La “Troika”, cane da guardia in difesa delle Banche

Gianfranco Sabattini sardanews.it 23.3.19

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Il Prof. Sabattini, dopo lo scritto su Varoufakis

continua nella sua meritoria opera di analisi e di informazione sulla politica europea e il sistma bancario.

Quando non riescono ad equilibrare il proprio bilancio corrente, nel senso che non riescono a bilanciare le entrate con le uscire, gli Stati ricorrono al mercato finanziario interno e/o internazionale, provvedendo al collocamento di titoli obbligazionari coi quali, indebitandosi, si procurano le risorse necessarie a compensare l’insufficienza delle entrate. Se al termine dell’anno finanziario il debito contratto per carenza di risorse non viene rimborsato, lo Stato lo rinnova, limitandosi a pagare solo gli interessi e a rinviarne l’estinzione; nasce così il debito sovrano o debito pubblico consolidato. Se, per ragioni diverse, ma soprattutto per la bassa produttività del sistema economico, il disavanzo corrente viene compensato di continuo attraverso l’indebitamento, il debito sovrano cresce nel tempo; gli interessi che per esso vengono pagati diventano pertanto una posta negativa crescente del bilancio pubblico corrente.
Lo Stato riesce a rinnovare il proprio debito se soddisfa il requisito della solvibilità; ciò accade quando “le cose vanno bene”. Sin tanto che il tasso di crescita dell’economia risulta maggiore del tasso di crescita del debito consolidato, lo Stato può utilizzare le maggiori entrate pubbliche originate dalla crescita per pagare gli interessi sul debito pregresso, conservando stabile il suo ammontare. Quando, invece, l’economia non cresce, la recessione contrae le entrate dello Stato, il quale si trova esposto al pericolo di non riuscire a garantire la propria solvibilità.
A questo punto, i “Signori” che dominano i mercati finanziari (ovvero, le Banche) pretendono tassi d’interesse più elevati, per via del maggiore rischio al quale si espongono nel rinnovare il prestito allo Stato in fase di recessione; i maggiori interessi che quest’ultimo è chiamato a pagare costituiscono la premessa per una riduzione dell’”avanzo primario” del bilancio pubblico al netto degli interessi pagati, quindi di un presumibile aumento del debito consolidato.
E’ facile ricondurre alla narrazione sin qui riportata l’esperienza di quei Paesi (tra i quali l’Italia) che, membri dell’Unione Europea e facenti parte dell’area valutaria dell’euro, prima dell’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, hanno potuto ricorrere per finanziare i loro deficit correnti ai mercati finanziari europei, approfittando dalla grande disponibilità di risorse finanziarie a basso costo; ma, dopo il 2008, la situazione è improvvisamente cambiata, allorché le banche finanziatrici (francesi e tedesche, ma anche inglesi, con la partecipazione, tramite queste ultime, di quelle americane), fortemente coinvolte nella crisi del mercato immobiliare americano, si sono trovate nella condizione di non essere più in grado di rinnovare il finanziamento del debito corrente di quegli Stati europei (come, ad esempio, la Grecia) che presentavano i più alti debiti sovrani.
A questo punto sono emerse le rigidità e le incongruenze delle modalità di funzionamento delle istituzioni europee che, anziché operare su basi solidaristiche, nell’interesse degli Stati membri dell’Unione in maggiori difficoltà, sono state invece orientate a salvaguardare la sopravvivenza delle banche responsabili della crisi.
Già dal suo insediamento come Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona aveva predisposto un documento (dato poi alle stampe ed inoltrato alle Autorità europee per conto del Governo italiano) dal titolo “Una politea per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Il documento conteneva un’analisi critica della struttura istituzionale europea e un insieme di proposte volte a riformarla, al fine di rendere più efficaci le politiche comunitarie, conformandole alla realizzazione di un’Europa “più forte e più equa”.
Stando ai giornali, il Ministro Savona, dopo aver spedito il documento a Bruxelles, sarebbe andato all’inizio del 2019 nelle sedi ufficiali, per illustrarlo e annunciare che il Governo italiano avrebbe assunto tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, per l’esame della rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Stando sempre ai giornali, Savona non sarebbe mai riuscito nel suo intento, in quanto Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, oltre a non aver mi letto il documento si sarebbe rifiutato di discuterne i contenuti.
Il motivo della rigida chiusura delle Istituzioni europee ad affrontare il tema della loro inadeguatezza a governare la crisi in cui versa l’Unione può essere appreso dalla narrazione dell’esperienza vissuta da Yanis Varoufakis in occasione della gestione del doppio aiuto offerto alla Grecia nel 2010 e nel 2015; esperienza riportata nell’articolo “Varoufakis: la ‘trappola’ del funzionamento delle Istituzioni europee[2]”, pubblicato su questo Blog il 17 marzo scorso. In esso è illustrato come l’aiuto in pro del Paese membro dell’area euro in forte difficoltà a causa del pesante indebitamento pubblico, in realtà, più che di un aiuto solidale degli altri Paesi membri dell’eurozona, è stato uno “strangolamento”, per via delle severe condizioni che la Grecia ha dovuto “obtorto collo” accettare, a protezione non della stabilità interna all’area-euro, ma della banche che avevano in portafoglio i titoli del debito pubblico greco.
Se le cose stanno realmente come Varoufakis le ha descritte (e non v’è motivo di credere che non stiano effettivamente così), come si può pensare che iniziative quali quelle intraprese da Paolo Savona, quando ancora era Ministro per gli Affari Europei, possano avere successo, per conseguire il cambiamento delle regole del gioco delle Istituzioni europee? E come credere che, nel medio-lungo periodo, possa realizzarsi la riforma delle modalità di comportamento del complessivo impianto istituzionale europeo per la realizzazione di una Patria europea più giusta e più equa?
Savona, però, resosi conto dei condizionamenti che le banche riescono ad imporre alle Istituzioni comunitarie, anziché uscire dal sistema come ha fatto Vaoufakis, stanco di non essere ascoltato, ha deciso di accettare la “via di fuga” dallo status di Ministro, offertagli dalla nomina alla presidenza della Consob, l’Istituto la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano. Da questa nuova posizione potrà condurre la sua battaglia per la creazione di una Patria europea più equilibrata?
Se le iniziative sul tipo di quella intrapresa da Savona mancassero di avere successo, sarà gioco forza, anche per gli italiani che ancora credono negli ideali del “progetto europeo”, porsi la domanda (soprattutto in questo momento che sull’Italia spirano venti minacciosi di una nuova recessione) se è ragionevole restare fedeli ad un progetto palesemente tradito dal prevalere degli interessi delle banche, continuando a vivere “in uno stato di eterna pesante depressione”; oppure, se sia d’obbligo l’impegno per spingere l’intera classe politica italiana, al di fuori di ogni logica di schieramento, ad un’azione unitaria per il riscatto dalla posizione di sudditanza e di sfruttamento del Paese.