Tecniche viet-cong nei tunnel del Califfato

GUIDO OLIMPIO Caffe.ch 17.3.19

Le gallerie strategiche costruite dai soldati dell’Isis
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I civili nelle poche case rimaste, i militanti nascosti in bunker scavati per mesi. Lo Stato Islamico ha tenuto testa all’alleanza curdo-araba, ricompattata sotto la sigla Sdf, e ai raid della coalizione nell’ultimo “ridotto” di Baghouz. Località siriana su una strada che conduce verso il confine iracheno, un punto sulla mappa arato dalle bombe.
La battaglia ha fotografato un aspetto ormai costante di tante campagne contro formazioni guerrigliere. E non solo. Molte operazioni belliche si svolgono nel sottosuolo, in gallerie, in rifugi costruiti alla base di edifici e collegati ad altri nascondigli. Diramazioni che ricordano i formicai, tane con uscite di sicurezza per permettere mosse a sorpresa oppure fughe. I miliziani sparano, si tuffano nel tunnel, per poi rispuntare alle spalle del nemico. Negli ultimi due anni le fazioni ribelli siriane, lo Stato Islamico e altri sottogruppi hanno perfezionato le tecniche di scavo e il successivo impiego di questi sistemi non sempre facili da scoprire. Il Califfato ha copiato i palestinesi di Hamas, capaci di rifornire la striscia di Gaza con una pipeline sotterranea. Stesso modus operandi degli Hezbollah libanesi. Il “partito di Dio” ha creato un doppio apparato: tunnel per raggiungere le postazioni israeliane, altri per ospitare missili d’ogni tipo con i quali bersagliare l’intero stato ebraico.
In alcuni casi gli insorti hanno lavorato alacremente, vere talpe, per creare delle sacche sotto un obiettivo avversario, quindi le hanno riempite d’esplosivo, infine le hanno fatte detonare provocando il crollo. Missioni che ricordano le mine della prima guerra mondiale. Quando hanno potuto si sono dotati di mezzi meccanici per accelerare i lavori, strumenti presi in prestito dal mercato civile per dare una mano ai picconatori.
L’intelligence afferma che tanti si sono ispirati ai genieri della Corea del Nord. Veri pionieri in materia. Uno dei possibili scenari di invasione nel Sud – parliamo di almeno vent’anni fa – prevedeva il ricorso a gigantesche gallerie per superare le difese del 38esimo parallelo. Non era solo teoria. Le forze di Seul hanno scoperto, in passato, alcuni di questi “corridoi” messi a punto da Pyongyang. Gli storici, peraltro, ricordano che i generali del Maresciallo Kim Jong-un hanno imitato i viet cong all’epoca della lotta anti-Usa, nel 1968. Le gallerie di Cu-chi, oggi divenute un luogo d’attrazione turistica, dovevano permettere una lunga resistenza.
Davanti a questa minaccia multipla, su più livelli e in tanti quadranti, diversi eserciti occidentali hanno lanciato programmi di contrasto. Sono nati poligoni che ricreano le stesse condizioni, basi dove unità speciali si addestrano a operare in ambienti angusti, claustrofobici, con trappole (finte), esplosivi. Ampio il ricorso a piccoli robot ruotati e sonde: spesso è il loro occhio elettronico a compiere la prima ricognizione. Poi il lavoro duro tocca all’uomo, come sempre. 
L’industria è stata chiamata a fornire prodotti che aiutino i “cacciatori di topi”, ma anche a scoprire i cunicoli. La tecnologia è fondamentale, però non sempre è sufficiente. Gli israeliani, dopo molti rovesci, sono riusciti a tamponare i varchi: numerose le gallerie individuate al confine con Gaza e su quello settentrionale con il Libano. Non c’è però tempo per celebrare, i generali sono convinti che la sfida non è terminata.