Da Milano alla Sardegna, tutti gli affari di Huawei in Italia

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16 novembre 2016, Cagliari. A poche settimane dal referendum costituzionale che avrebbe portato alla caduta del suo governo e all’avvicendamento con Paolo Gentiloni, all’epoca Ministro degli Esteri e presente al suo fianco in quell’occasione, Matteo Renzi riceve Xi Jinping, in sosta in Sardegna nel corso del viaggio per la sua visita di Stato in Sud America.

Un vertice informale, rapido ma significativo quello tra Renzi, Gentiloni, Xi Jinping e la moglie del leader cinese, a cui è stato ammesso anche il presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru. Si parla di affari, della cooperazione nel commercio e nel turismo, ma anche di innovazione. Sì, perchè la Sardegna non è stata scelta casualmente da Xi per il suo ultimo passaggio italiano prima dell’imminente visita che lo porterà a Roma e Palermo.

La proiezione di HuaHuawei parte dalla Sardegna

Come dichiarato ai tempi dallo stesso Pigliaru, già allora si intravedeva in filigrana il ruolo sempre più importante che sarebbe stato giocato nel nostro Paese dalla più dinamica azienda tecnologica cinese: Huawei. Pochi mesi prima, a marzo, era stato raggiunto un accordo tra il colosso tecnologico cinese e il Centro di Ricerca, Sviluppo in Sardegna (CRS4), fondato dal Premio Nobel Carlo Rubbia nel 1990, per l’avvio di progetti congiunti di ricerca nel contesto del Parco Tecnologico di Pula.

Dopo tre anni di ricerche e investimenti per oltre 20 milioni di euro, Huawei è riuscita a sviluppare il primo, importante progetto tecnologico concretamente applicabile della partnership, presentato a Cagliari il 7 dicembre scorso. Denominato Ioc (Intelligence Operation Center) esso consta in una rete di 25 telecamere, 92 stazioni del traffico, 23 sensori di parcheggio capace di dare informazioni dettagliate sul  traffico gestito in tempo reale, i parcheggi che “curano” le esigenze dei disabili, la sicurezza garantita in luoghi affollati, i raccoglitori di rifiuti che una volta pieni chiamano con un segnale il camion più vicino. Internet delle cose in azione, in altre parole.

Un chiaro esempio della presenza attiva di Huawei nel Paese, fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti, che temono sul lungo periodo la prospettiva di un ingresso del Dragone nel controllo delle reti di telecomunicazione italiane. Il caso sardo dimostra la pervasività dell’azione di Huawei nel nostro Paese. Che oramai si dispiega a tutta velocità.

Cosa si ricerca a Pula

Non è solamente nell’IoT che Huawei è attiva a Pula. “Il progetto”, sottolinea Libero,“prevede la realizzazione di un’infrastruttura sperimentale dove testare soluzioni per città sicure e intelligenti. Soprattutto strumenti per la gestione della sicurezza pubblica, idee per la lotta al terrorismo e kit tecnologici per la gestione delle catastrofi naturali e per aiutare la sanità pubblica. Tutto questo dopo la prima fase di sviluppo verrà messo in pratica in alcuni quartieri della città di Cagliari. A Pula però si lavorerà anche sullo studio di sistemi e-Lte di ultima generazione. E si sperimenteranno soprattutto nuovi standard 5G“.

Huawei e il 5G in Italia

Quella del 5G è una partita globale. In cui gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati di sobbarcare l’onere della scelta di campo ed escludere Huawei e le consociate cinesi, come Zte, dalle gare. I Paesi anglosassoni, il Giappone, la Polonia e, in prospettiva, la Germania hanno accettato le richieste Usa. L’Italia ora tergiversa.

Il 28 settembre scorso a Roma, prima dell’esplosione globale del caso Huawei, si è tenuto lo “Huawei 5G Summit”, importante evento con cui la compagnia cinese ha presentato i suoi piani per l’Italia. Il 5G italiano è reduce della prima, grande gara per l’assegnazione dei lotti messi a disposizione dal Mise di Luigi Di Maio (ospite del summit), al termine della quale, scrive Wired“entro il 2022, arriveranno 6 miliardi e 550,42 milioni di euro. Una cifra su cui neppure i migliori analisti avrebbero scommesso. Le previsioni iniziali più rosee erano di 4 miliardi, 2,5 miliardi di euro la media”.

Huawei punta a fare da sé e ad impostare uno sviluppo autonomo, portando a compimento il 5G in Italia entro fine 2019. Milano, Bari e Matera sono state sede dei primi test. Ciò avrebbe importanti ripercussioni nel caso in cui l’Italia volesse continuare il percorso che la porta a integrarsi nella “Nuova Via della Seta“, firmando il memorandum d’intesa con Pechino in occasione della visita di Xi in Italia. Il compromesso raggiunto nell’esecutivo italiano, frutto della mediazione tra la Lega, i Cinque Stelle, il premier Giuseppe Conte e il Quirinale, prevede che il 5G non faccia parte dell’intesa con Xi Jinping sulle vie della seta. Ma anche in questo caso sarà difficile, sul lungo termine, ignorare o impedire le azioni di Huawei.

Dal Politecnico a Open Fiber

Huawei, scrive su  Limes, ha in corso progetti “per testare la rete 5G in ambiti quali sanità, industria, turismo, sicurezza, smart energy, mobilità e trasporti. Il primo, avviato lo scorso anno a Milano insieme a Vodafone, prevede l’uso di droni per la pubblica sicurezza in collaborazione con il Politecnico, Intellitronika, la Polizia municipale e Italdron. La seconda area di test è stata creata nel 2017 a Bari e Matera assieme a Fastweb e Tim”, con un impegno finanziario di circa 60 milioni di euro.

Ma vi è di più. “Open Fiber, controllata da Enel e Cdp Equity, impiega la tecnologia Huawei nello sviluppo della connessione in fibra ottica a 200 giga nella rete nazionale Zion, che coprirà 270 città italiane”, il cui primo test, tra Roma e Firenze, è avvenuto un anno fa. 

Di fronte a questi esempi, sono importanti due considerazioni. La prima è di natura economica, dato che la mancanza di tecnologia nazionale impone al Paese di dover fare affidamento su attori stranieri per sviluppare un settore delicato come il 5G, Huawei ha avuto gioco facile nel supplire a una carenza intrinseca di fondi e programmazione. Ragionando in termini di realpolitik, tuttavia, bisogna tenere in mente una seconda considerazione: nel calcolo strategico degli Stati Uniti la linea rossa invalicabile è la sinergia dell’Italia con Huawei, non la sua adesione alla Nuova via della seta.

danni economici che sarebbero causati dal distacco tra il nostro Paese e Huawei nel campo del 5G non sarebbero insignificanti, ma si relativizzerebbero di fronte al rischio dell’isolamento internazionale. Tuttavia, anche nel campo del rapporto con Huawei l’Italia dovrà essere capace di discernere quali settori d’applicazione risultano di delicata importanza strategica, e dunque suscitino i timori di Washington, e quali rientrino nella logica della classica operatività industriale. Compito arduo: ma la strategia e la geopolitica impongono, nei momenti decisivi, scelte dall’elevato tasso di complessità.