Saracinesche a mezz’asta per i commerci luganesi

ANDREA BERTAGNI il caffè.ch 31.3.19

Le vetrine aperte domenica e fino alle 22.30 non bastano
Immagini articolo
La città si aggrappa al lago, i negozianti ai clienti. Ma non tutti remano nella stessa direzione. Perché se il Municipio di Lugano chiede le aperture domenicali estive e orari prolungati per rilanciare il turismo, i commercianti si domandano se spetta a loro riaccendere il motore a un vascello ormai mezzo morto. “Non siamo noi che dobbiamo far ritornare la gente in centro – afferma Flavia Poggioli Jobs – è il turismo che deve essere promosso meglio”. Eppure la possibilità concessa dalla nuova legge sui negozi ci sarebbe. 
Gli esempi di Morcote e Ascona parlano da soli. E anche Locarno ci sta pensando. “Potrebbe essere una buona proposta – commenta Walter Morotti – ma il problema maggiore oggi sono i costi troppo alti degli affitti”. Umberto Rezzonico è ancora più drastico. “È troppo tardi per implorare una vocazione turistica: siamo diventati una città di provincia”. Anche Stefania Colombo ritiene che il treno sia già passato. “Via Nassa è desolatamente deserta – dice – magari potrebbe funzionare come idea, ma non pensiamo che possa far miracoli”. Tanto più che la concorrenza con l’Italia si fa sentire. A esserne convinta è Renata Crotta, che ha un’edicola “sommersa” da un cantiere stradale. E con un gruppo di negozianti della stessa via giovedì 4 aprile resterà aperta fino alle 22. Di proposito. “La domenica mattina non c’è in giro nessuno, la gente è abituata ad andare in Italia: o restiamo aperti tutti o nessuno”, dichiara.
Vittoria Fagetti ha un’enoteca vicino al quartiere Maghetti. “Il nostro è un negozio turistico ma la domenica non ci darebbe nulla di più, senza considerare  l’importante impegno economico”. Un concetto questo sottolineato anche da Davide Diasico. “Se lavorassimo anche domenica non avremmo più tempo libero, bisognerebbe quindi avere più personale”. Le pellicce vendute da Enea Petrini sono a due passi da piazza Riforma. “Aprire così a lungo significa diventare come un centro commerciale e per non perdere terreno nei confronti della concorrenza saremmo obbligati ad adeguarci”. Per Flavio Müller “se funziona, sarà ottimo – sottolinea – occorre seguire gli esempi sul lago di Garda, dove ai turisti non sono però offerti kebap e take-away ma negozi di qualità”.  
Alessandro Caputo è parrucchiere sulla salita Chiattone. “Avremmo bisogno di grandi eventi, come il congresso di medicina, inoltre abbiamo un Lac che è bellissimo ma non lo sfruttiamo come dovremmo”. Anche Andrea Compare è dello stesso avviso. La sua libreria si affaccia su piazza Cioccaro. “Il traino deve essere la cultura, altrimenti si possono anche estendere gli orari ma se i parcheggi sono troppo cari e arrivare in centro è difficoltoso la gente non arriverà mai”. 
David Loss ha scommesso sui cibi biologici. Ora vorrebbe che Lugano si impegnasse a favore dei commercianti. “La città è in fin di vita – segnala – bisogna promuovere l’economia, se si vuole dare una vera scossa”. Anche perché i turisti in estate hanno voglia di andare al lago, ma anche passeggiare tra le vetrine, soprattutto la sera. “Invece io alle 18.30 devo chiudere – dice Luca Fraccaroli, che vende cappelli – e non è questo il servizio che dobbiamo dare al turismo”. Ecco perché si dice favorevole. 
Flessibilità deve insomma essere la nuova parola d’ordine. Anche per Andrea Herber, un negozio di scarpe per bambini vicino alla chiesa di San Rocco, “dobbiamo evitare che la gente vada in Italia a fare la spesa”. Tutto giusto, tutto corretto, eppure, secondo Giovanna Bernasconi, non è abbastanza. “Siamo abbandonati a noi stessi, il piano viario è stato illogico e ne paghiamo le conseguenze: la verità è che manca il denaro, senza soldi non torna nessuno”. 
Neanche i luganesi, che per Simona Arrighi sono i principali clienti. E il lago lo vedono tutti i giorni.

abertagni@caffe.ch

31.03.2019