Il sistema carcerario italiano versa in condizioni disumane

Simone Fontana wireless.it 28.3.19

Meno reati ma più detenuti, poche misure alternative alla carcerazione e un tasso di suicidi in costante crescita. L’ultimo rapporto sulle carceri italiane fotografa una realtà che continua a peggiorare

(foto: Getty Images)

Meno reati ma più detenuti, poche misure alternative alla carcerazione e un tasso di suicidi in costante, inesorabile, crescita. Appena nove mesi dopo l’ultima relazione in parlamento, posticipata per permettere l’insediamento dei deputati e dei senatori eletti il 4 marzo 2018, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e delle persone private della libertà, Mauro Palma, è tornato a riferire sullo stato dei luoghi di detenzione italiani, dipingendo uno scenario tutt’altro che incoraggiante. I problemi del nostro sistema carcerario sono noti da anni, ma i loro effetti sulla popolazione detenuta continuano a peggiorare, complice lo scarso entusiasmo dell’opinione pubblica per il tema e un’attività legislativa sostanzialmente inefficace.

Il sovraffollamento è in crescita
Il problema più evidente degli istituti penitenziari italiani continua a essere il numero di persone recluse. Nel marzo 2017 l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva fatto sapere di considerare “cessata” l’emergenza del sovraffollamento, ma i numeri non sembrano supportare la sua tesi. Il rapporto presentato da Palma riferisce di una disponibilità complessiva di 46904 posti regolamentari, distribuiti in 191 strutture, a fronte di una popolazione carceraria che al 26 marzo si attesta sulle 60512 unità. Un saldo negativo di quasi 14mila persone, insomma, alle quali lo stato italiano non può garantire il completo rispetto dei diritti umani e che, come ha commentato il presidente della Camera Roberto Fico, “diventa una pena aggiuntiva” per un sistema che considera invece la detenzione uno strumento rieducativo.

Ma se il tasso di sovraffollamento non smette di crescere (oggi è al 129%), paradossalmente il numero di nuovi detenuti continua a calare. Rispetto al 2018, sono entrati nelle carceri italiane 887 persone in meno – in linea con un trend che vede diminuire la maggior parte dei reati – ma sta diventando sempre più difficile uscirne. Le cause, secondo il Garante, vanno rintracciate nello scarso utilizzo di misure alternative alla carcerazione, che tra le altre cose secondo le statistiche diminuirebbero di oltre 40 punti percentuali il tasso di recidiva una volta scontata la pena. Tra le altre cause citate nel rapporto, si parla anche di una “insufficiente disponibilità” di camere di sicurezza – le celle che accolgono gli arrestati per un tempo minimo, quasi sempre una notte, in attesa dell’udienza dal magistrato – la cui scarsa manutenzione finisce per gravare sugli istituti penitenziari.

I suicidi
L’obiezione di una certa parte di opinione pubblica, a questo punto, è quasi sempre la stessa: queste persone sono detenute per un motivo, abbiamo problemi più urgenti a cui pensare. Questa frase è sbagliata per molte ragioni, quasi tutte supportate da motivazioni di carattere costituzionale e relative al diritto internazionale, ma c’è soprattutto una conseguenza molto diretta e non ulteriormente eludibile: il numero di suicidi nelle carceri. Nell’anno appena trascorso sono stati 64 – per la maggior parte in attesa di giudizio definitivo – 14 in più rispetto al 2017, mentre solo nei primi tre mesi di quest’anno i morti sono stati 10, quasi uno a settimana. Il più giovane di loro aveva 18 anni.

Come ha sintetizzato il Garante, l’incidenza dei suicidi non può essere in alcun modo correlata al sovraffollamento, ma va le motivazioni vanno ricercate nel “clima generale che nega soggettività alle persone detenute, diffondendo un senso di sfiducia nel riconoscimento della propria appartenenza al contesto sociale”. In breve, il modo in cui parliamo delle persone detenute influisce direttamente sulla loro speranza di reinserimento e a provarlo c’è l’altissimo tasso di suicidi in prossimità del fine pena: tra le persone suicidatesi nel 2018, 17 sarebbero uscite in meno di 2 anni, 3 addirittura entro l’anno.

Raggiunto da Wired, il portavoce italiano di Amnesty Riccardo Noury ha fatto sapere di condividere la lettura dei dati offerta dal Garante: “I dati presentati sono allarmanti, per non dire agghiaccianti. I penitenziari italiani sembrano, per le condizioni materiali ma anche per un diffuso approccio culturale, discariche indifferenziate e sovraffollate di umanità”. Secondo il rappresentante della Ong che da oltre 50 anni si occupa di monitorare il rispetto dei diritti umani, con particolare attenzione a quelli della popolazione carceraria, l’obiettivo è quello di invertire il paradigma con cui ci relazioniamo al problema: “Mi pare che più che investire nelle carceri, sia necessario investire nei diritti nelle carceri”.

E poi ci sono i migranti
Il rapporto di Mauro Palma parla diffusamente anche della popolazione migrante e intercetta la stretta attualità in un passaggio con cui rivendica la sua competenza a trattare il tema del controllo dei flussi migratori: “È dovere del Garante nazionale”, si legge nella relazione, “esercitare il proprio controllo non solo sui luoghi in cui la privazione della libertà è formalmente e giuridicamente definita, quali per esempio i Centri per il rimpatrio, ma anche sulle situazioni in cui essa si verifica de facto”.

Il riferimento al caso Diciotti è chiaro e si fa più esplicito quando il Garante ricorda che “ogni nave italiana in qualsiasi acqua si trovi rappresenta un’estensione del territorio nazionale e le persone che essa, seppure temporaneamente, ospita a bordo devono godere di tutte le garanzie che il nostro sistema prevede”. L’ultima frecciata diretta a Salvini è però anche la meglio assestata: Palma ha ricordato che, nonostante i proclami e l’allungamento del tempo di detenzione amministrativa nei Cpr, la percentuale di rimpatri effettuati dal governo in carica sia più bassa rispetto ai governi precedenti, il 43% contro una media che oscilla attorno al 50%.