SPY FINANZA/ Il piano di M5s e Lega per occupare Bankitalia

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche voluta da Lega e M5s è parte di un piano che ha come obiettivo Bankitalia

31.03.2019 – Stefano Cingolani ilsussidiario.net

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Lapresse

A che cosa serve questa nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche? Forse a risarcire i risparmiatori truffati, ma c’è già un miliardo e mezzo di euro da spendere; si può dare di più, in ogni caso il meccanismo è in moto. Serve, allora, a scoprire la verità sulle crisi bancarie, ma a parte il fatto che ci sono montagne di carte, giudiziarie e no, di quale verità si tratta? Di quella della procura di Trani nella sua eroica, ideologica quanto sfortunata battaglia contro le agenzie di rating? Può sempre diventare una nuova commissione antimafia con tanto di professionisti come li chiamò Leonardo Sciascia e allora la cura finirebbe per creare un altro male.

Il Quirinale teme che si voglia mettere sotto controllo politico la moneta e il credito. Senza dubbio in molti lo vorrebbero, ma per loro vale quel che disse il generale de Gaulle a chi lo invitava a far fuori tutti i cretini: “Vasto programma, monsieur”. Non ci sono riusciti per davvero nemmeno i regimi totalitari, figuriamoci l’Italia giallo-verde. O magari, ecco l’altro cruccio di Sergio Mattarella, il polverone sollevato dalla commissione parlamentare potrà ridurre l’autonomia della banca centrale. Anche questo è un timore da prendere sul serio, tuttavia l’appartenenza al sistema europeo delle banche centrali, cioè in altri termini l’euro, garantisce questa autonomia. A meno che non voglia essere un primo passo verso l’uscita dalla moneta unica: un progetto irrealistico e distruttivo, visto quel che sta succedendo con la Brexit. E allora?

A che cosa serve questa nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche? Forse a risarcire i risparmiatori truffati, ma c’è già un miliardo e mezzo di euro da spendere; si può dare di più, in ogni caso il meccanismo è in moto. Serve, allora, a scoprire la verità sulle crisi bancarie, ma a parte il fatto che ci sono montagne di carte, giudiziarie e no, di quale verità si tratta? Di quella della procura di Trani nella sua eroica, ideologica quanto sfortunata battaglia contro le agenzie di rating? Può sempre diventare una nuova commissione antimafia con tanto di professionisti come li chiamò Leonardo Sciascia e allora la cura finirebbe per creare un altro male.

Il Quirinale teme che si voglia mettere sotto controllo politico la moneta e il credito. Senza dubbio in molti lo vorrebbero, ma per loro vale quel che disse il generale de Gaulle a chi lo invitava a far fuori tutti i cretini: “Vasto programma, monsieur”. Non ci sono riusciti per davvero nemmeno i regimi totalitari, figuriamoci l’Italia giallo-verde. O magari, ecco l’altro cruccio di Sergio Mattarella, il polverone sollevato dalla commissione parlamentare potrà ridurre l’autonomia della banca centrale. Anche questo è un timore da prendere sul serio, tuttavia l’appartenenza al sistema europeo delle banche centrali, cioè in altri termini l’euro, garantisce questa autonomia. A meno che non voglia essere un primo passo verso l’uscita dalla moneta unica: un progetto irrealistico e distruttivo, visto quel che sta succedendo con la Brexit. E allora?

Ebbene, tutto lascia capire che in effetti nel mirino c’è la Banca d’Italia, ma l’obiettivo è meno vasto anche se altrettanto rischioso. Il segnale è stato il no alla conferma di Luigi Signorini nel direttorio. L’operazione non è passata, ma il messaggio era chiaro: mettere sotto tiro tutti gli alti dirigenti della banca centrale. Il disegno di legge di Giorgia Meloni per nazionalizzare palazzo Koch è quanto meno velleitario. Matteo Salvini ha detto che in tutto il mondo le banche centrali dipendono dai governi, anche se non è così e la più grande di tutti, la Federal Reserve americana, lo dimostra. Altrettanto azzardato è utilizzare l’oro di via Nazionale per finanziare la spesa pubblica, qui è stato Mario Draghi a scendere in campo per dire che non si può fare e la Bce lo impedirebbe. In ogni caso, ci sono ben due disegni di legge depositati in Parlamento, uno della Lega e uno del Movimento 5 Stelle.

Tutto questo fuoco incrociato probabilmente non porterà a nulla di sostanziale, ma servirà a indebolire la Banca d’Italia e soprattutto il suo governatore. Ignazio Visco è stato confermato dal governo Gentiloni nonostante Matteo Renzi lo volesse cambiare per ragioni sostanzialmente elettorali, cioè per offrire un capro espiatorio e ammorbidire la campagna populista soprattutto su Banca Etruria. Il tentativo è stato stoppato ancora una volta da Mattarella e da Draghi. Tuttavia, dalla fine di ottobre, quindi tra sette mesi appena, Draghi non sarà più presidente della Bce. E il nuovo governatore, chiunque venga scelto, sarà senza dubbio meno attento ai giochi di potere italiani. Proprio mentre l’Italia si troverà ad adottare una politica economica molto severa e a dover dannarsi per uscire dal pantano della stagnazione. 

Quando Draghi se ne sarà andato, dunque, chi difenderà gli attuali vertici della Banca d’Italia con l’autorevolezza e l’efficacia manifestata dall’ex governatore? Su questo contano i due partiti di governo e non a caso alzano adesso il tiro. Sparano al bersaglio grosso, chiedono il massimo, per ottenere un risultato che potrebbe essere più a portata di mano: un cambio al vertice in modo da collocare un governatore che spinga le banche a comprare ancor più titoli di stato e chiuda un occhio se il disavanzo pubblico sfonda il 3% nel rapporto tra debito e prodotto lordo. 

In una delle sue ultime considerazioni finali, un governatore potente e autorevole come Guido Carli, dopo aver tuonato contro “le arciconfraternite del potere”, giustificò così la sua scelta di stampare moneta per finanziare l’aumento del debito pubblico: non potevamo comportarci da sovversivi. Ebbene, chi fa oggi il sovversivo?