La “Lettera” di Intesa. E quella di Blackrock

eticanews.it 1.4.19

Il documento firmato dai vertici della principale banca italiana è improntato sulla doppia leadership: quella di business e quella Csr. Ma non fa il passo che distingue Fink: legare la sostenibilità agli utili

Ha destato parecchio interesse la “Lettera agli stakeholder” di Intesa Sanpaolo diffusa venerdì in forma di comunicato stampa, e firmata dal presidente Gian Maria Gros-Pietro e dal consigliere delegato Carlo Messina. Qualcuno è arrivata a indicarla come una sorta di operazione alla Larry Fink, il numero uno di Blackrock, che ogni gennaio scrive una missiva riservata, che poi viene pubblicata dai media, con la propria purpose sui mesi a venire.

Purtroppo, però, c’è una notevole differenza tra la lettera di Intesa e quella di BlackRock.

LA LEADERSHIP DOPPIA DI INTESA

La missiva-comunicato firmata da Gros-Pietro e Messina riflette bene quella che è la situazione: Intesa Sanpaolo non è soltanto la principale banca italiana. È anche la più in salute. Ed è, soprattutto, quella più innovativa sul fronte della ricerca della sostenibilità. È stata tra i primi gruppi bancari a creare una divisione circular. È tra i pochi gruppi bancari riconosciuti nei consessi della sostenibilità globale (a cominciare dai tavoli pesanti di Davos). Ed ha numeri spaventosi in termini di sostegno a un modello differente di economia.

Si può scegliere un paragrafo a caso della lettera, e se ne traggono indicazioni e dati su una delle due medaglie della banca: la sua leadership di business; la sua leadership nella corporate social responsibility. Sin dalle prime righe, i due manager prendono questa chiara doppia posizione: «Intesa Sanpaolo conferma l’obiettivo di essere una Banca leader in Europa, orientata alla creazione di valore sostenibile nel tempo e alla sua distribuzione a tutti gli stakeholder. (…) In linea con le richieste che pervengono dagli stakeholder sui temi di sostenibilità, il Gruppo punta anche a rafforzare la leadership nella Corporate Social Responsibility e a diventare un punto di riferimento per la società».

Questo dualismo, questa doppia leadership, si ripropone nella lettura di tutta la missiva.

Ed è questo il problema.

LA DUALITÀ TRA BUSINESS E CSR

La lettera aperta agli stakeholder di Intesa Sanpaolo, tramutata cioè in comunicato, è un fatto piuttosto anomalo per l’Italia. In questo modo, la banca ha allargato in via ufficiale il proprio pubblico di interlocutori, andando oltre gli azionisti, verso i quali c’è un obbligo (finanziario e normativo) di comunicazione, e rivolgendosi all’insieme dei portatori di interessi. In questo modo, ha rotto l’abitudine di considerare le banche (se non le imprese) con, appunto, una visione anch’essa duale: gli azionisti e chi fa business, da un lato; il resto del mondo, dall’altro.

Evidentemente, però, le abitudini è bene romperle una per volta.

Ciò che la lettera non supera è il limite posto tra i due mondi, quello del business e quello “altro”. Nell’enunciare i propri risultati e i propri propositi, resta netta la separazione tra i risultati economici e i risultati sociali (erogazioni, sostegni, impact, inclusione). In sostanza: Intesa non dice mai che la Csr è una chiave strategica del proprio business.

L’UTILITARISMO DI BLACKROCK

È questo che manca, rispetto alla lettera di Blackrock. Dove, invece, ogni menzione al ruolo sociale dell’impresa (vedi l’appello alla Csr politica), viene in modo chiaro ricondotta a un obiettivo necessario e ineludibile: la produzione di utili e ricavi. Fink scrive una missiva agli amministratori delegati delle aziende in cui investe perché queste migliorino il proprio ruolo Esg. Ma lo fa perché queste aziende sono i suoi investimenti. E perché farlo è necessario alla loro salute (delle aziende), quindi a quella del sistema, quindi alla prosperità futura di Blackrock e dei suoi azionisti.

Criticare la “Lettera agli stakeholder” di Intesa Sanpaolo, la cui apertura al pubblico rappresenta già un passaggio elevato di innovazione, può apparire ingrato. Ma la missiva si è fermata a un passo dal superare la tipica cultura italiana del doppio cappello: “faccio ogni tipo di business la mattina con un cappello; la sera lo cambio e faccio volontariato”.

È un piccolo passaggio di stile, ma è un enorme balzo concettuale.

Che era, e di certo resta, alla portata di quello che è forse il gruppo italiano più attrezzato per farlo.