Alan Krueger e la politica economica basata sui fatti

Tito Boeri lavoce.info 19.3.19

Alan Krueger lascia una grande eredità. I suoi studi offrono una guida fondamentale, sempre basata sui fatti e sui riscontri empirici, su problemi di grande rilevanza pratica per il benessere di milioni di persone. E sono di grande attualità per il nostro Paese.

Il difficile rapporto tra economisti e politica

È molto difficile, per un economista, mettere le proprie conoscenze a disposizione di chi prende le decisioni di politica economica. È difficile perché gli interlocutori hanno in genere opinioni molto forti, e non poche volte sbagliate, su come funziona una macchina così complessa come un’economia di mercato. L’economia è una di quelle materie che tutti sono convinti di capire sulla base di metafore spesso fuorvianti. Ad esempio, si pensa al bilancio dello stato come se fosse quello di una grande famiglia, si guarda al sistema pensionistico come a una banca in cui si depositano i propri contributi, al mercato del lavoro come a un autobus nell’ora di punta. Molti politici credono in queste metafore, altri fingono di crederci e le usano a proprio vantaggio. Tutti o quasi tutti negano il principio, basilare in economia, che non ci sono pasti gratis, che tutte le scelte hanno costi.

È difficile l’interlocuzione fra politici ed economisti anche perché questi ultimi non sempre hanno l’umiltà di capire come la pensano gli altri e non sempre hanno la pazienza di documentarsi su dettagli istituzionali apparentemente minori e di far parlare i dati anche quando smentiscono le proprie più radicate convinzioni.

Un moderno Keynes

Alan Krueger è stato per la nostra generazione un Keynes moderno, l’esempio di come un grande economista possa mettere la propria intelligenza a disposizione di chi deve prendere decisioni che condizionano il benessere di milioni di persone, riuscendo a farsi ascoltare dai più potenti del mondo. La sua homepage ne è la testimonianza.

Nonostante la sua brillantissima carriera scientifica gli potesse riservare sempre maggiori gratificazioni (tra i tanti riconoscimenti l’IZA Prize for Labour, una specie di premio Nobel per gli economisti del lavoro, e il Kershaw Prize dell’Association for Public Policy and Management), non ha mai lasciato cadere una sola occasione per rendersi utile al suo paese. Passava giornate e giornate a preparare un briefing anche di pochi minuti per i politici. Macinava dati e dettagli istituzionali. Riusciva in poche parole a sintetizzare una grande mole di informazioni. Con Barack Obama doveva applicare la regola delle quattro slide e dei dieci minuti sugli argomenti più spinosi (si era trovato nel Council of Economic Advisors del presidente, in un periodo investito dalla peggiore crisi dagli anni Trenta e sarebbe poi diventato il chairman dei consiglieri economici del presidente).

Una grande eredità

Ci ha lasciato una grande eredità. E il grande rimpianto è che avrebbe potuto lasciarci ancora tantissimo altro, data la sua energia, il suo entusiasmo, la sua creatività. Si stava occupando di come meglio proteggere i lavoratori della gig economy, dopo essere stato uno dei primi economisti a studiare a fondo il fenomeno dei lavoratori su piattaforma. Aveva raccolto dati sugli Stati Uniti che, assieme a colleghi inglesi, stavamo comparando con dati analoghi sul Regno Unito e l’Italia.

I suoi studi scientifici rappresentano una guida fondamentale, sempre basata sui fatti e sui riscontri empirici, su problemi di grande rilevanza pratica. Si impara come combattere la disoccupazione di lunga durata capendo quanto cercano lavoro i disoccupati (una lettura obbligata per i futuri navigator), come ridurre la povertà anche tra chi lavora stabilendo un livello appropriato del salario minimo (dovrebbe essere prescritto a chi spara a caso numeri sul salario minimo senza neanche guardare i dati sulla distribuzione delle retribuzioni). E, ancora, si hanno spunti su come valorizzare il lavoro degli insegnanti avendo classi né troppo grandi né troppo piccole, su come rafforzare le coperture offerte dal sistema sanitario senza renderlo insostenibile, su come capire i costi e i benefici dell’immigrazione per poterla meglio gestire.

Il suo lavoro più conosciuto è uno studio con David Card sugli effetti di un aumento del salario minimo in New Jersey. È stato messo in discussione per anni dai migliori economisti del mondo perché, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe sulla base di come si comporta la domanda di lavoro, trovava un effetto positivo dell’aumento del salario minimo sull’occupazione. Ci hanno provato in tanti a falsificare questo studio, a mostrare che conteneva errori, senza mai riuscirci. Perché era un esempio di metodo scientifico. Lo studio trovava i dati microeconomici appropriati per studiare il problema, per poi applicare un metodo di analisi che replicava gli esperimenti di laboratorio. Card e Krueger avevano raccolto dati sui lavoratori con bassi salari di alcune grandi catene di fastfood, prima e dopol’aumento del salario minimo, sia in New Jersey (dove poi ci sarebbe stato l’aumento) che in un altro stato in condizioni economiche simili (la Pennsylvania) in cui il salario minimo non era aumentato. Sulla base di questi dati avevano applicato un’analisi a doppie differenze comparando gli esiti occupazionali sia prima e dopo l’aumento del salario minimo che fra ristoranti conaumento e senza aumento del salario minimo. In questo modo, potevano tenere conto di fattori di altra natura che avrebbero potuto far crescere l’occupazione nei due stati, indipendentemente dall’aumento del salario minimo.

Alan aveva una grande sensibilità per le questioni distributive. Aveva coniato il termine “la curva del Grande Gatsby” per descrivere il rapporto fra disuguaglianze e mobilità sociale, uno dei tanti temi da lui affrontati nel corso delle sue ripetute partecipazioni al Festival dell’Economia di Trento.

Aveva una grande sensibilità, una grande empatia umana. Forse in questa grande sensibilità c’è la ragione di un gesto che proprio non riusciamo a capire. Era un grande uomo oltre che un grande economista. Ci mancherà tantissimo, come collega e come amico.

Unicredit: Saccomanni, siamo in anticipo sui target (Milanofinanza.it)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di Francesca Gerosa – Milanofinanza.it 

Saccomanni e Mustier sono ottimisti sul futuro di Unicredit. “Siamo in anticipo rispetto ai target del piano, abbiamo preservato la solidità patrimoniale della banca e accelerato il processo di de-risking che ci vedrà chiudere in tre anni le posizioni deteriorate ereditate dal passato”, ha scritto il presidente di Unicredit, Fabrizio Saccomanni, nella lettera inviata agli azionisti in vista dell’assemblea del prossimo 11 aprile che ha tra i punti all’ordine del giorno l’approvazione del bilancio 2018, la destinazione dell’utile dell’esercizio, la nomina del Collegio sindacale e dei Sindaci supplenti, la determinazione del compenso spettante al Collegio sindacale, l’integrazione del consiglio di amministrazione, il Sistema incentivante 2019 del gruppo, la politica retributiva 2019 e l’autorizzazione all’acquisto e alla disposizione di azioni ordinarie proprie. 

Nello specifico, ha osservato Saccomanni, la banca ha conseguito importanti risultati sul fronte dell’efficienza, della gestione del rischio, della semplificazione e digitalizzazione del servizio ai clienti grazie a cospicui investimenti. Nel 2019, ha previsto, “continueremo a supportare l’economia reale nei paesi in cui operiamo”. 

In quanto banca commerciale paneuropea Unicredit è focalizzata nel supportare i propri clienti contribuendo, per tale via, allo sviluppo economico e sociale dell’Europa. Per il presidente i risultati finora conseguiti dimostrano la bontà delle scelte effettuate e “laddove necessario il gruppo ha intrapreso azioni decise relative a eventi non ricorrenti senza pregiudicarne l’equilibrio”. 

“Questo approccio ci fa guardare al futuro con ottimismo”, ha concluso Saccomanni, certo che Unicredit , con il sostegno dei suoi azionisti e stakeholder, centrerà gli obiettivi che si è data garantendo una redditività sostenibile e un sempre miglior servizio. Gli ha fatto eco il ceo, Jean Pierre Mustier, convinto non solo che la banca manterrà una robusta posizione patrimoniale grazie alla sostenuta generazione di utili, ma anche che continuerà ad avere “un rassicurante Mda (Maximum Distributable Amount, ndr) buffer”. 

Si ricorda che Unicredit ha chiuso il 2018 con un utile netto rettificato in crescita tendenziale del 7,7% a 3,9 miliardi di euro e ricavi complessivi in flessione dell’1,1% a 19,7 miliardi. L’utile netto ha segnato un calo a 3,89 miliardi dai 5,47 miliardi riportati nel 2017. A fine 2018 il Cet1 ratio fully si è attestato al 12,07% con un buffer Mda di 210 punti base. Mentre il patrimonio netto tangibile è aumentato del 3% a 47,7 miliardi. 

I ratio di capitale fully loaded di Unicredit sono perfettamente in linea con tutti i requisiti regolamentari, ha fatto presente il banchiere, notando anche che il gruppo “ha superato con successo gli stress test condotti dall’Eba, riportando uno dei migliori Cet1 ratio” tra le banche sistemiche dell’Eurozona. “La nostra strategia”, ha spiegato Mustier, “è essere One Bank, One Unicredit : siamo e rimarremo una banca commerciale paneuropea semplice e di successo, con una divisione Cib perfettamente integrata e una rete unica in Europa occidentale e centro-orientale che mettiamo a disposizione della nostra vasta e crescente clientela”. 

red 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 19, 2019 14:24 ET (18:24 GMT)

Affondata nave italiana con 2210 auto e 360 container di materiali tossici – Video

informarexresistere.fr 19.3.19

nave italiana
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La nave italiana affondata «è una bomba ecologica» – di Alessandro Fioroni – tratto dal sito Il dubbio

Francia, paura dopo il naufragio della “Grande America”. L’imbarcazione del gruppo Grimaldi è colata a picco a 4600 metri di profondità: trasportava 2210 automobili e 360 container pieni di materiali tossici

Da oltre una settimana un mercantile italiano, il Grande America del gruppo Grimaldi, a seguito di un violento incendio si è inabissato a 180 miglia dalla costa francese della Bretagna.

Un evento che non dovrebbe passare inosservato sebbene, al momento, la notizia non è mai finita alla ribalta delle cronache, specie quelle italiane.

La nave trasportava 365 container, 45 dei quali classificati come contenenti materie pericolose, oltre a 2.210 auto nella stiva con relativo carburante.

I 27 membri dell’equipaggio sono invece stati tratti in salvo. Ora una chiazza di petrolio lunga una decina di chilometri è stata avvistata al largo de La Rochelle e sta raggiungendo la terraferma trascinata da vento e correnti marine.

L’evento è stato confermato dalla Préfecture maritime de l’Atlantique, il corpo di polizia francese che ha giurisdizione sulle tratte marittime. Le preoccupazioni per l’ambiente stanno intanto aumentando di ora in ora.

Innanzitutto il punto in cui è affondato il mercantile raggiunge i 4600 metri di profondità e recuperare il relitto sarà un’impresa molto difficile. Già all’indomani dell’incidente l’organizzazione ambientalista Robin de Bois aveva rilasciato un comunicato nel quale traspariva la preoccupazione sul carico della nave.

Automobili nella nave affondata

E’ il sito Gli Stati Generali a riportare le dichiarazioni degli ambientalisti su ciò che è affondato insieme al cargo italiano: «automobili e altri veicoli usati, rimorchi e macchinari per lavori pubblici, rifiuti “da riciclare”, rimorchi pieni di pneumatici, alcuni container che trasportano materiali pericolosi destinati a grandi cantieri in Africa occidentale o alle miniere».

Anche la Prefettura marittima ha confermato che la Grande America era letteralmente stipata di automobili caricate ad Anversa e Amburgo, diretta prima a Casablanca e poi in Senegal, Guinea, proseguendo verso il Brasile, Argentina e Uruguay.

Il pericolo maggiore risiede proprio nei rottami automobilistici, batterie e materiali tossici, plastica e schiume che risaliranno in superficie. Inoltre è altamente probabile che i carburanti delle auto si aggiungano al gasolio della nave.

Che esista un fondato pericolo di disastro da inquinamento è confermato anche dal gruppo Grimaldi che ha installato i suoi esperti per l’emergenza sul luogo del naufragio.

Le operazioni di recupero dei container ancora galleggianti sono coordinate dalla nave Union Lynx di Anchor Handling Supply che sta anche controllando la fuoriuscita di carburante.

E’ prevista anche un’indagine sottomarina svolta dall’imbarcazione Pourquoi Pas equipaggiata con un sistema Rov (Remotely operated vessel), un robot subacqueo che può perlustrare i fondali marini. Fonte: IL DUBBIO

Accordo con gli Emirati, finisce l’esilio dorato per l’ex parlamentare Matacena?

lacnews24.it 18.3.19

Il trattato è stato siglato a Dubai. Sono almeno nove le persone attualmente ricercate. Tra queste anche Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna dell’ex leader di An Gianfranco Fini

L’ex parlamentare Matacena

L’ex parlamentare Matacena

Sono stati sottoscritti a Dubai tra Italia ed Emirati Arabi uniti i trattati di cooperazione giudiziaria in materia di estradizione e mutua assistenza giudiziaria in ambito penale. La partnership considerata “strategica” è stata firmata dall’ambasciatore d’Italia a Dubai, Liborio Stellino, e dal ministro per gli Affari Esteri e la cooperazione internazionale degli Emirati. Il protocollo d’intesa sarà operativo dal 17 aprile prossimo. Si tratta di un importante passo avanti verso il rientro di Amedeo Matacena, Giancarlo Tulliani e altri latitanti italiani negli Emirati.

Potrebbe finire presto l’esilio dell’ex parlamentare Fi

A ottobre il Senato – ricorda l’ansa – aveva dato il via libera definitivo alla ratifica del trattato di collaborazione giudiziaria. La firma odierna consente di passare dalle parole ai fatti. In questi mesi il ministero della Giustizia ha più volte manifestato la propria posizione, per altro in linea con quelle espresse anche dal precedente governo. Ma sul tema non è mancata qualche frizione e quando a gennaio alcuni deputati Pd tacciarono di inerzia l’attuale esecutivo, il sottosegretario Vittorio Ferraresi, che segue il dossier, rispedì le accuse al mittente. Polemiche a parte, ora gli strumenti per ottenere le estradizioni ci sono. Tra i personaggi che potrebbero così vedere finire il proprio esilio dorato, c’è l’ex parlamentare di Forza Italia Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, a Dubai da quasi 5 anni: in cella rimase 15 giorni nell’agosto 2013, dopo i quali fu rimesso in libertà. Poi c’è Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna dell’ex leader di An Gianfranco Fini, imputato per riciclaggio insieme a loro due: la vicenda è quella che ha coinvolto anche il re delle slot Francesco Corallo.

Nove i ricercati

Ma sono almeno nove i ricercati, condannati o rinviati a giudizio per reati come associazione mafiosa, concorso esterno, narcotraffico, riciclaggio e frode fiscale, che si trovano tra Dubai e Abu Dhabi. Uno di loro è il narcotrafficante Raffaele Imperiale, ritenuto vicino al clan camorristico degli Scissionisti, ‘in fuga’ da gennaio 2016: di lui le cronache hanno raccontato che risiedeva al Burj Al Arab, hotel di Dubai da mille e una notte. Anche il suo braccio destro, Gaetano Schettino, è latitante negli Emirati: nel 2016, a Dubai fu arrestato e liberato nel giro di 40 giorni. Profilo diverso, ma destino simile, quello di Giulio Cetti Serbelloni, imprenditore del lusso accusato di una evasione fiscale da 1 miliardo di euro: anche per lui si riapre la porta dell’estradizione.

LEGGI ANCHE: Il Governo chiede agli Emirati l’estradizione di Matacena

Il Senato ratifica il trattato. Matacena vicino all’estradizione?

Pessime notizie per il latitante Matacena. Estradizione in Italia sempre più vicina

Salvini su Matacena: «Parlerò al ministro della Giustizia, farò la guerra a questa gentaglia»

Truffa diamanti, Banco BPM stanzia 318 mln. UNC: Troppo poco, offrano intero importo

19/03/2019 di Alessandra Caparello finanzaonline.com

Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm intervenuto al congresso Assiom Forex 2018 di Verona – Imagoeconomica

13300 reclami inoltrati per una richiesta complessiva di risarcimento pari a 430 milioni di euro. Questi i numeri reso noti da Banco Bpm, per la vicenda diamanti e per cui il gruppo ha annunciato di mettere a disposizione per ristorare la clientela 318,3 milioni.

“Troppo poco!” denuncia l’avv. Valentina Greco, dell’Unione Nazionale Consumatori. “Bpm non accetta, come invece fanno altre banche, di rimborsare l’intero importo pagato dal consumatore, previa, ovviamente, restituzione dei diamanti. Invece, questa possibilità andrebbe sempre offerta al cliente, lasciandogli la facoltà di scegliere tra indennizzo parziale e rimborso integrale” continua il legale dell’associazione. “Inoltre, Bpm offre risarcimenti troppo bassi, che non risultano essere in rapporto alla differenza tra l’effettivo valore del diamante e l’importo pagato dal cliente”.


Carige, attesa per la sentenza della Cassazione su Berneschi che aprirà la partita dei risarcimenti

ilsecoloxix.it 19.3.19

Giovanni Berneschi

Giovanni Berneschi

Genova – È stata rinviata in attesa della Cassazione la causa civile intentata da Carige per danni di immagine e patrimoniali contro l’ex presidente dell’istituto Giovanni Berneschi e l’ex presidente del comparto assicurativo Ferdinando Menconi. Nelle prossime settimane, infatti, dovrà essere fissata l’udienza in Cassazione per la maxi truffa ai danni dell’istituto di credito per cui la corte d’appello di Genova ha già pronunciato la sentenza a 8 anni e 7 mesi a Berneschi, 8 anni e 6 mesi a Menconi.

Carige ha fatto causa civile chiedendo un risarcimento di 138 milioni di euro. Si tratta in primis delle compravendite immobiliari gestite dall’allora comparto assicurativo le cui plusvalenze sono state riciclate in Svizzera. Sotto la gestione Berneschi la banca entrò tra le cinque più importanti in Italia ma venne appesantita da crediti irrecuperabili come i 90 milioni agli industriali della frutta Orsero, le operazioni in perdita con lo Ior, le decine di milioni elargiti all’immobiliarista latitante a Dubai Andrea Nucera, che si è costituito ieri, i prestiti al presidente del Genoa Enrico Preziosi.

L’iniziativa contro Berneschi e Menconi era stata deliberata da una assemblea degli azionisti tenutasi il 28 marzo 2017, con Giuseppe Tesauro presidente e Guido Bastianini amministratore delegato.

Banca Etruria e Banca Marche. Perché la Lega picchia su Bruxelles dopo la decisione della Corte di Giustizia Ue

Gianluca Zappa startmag.it 19.3.19

Ecco le prime reazioni nella maggioranza di governo dopo il provvedimento della Corte di Giustizia Ue e i riflessi postumi su Banca Marche e Banca Etruria

l Tribunale dell’Unione europea ha annullato la decisione della Commissione Ue di bocciare il piano di copertura delle perdite messo in atto dal Fitd (Fondo interbancario di tutela dei depositi), che costituiva condizione essenziale dell’aumento di capitale da parte della Banca Popolare di Bari.

Nel 2015 l’Antitrust Ue giudicò come aiuto di Stato l’intervento del Fidt, il fondo interbancario, ossia un consorzio di banche private, a sostegno di Tercas perché a detta dei funzionari di Bruxelles il fondo interbancario avrebbe agito “per conto dello Stato italiano”, quindi in netto contrasto con le norme Ue sugli aiuti di Stato.

Oggi il giudice Ue ha bocciato quella decisione affermando: “La Commissione non disponeva d’indizi sufficienti per una siffatta affermazione. Al contrario, esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il FITD ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas”. Non è finita, perché il Tribunale sottolinea che l’autorizzazione di Banca d’Italia all’intervento del FITD a favore di Tercas non costituisce un indizio che consenta d’imputare la misura di cui trattasi allo Stato italiano.

La Corte Ue ha in sostanza smontato per l’impianto della Commissione Ue nel caso Tercas, salvata dalla Popolare di Bari grazie al sostegno del Fondo. Ma il suo impatto è dirompente soprattutto per le quattro banche (Etruria, Chieti, Ferrara e Marche) mandate in risoluzione con l’applicazione delle norme sul burden sharing per evitare gli effetti ancora più nefasti dell’entrata in vigore della direttiva Ue sul bail-in (BRRD) dal gennaio successivo.

La decisione di Bruxelles arrivò quando i colloqui tra banche, autorità e Fondo interbancario erano ormai a uno stadio già avanzato. Si stava lavorando su uno stanziamento di circa due miliardi per evitare il collasso dei risparmi dei quattro istituti.

Il veto di Bruxelles mandò a carte quarant’otto i piani delle banche e del Tesoro. Ora la Corte Ue dice di fatto che il divieto posto da Bruxelles, “da cui deriva l’ingente distruzione di ricchezza e di fiducia dei risparmiatori italiani, non era legittimo”, sottolineano diversi osservatori come ad esempio l’economista della Lega, Claudio Borghi.

Ecco alcuni suoi tweet odierni:Visualizza l’immagine su Twitter

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Claudio Borghi A.@borghi_claudio

Le conseguenze di questa sentenza sono devastanti. In pratica tutti gli interventi sulle banche fatti dal governo precedente sono stati viziati da un’illegittima dichiarazione di aiuto di Stato. Padoan invece di fregarsene si adeguò e adesso la Germania potrà fare i comodi suoi.35112:37 – 19 mar 2019313 utenti ne stanno parlandoInformazioni e privacy per gli annunci di TwitterVisualizza l’immagine su Twitter

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Claudio Borghi A.@borghi_claudio

Risolto il problema dei rimborsi ai risparmiatori. Dopo la sentenza di oggi se c’è rimasto un minimo di dignità a Bruxelles pagherà la Commissione Europea.18613:00 – 19 mar 2019127 utenti ne stanno parlando

“Il Salone del libro era a rischio”, Fassino interrogato in Procura

lospiffero.com 19.3.19

L’ex sindaco sentito nuovamente dai pm dopo la chiusura delle indagini. È indagato per tre episodi di turbativa d’asta. “Agito in modo trasparente e legittimo nell’esclusivo interesse della città e della manifestazione”

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“Garantire il pieno e regolare svolgimento del Salone del libro” per evitare rischi e danni a Torino. Questo è l’obiettivo che l’ex sindaco Piero Fassino si era posto e ha ribadito questa mattina nel corso di un nuovo interrogatorio alla procura nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione della fiera dell’editoria dove compare fra i 29 indagati. Fassino è stato ascoltato su sua richiesta dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini.

“Su mia richiesta sono stato ascoltato dal procuratore aggiunto Gabetta e dal sostituto procuratore Colace. Ho ribadito che obiettivo dei miei atti è stato sempre e unicamente garantire il pieno e regolare svolgimento del Salone del libro, evitando ogni evento che lo potesse mettere a rischio, fatto che avrebbe determinato un grave danno per la città”, ha Fassino uscendo da Palazzo di giustizia accompagnato dal suo avvocato, il professor Carlo Federico Grosso. Secondo il politico torinese oggi deputato Pd, indagato per tre episodi di turbativa d’asta. “Stante le difficili condizioni finanziarie della Fondazione del libro, quell’obiettivo era tutt’altro che scontato e non sarebbe stato conseguito senza le azioni straordinarie messe in essere dalla Fondazione e dai suoi soci. Ho perciò offerto alla Procura gli elementi che provano come ogni mio atto funzionale alla salvezza del Salone sia stato compiuto in modo trasparente e legittimo, attenendomi sempre a due criteri: rispetto delle prerogative della Fondazione e dei suoi amministratori; rispetto delle leggi vigenti aderendo in ogni passaggio alle indicazioni dei consulenti legali”.

Nel mirino degli inquirenti è il passaggio relativo alla “Predisposizione del bando per il triennio 2016-2018”: si parla di ipotesi di “collusioni o altri mezzi fraudolenti (che) turbavano la Gara per la concessione dell’organizzazione del Salone Internazionale del Libro di Torino per l’anno 2016” al fine di assegnare la gestione a Gl Events, “in particolare stipulando in data 30.3.2015 il contratto triennale di locazione delle strutture espositive del Lingotto Fiere per gli anni 2016-2017-2018 al canone di locazione annuo di euro 1,160.000 e concordando l’inserimento nel successivo bando di gara di una serie di ulteriori clausole” che rendevano de facto impraticabile la partecipazione al bando per qualsiasi altra società esterna.

Poco chiaro è anche il capitolo “Bando per nuovi soci e sponsor”: secondo il documento di conclusione delle indagini, Michele Coppola, l’ex assessore coinvolto nella sua attuale funzione di dirigente di Intesa Sanpaolo, Fassino, e gli avvocati della predisposizione delle procedure, Claudio Piacentini e Andrea Lanciani “con collusioni o altri mezzi fraudolenti turbavano la procedura per l’individuazione del socio fondatore/sponsor della Fondazione per il libro, la musica e la cultura indetto con avviso pubblico di ricerca di mercato per la scelta di operatori economici che intendessero assumere la qualifica di Socio Fondatore della Fondazione in data 15.3.2016 e la procedura indetta con avviso pubblico di ricerca di mercato per la scelta di operatori economici che intendessero diventare sponsor finanziari dell’edizione 2016 del Salone del Libro in data 23.3.2016”. In particolare, “dopo avere Piero Rodolfo Fassino, Sindaco di Torino, avviato trattative private volte a determinare l’ingresso di Intesa San Paolo quale socio della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, sfociate in una bozza di convenzione in cui venivano fissate le condizioni economiche, di visione strategica e di governance e veniva riconosciuto ad Intesa San paolo una posizione di sponsor esclusivo della fondazione, essendosi reso necessario per garantire tale posizione il ricorso ad una gara ad evidenza pubblica, Fassino, Milella alla presenza di Coppola davano incarico agli Avv. Lanciani e Piacentini di predisporre due bandi di gara (avviso pubblico di ricerca di mercato per la scelta di operatori economici che intendessero assumere la qualifica di Socio Fondatore della Fondazione in data 15.3.2016 e avviso pubblico di ricerca di mercato per la scelta di operatori economici che intendessero diventare Sponsor finanziari dell’edizione 2016 del Salone del Libro in data 23.3.2016) che, di fatto, recepivano gli accordi già avvenuti tra Intesa San Paolo e Fondazione ed escludevano altri soggetti potenzialmente interessati”.

Chiude l’elenco delle fattispecie di reato la sezione “Falsi bilanci 2010-2015” che pone numerosi interrogativi  sulla gestione economico-finanziaria del Salone del Libro, soprattutto per la parte relativa il valore del marchio e i “trucchi” per mettere così in ordine i conti del Salone. L’ex patron Rolando Picchioni, i revisori dei conti e il titolare della società di advisor che stima nel 2009 in 1 milione e 800 mila euro il valore del marchio sono indagati dato che, secondo la Procura, la cifra è fallace e lo testimoniano le perizie successive del 2015 (studio Jacobacci, tra 108 e 215 mila euro) e del 2018 (liquidatore Gili, sui 350 mila euro).

Banche: Deutsche Bank fa cassa per la fusione (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Fusione a catena. L’unione con Commerzbank potrebbe spingere Deutsche a vendere Dws, l’asset manager controllato al 78% dalla banca tedesca. La società da 662 miliardi di patrimonio gestito avrebbe attirato l’interesse di Allianz che già ne gestisce 505. Così, in un sol colpo, la Germania si troverebbe ad avere due campioni nazionali, uno nel settore bancario, l’altro nell’asset management. 

Per il momento è solo una voce, si legge su MF, ma è stata sufficiente a far registrare a Dws il maggior rialzo (9,3%) della sua pur breve storia borsistica (Deutsche l’ha quotata un anno fa raccogliendo 2 miliardi). Per Deutsche la scelta di vendere un pezzo tanto pregiato non sarebbe indolore, ma potrebbe rendersi indispensabile per portare a termine la fusione con Commerz. 

Le stime sui fondi necessari a realizzare l’operazione variano: secondo Autonomus potrebbero servire 3 miliardi, secondo Dz Bank 8, per Bank of America addirittura 16. Ai valori attuali di mercato il 78% di Dws vale quasi 5 miliardi e la cessione consentirebbe a Deutsche di finanziare il matrimonio con Commerz, almeno in parte. È probabile poi che l’operazione Dws-Allianz incontri anche il favore del governo tedesco per due motivi. Da un lato la creazione di un colosso tedesco dell’asset management da 1.170 miliardi di asset gestiti si sposerebbe con i piani del ministro delle Finanze, Olaf Scholz. Il ritrovato interventismo economico di Berlino rende peraltro poco probabile che Dws, la società che gestisce i risparmi dei tedeschi, possa finire in mani straniere (si è parlato di un interesse dei francesi di Amundi, di Ubs e di Morgan Stanley). Dall’altro, dovrebbe permettere di ridurre le risorse pubbliche necessarie a celebrare le nozze fra le prime banche di Germania. La conferma delle trattative per la fusione, arrivata nel fine settimana dai board dei due istituti, ha sollevato polemiche politiche e dubbi sul mercato riguardo al ruolo nell’operazione dello Stato (tuttora azionista al 15% di Commerbank). In altri termini, che peso avrà Berlino nel colosso risultante dalla fusione e per quanto tempo? Non a caso ieri Hans Michelbach, vicepresidente al Bundestag della Csu (l’anima bavarese della coalizione al potere), ha esortato il governo a vendere la quota in Commerzbank prima del deal. «Non abbiamo bisogno di una banca di Stato tedesca», ha ammonito Michelbach. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 19, 2019 03:42 ET (07:42 GMT)

Ubi B.: pronto il board per il risiko (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo tre mesi di lavoro i grandi soci di Ubi Banca hanno trovato l’accordo sul nuovo vertice dell’istituto lombardo, che sarà nominato dall’assemblea del 12 aprile passando dal sistema duale a quello monistico. Una trasformazione tutt’altro che semplice per il gruppo guidato da Victor Massiah, che ha dovuto fare i conti con una drastica riduzione dei posti disponibili e con le nuove, stringenti regole della Bce per il fit & proper. Alla fine però nel corso del weekend il patto di consultazione (composto dal bresciano sindacato Azionisti Ubi Banca , dal bergamasco Patto dei Mille e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo) ha presentato una rosa di 15 nomi da cui saranno con tutta probabilità estratti 12 consiglieri. 

Gli altri, scrive MF, saranno espressione delle minoranze e a ore è attesa la formazione di Assogestioni, che, secondo indiscrezioni, potrebbe confermare due consiglieri su tre. Con l’uscita del notaio Armando Santus, Bergamo avrà tre rappresentanti (Osvaldo Ranica, Alberto Carrara e Paolo Bordogna), Cuneo potrà contare sul fidato Ferruccio Dardanello, mentre Brescia esprimerà Pietro Gussalli Beretta, Letizia Bellini Cavalletti, Silvia Fidanza e Alessandro Masetti Zannini. Alla presidenza, dopo un mandato alla guida del consiglio di gestione, andrà Letizia Moratti, finora apprezzata sia da Massiah che dal management della banca per la determinazione mostrata nell’attività amministrativa. Al suo fianco arriverà Roberto Nicastro, che, dopo una lunga carriera in Unicredit , dove arrivò al grado di direttore generale, è ora senior advisor per l’Europa di Cerberus Capital. Il banchiere trentino ha avuto modo di conoscere il top management di Ubi nel corso della trattativa per le tre good bank che il gruppo lombardo ha acquistato nel 2017. Nel ruolo di vicepresidente Nicastro potrebbe dare un contributo prezioso alla strategia del gruppo soprattutto sul fronte dell’innovazione e degli investimenti tecnologici. 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 19, 2019 03:39 ET (07:39 GMT)

Calcio: in attesa della Samp Vialli entra nella Sunrise Sports (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Secondo indiscrezioni, l’ex bomber della Sampdoria e della Nazionale Gianluca Vialli potrebbe presto rientrare nel club blucerchiato dalla porta principale, affiancando il fondo statunitense York Capital Management nell’operazione di acquisizione della società genovese, ora di proprietà di Massimo Ferrero. 

Quel che è certo è che Vialli è recentemente entrato in un’altra società. Secondo i documenti raccolti da MF-Milano Finanza, infatti, l’ex calciatore della Juventus a fine febbraio è entrato nel consiglio di amministrazione di Sunrise Sports Limited, una società basata a Londra con legami ad Hong Kong. Difficile dire se l’ingresso nel board abbia a che fare con la possibile operazione sulla Sampdoria, perché al momento Sunrise Sports Limited è praticamente una scatola pressoché vuota. E potrebbe anche essere utilizzata appunto per un’operazione straordinaria, quale un’acquisizione. 

Bisogna ricordare che, secondo la stampa genovese e quella sportiva, la York Capital ha già avuto numerosi contatti con la proprietà del club blucerchiato, compresi alcuni veri e propri incontri per valutare la fattibilità dell’operazione. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 19, 2019 03:25 ET (07:25 GMT)

Simoitel, niente linea a chi non paga bollette/ Arriva la lista dei morosi telefonici

Simoitel, debutta oggi la lista dei morosi telefonici: niente linea a chi non paga bollette. Ecco cosa cambia…

18.03.2019 – Silvana Palazzo ilsussidiario.net

Uno smartphone Apple
Smartphone (LaPresse, 2019)

Chi non paga le bollette rischia di finire nella lista dei cattivi pagatori e quindi di non poter sottoscrivere nuovi contratti. Il nuovo sistema è entrato in funzione oggi destando la preoccupazione di quei clienti che passando da un operatore all’altro lasciano dietro di loro bollette insolute. A tutti loro arriverà una lettera di preavviso da parte della compagnia telefonica per avvisare che hanno 30 giorni di tempo per saldare il debito, altrimenti verranno inseriti in una black list. Si tratta di un meccanismo simile a quello della centrale rischi dei cattivi pagatori delle rate di mutui e prestiti che, una volta iscritti nei Sistemi di informazioni creditizie (Sic), restano esclusi fino a 5 anni dal sistema bancario e finanziario. Da oggi debutta quindi il Simoitel, che è uno strumento di contrasto alle morosità intenzionali gravi, quindi non a qualsiasi insoluto. «Il provvedimento risponde a un’esigenza delle compagnie di fronteggiare il fenomeno di coloro che si sottraggono intenzionalmente dal pagare quanto dovuto nel passaggio da un operatore all’altro», spiega l’Asstel, associazione di rappresentanza della filiera delle Tlc, come riportato dal Fatto Quotidiano.

SIMOITEL, NIENTE LINEA A CHI NON PAGA BOLLETTE

Quello delle bollette insolute è un enorme problema economico per le compagnie telefoniche. Per questo d’ora in poi scatta la schedatura nel Simoitel, che renderà impossibile ottenere la sottoscrizione di un nuovo abbonamento per la nuova linea fissa o mobile. Il Garante della Privacy già nell’ottobre 2015 aveva dato il consenso alla creazione del registro dei morosi, impostando dei paletti stringenti per gestire la mole delle informazioni e impedire che nella banca dati possono finire anche i clienti che non pagano le bollette a causa di difficoltà economiche momentanee o per ritardi occasionali. L’inserimento avviene solo nel contemporaneo verificarsi di alcune precise condizioni. Se i clienti finissero nella lista non si ritroveranno in un girone infernale, perché pagando si ottiene il via libera per riconquistare lo status di buon pagatore. Inoltre, le informazioni sui pagamenti non regolarizzati resteranno conservate solo per 36 mesi per poi essere cancellate automaticamente. Se si salda il debito, bisogna inviare una comunicazione al gestore telefonico che comunicherà l’informazione a Crif che, dopo 7 giorni, procederà a cancellare il nominativo. Ai clienti iscritti alla lista dei cattivi pagatori resta la possibilità di richiedere una prepagata.

Petrolio,guerre e amnesie, Mattei l’antiamericano

forzadellaverita.wordpress.com 15.3.19

Enrico Mattei ingegno

La politica dal volto umano del presidente dell’Eni
Sono tempi di paura, incertezze, sgomento, incredulità, rabbia.

Sono tempi in cui la memoria dovrebbe prendere il sopravvento sulle amnesie.
1962, anno dei boom economici (per alcuni), dei Beatles, della seicento, dei jukebox ma anche di Cuba, della Baia dei Porci, del rischio di una terza guerra mondiale terribile.
L’atomica aveva causato già i suoi orrori (Hiroshima, Nagasaki.. per mano di chi? Di qualche folle dittatore? O dalla decisione di governi così detti democratici?) Quando il pericolo fu evitato, i più, forse, non se n’erano nemmeno resi conto o non ne furono adeguatamente o sufficientemente informati, forse.
1962, muore Enrico Mattei in un drammatico incidente aereo, un nome, forse, estraneo alle nuove generazioni. Dimenticato, forse, volutamente dalle vecchie generazioni o accantonato dalle imperdonabili amnesie.
Francesco Rosi, regista, nel 1972 realizza un film – dossier “Il caso Mattei”, qualche anno prima incarica Mauro De Mauro, giornalista di un quotidiano palermitano, di ricostruire gli ultimi due giorni trascorsi da Mattei in Sicilia.

Ma chi era Mattei?
Il protagonista: Mattei è il presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi).
Contesti e soggetti: l’Italia, gli americani e le sette sorelle (grandi compagnie petrolifere), i paesi del Medio Oriente e poi il protagonista dei protagonisti “il petrolio”.
Mattei, che tutti chiamano l’Ingegnere, si è prefisso un obiettivo: lo sviluppo del Paese che considera di forti potenzialità; ostacolare il monopolio americano sui pozzi petroliferi in Africa dove gli indigeni vivono in povertà e muoiono di fame, subendo un arrogante sfruttamento e colonizzazione occidentale. Il film di Rosi, che ho avuto il piacere di rivedere dopo trent’anni su Streem, è la memoria di un fatto archiviato fra i così detti misteri di casa nostra.
Rispettato, temuto, minacciato più volte di morte, Mattei è deciso a combattere i “quattro miliardari” che decidono come muovere i fili legati alla sorte di miliardi e miliardi di esseri umani. Li definisce proprio così “quattro miliardari” prepotenti: mi ha sbalordito sentire la sua definizione, riportata magistralmente dall’interpretazione di Gian Maria Volontè, perché sono gli stessi “quattro ometti” citati più volte dalla sottoscritta in precedenti opinioni inviate al giornale molti anni più tardi. Dal 1962 ad oggi sono trascorsi più di quarant’anni, dal film-dossier di Rosi una decina in meno ma ciò che dice Mattei ad un giornalista che lo accompagna fra i pozzi petroliferi africani sembrano parole pronunciate appena, appena pochi giorni fa, più o meno dice così: “Se non sarò io a fermarli (gli alleati d’oltre oceano, dei quali, credo, nessuno ha dimenticato o rinnega l’aiuto nell’ultima guerra, anche se ampiamente compensato, ma ciò non vuol dire divenirne i vassalli e condividere sempre e comunque metodi, comportamenti, regole, criteri) saranno i popoli che camminano su queste terre nel cui ventre scorre l’80% del petrolio mondiale.
“Mattei non impone lo sfruttamento delle risorse, come fanno gli americani, ma applica la politica del fifty-fifty. Ai governanti dell’Iran e dell’Egitto, ad esempio, formula questa proposta: l’Eni si sobbarca tutte le spese per la ricerca petrolifera. Se il petrolio non c’è, voi non ci rimettete nulla. Se invece c’è, il paese produttore diventa socio al 50% dell’Eni, dopo aver pagato la metà del costo di sviluppo del giacimento e aver rimborsato le spese iniziali. In più, al paese produttore, va un altro 50%, cioè la differenza tra costo materiale e il prezzo di vendita del greggio. Ovvio che di fronte a questa ardita proposta i paesi arabi, ricchissimi di petrolio, vedono Mattei come un amico, preferendo trattare con lui piuttosto che con altri”.

Quando si scopre il metano nel sottosuolo siciliano, oltre che in quello della Lombardia, Mattei si reca nell’isola ed esorta la gente a far ritornare i propri cari emigrati poiché, da lì a poco, ci sarebbe stato lavoro e sviluppo. Sicuramente l’Ingegnere Mattei amava l’Italia e amava gli italiani, soprattutto amava l’umanità, non a caso uno dei suoi pensieri era di contribuire allo sviluppo dei popoli produttori del così detto “oro nero”, ostacolando la politica (anche italiana) che permetteva benefici solo per i paesi consumatori del petrolio, che, come lui sosteneva, era la causa di tutte le rivoluzioni, guerre, colpi di stato e soprattutto fame e morte per miliardi e miliardi di esseri umani.
Mattei muore, forse, in un incidente. Mauro De Mauro scompare misteriosamente. C’è chi afferma che, forse, è stato ammazzato per il caso Mattei. L’aeroplano, un Morane Saulnier, che avrebbe dovuto riportare l’ingegnere a Milano e da lì a pochi giorni in Algeria per firmare un accordo sulla produzione petrolio scomodo per le “sette sorelle”, si schianta nei cieli della Val Padana e c’è chi dice che è stato sabotato.
2003. Sono tempi in cui soffiano venti di guerra, c’è chi dice che a causarli è il protagonista dei protagonisti “il petrolio” e la prepotenza, mai sopita, di chi ancora crede di poter egemonicamente governare il mondo. Il pensiero e la volontà di Mattei e di uomini come lui, forse, avrebbero ostacolato o cercato di evitare i risultati di questo presente tormentato dagli orrori e dallo stesso pericolo, forse ancor più pericoloso, in cui tutto il mondo fu minacciato nel lontano 1962: la guerra. Saremo capaci di evitarlo per una volta ancora? Sapremo sconfiggere le cause ed i misteri che tormentano gli italiani e l’umanità? Forse.

Certamente l’Italia, come altri paesi, ha avuto i suoi martiri e forse ancora ne avrà. Personalità eccezionali la cui memoria dovrebbe prendere il sopravvento su pericolose amnesie, troppe amnesie. C’è qualcuno in Italia e nel mondo che si ricorda dell’Ingegnere Enrico Mattei? Forse.
Non saranno i troppi “forse” ad aver determinato l’abisso in cui è sprofondato il mondo intero?
Nel lontano 1962, in Sicilia, nel constatare l’accoglienza di grande affetto, rivolta al presidente dell’Eni, il giornalista inglese William Mc Hale che lo accompagnò, poi, nel suo ultimo viaggio, affermò: “Lei, presidente, è molto amato dalla gente…”, “sì”, rispose Mattei, “dalla povera gente si…”.
Enrico Mattei, definito dalla stampa dell’epoca, l’uomo più potente d’Italia dopo Giulio Cesare, muore il 28 ottobre 1962, schiacciato dalla colpa d’aver cercato di contribuire alla costruzione di un mondo più giusto per tutti e nella convinzione che ciò è possibile. Se non in termini assoluti, quanto meno, cercando di avvicinarsi il più possibile eliminando gli orrori, bandendo le arroganze e le prepotenze, senza né-né- o nì-nì, ma con un No fermo, deciso, intelligente, umano. Un criterio, oggi come allora, definito “infantile e utopistico” (Merlo – Corriere della Sera del 3 febbraio u.s.). C’è chi continua, invece, a “giocare” con uno strumento demenziale quanto folle, ritenendolo inevitabile, e preventivo. Uomini come Mattei non hanno avuto niente d’infantile ma sono stati grandi uomini rimanendo “bambini” dopo aver conosciuto l’arroganza dei “grandi” che offende, insulta, mortifica e distrugge il vero significato di definirsi uomini.

a cura di Anna Prato

Imane Fadil, terza morte sul caso Ruby. Evocò il satanismo

libreidee.org 19.3.19

È morta Imane Fadil, giovane modella e testimone-chiave nei processi Ruby, che vedono Berlusconi tra gli imputati. Trentatreenne, marocchina, era stata la prima a far aprire il caso nel 2011, e poche settimane fa aveva chiesto di costituirsi parte civile al processo Ruby ter. Ma il 29 gennaio è stata ricoverata in ospedale, dove è morta il 1° marzo dopo un mese di agonia. «Prima di morire – scrive Stefania Nicoletti, sul blog “Petali di Loto” – ha telefonato al fratello e all’avvocato, dicendo loro di essere stata avvelenata». Dall’esito dell’esame tossicologico è emersa la morte per avvelenamento (da metalli, probabilmente). Secondo Gianfranco Carpeoro, avvocato e saggista, quella delle “sostanze radioattive” rintracciate nel corpo della ragazza sarebbe una voce solo giornalistica: la stranezza, semmai – dice Carpeoro – sta nel fatto che Imane Fadil avrebbe agonizzato per un mese, senza diagnosi né cure, in un centro sanitario di assoluta eccellenza come l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, a Milano Sud. Quella di Imane Fadil, osserva Stefania Nicoletti, è la terza strana morte collegata al caso Ruby, dopo quelle di Egidio Verzini, ex legale di “Ruby Rubacuori”, e del giornalista Emilio Randacio, che si stava occupando del caso. Altro dettaglio: la ragazza stava per pubblicare, in un libro, la sua versione – decisamente horror – sulle famose “notti di Arcore”. 

Impossibile, scrive Stefania Nicoletti, non richiamare alla memoria l’intervista che la Fadil aveva rilasciato l’anno scorso al “Fatto Quotidiano”. «Parlò di una sorta di “setta satanica” che praticava riti». Ovvero, fatti molto più gravi di qualche cena a Imane Fadilsfondo sessuale. Facile screditarla, la ragazza, anche perché aveva detto di essere “una sensitiva” e di aver “sentito e visto presenze ed entità negative e malefiche”. «Quando uscì quell’articolo, molti commentarono che non era credibile, che queste cose non esistono, che lei era solo una in cerca di visibilità, eccetera. Ma chi dice questo – obietta Stefania Nicoletti – non sa che queste organizzazioni esoteriche ai piani alti del potere esistono eccome, e che parlarne pubblicamente non ti dà fama, anzi: ti espone a dei rischi notevoli». Infatti, continua Stefania Nicoletti, «leggendo quell’intervista pensai che la ragazza rischiava di essere fatta fuori: anche perché annunciò che stava scrivendo un libro su tutta la vicenda, dove avrebbe raccontato tutto questo e molto di più». Un libro che a quanto pare stava ormai finendo di scrivere, prima di morire avvelenata.

Raccontò la ragazza, nell’intervista pubblicata dal “Fatto” il 24 aprile 2018: «La cosa non si limita a un uomo potente che aveva delle ragazze: c’è molto di più in questa storia, cose molto più gravi». Un’accusa esplicita: satanismo. «Questo signore – disse Imane di Berlusconi – fa parte di una setta che invoca il demonio». Ammise: «Sì, lo so che sto dicendo una cosa forte, ma è così. E non lo so solo io, lo sanno tanti altri». Una sorta di setta, dunque, «fatta di sole donne». Tante: «Decine e decine di femmine complici». In quella saletta «dove si faceva il Bunga Bunga», racconta Imane, «c’era uno stanzino con degli abiti, tutti uguali, come delle tuniche, circa venti o trenta: a cosa servivano?». Poi, continua la ragazza, «c’era un’altra stanzetta sotterranea con una piscina, con a fianco un’altra saletta, totalmente buia, senza nessuna luce». Una piscina sotterranea e una stanza senza luci: perché? Aggiunge Imane: «Ho visto presenze strane, sinistre. Io sono sensitiva fin da bambina: da parte di L'avvocato Egidio Verzinimio padre discendo da una persona che è stata santificata». Insiste Imane, parlando con Luca Sommi del “Fatto”: «Le dico che in quella casa ci sono presenze inquietanti. Là dentro c’è il Male, io l’ho visto, c’è Lucifero».

Da parte sua, Carpeoro – che non crede all’esistenza del demonio, anche se non si nasconde la realtà del satanismo – ritiene che quelle dell’allora giovanissima Imane Fadil fossero essenzialmente suggestioni. Il che non migliora il giudizio su Berlusconi, che allora era primo ministro. Le notti brave di Arcore? «Non credo che abbia commesso reati – dice Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights” – ma a me non piace un premier che si comporta in quel modo: come la prenderebbe, Berlusconi, se a partecipare a feste di quel tipo fossero le sue figlie?». Stefania Nicoletti, intanto, sottolinea la presenza delle altre due morti «inquietanti e anomale», legate al caso in questione. Verzini, ex avvocato di “Ruby”, il 4 dicembre 2018 aveva dichiarato pubblicamente che Berlusconi avrebbe versato 5 milioni di euro alla sua assistita. «Il giorno dopo è morto, tramite eutanasia, in una clinica svizzera». Randacio invece si stava occupando del caso, seguendo il processo, ed è morto improvvisamente il 13 febbraio per un “malore” (forse un infarto), «ma pare che i risultati dell’autopsia non siano mai stati comunicati». Insomma: Egidio Verzini, Emilio Randacio, Imane Fadil: «Tre morti strane nell’arco di tre mesi, e tutte legate al processo Ruby. Un po’ troppe per essere un caso».