APPALTI FERROVIARI / UNA VERA CUCCAGNA PER I CASALESI. DA SEMPRE

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Ferrovie, che passione. Una vera cuccagna per il clan dei Casalesi gli appalti messi in campo da RFI, il braccio operativo delle ferrovie di casa nostra, stando ad una clamorosa inchiesta che sta portando avanti la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

Secondo i primi riscontri alcuni boss sono in grado di condizionare scelte e perfino promozioni all’interno di RFI. Figurarsi, quindi, cosa succede sul fronte delle commesse, più facili che mai.

Peccato solo che le mani della camorra, ed in particolare del potente clan dei Casalesi, sul business di rotaie & traversine d’oro siano ben note a magistrati e inquirenti da oltre un quarto di secolo. Almeno da quando iniziarono i j’accuse al calor bianco lanciati da Ferdinando Imposimato, nel periodo in cui faceva parte della Commissione Antimafia.

Cosa hanno fatto in questi vent’anni e passa? Come mai toghe e forze dell’ordine non sono riusciti a stoppare e neanche a sfiorare quella escalation criminale? Misteri di casa nostra.

Ma partiamo dalle news.

 

NEI PIANI ALTI DI RETE FERROVIARIA ITALIANA

L’odierna inchiesta della DDA di Napoli – pm Antonello Ardituro e Graziella Arlomede– parte dalle verbalizzazioni di un pentito da non poco, Nicola Schiavone, il figlio del celebre Sandokan, cioè Francesco Schiavone, l’incontrastato re, per anni, del clan dei Casalesi.

Ma il protagonista degli ultimi affari con RFI è un altro Nicola Schiavone, che proprio quarant’anni fa tenne a battesimo il suo omonimo.

Francesco Schiavone detto Sandokan all’epoca del suo arresto

Sia Sandokan che zio Nicola sono finiti nelle maglie del maxi processo Spartacus, durato per anni. E dal quale, miracolosamente, Nicola è uscito indenne.

Da allora in poi ha cominciato a far l’imprenditore e a coltivare una vecchia passione di famiglia: i lavori ferroviari, fra rotaie e traversine d’oro. E ha pensato bene di fare armi e bagagli trasferendo il suo quartier generale dalla natia Casal di Principe a Napoli, dove certo meglio potevano mimetizzarsi le imprese di uno “Schiavone”.

Di carriera ne ha fatta e parecchia, come documentano oggi i pm della DDApartenopea. Aprendo sedi nelle zone più prestigiose di Napoli, come il salotto chic di piazza dei Martini o via Scarlatti nel cuore del Vomero. E con la sua decina di società al seguito è riuscito a far man bassa di lavori, appalti e subappalti in mezza Italia.

Potendo contare sulle giuste amicizie da novanta. Fino al punto da ottenere commesse in cambio non solo dei soliti favori, ma addirittura di promozioni per quei funzionari compiacenti. Quando si dice, aver le chiavi d’accesso per i palazzi più alti del potere economico.

Sotto inchiesta, tra gli altri, tre dirigenti diRFI: Massimo Iorani, ex responsabile della Direzione Acquisti, Paolo Grassi, responsabile del settore Appalti, Giuseppe Russo, responsabile del Dipartimento trasporti ferroviari a Napoli. Calibri non da poco.

Cerca di mettere una pezza a colori RFI, che in un comunicato fa sapere: “Rete Ferroviaria Italiana garantisce la piena collaborazione per lo svolgimento dei necessari accertamenti da parte degli inquirenti e conferma la propria fiducia nell’autorità giudiziaria. In base agli sviluppi delle indagini, Rfi valuterà le eventuali azioni a propria tutela”. Scontato.

 

DALLE LENZUOLA D’ORO AI FIUMI MILIARDARI DEL TAV 

Ma passiamo in rapida carrellata alcune tra le tappe bollenti delle ferrovie di casa nostra.

Il pm Antonello Ardituro

E’ di fine anni ’80 la famigerata storia delle “lenzuola d’oro”. Un appalto messo in campo dalle Ferrovie dello Stato allora capeggiate dal calabrese Ludovico Ligato. Una vera messincena, una commessa allora miliardaria per strapagare quelle lenzuoline alle società che facevano capo all’avellinese Elio Graziano, per alcuni anni patròn dell’Avellino Calcio, con la sua società di riferimento Idaff.

Partì l’inchiesta che accertò l’affaire, ovviamente revocato l’appalto: era il primo, chiaro segnale dei percorsi pericolosi che le ferrovie di casa nostra stavano intraprendendo.

Graziano e le sue società vennero poi coinvolti in un altro scandalo, i cui cascami giudiziari sono ancora in vita al tribunale di Avellino: la pericolosissima – per la salute dei lavoratori – scoibentazione delle carrozze ferroviare, l’amianto killer che ha ucciso decine e decine di operai.

Nel bel mezzo delle bufere giudiziarie, Ludovico Ligato venne ammazzato. Un giallo, mai chiarito. Con ogni probabilità manovalanza di ‘ndrangheta per un delitto eccellente.

Passiamo subito al TAV, il più grande & business mai messo in campo dalla politica, con il fondamentale corredo di mafie e faccendieri al seguito.

Di TAV abbiamo scritto e denunciato tante volte. A partire dal 1993, gli iniziali j’accuse che tiravano in ballo quella classe politica a cavallo di Tangentopoli, le primissime inchieste di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sulla scorta dell’esplosivo dossier “Mafia-Appalti”.

E poi le presenze che destavano alcuni forti sospetti: a partire da quel Francesco Pacini Battaglia sul cui nome aveva cominciato ad indagare il pm della procura di Milano Antonio Di Pietro: per finta, dal momento che “l’Uomo a un passo da Dio” non ha trascorso neanche una settimana in gattabuia ed è stato poi scagionato da ogni coinvolgimento…

Poi il certosino lavoro di Ferdinando Imposimato, che da senatore del Pds firma una relazione di minoranza per la Commissione Antimafia. Mette nero su bianco i nomi delle imprese dei Casalesi e di quelle mafiose coinvolte nel grande affare della Tav.

 

CHI TOCCA QUEL TRENO AD ALTA VELOCITA’….

Pierfrancesco Pacini Battaglia.

Non l’avesse mai fatto. Chi denuncia, infatti, muore. O rischia di morire. Almeno politicamente. E così successe al coraggioso Ferdinando, il pm che per primo aveva indagato sulle iniziali fortune di Silvio Berlusconi e le acrobazie della Banda della Magliana: gli uccisero il fratello Franco, sindacalista a Maddaloni della Face Standard, a metà anni ’80. Una vendetta trasversale: quel giudice non doveva indagare.

E fu così che, a metà ’90, partì a Napoli un’inchiesta farlocca sugli appalti dei Casalesi. Fra gli indagati – udite udite – proprio il giudice coraggio, Imposimato.

Incredibile ma vero. Quell’Imposimato che punta l’indice, in documenti ufficiali, contro i Casalesi, indagato per collusioni. Obiettivo: delegittimarlo, depotenziarne ogni azione politica e non solo.

Imposimato passa brutti anni, ma trova la forza di uscirne. Non solo quell’inchiesta ovviamente si arena con un nulla di fatto (non risulta che alcuna toga gli abbia mai chiesto scusa, quando Ferdinando era ancora in vita), ma riprende ad indagare e a scrivere.

E’ di 10 anni fa esatti, 1999, il libro “Corruzione ad Alta Velocità”, scritto a quattro mani con un vero giornalista coraggio, Sandro Provvisionato, il padre del sito “Misteri d’Italia”.

Un libro profetico, quello sui mega affari del TAV, capace già allora di mettere in fila tutti i tasselli del business lievitato, dagli iniziali 27 mila miliardi di lire, ad oltre 150 mila: la cifra, oggi, è praticamente incalcolabile.

Nel libro di vent’anni fa, un vero e proprio j’accuse, venivano individuate tutte le responsabilità una ad una: sia a livello politico, con un ex presidente dell’IRI e poi premier Romano Prodi prono ai voleri dei mattonari; che manageriale, con un Lorenzo Necci, capo della FS, in prima linea (e anche la sua morte in bicicletta travolto da un’auto pirata resta un super giallo); e giudiziario, con un Antonio Di Pietro pigliatutto – ha scippato anche l’inchiesta romana sul TAV – e pronto ad insabbiare.

Il 1999 è un vero anno di svolta. A maggio di quell’anno, infatti, deflagra un’inchiesta romana condotta dal pm Pietro Saviotti:scattano clamorosi ordini di cattura firmati dal gip Otello Lupacchini che riguardano politici, faccendieri, banchieri e imprenditori.

Otello Lupacchini

Al centro delle indagini una sfilza di appalti in mezza Italia. Alta velocità, of course in prima fila, ma anche infrastrutture di trasporto in Campania, nel Lazio, al Sud, soprattutto ferrovie ed aeroporti, ma non solo. Un super cocktail attraverso cui far affluire gigantesche liquidità a camorra e mafia in prima fila.

Nel mirino degli inquirenti, tra gli altri, esponenti di spicco di Alleanza Nazionale, alcuni imprenditori tra cui i titolari dell’ICLA, la società storicamente cara ad ‘O MinistroPaolo Cirino Pomicino, un paio di dirigenti della Banca di Roma, funzionari ministeriali.

Un’inchiesta che avrebbe potuto mandare in tilt i palazzi del Potere, quelli veri: perchè nelle sue centinaia di pagine venivano dettagliati per filo e per segno tutti i rapporti intercorrenti fra i politici, le imprese di riferimento e i Casalesi.

L’inchiesta stranamente partorisce un topolino: solo piccole condanne per pesci piccolissimi. Il resto finisce in una classica bolla di sapone. Dopo alcuni anni Saviotti muore di crepacuore.

 

LE IMPRESE DEL CUORE

Ecco cosa ha scritto la Voce in una cover story di giugno 1999. “A fine ’95 cominciano a far capolino le prime relazioni pericolose tra ICLA e clan camorristici del Casertano. ‘I Casalesi son già tornati’, titoliamo ad ottobre. Due mesi dopo, il clamoroso matrimonio Icla-Fondedile viene descritto dalla Voce come un’operazione che getta pericolose ombre sui collegamenti mafiosi e sulla sospetta provenienza dei capitali in essa investiti. Del resto è lo stesso Ros di Palermo a definire Fondedile una controllata di Cosa nostra’”.

Le stesse conclusioni alle quali erano giunti Falcone e Borsellino, prima di saltare per aria.

Continuava la Voce di vent’anni fa esatti: “Un anno più tardi (1996) affiora il reticolo d’imprese beneficiarie dei generosi subappalti di marca Icla. Tra loro Edilmoter, Sud Edil, Diana, Madonna, De Rosa Nicola Costruzioni, B.M. Beton Meridonale, Biemme Beton. I titolari delle prime tre – sottolinea Ferdinando Imposimato – tra loro imparentati, risultano contigui con i potenti gruppi criminali dell’Agro aversano, a loro volta legati alla mafia siciliana”.

Connection ottime e abbondanti. Ma nessuno, a livello giudiziario, se ne frega.

Guarda caso nello stesso anno, 1996, verbalizza per la prima volta Carmine Schiavone, il cugino di Sandokan, sulle connection politico-camorristiche sul fronte dei traffici di rifiuti tossici. Una testimonianza choc resa ai Carabinieri della stazione di Castello di Cisterna, alla presenza di un colonnello che di strada poi ne farà molta: Vittorio Tommasone.

Quei verbali finiranno per molti anni a marcire in naftalina, per tornare alla ribalta solo una decina d’anni dopo, quando Schiavone riapre il sacco e parla con i giornalisti di mezza Italia. Dopo qualche mese cade da un pero e muore; così come muore in un mai chiarito “incidente” stradale sulla Salerno-Reggio Calabria Federico Bisceglia, il magistrato che indagava da mesi sulle connection dei traffici di rifiuti.

Federico Bisceglia

Negli anni 2000 di tanto in tanto altre inchieste sulle ferrovie. Tra sprechi, inefficienze, mancanza di controlli che causano morti e feriti, va rammentata la strage di Viareggio. Per un solo motivo: perchè nessuno ha indagato mai su un aspetto di quel tragico rogo nel quale sono arse vive 33 persone?

Vale a dire su quel carico merci trasportato dal treno killer.

Si trattava di una gigantesca quantità di metano di proprietà della Aversana Petroli. Nessuno ha mai accertato niente e forse non c’era proprio niente da accertare. Ma sull’Aversana Petroli forse qualche controllatina andava fatta: anche perché fa capo alla famiglia dei Cosentino, con l’ex sottosegretario (nell’esecutivo Berlusconi) Nicola Cosentino condannato in via definitiva per rapporti con il clan dei Casalesi.

P.S. Siamo alle solite. Dopo 24 ore di flash televisivi, il silenzio mediatico più assoluto. Perfino il primo quotidiano di Napoli e del Sud, il Mattino, non scrive un rigo sui business dei Casalesi con RFI. Come mai il gruppo Caltagirone oscura? E anche gli altri chiudono gli occhi?