Crisi bancarie: questa sentenza è una lezione per l’Europa

Angelo Baglioni lavoce.info 22.3.19

La sentenza appena emanata della Corte europea sulla gestione delle crisi bancarie ribalta la rigida posizione della Commissione UE sugli aiuti di stato. Dovrebbe insegnare alle istituzioni europee a essere ora più pragmatiche e vicine ai cittadini.

Aiuto di stato o no?

La Corte di giustizia della Unione europea ha emanato il 19 marzo una sentenza storica. In sostanza, ha ammesso che l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) per finanziare il salvataggio di una banca non è un aiuto di stato, e quindi non è un motivo sufficiente per fare scattare il bail-in. La sentenza è stata emessa con riferimento ad un caso specifico, quello della Cassa di risparmio di Teramo (Tercas), ma ha implicazioni per le altre crisi bancarie che hanno animato le cronache negli ultimi anni. Se fosse stata emessa con maggiore tempestività, avrebbe probabilmente cambiato la storia recente, non solo in relazione alla gestione delle crisi bancarie, ma anche per le implicazioni politiche che ne sono scaturite. La materia è tecnica, ma ha avuto un impatto molto forte sull’opinione pubblica, a partire da Banca Etruria in poi.

Ma quel è la materia del contendere? Negli scorsi anni, di fronte al dissesto di alcune banche di piccola dimensione, la posizione italiana, sostenuta dalla Banca d’Italia e dall’Abi, è stata: il Fitd può farsi carico di coprire le perdite accumulate in passato da queste banche, in modo da favorire la loro ristrutturazione e se possibile il loro acquisto da parte di un’altra banca in buone condizioni. In questo modo, il Fitd evita la liquidazione della banca in crisi, che sarebbe più costosa per il Fitd stesso, chiamato in tal caso a rimborsare tutti i depositi della banca liquidata fino a 100 mila euro. Peccato che la Commissione UE abbia sempre detto: attenzione, un intervento del Fitd è un aiuto di stato, e come tale fa scattare il bail-in, o almeno la sua versione più soft limitata alle azioni e alle obbligazioni subordinate (il cosiddetto burden sharing). In questo modo, ha di fatto sbarrato la strada a un intervento a carico delle banche, che avrebbe potuto evitare il coinvolgimento dei risparmiatori. Il Fitd è infatti alimentato dai contributi delle banche, senza alcun apporto di denaro pubblico. Ma allora perché considerarlo aiuto di stato? Il motivo sta nel fatto che i contributi delle banche al Fitd sono obbligatori. Tanto che il Fitd si è poi inventato il cosiddetto “braccio volontario”, con il quale è intervenuto in soccorso di alcune piccole banche (Tercas stessa e le casse di risparmio romagnole). Quest’ultima forma di intervento non è stata considerata aiuto di stato dalla Commissione UE, in virtù della sua “volontarietà”: un equilibrismo degno di un azzecca-garbugli, visto che si tratta sempre degli stessi soggetti (le banche) che intervengono collettivamente a sostegno di una banca in crisi.

I costi della rigidità

La rigidità della Commissione UE è costata cara. Costrinse il governo italiano, nel novembre del 2015, a decretare in tutta fretta la risoluzione delle quattro banche locali (Etruria, Marche, Chieti, Ferrara), ponendo costi a carico degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati delle banche stesse. L’impatto sull’opinione pubblica fu tale da costringere poi il governo a prevedere il “ristoro” dei detentori di obbligazioni subordinate. Il costo politico di quell’intervento fu molto alto per il governo, allora guidato da Matteo Renzi.

A ben vedere, la posizione della Commissione su questo punto specifico (l’intervento del Fitd) fa parte di un problema più generale: il modo un po’ astratto e precipitoso in cui sono state applicate le nuove regole europee di gestione delle crisi, che hanno introdotto bail-in e burden sharing. Sono entrate in vigore colpendo tutti gli strumenti finanziari già emessi, quindi in modo retroattivo. Ciò ha colto di sorpresa molti risparmiatori che non erano stati informati del nuovo regime. Non solo, molti di loro non erano a conoscenza della differenza tra una obbligazione subordinata e una ordinaria. Meglio sarebbe stato prevedere una introduzione graduale delle nuove regole, ad esempio imponendo alle banche di emettere “titoli-cuscinetto” aggredibili in caso di bail-in e detenuti dagli investitori istituzionali, in modo da proteggere gli investitori al dettaglio (come suggerivamo qui tre anni fa) e facendo entrare in vigore il bail-in solo dopo che le banche si fossero dotate di un “cuscinetto” abbastanza robusto. Invece si è fatto il contrario. Le modalità con cui sono state introdotte le nuove regole di gestione delle crisi bancarie sono state criticate dalle stesse autorità europee di settore.

Errori di questo tipo costano caro all’Europa. Rendono le istituzioni europee invise ai cittadini. Il risentimento popolare verso il bail-in non è tanto dovuto al principio in sé, ma al modo rigido in cui è stato introdotto. Un approccio più flessibile e realistico nella fase di avvio avrebbe destato meno clamore. È una lezione su cui riflettere (anche in vista delle prossime elezioni europee) perché questi errori alzano la palla ai movimenti sovranisti e anti-europei, che sono pronti a “schiacciare”.