Campione come Sharm “È un’idea strampalata”

ANDREA BERTAGNI Caffe.ch 7.4.19

Nell’enclave il progetto di rilancio di Preatoni non piace

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Se non fosse per gli striscioni di protesta appesi davanti al Municipio, per le facce desolate e irritate degli abitanti, per le vetrine chiuse ai bordi delle strade, Campione d’Italia sarebbe una delle “perle” affacciate sul Ceresio. Ma così non è. E ogni volta che i campionesi guardano le proprie case o rivolgono lo sguardo verso il Casinò fallito che ha gettato in dissesto il Comune prevalgono rabbia, frustrazione e malinconia. Di fronte a tutto e a tutti.
Anche nei confronti del progetto da 200 milioni di euro dell’imprenditore italiano, ma residente a Lugano, Ernesto Preatoni che, dopo aver creato dal nulla Sharm el Sheikh, vorrebbe rilanciare l’enclave, trasformando la casa da gioco in un teatro e spostando croupier e roulette su una piattaforma di 4mila metri quadri a pelo d’acqua. “Ma se qui non si può nemmeno cambiare un balcone…”. Diego Gozzi non riesce neppure a immaginarlo il piano di Preatoni. “Ci sono così tanti vincoli nel piano regolatore – precisa – che anche modificare una finestra oggi appare proibitivo”. Aldo Molina è ancora più drastico. “È un’idea utopica: se però Preatoni ha davvero l’intenzione di andare avanti, lo Stato gli dovrebbe dare una mano”. Gianni Ponzo va più nel dettaglio. “Solo il Governo di Roma può autorizzare i lavori, togliendo la proprietà del casinò al Comune”. 
Di parere opposto Andrea Di Marco. “È una pazzia, si distruggerebbe il paese: già il casinò è troppo grande, figuriamoci costruire da zero anche 38 villette e due residence di 12 piani così come Preatoni vorrebbe fare in un secondo momento”. Anche Vincenzo Zanotta è scettico. “Campione è un paesino, non ha senso un turismo di massa: se le nuove iniziative sono queste, c’è da essere delusi”. 
Sabrina Bortoluzzi invece lascia aperto uno spiraglio. “Ben venga chi ha voglia di investire, qua 200 milioni non sappiamo neanche come sono fatti: verranno creati nuovi posti di lavoro, anche se non sarà evidente ricollocare il personale della casa da gioco”. Allo stesso tempo ottimista si dice Onur Kuru. “Meglio questo progetto che nulla: per ricominciare è un buon inizio”. 
Laura Cavalli è più pragmatica. “Invece di guardare così avanti, bisognerebbe risolvere l’emergenza di oggi: i dipendenti del Comune e della casa da gioco non ricevono il salario da  mesi”. A non vedere sbocchi è pure Antonio Scalco, che dal 1956, da quando abita nell’enclave, non ha mai visto una situazione così drammatica. “Abbiamo milioni di debiti, è dura andare avanti: una volta sulle strade c’erano fiori dappertutto, oggi sono rimasti solo i vasi vuoti”. 
Bernard Fournier, che ha un ristorante, punta il dito contro lo Stato. “Campione è un paese bellissimo che hanno distrutto: ora si deve ripartire, magari prendendo come esempio Montecarlo”. A ricordare la località monegasca è anche Fabio Villa, che come progettista si è occupato di ristrutturare diversi palazzi. “Siamo seduti su una miniera d’oro che non riusciamo a valorizzare – spiega – la verità è che per troppi anni si è speculato sul casinò e oggi stiamo raccogliendo i cocci”. 
Lidia Rozwadowska è polacca. Quando è arrivata sulle sponde italiane del Ceresio 20 anni fa aveva il sorriso sul volto. Oggi le sue espressioni tradiscono amarezza. “Una volta era bellissimo, ora è tutto cambiato: tutti hanno dubbi e incertezze sul futuro”. L’analisi di Rosamaria Muto va più in profondità. “Forse siamo tutti colpevoli per questa situazione, ma non l’abbiamo meritata: di sicuro ora manca la voglia di vivere”. Dina Lattanzi è in pensione, ma si preoccupa per i giovani. “Molti di loro sono disoccupati, mi fa molto male pensare che non abbiano futuro”.
Giovani come Alesssia Pedroni che da dicembre lavora come parrucchiera dietro il Municipio. “Non so se per me ci sarà ancora un’occupazione”, afferma, scuotendo la testa. Boliuk Liubov è appena arrivata dall’estero. Sua figlia abita in paese. Si guarda in giro e non capisce. “Perché i negozi sono quasi tutti chiusi? – chiede – perché i bambini non possono frequentare il centro sportivo?”. La risposta è semplice, ma allo stesso tempo complessa. Come la storia di Campione; un paese ancora in cerca di un’identità.

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