JP Morgan sostituisce College Visite con giochi online per reclutare aspiranti banchieri

zerohedge.com 21.3.19

JP Morgan sta ora utilizzando i giochi basati sulla scienza comportamentale online nel suo tentativo di reclutare studenti universitari che aspirano a lavorare per il gigante bancario, secondo un nuovo articolo di Bloomberg .

A partire da quest’anno, la banca utilizzerà i giochi, anziché il reclutamento nel campus e le tradizionali visite ai campus universitari, per valutare e misurare l’interesse e l’acume degli studenti universitari che cercano di candidarsi per un lavoro presso la banca. I giochi saranno in aggiunta alle interviste video che la banca ha iniziato a utilizzare negli ultimi anni.



La banca sta collaborando con la società Pymetrics, una società di noleggio di intelligenza artificiale, sui giochi. Probabilmente aiuterà JP Morgan a ridurre i costi di reclutamento consentendo al contempo di “connettersi con più studenti” – che è, ovviamente, un modo piacevole per dire “setacciare più potenziali candidati riducendo al minimo il capitale umano e le risorse necessarie”.

Ovviamente, questo non è il modo in cui la banca lo ha posizionato alle università:

JP Morgan ha scritto in una lettera ai college che il nuovo sistema aiuterà “a fornire maggiore coerenza ed equità per tutti coloro che hanno fatto domanda”.

Il capo del reclutamento nel campus di JP Morgan, Matt Mitrok, ha dichiarato:

“I giochi hanno dimostrato di essere molto precisi nel misurare un’ampia gamma di caratteristiche sociali, cognitive e comportamentali rilevanti – cose come l’attenzione, la memoria e l’altruismo”.

Ricordiamo, di recente, abbiamo appena evidenziato Rebecca Kantar, un’escursione di Harvard di 27 anni che, sulla scia del più grande scandalo di ammissioni al college, si è concentrata sui giochi come mezzo per detronizzare gli esami di ammissione all’università come i SAT e ACT .

La compagnia di Kantar ha sviluppato valutazioni digitali che assomigliano ai videogiochi. Mettono gli utenti in ambienti simulati e li presentano con una serie di compiti, mentre acquisiscono il processo decisionale che gli utenti impiegano per completarli. E poiché ogni simulazione è unica, i test sono “cheatproof”. 

In quell’articolo, abbiamo notato che i suoi giochi stavano prendendo piede con i datori di lavoro, che li distribuivano per il reclutamento e gli scopi del colloquio:

I suoi test vengono anche utilizzati per assumere potenziali dipendenti. Hanno collaborato con aziende come la McKinsey per creare test basati sul gioco che misurano il “processo decisionale, l’adattabilità e il pensiero critico dei potenziali impiegati”. McKinsey afferma che raddoppieranno il numero di candidati che prenderanno la valutazione Imbellus entro la fine del 2019.

Fermare le “lavatrici”: la nuova frontiera antimafia

Di Lorenzo Frigerio* valori.it 21.3.19

L’esperienza delle Giornate della Memoria di Libera insegna: la lotta alle mafie passa sempre più per le attività antiriciclaggio e il controllo in aree nuove

È servito che tornasse il 21 marzo a ricordarci che l’impegno per la verità e la giustizia nel nostro Paese, nella difficile battaglia contro le mafie e la corruzione, non può e non deve essere delegato a qualcuno, né tanto meno essere relegato ad una singola data.

Il primo giorno di Primavera è infatti anche la “Giornata della memoria e dell’impegno”. Appuntamento ormai storico (la prima fu celebrata al Campidoglio, a Roma, nel 1996) e recentemente istituzionalizzata grazie ad una legge dello Stato, ma richiesta per anni da Libera e dai familiari delle vittime innocenti delle mafie.

Le celebrazioni della 1a Giornata contro le Mafie di Libera fu celebrata in Campidoglio il 21 marzo 1996. A sinistra, l'allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli. A destra, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Le celebrazioni della 1a Giornata contro le Mafie di Libera fu celebrata in Campidoglio il 21 marzo 1996. A destra, in piedi, l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli. A sinistra, si riconosce il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Un giorno che acquista il sapore più autentico, se è intessuta nella fitta maglia dei progetti educativi nelle scuole e nelle università, dei percorsi di animazione sociale e culturale in ogni angolo d’Italia, dalle pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie che Libera promuove ogni giorno dell’anno, instancabilmente.

Il documentario della 20a Giornata contro le Mafie (2016)

Da lutto privato a memoria collettiva

Solo così darsi appuntamento per fare memoria delle vittime della violenza mafiosa, insieme ai loro familiari che continuano a chiedere di sapere perché i loro cari sono stati uccisi, assume un significato profondo. Se si pensa che in circa l’80% dei casi fin qui registrati – sono un migliaio i nomi che vengono letti il 21 marzo e l’elenco si allunga purtroppo ogni anno – non è dato loro di conoscere la veritàsulla tragica fine dei loro congiunti, c’è da chiedersi quale democrazia mai può essere quella incapace di trovare mandanti ed esecutori di efferati delitti e stragi destabilizzanti.

Quest’anno nel percorso d’avvicinamento al 21 marzo, donne e uomini provenienti da ogni parte d’Italia, accomunati dall’avere un congiunto ucciso dalle mafie, si sono dati appuntamento a Venezia agli inizi di marzo, per tre giornate di lavoro, intitolate significativamente “Memoria tra testimonianza e racconto”.

«Per noi è fondamentale che la memoria sia una memoria viva» ha spiegato Daniela Marcone, che nell’ufficio di presidenza di Libera ha la delega per seguire il settore memoria e che è familiare di vittima – il padre Francesco, dirigente dell’Ufficio del Registro di Foggia, fu ucciso il 31 marzo 1995. «La questione centrale è trasformare il lutto privato in impegno civile. Per noi è fondamentale che la memoria sia una memoria viva. Oltre alla necessità di curare il ricordo delle singole vittime, vogliamo essere protagonisti nella costruzione, mattone dopo mattone, di una memoria collettiva che sia intrisa dei valori fondanti la democrazia».

Il salto di qualità necessario

Nella costruzione di questa rinnovata memoria collettiva l’apporto dei familiari è fondamentale, ma poi serve un salto di qualità nella presa di coscienza collettiva dei diversi problemi che mafie e corruzione innescano, con il loro pervasivo intreccio, a contatto con i differenti territori. Quello che è successo nel percorso d’avvicinamento a Padova, che ospita la tappa nazionale del 21 marzo, è stato paradigmatico.

Nei mesi precedenti il 21 marzo, Libera ha dato vita a numerose iniziative nell’area del Triveneto. Ai primi di febbraio, è stata convocata appositamente a Trieste una sessione straordinaria di “Contromafiecorruzione”, affinché proprio con l’aiuto di studiosi e giornalistimagistrati ed rappresentanti delle forze dell’ordine, esponenti delle professioni e dell’associazionismo, fosse focalizzata la presenza delle mafie e della corruzione nelle regioni del Nord-Est e ne fossero disvelati tutti i suoi pericolosi contorni: dal commercio di droga alle ecomafie, dal riciclaggio di denaro sporco alle infiltrazioni negli appalti, dal traffico di esseri umani alle pratiche di corruttela.

Nord-Est: un’immensa lavatrice

L’immagine complessiva che è uscita da questo lavoro di approfondimento non è affatto rassicurante: un pezzo importante del nostro Paese – il Nord-Est appunto – ha smesso da tempo il ruolo di area trainante l’economia del sistema Italia, per diventare una complessa “lavatrice” di proventi illeciti e neri. L’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia certifica che l’8,6% delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (723 riguardanti la criminalità organizzata, 3.113 i reati spia, per un totale di 3.836) riguarda le tre regioni del nord est e si tratta di un dato sottostimato, in particolare per il Veneto.

Numero di segnalazioni per operazioni sospette ricevute per 100mila abitanti per provincia. FONTE: Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. Quaderni dell'antiriciclaggio - Collana Dati statistici I-2018.
Numero di segnalazioni per operazioni sospette ricevute per 100mila abitanti per provincia. FONTE: Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. Quaderni dell’antiriciclaggio – Collana Dati statistici I-2018.

Anche il dato delle ricchezze tolte alle mafie è in aumento: ai 161 beni già destinati, si aggiungono i 268 ancora in gestione all’ANBSC, cioè l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, e dopo le recentissime operazioni della Guardia di Finanza e dei Carabinieri tra Friuli Venezia Giulia e Veneto si registrerà senz’altro un incremento nel monte complessivo dei beni confiscati in questa zona.

Da infiltrazioni sporadiche a presenza stabile

Il business principale delle mafie, passate da un’infiltrazione sporadica in anni lontani ad una stabile presenza oggi ampiamente certificata, resta quello riguardante il traffico di sostanze stupefacenti. Tutti gli indicatori (denunce, arresti, sequestri di droga) sono in crescita e si attestano sul 9% del totale nazionale, ma sono in continuo divenire: negli ultimi due anni, oltre alla costante attività di repressione in Veneto, si è rafforzato il contrasto tanto in Friuli Venezia Giulia che in Trentino Alto Adige, con incremento delle sostanze sequestrate e delle misure cautelari. Oltre all’indubitabile consumo in loco, va detto che queste regioni continuano ad essere territori di passaggio per le rotte balcaniche degli stupefacenti diretti nel resto d’Italia e d’Europa.

Purtroppo anche i numeri delle infrazioni ambientali nel nord est sono in crescita, come suffragato dai numeri del Rapporto Ecomafie di Legambiente: oltre 4,5 reati al giorno, 1.914 persone denunciate e arrestate, 552 sequestri effettuati, per un totale di 1.706 infrazioni pari a circa il 7% del totale italiano.

I principali settori delle ecomafie. FONTE: Rapporto Ecomafia 2018

In conclusione, il panorama del Triveneto non è confortante e la ragione principale della pericolosità raggiunta dal crimine organizzatoè la pervicace sottovalutazione della presenza delle mafie, che grazie anche ai meccanismi di un’oliata corruzione – esemplari in tal senso le vicende, anche giudiziarie, che hanno attinto la realizzazione del Mose a Venezia – hanno piantato solide radici in quest’area.


* L’autore è il coordinatore di Libera Informazione. Giornalista e responsabile di studi sulle mafie, è stato referente in Lombardia di Libera e nella presidenza e nella segreteria. Ha lavorato all’Ufficio Stampa del Comune di Palermo. Si è occupato di mafie e sicurezza con il Gruppo Abele e con Libera, scrivendo articoli e libri e trovando compagni di strada eccezionali, come Roberto Morrione e Santo Della Volpe, con i quali ha costruito Libera Informazione. È tra le firme del “Dizionario Enciclopedico delle mafie in Italia” (Castelvecchi, 2013).

Una nuova lezione mapuche a Benetton

comune-info.net 21.3.19

Non è certo la prima volta che i signori della maglieria italiana, delle autostrade e dell’immenso latifondo nelle terre “alla fine del mondo” ricevono una severa lezione dalla resistenza di un popolo che si ostinano a considerare “gente da museo”. Non era però mai accaduto, a nostra memoria, che a sancirlo fosse una istituzione dello Stato argentino. A maggior ragione, poi, se in un’aula di tribunale, insieme al castello di menzogne, ricatti e testimonianze false estorte con la corruzione e la violenza, cade nientemeno che l’oscuro disegno orchestrato dal Ministero della sicurezza di Patricia Bullrich: considerare “terroristi” i mapuche della provincia patagonica del Chubut, i compagni di lotta di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel. Per una volta la giustizia dei tribunali riconosce i persecutori e i mandanti. Una delle donne mapuche assolte racconta in prima persona come ha vissuto questo storico processo che i media hanno oscurato con meticolosa determinazione. L’allegria di aver trovato, anche se per una volta, un po’ di giustizia in mezzo ad una persecuzione che comporta anni di dolore e morti trasmesse di generazione in generazione

Tutte le splendide foto di questa pagina sono di Roxana Sposaro e sono tratte Revista Citrica

di Revista Citrica*

Potremmo chiederci perché il Clarín e La Nación (i principali giornali argentini, ndr) non abbiano dato importanza alla notizia, come nemmeno gli altri media “importanti” della Patagonia.

Potremmo evidenziare alcuni estratti della sentenza della giudice Carina Estefanía, che oltre ad assolvere tutti i membri della Pu Lof, accusati dall’impresario italiano Benetton e dal governo di Chubut di abigeato e usurpazione, ha anche chiesto di indagare procuratori, giudici e commissari per una considerevole quantità di irregolarità negli atti antecedenti al processo.

“È una storia molto dolorosa che ha a che vedere con in nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri padri, con noi stessi”.

Potremmo chiedere ai giornalisti e ai media che fanno sfoggio di avere una linea diretta con il Ministero della Sicurezza che pensano lì di questo nuovo rovescio giudiziario, giacché questa causa era uno dei cavallini da battaglia di Patricia Bullrich per installare la sua insolita idea della “RAM” e dei “terroristi mapuche”.Appena alcune ore fa, con la liberazione di Fausto Jones Huala, è stata anche respinta la teoria dello “scontro” che proponeva la funzionaria così vicina ai disegni dell’ambasciata statunitense riguardo all’assassinio di Rafael Nahuelda parte degli Albatros (unità per operazioni speciali sotto il comando della Prefettura Navale Argentina, ndt). Anche lì, c’è stato silenzio.

Potremmo anche approfondire la dichiarazione di Martiniano Jones, che si è preoccupato di evidenziare che questo “è un festeggiamento a metà, perché è stata fatta giustizia ad un prezzo molto alto. Abbiamo dovuto avere due morti e di loro non bisogna dimenticarsi”. E ha chiesto di ciò che ancora manca: giustizia per Santiago Maldonado e Rafael Nahuel, e tanta violenza che non è portata in televisione ma quotidianamente fa breccia nelle famiglie e nei corpi.

Potremmo parlare di tutto questo e di molto altro. Ma questa volta rimarremo con gli abbracci  di peñis (fratelli) e lamienes (sorelle), e anche con l’immagine di questo avvocato di Benetton e del potere transnazionale, sconfitto, a testa bassa, anche se per una volta, anche se per un momentino. E con le parole di Andrea Millañanco:

Oggi è un buon giorno per il popolo-nazione mapuche. La realtà è che non ci aspettavamo questa sentenza, tenendo conto di come si è storicamente comportata la giustizia con noi. Non solo siamo stati assolti, ma è stato anche proposto un tavolo di dialogo per giungere a un accordo, che in realtà è stata la prima richiesta che è stata fatta dal recupero territoriale; un dialogo serio e concorde per risolvere questo conflitto e che non porti violenza, che è stato tutto quello che ha generato, perché fin dal primo giorno la polizia è entrata sparando con proiettili 9 mm.”.

Prospettiamo problemi storici, culturali, spirituali, antropologici. Ripassare la nostra storia non così lontana è doloroso, triste, è quasi una tortura, perché parliamo di persone che sono state i nostri nonni e bisnonni, i nostri padri e noi stessi, che subiamo parte di questa umiliazione, discriminazione, di appartenere ad un popolo originario. È stato doloroso vedere gente del pubblico che si commuoveva piangendo, perché sono storie che si ripetono in tutte le nostre famiglie, riguardo al saccheggio territoriale, a ingrossare i quartieri più poveri delle grandi città, a dover nascondere le nostre origini, all’umiliazione, all’inganno, al non comprendere molte questioni della cultura occidentale. A noi, che abbiamo una certa formazione, continuano a sfuggirci cose. Non voglio nemmeno immaginarmi come furono ingannati i nostri antenati di fronte al linguaggio tecnico giudiziario”.

La complicità e il potere che ha Benetton qui nella zona. Cose che succedono e che sono successe durante la storia e tutti guardano dall’altra parte come se non succedesse nulla. È molta l’indignazione. Spero che la gente sia rafforzata da tutto questo, che prenda coraggio per denunciare le cose che succedono nella zona, per recuperare i territori. È difficile e duro, ma è la cosa giusta. Mi riferisco a credere che altre forme di vita e di legami siano possibili”.

“Abbiamo bisogno di tornare a valorizzare le nostre cose. Abbiamo bisogno di tornare a credere che una vita come mapuche è una vita degna.Dobbiamo poter uscire da questa naturalezza in cui ci hanno imposto, quella di doverci schiavizzare per mantenere questo sistema capitalista.Voglio che serva a questo, ed è anche una rivendicazione verso tutti questi nonni che subirono tutto quello che hanno subito. Per questo è un risultato e una piccola battaglia che abbiamo vinto tutti, e che è per tutti”.

Abbiamo bisogno di osare mettere in discussione ciò che nessuno mette in discussione, l’ordine prestabilito, che non è la cosa più giusta per tutti. Si è anche dimostrato che il popolo mapuche è stanco di porre l’altra guancia. Si è stancato di essere oppresso e silenziato durante la storia, una storia che nessuno vuole ascoltare. E che tutti negano. Non si rispetta un popolo che è stato sacrificato a causa della crescita di questo stato. E questo è ciò che non vogliono ascoltare”.

La giudice ha riconosciuto che lo stato non ha gli strumenti necessari né conformi dentro le istituzioni per poter affrontare le richieste dei popoli originari, e che è necessario che si stabilisca un’altra modalità. La via repressiva o penale non è il modo con cui si devono affrontare queste situazioni. Questa è un’espressione del fatto che c’è urgenza che le comunità siano ascoltate e che realmente si ottenga un progresso nel conflitto territoriale. Per me è un sollievo che ci dà un po’ più di calma per poter stare tranquilli, sapendo che non ci sarà una perquisizione in qualsiasi momento con qualsiasi scusa. Poter proiettarci un po’ più addentro. Questo sì, non abbassando mai la guardia, perché già sappiamo come è stato per anni”.

Nonostante tutto questo, ci sono state molte cose che sono venute alla luce, cose che qui nella società di Esquel tutti guardano di lato e nessuno dice nulla. Sappiamo che i latifondisti hanno potere e appoggi, e prima o poi per chi osa sfidarli ha dei costi. Alla Pu Lof ha comportato dei costi; ha il costo della persecuzione, della repressione, della messa sotto processo, della morte come è stato l’assassinio del nostro compagno Santiago Maldonado, come l’assassinio di Rafael Nahuel. Nonostante tutto questo, abbiamo saputo portare avanti e affrontare la persecuzione che viviamo giorno dopo giorno, e che per fortuna, da questo momento, non dovremo più essere così preoccupati di notte, mentre dormiamo nella Pu Lof perché vorranno entrare i gruppi paramilitari che ha Benetton. Speriamo che questo finisca. Speriamo”.

Fonte: Revista Cítrica

19 marzo 2019

Traduzione in italiano del Comitato Carlos Fonseca, che ha pubblicato l’articolo sul suo blog. Grazie

I proprietari di 900 mila ettari di territorio usurpato agli indigeni questa volta hanno perso. Il loro legale rappresenta il verdetto con un’espressione di verità

Dashcam mostra Dramatic Tesla Model S Crash

zerohedge.com 21.3.19

Nell’ultimo incidente avvenuto mentre un’automobile Tesla era su Pilota automatico, almeno questo è quello che ha detto l’autista, avvenuto ad Hong Kong. Le dashcam multiple mostrano un Tesla Model S che si accelera nel traffico lento e spalanca due auto prima di schiantarsi sul retro di un grosso camion.

Secondo ANANOVA News , Tesla Hong Kong sta ora indagando sull’incidente e esaminerà la scatola nera dell’auto.

VIDEO

https://www.liveleak.com/view?t=3xZ1_1552979875

I filmati di Dashcam mostrano l’incidente avvenuto nella regione di Sha Tin di Hong Kong su uno stretto tratto di strada chiamato Lion Rock Tunnel , che collega Sha Tin nei Nuovi Territori e New Kowloon vicino a Kowloon Tong.

Il video di uno dei veicoli danneggiati mostra il Tesla grigio notte che sfreccia dal nulla lungo la spalla.

Il modello S spazza due veicoli, uno dei quali era un SUV bianco con più cruscotti rotanti, oltre a una seconda auto d’argento e poi si fermò di colpo dopo essersi schiantato sul retro di un grosso camion commerciale.

Le immagini delle conseguenze mostrano che la parte anteriore del passeggero della Telsa è stata sommata.

I media locali indicano che il proprietario ha accusato il “computer” interno di Tesla, affermando che non funzionava correttamente prima della collisione.

Tuttavia, Tesla Hong Kong ha detto che i suoi veicoli hanno registratori di dati.

Le autorità locali e Tesla stanno studiando la scatola nera del veicolo per determinare la causa esatta dell’incidente.

Questo incidente è solo l’ultimo di una serie di incidenti in cui il “computer” o il pilota automatico è stato sospettato di incidenti.

A febbraio, un autista di North Brunswick, nel New Jersey, ha distrutto la sua Tesla su un’autostrada mentre il veicolo era in modalità Autopilota. Secondo un rapporto pubblicato da News 12 New Jersey, l’autista ha dichiarato che il veicolo “si è confuso a causa dei segni di corsia”. 

All’inizio di dicembre, una Tesla Model S si è schiantata contro diverse auto della polizia nella contea di Hsinchu, a Taiwan. L’autista, che dopo aver provato “sonnolenza”, ha ingaggiato il suo pilota automatico prima dell’incidente.

Un Tesla Model S si è schiantato contro un veicolo parcheggiato su un’autostrada nello Utah lo scorso maggio mentre nella modalità Autopilota ha accelerato prima dell’incidente.

Nel marzo 2018, un autista è stato ucciso quando un modello X con pilota automatico ha colpito una barriera mentre viaggiava a “velocità superstrada” in California.

Il sito Web di Tesla, come promemoria, recita: “L’autopilota è destinato all’uso solo con un guidatore attento e attento  che ha le mani sul volante  ed è pronto a subentrare in qualsiasi momento.”

Quindi, naturalmente, quando Elon Musk ha dimostrato l’autopilota per la recente intervista controversa di 60 minuti  , ha fatto esattamente l’opposto, togliendo le mani dal volante prima che il suo veicolo sembrasse tagliare un altro guidatore nel traffico durante un cambio di corsia.

Inutile dire che l’autopilota di Tesla è stato oggetto di precedenti controlli dopo gli arresti di tutto il mondo. 

Malacalza: famiglia ricompra l’Omba liquidata a fine 2017, ok dei creditori

etribuna.com 21.3.19

C’è l’ok dei creditori al ritorno delle attività della Omba Impianti sotto il controllo della famiglia Malacalza a un anno dalla messa in liquidazione. Dal 51,1% dei crediti chirografari, che erano pari a 39 milioni di euro, è arrivato – come appreso da Radiocor –

l’assenso alla proposta concordataria sul tavolo del curatore Alessandro Caldana di Auditaxlegal e presentata dall’Acom Srl, cioè il veicolo creato ad hoc dagli stessi Malacalza che a inizio 2018 non aveva voluto rifinanziare l’azienda di opere infrastrutturali in acciaio: per il ritorno degli attivi aziendali nelle mani degli imprenditori genovesi attende l’omologa da parte del Tribunale di Vicenza e il successivo atto notarile.

La proposta prevede da parte di Acom l’acquisto degli attivi dell’azienda vicentina a fronte di un corrispettivo che permetterà di pagare circa il 20% dei creditori chirografari e il pagamento totale dei crediti privilegiati (4 milioni) e prededucibili (6 milioni circa) con un impegno complessivo di circa 25 milioni di euro, in quanto vi sarà l’assunzione anche di alcune poste passive. Al via libera dei chirografari non ha contribuito Banca Carige, istituto esposto con Omba per qualche milione e di cui la famiglia Malacalza è primo azionista: secondo quanto si apprende, la banca – finita nel frattempo in amministrazione straordinaria – avrebbe evitato di esprimersi, ma una volta formalizzato il passaggio ad Acom rientrerà comunque di circa un quinto della sua posizione. L’azienda di Torri di Quartesolo, che impiegava 120 addetti, aveva avviato la liquidazione a fine 2017 a causa dei mancati incassi derivanti da commesse rilevanti e, a inizio 2018, la situazione si era ulteriormente aggravata con la crisi dei due principali committenti Condotte d’Acqua e Novadia, entrambe in concordato preventivo. (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

L’Italia legittima le ambizioni geopolitiche cinesi

Riccardo Franciolli tvsvizzera.it 21.3.19

La scritta in caratteri occidentali di 'China'
Nella foto d’archivio del 2017, un particolare della mostra allestita a Pechino per i cinque anni di potere del presidente Xi Jinping .(Copyright 2017 The Associated Press. All Rights Reserved.)

Sulla Belt and Road Initiative (la cosiddetta Nuova Via della Seta) il presidente cinese Xi Jinping si gioca buona parte della sua credibilità politica, interna ed esterna. A venirgli incontro l’Italia che dovrebbe firmare un Memorandum d’intesa che sigla la sua adesione ufficiale al progetto lanciato nel 2013 dal presidente cinese. E non a caso Xi Jinping è atteso a Roma per una visita ufficiale.

La “Nuova Via della Seta” che prende spunto dal nome attribuito alle rotte commerciali che nell’antichità facilitavano gli scambi tra l’impero romano e quello cinese è un progetto che riflette la dimensione e l’interesse crescente della Cina verso i mercati stranieri. 

Quest’iniziativa, promossa dal governo cinese per incentivare lo sviluppo di infrastrutture di trasporto e logistica, ha l’obiettivo dichiarato di migliorare i collegamenti e la cooperazione tra i paesi nell’Eurasia e, oltre a essere un’iniziativa diplomatica improntata sulla globalizzazione, è un progetto economico senza precedenti con importanti conseguenze geopolitiche.

Cerchiamo di capire meglio le implicazioni geopolitiche di questo progetto cinese con Lucrezia Poggetti, ricercatrice al Merics Link esternodi Berlino (Mercator Institute for China Studies).

tvsvizzera.it: Lucrezia Poggetti, perché si dà tanta enfasi alla firma del Memorandum d’intesa con la Cina che sigla l’adesione ufficiale dell’Italia alla Belt and Road Initiative (Bri), la Nuova Via della Seta?

Lucrezia Poggetti: Si dà una certa enfasi all’avvenimento perché, nonostante i promotori italiani – e penso al Ministero per lo sviluppo economico e alla sua Task Force CinaLink esterno – facciano di tutto per far credere che la firma del Memorandum comporti l’apertura di importanti opportunità economiche per l’Italia, si tratta invece di una firma politica.

Per la Cina è molto importante perché ottiene così il riconoscimento ufficiale dell’iniziativa da parte di un membro del G7 nonché paese fondatore dell’Unione europea e terza economia dell’Eurozona. Questo è un riconoscimento importantissimo per il presidente Xi Jinping: verso l’interno per dimostrare al proprio pubblico che la sua iniziativa è molto ben vista all’estero, mentre sappiamo che non è necessariamente così. E anche a livello internazionale dove il sostegno italiano aumenta certamente la reputazione dell’iniziativa.

Un primo piano di Letizia Poggetti
Lucrezia Poggetti(Marco Urban / Www.marco-urban.de)

La firma del Memorandum sembra dunque non essere quella strategia win-win portata avanti dal governo Conte. L’Italia non guadagnerebbe molto…

I contenuti del Memorandum d’intesa sono trapelati, via stampa, negli scorsi giorni. Come previsto, tutti i testi sono decisamente vaghi. Dicono tutto e niente. Di base non ci sono rassicurazioni concrete come quelle chieste ad esempio dalla Lega, ovvero che l’Italia non diventi semplicemente un terminal dove smerciare i prodotti cinesi, ma che invece la firma d’intesa possa offrire delle opportunità concrete alle aziende italiane, come partecipare alla realizzazione di progetti infrastrutturali. Francamente tutto questo è poco realistico: il documento è molto vago, a livello legale non è vincolante e le rassicurazioni richieste non ci sono.

Va aggiunto che per l’Italia ci sono effettivamente delle opportunità economiche, rappresentate non tanto dal Memorandum d’intesa quanto dagli accordi commerciali che verranno firmati durante la visita di Xi Jinping a Roma. Naturalmente – e Pechino lo ha fatto notare – solo e unicamente se l’Italia firmerà il Memorandum. I vantaggi degli accordi commerciali sono evidenti ma non si tratta di una strategia economica sostenibile a lungo termine.

Lei ha scritto che l’appoggio italiano alla Cina potrebbe mettere in crisi la politica estera dell’Europa nei confronti di Pechino. Si spieghi.

Nel documento strategico del 12 marzo (EU-China, Strategic OutlookLink esterno) sul crescente potere economico e dell’influenza politica della Cina, discusso dai ministri degli affari esteri europei e che dovrebbe essere approvato dal Consiglio europeo in questi giorni, si pone l’accento su un punto preciso: per affrontare le sfide economiche e politiche poste dalla Cina occorre essere uniti: i singoli paesi europei non hanno il potere negoziale per affrontare la Cina da soli. Ora l’Italia ha deciso di muoversi da sola, oltretutto difendendo gli interessi di Pechino a Bruxelles. 

“L’Italia sta difendendo gli interessi cinesi a Bruxelles”
Fine della citazione

E non è poca cosa se consideriamo il peso dell’Italia in Europa: si tratta pur sempre della terza economia dell’Eurozona e di una delle fondatrice dell’Ue. Un assaggio di questi rischi l’Ue l’ha già avuto durante i negoziati per la creazione di un meccanismo di screening degli investimenti stranieri, che il governo italiano precedente aveva patrocinato insieme a Francia e Germania per difendersi da investimenti predatori cinesi. Nel voto finale per l’entrata in vigore del meccanismo, sostenuto da tutti i Paesi Ue, solo Italia e Regno Unito si sono astenute. Un cambio di direzione dell’Italia che è già evidente. L’Ue dovrà aspettarsi altri episodi di questo tipo ora che l’Italia ha promosso questa linea politica amichevole nei confronti della Cina.

Secondo lei la Cina vuole imporre la sua presenza strategica nel Mediterraneo?

La questione degli investimenti nei porti è molto delicata. È vero, l’Italia ha un suo meccanismo di screening degli investimenti stranieri. Perciò per i promotori della firma del Memorandum d’intesa la sicurezza nazionale non è messa in pericolo. Bisogna però ricordarsi che attraverso la Belt and Road Initiative , la Cina sta cercando accessi ai porti a livello globale e non solo in Europa.

“L’Italia dovrebbe coordinare gli investimenti cinesi con USA e Nato, ne va della sicurezza di tutti”Fine della citazione

L’Italia dovrebbe coordinare questo tipo di investimenti in modo trasparente con gli Stati Uniti e la Nato Link esternoperché sappiamo che a lungo termine la Cina ha un piano di integrazione militare civile per cui una volta avuto accesso ai porti, europei e non solo, Pechino svolgerà le sue attività. Non sono contraria a priori agli investimenti cinesi però è necessario valutare i rischi e coordinarsi con gli altri paesi dell’Ue, con gli Stati Uniti e la Nato visto che ne va anche della loro sicurezza.

Possiamo affermare che l’Italia ha un’ottica economica e non geopolitica sugli investimenti cinesi?

Penso proprio di sì. C’è voluto un articolo del Financial Times, che ha riportato le critiche degli Stati Uniti – in particolare ha reso attenti sulle implicazioni (geo-)politiche dell’adesione alla Belt and Road Initiative – per aprire gli occhi agli italiani e lanciare finalmente un dibattito politico sul tema. Nel frattempo è vero, tutte le forze politiche si sono espresse, a favore o contro il Memorandum d’intesa. Il premier Giuseppe Conte ha comunque confermato che l’Italia lo firmerà.

Purtroppo, la discussione sugli investimenti cinesi è stata condotta in zona Cesarini. Negli anni passati non c’è mai stata una vera discussione politica su questo tema. Questa è una realtà che l’Italia condivide con tanti altri paesi europei i quali, come l’Italia, hanno sempre pensato alla Cina come a un attore economico, certo importante, senza però pensare che il suo peso economico si fa sentire anche a livello politico.

Cosa vuole la Cina?

Con “Made in China 2025”, Pechino punta a rinnovare radicalmente la produzione cinese, cambiandone completamente l’immagine. E questo avrà effetti sull’economia di tutto il mondo. L’obiettivo in questo caso è “rubare” la tecnologia occidentale e portarla in Cina. È vero l’Italia, sotto il precedente governo, nel 2012, si è dotata di strumenti (golden powerLink esterno) per difendersi dai paesi stranieri che investono in maniera predatoria nei settori tecnologici. Strumenti rafforzati nel 2017.

Non le sembra che la Cina sia diventato il nemico dell’Occidente come un tempo fu la Russia?

Secondo me no. Però ci sono dei rischi concreti. Se guardiamo la legislazione cinese sulla sicurezza e sull’intelligence nazionale, questa dice che le aziende cinesi, se richiesto dal partito comunista, devono rilasciare informazioni per contribuire alla sicurezza del paese. Quindi i rischi esistono. 

Il governo italiano è credibile agli occhi di Pechino? Oppure Xi Jinping utilizza l’Italia come cavallo di Troia per entrare in Europa?

Per il presidente cinese Xi Jinping, questo governo italiano è facilmente manovrabile. Ma è anche vero che è il governo italiano stesso (grazie soprattutto alle spinte del sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci alla testa della Task Force Cina) ha promosso una linea amichevole con la Cina. Ovviamente a Pechino tutto questo fa sicuramente molto comodo. 

“Per Xi Jinping questo governo italiano è facilmente manovrabile”
Fine della citazione

C’è però una generale mancanza di informazione. In Italia, come detto, si considera la Cina solo da un punto di vista economico, non la si pensa mai come a un attore geopolitico, con conseguenze anche strategiche. La Cina può tranquillamente volgere a proprio favore questa situazione: Pechino sa tutto di noi mentre noi sappiamo ben poco del suo sistema politico, di come funziona, quali sono le intenzioni che si nascondono, per esempio, dietro alla Belt and Road Initiative…

Quindi io non so come Xi Jinping veda Di Maio o in generale cosa pensi del governo italiano. Sicuramente è molto contento che l’Italia abbia adottato questa linea amichevole nei suoi confronti e che sia pronta anche ad andare contro gli interessi europei e transatlantici per avere rapporti più stretti con Pechino. 

Sotto il governo Berlusconi l’Italia faceva arrabbiare l’Ue per i suoi buoni rapporti con la Russia di Putin, ora per i buoni rapporti con la Cina…

Io mi preoccupo piuttosto dell’aspettativa non realistica di ottenere delle grandi opportunità economiche in cambio della firma del Memorandum, con forti conseguenze geopolitiche. Occorre invece preparare una strategia a lungo termine, sofisticata, che punti per esempio a rafforzare la competitività italiana, la sua industria, avere i giusti meccanismi di difesa e avere il giusto livello di informazioni. Essere in gradi di fare delle scelte ben pensate. Non si deve guardare agli interessi economici di domani ma guardare con lungimiranza alle opportunità e ai rischi che la Cina offre a livello economico e politico.

La Cina da tempo ormai è una potenza mondiale. Non le sembra che le riflessioni e le contromisure giungano un po’ tardi?

In verità l’Europa si è resa conto da tempo che la forza economica cinese porta con sé anche conseguenze politiche. Negli ultimi anni economie in difficoltà come la Grecia, o Paesi vicini politicamente a Pechino come l’Ungheria, hanno talvolta bloccato azioni unitarie Ue verso la Cina su violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale per non irritare il governo di Pechino. Ora l’Italia con la sua strategia, che non è una strategia ma un semplice cercare di farsi amica la Cina per ottenere qualcosa nel breve termine senza però guardare avanti con lungimiranza, rischia di indebolire ulteriormente le politiche europee sulla Cina.

Chi di banca ferisce di banca perisce

Rodolfo Ruocco • 20 Marzo 2019 sfogliaroma.it

Le banche non portano fortuna agli ultimi governi italiani. L’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini ha dovuto mettere mano al portafoglio per evitare il rischioso fallimento di Carige. Alla banca di Genova sono stati garantiti alcuni miliardi di euro con un decreto legge votato in via definitiva dal Senato ai primi di marzo. Il “governo del cambiamento” ha motivato il decreto con la difesa dei risparmiatori e della stabilità finanziaria.

Carige, Banca Carige a Genova

Banca Carige a Genova

È un terreno scivoloso. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha motivato il forte impegno finanziario pubblico con la necessità di «offrire le più ampie garanzie dei diritti e degli interessi dei risparmiatori della Banca Carige». Il ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio ha suonato la stessa musica.

Già, la salvaguardia dei risparmiatori. Ma c’è qualcosa che non torna. Il governo M5S-Lega ha usato le stesse regole, nel decreto talvolta si leggono persino le stesse parole, utilizzate dai provvedimenti dei governi di centro-sinistra per salvare Veneto Banca e Popolare di Vicenza (presidente del Consiglio Gentiloni) e Monte dei Paschi di Siena (premier Renzi). Contro queste misure leghisti e cinquestelle scatenarono furibonde critiche. Allora scoppiò il putiferio, Il capo politico dei cinquestelle nel marzo 2017 attaccò: «Dopo quattro anni passati a dirci che non c’erano soldi per il reddito di cittadinanza, per le forze dell’ordine, per le imprese italiane, per il fondo per le disabilità, avete cacciato fuori dal cilindro 20 miliardi per le banche. Complimenti!». Il segretario leghista Matteo Salvini non fu meno tenero: «I banchieri vengono salvati e vengono aiutati gli amici degli amici. Noi chiediamo che venga fatta chiarezza; se approvano il decreto così com’è questo palazzo noi lo circondiamo».

Pereira-Di Maio, Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

Il Pd, da un anno all’opposizione, apprezza la tutela dei risparmiatori e il salvataggio della banca genovese, ma attacca come inconsistenti e strumentali le bellicose critiche avanzate contro i governi di centro-sinistra. 

La partita delle banche è complicata. Alcuni istituti di credito hanno avuto una pessima amministrazione, ma a far esplodere le gravi difficoltà è stata soprattutto la Grande crisi economica. Molti imprenditori e clienti non hanno potuto pagare i debiti accesi per dei problemi economici così le banche si sono ritrovare in cassa, chi più chi meno, una forte mole di “crediti deteriorati”, divenuti inesigibili. Sul crollo di alcune banche si è scatenata la polemica politica, ma le difficoltà sono diffuse e generalizzate in tutto il mondo: in Europa molte banche sono state aiutate dallo Stato e alcune sono state nazionalizzate.

La situazione è in movimento. Dei potenziali acquirenti sarebbero in contatto sia con Carige sia con la Bce (Banca centrale europea). Una formale offerta d’acquisto potrebbe arrivare nei prossimi giorni o, al massimo, entro il 15 di aprile.

L’alto spread tra i titoli del debito pubblico italiani e quelli tedeschi certo non aiuta, perché riduce il valore patrimoniale degli istituti di credito tricolori possessori di Bpt e Bot. E nell’ultimo anno lo spread è raddoppiato. Chi di banca ferisce di banca perisce.

18Camfin: Intesa Sp entra nel capitale con una quota del 10,7%

askanews.it 21.3.19

Firmato un term sheet. Banca potrà nominare un componente del cda
Camfin: Intesa Sp entra nel capitale con una quota del 10,7%

Intesa Sanpaolo entra nel capitale di Camfin con una quota del 10,7%. Lo comunica la società controllata indirettamente da Marco Tronchetti Provera dopo la firma di un term sheet per l’ingresso della banca. Una volta siglati gli accordi contrattuali, Intesa “sottoscriverà un aumento di capitale riservato per un ammontare pari a 40 milioni diventando titolare di azioni di categoria ‘A’, rappresentative di una partecipazione del 10,7% del capitale sociale con diritto di voto e del 7,5% del capitale economico, al netto delle azioni proprie detenute da Camfin in portafoglio”. 

In base allo statuto, aggiunge la Camfin, Intesa Sanpaolo avrà il diritto di nominare un componente del consiglio di amministrazione della società.

B.Carige: Innocenzi, B. Cesare Ponti elemento centrale Piano

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“La Cesare Ponti è uno degli elementi centrali del piano industriale di Banca Carige e abbiamo previsto ingenti investimenti. La disponibilità di risparmio in Liguria è circa il 20% superiore a quella del Nord Italia, ed è una zona che ha bisogno di molta qualità nella gestione di questo risparmio. Il mondo bancario deve riacquistare la fiducia” di tutti gli stakeholders e “il piano Banca Carige è orientato alla velocità e alla qualità del servizio”. 

Lo ha detto Fabio Innocenzi, commissario di Banca Carige, nel corso dell’inaugurazione della nuova sede della private bank del gruppo quartiere residenziale genovese di Albaro. “La Ponti è uno dei pilastri del piano del Gruppo Carige per i prossimi anni”, ha aggiunto. Rispondendo a una domanda circa l’auspicio che la Ponti rimanga nel perimetro di Carige e l’eventuale valutazione di offerte per l’asset, ha risposto: “Senza pilastro non si va da nessuna parte. Il gruppo deve aiutare Banca Ponti, è estremamente importante che sia fonte di tranquillità e non una fonte di stress”. La private bank “ha risposto molto bene perché anche in un periodo difficile ha dimostrato di essere vicino ai clienti”. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 21, 2019 11:05 ET (15:05 GMT)

Su Intesa c’è Profumo di bruciato

lospiffero.com 21.3.19

Salta l’accordo sulla lista per il rinnovo degli organi della banca. Il presidente della fondazione San Paolo nel mirino per la disponibilità a sacrificare due posti “torinesi” in cda. Ma in corso Vittorio crescono i malumori pure sulla gestione dell’ente

first_picture

La fumata nera uscita dalle fondazioni azioniste di Intesa-Sanpaolo riunite nella sede romana dell’Acri per definire la lista dei 14 nomi per il consiglio del gruppo bancario sembra essere alimentata, soprattutto, da quel che cova sotto la cenere a Torino. Se i presidenti di Cariplo, Cariparo, Carifirenze, Carisbo e Compagnia di San Paolo non hanno trovato la quadra visto che alcuni di essi hanno ancora indicato i loro candidati, questo non solo accade nella fondazione torinese, ma è proprio qui che sembrano esservi le maggiori difficoltà. Nell’ente presieduto da Francesco Profumo, primo tra i soci istituzionali con il 6,79%, la tensione continua a salire e quelli che è difficile non classificare come scontri interni a ridosso della dead line dell’assemblea della banca che s terrà al 30 aprile a Torino, segnano questi giorni cruciali.

Un punto su cui si concentra più di un rilievo e di una critica nei confronti dell’ex ministro e già rettore del Politecnico riguarda la cessione di due consiglieri portando il peso di Torino a ridursi da 5 a 3 membri nel consiglio dell’istituto bancario. Un ridimensionamento che nella visione di Profumo sarebbe la contropartita per mantenere Gian Maria Gros-Pietro alla presidenza di Intesa-Sanpaolo, scongiurando il rischio di veder interrompere traumaticamente la regola non scritta che vuole un torinese al vertice della banca che ormai torinese e piemontese lo è sempre di meno.

Non tutti in Compagnia la pensano però in questo modo: non mancano, infatti, coloro che non ritengono quella riduzione del peso all’interno del consiglio della banca un elemento cruciale per mantenere Gros-Pietro al suo posto, giacché su questo punto non ci sarebbero ostacoli. Piuttosto ci sarebbe chi guarda a un’altra poltrona, legandola alla strategia di Profumo: quella della presidenza dell’Acri per la quale l’attuale numero uno Giuseppe Guzzetti ha indicato proprio l’ex ministro. Un’aria di fronda nei suoi confronti che vedrebbe in atteggiamento piuttosto critico le due donne componenti del Comitato di Gestione, ovvero Licia Mattioli e Anna Maria Poggi, ma anche alcuni componenti del Consiglio Generale, tra cui Vincenzo Ferrone e Pietro Rossi.

Da loro, così come da altri, sarebbero stati sollevati forti dubbi sulla reale necessità di sacrificare due membri del consiglio dell’istituto bancario a fronte della riconferma di Gros-Pietro, ormai fuori discussione. Un sacrificio ancor più pesante se, come pare, nell’intenzione del vertice della Compagnia ci sarebbe l’ingresso nella banca di Patrizia Poliotto, avvocato torinese, già in Intesa e con un passato nel Comitato di Gestione della Compagnia. A Profumo, inoltre, ancora non si perdona del tutto la complicata e tormentata gestione della successione a Pietro Gastaldo alla segreteria generale della fondazione che la lasciato strascichi non certo positivi nei rapporti tra il presidente e alcuni componenti del board.

Perplessità, quelle nei confronti dell’uomo proiettato verso la successione di Guzzetti nella potente poltrona di guida dell’associazione delle Casse di Risparmio e delle fondazioni di origine bancaria, che non si fermano al pur recente passato e non attengono solo (si fa per dire) al nodo del numero dei consiglieri espressi dalla Compagnia in seno all’istituto bancario. Dalla sede di corso Vittorio Emanuele filtrano rumorsinsistenti circa ulteriori dissapori su alcune cifre relative alla consistenza patrimoniale della Compagnia che non sarebbero state comunicate con la dovuta chiarezza ai consiglieri (chiedere a Carla Ferrari per conferma, dicono fonti interne). Insomma, un clima tutt’altro che sereno quello che accompagna verso l’appuntamento dell’assemblea e che potrebbero manifestarsi nella riunione del comitato di gestione di lunedì prossimo.

Non tutti in Compagnia la pensano però in questo modo: non mancano, infatti, coloro che non ritengono quella riduzione del peso all’interno del consiglio della banca un elemento cruciale per mantenere Gros-Pietro al suo posto, giacché su questo punto non ci sarebbero ostacoli. Piuttosto ci sarebbe chi guarda a un’altra poltrona, legandola alla strategia di Profumo: quella della presidenza dell’Acri per la quale l’attuale numero uno Giuseppe Guzzetti ha indicato proprio l’ex ministro. Un’aria di fronda nei suoi confronti che vedrebbe in atteggiamento piuttosto critico le due donne componenti del Comitato di Gestione, ovvero Licia Mattioli e Anna Maria Poggi, ma anche alcuni componenti del Consiglio Generale, tra cui Vincenzo Ferrone e Pietro Rossi.

Da loro, così come da altri, sarebbero stati sollevati forti dubbi sulla reale necessità di sacrificare due membri del consiglio dell’istituto bancario a fronte della riconferma di Gros-Pietro, ormai fuori discussione. Un sacrificio ancor più pesante se, come pare, nell’intenzione del vertice della Compagnia ci sarebbe l’ingresso nella banca di Patrizia Poliotto, avvocato torinese, già in Intesa e con un passato nel Comitato di Gestione della Compagnia. A Profumo, inoltre, ancora non si perdona del tutto la complicata e tormentata gestione della successione a Pietro Gastaldo alla segreteria generale della fondazione che la lasciato strascichi non certo positivi nei rapporti tra il presidente e alcuni componenti del board.

Perplessità, quelle nei confronti dell’uomo proiettato verso la successione di Guzzetti nella potente poltrona di guida dell’associazione delle Casse di Risparmio e delle fondazioni di origine bancaria, che non si fermano al pur recente passato e non attengono solo (si fa per dire) al nodo del numero dei consiglieri espressi dalla Compagnia in seno all’istituto bancario. Dalla sede di corso Vittorio Emanuele filtrano rumorsinsistenti circa ulteriori dissapori su alcune cifre relative alla consistenza patrimoniale della Compagnia che non sarebbero state comunicate con la dovuta chiarezza ai consiglieri (chiedere a Carla Ferrari per conferma, dicono fonti interne). Insomma, un clima tutt’altro che sereno quello che accompagna verso l’appuntamento dell’assemblea e che potrebbero manifestarsi nella riunione del comitato di gestione di lunedì prossimo.

Banche: la Corte dei Conti Ue indaga su Vestager (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Corte dei Conti Ue sta preparando un audit «ad alta priorità» sugli aiuti di Stato alle banche in Europa. Sulla materia è responsabile la direzione Concorrenza della Commissione Ue, guidata da Margrethe Vestager. L’indagine sarà presentata a breve con una «audit preview», forse già la prossima settimana, secondo quanto detto a MF-Milano Finanza da fonti della European Court of Auditors (Eca). 

Tramite la verifica, la Corte intende «valutare l’efficienza e l’efficacia delle procedure per gli aiuti di Stato alle banche nell’Ue», come riportato anche nel programma di lavoro del 2019. Per l’anno in corso, la materia degli aiuti di Stato è l’unica considerata dall’Eca «ad alta priorità» nell’ambito del mercato unico e dell’Unione monetaria. L’indagine prevede che siano messi sotto la lente soltanto gli aiuti alle banche, non quelli ad altri settori. Gli argomenti degli audit vengono selezionati dall’Eca «sulla base del rischio, dell’interesse della collettività e del probabile impatto». 

Il settore finanziario è stato l’ambito di maggiore insuccesso per la DgCompetition, come è ormai accertato dopo la sentenza del Tribunale Ue su Tercas. Bruxelles ha considerato aiuto di Stato l’intervento preventivo del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (Fitd), che impiega le risorse delle banche, quindi neppure un euro di denaro pubblico. Così lo stop della Commmissione è stato annullato dal Tribunale. Ma la sentenza è arrivata dopo anni, quando ormai il danno per risparmiatori e istituti era già stato fatto. Perciò ora il governo italiano sta valutando una richiesta di risarcimento danni. 

L’operato della direzione Concorrenza è finito nel mirino degli organi europei. Si vedrà se la questione Tercas sarà affrontata nell’audit della Corte Ue, la cui pubblicazione finale è attesa entro fine anno. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 21, 2019 03:25 ET (07:25 GMT)

Intesa Sanpaolo: accordo fatto sulla lista (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il nuovo vertice di Intesa Sanpaolo è stato ormai quasi definito. Ieri a Roma i vertici delle fondazioni azioniste si sarebbero incontrati per dare gli ultimi ritocchi alla lista di maggioranza che sarà depositato nell’arco della prossima settimana e comunque entro sabato 30. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, trovato ormai un accordo su ceo, presidente e vice presidente, sul tavolo dell’incontro di ieri sarebbero arrivati l’individuazione delle quote rosa e dei candidati indipendenti e la presidenza del delicato comitato di controllo che, nel sistema di governance monistico, ha di fatto sostituito il vecchio consiglio di sorveglianza. 

Oggi l’incarico è ricoperto da Marco Mangiagalli, che però ha già raggiunto il limite massimo di mandati. Non è escluso che per l’incarico venga scelto uno degli attuali membri del comitato, magari una donna come Maria Cristina Zoppo o Milena Teresa Motta. Ostacoli insomma tutt’altro che insormontabili che avrebbero bisogno soltanto di qualche ulteriore messa a punto. Il lavoro degli azionisti sta insomma procedendo speditamente. Alla fine di gennaio Compagnia di Sanpaolo , Cariplo, Cariparo, Carisbo e CariFirenze hanno promosso un patto di consultazione i cui vertici si riuniranno tra oggi e venerdì per dare gli ultimi ritocchi alle candidature. Come detto, l’accordo sulla presidenza è ormai un punto fermo: si andrebbe infatti verso una riconferma di Gian Maria Gros-Pietro, il cui lavoro in questi anni è stato molto apprezzato dagli stakeholder, dal mercato e dall’amministratore delegato Carlo Messina. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

March 21, 2019 03:38 ET (07:38 GMT

Consoli scrisse a fine 2017 a Sforza Fogliani: qui lettera e dati mentre infuria caso Vestager – Bankitalia

 Giovanni Coviello Vicenzapiu.com 20.3.19

Vincenzo Consoli si difende e... accusa
Vincenzo Consoli si difende e… accusa

A fine dicembre 2017 Vincenzo Consoli, ex Ad e dg di Veneto Banca, che, a differenza di altri indagati eccellenti della sua banca e della BPVi , era stato messo agli arresti domiciliari, privato del passaporto e sottoposto a sequestri cautelari, tra cui quello di parte della pensione, scrive una lettera a Corrado Sforza Fogliani, Presidente Associazione Nazionale fra le  Banche Popolari e che aveva appena presentato il suo libro “Siamo molto popolari”.

Siamo venuti in possesso della lettera di Vincenzo Consoli a Sforza Fogliani che pubblichiamo qui di seguito (stiamo anche reperendo gli allegati* citati nella stessa) proprio dopo la sentenza del Tribunale Europeo che il 19 marzo ha annullato la decisione della Commissione Europea secondo cui un intervento di sostegno di un consorzio di diritto privato (il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi  FITD) a favore di uno dei suoi membri (Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, poi in Banca Popolare di Bari) costituiva un «aiuto concesso da uno Stato».

Da quella decisione targata Margrethe Vestager, che, però, replica e accusa Banca d’Italia di aver deciso la “risoluzione” delle quattro banche dell’Italia centrale autonomamente e indipendentemente dalla sua ora contestata bocciatura dell’intervento del FITD, nacque l’impossibilità di intervenire con meccanismi analoghi di sostegno, che ora vengono sentenziati come leciti, delle 4 banche e, forse anche, delle due popolari venete.

In questo quadro verrebbe da chiedersi se Vincenzo Consoli non avesse più di una ragione ai tempi delle sue battaglie, ancora più che vive con palazzo Koch anche se ad oggi lo hanno fatto puntare come il Belzebù, addirittura unico, dei banchieri, e se Antonio Patuelli (presidente ABI) chiederà le dimissioni, oltre che della Vestager, anche dei “molli” e confusi vertici di Bankitalia.

Ecco il testo della lettera

Egregio Presidente (Corrado Sforza Fogliani, Presidente Associazione Nazionale fra le  Banche Popolari, ndr), ho letto con interesse il suo libro “Siamo molto popolari”. Debbo dirle che sono rimasto veramente sorpreso del fatto che anche Lei senza avere alcun elemento concreto, se non quelli che probabilmente rivengono dal mondo dei media, ha espresso pesanti giudizi sulle banche venete arrivando a parlare di “malaffare”.

Innanzitutto mi pare singolare che si accomunino due realtà che avevano storie, uomini e politiche diverse e che erano in forte contrasto tra di loro.

Per quanto riguarda Veneto Banca Le posso assicurare che mai nulla “è stato mimetizzato” per nascondere presunti problemi ai controllori.

Le ricordo che il credito di Veneto Banca è stato prima analizzato da  Banca  d’Italia nel 2013 nel corso di un’ispezione durata 7 mesi. L’anno successivo – nel 2014 – dopo la verifica  puntuale di BCE la banca ha superato AQR e Stress test. Detta verifica è durata 8 mesi. Erano circa 30 gli ispettori di BCE, Banca d’Italia e KPMG che si avvalevano dell’aiuto di 80 uomini circa di Veneto Banca e della società di revisione PWC.

Ovviamente i verificatori erano collegati online con le procedure della banca  alle quali  accedevano con interrogazioni dirette.

Se invece Lei, quando parla di “malaffare”, si riferisce all’acquisto di azioni con finanziamenti della banca (le famose baciate), anche qui va fatta qualche precisazione.

L’ispezione di Banca d’Italia 2013 aveva contestato 157 milioni di euro di baciate che sarebbero state fatte a partire dal 1999. Si trattava in totale di 26 operazioni in quasi 15 anni.

Grossolani, incredibili ed imperdonabili i numerosi errori degli Ispettori. La banca s’indusse ad accettarne, per una sorta di captatio benevolentiae, 35 milioni circa al 31.3.13, importo che si ridusse poi – al 31.12.13 – a 10 milioni circa per la vendita  di alcune  azioni  da  parte  dei  soci. Questo dato venne verificato ed accettato anche da BCE  nel  corso  dell’ispezione 2015 che era mirata all’esame della governancee del capitale finanziato.

Dopo sei mesi d’ispezione, BCE (2015) segnalò sulla base delle nuove regole fissate dalla CRR 575/13 circa 70 milioni di capitale finanziato totale (comprese quelli riferiti all’ispezione  Banca d’Italia 2013). Insoddisfatto da tale valore, anche per quanto era emerso nello stesso periodo in Popolare dì Vicenza (oltre 1 miliardo di € dì baciate), per poter far crescere l’ammontare delle finanziate, il dott. Barbagallo, nell’agosto 2015, “invitò” la banca ad utilizzare regole più stringenti anche in contrasto con la CRR 575/13, regole che a suo dire sarebbero  state  successivamente normate, Ovviamente nessuna nuova norma è poi intervenuta.

Se per “malaffare” si intende invece il presunto conflitto d’interessi dei Consiglieri Le posso assicurare che tutto è avvenuto sempre nel rispetto del merito  creditizio e nel  rispetto dell’articolo 136 del TUB. Mai gli Amministratori hanno piegato l’interesse della banca all’interesse dei singoli.

Questo è sinteticamente lo stato dei fatti.

Mi auguro che vorrà dedicare un po’ del  suo prezioso tempo ad analizzare la documentazione che Le invio* informandola da subito  che sono  a Sua  completa  disposizione  per  ogni chiarimento che ritenesse necessario,

Ho sempre avuto a cuore, sostenuto e difeso i valori del credito popolare che sono stati il motore di crescita di tante aree produttive del nostro Paese,

Ho cercato in ogni modo di far giungere la mia voce contro la frettolosa  e incerta  riforma  voluta dal Governo Renzi. Mi hanno quindi ancor di più colpito e amareggiato le sue affermazioni.

Resto in attesa comunque di un Suo riscontro,

Distinti saluti

Vincenzo Consoli

Qui la lettera in pdf

*Allegati (li stiamo reperendo e li pubblicheremo appena possibile):

  • Documentazione AQR 2014
  • Verbale CDA Veneto Banca 28.8.15 (baciate a tale data e recepite nella semestrale 2015)
  • Intervista al Corriere del Veneto del Presidente prof. Favotto
  • Tabella (fonte bilanci Veneto Banca 2009 – 2013) che evidenzia accordati, utilizzi e disponibilità (diretti e indiretti) degli Amministratori di Veneto Banca scpa
  • Lettera del 10.4.14 del Presidente Trinca  a  Banca d’Italia