La guerra degli 007 all’ombra dell’Europa

GUIDO OLIMPIO Caffe.ch 7.4.19

Un blitz e un delitto raccontano l’attività di spionaggio
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’Europa è un grande campo di battaglia dove non si scontrano divisioni di tank, ma ci sono delle “ombre” che affondano colpi. Partiamo dai fatti, episodi dove spingono a dire “sembra di essere in un film” e invece non è fiction, ma pura realtà.
Alta Savoia francese, vicino a confine svizzero, località di Ballaison. Il 21 marzo trovano in un’area di parcheggio il cadavere di Daniel Forestier. Nella sua vita non si è fatto mancare nulla. Ha trascorso un lungo periodo nei servizi di sicurezza – Dgse -, poi è andato in pensione. Non poteva però stare a guardare il cielo o andare a pesca per far trascorrere le giornate. Il funzionario ha preso la gestione di un bar tabaccheria, ha scritto romanzi dedicati alla sua professione di 007, si è impegnato nella politica locale. Tutto semplice. In apparenza. Forestier, come molte spie, non hai smesso di esserlo. È impossibile fermarsi. Così – secondo un’indagine emersa in settembre – sarebbe stato contattato per studiare un piano speciale: eliminare l’ex generale Ferdinand Mbau, in esilio in Francia e ostile all’attuale presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso. L’oppositore era già stato vittima di un agguato a nord di Parigi, azione fallita di un soffio.
Quando la vicenda emerge sui media Forestier fa mezze ammissioni e precisa: ho solo esaminato “la fattibilità” dell’operazione ed ho concluso che non era possibile. Il suo legale è ancora più deciso: nessun addebito concreto. Eppure le autorità hanno indagato l’agente insieme ad un suo collega. Se poi la figura centrale è assassinata da “una mano professionale” è chiaro che tutti pensano ad un legame congolese, Forestier eliminato nel mezzo della lotta di potere. Solo che c’è dell’altro. L’agente segreto lavorava anche per la figlia del presidente kazako, Dariga Nazarbaiev, ed aveva “interessi” in numerosi paesi. Qualcuno suggerisce che la vittima fosse diventato “radioattivo”, non avvicinabile, “bruciato”. E lui stesso lo aveva capito: pochi giorni prima dell’imboscata aveva confidato alla famiglia di sentirsi in pericolo.
Non meno intrigante l’assalto, il 22 febbraio, all’ambasciata nord coreana di Madrid. Un’irruzione condotta da un commando che si è preparato per mesi ed è poi riuscito ad entrare con un gesto spettacolare alla vigilia del summit Trump-Kim ad Hanoi. Gli intrusi erano a caccia di segreti, di macchine per i codici, forse volevano costringere un diplomatico a “defezionare”. Ma chi erano? L’attacco è stato rivendicato da un nucleo di oppositori raccolti sotto la sigla “Cheollima”. La polizia spagnola sospetta il coinvolgimento della Cia, infatti il leader, Adrian Hong Chang, ha offerto il materiale all’Fbi.
Lo scenario ha ricordato quello degli anti-castristi usati dall’intelligence americana. Metti insieme un team, quindi lo impieghi per una lotta clandestina per esercitare pressioni su Pyongyang. Se le cose non vanno per il verso giusto puoi prendere le distanze. Tutto molto velleitario. Difficile pensare che “Cheollima” abbia capacità autonome per lanciare un’iniziativa clamorosa, così come sarebbe ingenuo pensare che apparati statunitensi e sud coreani non abbiano captato qualcosa in un momento così critico. Chang non è era un uomo misterioso, scriveva articoli sul dissenso, aveva nome e un cognome. Dettagli importanti. Molti si aspettano altre sorprese.
07.04.2019