Blutec, alt dei cinesi su Termini Imerese «Chiarite in 3 mesi o andiamo via»

newsstanhub.com 17.3.19

Pubblicato domenica, 17 marzo 2019 ‐ Corriere.it 

La firma del documento – pubblicato in esclusiva su Corriere.it – sarebbe potuta avvenire già in occasione della visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Italia il prossimo 21 e 22 marzo, nel corso dei summit economici previsti. Proprio in Sicilia, a Palermo, il presidente Xi ha scelto di trascorrere la giornata di sabato 23, in visita privata, come ultima tappa del viaggio in Italia. L’interesse di Jiayuan non sarebbe comunque scemato: al contrario, i consulenti dell’azienda cinese hanno confermato ai manager di Blutec il forte interesse per l’impianto siciliano ma restano in attesa degli eventi. Tuttavia, non all’infinito. Ai rappresentanti di Blutec avrebbero dato tre mesi di tempo perché la situazione si chiarisca; dopo si considereranno liberi di cercare altrove uno sbocco in Italia o in Europa. La bozza del documento (memorandum of understanding, o MoU) in procinto di essere siglato da Ginatta, dopo aver avuto l’ok del ministero dello Sviluppo economico, prevede di negoziare il passaggio dell’uso della fabbrica ai cinesi: il piano stima una produzione di 50 mila auto elettriche in tre anni destinate al mercato europeo e un investimento da 50 milioni di euro congiunto di Blutec e Jiayuan o di altri investitori che sarebbero stati coinvolti nel rilancio dello stabilimento e nel riassorbimento di oltre 700 ex dipendenti Fiat, da otto anni in cassa integrazione. Senza considerare che lo stabilimento è direttamente collegato al porto commerciale di Termini Imerese, che dista pochi chilometri e potrebbe essere utilizzato come piattaforma logistica. Quello cinese è ora uno dei tanti dossier finiti in mano all’amministratore giudiziario nominato dal gip di Termini Imerese, il commercialista palermitano Giuseppe Glorioso. L’arrivo di Jiayuan, se si concretizzasse, potrebbe risolvere iRoberto Ginatta, patron di Blutec (Imagoeconomica) problemi di Ginatta in Sicilia, dato che l’accusa è di avere distratto i fondi e non avere portato avanti il programma concordato con Invitalia, che per questo motivo già a inizio 2018 ha chiesto la revoca dei 21 milioni della prima tranche del prestito pubblico concesso. È proprio dai ritardi nel «programma di sviluppo» su Termini che è partita l’inchiesta condotta dal nucleo economico-finanziario della Guardia di Finanza di Palermo guidata dal colonnello Cosmo Virgilio. Nel suo interrogatorio di garanzia davanti al gip sabato, Di Cursi ha dato però una ricostruzione diversa dei fatti: Metec era stata chiamata in tutta fretta a intervenire su Termini Imerese a fine 2014 per evitare che scattassero i licenziamenti collettivi dei dipendenti, che erano ancora di Fca, facendo suo un piano industriale già esistente che però non è stato possibile rispettare, nonostante Ginatta abbia speso 19,5 milioni di capitali propri in stipendi. Da qui le differenze nelle spese rispetto al programma concordato con Invitalia. Senza considerare – ha aggiunto Di Cursi, secondo quanto riferito dai legali – che i soldi pubblici non sono a fondo perduto ma un prestito agevolato, in ogni caso da restituire. Per il mancato rispetto del programma, a inizio 2018 Invitalia aveva disposto la revoca del prestito. A giugno però Ginatta era riuscito a concordare una bozza di transazione che prevedeva la restituzione delle somme con il pagamento degli interessi (non più agevolati) nell’ambito di un nuovo piano, anch’esso sostenuto da un nuovo finanziamento di Invitalia. La transazione non è mai diventata esecutiva perché dal ministero dello Sviluppo Economico non è mai arrivato il via libera, nonostante le sollecitazioni scritte al ministro Luigi Di Maio da parte dell’amministratore di Invitalia, Ignazio Arcuri. Anche questo dossier è ora sul tavolo dell’amministratore giudiziario Glorioso, che opera sotto il controllo del gip per salvaguardare gli interessi aziendali di Blutec.Ma lo stop all’accordo con Jiayuan non è l’unica conseguenza economica che i legali di Ginatta – lo studio torinese Grande Stevens – cercheranno di disinnescare con la richiesta di dissequestro dei 16 milioni di euro e delle quote societarie di Blutec, oltre a quella di scarcerazione dei due manager, che verrà presentata lunedì al tribunale del Riesame di Palermo. La partita è delicata: l’intero gruppo Blutec, al 100% della Metec spa di Ginatta, occupa 1.200 dipendenti ed è al centro di un importante processo di ristrutturazione industriale e finanziaria. Si vuole fare in fretta per evitare uno stallo che si trasformi in un avvitamento finanziario del gruppo, sebbene la famiglia Ginatta abbia importanti capacità economiche. Ginatta e Di Cursi stavano portando avanti in queste settimane la vendita a Ma Engeneering del ramo d’azienda «metallic» della controllata di Blutec, Ingegneria Italia srl ad Atessa (Chieti), sempre nella componentistica automotive. Il prezzo, in contanti, è già stato fissato in 28 milioni di euro. Ma sempre venerdì i consulenti dell’acquirente hanno comunicato di sospendere la due diligence in attesa di capire come evolverà la situazione. Un altro dossier che rallenta, altri soldi che per ora non entrano in Blutec. Che invece ne avrebbe davvero bisogno per soddisfare il Fisco. Blutec deve all’Agenzia per la Riscossione circa 19 milioni di euro tra imposte e contributi arretrati e non versati e una soluzione che stava portando avanti in questi giorni era quella della rottamazione e della rateizzazione delle cartelle residue. Se non saranno pagate le prime rate, l’Agenzia è pronta ad aggredire i crediti di Blutec presso terzi. Un’altra grana non da poco. A Termini lo sconforto tra gli operai è enorme, la paura, tanta. Giovedì 21 con i sindacati Fim, Fiom e Uilm manifesteranno per le vie della città. Per il momento l’unico polmone finanziario è stato l’ennesima proroga della Cassa integrazione, concessa a dicembre dalla Manovra 2019 del governo Conte. Soldi pubblici per tenere a freno un problema di deindustrializzazione che si trascina da troppo tempo. E che – dati del Sole 24 ore – in otto anni è costata allo Stato circa 100 milioni di euro di ammortizzatori sociali.

Il giudice che fa le camere di consiglio via skype

manuela d’alessandro giustiziami.it 4.3.19

Il giudice penale che ha introdotto le udienze via Skype si chiama Pierpaolo Beluzzi, ha 54 anni, lavora al Tribunale di Cremona e tiene un corso all’Università Cattolica di Milano che definisce “sulla creatività della giustizia digitale”. Molti  avvocati lo adorano, soprattutto quelli che risparmiano ore di spostamenti da una citta’ all’altra per sedersi pochi secondi in un’aula di Tribunale, ma i vantaggi in termini di tempo del suo modo di lavorare sono per tutti – testimoni, interpreti, consulenti – perché riguardano tutte le fasi del procedimento.

“Abbiamo utilizzato la tecnologia in oltre duecento processi negli ultimi anni – racconta il magistrato – il presupposto è che tutte le parti siano d’accordo nel farlo. I casi che dimostrano quanto sia utile sono diversi. Con Skype ci siamo collegati col testimone che non aveva i soldi per pagare il viaggio e venire a deporre; abbiamo sentito persone truffate che risiedevano in diverse città italiane, e anche all’estero, a cui sarebbe costato tempo e denaro spostarsi a Cremona per rendere dichiarazioni che hanno potuto fare da casa. E ancora, penso a quei medici che hanno potuto intervenire in udienza senza lasciare il reparto dove lavorano o ai consulenti che vivono altrove e hanno potuto esporre i loro studi senza muoversi dall’ufficio”. Questo sistema, sostiene Beluzzi, ha enormi vantaggi anche perché le parti sembrano essere “più disciplinate nell’ascoltare gli interventi altrui e tutto si svolge in modo più proficuo”. Il principio cardine nel nostro ordinamento, l’oralita’ del processo, viene rispettato, assicura il giudice, avvertendo però che nei casi più complessi non si può procedere con questo sistema. Una consapevolezza che hanno anche i legali: “Mi sono sorpreso tantissimo e positivamente quando il giudice mi ha detto che, se fossi stato d’accordo, avrei potuto evitare il viaggio da Milano a Cremona per una camera di consiglio su un’opposizione a un’archiviazione – racconta l’avvocato Simone Gatto – Mi ha invitato a dargli il mio indirizzo e-mail di Skype e ci saremmo sentiti per l’udienza camerale. Resto però convinto che in alcuni processi, penso a quelli per omicidio o a casi di criminalità organizzata, il principio dell’oralità ‘tradizionale’ vada salvaguardato per garantire al massimo il libero convincimento dei magistrati e anche dei giudici popolari. Parliamo soprattutto di situazioni dove l’aspetto emotivo conta molto”. In questi casi, una smorfia del volto, che uno schermo può ‘mascherare’, a volte risulta decisiva nel contribuire a valutare quanto sia attendibile un testimone. (manuela d’alessandro)

Addio a Mario Marenco, l’architetto umorista

interris.it 17.3.19

Inventore di personaggi iconici e strampalati, una grande amicizia lo legò ad Arbore e Boncompagni

È morto Mario Marenco, l'architetto foggiano dello spettacolo italiano

È morto a 85 anni Mario Marenco, foggiano compagno d’avventura di Renzo Arbore e presenza pressoché fissa nei programmi di Gianni Boncompagni. Da L’altra domenica fino ad Alto gradimento ma anche Indietro tutta: un curriculum televisivo di tutto rispetto, accompagnato dalla creazione di personaggi iconici, vere e proprie macchiette della tv degli anni Ottanta che lo hanno reso popolare tra il grande pubblico della televisione italiana. L’umorista è deceduto al Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato dopo che le sue condizioni di salute erano improvvisamente peggiorate. A stretto giro è arrivato il commento del suo grande collega e amico Renzo Arbore, il quale si è detto “sotto choc” per la notizia.

I personaggi

Mario Marenco era innanzitutto architetto, laureato nel 1957 all’Università di Napoli, con dottorati di ricerca all’estero. Una professione che, in un certo senso, aveva trasferito sul piccolo schermo, letteralmente costruendo i suoi personaggi, entrati poi nell’immaginario popolare. Primo fra tutti il colonnello Buttiglione, strampalato ufficiale dell’esercito, ma anche il professor Aristogitone, l’astronauta spagnolo Raimundo Navarro e, forse il suo personaggio più famoso, “l’inviato speciale” de L’altra domenica, Mr. Ramengo, con il suo famoso grido di battaglia “Carmine!”. Una varietà di macchiette con cui Marenco era divenuto noto al grande pubblico, instaurando nel frattempo un sodalizio di lunga durata sia con Boncompagni che con il conterraneo Arbore. Qualche sporadica apparizione la fece anche nel cinema, specie nelle commedie Il pap’occhio (1976) e Il colonnello Buttiglione diventa generale (1974), nel quale trasla sul grande schermo il suo personaggio: “Con la morte di Mario se ne vanno 60 anni di amicizia, simpatia, di risate di pancia – ha commentato ancora Abrore -. Risate vere che facevamo tutti insieme, con lui, con Boncompagni, con Bracardi. Con Boncompagni le ultime risate, quando era già malato, le abbiamo fatte proprio riascoltando Mario, che era un grandissimo inventore di umorismo”.

Da Milano alla Sardegna, tutti gli affari di Huawei in Italia

cina italia

16 novembre 2016, Cagliari. A poche settimane dal referendum costituzionale che avrebbe portato alla caduta del suo governo e all’avvicendamento con Paolo Gentiloni, all’epoca Ministro degli Esteri e presente al suo fianco in quell’occasione, Matteo Renzi riceve Xi Jinping, in sosta in Sardegna nel corso del viaggio per la sua visita di Stato in Sud America.

Un vertice informale, rapido ma significativo quello tra Renzi, Gentiloni, Xi Jinping e la moglie del leader cinese, a cui è stato ammesso anche il presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru. Si parla di affari, della cooperazione nel commercio e nel turismo, ma anche di innovazione. Sì, perchè la Sardegna non è stata scelta casualmente da Xi per il suo ultimo passaggio italiano prima dell’imminente visita che lo porterà a Roma e Palermo.

La proiezione di HuaHuawei parte dalla Sardegna

Come dichiarato ai tempi dallo stesso Pigliaru, già allora si intravedeva in filigrana il ruolo sempre più importante che sarebbe stato giocato nel nostro Paese dalla più dinamica azienda tecnologica cinese: Huawei. Pochi mesi prima, a marzo, era stato raggiunto un accordo tra il colosso tecnologico cinese e il Centro di Ricerca, Sviluppo in Sardegna (CRS4), fondato dal Premio Nobel Carlo Rubbia nel 1990, per l’avvio di progetti congiunti di ricerca nel contesto del Parco Tecnologico di Pula.

Dopo tre anni di ricerche e investimenti per oltre 20 milioni di euro, Huawei è riuscita a sviluppare il primo, importante progetto tecnologico concretamente applicabile della partnership, presentato a Cagliari il 7 dicembre scorso. Denominato Ioc (Intelligence Operation Center) esso consta in una rete di 25 telecamere, 92 stazioni del traffico, 23 sensori di parcheggio capace di dare informazioni dettagliate sul  traffico gestito in tempo reale, i parcheggi che “curano” le esigenze dei disabili, la sicurezza garantita in luoghi affollati, i raccoglitori di rifiuti che una volta pieni chiamano con un segnale il camion più vicino. Internet delle cose in azione, in altre parole.

Un chiaro esempio della presenza attiva di Huawei nel Paese, fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti, che temono sul lungo periodo la prospettiva di un ingresso del Dragone nel controllo delle reti di telecomunicazione italiane. Il caso sardo dimostra la pervasività dell’azione di Huawei nel nostro Paese. Che oramai si dispiega a tutta velocità.

Cosa si ricerca a Pula

Non è solamente nell’IoT che Huawei è attiva a Pula. “Il progetto”, sottolinea Libero,“prevede la realizzazione di un’infrastruttura sperimentale dove testare soluzioni per città sicure e intelligenti. Soprattutto strumenti per la gestione della sicurezza pubblica, idee per la lotta al terrorismo e kit tecnologici per la gestione delle catastrofi naturali e per aiutare la sanità pubblica. Tutto questo dopo la prima fase di sviluppo verrà messo in pratica in alcuni quartieri della città di Cagliari. A Pula però si lavorerà anche sullo studio di sistemi e-Lte di ultima generazione. E si sperimenteranno soprattutto nuovi standard 5G“.

Huawei e il 5G in Italia

Quella del 5G è una partita globale. In cui gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati di sobbarcare l’onere della scelta di campo ed escludere Huawei e le consociate cinesi, come Zte, dalle gare. I Paesi anglosassoni, il Giappone, la Polonia e, in prospettiva, la Germania hanno accettato le richieste Usa. L’Italia ora tergiversa.

Il 28 settembre scorso a Roma, prima dell’esplosione globale del caso Huawei, si è tenuto lo “Huawei 5G Summit”, importante evento con cui la compagnia cinese ha presentato i suoi piani per l’Italia. Il 5G italiano è reduce della prima, grande gara per l’assegnazione dei lotti messi a disposizione dal Mise di Luigi Di Maio (ospite del summit), al termine della quale, scrive Wired“entro il 2022, arriveranno 6 miliardi e 550,42 milioni di euro. Una cifra su cui neppure i migliori analisti avrebbero scommesso. Le previsioni iniziali più rosee erano di 4 miliardi, 2,5 miliardi di euro la media”.

Huawei punta a fare da sé e ad impostare uno sviluppo autonomo, portando a compimento il 5G in Italia entro fine 2019. Milano, Bari e Matera sono state sede dei primi test. Ciò avrebbe importanti ripercussioni nel caso in cui l’Italia volesse continuare il percorso che la porta a integrarsi nella “Nuova Via della Seta“, firmando il memorandum d’intesa con Pechino in occasione della visita di Xi in Italia. Il compromesso raggiunto nell’esecutivo italiano, frutto della mediazione tra la Lega, i Cinque Stelle, il premier Giuseppe Conte e il Quirinale, prevede che il 5G non faccia parte dell’intesa con Xi Jinping sulle vie della seta. Ma anche in questo caso sarà difficile, sul lungo termine, ignorare o impedire le azioni di Huawei.

Dal Politecnico a Open Fiber

Huawei, scrive su  Limes, ha in corso progetti “per testare la rete 5G in ambiti quali sanità, industria, turismo, sicurezza, smart energy, mobilità e trasporti. Il primo, avviato lo scorso anno a Milano insieme a Vodafone, prevede l’uso di droni per la pubblica sicurezza in collaborazione con il Politecnico, Intellitronika, la Polizia municipale e Italdron. La seconda area di test è stata creata nel 2017 a Bari e Matera assieme a Fastweb e Tim”, con un impegno finanziario di circa 60 milioni di euro.

Ma vi è di più. “Open Fiber, controllata da Enel e Cdp Equity, impiega la tecnologia Huawei nello sviluppo della connessione in fibra ottica a 200 giga nella rete nazionale Zion, che coprirà 270 città italiane”, il cui primo test, tra Roma e Firenze, è avvenuto un anno fa. 

Di fronte a questi esempi, sono importanti due considerazioni. La prima è di natura economica, dato che la mancanza di tecnologia nazionale impone al Paese di dover fare affidamento su attori stranieri per sviluppare un settore delicato come il 5G, Huawei ha avuto gioco facile nel supplire a una carenza intrinseca di fondi e programmazione. Ragionando in termini di realpolitik, tuttavia, bisogna tenere in mente una seconda considerazione: nel calcolo strategico degli Stati Uniti la linea rossa invalicabile è la sinergia dell’Italia con Huawei, non la sua adesione alla Nuova via della seta.

danni economici che sarebbero causati dal distacco tra il nostro Paese e Huawei nel campo del 5G non sarebbero insignificanti, ma si relativizzerebbero di fronte al rischio dell’isolamento internazionale. Tuttavia, anche nel campo del rapporto con Huawei l’Italia dovrà essere capace di discernere quali settori d’applicazione risultano di delicata importanza strategica, e dunque suscitino i timori di Washington, e quali rientrino nella logica della classica operatività industriale. Compito arduo: ma la strategia e la geopolitica impongono, nei momenti decisivi, scelte dall’elevato tasso di complessità.

Bonus in calo per i normali bancari, mentre salgono per top manager

tvsvizzera.it 17.3.19

Il Ceo di UBS Sergio Ermotti non ha però di che lamentarsi: el 2018 ha incassato 14,1 milioni di franchi. Si tratta di un importo che un ticinese medio (salario mediano mensile 5563 franchi) guadagna in 213 anni di lavoro.

Keystone/WALTER BIERI

(sda-ats)

Nelle grandi banche sta nascendo una nuova aristocrazia dei bonus: lo sostiene la NZZ am Sonntag, che mette in luce come le gratifiche siano diminuite per la gran parte dei dipendenti, mentre sono aumentate per i top manager.

La crisi finanziaria ha portato gli istituti non solo a ridurre il personale, bensì anche a tagliare i compensi: in media i bancari ricevono un bonus di 25’000 franchi, il 38% in meno del 2008, afferma il domenicale sulla base delle cifre sui rilevamenti dei salari.

Nel contempo però nelle banche continuano a esserci persone che incassano milioni, i cosiddetti “Key Risk Takers”: presso UBS 675 dipendenti ricevono 1,2 miliardi, pari a un quarto di tutti i bonus, in media 1,8 milioni a testa. In seno a Credit Suisse questi top manager sono oltre 1000, il doppio di quanto fossero sei anni or sono.

Le gratifiche aumentano o rimangono stabili anche se i corsi delle azioni delle rispettive società crollano, come è stato il caso nel 2018 per le due banche, che hanno visto i loro titoli perdere un terzo del loro valore.

Emblematico è il caso del presidente della direzione di UBS Sergio Ermotti, che nel 2018 ha incassato 14,1 milioni di franchi, praticamente lo stesso dei 14,2 milioni dell’anno precedente. Si tratta di un importo che un ticinese medio (salario mediano mensile 5563 franchi) guadagna in 213 anni di lavoro.

Al via i colloqui per la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank

ATS ANS/FC tio.ch 17.3.19

KEYSTONE/AP

Le due grandi banche tedesche «hanno accettato oggi di avviare discussioni con un risultato aperto su una potenziale fusione»

FRANCOFORTE – Dopo mesi di indiscrezioni e speculazioni Deutsche Bank e Commerzbank hanno deciso di aprire i colloqui su una possibile fusione.

Le due grandi banche tedesche «hanno accettato oggi di avviare discussioni con un risultato aperto su una potenziale fusione», ha indicato la Commerzbank. «Confermiamo che siamo impegnati in discussioni con la Commerzbank», afferma la Deutsche Bank.

“Aspetto da 4 anni che sia fatta giustizia”

Andrea Bertagni Caffe.ch 17.3.19

L’ex stella Nba Nesterovic e e i 7 milioni persi a Lugano
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Radoslav “Rašo” Nesterovic tiene le mani sul tavolo e ha lo sguardo triste. Dietro di lui, nell’hall dell’albergo, si staglia il golfo di Lugano con il San Salvatore in primo piano. La giornata è calda. Il clima dentro l’hotel invece è gelido. “Sono arrabbiato – dice l’ex campione di basket – quando nel 2003 ho portato qui i miei soldi, circa 7 milioni di franchi, mai mi sarei aspettato che qualcuno me li portasse via e soprattutto che avrei dovuto aspettare così tanto tempo per avere giustizia”.
Quattro anni, tanti sono passati da quando (come ha raccontato il Caffè lo scorso 20 gennaio), l’ex stella slovena ha denunciato alla Magistratura il consulente finanziario che avrebbe orchestrato l’appropriazione indebita e l’amministrazione infedele.  “Dopo la denuncia l’uomo è stato arrestato – continua Nesterovic – ma io sono stato sentito dalla procura solo lo scorso gennaio: mi ha fatto male aspettare così tanto, mi ha fatto dubitare della giustizia svizzera”. 
Ora l’ex campione è più tranquillo. Le indagini, coordinate dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti nei confronti del consulente 53enne di Capolago, nel frattempo scarcerato, hanno ripreso vigore. “Forse sono stato sfortunato a incontrare la persona sbagliata – prosegue l’ex giocatore di pallacanestro – ma nel 2015 quando ho visto che non succedeva niente mi sono sentito disorientato, non capivo. Se non hai fiducia, tutto diventa più difficile”. 
Anche perché il broker, che a Nesterovic era stato presentato da un conoscente, di fronte ai soldi che sparivano dal conto si eclissava, accampava scuse. “Non riuscivo mai ad incontrarlo, non rispondeva al telefono, davvero non sapevo più dove sbattere la testa”. 
Sette milioni di franchi, del resto non scompaiono così da una banca svizzera. Anche se il 53enne, parzialmente reo confesso, dice di aver sperperato i soldi al casinò. “Ma io non ci credo, non ci posso credere”. 
Tanto più che le  indiscrezioni dell’inchiesta parlano di trasferimenti di denaro all’estero. A Malta. Le indagini si concentrerebbero anche su altre due persone. Una delle ipotesi d’accusa è che i tre operassero come una piccola organizzazione, muovendosi tra banche, fiduciarie e studi legali. 
Ad accusare il 53enne è anche un’altra ex stella della Nba. Il suo nome è Tony Kukoc. In carriera ha vinto tre titoli con i Chicago Bull; in Svizzera ha perso parecchi soldi in un’operazione immobiliare in Engadina propostagli dal consulente. 
Le mani di Nesterovic sono grandi come il pallone a spicchi che tante volte ha infilato in un canestro. Un po’ tremano, quando racconta dell’appartamento nel Luganese da lui comprato nel 2004 che ora non ha più e che pensa sia stato venduto a sua insaputa dal 53enne. “Io non sapevo della vendita e non ho incassato alcun soldo”, sottolinea. Il consulente dice di non ricordarsi del fatto. La realtà parla di un immobile prima venduto a una somma irrisoria, poi di nuovo rimesso sul mercato al prezzo “giusto”. Tutto questo all’oscuro del legittimo proprietario. 
Il sole alle spalle del campione scompare per qualche istante dietro una nuvola. Il lago si fa scuro. “Ora ho di nuovo speranza – ammette l’ex cestista – ma non so se riporterei mai i miei soldi in Svizzera”.
Il suo avvocato, Pierluigi Pasi si trincera dietro un no comment. “Il procedimento è ancora in corso”.

abertagni@caffe.ch

17.03.2019

Tabagismo, le origini malefiche del vizio più mortale

Andrea Cionci lanuovabq.it 17.3.19

Sei milioni di vittime all’anno: è la seconda causa di morte al mondo, ma paradossalmente è la più evitabile in assoluto. Il tabagismo è il più letale dei vizi. Le sue origini non promettevano nulla di buono. Diffuso nelle Americhe pre-colombiane come parte dei riti sanguinosi delle loro religioni, si è diffuso in Europa soprattutto in guerra

Il fumo nell'America pre-colombiana

Sei milioni di vittime all’anno: è la seconda causa di morte al mondo, ma paradossalmente è la più evitabile in assoluto. Possiamo davvero dire che il tabagismo è uno degli strumenti più efficaci con cui il diavolo distrugge l’umanità: crea una tremenda dipendenza; non offre alcun beneficio; danneggia i feti e la sessualità; corrompe la salute dei ragazzi; è stato, almeno per alcuni decenni, elemento seduttivo e di grande charme per donne e uomini.

Da sempre le dipendenze sono state associate a entità malefiche, basti pensare al “demone del gioco”, al “demone della carne” e perfino la parola alcool deriva dall’arabo “algol”, che significa diavolo. La loro dinamica è sempre la stessa: facendosi subdolamente ritenere innocue, o addirittura positive, incatenano l’uomo in cambio di un fugace piacere momentaneo e lo conducono alla rovina fisica, economica, affettiva e sociale. Anche Allen Carr, l’autore di uno dei più famosi libri antifumo “E’ facile smettere di fumare” (EWI ed.), per spiegare l’azione della sindrome d’astinenza usa la metafora di un mostriciattolo affamato, un piccolo demone annidato dentro lo stomaco del fumatore, che periodicamente (e sempre di più) chiede di essere nutrito con la nicotina

Come se non bastasse, ripercorrendo la sua storia verifichiamo come il fumo nasca e prosperi in stretto contatto con religioni sanguinarie e anticristiane, con personaggi corrotti, con la guerra, la speculazione e lo sfruttamento dei popoli. La coltivazione del tabacco, inoltre, produce danni all’ambiente, sottraendo terreni alle foreste e alle colture alimentari. Di queste politiche fanno le spese i paesi del Terzo mondo, dove, peraltro, il consumo di tabacco è sempre più diffuso. Del resto, la sua nascita parla da sola: l’uso di fumare le foglie del tabacco trae origine dai feroci rituali mesoamericani che, come noto, praticavano come il sacrificio umano, lo scuioamento e il cannibalismo. I sacerdoti maya e aztechi, già un millennio fa, aspiravano il greve fumo del tabacco e lo soffiavano in direzione dei quattro punti cardinali per evocare le loro divinità. Già il governatore spagnolo di Santo Domingo, Don Fernando de Oviedo (1476 –1557) ne parlava in questi termini: «Fra le molte sataniche arti, gli indigeni ne posseggono una altamente nefasta, l’aspirazione del fumo delle foglie da essi chiamate tabacco che produce in loro un profondo stato di incoscienza».

Grazie all’espandersi dell’evangelizzazione dei missionari cattolici pratica si ridusse molto tra i nativi sudamericani. Si chiamava Rodriguez de Jerez il primo tabagista europeo: era un marinaio di Cristoforo Colombo che, a Cuba, aveva imparato dagli indigeni a fumare un cartoccio di foglie di palma, mais e tabacco. Tornato nella sua città natale, Ayamonte, in Andalusia, de Jerez riuscì a introdurre il fumo tra i suoi concittadini nonostante  l’Inquisizione spagnola lo avesse imprigionato per le sue abitudini “infernali e peccaminose”, liberandolo solo dopo sette anni. Troppo tardi.

All’insegna della pura menzogna, invece, l’introduzione in Europa che si deve al diplomatico francese Jean Nicot il quale donò a Francesco I di Valois e a sua moglie Caterina de’ Medici, le foglie e i semi del tabacco americano: fu presentato addirittura come medicamento portentoso, efficace contro il morso dei serpenti, i raffreddori, l’emicrania, le vertigini e perfino la peste. I sovrani ne furono entusiasti, tanto da concedere a Nicot il feudo di Villemain e da battezzare il vegetale “erba nicotina”, da cui il nome dell’alcaloide tossico contenuto nel tabacco che è responsabile della dipendenza.

L’Italia deve invece ringraziare un cardinale corrotto, ambizioso e avido di danaro. Prospero di Santacroce (1514-1589) era un abile diplomatico, ma amante del fasto tanto da spremere gli abitanti del proprio feudo, San Gregorio in Sassola (RM), al punto di condurli alla rivolta, con relative condanne capitali. Il cardinale si arricchì enormemente divenendo il principale importatore a Roma di tabacco che veniva appunto denominato “Erba Santacroce”. 

Il primo vero nemico il tabacco lo trovò in un monarca molto esperto – non a caso – di demonologia: Giacomo I Stuart, re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia. Tanto per cominciare, fece decapitare Sir Walther Raleigh, navigatore ed esploratore che aveva portato in Irlanda il tabacco e che aveva cospirato contro di lui. Soprattutto scrisse re Giacomo il primo pamphlet contro il tabagismo: “A counterblaste to tobacco” (Contestazione al tabacco) in cui si legge: “E’ un’abitudine abominevole per gli occhi, odiosa per il naso, dannosa per il cervello, pericolosa per i polmoni, dal maleodorante e nero fumo, più simile all’orrido fumo dello Stige”. Il fumo fu proibito nel Regno Unito e la coltivazione della pianta sottoposta a onerose gabelle. Grazie allo Stuart, la medicina europea cominciò a consapevolizzarsi sui danni del tabacco, ma ormai il giro di soldi che ruotava intorno a questo commercio era quasi più difficile da sradicare che non la dipendenza fisica di milioni di persone.

La nicotina è infatti la sostanza che, fra le droghe, dà maggiore dipendenza in assoluto. Per fortuna il suo effetto dura pochi giorni  se si prova a interromperne l’assunzione. Il piacere del fumo e la sensazione di benessere che ne deriva sono nient’altro che l’effetto dell’appagamento della crisi di astinenza da questa droga. L’inganno infernale è tutto qui. Ecco perché in una situazione-limite come la guerra, del tutto priva di piaceri, il tabacco è sempre stato visto come un “genere di conforto” e la guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) lo diffonderà ovunque. Saranno invece i musulmani a regalarci le sigarette, quando nel 1799, durante l’assedio di San Giovanni d’Acri, (nell’attuale Israele) i soldati ottomani iniziarono a inserire del tabacco trinciato negli involucri di carta delle munizioni (le prime “cartucce” appunto) private della polvere da sparo. La trovata ebbe grande successo e durante la Guerra di Secessione (1861-’65), la domanda di sigarette crebbe all’inverosimile tanto che poi, grazie una nuova macchina che le produceva industrialmente, nascerà la American Tobacco Company. Fu durante le due guerre mondiali che la pubblicità, l’industria e il cinema diedero il massimo della propaganda per le sigarette, producendo danni enormi alla salute di militari e civili.

La dipendenza da nicotina, pur abbastanza tossica, porta infatti all’assunzione anche di 400 sostanze molto nocive di cui 40 cancerogene. Fra le più dannose, il benzene, la formaldeide, il catrame, metalli pesanti come il cromo e il cadmio, l’arsenico, il cianuro di idrogeno, il monossido di carbonio (lo stesso che uccide chi utilizza stufe mal funzionanti) l’ ammoniaca e l’ossido d’azoto. Nell’ultimo dopoguerra cominciarono a divampare le prime battaglie antifumo e le prime cause milionarie alle case produttrici di tabacco. Seguiranno più tardi  le leggi restrittive sul fumo in pubblico e sulla pubblicità. Oggi negli Stati Uniti chi fuma “un bastoncino di cancro” viene visto quasi come un paria e lo Stato ha applicato pesantissime accise, oltre a fare una buona informazione e a largheggiare coi divieti. Questa politica ha prodotto, negli ultimi 30 anni una diminuzione di due terzi  dei pacchetti di sigarette annui fumati procapite dagli americani, da 125 a 46. Certamente questa pubblica riprovazione non farà sentire a loro agio i fumatori americani (vogliamo dire che si sentono discriminati e non accolti?) ma, per quanto spiacevole possa essere, tale atteggiamento si dimostra necessario e utile alla tutela del bene collettivo e della salute delle giovani generazioni. Chi ha orecchie per intendere…

Macron come il Re Sole. A sciare mentre Parigi brucia

macron casseur

Parigi devastata dai casseur infiltrati nelle proteste dei gilet gialli, Emmanuel Macrona sciare sui Pirenei. L’opposizione francese colpisce duro il capo dlel’Eliseo per la sua scelta di passare il fine settimana in montagna a sciare mentre le forze dell’ordine avevano già lanciato l’allarme da giorni sui rischi delle nuove proteste.

La Prefettura e il ministero dell’Interno erano stati chiarissimi già nei giorni precedenti. Parlavano di “momento di svolta”, di violenza maggiore rispetto agli ultimi atti della protesta dei gilet gialli. E la mobilizzazione delle forze dell’ordine aveva già fatto intendere il pericolo rappresentato da queste nuove violente proteste. E i saccheggi contro i negozi di lusso e contro i ristoranti, così come i roghi appiccati nelle strade del centro, sono stati la dimostrazione plastica di quanto stesse avvenendo mentre il capo dell’Eliseo era a godersi le montagne francesi.

Macron è rientrato a Parigi soltanto in tarda serata. E si è presentato alle 22:30 nell’unità di crisi del ministero dell’Interno. Quando tutto era finito e Parigi contava i danni. Mentre i commissariati della capitale erano ormai pieni di centinaia di arrestati  e i negozianti del centro iniziavano a fare le prime stime dei danni. Un ritardo che non è passato inosservato.

E per questo l’opposizione e i critici del capo dell’Eliseo sono insorti, accusando il presidente di aver abbandonato la sua capitale in un momento di debolezza e di terrore. Ennesima dimostrazione della lontananza del capo dello Stato rispetto non solo alla Francia profonda, ovvero quella dei gilet gialli, ma anche rispetto alla stessa Francia contraria alle proteste.

Come riporta Le Figaro, Aurore Bergé, parlamentare della La Republique en marche e portavoce del partito presidenziale ha difeso il capo dello Stato ricordando che “è sette giorni su sette e 24 ore al giorno al lavoro”, e che “non c’è incapacità al potere”.

Ma la questione è tutt’altro che risolta, specialmente per le tempistiche, Il capo dello Stato, appena tornato dal suo tour africano, aveva deciso di passare qualche giorno di relax con la moglie Brigitte nella stazione sciistica di La Mongie, per “rilassarsi”. Ai media locali aveva detto: “Trascorrerò qui due o tre giorni per ricaricare le batterie, per ritrovare paesaggi e volti amichevoli”.

La destra, a quelle parole, non ha potuto fare altro che insorgere. Un assist così dall’Eliseo era difficile anche soltanto da auspicare. E così i membri dei Repubblicani e di Rassemblement National hanno sfruttato la due giorni di relax macroniana per andare a colpire la leadership dell’Eliseo. “Mentre Parigi sta bruciando, Macron sta sciando e Castaner sta ancora dimostrando la sua incompetenza. Non c’è mai stata così tanta incompetenza e leggerezza alla testa della Francia”, scrive su Twitter il portavoce repubblicano Lydia Guirous.

Thierry Mariani, ex ministro e ora nella lista dei Rn per le elezioni europee , afferma che si tratti di “incoscienza” e “provocazione”. “Lontano dai gilet gialli, Macron fa un giro sugli sci. Il paese sta attraversando una crisi storica. […] E la sua scappata in pieno caos è un segno di disprezzo. Ancora uno”, afferma Jean-Lin Lacapelle.

Macron commette un altro tragico errore di immagine. E a nulla è valso il suo rientro nella capitale in tarda serata per fare il punto della situazione. Doveva esserci prima. Doveva far capire ai cittadini di Parigi e ai francesi che il capo dello Stato fosse presente nel momento di crisi. E invece ha preferito dedicarsi ad altro, a sciare mentre la Francia profonda ribolle e la violenza dilaga nel cuore del Paese.

segnale di distacco. Ma forse c’è anche dell’altro: quel terrore che da tempo aleggia nelle stanze dell’Eliseo. E la domanda che adesso sorge spontanea è se Macron non abbia voluto lucidamente allontanarsi da Parigi proprio per evitare di essere l’obiettivo delle violenze. Del resto non è un mistero che la coppia presidenziale viva da mesicon la preoccupazione che uno di questi sabati di protesta sfoci in un assalto al palazzo. E questa fuga sui Pirenei potrebbe essere un nuovo segnale di questo terrore.

Bankitalia “congela” il Conto Arancio

Cinzia Meoni il giornale.it 17.3.19

Ing Bank non può fare operazioni con nuovi clienti: «Carenze sull’antiriciclaggio»

Bankitalia «congela», con provvedimento finora mai adottato, il Conto Arancio in Italia. Sul sito di Ing, tra i primi istituti di credito a sfruttare, a inizio Millennio, la leva del web, campeggia infatti da ieri notte la scritta: «Le attività dedicate all’acquisizione di nuovi clienti sono momentaneamente sospese».

Un colpo duro per quella che si definisce la prima banca online del Paese per numero di clienti (1,33 milioni) che per di più, ogni anno, aumentano di 100mila unità e con un volume di attività di oltre 23 miliardi.

Fino a nuovi provvedimenti Via Nazionale ha infatti imposto alla «succursale italiana di Ing Bank» di «astenersi dall’intraprendere operazioni con nuova clientela» a causa di «carenze nel rispetto della normativa in materia di antiriciclaggio». In pratica per gli attuali titolari di conti correnti Ing Direct non cambierà nulla: «la clientela in essere non viene toccata dal provvedimento». Ma fino a che il problema non sarà risolto, non sarà possibile aprire nuovi conti o per i nuovi clienti accendere mutui o chiedere prestiti.

La banca ha risposto con un comunicato stampa in cui dava conto che: «In stretta collaborazione e accordo con Banca d’Italia, Ing Italia sospenderà le attività di acquisizione di nuovi clienti durante il periodo necessario per approfondire i piani di miglioramento con Banca d’Italia». L’istituto ha assicurato che «continuerà a offrire pieno servizio ai clienti esistenti in Italia». Ing in Italia ha circa 900 dipendenti ed è presente con le attività retail (prodotti di pagamento, di risparmio, mutui, investimenti, assicurazioni e prestiti personali) attraverso soprattutto canali digitali e wholesale (finanziamenti, mercati finanziari e servizi transazionali).

Il comunicato diffuso nella serata di ieri da Bankitalia motiva il provvedimento preso ai sensi dell’articolo 7, comma 2 del decreto legislativo 231/07 e dell’articolo 79 comma 4 del Testo Unico Bancario, sulla base di «verifiche ispettive condotte dal 1° ottobre 2918 al 18 gennaio 2019». L’Authority di Ignazio Visco sottolinea poi come Ing abbia comunicato «di essersi già attivamente impegnata nel rafforzare il suo complessivo sistema dei controlli antiriciclaggio». La banca ha aggiunto che «analizzerà i risultati dell’ispezione e li approfondirà ulteriormente». Ing ha ricordato di aver intrapreso, «in linea con il programma di miglioramento annunciato lo scorso anno», il percorso necessario «per potenziare i processi e la gestione dei rischi di compliance» e ha assicurato che nei prossimi giorni «lavorerà con impegno per indirizzare le mancanze e risolvere le criticità identificate». L’impegno di Ing «a realizzare rapidamente un piano di rimedio per affrontare e rimuovere le carenze della succursale italiana» consentirà a Palazzo Koch di verificare «che le debolezze sul fronte antiriciclaggio siano pienamente rimosse al fine di poter revocare il provvedimento«. Fonti vicine al fascicolo stimano che, per sanare le carenze sia necessario almeno qualche settimana.

A settembre il gruppo Ing aveva pagato una multa da 675 milioni alle autorità olandesi che indagavano per attività di riciclaggio e corruzione. Ralph Hamers, ad del gruppo, aveva riconosciuto «la piena responsabilità della banca per non aver soddisfatto i più alti requisiti di prevenzione».

Banche, una vittima: “con stampa e comunità locali colluse ci fidammo dei responsabili filiali. E i governi…”

Lettere al Direttore Vicenzapiu.com 17.3.19

https://www.vicenzapiu.com/leggi/banche-borzi-bonazzi-governo/

Egregio direttore, ho partecipato con molto piacere al convegno sulla libertà di stampa e sul caso banche per i 13 anni di VicenzaPiù e, purtroppo, più si acquisiscono informazioni sulla questione banche e più si cade nello sconforto.

Dalle parole dei giornalisti relatori e sue, abbiamo appreso che lo sapevate e lo avete scritto molto tempo prima della crisi che le banche avrebbero avuto grosse difficoltà, che bastava leggere i giornali giusti (cfr. Nicola Borzi), quelli che scrivevano la verità (cfr. Francesco Bonazzi: “avrei preso a schiaffi Marino Smiderle“, ndr). Ma chi poteva immaginare che le nostre banche fossero messe così male?

Non ce li vedo proprio certi anziani con la quinta elementare andarsi a leggere qualche articolo di economia o di finanza o i vostri allarmi sul web fin dal 2010 con Vicenzapiu.com (poi riportati su un libro che confrontato con quello con gli articoli del giornale locale di Vicenza fa capire come e per chi lavori certa stampa che con la “comunità” compiacente ha reso possibile il tutto, come nel video qui proposto accusano Borzi e Bonazzi, ndr).

Oddio se andiamo a vedere la Mifid che hanno firmato avrebbero potuto anche dirigere una banca. Noi abbiamo creduto alle informazioni che ci venivano date dai responsabili delle filiali, che erano persone che in molti casi conoscevamo molto bene, o perché erano parenti, amici, ex compagni di scuola, vicini di casa, paesani o comunque perché persone conosciute e delle quali avevamo fiducia. Cari giornalisti voi a chi avreste creduto se non foste del mestiere?

E ora dopo un anno di nuove promesse del governo attuale siamo tornati al punto di partenza, ma a condizioni peggiori. Infatti un anno fa aspettavamo la pubblicazione del regolamento attuativo della legge 205(Baretta), che tramite il passaggio per l’arbitrato avrebbe risarcito i truffati del 100% di quanto accertato per il danno subìto, senza riduzioni al 30% (quindi -70%) e senza tetto massimo di 100.000 Euro.

Oggi stiamo aspettando addirittura due regolamenti attuativi che non vengono mai pubblicati e che a quanto pare ci riporteranno a dover ancora passare per l’arbitrato. Per noi truffati è un incubo infinito, un’offesa alla nostra dignità.

Non ci hanno portato via solo i nostri risparmi ma anche la nostra sicurezza, il nostro orgoglio per aver creduto nel sacrificio e nel risparmio per garantirci un futuro molto meno incerto, ci hanno rubato la nostra LIBERTA’.

Alle varie assemblee alle quali ho partecipato in passato, ho visto la presenza di tante persone semplici, tanti anziani, tanti…risparmiatori, tanta gente “normale”, non ho mai visto esperti speculatori di borsa come qualcuno si ostina a descriverci. Siamo ancora derisi da chi, fortunatamente per lui, non è stato ingannato dalla sua banca dove con tanta fiducia ha riposto i suoi risparmi.

Mi domando:

Come mai le banche si possono salvare ma non i risparmiatori?

Come mai si sono salvati i dipendenti addirittura premiando quelli in esubero con un bel prepensionamento?

Come mai non si vanno a stanare e perseguire i grandi debitori che hanno contribuito a creare questo disastro?

Come mai è così difficile individuare i responsabili dentro e fuori dalle banche?

E’ stato però facilissimo far pagare il conto a chi ha messo i propri risparmi nelle banche.

Ritengo il bail-in una truffa legalizzata perché responsabilizza delle perdite delle banche anche i semplici correntisti. E’ come se io portassi la mia macchina in un parcheggio a PAGAMENTO perché venga CUSTODITA e mentre si trova lì “AL SICURO”, la società che gestisce il parcheggio fallisce e per pagare i debiti se la tengono.

Il nostro caro Renzi che andava in Europa a raccontare che il nostro sistema bancario era solido, va ancora fiero di non aver messo un solo euro per salvare le banche, infatti…li abbiamo messi noi gli euro. Renzi per risolvere i problemi ha sempre un bel piano “B” che purtroppo coincide con il nostro lato…

Mi dispiace che, però, chi gli è succeduto sta continuando come (peggio?) di lui e mi dispiace aver letto che la battagliera Giovanna Mazzoni si sta rassegnando a questo immobilismo. La esorto a non mollare, a non darla vinta a tutti quelli che ci hanno ingannato fino ad ora. Abbiamo sacrificato tanto per accantonare i nostri risparmi, ora più che mai dobbiamo vendere cara la nostra pelle. E’ tornato il momento di suonare il campanello prima che si addormentino tutti.

Mi dispiace che in questo periodo di stallo della politica, le associazioni che difendono i truffati sembrano vivere un momento di divisione, di smarrimento e di sconforto che purtroppo si trasmette anche ai truffati. In questo modo ci stiamo facendo del male da soli, specialmente ora dovremmo dare un forte segno di unità e far sentire la nostra voce in maniera determinata ed incisiva.

Mi sembra che la politica abbia partita facile rimpallando le responsabilità e cambiando gli interlocutori istituzionali. Anche la tanto promessa commissione parlamentare non è ancora stata istituita. Sembrano lontani i tempi in cui sentivamo proclami come: “Quando saremo al governo apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”, dalle nostre parti non ce ne siamo ancora accorti.

Intanto il tempo passa veloce e per i truffati più anziani la mancanza dell’avvio dei rimborsi genera situazioni sempre più critiche. Quando la pensione non è sufficiente a pagare le spese per vivere, le badanti o le rette delle case di riposo, dopo aver eroso tutti i risparmi rimasti allora si incominciano a vendere i beni immobili azzerando tutto e, per chi non possiederà più nulla, il dramma peggiore sarà finire completamente a carico dei famigliari che si vedranno costretti a pagare per loro.

Spero che la politica capisca che non basta solamente salvare gli istituti bancari per garantire il credito, ma bisogna pensare anche alle famiglie che il credito lo avevano dato alle banche.

Le elezioni europee sono vicine, chissà quali e quante promesse dovremo ancora sentire, purtroppo cercano di abituarci a questo infinito girotondo, NON ARRENDIAMOCI.

Cordialmente

Lettera firmata

Aperta la corsa alla successione a Draghi: chi guiderà la Bce?

banca centrale europea

Le elezioni europee di fine maggio non saranno l’unico evento decisivo per la politica comunitaria ad andare in scena nel 2019. Per il prossimo autunno l’Unione è attesa da un appuntamento altrettanto decisivo per il regolamento delle scelte politico-economiche di lungo termine che ne condizioneranno inevitabilmente i destini: la scelta del successore di Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea. A novembre, infatti, il governatore della Bce concluderà il suo mandato di otto anni, e l’Eurotower dovrà indicare il nome della figura destinata a succedergli.

“Il rallentamento dell’economia europea, arrivato prima del previsto e peggiore di quanto atteso, e i rischi sulla crescita maggiormente sbilanciati verso il basso stanno focalizzando l’attenzione dei mercati sempre più sulle prossime mosse della Banca centrale europea: chi prenderà il posto di Mario Draghi alla guida della Bce dal primo novembre 2019 metterà il suo peso sull’uso degli strumenti a disposizione nella cassetta degli attrezzi della politica monetaria convenzionale e non convenzionale nell’Eurozona”, scrive Il Sole 24 Ore. Draghi ha impegnato la Bce sul lungo periodo anche dopo la fine del quantitative easing. Sotto l’egida di Draghi, ha scritto Luciano Canova su Valori, la Bce ha investito 2,15 trilioni di euro e diretto 362 miliardi verso i titoli italiani. Una cifra sufficiente a consolidare definitivamente l’euro nel lungo periodo? Non è dato sapersi, specie considerando il fatto che il quantitative easing non ha impattato in maniera profonda e durevole sul decisivo versante della crescita.

Il merito principale dell’ascesa dell’ex governatore di Bankitalia all’Eurotower è sicuramente connesso alla sconfitta della linea del rigore che stava portando l’Europa all’autodistruzione. Frenando l’ortodossia monetaria dei “falchi” tedeschi, olandesi e finlandesi, superando le resistenze di Angela Merkel e assumendo per la Bce il ruolo di istituzione commissaria dell’Ue Draghi ha acquisito un’autorevolezza impareggiabile per gli altri, in larga misura scialbi, esponenti del panorama comunitario.

Chi gli succederà dovrà essere una figura dotata dello standing necessario per reggere il carico di aspettative e poteri garantiti alla Bce di Draghi. E in questo contesto la linea di condotta di Francoforte è difficile che cambierà radicalmente, considerata la recente scelta di prolungare i programmi di prestito agevolato. Ma l’impatto di certe misure sarà diverso a seconda che la Bce sia guidata da un “falco” o da una “colomba”.

Contrari a una maggiore solidarietà sono i candidati fautori della linea del rigore, i “falchi” disposti a favorire un ritorno a misure più restrittive sotto il profilo economico e un rilancio dell’austerità. Se come figura singola l’idealtipo del falco alla guida della Bce è rappresentato da Jens Weidamnn, governatore della Bundesbank tedesca, in questo contesto storico la Germania non si può definire come paladina a tutti costi di una nuova stagione di austerità. I capofila della linea del rigore sono oggi i Paesi della nuova “Lega Anseatica”, gli Stati nordici e baltici. Paesi Bassi, Finlandia, Estonia davanti a tutti. A cui si aggiunge l’Austria dell’ambiguo Sebastian Kurz. 

Ewald Nowotny, Governatore della Banca centrale dell’Austria, Klaas Knot, numero uno della Banca centrale dell’Olanda, e l’estone Ardo Hansson governatore di Eesti Pank, rappresenterebbero figure di “falchi” da candidare in alternativa a Weidmann, divenuto per alcune sue prese di posizione il più controverso banchiere centrale d’Europa, e potrebbero altresì risultare gradite alla Germania, che potrebbe in questo modo consolidare la sua vicinanza con i Paesi pro-austerità.

Un fronte di “falchi” si può, in un certo senso, compattare. Più complicato il ruolo delle “colombe”, i Paesi che vedrebbero con maggior favore un consolidamento delle politiche avviate da Draghi. I francesi Villeroy o Coeuré, i cui nomi erano circolati in questi ultimi mesi, non appaiono figure forti, complice il fatto che Parigi ha già avuto modo di esprimere il nome del governatore che ha preceduto Draghi, Trichet, e con Strauss-Khan e Lagarde ha in questo decennio avuto un suo rappresentante alla guida del Fondo Monetario Internazionale.

Fuorigioco l’Italia per ragioni di avvicendamento tra Paesi, restano nazioni come Spagna, Grecia e Portogallo, di recente uscite da gravi problematiche finanziarie e costrette, per ragioni di bilanciamento, a dover seguire a più riprese il fronte del rigore su diverse scelte di politica economica. I “falchi” appaiono dunque in vantaggio. Ma Draghi non potrà essere cancellato del tutto. Nel bene e nel male, la sua è stata una gestione incisiva. E se sarà bastata per prevenire una volta per tutte una nuova era di rigore monetario serrato, gliene saremo indubbiamente riconoscenti.

Cara Greta…

comedonchisciotte.org 17.3.19

DI MARCO GIANNINI

comedonchisciotte.org

Finalmente milioni di persone in Italia, che dico io, in tutti gli angoli del mondo, guidati da Greta hanno manifestato, coerentemente cantando Bella Ciao, per più diritti sociali per i lavoratori e contro le morti bianche, per un reddito minimo garantito identico (relativamente) su scala mondiale che dia dignità ad ogni essere umano, per un salario orario garantito ragionevole per tutte le categorie unito alle contrattazioni collettive, per un’istruzione di livello che fornisca competenze e nutra le menti degli studentiper renderle libere (vedasi Vygotskij), per una scuolache non spinga i nostri figli a marinarla costantemente per poi abbandonarla, che fornisca loro gli strumenti affinché un giorno non vengano strumentalizzati per altri scopi da quelli dichiarati disperdendone le esistenze, per tutelarli da un mondo che successivamente si rivelerà meno banale e sempre più immorale, competitivo e spietato.

No, mi sto confondendo… la manifestazione di ieri era per l’“ambiente”… così… cotto e mangiato!

Credo che molto presto manifesteremo per la bontà, oppure forse contro la cattiveria, anzi, contro i cattivi; sì credo proprio che Greta molto presto ci guiderà contro i cattivi, finalmente.

Non era veritiero quindi che le lobbies si celassero dietro queste manifestazioni per colpire l’economia reale USA (Trump) cercando di scalzarla mediante la (loro) finanza globale, quella che ha creato a tavolino la recessione mondiale e che necessita di reazioni stereotipate, prevedibili, di ottundere le menti e banalizzare le questioni.

Non era realistico credere che lo slogan “dobbiamo fare in fretta” servisse per creare le condizioni che rendano accettabili nuovi sacrifici (già “in canna”) altrimenti considerati odiosi ed improponibili dalle popolazioni (come è ampiamente dimostrato da tutti gli studi sul comportamento umano il “dobbiamo fare in fretta”, al fine di evitare un imminente catastrofe, è l’unico concetto che sortisce puntualmente l’effetto, a prescindere che esso sia realmente coerente).

Anzi! Ormai tutti noi ci aspettiamo che da un momento all’altro il FMI, il WTO, la World Bank, Blackrock, Open Society, la Bayer-Monsanto, la Apple, la Deutsche Bank, il WTO, la BCE ecc devolveranno gratuitamente verso ogni cittadino, americano, israeliano, italiano, russo, cinese, inglese ecc un bonus che copra interamente le spese per la coibentazione della propria abitazione visto che, se si vuole ridurre il riscaldamento globale, non è tanto sulla CO2 che si deve agire ma sul metano 25 volte più impattante (www.corriere.it/scienze/energia_e_ambiente/10_dicembre_14/metano-allarme-atmosfera_425b3e2a-07b6-11e0-a25e-00144f02aabc.shtml).

Strano ma questo mi ricorda l’agire sul PIL e non sul numeratore ma, boh, sicuramente è il mio cervello cultore della macroeconomia a fare associazioni “strambe” (…). (Aggiungo che Beppe Grillo ed il M5s avranno anche tanti difetti ma per anni e anni hanno parlato di coibentazione delle abitazioni come priorità, qualcosa che altrimenti non emergeva nemmeno tra 186 anni).
Era quindi del tutto tendenzioso, visto anche il plauso a questa manifestazione di Mattarella, Merkel, Macron ecc, affermare che le Big Companies finanziarie avessero creato la crisi finanziaria del 2007 e in tal modo socializzato le perdite, distrutto vite e privatizzato i profitti speculativi.

Ancora oggi è sicuramente “cattivo” chi rivela che non sono tanto i cittadini comuni a produrre CO2 quanto i settori terziario/quaternario e industria, come lo è chi informa che dietro queste manifestazioni ci sono coloro che costantemente si arricchiscono col meccanismo Cap & Trade (www.youtube.com/watch?v=He962z3t28I) cioè proprio con il business della CO2 a spese dei cittadini.

Paradossale leggere che si debbano ridurre i consumi quando costoro impongono l’ideologia del crescere ad ogni costo e dell’emarginazione sociale, a meno che (oltre al lavaggio del cervello ideologico vero target della “missione”) ciò non serva per ridurre il margine di manovra di quelle regioni del mondo che in modo stoico stanno cercando ancora oggi di emergere dalla recessione nonostante la stramaledetta controproducente austerity (in cui ad esempio l’Italia è imbavagliata).

A proposito di “crescita infinita” invito i lettori a questa riflessione: un domani che i robot rendessero disponibili beni a sufficienza per il mondo intero e qualora tutti gli esseri viventi (e penso anche agli splendidi africani regolari a cui insegno Matematica e Scienze…) disponessero di un Reddito Minimo come quello approvato dall’attuale Governo (vincolato ad accettare un lavoro), i consumi globali arriverebbero ad un livello approssimativamente standard ponendo fine alla finanza e ridando all’economia reale la corretta dimensione.

A quel punto a cosa servirebbe crescere? A niente, se non alla selezione naturale tra esseri umani.

A quel punto il “crescere” servirebbe a dividere la torta in modo insensato favorendo pochi rentiers ed omologando l’intera popolazione umana nell’ignoranza e nell’imbecillità.

Tenere lontanissime le menti da queste considerazioni è necessario perché la teoria della “crescita infinita” prosperi anche quando non servirà più (sia chiaro che al momento all’Italia serve eccome crescere!).

Rendere moda, marketing, mercato (banche) certe questioni, equivale a svalutare i significati ed a manipolare il senso (comune) al fine di abituare i cittadini ad agire per emozioni, per stereotipi cosicché chi la determina (la moda), cioè chi detiene la pressoché totalità dei media, possa omologare e rendere dipendenti (cioè privi di libertà) i cittadini.

Dietro questa manifestazione ingenua, giovane “comunque bella” (Cit Battisti) ci sono coloro che hanno impoverito l’Africa, sfruttato la tratta di esseri umani, privatizzato nel Continente Nero e non solo, perfino l’aria da respirare e finanziato degli sporchi traditori piazzandoli là al potere in cambio di risorse a costo 0.

Sono coloro che hanno alimentato guerre e colpi di Stato, venduto armi per nutrire i traffici, generato carestie, per alcuni (non posso escluderlo) sono pure coloro che hanno creato perfino virus mortali in laboratorio (es. la Sars).

Sono coloro che proteggono l’opulenza dei politicanti europei altrettanto traditori ma pure cocainomani (e moralisti) e sfruttato i cambi fissi per colpire operai e classi medie.

Fa molto male rendersi conto che, salvo eccezioni, non sia lo stato di necessità a smuovere le masse bensì il marketing.

L’ambiente è meraviglioso e da tutelare ma è un tema che va affrontato in modo empirico non emotivo iniziando dalle cause. Chi difende la natura (per me una priorità) deve avere quanto meno una cultura scientifica di base (cultura non significa specializzazione universitaria ma qualcosa di più di una informazione per sentito dire, frammentaria, improvvisata ed infantile).

Concludo ricordando che le lobbies occidentali, soprattutto dopo l’omicidio Moro (…), inquinarono il PCI dei diritti sociali negli anni settanta trasformandolo nell’eurocomunismo “fru fru” (per usare una terminologia cara a Beppe Grillo) dei movimenti (femen, diritti civili, antiproibizionismo, terzomondismo, umanesimo laicista, ecc) inaugurando l’“eone” dei sacrifici a partire dal vincolo esterno dello SME fino ad oggi (ed i risultati si vedono).

Da questo momento la sinistra, il socialismo, non significarono più lavoratori ma ben altro, tra cui la distruzione della società intesa come Stato sociale, della tradizione e dei “luoghi antropologici”, dell’identità patriottica in favore del globalismo d’accatto.

Mi sembra che “con Greta” siamo su questo solco, distrae le energie (ma io spero le alimenti).

La sinistra perde definitivamente i propri tratti ed a maggior ragione non ha più senso ragionare in senso politicamente bipolare (anche se con il voto regionale e con l’enfatizzazione della stampa sulle questioni migratorie e sulla autonomia sembra riaffiorare questa impostazione comoda al sistema).

Ricordo che l’ignara Greta è affetta da Asperger e cioè è a rischio egocentrismo e fissazione: è funzionale al suo sviluppo, al suo bene questa esposizione? O è usata come una cavia, come carne da macello? Una forza davvero socialdemocratica (non certo le attuali sedicenti forze socialdemocratiche europee) mai si presterebbe a una cosa così disumanizzante mascherata da sano ambientalismo.

A proposito di ambientalismo… la TAV!

Ci dicono ridurrà le emissioni di CO2 nel lungo termine e mi chiedo: ma alle montagne (al Pianeta Terra) interessa essere perforate, o forse è più coerente, naturalisticamente parlando, lasciarle stare così come sono per non alterare equilibri imprevedibili?

Potrei rispondervi essendo la Materia che insegno ma vi lascio nel dubbio ma tranquilli… tanto per il resto basta “fare in fretta” (Cit. Mario Monti & company nel 2012 http://www.quotidiano.net/primo_piano/2011/12/30/644872-crescita_lavoro_concorrenza.shtml).

 

Ps:

Mi raccomando diffondete la seguente petizione per il Test della Coca (del capello) per i Parlamentari, nessuna forza politica e ripeto nessuna (non mi sorprende) ci sta appoggiando; in rete sono molti gli influencer pagati che rispondono col prevedibile “eh ma allora si fa a tutti o a nessuno” (peccato gli assistenti di volo ed i piloti già sono soggetti a questo controllo; chi legifera è tenuto ad essere ben distante da potenziali ricatti visto che è in palese conflitto di interesse se consuma…) o cercano di non far leggere agli astanti la proposta attraverso commenti fintamente disinteressati.

Ciò che è scandaloso è che chi chiede il pugno di ferro a maggior ragione dovrebbe associare questa proposta a qualsiasi DDL e pure chi chiede la legalizzazione della Marijuana integrando la proposta con questa battaglia contro questa droga (definita pesante) la renderebbe molto più accettabile, credibile ed efficace.

In “qualità” di grillin fuggiasco quale mi definisco (non si dimenticano 5 anni anche grazie alla linea scelta da di Di Maio…) cito Montanelli “di farabutti non moralisti ne ho conosciuti molti ma di moralisti che non fossero farabutti ne ho incontrati davvero pochi”.

https://change.org/p/camera-dei-deputati-test-del-capello-cocaina-per-i-parlamentari

 

Marco Giannini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

17.03.2019

La fantasia al potere, per davvero: cent’anni fa, a Fiume

libreidee.org 17.3.19

Vi propongo la trama di un film per celebrare un fantasioso centenario. Un poeta rimasto orbo, reduce da imprese eroiche e spettacolari come la trasvolata su Vienna o la Beffa di Buccari, marcia su Fiume con poeti, letterati, musicisti, donne e soldati. Il mondo lo osserva curioso. Lui progetta la marcia su Fiume dalla casetta rossa di Venezia, dove riceve donne e ufficiali, e poi arriva in Istria nel settembre del 1919 con un’auto scoperta, il monocolo e i legionari al seguito. La compagnia che lo segue è di personaggi straordinari. Giovani letterati come Giovanni Comisso, Henri Furst, Raffaele Carrieri, ufficiali come l’ebreo russo polacco Leòn Kochnitsky, di nascita belga, nordico affascinato dalla solarità mediterranea, musicista e letterato; o un ufficiale che ha compiuto imprese folli come Guido Keller che lanciò in una trasvolata un pitale su Montecitorio e fiori sul Vaticano e per la regina sul Quirinale; vive nudo e sfrenato a Fiume, defeca da un albero, ha una dieta assurda, fa amore di gruppo. A Fiume nasce lo Yoga, associazione trasgressiva di spiriti liberi, tra ladri, prostitute, tossicomani. Ha come simbolo la svastica ma nel verso tradizionale, opposta a quella che sarà poi del nazismo. E progetta il castello d’Amore, dove simulare feste medievali con donne e soldati.

Il rituale politico-cameratesco annuncia il fascismo ma Mussolini è freddo e scettico sull’impresa fiumana perché la considera velleitaria; e il poeta lo attacca sul suo stesso “Popolo d’Italia”, lo accusa d’avere paura e di tradire la Vittoria. A Fiume D'Annunzioarrivano un po’ tutti, Guglielmo Marconi a bordo del suo bianco yacht Elettra, e poi torna per divorziare, consigliato da Mussolini, perché a Fiume è facile separarsi: Toscanini con la sua orchestra fa concerti devolvendo gli incassi ai poveri; Filippo Tommaso Marinetti, accolto trionfalmente, si produce in vari discorsi show; arrivano ufficiali giapponesi, belgi e ungheresi che diventano legionari fiumani. Difende Fiume anche Gramsci da chi lo presenta come «un luogo di bestialità, prepotenza, possesso di donne»; anche Lenin è affascinato da Fiume. Per la prima volta partecipano all’impresa alcune donne, come Fiammetta, pseudonimo di una nobildonna milanese, Margherita Besozzi; o donna Ninetta, splendida moglie dell’aviatore Casagrande, bionda ed elegante contessa; ragazze in grigioverde e qualche prostituta. A Fiume si svolgono convegni suggestivi notturni al chiarore delle fiaccole, baccanali in spiaggia, feste dionisiache con vino, donne, sesso e cocaina, “la polvere folle” del Poeta.

Battaglie simulate, orge in costume, soldati inghirlandati, che danzano e vestono in modo stravagante, si fanno crescere barba e capelli o se li rasano a zero, e fondano la Congregazione del Pelo. Lui guerrafondaio inventa lo slogan pacifista “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, infilando un fiore nel moschetto e parlando di fiori e libero amore. Ci sono gli animalisti, un ufficiale gira con una volpe al guinzaglio, Keller vive con un’aquila e si presenta alla mensa con un pappagallo sul petto; una volta carica sul velivolo un asino… Spopola a Fiume un romanzo futurista, “L’isola dei baci”, ambientato a Capri, di Corra e Marinetti, dove si immagina il primo gay pride, un congresso di omosessuali il cui motto è “raffinati di tutto il mondo unitevi”. D'Annunzio a FiumeImportanti sono i diari fiumani, come quello di Comisso che descrive Fiume come «una città in amore», in cui «tutti si diedero a un godimento irruente». Il Comandante rimprovera gli eccessi sessuali dei legionari, ma ha varie avventure erotiche a Fiume (si auto-definì “porco con le ali”, antesignano di Lidia Ravera).

Da una porticina segreta faceva entrare una canzonettista chiamata Lilì di Montresor, che poi ripartiva con ben 500 lire in borsetta; o una donna sensuale e selvaggia chiamata Barbarella nei suoi Taccuini, una quindicenne per lui 53enne, “Bianca, la piccola”, “Gr, Bruna e molle”, una maestrina di Merano. Nella sala del comando, racconta Nino d’Aroma, passarono «molte donne di tutta Europa, vecchi amori, spente fiamme e nuove conquiste». Leggendaria la nascita del profilattico a Fiume battezzato Habemus Tutorem, poi noto come Hatù (ma un’altra versione attribuisce il nome nientemeno che al cardinal Nasalli Rocca). Arrivano a Ronchi pure i frati modernisti, che disobbediscono alla chiesa per seguire il patriottismo del Comandante, espongono alla finestra del monastero il motto dannunziano “Hic manebimus optime” e alla fine sette cappuccini abbandonano il saio. L’amministratore apostolico di Fiume, don Celso Costantini, accusa il poeta di paganesimo. La reggenza del Carnaro, col sindacalista Alceste de Ambris, dura sedici mesi, da settembre al Natale dell’anno dopo. Poi sarà cannoneggiata.

Provano prima con le trattative e le promesse – c’è anche Badoglio, mandato dal presidente del consiglio Nitti, detto dal Poeta il “Cagoja” – poi sarà Giolitti a far bombardare Fiume e costringere alla resa. L’ultimo discorso del Comandante a Fiume si conclude con un Viva l’Amore. Quasi un promo del ’68, degli hippy e un riassunto delle rivoluzioni, da quella fascista a quella sovietica, che allora il Vate ammirava (sognava un comunismo senza dittatura, libertario, aristocratico, anarchico e nazionalista). Insomma un microcosmo-manicomio di utopisti, sognatori e velleitari. Un film d’immaginazione, ma la storia è vera, come il mitico Comandante-Poeta. Cent’anni fa la fantasia andò davvero al potere, ma non vi restò molto. Ps: il poeta in 

Veneziani

questione, l’avrete capito, è Gabriele d’Annunzio, su cui ieri si è aperta una mostra al Vittoriale. Sulla sua impresa fiumana uscirà tra un paio di settimane un’opera ponderosa di Giordano Bruno Guerri. Anni fa Tinto Brass e Pasquale Squitieri mi proposero di scrivere la sceneggiatura di un film dedicato a D’Annunzio a Fiume. Eccone l’abbozzo postumo…

(Marcello Veneziani, “La fantasia al potere, cent’anni fa”, da “La Verità” del 10 marzo 2019; articolo ripreso sul blog di Veneziani. Nell’appendice storiografica del romanzo “Il volo del pellicano”, pubblicato da Melchisedek nel 2016, Gianfranco Carpeoro svela la profonda motivazione dell’impegno civile di D’Annunzio, grande poeta e fine letterato: è stato il terz’ultimo “Ormùs” – gran maestro – dei Rosa+Croce, leggendaria confraternita sapienziale di natura iniziatica; i successori di D’Annunzio sarebbero stati l’artista francese Jean Cocteau e poi il genio surrealista spagnolo Salvador Dalì; poi i Rosa+Croce si sarebbero eclissati, in realtà per effetto di una decisione programmata già dai tempi della conferenza di Yalta, dove emersero i germi della futura guerra fredda e del conflitto israelo-palestinese, concepito per colonizzare militarmente il Medio Oriente petrolifero. L’ispirazione “rosacrociana” è evidente nella Carta del Carnaro, in vigore nell’effimera reggenza dannunziana di Fiume, ex colonia italiana oggi croata: a detta degli storici resta la Costituzione più avanzata – la più moderna, democratica e rivoluzionariamente libertaria che sia mai stata varata, nel mondo. Non è strano, sottolinea Carpeoro: i Rosa+Croce sono i progenitori culturali del socialismo, avendo “firmato” già nel ‘600 opere come “Christianopolis” di Johann Valentin Andreae, “Utopia” di Tommaso Moro e “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, tutte ispirate dal sogno di un mondo più giusto).