Finanza: Salvatori (Lazard), non ha senso parlare di quella cattolica (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Quando nel 1896 il cattolico Giuseppe Tovini promosse tra l’aristocrazia milanese la nascita del Banco Ambrosiano non fu difficile leggere nell’iniziativa dell’avvocato bresciano una risposta alla nascita della Comit, l’istituto fondato solo due anni prima da un consorzio di istituti tedeschi e guidato da due banchieri di estrazione laica come Otto Joel e Federico Weil. Da oltre un secolo la contrapposizione tra laici e cattolici è stata una fortunata chiave interpretativa per raccontare la finanza italiana. Un racconto che, sul finire del secolo scorso, finì per concentrarsi sulla serrata dialettica tra Giovanni Bazoli ed Enrico Cuccia. Banchiere di lungo corso e protagonista di molte vicende di quegli anni Carlo Salvatori ne ha oggi un ricordo vivido, anche perché «su alcuni aspetti decisivi la verità dei fatti non è ancora stata ripristinata». 

Domanda. Salvatori, esiste una finanza cattolica? 

Risposta. Una premessa prima di parlare di finanza cattolica. C’è stato un periodo di transizione nel pensiero della Chiesa, una certa difficoltà di dialogo tra mondo cattolico e mondo dell’economia e della finanza, tra la tesi laica e quella cattolica in ordine alla funzione del profitto nell’attività economica, tra il richiamo all’esigenza della produttività e il richiamo al rispetto dei valori umani, sino al dibattito riguardante le implicazioni dello sviluppo economico sulla qualità della vita. Poi la Chiesa ha accettato il dato di fatto che le ragioni dell’economia, ossia le ragioni del mercato, della produttività e della finanza, assumevano un peso crescente in tutte le scelte sociali e non potevano essere disattese. Intorno a questi temi nel secolo scorso si è molto discusso. La discussione ha poi portato il pensiero cattolico a prendere le distanze, con accenti anche fortemente critici, sia dal sistema liberale di tipo capitalista, sia da quello collettivistico del socialismo scientifico. Due encicliche considero particolarmente illuminanti, la Populorum progressio di Paolo VI e la Laborem Exercens di Giovanni Paolo II. In esse si manifesta tutto lo sforzo della Chiesa di distinguere e contrapporre la sua dottrina sociale ai due sistemi. I due sistemi hanno tentato di risolvere, da angolazioni diverse e senza successo, il rapporto fra lavoro, capitale e finanza. La Chiesa ha trovato la via del rispetto e della soddisfazione di tutti i portatori di interesse, capitale, lavoro, clienti, fornitori, insomma la società civile nel suo complesso. Il nuovo equilibrio pertanto ha reso più agevole il compito degli operatori, anche degli operatori finanziari, categoria ala quale un cattolico come me appartiene. La Chiesa quindi, nel chiarire la sua posizione, ha consentito ai cattolici di giocare un ruolo attivo e positivo nelle vicende economiche e finanziarie del Paese. 

D. Lei si definirebbe un banchiere cattolico? 

R. Mi considero un cattolico che fa laicamente il banchiere. 

D. La sua carriera però è iniziata in una banca di tradizione laica come la Bnl. Che ricordo ne ha? 

R. La Bnl costituiva un caso particolare, non il solo, nel panorama italiano: si trattava infatti di un istituto di diritto pubblico, dunque di una banca controllata dal Tesoro. Nella Bnl la politica interferiva pochissimo. Non ricordo di aver mai subito pressioni da parte dei partiti, a differenza di quanto si è sperimentato per esempio nelle casse di risparmio, dove le interferenze erano più esplicite e, talvolta, dannose. 

D. Alla luce di quell’esperienza che opinione si è fatto delle banche pubbliche? 

R. La qualità del settore pubblico dipende dalla caratura della classe politica. Quella che avevamo nella Prima Repubblica era notevolmente più preparata rispetto a quella attuale e, all’occorrenza, sapeva gestire situazioni di crisi, come accaduto nel caso del Banco Ambrosiano. Oggi nei partiti fatico a ritrovare quelle capacità. 

D. Dopo l’esperienza in Bnl, nel 1990 lei passò in Ambroveneto e legò il suo percorso professionale a quello di Giovanni Bazoli. Che definizione darebbe di Bazoli? 

R. Il professor Bazoli non è un banchiere nel senso tecnico della parola. È un professore di diritto prestato alla finanza. Pur non essendo un tecnico, è sempre stato in grado di svolgere un ruolo determinante nel mondo del credito e della finanza, scegliendo di volta in volta le figure professionali giuste a cui affidare la gestione della banca. Esercitava certamente una funzione più strategica, di controllo e di stimolo, a difesa degli interessi presenti e prospettici di tutti gli stakeholder. Da lui non ho mai percepito forme di condizionamento. La sua era una supervisione rispettosa dei ruoli e dell’autonomia decisionale dei manager. Solo per fare un esempio, non interferiva mai sulle promozioni ma le lasciava alle decisioni del consiglio di amministrazione su proposta dei manager. Non a caso queste capacità furono colte con largo anticipo da un politico capace di guardare lontano come Beniamino Andreatta. Fu lui, come noto, a proporlo per la presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano. 

D. A proposito di Bazoli, che idea si è fatto delle polemiche sorte sul caso Ubi? 

R. Non conosco la vicenda e preferisco non esprimere giudizi superficiali. Posso aggiungere di aver sempre considerato Bazoli una persona corretta. 

D. I suoi anni di Ambroveneto furono costellati dagli agguati di Mediobanca . Si dice che Enrico Cuccia paragonasse il salvataggio dell’Ambrosiano con l’atto di allacciarsi un cappotto partendo dal bottone sbagliato. Perché tanta ostilità? 

R. Il dottor Cuccia era molto attento alle vicende del Nuovo Banco Ambrosiano e tentò più volte di strapparcelo. Nel 1989 ci fu il primo assalto con il tentativo di Gemina e di Generali di acquisire il controllo della banca subentrando alla Bpm. Un assalto che Bazoli riuscì a respingere grazie all’intervento del Crédit Agricole con cui strinse un’alleanza molto forte. Il secondo episodio risale invece al 1994 quando la Comit, eterodiretta come sempre da Mediobanca , lanciò un’offerta sul 29% del capitale approfittando del fatto che le popolari venete volevano valorizzare la partecipazione. Fu esclusa dall’offerta la San Paolo di Brescia, che Bazoli rappresentava nel patto di sindacato. Il tentativo però andò a vuoto grazie al ricompattamento del nostro sindacato di controllo. La Comit fu protagonista anche del terzo assalto, con il tentativo di conquistare Cariplo. Ancora una volta Cuccia fallì: Cariplo e Ambroveneto diedero vita a Banca Intesa. 

D. Sconfitte che segnarono anche la crisi del modello Mediobanca ? 

R. Nella prima fase della sua parabola Mediobanca ha svolto un’azione meritevole nel tessuto imprenditoriale italiano, consentendo alle grandi famiglie di preservare aziende e patrimoni. A un certo punto però Mediobanca sottovalutò, a mio avviso, gli effetti della globalizzazione. La globalizzazione stava cambiando il mondo dell’economia e della finanza con la conseguente apertura alla libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone, delle imprese, delle idee. Tra gli Anni 80 e 90 una serie di novità regolamentari, tecnologiche e culturali hanno modificato il regime della concorrenza in Italia, in Europa e nel mondo. Questo non ha più consentito a Mediobanca di esercitare ambizioni egemoniche. 

D. Quando Intesa conquistò la Comit, però, Cuccia ammise la sconfitta. 

R. Cuccia capì che avevamo vinto e chiese all’amministratore delegato Vincenzo Maranghi di rispettare questo dato di fatto. Del resto quella era un’operazione, l’acquisizione della Comit, che Bazoli e io avevamo preparato nei dettagli. 

D. Ce ne racconta la genesi? 

R. Parto un po’ da lontano. Quando nel 1996 lasciai Ambroveneto per andare in Cariplo promisi a Bazoli che sarei tornato. Avevo un progetto in mente e qualche mese dopo lo condivisi anche con lui: la fusione tra Cariplo e Ambroveneto, che annunciammo 18 mesi dopo, dando vita a Banca Intesa . Poi ci fu Comit. Era la primavera del 1999. Le due opa lanciate da Unicredit su Comit e dal Sanpaolo su Banca di Roma avrebbero potuto metterci in difficoltà, dando vita a gruppi con dimensioni significativamente superiori a Intesa . Ricordo che in quei giorni sottoposi al governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, un progetto di integrazione tra Intesa e Bnl, giusto per non restare del tutto a bocca asciutta. Ma Fazio, che disapprovava le opa e che le avrebbe presto bocciate, ci autorizzò a proseguire nel progetto verso la Comit. 

D. Per dare la sua benedizione, Cuccia chiese a Bazoli una sola cosa, cioè di mantenere il nome della Comit. Perché non manteneste la promessa? 

R. Su questo punto ritengo di dover ripristinare la verità dei fatti. Io cercai in ogni modo di salvaguardare il nome e l’autonomia gestionale della banca. Scrissi anzi a mano otto pagine molto dense nelle quali delineavo la struttura del nuovo gruppo: il retail avrebbe dovuto restare concentrato in Intesa , mentre Comit sarebbe diventata una banca large corporate e banca d’affari di respiro internazionale. Comit era infatti la banca italiana di gran lunga più presente e più conosciuta all’estero. Il patto di sindacato aveva però idee differenti e preferiva una fusione per sfruttare ipotetiche sinergie di costo e assecondare gli appetiti di qualche consulente che non teneva conto di quelle che io chiamo sinergie di ricavo. Mi opposi con forza perché ritenevo un delitto cancellare la Comit. Alla fine però prevalse la linea dei pattisti e io, informato il governatore, diedi le dimissioni. Nel suo libro, il professor Carlo Bellavite Pellegrini fa dire a Bazoli che la cancellazione della Comit derivò da una mia proposta. Questo è falso, è vero il contrario. Credo che lui abbia male interpretato il professore. Io volevo fortemente che la Comit restasse sul mercato. 

D. Oggi ha ancora senso parlare di finanza cattolica? 

R. Io penso che parlare di finanza cattolica abbia poco senso. Esistono, e sono la maggioranza, operatori – cattolici e non cattolici – che agiscono in finanza nel rispetto di norme etiche e morali derivanti dagli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. Come esistono, ma sono una minoranza, operatori anche cattolici che agiscono non rispettando quelle norme. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

April 15, 2019 02:36 ET (06:36 GMT)

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