La labile ideologia dei nuovi terroristi

Guido Olimpio Caffe.ch 24.3.19

Un mix di jihadismo e xenofobia dietro gli ultimi attentati
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Nell’arco di pochi giorni una scia tracciata da attacchi. In una scuola brasiliana, in due moschee della Nuova Zelanda, sul tram a Utrecht (Olanda), infine sul bus alle porte di Milano. Forme di terrore diverse, con matrice diversa. Episodi dove non sempre c’è un’ideologia marcata a fare da guida: vediamo persone che si comportano da terroristi senza esserlo completamente. A renderli simili a militanti veri il modus operandi e le conseguenze, spesso drammatiche.
Questo nuovo approccio di esaminare il terrore è legato ad una differente visione di ciò che accade. Non si può ragionare per categorie superate dal mutamento repentino della società, del contesto, del sistema di comunicare passivo (quando ascolto) e attivo (quando lo stesso cittadino produce news). Questo vale per le tre forme di violenza che sconvolgono le nostre vite: jihadismo, xenofobia armata, elementi che agiscono su base di rivendicazioni personali, come con i mass shooters americani oggi esportati in molte parti del mondo.
È come se esistesse una piramide alla cui sommità ci sono essenzialmente tre spinte negative. L’odio, l’alienazione, il desiderio di combattere la società intesa in senso largo. Quindi lo Stato, il luogo di culto o di lavoro, la scuola, i piccoli passi quotidiani. Sono questi i bersagli generali, ai quali il killer aggiunge il nemico del momento.
Sotto la cima, la propaganda. Il neo-terrorista si informa sul web, riceve dati sul telefonino, può vedere in diretta guerra e guerriglie. Spesso non ha bisogno neppure di essere indottrinato e di ricevere ordini specifici. Seduto sul divano di casa studia, legge, si nutre di “contro-informazione”, è lui stesso poi ad alimentarla rilanciando un post di invettive, il documento di chi lo ha preceduto. Se serve prende in prestito la causa per la quale colpire.
I tre nemici – Isis, neonazi, sparatori personali – si affidano agli stessi metodi per sostenere le loro motivazioni. Un video su Youtube, un lungo manifesto sul web, proclami. L’attacco è quasi sempre accompagnato da una spiegazione affidata ad un “manifesto”. Lo stragista di Christchurch ne è la prova, con le oltre 70 pagine dove indica avversari, ideologia, pensieri. L’autista del pullman sulla Paullese ha spedito a sua volta una clip ad amici e conoscenti. Comportamenti che ritroviamo in giovani che imbracciano un fucile per sparare nelle classi di un liceo. Anche loro si preoccupano dell’aspetto mediatico e il web li aiuta.
Tutti, in qualche modo, si radicalizzano e, per fortuna, molti restano nella loro bolla di rabbia. Però può accendersi una scintilla che provoca il rogo. Tante le variabili. Una questione familiare lacerante, un fatto di cronaca – dall’attentato alla morte di migranti in mare -, ma anche un input “ideologico” colto su Internet. Non di rado massacro chiama massacro, al punto che alcuni studiosi americani sono arrivati a ipotizzare una forma di contagio, con una concreta possibilità che dopo un attacco ve ne siano subito altri.
Infine l’atto. Le tecniche sono identiche, facili da emulare. Se posseggono un’arma la usano, altrimenti impiegano un’auto, dei coltelli da cucina, della benzina. Esiste una fase di preparazione più o meno lunga a seconda delle situazioni. Quindi l’incursione con in mente due obiettivi collegati: provocare molte vittime e diventare celebri in una realtà globale. Infatti lo sono.