggiatori di pluripremiate serie televisive come House of Cards o 24.

L’autore dello scoop intitolato “Selmayrgate, conflitti d’interesse, menzogne e…suicidio” è Jean Quatremer, giornalista di fama internazionale e prestigio indiscusso, già in passato autore di ficcanti retroscena su Bruxelles.

L’incipit dell’inchiesta è clamoroso: “Laura Pignataro s’è suicidata il  17 dicembre. Questa alta funzionaria del servizio giuridico della  Commissione Europea era stata costretta a difendere la nomina, macchiata di irregolarità, di Martin Selmayr, già capo di gabinetto di Jean-Claude Junker, come segretario generale dell’istituzione”.

L’inchiesta sull’eurocrate Martin Selmayr

Bruxelles, 17 dicembre 2018, ore 7.30 del mattino. Secondo la ricostruzione di Quatremer, Laura Pignataro chiede a Lorenza B., la ragazza che l’ha ospitata per alcuni giorni, di accompagnare la figlia quattordicenne alla fermata dell’autobus per andare a scuola. Non si sente bene, si giustifica. Appena le due donne si salutano, l’avvocatessa sale all’ultimo piano dell’edificio e si getta nel vuoto. Muore all’istante. La polizia belga conclude rapidamente che si tratta suicidio. Ma perché questa donna italiana, una brillante giurista dalla carriera brillante, si sarebbe suicidata? 

E chi è Laura Pignataro? Non una persona qualunque. Come racconta Libèration, “contava nella cosiddetta bolla europea. Questa giurista italiana, figlia di un magistrato, formatasi in Italia, Stati Uniti, Francia e Spagna, faceva parte del gruppo chiuso di alti funzionari della Commissione”. Nel giugno 2016, prosegue, “è stata promossa a capo del dipartimento risorse umane del servizio giuridico della Commissione. È questa mansione che l’ha portata a ricoprire un ruolo chiave nella gestione del caso Martin Selmayr, ex capo dello staff tedesco di Jean-Claude Juncker”.

Come racconta Linkiesta, il potentissimo avvocato tedesco molto vicino ad Angela Merkel, “in meno di dieci anni è passato da semplice portavoce a segretario generale della Commissione, il ruolo amministrativo più importante dell’Unione europea” – che ricopre dal 1° marzo scorso. Per arrivarci, Seymar avrebbe scavalcato tutti, anche direttori generali molto più anziani e più esperti di lui. E ora il quotidiano francese collega il suicidio della Pignataro proprio alla scalata sospetta dell’avvocato “macchiata di irregolarità”. Una scalata che lascia spazio a moltissimi dubbi e anzi: c’è chi parla di un vero e proprio golpe.

La ricostruzione

“Panico”. Su pressione anche dei media, il 28 febbraio 2018 la commissione per il controllo del budget del Parlamento europeo invia 134 domande al fine di fare chiarezza sul “Selmayrgate”. Secondo quanto riportato dal giornale francese , il 24 marzo, 10 persone del Servizio giuridico, tra cui Pignataro, si riuniscono per preparare le risposte. Ad un certo punto, tuttavia, il potente eurocrate entra nella stanza e blocca tutto. 

Una seconda riunione per rispondere a nuove domande dei parlamentari è indetta il 2 aprile. Anche stavolta, il segretario generale fa sentire la sua pressione e influenza. Fonti anonime citate da Libération descrivono la Pignataro come furiosa per le violazioni al regolamento che le vengono imposte. A maggio entra in scena Emily O’ Reilly, mediatore europeo, ovvero “l’organo indipendente e imparziale che chiama le istituzioni e gli organismi dell’Ue a rispondere del loro operato e promuove la buona amministrazione”. O’Reilly vuole tutte le e-mail concernenti la nomina sospetta dell’avvocato tedesco e Laura Pignataro a quel punto decide di cedere e consegnare il materiale.

Naturalmente, Selmayr è letteralmente furioso. Secondo Quatremer “le impone di non parlare con nessuno”, la mette nella situazione di essere “obbligata a mentire”, “la chiama nel cuore della notte per darle delle direttive”. Il 12 dicembre, l’avvocatessa italiana confesserebbe agli amici tutta la sua frustrazione: “Sono finita”.

Lo strano suicidio di Laura Pignataro

Che pressioni avrebbe ricevuto Laura Pignataro tanto da doversi togliere la vita? “Né Martin Selmayr, né Günther Oettinger, commissario per l’amministrazione, né Juncker hanno ritenuto opportuno inviare le loro condoglianze alla famiglia, né di partecipare (o di essere rappresentati) alla cremazione tenuto 21 dicembre a Bruxelles”. D’altra parte, “quel giorno, tutti i funzionari hanno ricevuto un messaggio da Selmayraugurandoci buone feste. Siamo rimasti tutti scioccati”, racconta uno degli amici dell’italiana a Libèration.

Alla base del suo gesto tragico ci sono motivi non professionali? Libèration sembra escludere questa pista. “Quelli che abbiamo intervistato la descrivono una donna che ama la vita e lo sport. “È difficile capire il suo gesto, era allegra, forte ed energica”, ricorda uno dei suoi ex capi, Giulano Marenco, vice direttore generale del dipartimento legale in pensione. Non si sentiva sopraffatta da nulla”.

La replica della Commissione

Nelle scorse ore, la Commissione europea ha replicato alle accuse mosse dall’inchiesta del giornale francese. “La Commissione europea respinge il contenuto dell’articolo nel modo più forte possibile – si legge in una nota -. Si basa su una richiesta completamente sbagliata e su “fonti” anonime. Fa accuse inaccettabili che non hanno nulla a che fare con la realtà di ciò che è agli occhi del pubblico”.

morte della nostra brillante collega, prosegue, “direttore del servizio giuridico, a cui si è fatto riferimento nell’articolo, è stato uno shock per tutti noi che abbiamo avuto il privilegio e la possibilità di conoscerla e lavorare con lei”. Per la commissione, che cita la polizia belga, la vicenda è chiusa: “suicidio in un contesto privato”. 

ADRIANO RIVA LASCIA LA CASSAFORTE.

andreagiacobino.com 15.3.19

Importante passaggio di consegne alla testa del reticolo di società della famiglia Riva. Claudio Ottaviani, commercialista e fiduciario basato a Lugano, è infatti il nuovo presidente di Utia, la holding lussemburghese dei Riva e che in Italia detiene circa ilo 40% del gruppo siderurgico Riva Forni Elettrici (Rfe). Già consigliere dal 2014, Ottaviani è stato nominato qualche giorno fa nella carica precedentemente occupata da Adriano Riva, 88enne fratello del defunto Emilio, che pochi giorni aveva lasciato il posto nel board, completato da Sandrine Bisaro, ad Antoine Mari, direttore per Monaco di Altiqa Group, un gruppo di consulenza aziendale e pianificazione fiscale che opera fra la Svizzera e il Principato nato lo scorso anno dall’integrazione di Guardian, North Atlantic, GFO Global Family Office e Bastion Guardian. Due anni fa Adriano Riva aveva patteggiato due anni e sei mesi con rinuncia alla prescrizione per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, facendo rientrare in Italia 1,3 miliardi destinati al risanamento dell’Ilva. Il bilancio 2017 di Utia si è chiuso con un profitto di 26,2 milioni di euro dopo che nei precedenti esercizi si era accumulato un passivo di 243 milioni. Il ritrovato segno positivo si deve ai 31,2 milioni di differenza cambio intervenuta perché dal primo gennaio 2017 il bilancio non è più stato redatto in franchi svizzeri, come avvenne fin dalla costituzione di Utia nel 1977, ma in euro. Il totale dell’attivo di quasi 240 milioni è rappresentato per 217 milioni dalla quota di Rfe cui si sommano 21,7 milioni di premio di rimborso di un’obbligazione di 225 milioni emessa nel 2013.

Andrea Giacobino